Alfano come Moscarda in Uno, nessuno e centomila

Nato ad Agrigento come il grande Luigi Pirandello, ma 103 anni dopo di lui, il povero Angelino Alfano rischia di emularne il personaggio più famoso e tragico: quel Vitangelo Moscarda -non Mostarda, come vorrebbe il mio ignorantissimo computer- che nel celeberrimo romanzo “Uno, nessuno e centomila” impazzisce a furia di cercare la sua vera identità, in cui poter essere riconosciuto davvero da tutti, dopo che la moglie gliene aveva imperdonabilmente fatto perdere contezza eccependo sul suo naso.

Pirandello impiegò notoriamente una quindicina d’anni per ideare e scrivere compiutamente il suo capolavoro, dopo averlo peraltro pubblicato a puntate sulla Fiera Letteraria. Angelino Alfano ha impiegato solo una quindicina di giorni nella sua Sicilia per smarrire la sua fisionomia politica. Che lui pensava fosse rigorosamente centrista, tanto da togliere il riferimento alla destra dal nome dato al suo partito alla nascita, tre anni fa, quando separandosi dall’uomo di Arcore per essere “diversamente berlusconiano”  lo chiamò “Nuovo Centro Destra”.

Nell’acqua passata in tre anni, appunto, sotto i ponti della politica, navigando sempre al governo ma cambiando ruoli, da vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno a solo ministro dell’Interno e infine a ministro degli Esteri, prima con Enrico Letta e poi con Matteo Renzi e con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi, Alfano ha un po’ visto, provato e trovato di tutto, anche la sensazione di poter costituire addirittura l’”Alternativa Popolare” -da “Partito Popolare Europeo” cui la sua formazione partecipa insieme con la “Forza Italia” di Berlusconi- a quella informe area di centro della politica italiana, che si scompone e si scompone continuamente, come una maionese. Vasto progetto, direbbe scettico la buonanima del generale Charles De Gaulle allungando da lassù lo sguardo sull’Italia. Ma l’Alternativa alfaniana si è persa rapidamente persino nei titoli e nelle cronache dei giornali, anche dei più autorevoli, dove il nuovo nome del partitino centrista è stato ostinatamente declassato ad Azione Popolare. Che è sempre un nome attivo, non statico, ma vuoi mettere la differenza da Alternativa ?

Già costretto a fare i conti con sondaggi che lo danno al limite della sopravvivenza politica nazionale, ma forte nella sua Sicilia di una percentuale che avrebbe potuto e potrebbe tuttora risultare decisiva a quello che fu il centrodestra, Alfano è stato per un bel po’ corteggiato in vista delle elezioni regionali del 5 novembre dal plenipotenziario di Berlusconi e amico Gianfranco Miccichè. Che ce l’ha messa davvero tutta ma alla fine si è dovuto arrendere non so francamente se più alle indecisioni e agli umori di Berlusconi o ai veti dei leghisti  di Matteo Salvini e dei post-missini di Giorgia Meloni, convinti che Alfano sia uno sporco traditore di sinistra, degno compare di Matteo Renzi e persino di Giuliano Pisapia. Che però non sono riusciti a farlo ingoiare come alleato al resto della sinistra, dove al ministro degli Esteri semplicemente non si perdona di esistere, come spesso accade da quelle parti, anche a costo di rinunciare al classico biglietto della lotteria. E solo alla lotteria il cosiddetto centrosinistra avrebbe potuto e potrebbe pensare di vincere in Sicilia, proiettandosi a livello addirittura nazionale, dopo l’esperienza vissuta con quell’ottovolante costituito dal governatore uscente Rosario Crocetta.

E’ un ottovolante, quello di Crocetta, dove peraltro è salito e si è trovato a suo agio anche il centrista Giovanni Ardizzone, presidente dell’assemblea regionale.

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