Il centrodestra tra il sogno e l’incubo di un altro Pdl

Col cuore lanciato sempre oltre l’ostacolo il solito Renato Brunetta -e chi sennò?- già festeggia la vittoria del centrodestra nelle elezioni regionali di novembre e prenota quella che seguirà nelle elezioni politiche successive, con qualsiasi legge si finirà per andare alle urne: anche con quei due monconi usciti dalla Corte Costituzionale dopo la bocciatura di parti consistenti delle norme per il rinnovo del Senato e della Camera contestate davanti ai giudici del Palazzo della Consulta.

Sì, certo, resta ancora da definire anche per l’ottimista capogruppo forzista di Montecitorio qualche dettaglio, a dir poco, dello scenario della nuova legislatura: a chi toccherà, per esempio, ottenere l’incarico e tentare di formare il governo, anzi formarlo tout court, nel caso in cui -ha ammesso Brunetta in una intervista- la fastidiosa incandidabilità di Silvio Berlusconi prodotta dalla condanna definitiva di tre anni fa per frode fiscale non dovesse essere sanata in tempo per le elezioni dalla giustizia europea investita del ricorso dell’ex presidente del Consiglio. O cosa accadrebbe -mi permetto di aggiungere- se,  pur tornato in corsa, Berlusconi inciampasse nel sorpasso leghista, all’interno di una ricostituita coalizione di centrodestra, e dovesse quindi fare i conti con l’ambizione dello scalpitante Matteo Salvini. Che peraltro è diventato ancora più nervoso del solito da quando il suo partito rischia il sequestro giudiziario della cassa per i pasticci combinati a suo tempo da Umberto Bossi, familiari e amici condannati in primo grado per la gestione dei fondi di finanziamento pubblico della Lega.

Ma per Brunetta anche queste sarebbero infine bazzecole. Egli già pensa al predellino su cui Berlusconi, chissà in quale città, in quale piazza e di quale macchina, tornerà a saltare per ritentare, con quello che lo stesso Brunetta ha chiamato “il partito unico” del centrodestra, l’avventura del Pdl. Che, prima ancora della formale dissoluzione nel 2013, era naufragata nel 2010 -ricordate ?- con la rivolta, a ditino alzato, dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini, impaziente di pensionare chi pure lo aveva sdoganato nel 1994.

Ora Fini, ex di tutto, ha notoriamente altri problemi, di natura prevalentemente giudiziaria e familiare. E i post-finiani di Giorgia Meloni non sono poi messi molto meglio di lui, anche se sono riusciti a far digerire a Berlusconi la candidatura di Nello Musumeci a governatore della Sicilia, senza neppure passare per la procedura delle primarie da loro rivendicata quasi con la stessa foga adoperata sull’altro versante in questi giorni da Rosario Crocetta per difendersi dalla detronizzazione decisa a tavolino da Matteo Renzi, a Roma..

Ma i leghisti di Salvini stanno un po’ meglio dei fratelli d’Italia della Meloni. E temo che, in caso di sorpasso sui forzisti a livello nazionale, non riuscirà a metterli  in riga neppure l’ardito Brunetta, che mi sembra francamente preso  da ebrezza politica.

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