Brunetta a sua insaputa soccorre Renzi

Quel “mai” gridato tre volte a Matteo Renzi dal capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, generosamente intervistato dal Corriere TV, potrebbe paradossalmente aiutare il segretario uscente e ormai rientrante del Pd nei gazebo di fine mese. Dove l’ex presidente del Consiglio, forte del 68,2 per cento raccolto nei circoli fra gli iscritti al partito, tornerà a vedersela col ministro della Giustizia Andrea Orlando, fermatosi al 25 per cento.

Dell’altro concorrente, il governatore pugliese Michele Emiliano, riuscito faticosamente a rimanere in gara superando lo sbarramento del 5 per cento, non sarà forse il caso di occuparsi più di tanto perché ormai fa più colore che notizia. Le primarie congressuali, peraltro, gli sono a questo punto servite più che a contendere davvero la segreteria del partito a Renzi, a fare rinviare all’8 maggio il risultato -si spera- del tardivo procedimento giudiziario aperto contro di lui nel Consiglio Superiore della Magistratura dopo più di 13 anni di aspettativa. Durante i quali egli ha trovato la voglia e il tempo non solo di svolgere legittimamente i mandati elettorali di sindaco prima e di governatore poi, ma anche di iscriversi al partito, nonostante gli fosse vietato da una disposizione legislativa confermata dalla Corte Costituzionale, di diventarne segretario locale e di candidarsi a segretario nazionale.

Siamo davanti ad una somma di cose e di circostanze che in un Paese meno anomalo dell’Italia avrebbe già prodotto la rinuncia di Emiliano o alla politica o alla toga, con i relativi scatti di anzianità e la maturazione della pensione. Ma l’Italia, appunto, annovera fra le sue tante anomalie anche, o soprattutto, quella di non sapersi dare una disciplina certa dei rapporti fra magistratura e politica. O di darsela sulla carta ma di non farla rispettare, visto che Emiliano non è il solo caso di un magistrato a lungo in aspettativa ed anche iscritto ad un partito. Nei suoi stessi panni di trova, fra gli altri, anche se con stile, per carità, molto diverso dal governatore pugliese, la ministra dei rapporti col Parlamento Anna Finocchiaro.

 

##########

 

Quei tre “mai” gridati da Brunetta ad un accordo di governo fra il Pd di Renzi e la Forza Italia di Silvio Berlusconi, di cui lo stesso Brunetta è capogruppo alla Camera, sono un soccorso all’ex sindaco di Firenze perché l’accusa che gli rivolgono gli avversari, interni o esterni che siano, tutti comunque in grado di andare a votare contro di lui nei gazebo a fine aprile, è di volersi accordare appunto con Berlusconi dopo le prossime elezioni, ordinarie o anticipate che siano.

Altro che -dicono ancora gli avversari di Renzi- la ricostruzione di un centrosinistra “largo”, come auspica l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Che magari sarebbe anche disposto a tentarne la formazione prima candidandosi come indipendente alle Camere nelle liste del Pd, secondo voci spesso smentite ma rimaste ugualmente in circolazione, e poi sperando che a Renzi passi la voglia, che oggi invece sembra ancora forte, di tornare a Palazzo Chigi perché -ha detto in qualche circolo nelle settimane scorse- “così si fa in Europa”. Dove cioè il leader del maggiore partito è anche il leader del governo, per quanto di coalizione, composto cioè anche da altre formazioni politiche.

Ma in Italia -altra anomalia- sia la sinistra sia la destra, o centrosinistra e centrodestra, se preferite, sono riusciti nel miracolo di vanificare in quasi venticinque anni di esperienza il sistema elettorale maggioritario, su cui si basa in genere la doppia leadership di governo e di partito. Non a caso è ormai scontato, di fronte alla incapacità o indisponibilità parlamentare d’intervenire sulle due leggi confezionate nella sartoria della Corte Costituzionale per i rinnovi del Senato e della Camera, che alle prossime elezioni andremo a votare col vecchio e collaudatissimo sistema proporzionale della prima Repubblica. Quando all’allora partito di maggioranza relativa, che era la Democrazia Cristiana, capitò ad un certo punto di partecipare a governi guidati da esponenti di altri partiti. Ciò avvenne, in particolare, nel 1981 col governo presieduto dal leader del Partito Repubblicano Giovanni Spadolini, che interruppe la serie di ben 37 esecutivi guidati da uomini della Dc, e nel 1983 col governo presieduto da Bettino Craxi.

Forse Renzi sarà tentato di liquidare scenari del genere come “la palude” da lui già denunciata con sconforto, avvertendone appunto il ritorno, dopo la clamorosa sconfitta referendaria del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale da lui concepita come il consolidamento del sistema maggioritario. Ma i meno giovani o più anziani avranno modo di raccontargli e di spiegargli che, diversamente dall’impressione ricavabile dai tanti, diciamo pure troppi governi che si avvicendavano, spesso sotto la guida della stessa persona, quella della cosiddetta prima Repubblica non fu sola o tutta palude. Fu anche la Repubblica della ricostruzione, della scelta occidentale, del miracolo economico, dell’ammissione al G7 e, in tema di diritti civili, cui tanto è sensibile il segretario piddino uscente e rientrante, del divorzio e dell’aborto. Sì, anche dell’aborto, troppo a lungo praticato ipocritamente e pericolosamente in modo clandestino.

 

#########

 

Se davvero Renzi dopo le elezioni non vorrà o non potrà percorrere la strada delle cosiddette larghe intese di governo, visti quei tre “mai” gridati da Brunetta, ma sempre al netto dei contrordini di Berlusconi, per la realizzazione di coalizioni di centrosinistra, potrebbe risultargli utile giocare non sulla sola carta già adombrata di Pisapia, ma anche su quella, tutta interna di partito, di Andrea Orlando. Nei cui riguardi non a caso, proprio commentando i risultati delle votazioni svoltesi nei circoli e della campagna condotta dal guardasigilli, per anni suo sostenitore alla segreteria del partito, Renzi ha detto che “si può collaborare”.

In effetti, Orlando non è della pasta, diciamo così, di Massimo D’Alema e di Pier Luigi Bersani, letteralmente ossessionati dal nome e dall’immagine di Renzi, come nel Pci Enrico Berlinguer da Craxi.

Mi è capitato recentemente di paragonare, fatte naturalmente le debite proporzioni, Orlando ad Aldo Moro, che esordì al governo nel 1957 al Ministero della Giustizia. E poi divenne segretario della Dc, presidente del Consiglio, ministro degli Esteri, sino a sfiorare il Quirinale. Mi sono sentito dare del matto, ma da chi ha evidentemente poca dimestichezza con la politica, pur credendo di intendersene. Nel 1957 non c’era un democristiano, dico uno, che scommettesse sul Moro degli anni successivi. A cominciare naturalmente da lui.

 

 

 

Diffuso da http://www.formiche.net

 

 

 

 

 

Il curioso processo a Michele Emiliano

Dopo tredici anni e più di aspettativa per fare politica, iscrivendosi anche ad un partito per scalarne alla fine la segreteria nazionale, non sarà forse il caso di strapparsi le vesti se la sezione disciplinare -si dice così- del Consiglio Superiore della Magistratura ha allungato il brodo del procedimento finalmente avviato a carico del governatore pugliese Michele Emiliano. Che riprenderà l’8 maggio, quando l’interessato avrà concluso del tutto la sua corsa alla guida del Pd, svolgendosi il 30 aprile le primarie aperte ai non iscritti al partito.

         Allora Emiliano sarà solo uno dei due candidati sconfitti da Matteo Renzi, insieme col ministro della Giustizia Andrea Orlando. Nessuno potrà addebitare la sua sconfitta, cocente almeno rispetto all’ambizioso obiettivo propostosi di stendere politicamente l’avversario, ad una eventuale censura del Consiglio Superiore. Ammesso e non concesso naturalmente che l’organo di autogoverno della magistratura abbia davvero l’intenzione di censurarlo, per quanti sforzi l’interessato abbia compiuto di guadagnarsi un verdetto negativo sostenendo, in pratica, che sbagliato non sia stato il suo comportamento ma la norma che glielo impediva. E tuttora glielo impedisce, di iscriversi cioè ad un partito, pur essendo in aspettativa.

         Ci sono, è vero, altri magistrati nelle sue condizioni, o quasi. Dei quali il difensore di Emiliano, che è il procuratore capo di Torino Armando Spataro, ha chiesto non a caso la chiamata a testimoniare: magistrati di cui la più alta in grado, diciamo così, è la ministra dei rapporti col Parlamento Anna Finocchiaro. Ma la richiesta di Spataro è stata respinta. Che è l’unica cosa, oltre al rinvio, decisa dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore.

         D’altronde, anche la ministra Finocchiaro risulterebbe sottoposta, con una formale richiesta di notizie trasmessale dalla Procura Generale della Cassazione, ad un procedimento analogo a quello in corso contro Emiliano. In che veste, quindi, avrebbe potuto essere sentita su richiesta del difensore del governatore pugliese ?

         Al di là di tutte le questioni formali e sostanziali sollevate dal procedimento aperto contro Emiliano, si potrà pur consentire di dire che il Consiglio Superiore della Magistratura è destinato a non uscire bene da questa vicenda. Come organo di autogoverno tempestivo delle toghe, come dovrebbe essere, comprensivo dell’aggettivo, non ci ha fatto, almeno sino ad ora, una gran bella figura. Di tempestivo, d’altronde, in quel consesso c’è sempre stato poco. Lo sanno i tanti uffici giudiziari che hanno sempre dovuto aspettare tanto per vedersi nominare i capi ogni volta che ne scadeva o ne moriva uno.

Le rose e le spine del congresso di Renzi

Il buon Federico Geremicca, sulla Stampa, dove segue con diligenza e passione, provenendo fra l’altro da una famiglia orgogliosamente comunista, le vicende della sinistra italiana, ha tratto lo spunto dai risultati delle votazioni congressuali svoltesi nei circoli del Pd per esortare amici e compagni a smetterla di considerare Matteo Renzi un “estraneo”, e tanto meno un “intruso”.

In effetti, uno che dopo più di tre anni di segreteria, la maggior parte dei quali trascorsa anche alla guida del governo, e soprattutto dopo una scoppola come quella rimediata nel referendum del 4 dicembre sulla “sua” riforma costituzionale, riesce a raccogliere quasi il 70 per cento dei voti degli iscritti può ben considerarsi radicato nel partito.

Le discussioni e le polemiche sul calo degli iscritti e sulla partecipazione di oltre la metà di loro alle votazioni a favore o contro Renzi, lasciano il tempo che trovano fra gli addetti ai lavori. Che ne troveranno altro, di tempo da buttare, a fine mese: in occasione dei conti delle primarie, quando andranno a votare a favore o contro Renzi anche i non iscritti al partito, cioè gli elettori, reali o potenziali che siano.

Per l’appuntamento con i gazebo, dove è ormai scontato che Renzi vincerà anche la seconda mano, o secondo tempo, della partita congressuale, il suo più diretto concorrente, che è il ministro della Giustizia Andrea Orlando, quasi doppiato nei circoli, ha già cercato di mettere un’asticella sotto la quale ha fatto capire che si potrà considerare debole la vittoria del rivale. Questa asticella è di due milioni di votanti.

Ciò potrebbe significare, ad occhio e croce, che il giovane guardasigilli, con la pratica che si è fatta da funzionario di partito, ritiene che lo svantaggio accumulato non sia recuperabile in seconda battuta, neppure col soccorso delle truppe esterne dei fuoriusciti dal Pd: i vari Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, Edoardo Speranza, Miguel Gotor eccetera. E’ meglio che a fine mese costoro se ne stiano a casa, o vadano in gita al mare e ai monti, per evitare che i votanti nei gazebo raggiungano o superino l’asticella dei due milioni.

Il giochetto è sin troppo semplice, direi persino banale, per non essere avvertito.

 

##########

 

Mentre Orlando, per non parlare del terzo ed ormai pleonastico concorrente Michele Emiliano, si è riservato di riprendere il tema della legittimazione di una seconda segreteria Renzi dopo i risultati delle primarie di fine mese, al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio non hanno più bisogno di tempo per giudicare ed emettere le loro inappellabili sentenze, naturalmente di condanna di Renzi. Che ormai avrebbe chiuso con le votazioni nei circoli il Pd per farlo diventare “PdR”, il suo partito personale, anzi personalissimo: il Partito di Renzi, appunto. E ciò con buona pace di chi vi è rimasto, non seguendo gli scissionisti, perché convinti di poter ancora contrastare all’interno l’”usurpatore”, per ripetere il termine contestato dal buon Geremicca.

Il PdR naturalmente, specie per una forza politica che si dichiara di sinistra, o di centrosinistra, al massimo dell’annacquamento accettabile, è per quelli del Fatto Quotidiano un mostro, uno scandalo, una bestemmia. Eppure da quelle parti, salvo qualche segno di insofferenza, sono di manica larga, o di bocca buona, come preferite, per tollerare e digerire gli aspetti personalistici della politica inevitabilmente prodotti dal cambiamento dei costumi e delle preferenze, e della comunicazione.

Che cosa è in fondo -chiedo agli amici del Fatto Quotidiano- il Movimento 5 stelle, per il quale essi spendono tante energie, se non il PdG, inteso come il Partito di Grillo? Mi rifiuto di credere ch’essi abbiano perso talmente la cognizione della realtà, e della credibilità, da non capire che in tema di personalizzazione della politica Grillo si sia spinto ben più avanti di Renzi. Che, a confronto col comico genovese e con i “portavoce” che lo imitano e adorano, sembra un angioletto, con le sue brave ali pronte a sostenerlo in volo. E a sottrarlo all’artiglieria di chi non rinuncia ad abbatterlo anche con le armi proibite. Che sono nel caso di Renzi quelle della cronaca giudiziaria.

 

###########

 

Che c’entrano adesso le cronache giudiziarie -mi chiederete- mentre parliamo delle varie fasi del congresso del Pd? C’entrano, c’entrano.

Mi ha insospettito -malizioso come sono- un intervento del capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone annunciato sulla prima pagina di Repubblica con queste parole: “Nuove regole contro la gogna mediatica. Serve una tutela diversa pure sulla diffusione di quegli atti non coperti da segreto”.

Il caso disgraziatamente vuole che negli uffici di Pignatone e dei suoi collaboratori si stia indagando su una vicenda nella quale le cronache giudiziarie, appunto, che da parecchio tempo si accavallano a quelle politiche, hanno più volte tentato nelle scorse settimane di trascinare Matteo Renzi attraverso i familiari e gli amici già coinvolti, fra i quali il papà Tiziano e il ministro dello sport Luca Lotti. Di quest’ultimo i grillini hanno pure tentato, sia pure inutilmente, di ottenere la testa con la mozione di sfiducia “individuale” respinta invece al Senato.

Parlo naturalmente delle indagini sugli appalti miliardari della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione.

Ereditatone un troncone da Napoli, dove i magistrati hanno fatto uso a lungo di un reparto ecologico dei Carabinieri cui invece ha ritenuto di dovere rinunciare Pignatone in persona dopo troppe fughe di notizie, la Procura di Roma sta gestendo le indagini sulla Consip, viste le sue numerose e possibili ricadute politiche, col terrore di vedersi rubare il mestiere, diciamo così, dai giornali più schierati contro Renzi.

E’ proprio il terrore di assistere al solito processo mediatico, sovrapposto a quello del tribunale, che ho intravisto, a torto o a ragione, nell’annuncio dell’intervento di Pignatone su Repubblica. Un terrore che, se vero, sarebbe ben giustificato dalla ghiottissima occasione che l’agenda politica offre agli avversari dell’ex presidente del Consiglio. E’ l’agenda, appunto, del congresso del Pd, e del passaggio dalla fase interna alla fase esterna delle votazioni: dai circoli ai gazebo.

La Quaresima è prossima a finire con la Pasqua. Ma chi vuole male a Renzi, e al suo presunto partito “personale”, ne può sognare una proroga.

 

 

 

 

Diffuso da http://www.formiche.net

 

Grande, grandissimo Sergio Staino

         Sergio Staino ha 77 anni da compiere l’8 giugno all’anagrafe. Ma solo all’anagrafe. Il suo cuore -quello vero, d’origine, per niente trapiantato- non ne mostra più di una ventina, tanta è la delusione che il direttore della storica testata di sinistra fondata da Antonio Gramsci ha avvertito nello scontro appena consumatosi con la sua redazione. Come se si fosse rotta una relazione d’amore. E meno male che Staino tornerebbe a sentirsi addosso tutti i suoi anni se fosse alle prese con un’arma da fuoco. Sennò, saremmo all’ennesimo femminicidio. L’Unità del resto è femmina.

         Propostosi l’anno scorso, alla sua età, alla direzione del giornale in una delle tante crisi che l’attraversava, Staino si aspettava giustamente dai suoi redattori un minimo di gratitudine. Che però, si sa, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, è solo il sentimento della vigilia, Trascorsa la quale, nulla è più dovuto. Neppure il rispetto che Staino ha preteso per il suo lavoro di vignettista, cui è ricorso, fra le poteste della redazione, per rappresentare con una lunghissima striscia satirica, estesa quanto l’intera prima pagina del giornale, l’ennesimo braccio di ferro con l’amministrazione sull’altrettanto ennesima stretta al personale.

         Non solo non hanno voluto o saputo ridere, magari solo per scommettere sulla capacità del loro direttore di far ridere anche anche quelli dell’amministrazione per chiudere al meglio la vertenza, ma i 35 redattori dell’Unità, in servizio per produrre un giornale di 14 pagine venduto al massimo in 7 mila copie, secondo i numeri che Staino ha impietosamente deciso di rivelare, hanno anche proclamato e attuato uno sciopero che il direttore li aveva scongiurati di evitare, facendone quasi una questione di fiducia.

         I furbi, in una crisi anche di intelligenza, come ha scritto sempre Staino mostrando di sapere usare la penna ancor meglio della matita, hanno fatto lo sciopero e al tempo stesso rivolto un insistito invito al direttore a non andarsene, al pari dell’amministratore delegato della società editrice, precipitatosi a respingerne le dimissioni. Ma, per quanto fumettista di professione, Staino non ci è cascato. E ha liquidato almeno la posizione dei suoi ormai ex redattori “un sublime capolavoro di ipocrisia”. Lo ha fatto con la stessa sincerità, direi anzi lealtà, con la quale egli ha voluto e saputo dare del cafone a un troppo indifferente Matteo Renzi quando era ancora segretario del Pd, e non si era messo in aspettativa congressuale. Gli ha dato del cafone senza avere i soldi e la liquidazione di Ferruccio de Bortoli, che da direttore uscente del Corriere della Sera diede a suo tempo a Renzi, sia come segretario del partito sia come presidente del Consiglio, del maleducato di talento.

Grande, grandissimo Sergio Staino. Peccato per l’Unità. Che rischia davvero di perderlo e di perdersi.

Renzi vince nei circoli ma Scalfari lo sculaccia

Ultima giornata di votazioni nei circoli del Pd, tra le solite, immancabili polemiche sulle percentuali dei votanti e sul numero stesso degli iscritti chiamati a scegliere fra i tre concorrenti alla segreteria: l’uscente Matteo Renzi, il flemmatico ministro della Giustizia Andrea Orlando e il sin troppo irruente governatore pugliese Michele Emiliano. Che, in verità, mi sembra più un cacciatore di guai che di voti.

Di voti, almeno fra gli iscritti, persino nella sua regione, “don Michele” sembra che ne abbia raccolti così pochi da rischiare di rimanere sotto il 5 per cento richiesto per accedere, con gli altri due compagni, alle primarie di fine aprile: quelle decisive e aperte agli esterni, ai non iscritti. Di guai, potevano forse bastargli quelli al Consiglio Superiore della Magistratura, dove lo aspetta proprio domani, assistito dal capo della Procura della Repubblica di Torino, Armando Spataro, un passaggio importante del procedimento disciplinare procuratosi per l’ostinazione di non rinunciare alla toga e alla carriera giudiziaria, per quanto sia ormai in politica da tanto tempo, e persino iscritto al Pd. Alla cui segreteria non avrebbe potuto neppure candidarsi senza disporre della tessera di socio. Che è cosa impedita dall’ordinamento giudiziario, per quanto a Michele Emiliano facciano buona compagnia, in questa condizione di almeno dubbia legalità, altri magistrati, a cominciare dall’austera ministra dei rapporti col Parlamento Anna Finocchiaro, del Pd pure lei.

 

#########

 

Nonostante la solita guerra dei numeri, il successo di Renzi anche fra gli iscritti è ormai scontato. E con gli esterni, a fine aprile, non potrà che andargli ancora meglio, anche se i fuoriusciti dal Pd -i vari Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, Enrico Rossi, Roberto Speranza eccetera- dovessero mandare i loro compagni ai gazebo per cercare di rovinargli un po’ la festa.

Più insidiose dei gazebo di fine mese potranno rivelarsi per Renzi, per quanto protetto dalla rilegittimazione congressuale, le elezioni amministrative appena fissate per l’11 giugno. Alle quali saranno interessati circa dieci milioni d’italiani, dal nord al sud, in città di un certo peso come Genova, Alessandria, Lodi, Monza, Piacenza, Parma, Padova, Pistoia, L’Aquila, Catanzaro, Trapani, Palermo. Dove Renzi potrà verificare nel concreto, come in una specie di antipasto, gli effetti elettorali della scissione a sinistra subìta nel Pd. E regolarsi anche ai fini delle tentazioni che gli sono ancora attribuite, a torto o a ragione, di convincere il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni a preferire in autunno una crisi e conseguenti elezioni anticipate, magari a fine novembre, e col ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio, piuttosto che una legge finanziaria per un 2018 di lacrime e sangue. Così hanno l’aria di attendersi in Europa, e potrebbero ancor più pretendere se Angela Merkel, la cancelliera del rigore, dovesse vincere a settembre le elezioni tedesche.

Per Renzi insomma, che peraltro avrebbe confidato a Maria Elena Boschi di sentirsi “vittima e ostaggio” della legge elettorale, cioè di quella che ancora manca, o che si aspetta il presidente della Repubblica prima di potersi arrendere alla sgradita prospettiva dello scioglimento anticipato delle Camere, la seconda avventura da segretario del Pd non si presenta quindi per niente facile.

 

###########

 

A migliorare l’umore di Renzi non credo proprio che sia servito l’abituale articolo domenicale di Eugenio Scalfari. Che, buono come un Barpapà molto avanti negli anni, ascetico nella contemplazione dell’amico e Papa Francesco, lusingato dalle telefonate e dalle visite che gli fa ogni tanto proprio lui, Renzi, non è però fesso. Per cui, come prevedevo qui qualche giorno fa, non ha per niente gradito che l’ex presidente del Consiglio sia tornato a prenotare il suo ritorno a Palazzo Chigi perché –ha detto nei circoli- “in tutta Europa” il leader del partito di maggioranza è anche il capo di governo. Ma ciò dopo avere fatto capire allo stesso Scalfari il contrario, di non essere cioè per niente sicuro dell’applicazione di questa consuetudine europea ad un quadro politico profondamente cambiato in Italia con l’ormai scontato ripristino del sistema elettorale proporzionale.

In un sistema del genere, e per giunta tripolare, con quell’ingombrante di Beppe Grillo fra i piedi, le alleanze di governo si possono cercare non prima ma dopo le elezioni, in base alle affinità programmatiche, di certo, ma anche ai rapporti di forza fra i vari partiti per assicurare all’esecutivo la necessaria fiducia parlamentare.

Scalfari è convinto -e non gli può dare francamente torto, anche se mi è capitato tante volte di dissentire da lui- che il segretario del partito di maggioranza potrebbe complicare le cose proponendosi di tornare a fare anche il presidente del Consiglio. E, per giunta, con una tale foga da “trucidare” -parola del fondatore di Repubblica- il prezioso governo di Paolo Gentiloni, come fece nel 2014 col governo del povero Enrico Letta.

Deciso per impazienza, ormai, ad essere il più chiaro possibile, Scalfari ha avvertito Renzi che è bene si tolga dalla testa l’idea di fare il “burattinaio” scambiando gli altri per “burattini”.

 

##########

 

Come se non bastassero i problemi che ha già di suo, Renzi si è vista riesplodere fra le mani anche la grana dell’Unità, da lui riportata nelle edicole tre anni fa ma che neppure il bravo, generoso Sergio Staino, sopraggiunto ad un esperto di acque, è riuscito a rianimare nelle edicole con la sua passione di militante e la sua ironia di grande vignettista.

Al sopraggiungere di un’altra stretta alla redazione, il povero Sergio ha cercato proprio con una striscia di vignette di mobilitare i lettori, incorrendo in proteste sindacali che lo hanno giustamente sorpreso e addolorato. Pertanto ora la redazione dell’Unità deve anche trovarsi o attendere un altro direttore, oltre a convincere gli editori a rimetterci altro danaro.

Penso di potere esprimere anche a nome dell’amico Michele Arnese, direttore di formiche.net, tutta la simpatia che meritano Staino e le creature delle sue vignette, tutte vittime purtroppo di un ossimoro: quello costituito da una testata che è l’opposto della realtà della sinistra alla quale essa è geneticamente rivolta. Una sinistra non unita ma frantumata, e decisa a non riconoscersi neppure nelle sue origini, che solo il cuore e la matita di Sergio potevano riuscire a conciliare con la dura realtà di oggi.

 

 

 

 

Diffuso da http://www.formiche.net

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Unità vittima purtroppo di un ossimoro

C’è da capire la delusione, l’amarezza, la rabbia, chiamatela come volete, di Sergio Staino, al quale la redazione dell’Unità, la storica testata fondata da Antonio Gramsci, ha rifiutato di limitare alle parole di un comunicato, anche il più duro possibile, senza la proclamazione dello sciopero, la protesta contro l’ennesimo dimagrimento imposto dalla ormai cronica crisi di quello che fu il giornale del Pci. E che ha poi ha cercato di essere il quotidiano di tutte le sigle succedutesi dalla caduta del muro di Berlino in poi, con sporadiche sospensioni delle pubblicazioni.

         Neppure con la sua satira di prim’ordine il vecchio e per niente stanco vignettista più famoso della sinistra è riuscito ad arrestare la corsa in giù del giornale. Che vende solo poche migliaia di copie: troppo poche per essere tenuto in vita, anche dal più generoso dei mecenati.

         Riportata nelle edicole da Matteo Renzi dopo avere scalato la segreteria del partito, l’Unità sembrò compromessa da una direzione troppo allineata al renzismo, appunto. Che fu ed è tuttora scambiato da parecchi a sinistra per un incidente genetico. Fu allora cercata, con l’autocandidatura generosa di Staino e l’astuta adesione del segretario del partito e allora anche presidente del Consiglio, una soluzione più sentimentale che politica alla crisi del quotidiano. Ma nemmeno le vignette con Bobo e familiari sono riuscite evidentemente a scaldare il cuore dei vecchi lettori dell’Unità o a portarne di nuovi.

         E a Staino è anche andata bene a non trovarsi fra gli editori del giornale quell’Alfredo Romeo da poco finito, anzi tornato in carcere per gli appalti miliardari della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione.

         A dire il vero, l’Unità paga la tragedia della sinistra, divisasi ormai in tante parti che la pur storica testata di Gramsci è finita per diventare un ossimoro.

A ciascuno la sua ossessione più o meno politica

Ognuno ha le sue ossessioni, contro le quali non c’è nulla, ma proprio nulla da fare. Il sindaco di Napoli, e per fortuna ex magistrato, Luigi de Magistris ha quella di non riuscire a vedere Renzi farsela finalmente addosso, per non ripetere le parole più pesanti usate dal primo cittadino partenopeo. Che ha appena aggiunto alle sue ossessioni quella di non farla pagare cara ad un questore sorpreso in un fuori onda a dargli del pazzo, o a lasciarglielo dare dal governatore campano Vincenzo De Luca. Il quale a sua volta ha l’ossessione di non fare uscire pazzi davvero tutti i suoi avversari, a cominciare da quelli che ancora indossano la toga.

Beppe Grillo ha l’ossessione di non far morire di paura tutto il paese all’idea di un governo a 5 stelle per riservarsi la soddisfazione di farlo poi morire, invece, di risate.

Il povero Sergio Mattarella, al Quirinale, ha l’ossessione di non ottenere la modifica parlamentare delle leggi elettorali uscite negli ultimi tre anni dalla sartoria repubblicana della Corte Costituzionale, dove anche lui ha lavorato per qualche tempo di ago e di filo come giudice.

Senza un intervento omologativo delle Camere il presidente della Repubblica teme di trovarsi prima o dopo -per iniziativa non importa di chi, se di un Matteo Renzi fresco di vittoria congressuale o di un Paolo Gentiloni ossessionato a sua volta dalla preparazione di una legge finanziaria destinata comunque a fargli perdere le elezioni- di fronte all’ingrato obbligo di interrompere la legislatura. E di mandare gli italiani alle urne non immaginando neppure come e a chi affidare poi l’incarico di formare il governo.

Pier Luigi Bersani è già pronto ad aiutare Mattarella aiutando a sua volta i grillini a guadagnarsi i voti del suo nuovo partito -Dp al posto di Pd- per improvvisare una maggioranza nel nuovo Parlamento. Ma è anche lui preda di un’ossessione: di non riuscire neppure a tornare a Montecitorio e a Palazzo Madama con gli altri fuoriusciti dalla “ditta” post-comunista, per cui non gli resterebbe poi che farsi un giro consolatorio per le birrerie di Roma.

Matteo Renzi ha l’ossessione dei libri che si è impegnato con Eugenio Scalfari a leggere per riferirgliene al prossimo incontro, quando peraltro si sentirà chiedere dal fondatore di Repubblica, che sarà pure vecchio ma non fesso, se l’ultima volta lo ha voluto prendere in giro dicendogli di non avere ancora deciso se proporsi di tornare alla guida anche del governo, e non solo del partito. Al giovanotto toscano è infatti capitato poi di dire in qualche circolo del Pd che il doppio incarico è praticamente imposto dal fatto che così si comportano dappertutto in Europa, per cui non vedrebbe il motivo per diventare un’eccezione, potendo bastare ed avanzare quella che ha concesso dimettendosi da presidente del Consiglio dopo la batosta referendaria del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale.

###########

L’altro Matteo, il leghista Salvini, ha l’ossessione di essere costretto a fare nelle prossime elezioni un listone con Silvio Berlusconi, visto che le coalizioni sono precluse dalla nuova legge elettorale della Camera. Eppure esse gli consentirebbero di ambire al pur improbabile premio di maggioranza e al tempo stesso di misurare la consistenza del Carroccio rispetto a quella di Forza Italia: cosa che gli potrebbe permettere, con la sicurezza che ha di vincere la partita, di risolvere finalmente il problema della premiership del centrodestra, sfuggendo al rifiuto ostinato dell’ex Cavaliere di adottare il metodo delle primarie.

Anche il listone è però l’ossessione di Berlusconi, ma per altre ragioni. In particolare, per il timore di dover pagare un prezzo troppo alto di candidature sicure a Salvini, che ha imparato bene da Umberto Bossi, pur se fra i due non corre buon sangue, l’arte delle trattative in questo campo.

Quanti meno parlamentari racimolerà Forza Italia nelle nuove Camere, tanto più alto sarà il rischio che, pur rompendo dopo le elezioni con Salvini per offrire a Renzi i numeri necessari ad una grande coalizione dei “responsabili” contro i “populisti” alla Grillo, Berlusconi non disporrà di alcun potere contrattuale. O ne disporrà ad un prezzo sempre più alto da pagare a quanti sono usciti dalla sua Forza Italia, a cominciare da Angelino Alfano, e avranno una grande voglia di ricambiare l’insofferenza, a dir poco, loro riservata dall’uomo di Arcore.

Non parliamo poi dell’altra, grande ossessione di Berlusconi: quella di una bocciatura o di una troppo tardiva accettazione da parte della Corte di Strasburgo del ricorso contro la decadenza dal Senato e la incandidabilità procurategli dalla cosiddetta legge Severino nell’autunno del 2013, dopo la condanna definitiva per frode fiscale.

A questa ossessione Berlusconi ha appena pagato un prezzo a Malta, dove si è recato per il raduno dei partiti popolari europei, ha avuto incontri un po’ con tutti, a cominciare dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, durato una ventina di minuti al lordo del tempo presosi dai traduttori, ma non ha voluto parlare dal palco per motivi di orgoglio personale.

Grandi sono, come al solito, le ambizioni dell’ex presidente del Consiglio ma grandi anche i suoi perduranti impedimenti. Dei quali naturalmente sono pronti a profittare avversari e concorrenti.

##########

Ci sono naturalmente anche le ossessioni dei politici di complemento, come possono essere considerati taluni giornalisti convinti di fare opinione e di poter condizionare le scelte dei politici di professione, o di elezione.

E’ il caso, fra gli altri, o sopra gli altri, del solito Marco Travaglio. Che è stato per un po’ ossessionato nelle scorse settimane dall’idea di non riuscire a provocare le dimissioni dell’odiato ministro renziano dello Sport Luca Lotti, coinvolto per presunta violazione del segreto d’ufficio nelle indagini sugli appalti miliardari della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione.

Ora, pur senza rinunciare alle spallate contro Lotti, il direttore del Fatto Quotidiano si dimena tra l’offensiva contro la ministra, renziana anche lei, Marianna Madia per via di una tesi di dottorato senza tutte le virgolette a posto, e quella contro il “pregiudicato” Augusto Minzolini, sfuggito con l’aiuto palese di 19 senatori del Pd alla decadenza da parlamentare dopo più di un anno e mezzo dalla condanna penale per un peculato alla Rai non riconosciuto dal tribunale civile e dalla Corte dei Conti.

Prima Travaglio ha inesorabilmente incalzato, calendario e orologio alla mano, il senatore Minzolini perché presentasse le dimissioni alle quali si era comunque impegnato, orgogliosamente, nel dibattito sulla richiesta di decadenza. Poi ha cominciato ad incalzare il Senato perché non abusi della votazione obbligatoriamente a scrutinio segreto, questa volta, respingendo le dimissioni per una maledetta prassi in uso nelle aule parlamentari in queste occasioni. Una vera ossessione, insomma.

Diffuso da http://www.formiche.net

Il Di Pietro double face: magistrato e poliziotto

Mi sono sempre chiesto se Antonio Di Pietro pre-politico sia stato più bravo come commissario di polizia che come magistrato, pur avendogli dato sicuramente più celebrità e soddisfazione la toga, dismessa improvvisamente il 6 dicembre 1994 per ragioni sulle quali si sono dette e scritte le cose più diverse, senza che si sia mai venuti a capire gran che. Per cui , anche per evitare querele alle quali egli è facile ricorrere, conviene attenersi alla spiegazione dell’interessato: di essersi stancato ad un certo punto di venire “strattonato” da tutte le parti e di avere voluto liberare i colleghi della Procura milanese guidata da Francesco Saverio Borrelli dal rischio di procedere nelle loro indagini sul finanziamento illegale della politica in un clima disturbato dalle polemiche sulla sua persona.

La voglia di capire se “Tonino”, come Di Pietro viene chiamato dagli amici, sia stato più bravo come commissario o come magistrato inquirente mi è tornata irresistibile leggendo l’altro ieri sul Dubbio il bellissimo resoconto fatto da Giovanni M. Jacobazzi di una celebrazione a Merate, vicino Lecco, dei 25 anni trascorsi dall’esplosione delle indagini Mani pulite. Così si chiamò ed è rimasta famosa nella storia giudiziaria l’inchiesta arrivata sulle prime pagine dei giornali il 18 febbraio del 1992 con l’arresto di Mario Chiesa, il presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio di Milano sorpreso a riscuotere la sera prima una tangente da una ditta delle pulizie. Fu la scoperta di Tangentopoli.

Affiancato dagli ex colleghi della Procura milanese Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, ora presidente uscente dell’associazione nazionale dei magistrati, Di Pietro ha confermato e illustrato una scena del film di Sky su Mani pulite che molti telespettatori hanno forse attribuito alla immaginazione, appunto, dello sceneggiatore.

Dato il grande numero di indagati, Di Pietro aveva allestito una specie di catena di montaggio. Ne raccoglieva in una stessa stanza undici alla volta, collocati in altrettante postazioni fra le quali lui si spostava per completare o avviare, secondo i casi, l’attività della polizia giudiziaria.

Ma più ancora delle undici postazioni per altrettanti interrogatori contemporaneamente, mi ha colpito il trucco, l’espediente, chiamatelo come volete, cui lo stesso Di Pietro ha confessato di avere fatto ricorso per vincere le prevedibili resistenze degli indagati ad ammettere le loro responsabilità e a svelarne magari altre, consentendo l’apertura di nuovi percorsi agli inquirenti.

Quel diavolo di “Tonino” all’occorrenza aumentava artificialmente la consistenza dei fascicoli, o faldoni che li raccoglievano, imbottendoli di giornali o di carta straccia. Come si fa con le borse quando vengono esposte sugli scaffali di vendita perché rimangano ben gonfie e capaci.

A vedere quella montagna pur farlocca di carte, scambiandola per un enorme materiale probatorio raccolto dagli inquirenti, ci poteva essere -e probabilmente ci fu- qualche inquisito crollato di suo, prima ancora che Tonino o altri lo incalzassero con le loro domande, dopo essersi magari limitati a dire: “Ormai sappiamo tutto”. E così l’interrogatorio poteva trasformarsi persino in una lunga, incontenibile, fluviale confessione, superiore ad ogni attesa.

Non dimentichiamo che in quei mesi e in quegli anni gli avvocati spiegavano ai loro clienti più ansiosi, peraltro basandosi su dichiarazioni pubbliche degli stessi magistrati, l’alto rischio di finire in manette già durante le indagini preliminari se non riuscivano a convincere gli inquirenti o di essere davvero estranei alla pratica diffusissima delle tangenti, in uscita o in entrata, o di avervi disgraziatamente partecipato decidendo però di tirarsene fuori davvero. Che significava dimostrare con opportune rivelazioni di non volere più coprire o proteggere nessuno con comportamenti omertosi. Sono rimasti purtroppo celebri, a questo proposito, i passaggi più drammatici della lettera scritta dal carcere alla moglie dall’ormai ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari prima di uccidersi infilando la testa in una busta di plastica.

Il povero Cagliari, deluso da una mancata scarcerazione che riteneva gli fosse stata invece promessa dopo l’ennesimo interrogatorio, si era drammaticamente convinto che inquirenti e giudici lo volessero lasciare in carcere, magari muovendogli altre imputazioni, fino a quando non fossero riusciti a sentirsi dire da lui ciò che si aspettavano.

Quel suicidio sorprese e addolorò per primo -va riconosciuto- proprio Di Pietro, colpito anche dalla decisione dell’indagato Raul Gardini di uccidersi in quegli stessi giorni dell’estate del 1993 a casa sua, a Milano, nella convinzione che non potesse uscire libero da un interrogatorio che lo attendeva di lì a poco.

Scoppiarono polemiche giustamente furibonde. Anche alcuni giornalisti entusiasti della “rivoluzione” di Mani pulite, e dei cortei che sfilavano per le strade di Milano con uomini e donne in maglietta bianca che chiedevano ai magistrati di farli ancora e sempre più “sognare”, ebbero momenti di dubbio e di sconcerto. Ma durò poco. Gli umori tornarono subito giustizialisti, cioè favorevoli più all’accusa che alla difesa degli imputati.

Di questo ritorno al giustizialismo, se mai qualcuno se ne fosse ritirato davvero, si ebbe la prova nell’estate successiva, quando il primo governo di Silvio Berlusconi, arrivato inaspettatamente a Palazzo Chigi all’esordio della sua avventura politica, adottò un decreto legge per limitare il ricorso alle manette nella fase delle indagini preliminari.

Per quanto prontamente firmato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, non certamente sospettabile di scarse simpatie per i suoi ex colleghi magistrati o di scarso interesse alle loro esigenze di lavoro, quel decreto provocò il finimondo nella Procura di Milano. Di Pietro e gli altri inquirenti chiesero, per protesta contro le nuove misure, di essere destinati ad altri compiti. I leghisti si dissociarono dal provvedimento, per quanto firmato anche dal loro Bobo Maroni, ministro dell’Interno, sostenendo di non averlo ben compreso, o di averlo trovato sulla Gazzetta Ufficiale diverso dal previsto. E a Berlusconi non restò che piegarsi rinunciando alla conversione per accontentarsi delle scarcerazioni nel frattempo eseguite. Egli non volle anticipare all’estate la crisi che i leghisti gli avrebbero però procurato ugualmente alla fine dell’anno su altri versanti.

Ma torniamo alla storia della catena di montaggio, per quanto metaforica, degli interrogatori in Procura raccontata con baldanza e divertimento da Di Pietro celebrando a Merate le nozze d’argento di Mani pulite con gli italiani.

Non credo proprio che “Tonino”, convinto della sua buona fede nella ricerca della verità come inquirente, possa o debba offendersi se gli dico che quelle undici postazioni per gli interrogatori e soprattutto quei fascicoli gonfiati ad arte, con giornali e carta straccia, mi sono apparsi più da commissario di polizia che da magistrato.

Ma quella storia, che ad occhio e croce doveva comportare anche verbali d’interrogatorio di più persone redatti e firmati dallo stesso o dagli stessi magistrati alla stessa ora dello stesso giorno, o quasi, mi riporta alla mente pure ciò che in quegli anni mi raccontò l’allora vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il mio amico Giovanni Galloni. Che era assediato, diciamo così, da altri amici e colleghi di partito che si lamentavano con lui del trattamento ricevuto persino da familiari incorsi a Milano sotto le lenti giudiziarie.

Galloni mi parlò, fra l’altro, proprio di più verbali milanesi redatti alla stessa ora, ma a volte persino svoltisi in luoghi diversi, su cui era prevedibile l’interessamento del Csm. Ma poi non se ne fece o non se ne seppe più niente. Mentre fece invece un rumore enorme il 6 dicembre 1994 il già ricordato annuncio delle dimissioni di Antonio Di Pietro dalla magistratura.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

 

 

 

 

 

Blog su WordPress.com.

Su ↑