D’Alema è uno scorpione fuori stagione

         Pur nato nel segno zodiacale dell’ariete, mancando per un solo giorno quello del toro, Massimo D’Alema può essere considerato uno scorpione fuori stagione perché non riesce mai a sottrarsi alla tentazione dell’attacco e anche dell’insulto. E’ nella sua natura, come lo scorpione della favola che punge la generosa rana sulla quale attraversa il fiume, anche a costo di annegare con lei.

         Nel salotto televisivo di Carlo Formigli, a la 7, l’ex presidente del Consiglio ha dato del “bugiardo” e altro ancora a Marco Damilano: il vice direttore dell’Espresso che, pur non essendo un estimatore di Matteo Renzi, aveva osato condividerne la convinzione che l’ospite politico di Piazza pulita fosse, anzi sia il meno indicato a evocare la stagione dell’Ulivo e a chiederne il ripristino, avendole procurato danni irreparabili nel 1998. Allora egli preferì succedere a Romano Prodi a Palazzo Chigi piuttosto che andare alle elezioni anticipate per ripristinare il centrosinistra con maggiore forza, depotenziando la Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti. Che aveva affondato con la sfiducia il primo governo del professore emiliano.

         Ma lo stesso D’Alema ha poi riconosciuto curiosamente come un errore quello commesso andando a Palazzo Chigi nell’autunno di quell’anno, cambiando maggioranza con la sostituzione del partito di Bertinotti con quello appositamente costruito a destra dal presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Un errore -ha raccontato- commesso accettando le sollecitazioni del “gruppo dirigente” dell’Ulivo, come se lui, segretario dell’ex Pci, non ne facesse parte, e fosse stato costretto a scaricare Prodi, che aveva invece chiesto col suo vice presidente del Consiglio dimissionario Walter Veltroni, il ricorso alle elezioni anticipate, piuttosto che cambiare maggioranza con l’aiuto dei transfughi del centrodestra dimissionario raccoltisi attorno al già citato Cossiga, orgoglioso di avere improvvisato una imitazione delle “truppe di Valmy”, protagoniste nel 1792 di una imprevista vittoria della malmessa Francia contro i prussiani.

         A testimonianza della sua rappresentazione della crisi del 1998 D’Alema ha citato i diari dell’allora ministro uscente del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, incaricato -sia pure solo a voce, non formalmente, dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro di fare il nuovo governo ma destinato -secondo D’Alema- a “fallire” nella missione.

         Anche a costo di prendermi del bugiardo pure io, i miei ricordi di quel passaggio politico sono molto diversi da quelli di D’Alema. E mi spiace che Damilano non abbia tenuto il punto.

         Ciampi non era affatto convinto di non potercela fare. Ritiratosi nella sua casa di Santa Severa, ma in contatto strettissimo col Quirinale, egli aveva già predisposto la lista dei ministri e preparato per sommi capi il discorso di presentazione alle Camere quando venne informato da amici e agenzie di stampa che il suo incarico era stato surclassato prima da uno al presidente del Consiglio dimissionario e poi dalla improvvisa disponibilità e volontà di D’Alema di sostituirsi a tutti per la soluzione della crisi, col consenso di Scalfaro.

         Ciampi ci rimase tanto male da comunicare al presidente della Repubblica la sua indisponibilità alla conferma a ministro del Tesoro nel nuovo governo, offertagli da D’Alema. Al Quirinale dovettero sudare le proverbiali sette camicie per convincerlo a restare al Tesoro.

         Il fatto, vantato da D’Alema, che nei suoi diari Ciampi non avesse denunciato sue scorrettezze come causa del suo mancato ritorno a Palazzo Chigi, dove da governatore della Banca d’Italia egli era approdato già nella primavera del 1993, ha una sua ragione molto comprensibile, se non condivisibile.

         Il torto subìto da Ciampi nella gestione della crisi provocata dalla caduta del primo governo Prodi fu largamente compensato non più tardi dell’anno dopo con la sua elezione a capo dello Stato, promossa personalmente, e a sorpresa, da Walter Veltroni, subentrato a D’Alema alla guida del partito.

         Il Quirinale, come la Parigi di Enrico di Navarra, valeva ben una messa per Ciampi alle prese con i suoi diari.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi svelo le ultime amnesie di Massimo D’Alema

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