Neppure la morte di Sergio Marchionne disarma i suoi avversari

            Sergio Marchionne morendo ha paradossalmente tolto giornali e televisioni dall’imbarazzo di continuare a scriverne e parlarne da morto quando era ancora in vita. Ciò è accaduto per giorni interminabili e penosi, fra i misteri -forse troppi- che hanno accompagnato il  ricovero a Zurigo, l’operazione alla spalla e l’agonia, mentre nel gruppo FCA e accessori si affrettavano a sostituire il capo senza aspettarne l’ultimo respiro.

           Bandiera a mezz'asta.jpg Romano Prodi, all’epoca presidente della Commissione Europea ed ex presidente del Consiglio, ha giustamente ricordato sui giornali di cui è editorialista che Marchionne “nel 2004 salvò la Fiat da morte sicura”. Dopo soli 14 anni nessuno ha potuto salvarlo disgraziatamente da una morte che lui, pur non stando bene da un anno, come ha appena rivelato il suocero Pier Luigi Battezzato, non aveva minimamente messo nel conto decidendo di ricoverarsi a Zurigo, e lasciando invariata l’agenda degli appuntamenti già presi per una quindicina di giorni dopo, anche se questo particolare il padre della sua compagna non lo ha detto. Ha detto, invece, il suocero assai significativamente: “Quello di Sergio doveva essere un intervento semplice. E invece è accaduto il peggio. A volte penso che se non fossero andati là –lui e Manuela, la compagna– forse sarebbe stato diverso. Se si fosse fatto operare alle Molinette, qui in Italia….”.

            Morire in queste condizioni a 66 anni, dopo essere riuscito a fare in soli 14 quello che ha fatto, almeno dall’epoca del salvataggio della Fiat, e con tutto ciò che avrebbe potuto fare  se non avesse forse sbagliato ospedale, scelto -a sentire il suocero- solo o soprattutto per difendere meglio la sua privacy, ti macera l’anima.

            In questo grandissimo dramma umano colpisce ancora di più la pochezza, a dir poco, dei politici, sindacalisti e quant’altri che non si sono fermati neppure davanti alla notizia della morte sulla strada delle critiche al Marchionne manager e imprenditore. E’ il caso, per esempio, dell’ex segretario generale della Cgil Sergio Cofferati, delle cui esperienze dopo la guida del maggiore sindacato italiano ho perso il conto. Egli ha detto al Manifesto che il salvatore della Fiat “aveva coraggio, ma con un modello sbagliato”.

          Rolli  2.jpg Già, il modello giusto per mantenere in vita le aziende e difendere i posti di lavoro era quello di Cofferati e dei suoi colleghi e compagni. Che hanno portato il sindacato e la sinistra sulla luna facendola diventare rossa, come ci ha scherzato sopra il vignettista Stefano Rolli, del Secolo XIX, pensando alla prossima, vicinissima eclissi: la più lunga del secolo, al minuscolo.

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