La ghigliottina di Fico e Di Maio, con mancia, sui vitalizi degli ex deputati

            Il calendario è stato misericordioso. Giovedì 12 luglio 2018, la data storica nella quale l’ufficio di presidenza della Camera ha deciso di tagliare in una misura anche dell’ottanta per cento 1.338 vitalizi di ex deputati, fra i quali 145 ultraottantenni, è caduto due giorni prima del 14 e tredici giorni prima del 25 luglio.

           Vitaliz.jpg Così i grillini in festa dentro e fuori Montecitorio, con i loro colori gialli, il ciao in inglese e qualche bottiglia di champagne, non hanno potuto affiancare la loro fatidica impresa né alla presa della Bastiglia né alla caduta del fascismo.

            Il presidente pentastellato della Camera, Roberto Fico, ha concesso ai malcapitati titolari troppo a lungo di “privilegi rubati”, come li ha definiti il collega di partito, vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio, anche un omaggio di fine avventura: una specie di mancia pari a due vecchie mensilità. La ghigliottina grillina -fa pure rima- calerà sui vitalizi non il 1° novembre, come previsto nel testo originario della delibera, ma il 1° gennaio prossimo.

           Gli ex parlamentari, ingrati, non hanno neppure ringraziato, ma rinnovato il proposito di ricorrere per cercare di portare prima o poi la vicenda davanti alla Corte Costituzionale. Dove un giudice e vice presidente emerito della stessa Corte, Enzo Cheli, non titolare – si badi bene- di alcun vitalizio parlamentare, non avendo mai fatto per sua fortuna  né il deputato né il senatore, ha spiegato in una intervista a Repubblica che i tagli potrebbero essere bocciati. E ciò per la loro retroattività, che violerebbe “il principio di affidamento”, e per la loro consistenza, che violerebbe “il principio della ragionevolezza”, entrambi indicati come inviolabili in altre circostanze dal massimo organo di garanzia del nostro sistema.

          Se il presidente dell’Inps Tito Boeri -che ha incoraggiato e assistito nel proprio ruolo, e con le proprie competenze, il presidente della Camera in questo intervento di ricalcolo dei vitalizi col sistema contributivo, subentrato di parecchio al momento della definizione del loro ammontare- non dovesse condividere la bocciatura inappellabile dei giudici costituzionali, se ne farà per forza una ragione: all’Inps o in qualsiasi altro posto fosse destinato ad arrivare alla scadenza del suo attuale mandato. Che all’interno della maggioranza di governo i leghisti risultano contrari a rinnovargli l’anno prossimo.

          A proposito dei leghisti, va ricordato ch’essi sono arrivati alla decisione di approvare i tagli nella misura e nelle modalità volute dai grillini, per unanime racconto dei giornali, non tanto per convinzione quanto per convenienza politica. Essi hanno ottenuto in cambio dai loro alleati una modifica al cosiddetto decreto della dignità in favore dei voucher -buoni del lavoro- per le prestazioni stagionali nei settori dell’agricoltura e del turismo.

         Questo baratto, che è costato ai grillini una dura reazione della segretaria generale della Cgil Susanna Camusso, è un po’ la ciliegina sulla torta dei tagli ai vitalizi degli ex parlamentari, almeno di quelli che hanno finito la loro esperienza alla Camera. Per quelli che l’hanno invece chiusa al Senato la partita non è stata ancora chiusa per dissensi di metodo e di contenuto fra i due rami del Parlamento. Ed è la seconda ciliegina su questa torta estiva sfornata a Montecitorio.

          Pareggiati i conti politici tra voucher e vitalizi degli ex parlamentari, i leghisti si dimenano adesso nella palude dove li ha appena portati Salvini cercando di sostituirsi alla magistratura nella gestione delle manette ai polsi degli immigrati. Sessantasette dei quali sono stati trattenuti in mare su una nave della Guardia Costiera italiana davanti a Trapani in attesa, appunto, che per alcuni di essi fosse emesso l’ordine di arresto reclamato dal Viminale. E’ dovuto intervenire il capo dello Stato, con una telefonata di sostanziale protesta al presidente del Consiglio, e fra l’incredibile “stupore” espresso dal ministro dell’Interno, nonché vice presidente del Consiglio, per far cessare l’incredibile spettacolo. Che è stato emblematico  della confusione nella quale sventola la bandiera del “cambiamento” issata sulla nave del governo  gialloverde, o gialloblu. Già, perché anche il colore della Lega non è più sicuro. Di certo c’è solo il colore dei grillini.

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