Quando i protagonisti della politica si rigenerano come sindaci

Claudio Scajola, se vincerà il ballottaggio del 24 giugno nella sua Imperia, tornando a indossare la fascia tricolore del sindaco conquistata la prima volta a 34 anni, ora che ne ha compiuti 70 a gennaio, si troverà in buona compagnia. Egli allungherà la lista, non molto folta in verità, dei big della politica rigenerati fisicamente, e qualche volta anche politicamente, dall’esperienza locale.

Il caso più famoso è quello di Ciriaco De Mita, che a 94 anni da poco compiuti ancora si diverte a fare il sindaco della sua Nusco, dove ha peraltro dovuto provare di recente la brutta avventura di una rapina notturna in casa, in compagnia della moglie.

Da Piazza del Gesù e da Palazzo Chigi, sommando per un po’ le due maggiori cariche di partito e di governo, risoltesi ai suoi danni come era già accaduto ad Amintore Fanfani, al Municipio del suo paesino di 4000 abitanti in provincia di Avellino. L’ex segretario della Dc non si è sentito minimamente penalizzato nel passaggio. Ha piuttosto ricaricato le batterie dopo le delusioni e le arrabbiature procurategli con la stessa supponenza da tre persone pur così diverse fra loro: Romano Prodi, Walter Veltroni e Matteo Renzi. Che sull’altare del rinnovamento, versione sofisticata della rottamazione, gli hanno praticamente sbattuto in faccia le porte del Pd. Che ora -avrà pensato in cuor suo il mio amico Ciriaco dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso- ne paga le meritate conseguenze. La modestia, si sa, non è mai stata una dote di De Mita, che la buonanima di Gianni Agnelli relegò una volta sarcasticamente fra gli intellettuali non certo attuali della Magna Grecia.

Il buon Clemente Mastella, cresciuto proprio alla scuola di De Mita prima di assurgere nella seconda Repubblica ai vertici dei Ministeri del Lavoro e della Giustizia, rispettivamente col centrodestra e col centrosinistra, è felicemente sindaco di Benevento. La sua Ceppaloni, peraltro vicina, può attenderlo, coi tremila abitanti che non sono forse mai aumentati per non superare la popolazione di Nusco. Scherzo, naturalmente.

Avvolto nella sua fascia tricolore, Mastella ha potuto godersi il flop di tutti gli assalti giudiziari subiti negli anni del governo, quando un procuratore campano al limite del pensionamento ne provocò le dimissioni da guardasigilli. Che a loro volta chiusero la carriera governativa di Prodi e interruppero la legislatura, nel 2008, al suo secondo anno di vita.

La fascia tricolore di sindaco di Palermo fece e rifece le fortune politiche di Leoluca Orlando, come quella di Catania ha consolato a lungo, sino a domenica scorsa, l’ex ministro dell’Interno Enzo Bianco.

Piero Fassino, pago di avere portato i Ds-ex Pci nel Pd undici anni fa, proseguì il suo lungo impegno politico facendo il sindaco della sua Torino. Dove avrebbe ben meritato la conferma se non avesse incrociato la piena grillina con la candidatura, l’elezione e le disavventure di Chiara Appendino.

Politicamente rigeneratrice fu a suo tempo anche l’esperienza di sindaco a Milano per Letizia Moratti, dopo le sue esperienze romane di presidente della Rai e di ministra della Pubblica Istruzione.

Un caso particolarissimo, diciamo pure anomalo, può essere considerato quello di Luigi de Magistris, che ha scaricato sul l’amministrazione e sulla popolazione della sua Napoli la fantasia, l’energia e quant’altro sperimentate, non so francamente in quali percentuali fra il bene e il male, nell’esercizio delle sue funzioni di magistrato.

Quello di Claudio Scajola a Imperia sarà invece, in caso di vittoria il 24 giugno, assai probabile dopo il 35 per cento dei voti raccolto nel primo turno e i quasi sette punti di vantaggio sul concorrente del centrodestra, un vero e proprio fenomeno riparatorio.

Passato praticamente indenne per una serie di vicende giudiziarie che lo avevano isolato politicamente anche nel suo schieramento di conclamato garantismo, quello di centrodestra, l’ex pluriministro ed ex presidente del Copasir, il comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti, ha dovuto mettere nel conto dei suoi avversari, candidandosi a sindaco di Imperia, persino o soprattutto Forza Italia: il partito di cui era stato a lungo coordinatore nazionale con un rapporto fiduciario col presidente fondatore Silvio Berlusconi. Che è rimasto inchiodato, diciamo così, a un veto politico -non saprei francamente come chiamarlo diversamente- del governatore forzista della Liguria Giovanni Toti.

A quest’ultimo Scajola non perdona, come si evince dall’intervista rilasciata a Paola Sacchi per Il Dubbio, la definizione di “malattia” riservatagli nel momento della valutazione della sua candidatura a sindaco. E neppure la decisione di usare contro di lui un altro Scajola: il nipote.

Non so, francamente, se sia vero il godimento segreto attribuito a Berlusconi da Ugo Magri, sulla Stampa, per la rivincita che l’ex ministro si è presa su Toti col risultato del primo turno elettorale. Ma lo stesso Scajola ha rivelato di avere ricevuto una telefonata soddisfatta del presidente di Mediaset Fedele Confalonieri. Che ha dovuto evidentemente intervenire ancora una volta a sanare, ma alla rovescia, il famoso conflitto d’interessi che vecchi e nuovi avversari contestano al Cavaliere: un conflitto, questa volta, fra i suoi sentimenti personali -credo- e il ruolo di presidente del partito. Come altre volte il conflitto fra gli interessi imprenditoriali di Berlusconi e il ruolo di opposizione al governo, quando gli capita. E gli sta ormai capitando spesso.

 

 

Pubbicato su Il Dubbio

Lo schiaffo elettorale di Scajola a Toti e…Berlusconi nella sua Imperia

            I cittadini di Imperia si chiamano imperiesi. Tutti eccetto uno, che molto probabilmente sarà eletto sindaco domenica 24 giugno nel ballottaggio il cui semplice annuncio ha segnato la sua rivincita imperiale sull’ostracismo dichiaratogli e praticatogli dal giovane governatore della regione Liguria e suo ex collega di partito Giovanni Toti. Ma un po’ pure da Silvio Berlusconi.

          Quell’aggettivo imperiale l’ex ministro, ex coordinatore nazionale di Forza Italia, ex pluriministro, ex presidente del Copasir, il potente comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti, ex democristiano Claudio Scajola, 70 anni compiuti a gennaio, se l’è proprio guadagnato mettendocela tutta come in verde età: quando fu, sempre a Imperia, il più giovane sindaco d’Italia, nonostante avesse già 34 anni, c’è da precisare. Erano altri tempi. I politici si improvvisavano di meno, a tutti i livelli. Sotto i trent’anni non c’era trippa per gatti, dicono a Roma.

         Colosseo.jpg Questa volta Scajola è tornato alla ribalta non certo a sua insaputa, come lui stesso dichiarò di essersi scoperto proprietario di un appartamento con vista sul Colosseo pagato in parte da un imprenditore amico che aveva avuto rapporti con un suo dicastero: una vicenda che gli procurò un dileggio superiore a quello rimediato quando da ministro dell’Interno aveva liquidato in una conversazione privata finita sui giornali come un rompiscatole, o qualcosa del genere, il giuslavorista Marco Biagi. Che, rimasto senza scorta per quanto minacciato, e datosi inutilmente da fare per riaverla, venne assassinato sotto casa a Bologna dai terroristi rossi il 19 marzo 2002.

           Da queste vicende e da altre incresciose capitategli fra mani, piedi e cuore, sino a procurargli un arresto, Scajola è uscito giudiziariamente indenne, o quasi. Prevengo, per carità, una prescrizione che sicuramente il solito Marco Travaglio gli rinfaccerà alla prima occasione. Ma questo non gli è bastato,  pur in un partito come quello di Silvio Berlusconi, che si sente e si proclama il più garantista non d’Italia ma del mondo, più ancora di quello che fu di Marco Pannella e ora non si sa più bene di chi, essendoci toccata in vita anche la diaspora radicale; tutto questo, dicevo, non è bastato  a Claudio Scajola per candidarsi a sindaco della sua Imperia con le insegne forziste. Il più giovane e potente Giovanni Toti glielo ha negato e impedito, arruolando per giunta fra gli avversari uno Scajola nipote, a sostegno della candidatura azzurra di centrodestra di Luca Lanteri. Che Scajola senior domenica scorsa ha distanziato di 1.300 voti e rotti, pari a 6  punti e mezzo percentuali: 35,2 contro 28,6.

            Non basterebbe neppure tutto il 6 per cento raccolto dai grillini a fare recuperare al geometra Lanteri lo svantaggio, se Toti avesse la voglia e riuscisse a convincere i pentastellati, magari con l’aiuto dell’amico Matteo Salvini, alleato contemporaneamente suo e delle 5 Stelle addirittura a Palazzo Chigi, a votare nel ballottaggio imperiese il candidato forzista.

          E’ più probabile, per ragioni diciamo così di territorio, cioè locali, che aiuti a Scajola e ai suoi 7.397 elettori per vincere il ballottaggio del 24 giugno giungano dai 4970 cittadini, pari al 23,7 per cento, che hanno votato nel primo turno il candidato del centrosinistra Guido Abbo, rimasto appiedato.

         Pago del successo comunque già ottenuto, Scajola senior ha profittato della prima intervista capitatagli al telefono per lanciare un appello all’amico Berlusconi. “Ascoltami”, gli ha gridato invitandolo a cambiare linea, e penso anche uomini, e donne, per rimettere davvero in carreggiata il suo partito, ormai fagocitato dai leghisti alla Salvini.

          Ugo Magri sulla Stampa ha scritto che “Berlusconi non può dirlo in pubblico, ma gongola per il 35 per cento del suo vecchio amico Scajola”, che purtroppo non ha voluto, saputo, potuto difendere dall’ostracismo di Toti. Non so Berlusconi, a dire il vero, ma sicuramente avrà gongolato il comune amico -e che amico- Fedele Confalonieri. Dal quale lo stesso Scajola ha raccontato a Repubblica di avere ricevuto una telefonata lunedì. Fedele di none e di fatto, direi, il presidente di Mediaset. Come con pochi altri.

 

La debacle grillina e la delusione leghista nella città civetta di Brindisi

             Fra i 760 e rotti Comuni in cui si è votato per il rinnovo delle relative amministrazioni, quello di Brindisi si presta più di molti altri a riflessioni sugli effetti dello scenario politico nazionale dopo la formazione del governo gialloverde di Giuseppe Conte.

            Nella popolosa città pugliese, dove sono scesi a fare campagna elettorale entrambi i vice presidenti del Consiglio, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, riempiendo le piazze nella speranza di riempire anche le urne, il centrodestra ha voluto o potuto sperimentare l’esperienza della rottura. Esso si è presentato diviso tra leghisti e fratelli d’Italia da una parte e Forza Italia dall’altra, anche se supportati tutti da liste civiche.

            Ciò ha permesso, fra l’altro, alla Lega e al movimento delle 5 stelle, di misurarsi fronteggiandosi da sole, o quasi, visto che il partito di  Salvini -ripeto- è rimasto alleato a livello locale con la destra di Giorgia Meloni.

            La separazione non ha consentito a Forza Italia e liste annesse, fra le quali quella della potente famiglia Antonino, di vincere la partita al primo turno col candidato sindaco Roberto Cavaliere, fermatosi al 34.7 per cento dei voti. Egli avrebbe probabilmente superato il 50 per cento e conquistato il Comune con buona parte del 18,4 per cento raccolto dal candidato destroleghista Massimo Ciullo. Si vedrà cosa potrà accadere fra 15 giorni al ballottaggio, che avverrà fra il forzista Cavaliere e il candidato del centrosinistra Riccardo Rossi, fermatosi al primo turno al  23,4 per cento.

            Più interessante e significativa è tuttavia l’analisi dei risultati delle singole forze politiche.

            Forza Italia, pur essendo arrivata al ballottaggio, ha raccolto un modesto 7,4 per cento dei voti: soltanto un punto in più dei Fratelli d’Italia e due della Lega, fermatasi al 5,3, in controtendenza quindi rispetto al sorpasso compiuto dal partito di Salvini su quello di Silvio Berlusconi nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Da solo, insomma, Salvini ha dimostrato di non poter replicare il successo conseguito all’interno di una coalizione vasta di centrodestra, comprensiva dei forzisti.

           Schermata 2018-06-12 alle 06.15.32.jpg I grillini, dal canto loro, col 17,7 per cento hanno raccolto tre punti e mezzo in meno del loro candidato a sindaco Gianluca Serra. Ma soprattutto, pur rimanendo il primo partito di Brindisi, sono letteralmente precipitati dal 43,5 per cento dei voti raccolti nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Il crollo è quantitativamente simile a quello avuto dalle 5 Stelle a Ragusa, in Sicilia. Non si può proprio dire che l’alleanza di governo con i leghisti abbia quindi portato fortuna ai pentastellati.

            Il Pd, infine, è ulteriormente sceso dall’11,2  del 4 marzo al 9,6, pur essendo rimasto in competizione col centrosinistra nel ballottaggio comunale del 24 giugno. In compenso è andato meglio altrove, tanto da permettere all’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni un messaggino ironico sulla “notizia fortemente esagerata della morte” del suo partito tre mesi fa.

           

Salvini “smaltisce” la pratica degli sbarchi con una svolta clamorosa

            Poco importa, a questo punto, se lo abbia fatto per un calcolo elettorale finalizzato al voto amministrativo in corso mentre annunciava le sue decisioni o per voltare davvero, e definitivamente, pagina nella gestione del fenomeno migratorio, ma Matteo Salvini ha dato uno scossone politico nella palude europea sbarrando i porti italiani alla nave Acquarius. Che con bandiera di Gibilterra cercava di sbarcare a Messina 629 profughi soccorsi, come al solito, in acque libiche. E che il governo di Malta si è rifiutato di accogliere, per quanto i suoi porti fossero i più vicini e sicuri alla nave bloccata dallo stop italiano e infine dirottata  verso Valencia per la disponibilità all’accoglienza offerta, su pressioni della Commissione europea di Bruxelles, dal nuovo governo spagnolo guidato dal socialista Sanchez. 

            La svolta impressa da Salvini nella doppia veste di vice presidente del Consiglio e di ministro dell’Interno, e nelle solite maniche di camicia rivoltate quasi per sottolineare il piglio con cui intende muoversi nell’azione di governo, è stata possibile per la sponda offertagli dai grillini. Ciò è avvenuto con l’allineamento del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, da cui dipende l’agibilità dei porti nazionali, e poi con l’intervento del presidente del Consiglio in persona. Che si è mosso contemporaneamente verso Malta, scrivendo al suo omologo, e verso gli organismi europei con una dichiarazione di protesta che più esplicita non poteva essere contro la linea così penalizzante per l’Italia adottata sino ad ora nella gestione del fenomeno migratorio. Lo ha di recente riconosciuto, d’altronde, persino la cancelliera tedesca.

            Anche il predecessore di Salvini al Viminale, il piddino Marco Minniti, aveva tentato se non di chiudere, almeno di limitare fortemente l’agibilità dei porti italiani, ma si era scontrato, subendo perdite, col suo amico e compagno di partito Graziano Delrio, allora ministro delle Infrastrutture. La musica è dunque cambiata in quel dicastero con l’arrivo dei grillini, per quanti malumori esistano in materia all’interno del movimento delle 5 Stelle, riferibili al presidente della Camera Roberto Fico. Ed  esplosi in pubblico con la rivolta del sindaco pentastellato di Livorno, Filippo Nogarin, contro il  blocco del porto toscano, rimasto tuttavia chiuso.

            La svolta che Salvini è riuscito a imporre a livello di governo sul tema scottante dell’immigrazione gli ha procurato gli elogi e gli incoraggiamenti di Forza Italia e della destra di Giorgia Meloni. Che, pur non avendo rotto l’alleanza con la Lega nelle amministrazioni locali, confermata con pochissime eccezioni  nel turno elettorale di questa primavera, si sono collocate o, peggio ancora, sono state respinte all’opposizione del governo gialloverde: l’una  votando contro la fiducia in Parlamento e l’altra astenendosi.

            In una lettera inviata al Corriere della Sera per annunciare il rinnovamento delle strutture e dello stesso personale politico del suo partito Silvio Berlusconi è tornato a definire “governo contro natura” quello realizzato da Salvini con i grillini, o viceversa, scommettendo quindi sulla sua caduta. Ma nel tempo stesso liquidando come “una diversità di linguaggio con gli elettori” quella esistente tra Forza Italia e la Lega. Che intanto anche nel turno elettorale amministrativo in corso, essendo in programma i ballottaggi a fine mesi nei Comuni dove non si è riusciti a eleggere in prima battuta i sindaci, ha ulteriormente aumentato i vantaggi acquisiti sul partito berlusconiano nel rinnovo delle Camere, più di tre mesi fa.

            La visione ottimistica di Berlusconi sulla capacità di ripresa del centrodestra col suo impegno personale, tradotto nella formula dell’”io sono in campo e ci resterò”, affiancato da un vice presidente, da un comitato esecutivo, da un coordinatore nazionale e da una Consulta composta dalle “personalità migliori del Paese, anche  non iscritte” a Forza Italia, non convince sul Corriere della Sera l’editorialista Angelo Panebianco. Il quale ha scritto che “centrodestra e centrosinistra sono finiti per sempre, Pd e Forza Italia pure”, entrambi bisognosi quanto meno di “nuove leadership”.

               

Il governo Conte fra gli auguri e gli scongiuri di Monti e di Scalfari

            Proprio nel giorno di un turno elettorale amministrativo in cui, da Brescia a Catania, i due partiti al governo sperano di vedere confermata la tendenza che li ha portati a Palazzo Chigi con due vice di un presidente del Consiglio dichiaratamente esecutore del loro “contratto”, Mario Monti sul Corriere della Sera ha chiesto a grillini e leghisti di “cambiare in parte se stessi, dismettendo un abito mentale che li ha aiutati a conquistare voti ma che si ritorcerebbe contro di loro”, adesso che detengono il potere. Si ritorcerebbe a tal punto da condannarli -ha ammonito Monti ripetendosi rispetto al discorso pronunciato qualche giorno fa al Senato sulla fiducia- all’esperienza “coloniale” della troika europea. Monti.jpgSarebbe un triste epilogo per il pur “promettente esperimento nato in questi giorni”, ha scritto ancora l’ex presidente del Consiglio, ancora orgoglioso di avere risparmiato all’Italia una simile prova subentrando a Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi nell’autunno del 2011. E magari ringraziandolo in privato della controfirma che il Cavaliere aveva voluto apporre, pur non essendo tenuto, al generoso laticlavio concesso dal capo dello Stato all’ancora nominando presidente del Consiglio.

            Sarà ben difficile, obiettivamente, che grillini e leghisti rinuncino alle loro abitudini e nature, che li fanno un po’ come lo scorpione con la rana prestatasi ingenuamente a trasportarlo da una riva all’altra del fiume.

            Non meno preoccupato, e comunque privo di alcuna concessione ai soliti ossimori degli auspici dettati dalla buona educazione, è il commento politico dedicato al governo sulla sua Repubblica da Eugenio Scalfari. Il quale ne denuncia il carattere “razzista”, oltre che populista, e ne teme la pur “fantasmagorica” durata di quattro anni, che consentirebbe a grillini e leghisti, uniti dal potere nonostante le loro contraddizioni, di eleggersi nel 2022 il nuovo presidente della Repubblica, alla scadenza ordinaria del mandato di Sergio Mattarella. Essi avrebbero l’occasione di scegliersi un successore più “malleabile”, visti i grattacapi che Mattarella  ha loro procurato in uno dei passaggi conclusivi della lunga crisi di governo negando la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia per sospetto abuso di euroscetticismo, ma poi nominandolo curiosamente a ministro proprio per gli affari europei.

            Scalfari, in verità, che pure da vecchio elettore dichiaratamente di sinistra aveva scambiato i grillini per la nuova sinistra, teme ancora di più. In particolare, egli ha paura che la maggioranza gialloverde trovi il tempo e il modo di trasformarsi in “regime” approvando una riforma della Costituzione che renda anche inutile la ricerca di un presidente della Repubblica più malleabile: gli sarebbero cautelativamente e stabilmente ridotte prerogative e quant’altro.

            I numeri parlamentari per una simile riforma, peraltro in controtendenza rispetto a un presidenzialismo supportato dall’elezione diretta, che è preferito dal pubblico quando lo si sonda, la maggioranza pentastellata non ce l’ha.  Al massimo essa potrebbe produrre una riforma a rischio di bocciatura nel referendum cosiddetto confermativo, per evitare il quale occorrerebbe disporre alla Camera e al Senato dei due terzi dei voti dei loro componenti.

           Rolli.jpg Verrebbe quindi voglia di augurare a Scalfari sogni e visioni più tranquille, almeno per i suoi gusti. E di prepararsi solo allo spettacolo, appena prenotato in Canada dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante il vertice del G7. Dove l’alleato “privilegiato” Donald Trump, tra il soddisfatto e l’incuriosito, ha dato appuntamento alla Casa Bianca al nuovo titolare di Palazzo Chigi scatenando, fra l’altro, la perversa fantasia del vignettista Stefano Rolli. Che sul Secolo XIX ha destinato l’ospite italiano alla sostituzione dell’inserviente di colore del presidente statunitense.

Il felice scompiglio creato dal nuovo governo nei giornali italiani

            Mentre il presidente del Consiglio arriva in Canada riuscendo felicemente a conciliare il suo rapporto privilegiato con Trump e le aperture a Putin grazie alle aperture dello stesso Trump al medesimo Putin, e in Italia il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio declassa a “opinioni personali” quelle del suo “garante” e non so cos’altro Beppe Grillo sulla sorte dell’Ilva di Taranto, da non confondere con la quasi omonima Iva di cui lo stesso Di Maio si è occupato con i commercianti sostituendosi al ministro dell’Economia, è quanto meno divertente lo scompiglio che il nuovo governo sta creando anche nei giornali. Dove, per esempio, Marco Travaglio deve difendere in qualche modo il pur “cazzaro verde” Matteo Salvini dagli attacchi furibondi di Repubblica e dintorni, e Alessandro Sallusti deve affrontare un lettore-elettore dichiarato di Forza Italia che contesta l’opposizione di Silvio Berlusconi alla squadra ministeriale gialloverde, preferendo evidentemente l’astensione dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

            Pure Maurizio Belpietro sulla traduzione italiana della Pravda, cioè la Verità, che dirige col solito cipiglio, è costretto a fronteggiare lettori poco convinti dell’atteggiamento da lui assunto nei riguardi del governo spiegando loro che non può esimersi dal riconoscere “il buon senso” cui sono ispirati i propositi enunciati sino ad ora sia da Salvini sia da Di Maio.

            Ma un capitolo a parte merita, vero o artificioso che sia, il confronto o scontro consumatosi sulla prima pagina del Foglio, sotto il titolo rosso e canzonatorio de La Voce del Padrone, fra l’editore e il direttore del quotidiano fondato a suo tempo da Giuliano Ferrara grazie alla generosità del suo amico Silvio Berlusconi. Di cui era stato  ministro dei rapporti col Parlamento  all’esordio dell’avventura politica.

            Il professore Valter Mainetti, presidente di Sorgente Group e proprietario della testata fogliante, subentrato agli originali, ha chiesto e sostenuto comprensione, se non proprio appoggio al nuovo governo, che avrebbe buone carte per cambiare finalmente in meglio questo paese ridotto agli estremi anche da un “sottobosco burocratico” cui non hanno saputo o voluto resistere i predecessori. Il direttore Claudio Cerasa, firmandosi con la solita ciliegina, ha commentato l’intervento dell’editore rivendicando tutta intera “la nostra identità corsara, liberale, eccentrica”, che spinge Il Foglio a guidare sul piano culturale, prima ancora che politico, l’opposizione al governo Conte.

            In un empito encomiabile di sincerità Cerasa ha definito “facile e conformistico” l’argomento di solito usato dai direttori dei giornali per rivendicare la loro autonomia da qualsiasi potere, anche  dell’editore: quello di non avere altri padroni che i lettori.

            In realtà, senza nulla togliere ai meriti professionali degli amici che confezionano ogni giorno Il Foglio, di lettori essi ne hanno troppo pochi perché li possano rendere liberi davvero. Per cui rimangono nella curiosa posizione annunciata dallo stesso Cerasa di “ribelli disciplinati”. Che è l’ennesimo ossimoro della politica, del giornalismo e della cultura italiane.

 

 

Ripreso da La Gazzetta di Arnese 

 

 

Il cambio di governo a Madrid non cambia la questione catalana

Il caso ha voluto che le notizie da Madrid sulla caduta del conservatore Mariano Rajoy, dopo sette anni di guida del governo, e sul ritorno dei socialisti al palazzo della Moncloa con Pedro Sanchez siano arrivate mentre finivo di leggere le “Lettere da Barcellona” di Bobo Craxi, fresche di stampa per le Biblion Edizioni. E molto critiche con Rajoy per la gestione “giudiziaria” della questione catalana. Alla quale il mio amico Bobo era già sensibile di suo, ma si è ancora di più interessato da quando ha accompagnato il figlio Benedetto per quella che ha chiamato “la sua avventura universitaria” a Barcellona. Che Bobo, amandola ancora di più dopo la strage terroristica dell’estate scorsa, vede e desidera più come “la Capitale dell’Europa del Sud” che la Capitale di una Catalogna irrealisticamente indipendente, pur in un’Europa che è sembrata saper risvegliare anche certi vecchi vulcani.

Tanto si è appassionato Bobo alla questione catalana da essersi guadagnato nel bel mezzo della crisi l’invito a cena di un  “mite e ragionevole”  Carles Puigdemont, il leader catalano destinato poi a rifugiarsi all’estero: prima in Belgio e poi in Germania, dove sta tuttavia rischiando di nuovo l’arresto e l’estradizione. E’ nelle carceri spagnole che Rajoy lo avrebbe voluto vedere per ribellione, sedizione e appropriazione indebita, non essendogli bastato il commissariamento della Generalitat catalana dopo il referendum del 1° ottobre dell’anno scorso sull’indipendenza della Catalogna, fronteggiato dal governo spagnolo con la faccia feroce. Un commissariamento peraltro finito subito dopo la caduta di Raioy, sia pure non per suo effetto, essendo stato travolto l’ormai ex premier da una corruzione capillare del suo partito certificata dai giudici dell’Audiencia Nacional.

A Puigdemont, nel corso del lungo e a tratti anche drammatico braccio di ferro con il governo spagnolo, Bobo Craxi ha cercato di dare una mano anche promuovendo e ottenendo in Italia un appello comune con Romano Prodi, già presidente della Commissione Europea, e con Piero Fassino, responsabile della politica estera del Pd, contro “le forzature parlamentari” e “le misure giudiziali e di polizia conseguentemente adottate”, perché né le une né le altre sono “adatte per risolvere una controversia di natura politica”.

Bobo Craxi avrebbe voluto associare anche altri al documento. Ha cercato inutilmente una sponda in Vaticano. Sospetto che abbia provato anche con Silvio Berlusconi, in qualche modo inchiodato però al rapporto di solidarietà politica col partito popolare dell’allora premier spagnolo.

Attrezzato a quell’appello anche per il ruolo di sottosegretario agli Esteri avuto nel secondo governo Prodi, con Massimo D’Alema alla Farnesina, Bobo Craxi non si  è mai fatto comunque illusioni sulla volontà o capacità di ascolto di Raioy. Del quale egli ha scritto alla vigilia dello scorso Natale, scrivendo per l’Haffington Post, che “è un pragmatico cattolico, ma ha l’indole di Maria Antonietta”, convinto da tempo che “il caso catalano si sarebbe “sgonfiato come un soufflé”. Una convinzione -riconosce in un’altra occasione Bobo Craxi- maturata in Rajoy con quella di avere “dalla sua la stragrande maggioranza degli spagnoli che non intendono cedere dinnanzi ad una rottura costituzionale così clamorosa” come l’indipendenza della Catalonia. Ciò lo ha indotto a “un calcolo cinico e non vantaggioso”: cinico per “l’utile elettorale” che poteva derivargli a livello nazionale dalla sconfitta degli indipendentisti catalani, e non vantaggioso perché ha prodotto, fra l’altro, il rafforzamento di un partito minoritario come Ciudadanos “in un punto di riferimento essenziale per una nuova visione della Spagna”.

Ora che Rajoy è uscito di scena, sostituito dal socialista Sanchez, si potrebbe pensare alla possibilità di una svolta politica anche nella gestione della questione catalana. Ma Bobo Craxi, che da socialista conosce bene quelli spagnoli, era prudente prima della caduta di Rajoy sulla loro capacità di cambiare davvero registro, e credo che non abbia nel frattempo cambiato idea. “I socialisti -osserva interloquendo con l’amico Nicola Padovan che se ne dichiara deluso- hanno la base del Sud che mi pare poco incline a concessioni pro-catalane”, anche se il partito “si muove in una direzione più dialogante”.

La questione sembra quindi destinata a rimanere di difficile soluzione. Ma una via d’uscita ragionevole, senza procurare alla Spagna e, più in generale, all’Europa già attraversata da tante crisi danni maggiori di quanti non ne abbiano subiti, si dovrà pur trovare. E all’insegna di un realismo ispirato a Bobo Craxi dall’adagio di un vecchio scrittore catalano, Narcis Oller, cui è intestata una piazza di Gracìa, dove egli ha accompagnato il figliolo a sistemarsi per seguire gli studi. “Dicano quello che vogliono i moralisti, l’ipocrisia -scriveva Oller, morto a Barcellona nel 1930 a 84 anni- è una virtù pubblica, necessaria alla pace e a perpetuare la specie umana. Senza quella non spenderemo tutto all’armeria?”.

“Una via di uscita amichevole e ipocrita potrebbe scongiurare quello che ormai viene definito il choque dei due treni che stanno correndo sullo stesso binario, ma da direzioni opposte: quello del governo spagnolo a difesa della sovranità e della corona, quello della Generalitat catalana, che vuole arrivare sino in fondo e ottenere  un’agognata indipendencia”, scriveva Bobo Craxi sul Dubbio l’anno scorso di questi tempi, prima del referendum del 1° ottobre e delle complicazioni che ne sarebbero derivate.

Strano destino quello del mio amico Bobo. A 28 anni, segretario cittadino del Psi a Milano e consigliere comunale a Palazzo Marino, gli toccò di assistere alla crisi della cosiddetta prima Repubblica italiana, che ebbe come principale vittima, e capro espiatorio, papà Bettino. A 53 anni, da padre di uno studente universitario a Barcellona, partecipa al dramma di un altro paese di questa Europa tormentata. In mezzo a questi traumi europei egli ha vissuto anche le cosiddette primavere arabe, arrivate sino alla Tunisia tanto cara alla sua famiglia e diventate -strada facendo- degli autentici inferni.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Consigli e soccorsi a Salvini dai vecchi alleati nei rapporti con i grillini

            Il Giornale della famiglia di Silvio Berlusconi -accusato personalmente  durante la lunga crisi di governo dai grillini, attraverso dichiarazioni di Luigi Di Maio e titoloni del Fatto Quotidiano, di avere chissà quale arsenale di notizie e persino di atti notarili da usare contro l’alleato Matteo Salvini, se avesse insistito sulla strada dell’intesa con loro- ha offerto improvvisamente al segretario della Lega lodi, consigli e soccorsi.  

            A offrirglieli è stato, in particolare, il sociologo Francesco Alberoni con un editoriale nel quale si accredita la possibilità che la Lega, dopo avere superato Forza Italia nel campo del centrodestra, riesca prima o poi a sorpassare anche il movimento delle 5 stelle diventando il primo partito italiano. E’ ciò che, in verità, cominciano a temere anche molti grillini, che avrebbero preferito non a caso un’alleanza di governo col malmesso Pd. Ma è ciò che ha mostrato di temere, nel suo discorso di esordio al Senato da oppositore anche l’ex segretario del Pd Matteo Renzi esorcizzando lo scenario di un “nuovo bipolarismo” costituito da Salvini a destra e da Di Maio, o chi per lui domani, a sinistra.

            Ebbene, “c’è da aspettarsi -ha scritto Alberoni- che tanto i 5 stelle quanto il Pd scatenino contro la Lega e contro Salvini  e (indirettamente) contro il centrodestra una di quelle offensive di diffamazione devastanti che sono la specialità della sinistra e dei suoi intellettuali. Essi, per sconfiggere un nemico, prima lo denigrano e poi lo accusano di ogni ignominia, lo infangano. E’ così -ha ancora scritto Alberoni- che hanno fatto con Berlusconi”, processato con rito sommario ben prima di arrivare nelle aule di giustizia e di uscirne davvero condannato, ma anche assolto qualche volta, e non solo “prescritto”, come gli rinfaccia sempre Marco Travaglio tra un “delinquente” e l’altro che gli propina sfogliando il suo archivio giudiziario.

            Ha fatto in qualche modo eco ad Alberoni e al Giornale sulla sua Verità Maurizio Belpietro con un editoriale il cui titolo parla da solo, e risparmia perciò anche la fatica di leggerlo: “Il nuovo sport nazionale? Caccia a Salvini. Ora è pure mafioso”. Una caccia, quella a Salvini, che l’interessato – direi- mostra peraltro di gradire, convinto evidentemente di poterci guadagnare sopra altri voti ancora cannibalizzando contemporaneamente vecchi e nuovi alleati. Diversamente non mi spiegherei l’impegno col quale il segretario leghista ne dice e ne fa una ogni ora, del giorno e della notte, per tenere stabilmente la scena.

            Pure dalle parti del Foglio fondato da Giuliano Ferrara e diretto da qualche tempo da Claudio Cerasa, l’uno alternando la firma con l’elefantino rosso e l’altro con una ciliegia, cominciano ad avvertire nei riguardi di Salvini un misto di preoccupazione, per il suo corso populista, e di interesse o compiacimento per un protagonismo che potrebbe creare ai grillini problemi ancora più seri e gravi che al vecchio “amor nostro” Berlusconi. Così il Cavaliere continua ad essere chiamato dai foglianti con falsa ironia, essendo davvero rimasto nelle loro simpatie, e sentimenti di gratitudine. C’è più del compiacimento che della preoccupazione, obiettivamente, in quel “guinzaglio della legislatura” che Ferrara e Cerasa hanno messo con un titolo di prima pagina nelle mani del vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

           

Giuseppe Conte ha collezionato voti di fiducia e gaffe, forse un pò troppe….

            La coperta che il vignettista Stefano Rolli ha messo addosso al nuovo presidente del Consiglio lasciandogli fuori i piedi e le spalle è troppo corta non solo per i conti economici del “contratto”, come grillini e leghisti preferiscono chiamare il programma del loro governo, ma anche per molto altro, viste le gaffe che Giuseppe Conte è riuscito ad accumulare nel passaggio parlamentare della fiducia nell’aula di Montecitorio.

           Sul volto e sulle mani del presidente della Camera, il grillino Roberto Fico, ho colto più volte segni di imbarazzo: come quando, per esempio, si è trattenuto dall’uso della campanella del richiamo all’ordine in occasione di uno degli assalti verbali dai banchi del Pd al presidente del Consiglio. Che, volendo solidarizzare con il capo dello Stato per gli attacchi rivoltigli durante la crisi dal pubblico webete delle cinque stelle, spintosi ad evocare la morte per mafia del fratello Piersanti, non era riuscito a ricordarne il nome. Che poi gli è stato gridato dal capogruppo piddino Graziano Delrio fra le urla e gli applausi dei compagni di partito.

            Imbarazzante deve essere stato per Fico anche il momento in cui, a microfono aperto, come si dice in gergo tecnico, il presidente del Consiglio ha chiesto al vice presidente grillino Luigi Di Maio, sedutogli accanto, se potesse dire o no all’assemblea una certa cosa ricevendone un cenno negativo. E consentendo poi ai piddini, in un altro passaggio della seduta, di contestargli scarsa autonomia e di chiedergli di non fare “il pupazzo”.

            Per fortuna accanto al presidente del Consiglio c’era stato in quel momento solo Di Maio, essendo l’altro vice, il leghista Salvini, assente per uno dei suoi tanti, spesso dirompenti impegni mediatici. Altrimenti quella richiesta di consiglio, se non vogliamo chiamarlo permesso, il capo del governo l’avrebbe fatta anche a lui. O gliel’avrebbe fatta in un altro passaggio.

            Ma la gaffe più sconcertante, considerandone la professione di docente universitario di diritto e di avvocato, Conte l’ha fatta parlando dei problemi della giustizia quando si è richiamato al principio costituzionale della “presunzione di colpevolezza”. Che è esattamente il rovescio del secondo comma, come si dice, dell’articolo 27 della Costituzione: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. La presunzione quindi cui ha diritto qualsiasi cittadino sotto indagine e processo è di non colpevolezza, se non la si vuole chiamare innocenza.

            Con questo poco consolante viatico si fa una certa fatica ad augurare, come pure è doveroso,  buon viaggio al presidente del Consiglio per gli appuntamenti che lo aspettano all’estero, ora che è nella pienezza delle funzioni assicuratagli dalla fiducia di entrambe le Camere. Spero che il suo esordio internazionale si riveli migliore di quello parlamentare, al netto dei risultati positivi delle votazioni svoltesi prima a Palazzo Madama e poi a Montecitorio.

Il Conte del Grillo alla prova dell’umiltà e determinazione promesse al Parlamento

            Giuseppe Conte ha promesso al Senato, chiedendone e ottenendone la fiducia come antipasto di quella in arrivo dalla Camera, “umiltà e determinazione”.

            L’umiltà, mista alla furbizia, il professore e avvocato Conte l’aveva già dimostrata nella cerimonia della campanella a Palazzo Chigi. Quando, rimasto solo davanti alle telecamere dopo il commiato del predecessore Paolo Gentiloni, aveva chiamato a sé i due vice presidenti del Consiglio, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine alfabetico e di voti presi nelle urne, per condividere la festa e ringraziarli di averlo concordemente scelto a rappresentare i loro partiti alla guida del governo.

             I due non se lo erano lasciato chiedere due volte, precipitandosi al suo fianco per dirgli “prego”, ma Salvini a sua volta trascinandosi poi, per la foto finale di gruppo, il nominando sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. Che da solo, anche per capacità di lavoro, competenza, astuzia e bonomia, che non guastano mai, vale più di due vice presidenti del Consiglio messi insieme, e di una decina di ministri, sempre insieme.

            La scenetta di Palazzo Chigi si è praticamente ripetuta nell’aula del Senato quando il presidente del Consiglio si è fatto affiancare al banco del governo dai dioscuri della maggioranza grigioverde, tenendolo uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, ed elogiandoli a viva voce per il sacrificio delle loro “legittime ambizioni”. Un sacrificio evidentemente compiuto con la decisione di indicarlo alla presidenza del Consiglio, per non dire imporlo, ad un capo dello Stato che aveva espresso “perplessità” dichiarate poi anche pubblicamente. E ciò ben sapendo -ha aggiunto Conte al Senato parlando sempre dei due suoi due vice e ben ricordando consigli e moniti rivoltigli proprio dal capo dello Stato nel conferirgli l’incarico, poi nel ritirarglielo e infine nel restituirglielo-  le forti prerogative del capo del governo contemplate dall’ormai famoso, anzi famosissimo articolo 95 della Costituzione.

            “Il presidente del Consiglio dei ministri -dice la Costituzione- dirige la politica generale del Governo  e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”.

            Con quale e quanta determinazione, se pari o inferiore a quella che si aspetta per primo il presidente della Repubblica, originariamente dubbioso -ripeto- della idoneità di una persona sprovvista di esperienza politica, Giuseppe Conte vorrà davvero e riuscirà ad applicare l’articolo 95, potremo vederlo e saperlo solo in futuro, breve o lungo che potrà rivelarsi. Il budino, si sa, va mangiato per conoscerne il sapore.

            Di certo né Di Maio né Salvini hanno aiutato Conte nei pochi giorni trascorsi dalla nomina e dall’insediamento a soddisfare le attese di Mattarella e via scendendo per li rami.

            Il grillino superministro dello sviluppo economico e del lavoro si è addirittura proposto come un nuovo Re Sole, che diceva: lo Stato sono io. Di Maio, in verità, parla al plurale, ma pensando sempre a una parte politica: la sua. Il cosiddetto populismo, di cui peraltro Conte si è sentito orgoglioso, è anch’esso di parte, riguardando per chi lo declama e lo pratica solo un certo tipo di popolo, mai tutto insieme.  

            Non parliamo poi di Salvini, che poco saggiamente, a mio modesto avviso, ha scartato il consiglio di mollare la segreteria della Lega datogli dal collega di partito ed ex governatore della Lombardia Roberto Maroni, che lo ha preceduto al Viminale e sperimentato che un ministro dell’Interno dev’essere per natura il più terzo possibile. Lo ha dimostrato egregiamente Marco Minniti con una gestione del fenomeno dell’immigrazione spesso spiaciuta più al proprio partito, il Pd, che all’opposizione grillina e a quella di centrodestra, da dove gli sono arrivati i pur parchi elogi e riconoscimenti  dello stesso Salvini. Che però non ha voluto raccoglierne le consegne succedendogli, né ha ritenuto di rispondere alla chiamata di auguri fattagli dal predecessore al momento della nomina.

           Questa sconcertante circostanza  è stata rivelata dallo stesso Minniti, nel salotto televisivo di Lilli Gruber, ad uno sbigottito Paolo Mieli, che ha rivolto a Salvini un pubblico invito a rimediare immediatamente ad un gesto così gratuito di villania politica.  Sarei curioso di conoscere il seguito.

            Temo che non sia solo di natura alimentare la bulimia del nuovo attivissimo ministro dell’Interno, vissuta forse con uguali intensità, imbarazzo e preoccupazione sia dai nuovi che dai vecchi e non ripudiati alleati. I nuovi sono naturalmente i grillini, dei vecchi basterà citare Silvio Berlusconi, omaggiato continuamente da Salvini di telefonate e visite che hanno fatto saltare la mosca al naso al vigilante Marco Travaglio con tanto di domande e di titoli sul Fatto Quotidiano.

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