Casaleggio liquidato da Pansa come inquietante

Giampaolo Pansa, Giampa per gli amici, che sono tanti, meritatamente aumentati quando lui, arrivato nella sua brillante carriera al bivio fra una testata di sinistra da poter dirigere e una verità da svelare e difendere, quella dei troppi crimini compiuti all’ombra della Resistenza al nazifascismo, scelse con dignità e coraggio la seconda, ha sempre avuto una certa visione fisiognomica della politica.

         Negli anni in cui frequentavamo insieme i congressi dei partiti per raccontarne scena e retroscena lui arrivava sempre con uno strumento in più: il binocolo. Che gli permetteva, standosene comodamente seduto al suo posto, di scrutare da vicino l’oratore di turno, i leader maggiori e minori che affollavano i banchi della presidenza, gli invitati e persino i delegati, quando ne scorgeva di curiosi. Egli considerava, giustamente, i volti ancora più espressivi delle parole. Rispetto ai suoi, gli articoli di noi altri perdevano puntualmente il confronto. Qualcuno cercò di difendersi imitandolo col binocolo, ma continuò a perdere il confronto perché Giampa era francamente ineguagliabile. Ci fregava tutti anche con quella sua capacità di inventarsi le immagini, la più famosa delle quali rimane la balena bianca travestita da Democrazia Cristiana. Che naturalmente egli avvertì spiaggiata per primo, mentre altri ancora la cercavano più o meno al largo.

         Del giudizio di Giampa pertanto mi fido, anche se gli anni lo hanno forse un po’ troppo inacidito o insospettito, almeno per i miei gusti o le mie simpatie. Credo ch’egli c’abbia azzeccato trovando sul suo Bestiario domenicale “inquietante” Davide Casaleggio, al cui volto ha potuto arrivare peraltro senza bisogno di impugnare il binocolo, essendoselo visto in primissimo piano giovedì sera sul televisore di casa che ne offriva l’esordio nel salotto di Lilli Gruber, a La 7. Ed avendone poi letto i resoconti dell’intervento al convegno organizzato a Ivrea in memoria del padre Gianroberto, ma in realtà per uscire dalle quinte dietro le quali era rimasto non so se per scelta più personale o dell’amico Beppe Grillo. Di cui si sussurra da tempo di una certa stanchezza alla guida del Movimento 5 Stelle. Una guida, invece, che Pansa considera per niente in esaurimento, anzi insostituibile.

         Inquietante non è certamente o solamente un aggettivo negativo, e tanto meno insultante. E’ tale, secondo il dizionario della lingua italiana Devoto e Oli, ciò “che costituisce motivo di preoccupazione o d’apprensione”, o “presenta elementi di interesse assai vivi e al tempo stesso sconcertanti”.

         Ebbene, non è quanto meno sconcertante che si stia dichiaratamente occupando del programma di un movimento politico qual è quello grillino, aspirante addirittura al governo del Paese, uno che evita contraddittori, sceglie in questo spirito le persone con le quali confrontarsi in pubblico e sfugge ai problemi dell’oggi dicendo di volersi occupare solo del “futuro”? Non è sconcertante uno che, al primo passo falso compiuto scoprendosi sui temi del presente, parla del famoso reddito di cittadinanza -che sarebbe poi il massimo dell’assistenzialismo- per indicare come fonte di finanziamento le solite “pensioni d’oro”? Senza tuttavia sapere spiegare che cosa egli intenda per oro, a quale cifra esattamente pensi, al lordo o al netto, quando le tasse già ne inghiottono più della metà. E dicendo che queste sono cose da “tecnici”.

         Personalmente preferisco ridere agli spettacoli di Grillo, senza dovere neppure pagare il biglietto, che inquietarmi alle allusioni e minacce di Casaleggio.

Le svolte sbagliate di Silvio Berlusconi

Dove o da chi comincio scrivendo della solita politica italiana in questa domenica delle Palme, che ci avvicina alla Pasqua di Resurrezione?

Da Matteo Renzi, risorgente segretario del Pd, e non si è ancora ben capito se anche aspirante di nuovo a presidente del Consiglio, dopo lo schiaffone procuratosi in fondo da solo con una campagna referendaria sulla sua riforma costituzionale condotta con troppa baldanza?

Da Sergio Mattarella, che proprio a Renzi ha appena dato uno scappellotto tirandosi fuori dall’incidente parlamentare nel quale i renziani lo volevano imprudentemente coinvolgere per la mancata elezione del loro candidato a presidente della prima commissione del Senato? Quella degli affari costituzionali preposta all’esame, quando verrà, dell’ennesima riforma o riformina elettorale.

Dal conte Paolo Gentiloni, che si barcamena alla meglio tra imprevisti internazionali e interni scommettendo più sulla paura degli italiani che gli succeda chissà chi a Palazzo Chigi dopo il prossimo turno elettorale, ordinario o anticipato, che sulla sua reale capacità o possibilità di evitare un naufragio?

Dall’emergente e un po’ tenebroso Davide Casaleggio, per quanto bellissimo, secondo la certificazione del critico televisivo del Corriere della Sera Aldo Grasso, propostosi in quel di Ivrea al popolo grillino -Davide naturalmente, non Aldo- come chi è interessato più dal futuro che dal presente? Ma sapendo bene che del futuro fa parte il prossimo autunno, con le primarie, o come altro preferiranno chiamarle da quelle parti, per la scelta del candidato del Movimento 5 Stelle alla guida del governo di cui i vari Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista hanno assaporato troppo presto il presunto odore.

Dell’almeno anagraficamente vecchio Silvio Berlusconi, appena celebrato sulla prima pagina sempre del Corriere della Sera, con la firma di Paola Di Caro, come l’autore di una “svolta animalista”, avendo aderito alla campagna della sua amica Michela Vittoria Brambilla per la difesa degli agnelli dalle stragi di Pasqua?

 

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Scusatemi, ma non riesco a sottrarmi alla tentazione di cominciare, e pure di finire, con Silvio Berlusconi per scrivere che forse sono altre le svolte attese dagli elettori che hanno smesso da anni di votarlo, o di votarne il partito, visto che lui è momentaneamente incandidabile: elettori dei quali il presidente di Forza Italia insegue ostinatamente il recupero, ritenendo forse non a torto, per carità, che essi basterebbero e avanzerebbero per fargli vincere le elezioni.

Purtroppo i suoi ex elettori di una certa età, e quelli più giovani ma pur sempre rispettosi delle tradizioni e delle buone maniere, si aspettano da Berlusconi svolte politiche, altro che animaliste. A costoro, dei cinque agnelli ch’egli ha appena generosamente “adottato”, facendosi fotografare mentre ne allatta uno chiamato poeticamente “Fiocco di neve”, non gliene importa nulla. Importa loro di più ch’egli si decida a rinunciare a sopportare un giorno e a inseguire l’altro il segretario leghista Matteo Salvini e la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Che sarà pure una bella mamma, oltre che sorella, per carità, ma è pur sempre la Meloni, appunto: una di fronte alla quale politicamente persino Ignazio La Russa, suo meno giovane amico di partito, o come diavolo si chiamano adesso fra di loro essendosi dati nel passato del camerata, sembra uno statista.

Piuttosto che occuparsi, in questi tempi poi, dei cinque agnelli scelti per lui dalla fedele Maria Vittoria Brambilla, l’ex presidente del Consiglio farebbe bene a riesaminare i rapporti con i cinque o più esponenti più in vista dell’area centrista ch’egli si ostina a scambiare per nemici, poltronisti e quant’altro, ma interessati come lui, o come lui dovrebbe, a impedire che il Paese finisca in mano ai grillini, vista l’ennesima frammentazione della sinistra.

Eppure fu lo stesso Berlusconi che nell’autunno del 2013 invitò i propri amici di una rinata Forza Italia a non insultare con parolacce e fischi i vari Angelino Alfano e Maurizio Lupi, che avevano preferito rimanere nel governo di Enrico Letta e definirsi “diversamente berlusconiani”, sotto le insegne di un “Nuovo Centro Destra”, piuttosto che fare la crisi, e rischiare le elezioni anticipate, per ritorsione contro la sua decadenza da senatore. Che era stato l’effetto congiunto di una condanna definitiva per frode fiscale e di una legge -la famosa Severino- purtroppo approvata anche dal centrodestra meno di un anno prima, senza accorgersi che avrebbe potuto essere applicata persino retroattivamente.

Non fischiate e non dite parolacce -disse allora Berlusconi ai suoi- perché di quei nostri amici potremmo avere bisogno nelle prossime elezioni.

 

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La decadenza di Berlusconi da senatore, peraltro decisa a scrutinio innovativamente e appositamente palese, dopo lo sbrigativo rifiuto di una proposta condivisa anche da una parte del Pd di rivolgersi alla Corte Costituzionale per sciogliere il nodo della controversa applicazione retroattiva della legge Severino, fu un atto certamente e odiosamente politico. Lo ha appena dimostrato la sorte opposta riservata al senatore forzista Augusto Minzolini, pur trovatosi nelle stesse condizioni giudiziarie del suo amico e presidente di partito.

Lo stesso Berlusconi, ancora senatore, aveva detto dopo la condanna definitiva, cui peraltro si era ricorso con procedure d’urgenza, per evitare una imminente prescrizione, che occorreva separare la sua questione da quella del governo. Ma poi cambiò idea e reclamò una crisi -ripeto- per ritorsione, anche a costo di spaccare il suo partito, preferendo l’emozione alla ragione, la pancia alla testa. I fatti, d’altronde, avrebbero poi dimostrato che la decadenza da senatore non era incompatibile con la prosecuzione della sua attività politica.

Purtroppo Berlusconi, mal consigliato, non si comportò allora da statista. Quale sarebbe stato se, per togliere dall’imbarazzo il governo e le altre istituzioni del paese, si fosse spontaneamente e orgogliosamente dimesso da parlamentare. Era quello, peraltro, che mi risulta gli avesse fatto consigliare l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, pronto in tal caso anche a chiudere con la grazia le sue pendenze con la condanna. Ma è difficile parlare di politica con chi, per esservi arrivato forse troppo tardi, finisce qualche volta per trovarsi inconsapevolmente nei panni più di un avventore che di uno statista.

 

 

 

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Il sessantesimo missile di Trump sui suoi tifosi in Italia

Mentre tutti si occupano, giustamente, dei 59 missili fatti lanciare dal presidente americano Donald Trump contro l’indegno arsenale chimico di Assad in Siria, appena adoperato dal dittatore contro quelli che lui considera ribelli comprendendovi i bambini, vi voglio raccontare del sessantesimo missile. Che è quello, fortunatamente solo di carta, che il presidente degli Stati Uniti ha lanciato personalmente contro i suoi improvvidi tifosi in Europa. I quali ne salutarono l’imprevista elezione alla Casa Bianca come l’arrivo del Messia della sovranità nazionale, del “facciamoci i fatti nostri” e “al diavolo tutti gli accordi o fenomeni internazionali: globalizzazione, Unione Europea, Nato” eccetera eccetera.

Tutti costoro si sono trovati dalla sera alla mattina con una mano davanti e l’altra di dietro, increduli e storditi.

Dalle nostre parti non ho saputo francamente se ridere di gusto o dolermi di compassione vedendo le facce -solo le facce- del segretario leghista Matteo Salvini e della sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Che non hanno esitato un istante a scaricare il “loro” Trump, sprofondato all’improvviso nell’inferno costringendoli ad aggrapparsi ancora di più a Putin, e si spera non anche alle sue minacce di ritorsione e quant’altro contro i soliti americani prepotenti e guerrafondai.

 

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Per quanto più abituati alle pratiche e agli sottigliezze del governo per l’imprudenza avuta da Silvio Berlusconi di portarveli e lasciarveli per un po’ d’anni, affidandolo loro persino i Ministeri degli Esteri, dell’Interno, della Difesa e della Giustizia, i signori della nuova o vecchia destra italiana, poco importa, sono riusciti a fare peggio dei grillini. Che pure di governo hanno pratica solo recente e locale. E la cui politica estera è gestita, almeno per ora, dall’ingegnere informatico Manlio Di Stefano, un palermitano eletto deputato in Lombardia quattro anni fa e di esteri conosce solo il nome della Commissione della Camera alla quale il gruppo 5 Stelle lo assegnò all’inizio della legislatura.

Persino questo Di Stefano, per quanto deluso di certo pure lui dalla svolta di Trump, considerandolo magari mal consigliato dai soliti militari, si è trattenuto nella reazione. E’ attribuito a lui un comunicato anonimo, diffuso dal blog del movimento, in cui si dice che gli attacchi ordinati dal presidente degli Stati Uniti “rischiano di costituire”, quindi non costituiscono tout court, come hanno gridato a destra, “una chiara violazione del diritto internazionale”.

Questa formulazione diplomatica non è sfuggita alla pancia del movimento grillino, come si capisce consultandone il sito e leggendo le reazioni dei naviganti.

“Rischiano? Rischiano soltanto? Siete ubriachi?”, ha chiesto un tale Guglielmo. “Sarà impossibile rimanerne fuori”, ha avvertito Rosanna Scarpa dopo che qualcun altro aveva appunto raccomandato di starsene indifferenti alla finestra. “Trump ha cercato di limitare i danni”, ha scritto Mario Genovesi, non so se riferendosi agli altri missili non lanciati contro la Siria o alle bombe chimiche distrutte in territorio siriano perché non venissero adoperate contro altri innocenti.

Un altro grillino ancora -Aldo B.- si è lodevolmente ricordato di quella che recentemente apparve una gaffe da ubriaco, quando il presidente americano parlò di una bomba a Stoccolma. Forse disponeva di una buona informazione ricevuta dai servizi segreti, allertati su ciò che sarebbe potuto accadere, com’è purtroppo avvenuto, nella capitale svedese con quel tir lanciato come una bomba in pieno centro per seminare morte fra i passanti. Rimase sempre una gaffe, sia chiaro, ma c’era almeno un retroterra.

 

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Non sono naturalmente mancate fra gli internauti grillini grida antiamericane della solita, peggiore specie. E richieste, come quella di Giuliano Antonio, di non lasciarsi scappare, per carità, questa preziosa occasione per “uscire dalla Nato”. O imprecazioni come quella di Adriano. Che, dichiaratosi cinquantenne, ha garantito che “da quando sono ragazzo gli americani mi stanno sui c…….ni”. Fine e davvero multirazziale, questo Adriano, del quale il meno che si possa dire è che i genitori gli hanno dato un nome sbagliato.

Peccato che la fortuna abbia risparmiato al giovane Davide Casaleggio di esordire di giovedì, e non di venerdì, nel salotto televisivo di Lilli Gruber. Che non si sarebbe certamente sottratta alla tentazione di chiedergli un giudizio sui missili di Trump contro la Siria di Assad. Chissà a quale algoritmo avrebbe fatto ricorso l’ospite per sfuggire anche a un simile tema, oltre che alle pensioni d’oro e alle comunarie. Ma non è detto che qualcuno non riesca a fargli qualche coraggiosa domanda a Ivrea, del cui convegno organizzato per celebrare la memoria del padre l’erede ha a lungo parlato in una intervista al Fatto Quotidiano, una volta tanto assente invece nel salotto della Gruber giovedì sera, dove a supportare, non certo ad incalzare l’ospite c’erano il giornalista Gianluigi Nuzzi e il sociologo Domenico De Masi.

Comunque, pur avendone avuta l’occasione, neppure l’intervistatore del Fatto Quotidiano, Gianni Barbacetto, ha ritenuto di dover fare una domanda -dico, solo una domanda- a Davide Casaleggio sula questione siriana riesplosa dopo l’esordio televisivo a La 7. Silenzio assoluto. Ha invece parlato, anzi tuonato, il solito Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici, che ha dato al presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni del “vassallo degli Stati Uniti” per averne definito l’azione militare contro la Siria di Assad “limitata” e “una risposta ad un crimine di guerra”. E così Dibba ha pure pensato di mettere in riga il troppo cauto ingegnere informatico del movimento.

 

 

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La caccia all’infiltrato per la vicenda Moro

A 39 anni ormai di distanza dalla tragica fine di Aldo Moro, e dopo una lunga serie di inchieste giudiziarie e parlamentari, per non parlare dei numerosi e inutili tentativi compiuti in ogni sede di fare uscire i responsabili superstiti di quell’operazione condotta con “geometrica potenza” contro “il cuore dello Stato” dalla sin troppo sfacciata reticenza delle loro deposizioni, e persino memoriali, capisco la diffidenza dell’ottimo Paolo Delgado. Che ha avvertito o temuto su Il Dubbio la presenza dei soliti “saltimbanchi della dietrologia” nella ricostruzione che del sequestro e dell’uccisione di Moro sta facendo la commissione bicamerale presieduta dall’ex ministro Giuseppe Fioroni, del Pd.

Le relazioni sui primi due anni di lavoro sono già state approvate all’unanimità -cosa non frequente nelle commissioni d’inchiesta parlamentare- a dimostrazione del clima unitario in cui si è lavorato, pur in un contesto politico generale di tutt’altro segno. E nella previsione, oltre che auspicio, di una relazione conclusiva largamente condivisa alla fine della legislatura, ordinaria o anticipata che sia destinata a rivelarsi.

Fra i nuovi temi sollevati dalla commissione Fioroni, rispetto alle precedenti indagini, Delgado ha trovato curioso e -temo- irrilevante quello del bar d’angolo fra via Fani e via Stresa, dietro le cui fioriere si nascosero i brigatisti rossi travestiti da avieri, con le loro armi, in attesa che arrivasse l’auto blu che portava Moro dalla sua vicina abitazione di via di Forte Trionfale a Montecitorio, preceduta da una vettura più piccola della scorta. Che, costretta apposta ad una brusca frenata, fu tamponata dalla macchina contro la quale i terroristi spararono uccidendo gli agenti che sedevano davanti e risparmiando il presidente della Dc per sequestrarlo, prelevandolo a forza dai sedili posteriori. “Lasciatemi stare”, furono le uniche parole uscitegli dalla bocca.

Quel bar molto spazioso, che gli agenti di scorta di Moro avevano frequentato per un po’ fino a che non si insospettirono di qualcosa e smisero di andarvi, esortando la figlia di Moro, Maria Fida, che lo frequentava anche lei, a starsene lontana, la mattina del sequestro -il 16 marzo- doveva essere chiuso. E non per turno o altro. Era stato chiuso da un bel po’ per fallimento della società proprietaria. Un socio della quale risultò poi coinvolto in un oscuro e inquietante traffico d’armi e di moneta, oggetto di una indagine giudiziaria dalla gestione a dir poco bizzarra.

Ebbene, quel bar la mattina del 16 marzo fu trovato aperto da cronisti e operatori televisivi accorsi sul posto della tragedia. E che vi si rifugiarono per fare le loro telefonate di lavoro. Così anche altri, fra i quali un uomo alto che parlava tedesco. Tedesco come la lingua usata durante l’eccidio della scorta di Moro da uno sconosciuto   -forse lo stesso- che correva per la strada gridando ai passanti di fermarsi e di stare attenti. Tedesco come la montagna di marchi cambiati dal socio del bar fallito per una partita forse di armi. Tedesca come una terrorista catturata dopo qualche tempo in Germania e trovata in possesso di una carta d’identità italiana falsificata, risultata poi proveniente da una partita trafugata in un Comune del Comasco: la stessa dei documenti ancora intonsi trovati il mese dopo il sequestro di Moro nel covo brigatista di via Gradoli, una traversa della via Cassia. Un covo che la colonna romana delle brigate rosse aveva messo a disposizione di Mario Moretti, mandato nella Capitale dalla direzione strategica ad organizzare e condurre l’operazione contro il presidente della Dc.

Si tratta dello stesso covo nella cui palazzina fu curiosamente eseguito un sopralluogo infruttuoso della Polizia pochi giorni dopo il sequestro di Moro. Si arrivò alla sua scoperta dopo un mese per un allagamento dalla casualità assai sospetta, dopo che il nome Gradoli, raccolto da Romano Prodi in una incredibile seduta spiritica vicino a Bologna, era stato scambiato dalla Polizia per l’omonima località del Reatino, con relativo, inutile dispiego di forze e perdita di tempo.

C’era insomma qualcuno dall’altra parte della barricata che voleva mandare al posto giusto, per catturare Moretti, forze dell’ordine che non riuscivano invece ad arrivarci. Quel qualcuno, forse provvisto delle chiavi, fu alla fine costretto a ricorrere ad una doccia da lasciare aperta. Ma ormai era troppo tardi per beccare il capo dell’operazione. Si riuscì solo a far prendere documenti, come quelle carte d’identità rubate, da cui sperare di dare nuovi e utili impulsi alle indagini.

Ma torniamo a quel maledetto bar d’angolo fra via Fani e via Stresa. Siamo proprio sicuri di poter liquidare come ininfluente, occasionale, dietrologica della peggiore specie, la questione del perché e del come quella maledetta mattina fosse stato ad un certo punto aperto? Dopo le altre circostanze che ho ricordato prendendole dalla prima relazione della commissione Fioroni, non me la sento di fare spallucce.

Spero altresì di trovare nella relazione finale qualche risposta non ad mio interrogativo capriccioso, ma alla domanda che angosciò il povero Giovanni Leone sino alla morte. E che ebbi la ventura di raccogliere dalla sua viva voce in una intervista raccolta per Il Foglio nel ventesimo anniversario del sequestro di Moro, che so finita tra le carte esaminate dalla commissione Fioroni.

Leone, nella sua casa alle Rughe, sulla Cassia, mi raccontò alla presenza della moglie che il 9 maggio 1978 aveva dato appuntamento al Quirinale verso mezzogiorno al ministro della Giustizia Francesco Paolo Bonifacio, suo ex allievo, per firmare di propria iniziativa, senza che l’interessata glielo avesse chiesto, e quindi in deroga alla legge allora in vigore, la grazia a Paola Besuschio, condannata in via definitiva per reati di terrorismo, ma non di sangue.

Presente nell’elenco dei 13 “prigionieri” con i quali le brigate rosse avevano chiesto di scambiare il povero Moro, la Besuschio era stata scelta dall’allora presidente della Repubblica, d’intesa col giurista e amico Giuliano Vassalli e con l’ex capo di Gabinetto di Moro, il consigliere di Stato Giuseppe Manzari, a causa delle sue cattive condizioni di salute.

L’unica copertura che Leone, consapevole di forzare la linea della cosiddetta fermezza adottata dal governo e dalla maggioranza di solidarietà nazionale, estesa sino al Pci di Enrico Berlinguer, si era premurato di chiedere era quella dell’amico di partito e presidente del Senato Amintore Fanfani. Che proprio quella mattina aveva appena preso la parola alla direzione della Dc per affidarsi alle autonome valutazioni del capo dello Stato quando fu interrotto, drammaticamente zittito dall’annuncio del ritrovamento del cadavere di Moro. Che i terroristi avevano preferito ammazzare di prima mattina, piuttosto che dividersi nella valutazione della grazia alla sola Besuschio.

Per dirla in parole povere, Leone mori nel sospetto che in quella disgraziata vicenda, costatagli probabilmente anche il posto con quelle dimissioni reclamate e ottenute sei mesi prima della scadenza del mandato con altre motivazioni di opportunità politica e persino morale, di cui si sarebbero tutti scusati troppo tardi, fosse stato un infiltrato di troppo: o uno infedele dei servizi segreti nelle brigate rosse o uno, purtroppo fedelissimo, delle brigate rosse nei servizi segreti. Che peraltro in quel momento stavano attraversando una difficile transizione per una riforma appena intervenuta.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il flop televisivo di Davide Casaleggio

Temo che Matteo Renzi – lo temo per lui- abbia sbagliato, e di grosso, indicando in Davide Casaleggio il “vero capo” del Movimento 5 stelle. Sempre che, naturalmente, il segretario rientrante del Pd abbia parlato nella sua lunga intervista a Panorama della stessa persona che ha appena fatto il suo esordio televisivo nello studio di Lilli Gruber, a la 7, supportato dal giornalista Gianluigi Nuzzi e dal sociologo Domenico De Masi.

Se il figlio di Gianroberto Casaleggio, che si accinge a celebrare a Ivrea la memoria del padre a un anno dalla morte con un convegno molto reclamizzato, fosse davvero il capo dei pentastellati, l’ex presidente del Consiglio avrebbe buone possibilità di batterlo, per quanti errori egli possa continuare a compiere inseguendone lo spirito demagogico anti-casta e cose simili. Cosa che purtroppo Renzi ha fatto rovinosamente nella campagna referendaria sulla sua riforma costituzionale motivandola non per i contenuti innovativi che aveva, per quanto pasticciati sotto certi aspetti, ma per i risparmi che, secondo lui, avrebbe garantito ai contribuenti riducendo il numero dei senatori da 315 a 100, fra consiglieri regionali e sindaci, e presumendo di tenerli a stecchetto con i soli rimborsi delle spese. A documentare le quali, peraltro, proprio i consiglieri regionali hanno abbondantemente dimostrato in questi ultimi anni di che cosa sia perfidamente capace la fantasia umana.

No. Il capo del movimento che sta scalando il vertice nella graduatoria elettorale dei partiti è e resta quel mostro di bravura dello spettacolo che è Beppe Grillo. Del quale mi dicono che abbia scoperto, deluso e preoccupato, di perdere continuamente spettatori in teatro senza darsene una ragione. Che invece c’è, ed è forse il segreto del successo del suo movimento. La gente non ha più bisogno di inseguirlo nei teatri perché se lo vede e se lo sente tutti i giorni, in diretta e in differita, senza bisogno di spendere un centesimo in biglietti per sé, familiari e amici.

Tanto Grillo ti fa ridere o arrabbiare, secondo i gusti, quanto Casaleggio ti lascia indifferente a sentirlo parlare. Ma indifferente forse è dir poco, perché a pensarci bene ti viene alla fine un dubbio abbastanza irritante. Non sai se sei tu incapace di afferrarne il ragionamento o lui incapace di farne di comprensibili, o –peggio ancora- abbastanza furbo da rimanere nel vago per non farsi scoprire.

 

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Al netto del ruolo di supporto, ripeto, svolto dall’ospite di studio Nuzzi e da Masi, che in collegamento non so da dove si faceva distinguere più per lo strapazzo degli occhiali stretti fra le mani che per le sue riflessioni, ogni volta che la povera Lilli Gruber cercava di stringere, diciamo così, Casaleggio su un tema, rimaneva all’asciutto. E sgranando gli occhi era costretta a far rilevare all’interlocutore di non avere risposto alla sua domanda.

Ciò è accaduto, per esempio, quando Casaleggio è tornato a indicare nelle solite “pensioni d’oro” il malloppo dove attingere per finanziare il costosissimo reddito di cittadinanza. Giustamente Lilli lo ha invitato a precisare l’entità di una pensione d’oro. Cinquemila euro al mese? Lordi ? Netti? Di più ? Di meno? Ah, questi sono aspetti tecnici dei quali parlano appunto i tecnici, ha risposto Casaleggio, un po’ infastidito dall’insistenza o dalla curiosità della conduttrice. Che magari voleva farsi anche qualche conto in tasca, toccando pure a lei prima o poi di andare in pensione, e non volendo fare la fine di una barbona. Sarebbe, per com’è bella, un vero peccato.

Non è andata meglio alla povera Lilli quando ha cercato di approfondire il ruolo di Grillo nel movimento, oltre quello un po’ generico e abusato di “garante”. Che, in quanto autonominatosi, si stenta obiettivamente a capire cosa e chi debba garantire se non se stesso.

Collegato a questo tema è naturalmente il tipo e grado di democrazia nel movimento che aspira addirittura al governo del Paese, per giunta da solo, non ritenendo nessun altro all’altezza di allearsi o collaborare. L’episodio giustamente citato da Lilli delle cosiddette comunarie di Genova, vinte da una insegnante locale ma bocciata da Grillo in persona, che le ha preferito lo sconfitto, risultato poi vincitore in una consultazione digitale non più limitata a Genova ma estesa a tutto il paese, è stato rimosso da Casaleggio con un gesto delle mani più eloquente delle parole uscitegli dalla bocca.

No, ripeto. Non è cosa. Non mi è sembrato un capo. E neppure un politico. Nè credo che sia apparso tale a Lilli Gruber, della quale mi spiego così la rinuncia a chiedergli se alle prossime elezioni, o a quelle ancora successive, pensa di potersi candidare alla Camera e al Senato, non foss’altro per rimanere più facilmente e frequentemente a contatto con i cosiddetti “portavoce” del movimento. Che egli ora viene a Roma a visitare di tanto in tanto, o chiama a rapporto a Milano.

 

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Più vedevo e sentivo Casaleggio alla televisione e più mi tornava alla mente l’effetto procuratomi nel lontano 1989 dalla famosissima intervista di Sergio Zavoli a Mario Moretti, per la serie de “La notte della Repubblica”.

Con Moretti naturalmente Casaleggio non c’entra niente. Ci mancherebbe altro. Quello fu lo spietato brigatista rosso che nel 1978 capeggiò la sanguinosa operazione del sequestro di Aldo Moro e interrogò a lungo l’ostaggio per poi ucciderlo nel bagagliaio di un’auto che sarebbe stata lasciata in sosta a mezza strada il 9 maggio fra le sedi nazionali della Dc e del Pci, rifiutatisi di trattarne il rilascio scambiandolo con 13 detenuti promossi al ruolo di prigionieri politici. Casaleggio è invece un signore incapace, credo, di impugnare una pistola, e forse neppure un accendino: misterioso sì ma pacifico. E desideroso di rivoltare questo nostro sistema politico con le sole risate dell’amico Beppe.

Ebbene, quando guardavo e sentivo Moretti intervistato da Zavoli mi chiedevo, incredulo, come un uomo così banale, per le cose che diceva, avesse potuto procurare tanto danno a un altro uomo e, ancor più, al sistema democratico del nostro Paese. Di cui ho sempre detto che sopravvisse ma monco al delitto Moro.

Ho guardato e sentito Casaleggio con la Gruber e i suoi due supporter e mi sono chiesto come sia possibile che il nostro sistema, a 39 anni dall’assassinio di Moro, sia peggiorato a tal punto da rischiare di essere affondato con la declamazione di tante vaghezze, per quanto a 5 stelle.

 

 

 

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L’Italia attaccata alla canna del gas

 

Mentre la politica si smarrisce nell’ennesima manfrina di una commissione parlamentare che ha eletto come presidente uno che la vice presiedeva da quattro mesi, guadagnandosi evidentemente simpatie e apprezzamenti trasversali non graditi ai soliti lottizzatori, la giustizia continua a contraddirsi e a rendere l’Italia un paese troppo pericoloso per chi fosse tentato dal farvi investimenti. E quindi dall’aiutarci ad uscire dalla crisi.

         La Corte Costituzionale aveva appena ribadito la legittimità di tutti i percorsi dell’approdo in terra pugliese del gasdotto Tap quando il Tar, cioè il tribunale amministrativo regionale del Lazio, che ad occhio e croce, in un paese normale, dovrebbe valere meno, ma molto, molto meno della Corte Costituzionale, ha ordinato la sospensione dell’espianto degli ulivi difesi dal governatore della Puglia Michele Emiliano come se fossero sue creature.

         Naturalmente sospendere l’espianto degli ulivi, previsto per rimetterli al loro posto dopo che saranno sistemate le condutture del gas e ricoperte del terreno necessario, significa sospendere i lavori di costruzione del gasdotto.

         Questa povera Italia è proprio attaccata alla canna del gas.

                    

Carnevale fuori stagione a Palazzo Madama

Molti hanno scambiato all’improvviso, persino nei piani alti della politica, la Quaresima per Carnevale. Ed hanno tentato di trasformare in un caso bellico- come la vicenda dei pozzi Ual Ual sfruttata da Mussolini nel 1934 per la guerra in Abissinia- l’elezione a sorpresa dell’alfaniano Salvatore Torrisi a presidente della commissione del Senato per gli affari costituzionali.

Si tratta della commissione dove si giocherà uno dei tempi della partita dell’ennesima riforma o riformetta elettorale, senza la quale pare che il presidente della Repubblica non abbia alcuna intenzione di sciogliere le Camere prima della scadenza ordinaria dell’anno prossimo. E ciò, quindi, neppure se l’incidente in cui è incorsa la maggioranza con la curiosa elezione di un esponente della stessa maggioranza alla presidenza della prima commissione di Palazzo Madama provocasse addirittura la crisi, secondo un allarme lanciato da Andrea Orlando. Che per un istante ha forse dimenticato di essere anche il ministro della Giustizia, e non solo, in ordine di voti appena raccolti nei circoli, il secondo candidato alla segreteria del Pd, dopo Matteo Renzi.

E’ proprio a quest’ultimo che, a torto o a ragione, è stata subito attribuita la tentazione di sfruttare il caso Torrisi, chiamiamolo così, per alzare la temperatura politica facendo protestare i suoi amici, chissà poi perché, presso il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il capo dello Stato Sergio Mattarella. Come se costoro avessero la possibilità di deporre l’amico del ministro degli Esteri Alfano. Che è invece l’unico a potere svolgere opera di persuasione sull’interessato, come del resto ha già cominciato a fare intimandogli di dimettersi per ragioni di opportunità politica e poi annunciandone l’espulsione in caso di ulteriori resistenze. E così Alternativa Popolare, che è il nome appena datosi dal partito di Alfano per liberarsi di quell’ormai ingombrante “Nuovo centro Destra” assegnatosi nell’autunno del 2013 per diventare “diversamente berlusconiano”, può farsi già notare in campo con la sua nuova maglietta.

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Eppure si conosceva la problematicità dell’elezione del presidente della prima commissione del Senato per sostituire la piddina Anna Finocchiaro, nominata ministra dei rapporti col Parlamento non qualche giorno fa, in sostituzione di qualche dimissionario o defunto, ma a dicembre scorso, quando nacque in quattro e quattr’otto il governo del conte Gentiloni per soddisfare -diciamo la verità- l’interesse politico d’immagine di Renzi, deciso a dimostrare dopo la batosta referendaria sulla sua riforma costituzionale di sapersi penalizzare in qualche modo, rinunciando a Palazzo Chigi e tenendosi stretta invece la segreteria del partito per non renderla “contendibile”, come reclamavano invece i suoi avversari interni: Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni. I quali sulla contendibilità, appunto, del partito avrebbero poi svolto una battaglia preferendo alla fine perdere con una scissione piuttosto che con una sconfitta congressuale.

Proprio per effetto di quella scissione si è creata una situazione a dir poco equivoca nella prima commissione del Senato, come in molte altre dello stesso Senato e persino della Camera, ma anche nell’aula di Palazzo Madama, dove i numeri sono sempre stati ballerini in questa diciassettesima legislatura, al pari delle precedenti.

I fuoriusciti dal PD, che hanno rovesciato le loro magliette con l’effetto di trasformare la sigla in DP, sono formalmente rimasti nella maggioranza, sostenendo di voler difendere il governo dai tentativi dell’odiatissimo Renzi di rovesciarlo, o indurlo alle dimissioni, per andare alle elezioni anticipate. Ma la partecipazione dei bersaniani, dalemiani ed altri alla maggioranza è nei fatti a giorni e persino ad ore alterne, secondo le convenienze e gli umori. D’altronde, ancor prima della scissione, quando erano la minoranza del Pd, essi avevano minacciosamente avvertito il governo Gentiloni che avrebbe dovuto guadagnarsi il loro consenso provvedimento per provvedimento.

In questa logica di movimento e di comportamento non è parso vero a costoro di poter impallinare il candidato ufficiale del Pd, il renziano Sergio Pagliari, alla presidenza della prima commissione senatoriale votando con le altre opposizioni per il povero alfaniano, a questo punto, Salvatore Torrisi. A favore del quale va detto che ha sicuramente giocato anche il fatto di essere dichiaratamente e notoriamente favorevole al ritorno al sistema elettorale proporzionale. Ma va anche aggiunto che non è un presidente di commissione, per quanto bravo e astuto possa essere o rivelarsi, a dettare legge.

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D’altronde, la strada al ripristino del sistema elettorale proporzionale è stata non aperta ma spianata dai tagli apportati nella sartoria della Corte Costituzionale alle leggi per i rinnovi del Senato e della Camera, dal pessimo uso che hanno fatto del maggioritario sia la destra sia la sinistra allestendo per più di vent’anni coalizioni di governo a dir poco pasticciate, dai tanti sostenitori apparenti del maggioritario che hanno però contribuito alla bocciatura referendaria della riforma costituzionale, e in fondo dagli stessi renziani che ripropongono ancora il cosiddetto Mattarellum, prevalentemente maggioritario, sapendo bene che la loro è più una mossa che una scelta.

Il ritorno al tanto deprecato sistema elettorale proporzionale fa comodo a tutti quelli che, non sapendo come fermare i grillini, che a volte inseguono anziché contrastare, per cui li aiutano a crescere ancora, contano proprio sulla mancanza o irraggiungibilità del premio di maggioranza, o sulla sua riduzione ad un fatto simbolico, per evitare che il comico di Genova faccia tombola da solo la prossima volta. E mandi un Di Maio o un Davigo a Palazzo Chigi, magari insieme: il secondo come presidente del Consiglio e il primo come sottosegretario.

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Il mai di Renzi dopo i tre di Brunetta

Si stanno sprecando i “mai” in politica, a dispetto delle vecchie e buone regole che una volta, forse non a torto, bandivano questo avverbio  nel confronto tra i partiti e i loro leader.

Ai tre “mai” gridati pochi giorni fa dal capogruppo forzista della Camera, Renato Brunetta, ad un accordo governativo dopo le elezioni con Matteo Renzi, forse anche per coprirlo a sinistra nelle primarie congressuali del Pd, è seguito il “mai” opposto dallo stesso Renzi all’ipotesi attribuitagli invece su Panorama da Andrea Marcenaro di un “ritiro questa volta davvero” dalla politica se non dovesse riconquistare la segreteria del partito.

A metà degli ormai lontani anni Settanta mi capitò di raccogliere un’intervista nella quale Carlo Donat-Cattin mi disse che “mai” avrebbe acconsentito ad un accordo di governo con i comunisti.

A intervista pubblicata, mi telefonò imbarazzato per dirmi che “per ragioni di opportunità” avrebbe dovuto precisare di non avere mai detto quel mai. Gli chiesi se ci avesse ripensato. Sempre più imbarazzato, mi rispose che quel mai pronunciato nell’intervista apparteneva al cuore e lì rimaneva ben saldo, ma che in politica occorreva lasciarsi qualche “flessibilità”.  Insomma -mi spiegò- mai dire mai.

Nel 1978, quindici giorni prima che il comune amico Aldo Moro fosse rapito dalle brigate rosse, i gruppi parlamentari della Dc furono convocati congiuntamente per decidere il sì o il no ad un’intesa di programma che  consentisse al Pci di Enrico Berlinguer di non più astenersi, ma  votare la fiducia al governo monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti. Fra i contrari c’era proprio Donat-Cattin, allora ministro. Fu per rimuovere quel no che Moro, nonostante fosse febbricitante per un’inflluenza, partecipò alla riunione e pronunciò il suo ultimo discorso politico. E Donat-Cattin se ne lasciò convincere.

Moro, che ci teneva in modo particolare considerando l’amico il rappresentante vero della sinistra democristiana, per i contenuti della sua politica e non per i rapporti con i comunisti, come  accadeva invece all’altra sinistra dc, quella di “Base” facente capo ad “Albertino” Marcora e a Ciriaco De Mita, ne fu sollevato. E difese poi ad oltranza la conferma di Donat-Cattin a ministro quando, nell’incontro alla Camilluccia in cui Andreotti anticipò ai dirigenti del partito la lista che stava portando al Quirinale, non ne trovò il nome. E neppure quello di Antonio Bisaglia. Di entrambi il Pci aveva chiesto la testa in nome del rinnovamento.

Mai -spiegò all’incirca Moro ai suoi amici di partito- bisogna farsi scegliere dagli altri la propria classe dirigente. Anche a  lui, quindi, scappò un mai di troppo. Ma fu l’ultimo perché lo aspettava un destino atroce.

Il vuoto incolmabile di Giovanni Sartori

Giovanni Sartori, Vanni per gli amici, persino per Indro Montanelli, al quale l’amicizia non impediva di invidiarne la schiettezza, la scrittura limpida, il sarcasmo e soprattutto la caratura “scientifica”, che al toscanaccio di Fucecchio metteva persino soggezione, mi mancava già da parecchio. Da quando il Corriere della Sera smise di chiedergli editoriali, o lui di proporgliene. Questo non l’ho mai ben capito. E continuerò a non capirlo, per quante spiegazioni cercheranno di dare dalle parti di via Solferino.

So solo che quando la firma scomparve dal “suo” Corriere lui aveva ancora voglia di parlare, di scrivere, di esprimere la sua opinione. Cioè, di vivere, perché parlare, scrivere, discutere, leggere, insegnare, non importa se fisicamente da una cattedra di università, italiana o americana, o da un giornale, era appunto la sua vita.

Diversamente, se avesse veramente deciso di chiudere bottega, di tirare i remi in barca, di godersi con la moglie gli ultimi anni della vita, di guardare dall’alto in basso quelli che lui considerava “pigmei” travestiti da protagonisti della nostra cosiddetta politica, il professore si sarebbe negato a chi gli telefonava per chiedergli un parere, un commento, una battuta, un’intervista. Invece egli era sempre, o quasi sempre, disponibile. Il fatto è che mancavano gli interessati a raccoglierne le impressioni, sapendo forse quanto queste avrebbero potuto infastidire i potenti di turno. Dei quali Sartori diffidava quasi d’istinto.

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Morto nella sua abitazione romana a poco più di un mese dal compimento di 93 anni per insufficienza respiratoria, lui che di aria era stato insaziabile per averne sempre da buttare fuori dai polmoni insieme con i suoi giudizi e qualche volta anche imprecazioni, Sartori non amava il potere e i potenti, veri o presunti che fossero. E neppure li temeva. Li contrastava quando li sentiva forti e li disprezzava quando diventavano cascami.

Preside della facoltà di Scienze Politiche all’università della sua Firenze negli anni della contestazione, dopo la pretesa dei sessantottini d’oltralpe di portare la fantasia al potere, Sartori fronteggiò come pochi gli emuli italiani della presunta rivoluzione. Lui seppe ascoltare ma ancor più seppe farse sentire e, all’occorrenza, ubbidire. Se ne andò via, abbastanza stanco e deluso, solo quando le contestazioni divennero appunto cascami. A quel punto non lo interessarono più.

Per arrivare a tempi meno lontani, quando la sua fiducia, chiamiamola così, nel sistema elettorale maggioritario in funzione   della cosiddetta governabilità sembrò appagata col referendum che nel 1993 liquidò, o quasi, il metodo proporzionale, mentre i magistrati ne decapitavano i protagonisti, Sartori fu il primo a capire che non se ne sarebbe ricavato granchè. E cominciò a dileggiare le leggi elettorali che via via cercavano di mettere ordine al disordine latinizzandone i nomi, quasi per sottolinearne il carattere maccheronico. Così la legge Mattarella del 1993 divenne Mattarellum, quella Calderoli applicata nel 2006 Porcellum, quella prodotta dai tagli della Corte Costituzionale, nel Palazzo della Consulta, Consultellum.

 

 

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         Di Silvio Berlusconi, sempre per limitarci ai tempi più recenti della storia repubblicana dell’Italia, non ho mai capito se a Sartori avesse dato più fastidio negli anni del governo il cosiddetto conflitto d’interessi, di cui scriveva spesso come di una dannazione, o l’improvvisazione con la quale lo vedeva affrontare un po’ tutti i temi che non riguardassero i suoi interessi, appunto, inseguendo con i sondaggi più gli umori che i bisogni reali del Paese. Che fu una pratica seguita anche sui banchi dell’opposizione.

Di Matteo Renzi, che forse come sindaco e poi ex sindaco di Firenze si aspettava dal fiorentino Sartori un po’ di comprensione, l’esigentissimo Vanni diffidò subito liquidandolo come “un fanciullino”. Non gli bastava evidentemente “il giovanotto” scelto da altri critici.

La legge elettorale renziana chiamata Italicum, come per prevenire autonomamente la traduzione latina imposta proprio da Sartori a tutti i provvedimenti di quel tipo, per quanto ipermaggioritaria, specie nel cosiddetto combinato disposto con la riforma costituzionale poi bocciata col referendum del 4 dicembre scorso, venne liquidata da Vanni con gli amici, in mancanza dei lettori del suo Corriere, come un bastardellum.

         A questo punto, visto che viene la tentazione di passare agli argomenti del dibattito politico di questi giorni, fra i quali è tornato a primeggiare il problema di come mandare alle urne gli italiani la prossima volta, mi fermo. Lo faccio per lutto. In onore e in memoria del grandissimo Giovanni Sartori. Addio, professore. Addio, Vanni. Già mi mancavi, ripeto, e ancor più mi mancherai adesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La campagna degli ulivi di Michele Emiliano

Quelle sagome di ulivi diligentemente incappucciati per essere ripiantati dopo la sistemazione dei tubi del gasdotto Tap in terra pugliese sembrano tanti monumenti al governatore regionale Michele Emiliano. Che naturalmente non si è lasciata scappare neppure questa occasione per mettersi di traverso alla realizzazione di un’opera utile alla popolazione pugliese -lo ammette pure lui- ma che avrebbe dovuto seguire un altro percorso. Lungo il quale probabilmente non avrebbe incrociato nessun albero di ulivo, o ne avrebbe incrociati di meno graditi al governatore della regione, per quanto gli alberi rimossi siano tutti destinati -ripeto- a tornare al loro posto, senza subire danni, una volta che riavranno la terra dove essere ripiantati.

         Per quanto dimissionario dalla direzione dell’Unità per lo sgarbo ricevuto da una redazione rifiutatasi di sorridere delle sue vignette dedicate all’ennesima crisi dello storico giornale della sinistra, e arroccatasi nella proclamazione di uno sciopero a suo avviso inutile, anzi controproducente, Sergio Staino ha trovato il tempo e la voglia di mettere in ridicolo la campagna degli ulivi condotta da Emiliano.

         Il geniale vignettista lo ha fatto a modo suo, immaginando un progenitore di don Michele in terra di Medio Oriente che si preoccupa degli ulivi minacciati dalla costruzione del Canale di Suez, fra il 1859 e il 1869, lungo allora 164 chilometri, diventati recentemente 193, largo 53 metri e profondo 8.

         Il canale fu peraltro progettato da un italiano allora suddito dell’Imperatore d’Austria: l’ingegner trentino Luigi Negrelli.

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