Quando Di Pietro strapazzò Prodi in Procura e ne divenne poi ministro

Mi ha ricordato una ormai lontana vicenda giudiziaria  di Romano Prodi riferitami nel 1996 da Filippo Mancuso l’interrogatorio del 21 dicembre 2016 nella Procura di Napoli raccontato nei giorni scorsi da Filippo Vannoni, commercialista ed ex consigliere economico di Matteo Renzi, alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura. Dove pende un procedimento, per le indagini sulla Consip, a carico del pubblico ministero Henry John Voodcock e della collega Celestina Carcaro: “l’ultima battaglia” attorno al famoso magistrato partenopeo, l’ha definita in un titolo di prima pagina Il Fatto Quotidiano definendo “inedita” la procedura adottata dagli inquirenti del Palazzo dei Marescialli per mettere a confronto Vannoni col maggiore dei Carabinieri Gianpaolo Scafarto. Che fu presente a quel controverso interrogatorio, e forse anche estensore del relativo verbale, secondo i ricordi di Vannoni non confermati o decisamente negati dall’ufficiale, al pari di altre circostanze. Fra le quali il più grave è sicuramente il clima intimidatorio cui Vannoni ha attribuito la sua attribuzione della fuga di notizie sull’indagine Consip a Luca Lotti, all’epoca dei fatti sottosegretario e braccio destro di Renzi a Palazzo Chigi.

Ma veniamo a Prodi, un cui interrogatorio alla Procura di Milano nel 1993, quando era presidente dell’Iri, mi è tornato alla mente leggendo dell’affare Vannoni per quel che mi riferì tre anni dopo-ripeto- l’ex ministro della Giustizia Mancuso, sfiduciato al Senato nel 1995 con una inedita procedura, poi avallata dalla Corte Costituzionale, per avere osato mandare gli ispettori di via Arenula nel tribunale ambrosiano. Che era allora considerato un avamposto sacro della lotta alla corruzione per le indagini chiamate Mani pulite, così come la Procura di Palermo per la lotta alla mafia.

Ancora fresco di elezione a deputato nelle liste di Forza Italia, che lo aveva adottato come un eroe dopo la destituzione ministeriale per la quale si era speso personalmente persino l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, l’ex guardasigilli volle spiegarmi in un lungo colloquio le ragioni per le quali si sentiva “non so -mi disse- se più sorpreso o divertito” dalla nomina di Antonio Di Pietro a ministro dei Lavori Pubblici nel primo governo Prodi. Una nomina peraltro avvenuta su suggerimento -fu scritto allora- di una giovane nipote del presidente del Consiglio. Che trovò evidentemente formidabile l’idea della congiunta, nonostante egli avesse avuto con Di Pietro un’esperienza difficile, quando l’allora sostituto procuratore aveva voluto sentirlo nella caccia che conduceva a imprenditori e aziende che avevano finanziato illegalmente partiti, leader, leaderini e quant’altri.

Da quell’interrogatorio, di cui avevano in verità riferito anche alcuni cronisti giudiziari per avere sentito dietro la porta le urla inconfondibili del magistrato molisano, Prodi era uscito talmente impressionato da sfogarsene a Roma con Scalfaro, che lo consolò incoraggiandolo con la decisione di comunicare ufficialmente l’udienza appena accordatagli, e proprio con Mancuso. Di cui francamente non ricordo se allora fosse ancora procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, o fosse appena andato in pensione.

Mancuso mi raccontò di avere trovato Prodi colpito, se non addirittura spaventato, dall’”irruenza inquisitoria, oltre che grammaticale e sintattica” di Di Pietro, che aveva scambiato le pause di riflessione del professore e il suo modo pacato di rispondere alle domande e di ragionarvi sopra come reticenza o qualcosa del genere. E che, “stremato dall’impazienza”, aveva concluso l’interrogatorio chiedendo sbrigativamente a Prodi di fargli avere una memoria scritta, o qualcosa del genere, sulle cose che gli aveva chiesto a proposito dell’Iri e delle sue aziende.

Alla stesura di quella memoria scritta Prodi provvide con una certa, comprensibile apprensione che Mancuso contribuì a fargli superare consigliandolo al meglio. Prodi ne uscì indenne.

Del racconto di quell’uomo formidabile che era Mancuso per cultura, esperienza, arguzia e simpatia mi avvalsi poi più volte in articoli, sul Giornale e sul Tempo, conservandone intatta la fiducia, e non incorrendo in alcuna smentita o precisazione. Che è la ragione per la quale sono tornato ora a scriverne sull’onda delle impressioni ricavate leggendo della vicenda Vannoni.

Gli interrogatori, o deposizioni, sono spesso esperienze illuminanti. Ne sa qualcosa anche un magistrato, un giurista e un politico come l’ex presidente della Camera Luciano Violante. Che, ascoltato una volta a Palermo dagli inquirenti per la presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi, da lui peraltro vissuta da presidente della commissione bicamerale antimafia, rimase colpito dalla immediatezza e un po’ anche dalla parzialità con le quali ritrovò sulle agenzie di stampa le notizie sulla sua deposizione.

Fu anche quella sua esperienza personale, credo, a suggerire a Violante il sarcastico e formidabile auspicio, che molti suoi ex colleghi di toga non gli hanno mai perdonato, di vedere finalmente “separate le carriere dei giornalisti e dei magistrati”, specie dell’accusa. Forse basterebbe ed avanzerebbe questa separazione, secondo Violante,  a rendere superflua quella più difficile, sul piano legislativo e costituzionale, fra le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

La promozione giolittiana di Salvini sfuggita al distratto Saviano

            C’è solo l’imbarazzo della scelta su chi ha sbagliato di più nello scontro consumatosi fra il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini e lo scrittore Roberto Saviano, in ordine rigorosamente alfabetico dei loro cognomi. Uno scontro che ha consentito peraltro al leader leghista di occupare ancora una volta le prime pagine dei giornali sovrastando l’esposizione del governo e degli alleati grillini, che sembrano persino rassegnati a questo sorpasso, di natura ormai anche elettorale stando ai sondaggi.

            Salvini ha sicuramente sbagliato a minacciare di fatto, visto il ruolo che svolge tra Palazzo Chigi e Viminale, il ritiro o la riduzione delle misure di protezione in atto per Saviano. Che, minacciato dalla camorra, gira ormai scortato più di qualche magistrato che ne occupa.

            Ma pure Saviano ha sbagliato nel dare a Salvini del ministro della malavita anche per via della sua elezione a senatore in terra calabrese, in questa fase decisamente nuova del fenomeno leghista. Che nacque al Nord tra le nebbie padane e le insofferenze, a dir poco, per il Meridione e i suoi abitanti, affidati alla “forza” dell’Etna nelle scritte sui cavalcavia delle autostrade settentrionali apposte di notte da militanti e simpatizzanti del movimento allora guidato da Umberto Bossi.

            Ma “ministro della malavita” nella storia politica dell’Italia, anche se Saviano ha incredibilmente mostrato di non saperlo, o di averlo dimenticato nella furia della polemica, non è un insulto. Salvini potrebbe prenderlo addirittura per un augurio, essendoselo meritato nel lontano 1910 e anni successivi da Gaetano Salvemini l’allora potentissimo Giovanni Giolitti. Che fu 5 volte presidente del Consiglio e 6 volte ministro dell’Interno, contrassegnando talmente una lunga epoca dell’Italia da darle il suo nome. Non piacevano a Salvemini i candidati del piemontese Giolitti nei collegi elettorali del sud, dove venivano eletti, secondo lui,  più per l’appoggio del capo del governo che per i loro meriti. 

Della “età giolittiana” sono pieni i libri della storia italiana. E in senso non negativo ma positivo, pur avendo Giolitti avuto le sue disavventure con lo scandalo della Banca Romana. Che lo allontanò dalla politica per sette anni, richiamatovi poi per la forza della sua personalità e per il prestigio che evidentemente non aveva perduto da leader liberale.

            Se fossi in Salvini, dopo questa autorete di Saviano, non gli manderei un “bacione” per sfotterlo, come ha fatto il segretario della Lega replicando il suo modo di chiudere una polemica, ma glielo manderei davvero per gratitudine. Anzi, glielo darei alla prima occasione utile, anche a costo di essere maleducatamente respinto.

Si infittisce il mistero dei rapporti fra Luca Lanzalone e il Campidoglio

            Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro stanno tirando da giorni sospiri di sollievo nelle loro postazioni di governo almeno sull’affare Luca Lanzarone, dopo essere passati per parecchi giorni come i tre esponenti grillini che, occupandosi delle difficoltà di un’ancora esordiente sindaca di Roma Virginia Raggi, importarono in Campidoglio l’avvocato genovese. Che è finito agli arresti domiciliari soprattutto per i suoi rapporti col costruttore romano Luca Parnasi, imprigionato a Milano e poi tradotto a Regina Coeli per presunta associazione a delinquere e corruzione.

            Dopo avere dato l’impressione, forse a torto, per carità, di averlo dovuto in qualche modo subire, la sindaca Raggi, peraltro sentita già due volte in Procura come persona informata dai fatti, si è assunta la responsabilità di avere scelto Lanzalone come consulente o qualcosa di simile, sia pure senza contratto. Quello da lui proposto alla prima cittadina della Capitale, per quanto senza compenso, bastando e avanzando per sua stessa ammissione il prestigio che poteva derivargli, non fu a suo tempo approvato dall’Avvocatura capitolina.

            Ma sulla natura dei rapporti fra la sindaca e il suo consulente, prima e dopo il suo arrivo al Consiglio di amministrazione dell’Acea per assumere la presidenza della maggiore delle aziende municipalizzate di Roma, gli inquirenti non si sono ancora fatte idee ben precise. E non passa giorno senza che ricevano, forse senza neppure cercarle, notizie nuove che rischiano non di risolvere ma di aumentare i loro dubbi.

            Messaggero.jpgPotrebbe essere il caso dell’intervista rilasciata al Messaggero dall’imprenditore veneto Massimo Colomban, segnalato dai vertici grillini alla sindaca Raggi pochi mesi dopo la sua elezione e da questa nominato assessore alle aziende partecipate, ma dimessosi dopo quasi un anno proprio dopo l’approdo a Roma di Lanzarone. Che vi arrivò, secondo i ricordi di Colomban, per occuparsi non del progetto dello stadio romanista a Tor di Valle, poi finito fra le sue materie, ma dell’azienda comunale dei trasporti, l’Atac, prospettandone il fallimento, o qualcosa del genere, fra lo stupore e comunque la disapprovazione dell’assessore competente. Che tuttavia si vanta ancora di avere presentato lui l’avvocato genovese a Beppe Grillo in una cena nell’albergo romano davanti ai fori imperiali, dove il comico fondatore del Movimento 5 Stelle risiede quando si ferma nella Capitale. Altro quindi che il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, espostosi qualche giorno fa con una intervista al Fatto Quotidiano per assumersi la responsabilità di avere introdotto presso i vertici del partito l’avvocato genovese, avendolo selezionato a dovere e sperimentato con soddisfazione nella soluzione dell’azienda dissestata dei rifiuti della città toscana.

            Comunque fosse arrivato a Roma, da chiunque introdotto, raccomandato e quant’altro, Lanzalone instaurò con la sindaca un rapporto avvertito dall’allora assessore Colomban come “un feeling professionale molto forte”. L’avvocato genovese era sicuramente “preparato, ma troppo esuberante”, e forse favorito in questa esuberanza da una certa debolezza, diciamo così, del personale politico ed amministrativo delle 5 Stelle. A proposito del quale Colomban ha detto di averne parlato con “Beppe” dicendogli che “ci sono giovani pieni di arroganza e supponenza che si sentono Grillo ma non lo sono”.

            Dimessosi da assessore alle aziende “partecipate”, Colomban fu sostituito l’anno scorso dal commercialista e docente universitario Alessandro Gennaro, che però è rimasto a quel posto ancora meno di lui.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it

                       

Il ritorno clandestino della vicenda giudiziaria targata Consip

             Forse perché alle prese con l’affare più recente e attuale dello stadio romanista a Tor di Valle, che ha un po’ guastato la festa anche all’esordiente governo a guida formalmente grillina, o forse per non farsi sospettare o accusare di volere  favorire il giro ormai decaduto, almeno per adesso, dell’ex segretario del Pd Matteo Renzi, nessuno dei giornaloni che si contendono i primi posti nella graduatoria delle vendite, o diffusione, ha dato la dignità o visibilità della prima pagina agli ultimi sviluppi della vicenda giudiziaria targata Consip. Il cui ritorno pertanto nelle cronache è stato quasi clandestino.

            Il Fatto.jpgEppure si tratta, come ha gridato con allarme in apertura Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, dell’”ultima battaglia contro il pm Voodcock”, troppo noto ormai per stare qui a ripercorrerne storia, carriera e quant’altro.

            La “battaglia” è in corso nella sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, dove si è appena svolto, come si precisa nel titolo del Fatto Quotidiano, un “inedito confronto Vannoni-Scafarto”.Che non avrebbe “precedenti” in materia, spiega il giornale all’interno, come per avvertire che il pm di Napoli sta forse subendo un trattamento troppo particolare per non essere, diciamo così, segnalato a chi può essere preoccupato della sua sorte.

            Vannoni si chiama Filippo ed è un commercialista fiorentino, già consigliere economico di Palazzo Chigi, che in un interrogatorio subìto a Napoli il 21 dicembre 2016 senza assistenza legale, non essendo al momento indagato, disse al pubblico ministero Henry John Voodcock e alla collega Celestina Carcaro, presente l’allora capitano dei Carabinieri Gianpaolo Scafarto, di avere avvertito  l’amministratore delegato della Consip, acronimo della centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, di un’indagine a carico suo e di altri per esserne stato informato da Luca Lotti, all’epoca dei fatti sottosegretario e principale collaboratore di Matteo Renzi alla Presidenza del Consiglio.

            Come aveva già fatto, non si sa se con gli stessi particolari o con altri, successivamente alla Procura di Roma, subentrata a quella partenopea in un ramo di indagini, Vannoni ha confermato ai consiglieri superiori della magistratura di avere fatto il nome di Lotti arbitrariamente, perché intimidito nell’interrogatorio a Napoli anche con minacce di arresto o allusioni in quel senso.

            Messo a confronto con Vannoni, l’allora capitano- ripeto- ma adesso maggiore Sacafarto, finito peraltro nei guai per quell’inchiesta essendo stato accusato dalla Procura di Roma di avere manipolato un rapporto nella parte in cui poteva danneggiare il padre di Matteo Renzi, lo ha contraddetto in tutte le circostanze, o quasi. Non avrebbe ricordato, per esempio, se avesse steso lui il verbale, poi firmato da Voodcock, dell’interrogatorio di Vannoni.

            Se ne riparlerà, sempre alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, il 5 luglio con l’audizione dei magistrati della Procura di Roma per concludere, in quella sede, entro lo stesso mese. Almeno così si spera, o si teme, secondo le aspettative, visto che l’organo di autogoverno della magistratura è in scadenza.  

Esplode la paura dei grillini contro gli alleati leghisti di governo

            Una goccia, la classica goccia, ha fatto traboccare il vaso della paura dei grillini nei riguardi degli alleati leghisti di governo, contro il cui leader Matteo Salvini, nonché vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, hanno protestato o puntato i piedi, all’unisono, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l’altro vice presidente, Luigi Di Maio.

            La goccia solo formalmente è l’infortunio in cui è incorso Salvini annunciando un “censimento” dei rom diventato, dopo le proteste grilline, una “ricognizione” nei campi dove gli zingari vivono in Italia non sempre rispettando, obiettivamente, le leggi e spesso provenienti, sempre illegalmente, dall’estero.

          Rolli.jpg  Oltre ai grillini sono insorti vignettisti poco o per niente simpatizzanti del Movimento delle 5 Stelle, ma rimasti anch’essi basiti dal primo annuncio di Salvini, aggravato dal rammarico da lui dichiarato di poter espellere solo i rom stranieri, e di doversi invece tenere quelli italiani. Particolarmente impietose sono state le vignette di Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno e di Stefano Rolli sul Secolo XIX, dove il leader leghista è stato rappresentato come un emulo di Mussolini o come un mostro con mano d’artigli.

            Non ha aiutato, diciamo così, Salvini neppure l’annuncio della solita visita d’amicizia e d’alleanza locale in quel di Arcore a Silvio Berlusconi, che non gode di particolari simpatie fra i grillini, e di una prossima, per quanto poi smentita, visita al Papa. Che potrebbe involontariamente contribuire, incontrandolo in Vaticano o altrove, ad aumentare la già forte visibilità del leader leghista, se non la si vuole chiamare popolarità.

            La goccia Salvini in versione anti-rom è tuttavia solo formale, come si è già accennato. In realtà, a far traboccare il vaso della paura dei grillini è stato di più il risultato di un sondaggio Swg condotto per conto de La 7, che accredita il sorpasso elettorale della Lega sulle 5 stelle, sia pure per soli due centesimi di punto: il 29,2 contro il 29, cui i grillini sarebbero scesi dal 32 per cento delle elezioni politiche del 4 marzo, quando il partito di Salvini peraltro era salito da una sola cifra, o quasi, al  17 e rotti  per cento “soltanto”.

            Contribuiscono a rendere sempre più allarmati e delusi i grillini anche gli sviluppi della vicenda giudiziaria del progettato stadio romanista a Tor di Valle, che ha portato agli arresti domiciliari il presidente dimissionario dell’Acea Luca Lanzarone, portato proprio dai grillini a Roma come un mago dalla sua Genova e dalla pentastellata Livorno, dove aveva salvato la dissestata azienda municipale dei rifiuti.

            Oltre alla crescente esposizione, nella vicenda giudiziaria, della sindaca Virginia Raggi, sentita due volte in pochi giorni alla Procura di Roma come testimone sui rapporti da lei avuti o subìti con Lanzarone – entrato in affari dopo il suo arrivo nella Capitale col costruttore Luca Parnasi, ora in galera con l’accusa di associazione a delinquere e corruzione-  dà un enorme fastidio ai grillini che abbiano fatto più notizia i favori, veri o presunti, forniti loro da Parnasi che i 250 mila euro donati ad un’associazione leghista. O i versamenti effettuati, sempre da Parnasi, ad esponenti come il sindaco di Milano Giuseppe Sala e organizzazioni riferibili al Pd.  Non parliamo poi dei soldi o altri favori finiti a esponenti della berlusconiana Forza Italia.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it

 

L’apocalittica condanna della società civile: ultimo stadio del giustizialismo

Di fronte ai danni d’immagine, a dir poco, procurati ai grillini dalle disavventure giudiziarie di quel fiore all’occhiello che consideravano l’avvocato genovese Luca Lanzarone, premiato -parola di Luigi Di Maio- con la presidenza dell’Acea per le prove di competenza e di affidabilità date con la gestione del progetto di uno stadio romanista a Tor di Valle, Marco Travaglio si è irrigidito nel suo vantato giustizialismo. Eppure sembrava, lì per lì, che fosse stato tentato dal ricorso a modiche quantità di garantismo all’ombra della cosiddetta presunzione di non colpevolezza, assicurata dalla Costituzione a indagati e imputati sino a condanna definitiva.

Credo che sia costato al direttore del Fatto Quotidiano trattenersi dall’abitudine di storpiare il nome al malcapitato di turno, chiamando per esempio Lazzarone l’uomo finito agli arresti domiciliari per i suoi rapporti col costruttore romano Luca Parnasi, tradotto invece in carcere con l’accusa di associazione a delinquere e altro. Ma non è detto che prima o dopo non tocchi anche all’ex presidente dell’Acea il sarcasmo della manipolazione anagrafica, che è un po’ un supplemento di pena per chi incorre nella penna, o nel computer, del più severo fustigatore, credo, impegnato in Italia fra la sua redazione e i salotti televisivi che se lo contendono.

Non ha rasserenato Travaglio neppure il soccorso fornito ai vertici grillini, ora anche di governo, dal sindaco pentastellato di Livorno Filippo Nogarin. Che in una intervista proprio al Fatto Quotidiano si è assunta da solo la responsabilità di avere “scoperto”, in una selezione accuratissima al capezzale dell’azienda comunale della nettezza urbana, l’avvocato genovese presentandolo poi a Beppe Grillo, a Casaleggio figlio e forse anche padre, a Luigi Di Maio, ad Alfonso Bonafede e a Riccardo Fraccaro, in quei tempi alle prese con le disavventure amministrative della loro collega di partito Virginia Raggi fra le pareti e sotto gli stucchi del Campidoglio. Essi ne erano diventati i consiglieri e persino i “commissari”, secondo titoli di giornale che non rimediavano uno straccio di smentita e indusse ingenui e sprovveduti come noi, al Dubbio, a simpatizzare o quasi per una donna che sembrava sotto assedio.

Troppo facile prendersela, deve aver pensato Travaglio, con quello sprovveduto o sfortunato di Nogarin. O con “la mancanza -ha scritto lo stesso direttore del Fatto Quotidiano– di una classe dirigente affidabile” fra i grillini e con la loro “disinvoltura nella scelta dei collaboratori”. Se anche uno come Luca Lanzarone arriva a Roma con l’aureola del mago, dell’incorruttibile e di non so che altro e finisce “in affari” -come ha detto in televisione Travaglio- con palazzinari e faccendieri, attratti forse più dalla sua influenza nel partito emergente di Grillo che dalle sue qualità professionali di avvocato e poi anche di amministratore, vuol dire che c’è ormai, nella Capitale ma forse anche altrove, “l’inquinamento endemico e sistemico della società civile”.

Così ha scritto, testualmente, Travaglio nell’editoriale di domenica scorsa a commento dell’intervista di Nogarin e, più in generale, della vicenda giudiziaria esplosa tra i piedi e le mani del partito in festa per essere andato al governo, sia pure nella scomoda compagnia dei leghisti. Ai quali notoriamente quelli del Fatto Quotidiano avrebbero preferito il Pd, possibilmente derenzizzato ma all’occorrenza anche con Matteo Renzi ancora nella cabina di regia, se l’ex segretario ne avesse avuta la voglia.

L’apocalittico annuncio della morte della “società civile”, o della sua irrimediabile crisi, lascia francamente senza fiato. Che ne sarà mai, a questo punto, della povera Italia? Il giustizialismo al minuto, applicato a questo o a quel caso, secondo le convenienze, non basta più. Il giustizialismo va venduto e praticato all’ingrosso. Per la società civile non ci potranno mai essere posti a sufficienza nelle carceri e nelle aule dei tribunali. Non per niente già da tempo i processi mediatici hanno preso il posto di quelli odiosamente normali e troppo lunghi anche per i cultori della gogna, oltre che per gli imputati.

Anche la società civile è diventata una parolaccia, o qualcosa di simile. Ma un po’, diciamo la verità, essa se l’è cercata, sin da quando, negli anni di Tangentopoli e delle indagini enfaticamente chiamate Mani pulite, si lasciò e si sentì rappresentata dai cortei che sfilavano in magliette sotto le finestre delle Procure incitando i magistrati che vi lavoravano a farli “sognare” col gioco sinistro delle manette.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

La curiosa gara di “bullismo” fra i due giovani Mattei: Renzi e Salvini.

            Accusato di “bullismo” dall’ex segretario del Pd Matteo Renzi, che aveva esordito nel 2014 da presidente del Consiglio a Palazzo Madama annunciando ai senatori la fine della pacchia delle due Camere impegnate a inseguirsi e accavallarsi col cosiddetto bicameralismo paritario, confermato invece dagli elettori due anni dopo bocciandogli clamorosamente una riforma costituzionale su cui lui imprudentemente aveva scommesso la propria carriera, il vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e segretario della Lega Matteo Salvini si è curiosamente contenuto nella reazione. Egli ha rinunciato, per esempio, proprio a rinfacciare al suo avversario, o antagonista, il bullismo praticato nei tre quarti di quella campagna referendaria tra gli inutili consigli e poi anche moniti pubblici di Giorgio Napolitano. Che dal Quirinale ne aveva assecondato l’ascesa a Palazzo Chigi anche a costo di contribuire all’accantonamento un po’ troppo brusco, a dir poco, del collega di partito Enrico Letta e del suo governo.

            Salvini ha voluta rinfacciare a Renzi solo la sconfitta elettorale del 4 marzo scorso, quando è mancato poco che la Lega col suo 17,4 per cento dei voti sorpassasse anche il Pd ancora renziano del 18,7 per cento, oltre alla Forza Italia di Silvio Berlusconi, fermatasi al 14. Ma non è detto che la prossima volta, visti i risultati delle elezioni amministrative svoltesi dopo quelle politiche e i sondaggi che lo premiano anche a livello nazionale, Salvini non riesca a surclassare anche il Pd, o ciò che ne prenderà il posto a sinistra, o al centro, o al centrosinistra.

            Ciò potrebbe tanto più accadere quanto più Renzi e amici, o compagni, dovessero continuare a liquidare come “bullismo” il fenomeno Salvini, specie sul fronte assai scivoloso dell’immigrazione. Dove neppure l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, autore di una svolta innegabile, riconosciutagli persino dallo stesso Salvini, è riuscito a salvare il suo partito dalla debacle elettorale.

            La sinistra più colpita dal fenomeno migratorio, quella delle periferie, dove si scontrano e insieme si sommano rovinosamente due povertà diverse e uguali allo stesso tempo, ma concorrenti nella spartizione di quel poco che è sopravvissuto alla crisi economica e sociale esplosa nel 2011, ha creduto meno a Minniti e più al collega di partito Graziano Delrio, tenendosene lontana.

            Da ministro delle Infrastrutture, contrariamente a quanto sta facendo il successore grillino Danilo Toninelli con Salvini al Viminale, Delrio scartò l’anno scorso ogni possibilità ventilata da Minniti di chiusura dei porti italiani al sostanziale assalto delle navi straniere che raccoglievano a scopo umanitario e per appuntamento nelle acque libiche i migranti cinicamente abbandonati dai moderni schiavisti su natanti da rottamazione. Eppure sono bastati pochi giorni a Salvini per riproporre con forza il problema e  farsi ascoltare nei paesi europei lungamente sottrattisi al problema del traffico di carne umana nel Mediterraneo.

            Ora Delrio è solo capogruppo del Pd alla Camera. Egli non ha cambiato idea naturalmente sulla questione dei porti, che ritiene debbano rimanere sempre aperti a chi vi vuole scaricare migranti. E Renzi, che ha rinunciato alla segreteria del partito ma non alla voglia di disporne, o quasi, lo vorrebbe sostenere nella corsa per la successione congressuale al reggente Maurizio Martina, preferendolo a un tipo come l’ex ministro Carlo Calenda e persino all’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

           

Il soccorso di Nogarin, e Travaglio, a Grillo e amici per l’affare Lanzarone

            Nell’angosciosa attesa che salti qualcuno dei tanti omissis dalle carte giudiziarie che hanno portato il costruttore romano Luca Parnasi in galera, ed emergano chissà quali e quanti altri fatti imbarazzanti dalla vicenda del progetto dello stadio romanista a Tor di Valle, è partito il soccorso a Beppe Grillo, a Davide Casaleggio e ai “tre moschettieri” pentastellati indicati sino a ieri come gli sponsor, a dir poco, del presidente genovese e ormai dimissionario dell’Acea Luca Lanzarone, finito agli arresti domiciliari per i suoi rapporti con Parnasi. Dai quali sarebbe nata l’associazione corruttiva a delinquere sospettata dagli inquirenti.

            Il soccorso è consistito in una tempestiva intervista del sindaco a 5 stelle di Livorno, Filippo Nogarin, al  Fatto Quotidiano, che gli ha dedicato anche l’editoriale del direttore Marco Travaglio. Il quale, pur di avallare il compito assuntosi dall’intervistato, ha annunciato -come vedremo-  la morte, o quasi, della “società civile” in Italia.

            Nogarin, ormai si sa, è un uomo generoso. Egli si  è speso nei giorni scorsi anche in un tentativo, per quanto rientrato rapidamente su intervento del vice presidente grillino del Consiglio e superministro Luigi Di Maio, di sfida all’altro vice presidente del Consiglio e ministro leghista dell’Interno Matteo Salvini. Il quale pratica e reclama, secondo le circostanze, la chiusura dei porti italiani alle navi straniere che a fini dichiaratamente umanitari soccorrono in acqua libiche su appuntamento, o quasi, i migranti destinati al naufragio su mezzi fatiscenti dai trafficanti di carne umana.

            Questa volta il sindaco della città portuale della Toscana ha trascorso “notti insonni”, ha raccontato lui stesso, non per i naufraghi respinti da Salvini, ma per i guai involontariamente procurati ai dirigenti del suo partito con “la scoperta”, a suo tempo, di Lanzarone. Già, perché fu appunto lui, Nogarin, a selezionarlo fra tanti  come un avvocato abilissimo a risolvere problemi, che allora erano a Livorno quelli dell’azienda dei rifiuti in fallimento. Fu lui, sempre lui, a segnalare Lanzalone a Grillo, a Casaleggio e ai tre futuri ministri grillini Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro che, occupandosi allora degli enti locali, erano alle prese con le difficoltà della collega di partito e sindaca di Roma Virginia Raggi. Alla quale non parve vero di  potere disporre di tanta buona energia per risolvere la controversia sullo stadio romanista da costruire a Tor di Valle, e di affidare poi per “premio” all’avvocato genovese, come ha spiegato Di Maio, la presidenza di un’azienda energetica come l’Acea, la maggiore fra le partecipate della Capitale d’Italia. E meno male che Lanzalone non sia finito a Palazzo Chigi, al posto di Giuseppe Conte.

            Il Fatto.jpgChi pertanto reclama, dopo l’esplosione dello scandalo di Tor di Valle e dintorni, e le non sufficienti dimissioni del presidente dell’Acea, che a “pagare” per gli sbagli compiuti siano anche Grillo, Casaleggio, Di Maio, Bonafede, Fraccaro, magari anche la Raggi e via scendendo per li rami, è invitato a fermarsi e a prendersela, semmai, con Nogarin. Il quale così, visto che si trova, paga anche per la tentata insubordinazione al potente alleato di governo Salvini, che nel frattempo continua la sua guerra alla “pacchia”, anzi “superpacchia”, dei soccorsi effettivamente ambigui ai migranti mandati al naufragio da chi ne sfrutta cinicamente la disperazione e la fuga dalle guerre e dalla miseria dei loro paesi.  Ed ora, non contento di quel che ha guadagnato in questi anni col traffico di carne umana, si sta arricchendo anche col petrolio di contrabbando, come ha appena rivelato il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro: lo stesso che, fra le proteste e l’incredulità quasi generali, denunciò e cercò di perseguire l’anno scorso la gestione a dir poco opaca dei soccorsi marittimi delle organizzazioni non governative ai migranti.

            In difesa tuttavia del generoso Nogarin, praticamente offertosi come capro espiatorio dell’incidente di Lanzarone, lasciatosi corteggiare e catturare a Roma da Parnasi e amici, e quindi convertitosi al vecchio modo di mescolare politica e affari, si è speso personalmente il direttore del Fatto Quotidiano. Egli ha visto e denunciato nel fallimento etico dell’ex presidente dell’Acea “la prova dell’inquinamento endemico e sistemico della società civile”. Un inquinamento ben superiore ai limiti che Marco Travaglio, bontà sua, attribuisce ai grillini scrivendo della “mancanza di una classe dirigente” e della “disinvoltura nella scelta dei collaboratori”.

           Insomma, non basterebbero neppure le dimissioni riparatrici di Nogarin da sindaco di Livorno. Dovremmo dimetterci tutti dalle professioni e dagli altri ruoli o aspetti della “società civile” della quale osiamo ritenerci partecipi. E così sia.

I tre moschettieri del governo alle prese con l’affare Lanzarone, Parnasi ed altri

              I tre moschettieri. Così vengono sarcasticamente chiamati in questi giorni nei corridoi parlamentari, anche da colleghi di partito, il vice presidente del Consiglio, superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro e capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e il ministro dei rapporti col Parlamento e della democrazia diretta Riccardo Fraccaro, anche loro pentastellati. Li si trovano, ritratti insieme al Quirinale con casualità galeotta nelle fotografie scattate in occasione del giuramento, col vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e segretario della Lega Matteo Salvini e la ministra grillina della Difesa Elisabetta Trenta.

            Il celebre romanzo ottocentesco d’appendice del francese Alexandre Dumas viene evocato per la comune esperienza che i tre esponenti di governo delle 5 Stelle hanno avuto in Campidoglio e dintorni, quando Beppe Grillo li incaricò di assistere l’esordiente Virginia Raggi nelle sue pene di sindaco di Roma: un’assistenza impietosamente definita commissariamento dai giornali con tanto di titoli in prima pagina. E fu in quelle circostanze che l’inconsapevole Raggi, appena ascoltata tuttavia nella Procura di Roma come persona informata dei fatti, conobbe l’avvocato Luca Lanzalone e si avvalse della sua collaborazione per sbrogliare la matassa del progetto di un megastadio romanista a Tor di Valle.

            Fu, quello di Lanzalone, già sperimentato peraltro dai grillini a Livorno per assistere la giunta pentastellata di Filippo Nogarin, un lavoro così ben fatto, ma soprattutto così apprezzato dai “tre moschettieri” -per dichiarazioni rilasciate dallo stesso Di Maio in questi giorni- da fargli meritare come “premio” la presidenza dell’Acea. Che è l’azienda municipalizzata di Roma -quella della luce e dell’acqua- più in salute e appetibile, per cui fu necessario che alla sua nomina partecipasse la sindaca Raggi.

            Purtroppo, quando già si profilavano per lui altri e più corposi traguardi, come la presidenza della Cassa Depositi e Prestiti, una specie di cassaforte del sistema pubblico, Lanzalone è incorso in guai giudiziari e nelle dimissioni, chieste a furor di “spade”  anche dai tre moschettieri del movimento grillino e del governo cosiddetto “di cambiamento” perché “con noi chi sbaglia paga”, ha detto Di Maio. Per il quale la presunzione di innocenza, o “non colpevolezza”, come si legge nell’apposita norma costituzionale, quando c’è in mezzo la politica “non vale”. E non dovrebbe valere, prendendo alla lettera il vice presidente grillino del Consiglio, neppure per gli altri già coinvolti o in via di coinvolgimento nelle indagini romane, naturalmente condite delle solite intercettazioni telefoniche o ambientali e delle altrettanto solite diffusioni giornalistiche. Pollice verso, quindi, anche per il costruttore romano Luca Parnasi e per tutti quanti da lui aiutati, con versamenti ed altro: nello stesso movimento grillino, nella Lega, nel Partito Democratico e in Forza Italia, sinora.

            Sbaglio per sbaglio, tuttavia, cresce fra i militanti, i simpatizzanti e gli elettori grillini l’elementare domanda se non sia stato uno sbaglio, anch’esso quindi da colpire e da pagare all’istante, quello compiuto dai tre moschettieri nella valutazione di Lanzalone e nel sostegno assicuratogli sino a quando la magistratura non è intervenuta, diciamo così, a fermarlo nelle sue relazioni d’affari o di semplici rapporti amichevoli o politici. Fra i quali vanno annoverati anche incontri, conviviali e non, telefonate e quant’altro in riferimento a tutto ciò che capitava attorno a lor signori, comprese le trattative per la formazione del governo in carica.

            Ezio Mauro.jpgLe domande impertinenti fra i grillini hanno fatto breccia in un editoriale scritto per la Repubblica da Ezio Mauro, che ha paragonato in qualche modo la carriera, forse finita, di Lanzalone a quella appena cominciata sul piano politico dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La cui “scoperta” nel mondo universitario e forense è stata coralmente attribuita, fuori e dentro il movimento grillino, proprio ad uno dei tre “moschettieri”: l’attuale guardasigilli Bonafede.

           Non so se il cognome basterà al ministro della Giustizia a rasserenare una certa base, anche pentastellata, abituata lungamente a diffidare di tutto e di tutti, e a non fare sconti a nessuno. Possono essere purtroppo devastanti e autolesionistici gli effetti, direi, di una cattiva educazione giustizialista, data o ricevuta che sia.

Blog su WordPress.com.

Su ↑