Orlando in conflitto d’interessi per la Consip

 

 

Meglio tardi che mai. Ci hanno messo un po’ di tempo ma alla fine anche nei giornaloni hanno cominciato a chiedersi se il ministro della Giustizia Andrea Orlando non si trovi in un troppo imbarazzante conflitto d’interesse politico di fronte al grande pasticcio che è diventato l’affare giudiziario della Consip. Con due Procure della Repubblica, quelle di Napoli e di Roma, che negano beatamente di essere entrate in collisione ma di cui si vedono i rottami nelle cronache. Con un capitano della polizia giudiziaria indagato a Roma e usato ugualmente a Napoli sino a quando lui stesso non ha ritenuto graziosamente di mettersi da parte, astenendosi da altri atti in Campania, dove invece la magistratura-ripeto- continuava a considerarlo in forza, e poteva magari affidargli altre intercettazioni da ascoltare, trascrivere o riassumere in qualche brogliaccio da consegnare al sostituto procuratore di turno per le opportune decisioni. Che dovrebbero essere comunque sempre precedute da altrettanto opportune valutazioni e verifiche, mancate nel caso del nostro capitano perché la discordanza fra intercettazione e traduzione di un colloquio fra due indagati -l’imprenditore Alfredo Romeo e il suo consulente ed ex deputato finiano Italo Bocchino- a proposito di un “incontro con Renzi”, è stata scoperta a Roma, non a Napoli.

Sulla prima pagina del Corriere della Sera si sono finalmente decisi a rilevare i diversi, forse troppo diversi ruoli del guardasigilli: ministro che deve garantire, per Costituzione, “fatte salve -dice l’articolo 110- le competenze del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”, e candidato alla segreteria del Pd in concorrenza con Matteo Renzi. Che dal primo momento è stato il principale obiettivo mediatico e politico, da parte dell’opposizione, esterna ma anche interna al suo partito, della vicenda giudiziaria Consip, ben prima che grazie anche a quella manipolazione intercettativa finisse indagato pure il padre Tiziano. Il quale è accusato di traffico di influenze illecite: influenze derivanti proprio dal fatto di essere il papà dell’allora presidente del Consiglio e insieme segretario del Pd.

 

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E’ chiaro tutto questo? Dovrebbe esserlo per l’evidenza, direi, persino sfacciata dei fatti. Eppure non è ancora chiaro a tutti. Neppure al guardasigilli. Che si è deciso sì, parlandone in qualche modo con il Corriere della Sera, ad esprimere la speranza che la vicenda giudiziaria “si risolva bene” per il suo concorrente Renzi, e famiglia, ma ha anche detto che non ha potuto ricorrere allo strumento investigativo dell’ispezione ministeriale perché sinora non risultano “presenti responsabilità dei magistrati”.

Pertanto il massimo che il ministro ha potuto o si è sentito di fare è la disposizione ai suoi uffici di chiedere alla Procura Generale di Napoli “elementi sulle anomalie di funzionamento della polizia giudiziaria”. Solo -torno a chiedermi- della polizia giudiziaria, che è nel nostro caso il nucleo ecologico dei Carabinieri, estromesso dalle indagini a Roma ma non a Napoli ? Un nucleo nel quale si sono notoriamente create tensioni, non si sa sino a che punto influenti in ciò che accaduto nella gestione dell’inchiesta Consip, per la recente sostituzione del comandante noto come “Ultimo”, ed entrato nella leggenda della lotta alla mafia con la cattura di Totò Riina nel 1993.

Si vedrà intanto nei prossimi giorni se e cosa sarà fatto di più almeno nel Consiglio Superiore della Magistratura, dove per ora si sono limitati a prendere atto della richiesta del consigliere forzista Pierantonio Zanettin di aprire almeno “una pratica” sulla vicenda Consip. Dovrebbe occuparsi della questione, almeno secondo quanto ha anticipato il vice presidente e presidente di fatto Giovanni Legnini, il comitato di presidenza in una riunione programmata già precedentemente per martedì.

Ma sarà forse il caso che al Csm si diano una mossa anche per nominare il capo della Procura di Napoli, che da fine febbraio è sotto gestione provvisoria di un reggente.

 

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Un altro fronte caldo sul versante giudiziario si è creato a Palermo con la richiesta di rinvio a giudizio di quattordici esponenti del movimento grillino, di cui tre deputati nazionali, per una brutta faccenda di firme false nella presentazione delle liste per le ultime elezioni comunali.

All’inizio Beppe Grillo in persona snobbò le indagini declassando curiosamente le firme da false a “copiate”. Ma poi, un po’ per fatti indubbiamente interni al movimento, che a Palermo soffre come altrove di lotte a dir poco fratricide, e un po’ per il tifo sempre più generalizzato che Grillo fa per i magistrati, le cui iniziative lo aiutano nella gogna che egli pratica nei riguardi dei partiti concorrenti, la musica è cambiata anche a Palermo.

I tre deputati pentastellati che rischiano il processo sono stati prima sospesi dal movimento ma non dal gruppo della Camera. Poi sono stati sospesi anche dal gruppo. Ora Grillo ha messo in cantiere qualcosa contro di loro di ancora più consistente, ma non per i fatti a loro addebitati ma per le critiche espresse nei riguardi degli inquirenti.

Così il movimento delle 5 stelle è diventato il più allineato alla magistratura, ben rappresentata d’altronde al recente convegno di Davide Casaleggio a Ivrea, in memoria del padre Gianroberto e alla presenza dello stesso Grillo, dal davighiano Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto a Messina. Davigo invece è, a dispetto di Luigi Di Maio, il sogno di molti grillini a Palazzo Chigi, se e quando riusciranno ad arrivarvi.

 

 

 

 

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Il capitano indagato spiazza Voodcock

         A evidenziare il conflitto fra le Procure di Napoli e di Roma, da entrambe negato assurdamente a parole, nella conduzione delle indagini sulla Consip ha provveduto lo stesso capitano del nucleo ecologico dei Carabinieri, Gianpaolo Scafarto, accusato dai magistrati romani di avere manipolato l’intercettazione di un dialogo fra l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo e il suo consulente ed ex deputato Italo Bocchino. E di avere inoltre confermato in una informativa il sospetto di essere stato pedinato da un agente dei servizi segreti anche dopo che due militari glielo avevano escluso identificando il curioso che l’osservava mentre cercava fra i raccoglitori delle immondizie carte di Romeo provenienti dal suo ufficio romano.

         Il capitano, assegnato con altri colleghi del reparto alla Procura di Napoli, ha rinunciato a svolgere l’attività di polizia giudiziaria presso gli uffici partenopei per ragioni di comprensibile opportunità. E per potersi difendere meglio a Roma dagli addebiti mossigli dai pubblici ministeri che si occupano di lui. E che da più di un mese hanno smesso di servirsi del suo reparto, preferendo farsi aiutare da un altro della stessa Arma, avendo ravvisato troppe fughe di notizie.

         Ciò significa che, se non avesse rinunciato di sua spontanea volontà, il capitano avrebbe potuto continuare ad essere adoperato da Voodcock e colleghi della Procura di Napoli. Dove d’altronde è stata stata confermata la fiducia nel nucleo ecologico dei Carabinieri anche dopo le valutazioni negative espresse dalla Procura di Roma e la conseguente sostituzione nel troncone dell’inchiesta ad essa pervenuta .

         Se non è una situazione di conflitto questa, è difficile definirla diversamente. Non a caso, del resto, pur rifiutandosi di seguire i tempi rapidi reclamati dal consigliere forzista Pierantonio Zanettin, che ha per questo protestato, il vice presidente Legnini ha assicurato che martedì’ prossimo il comitato di presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura Legnini affronterà l’esame dei fatti “molto gravi” emersi dalla vicenda giudiziaria della Consip.

         Ma al Consiglio Superiore c’è anche da accelerare la pratica della nomina del nuovo capo della Procura di Napoli, che da fine febbraio dispone solo di un reggente. Fra i candidati, c’è Giovanni Melillo. sino a poche settimane fa capo di Gabinetto del ministro della Giustizia

Consip fa perdere la testa al solito Di Maio

Poco importa, a questo punto, se trainati dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio o trainanti, i grillini sono rimasti gli unici a tifare per Henry John Voodcock piuttosto che per Giuseppe Pignatone, per la Procura di Napoli piuttosto che per quella di Roma, e a indicare nell’inchiesta giudiziaria targata Consip la dimostrazione del renzismo familista e affarista. “Il giglio magico è l’affare Consip”, ha sentenziato il vice presidente, appunto grillino, della Camera Luigi Di Maio. Che, rasserenato davvero o per finta dalle assicurazioni pubbliche di Davide Casaleggio di non aspirare alla politica, si sente saldamente in gara per rappresentare il Movimento 5 Stelle nella corsa a Palazzo Chigi. Dove per prima cosa, se dovesse mai arrivarvi, dovrebbe fare installare nel suo studio un bel mappamondo, come fece per altri motivi il Duce a Palazzo Venezia, in modo da non sbagliare paese quando allunga lo sguardo oltre l’Italia, senza più scambiare, per esempio, il Venezuela con il Cile, o viceversa.

Per seconda cosa il giovane Di Maio dovrebbe farsi sistemare sulla scrivania del capo del governo i testi da consultare ogni volta che gli venisse la tentazione di usare un congiuntivo, vista la nota malattia che l’affligge, diagnosticata dal costituzionalista e docente universitario Paolo Armaroli come congiuntivite.

Per tornare alle indagini giudiziarie sugli appalti della centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, la Consip appunto, e ai guasti procurati da un capitano dei Carabinieri del nucleo ecologico pasticciando, quanto meno, con le intercettazioni, e scambiando per un agente dei servizi segreti un cittadino incuriosito in una piazza romana da militari che rovistavano nei cassettoni dell’immondizia, alla ricerca -si sarebbe poi saputo- dei pizzi e pizzini cestinati nel suo vicino ufficio dall’imprenditore Alfredo Romeo, i grillini non hanno dubbi. Secondo il pentastellato Mario Giarrusso gli svarioni del capitano sono stati atti di “sabotaggio”, magari a sua insaputa, come la casa scontata al Colosseo acquistata dall’allora ministro forzista Claudio Scajola o, molti secoli addietro, la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, che cercava invece l’India.

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Vedrete che prima o dopo i grillini inseguendo le tracce del sabotaggio rivaluteranno l’ex presidente della Camera Luciano Violante, da loro osteggiato con successo negli anni passati come candidato del Pd a giudice della Corte Costituzionale, temendo forse di ritrovarselo poi presidente di quel consesso.

Perché Violante? Che c’azzecca Violante -direbbe Antonio Di Pietro- con un movimento come quello grillino, da cui è distante politicamente anni luce? Potrebbe azzeccarci perché l’ex presidente della Camera ha espresso nei giorni scorsi la convinzione che un capitano dei Carabinieri non possa comportarsi come quello incriminato dalla Procura di Roma senza avere avuto le necessarie coperture. A che livello, se militare, politico o giudiziario, sarebbe naturalmente da accertare. Ma i grillini non hanno bisogno di accertamenti. Essi sanno, al pari di Marco Travaglio, il quale ne ha appena scritto sul suo giornale, che gli errori del capitano dovevano servire, o comunque sono serviti, a infangare le indagini. O comunque a distrarre l’attenzione perché si potesse e si possa parlare delle intercettazioni manipolate anziché del fatto che “il caso Consip è ancora lì e il padre di Renzi è ancora indagato”, ha detto anche il già ricordato vice presidente pentastellato della Camera Di Maio.

Tutto torna, come vedete, nel percorso logico e informativo dei grillini e del Fatto Quotidiano. Di cui continuo tuttavia a ritenere che Matteo Renzi, l’altra sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber, abbia fatto male a storpiare alla maniera di Travaglio il nome, chiamandolo Falso Quotidiano. E ciò sia perché un politico, specie del livello che Renzi si attribuisce, non deve mai scadere a questo livello, anche o soprattutto se provocato, sia perché egli ha consentito due giorni dopo a Travaglio di ricambiargli la cattiveria elencando con un titolone di prima pagina tutte le cose dette, promesse o minacciate dall’allora presidente del Consiglio e poi non mantenute, e rivelatesi quindi un falso secondo il direttore del giornale: a cominciare dal ritiro dalla politica, e non solo momentaneamente da Palazzo Chigi, in caso di sconfitta nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Che si tradusse in una occasione offerta ai più accaniti avversari per votargli e fargli votare contro nelle urne del 4 dicembre scorso.

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Il cavalcamento delle indagini Consip, almeno nella direzione impressa dagli investigatori di Napoli, che pure negano a parole di essere entrati in conflitto con quelli di Roma, e viceversa, per cui anche degli uni e degli altri si potrebbe curiosamente dire che si sarebbero scontrati a loro insaputa, risponde ovviamente all’esigenza dei grillini di rischiare il barile elettorale della protesta e dell’antipolitica.

Consapevole che, a dispetto della sicurezza ostentata, il suo movimento non potrà raggiungere il 40 per cento dei voti oggi richiesto per incassare il 55 per cento dei seggi della Camera, e rimossa ogni riflessione sul Senato, dove si arriva con altre regole e un governo deve comunque guadagnarsi la fiducia, Di Maio -sempre lui- ha detto che basterà prendere un solo voto in più degli altri perché i grillini reclamino dal capo dello Stato il conferimento dell’incarico di fare il governo, e il diritto di farlo e di presentarsi al Parlamento.

In pratica, Di Maio immagina per la diciottesima legislatura uno scenario rovesciato rispetto a quello iniziale di questa che sta finendo, quando l’allora segretario del Pd reclamò e ottenne dal capo dello Stato Giorgio Napolitano il mandato di presidente del Consiglio. Ed ebbe l’infelice idea di rifiutare la prospettiva delle cosiddette larghe intese con l’odiato Silvio Berlusconi per cercare l’aiutino dei riottosi grillini ad un governo dichiaratamente e velleitariamente “minoritario e di combattimento”.

Ma Napolitano, dal quale credo che assai difficilmente si discosterebbe il successore Sergio Mattarella, stoppò Bersani togliendogli praticamente l’incarico, che solo allora si scoprì essere stato semplicemente un “pre-incarico”, perché si sentiva vincolato dalla Costituzione a consentire la formazione di un governo a base maggioritaria predefinita, non immaginata e da cercare giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, provvedimento per provvedimento, dichiarazione per dichiarazione, starnuto per starnuto.

 

 

 

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Il partito preso di Marco Travaglio

         Marco Travaglio se le va proprio a cercare. Ne avevo appena preso le difese, in onore della sacralità della stampa, dal tentativo di Matteo Renzi di imitarlo nella pratica di storpiare i nomi agli avversari o sgraditi di turno, per cui lo ha nominato seduta stante, nel salotto televisivo di Lillli Gruber, direttore del Falso Quotidiano, e non del Fatto Quotidiano, che ho dovuto pentirmene, o quasi. E ciò a causa di un suo scombinato, a dir poco, attacco non solo e non tanto allo stesso Renzi, quanto al capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone. Che è pur un magistrato, e il capo di un ufficio giudiziario: qualifiche, entrambe, verso cui il direttore del Fatto mostra e reclama sempre rispetto in difesa del principio e della pratica della legalità. Mentre su Renzi, non importa se presidente del Consiglio o segretario di partito, peggio ancora se entrambi nello stesso tempo, com’è accaduto per mille e più giorni, egli si è dato ampia libertà di attacco ritenendo che il potere in quanto tale abbia bisogno di vedersela in democrazia con un contropotere. E che un giornale debba essere proprio questo: una specie di cane che azzanna d’istinto chiunque comandi.

         Ora, Travaglio ha azzannato Pignatone, più ancora di Renzi, per avere fatto le pulci alla polizia giudiziaria usata nelle indagini sulla Consip dalla Procura di Napoli, l’ormai famoso nucleo operativo ecologico dei Carabinieri, incriminandone un capitano che ha scambiato in una intercettazione una voce per l’altra: in particolare quella di Italo Bocchino per quella di Alfredo Romeo a proposito di un incontro con Renzi, determinando così, o contribuendo a determinare il coinvolgimento di Renzi padre, Tiziano, nell’inchiesta con l’accusa di di traffico di influenze illecite.

         Pignatone, secondo Travaglio, si sarebbe dato da fare, sguinzagliando i suoi sostituti, sostituendo i Carabinieri del reparto ecologico cari alla Procura di Napoli con quelli di un altro reparto scelto da lui, perché in gioco era ed è papà Renzi, e indirettamente anche Renzi figlio per il solito gioco degli specchi familiari.

         A dimostrazione del sospetto, anzi della convinzione, che il capo della Procura di Roma sia stato mosso dalla volontà di proteggere la famiglia Renzi il direttore del Fatto ha elencato tutta una serie di errori commessi dai Carabinieri usati da Pignatone nel trattamento delle intercettazioni nelle indagini su Mafia Capitale. Tutti errori emersi nei processi, il principale dei quali in corso, e non tradottisi in procedimenti a carico di chi ha pasticciato, diciamo così, nelle trascrizioni e nei brogliacci.

         A prima vista il ragionamento di Travaglio non fa una grinza. Ma a prima vista, appunto. Perché nel processo di Mafia Capitale la pubblica accusa ha sostenuto che quegli errori non hanno compromesso gli elementi a carico degli imputati, potendosi con ciò ritenere gli svarioni della polizia giudiziaria commessi in buona fede e senza danno. Cosa che è francamente difficile sostenere nel caso dello scambio fra le parole di Bocchino e di Romeo, essendo stato possibile solo con quello scambio l’iscrizione di Tiziano Renzi nel registro degli indagati, il suo lungo interrogatorio, il suo pedinamento dalla Toscana all’aeroporto di Fiumicino per un incontro che sembrava chissà con chi interessato agli appalti e all’inchiesta Consip, e che poi è invece risultato estraneo.

         C’è poi un’altra cosa nel ragionamento di Travaglio francamente inaccettabile. C’è il lamento per i tanti indagati e imputati sprovvisti di mezzi e di buoni e costosi difensori che possono incorrere in infortuni giudiziari come quello capitato a papà Renzi ma debbono subirne gli effetti. Eh, no, caro Travaglio. Questo argomento è da garantista, non da giustizialista come tu ti vanti di essere scambiando per garantisti quelli che per partito preso stanno con i colpevoli e contro gli inquirenti, per i ladri e contro le guardie.

         Qui il partito preso è quello di Travaglio contro una Procura dove una volta tanto, e poco importa a questo punto a vantaggio di chi, si sono ricordati dell’obbligo espressamente imposto loro dalla legge di cercare prove non solo a carico ma anche a discarico dell’indagato.

                                                 

La settimana di passione della giustizia

Scrivere, come ha appena fatto Il Giornale della famiglia Berlusconi in un titolo di prima pagina, che il Consiglio Superiore della Magistratura è “insorto” contro i metodi d’indagine del sostituto procuratore Voodcoock, tornato alla ribalta delle cronache giudiziarie, se mai ne era uscito davvero, per quello che potremmo a questo punto definire il pasticciaccio Consip, mi sembra un’esagerazione. Così definì peraltro la notizia falsa della sua morte il 2 giugno 1887 lo scrittore e umorista americano Mark Twain, poi imitato anche da qualche italiano incorso in analoga situazione.

Al Csm è soltanto accaduto che il consigliere Pierantonio Zanettin, eletto dalle Camere al consesso del Palazzo dei Marescialli su designazione del partito berlusconiano, abbia chiesto l’apertura di una pratica, cioè di un’indagine, su quello che contemporaneamente da Napoli Voodcoock, come aveva già fatto due giorni prima Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, definiva “un grave e spiacevole errore” del capitano dei Carabinieri Gianpaolo Scafarto. Che egli aveva incaricato di tradurre in un brogliaccio informativo le intercettazioni delle indagini targate Consip.

Mi riferisco naturalmente all’”errore”, scoperto dalla Procura di Roma come manipolazione, di attribuire all’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, ora in carcere, la notizia di un incontro col padre di Matteo Renzi, Tiziano, accusato anche o soprattutto per questo di traffico di influenze illecite per l’aggiudicazione degli appalti della centrale degli acquisti della pubblica amministrazione.

Oltre alla presa d’atto di questa richiesta di apertura di una pratica, il Consiglio Superiore della Magistratura non è andato. E Dio solo sa se e quando vi andrà, visto anche che non si è avuta notizia di altri consiglieri intervenuti a sostegno della proposta di Zanettin.

 

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Non risulta nemmeno che il ministro della Giustizia Andrea Orlando, nel tempo lasciatogli libero dalla campagna congressuale ala quale partecipa con comprensibile impegno per contendere a Matteo Renzi, sempre lui, la segreteria del Partito Democratico, sia riuscito a farsi un’idea precisa del contrasto che pure ha definito “inquietante” fra le Procure di Napoli e di Roma nella gestione delle indagini sulla Consip.

A Napoli, come ormai si sa, ma conviene ripetere, continuano ad avvalersi, come polizia giudiziaria, dello stesso nucleo ecologico dei Carabinieri estromesso dalla Procura di Roma al sorgere dei primi sospetti, avvalorati poi dalla manipolazione delle intercettazioni formalmente addebitata al sunnominato capitano Scafarto. Di cui nel frattempo è emerso da un altro processo un inquietante errore -per ripetere un aggettivo caro al guardasigilli- nel trattamento di una intercettazione costata l’incriminazione del sindaco di Ischia nelle indagini sulla metanizzazione dell’isola e sulla cooperativa La Concordia. Che non è da confondere naturalmente con l’omologa e ormai rottamata nave da crociera, comandata dall’indimenticato Schettino e finita contro gli scogli dell’isola del Giglio la sera del 13 gennaio 2012.

Tornando al guardasigilli Orlando, le ultime notizie che si hanno di lui, a proposito del pasticciaccio giudiziario Consip, gli attribuiscono la volontà di “capire la dinamica dei fatti” prima di decidere se ricorrere o no ad una ispezione ministeriale. Che rientra fra le sue prerogative, pur al netto di tutte le polemiche che potrebbe provocare. E che una volta -va detto anche questo- costarono il posto, con l’esordio dell’istituto parlamentare della sfiducia individuale, alla buonanima del ministro Filippo Mancuso, spintosi -poverino- a mandare gli ispettori nel 1995 in quei sacrari che erano diventati, per le indagini Mani pulite, il Tribunale di Milano e la relativa Procura della Repubblica.

 

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D’altronde, neppure il protagonista, diciamo così, della scoperta della manipolazione delle intercettazioni Consip gestite a Napoli e finite sui giornali, il capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone, si mostra tanto interessato alle questioni sollevate dal suo scrupoloso esercizio dell’azione giudiziaria. Gli è appena capitato, per esempio, di partecipare ad una discussione promossa dal Consiglio Nazionale Forense sull’attualissimo tema del rapporto fra inchieste della magistratura, diritto di cronaca e tutela dei diritti personali per limitarsi ad esprimere, anzi a ribadire un troppo vecchio e a questo punto persino banale auspicio -mi scusi il dottor Pignatone- che cessino “assi privilegiati tra singoli magistrati, o singoli uffici, e singole testate”, o singoli giornalisti.

Questo auspicio, naturalmente lodevolissimo, è tuttavia disincentivato da un’altra considerazione del capo della Procura di Roma: che sia “impossibile risalire ai responsabili delle cosiddette fughe di notizie”, potendosi calcolare che di ogni atto o iniziativa segreta siano a conoscenza, nel circuito giudiziario, almeno “una decina di persone”. Che a me, francamente, non sembrano poi molte per venirne a capo in un’indagine su una violazione di segreto d’ufficio.

Quella “impossibilità” enunciata da Pignatone mi sa tanto di rassegnazione, per quanto inconsapevole, ad una realtà o pericolo che lo stesso capo della Procura di Roma ha riconosciuto: che a “a fare la storia, o la cronaca” giudiziaria sia purtroppo non la maggioranza dei magistrati scrupolosi e imparziali, ma la minoranza costituita da quelli né scrupolosi né imparziali, inclini quanto meno al protagonismo , se non a qualcosa di peggio.

Vorrei chiudere con un consiglio, né richiesto e forse neppure gradito, a Matteo Renzi, fresco di un’altra performance televisiva nel salotto di Lilli Gruber, e di un ospite ormai quasi fisso come l’amico Paolo Mieli. Fisso come Marco Travaglio, assente ieri sera ma al quale l’ex presidente del Consiglio e segretario rientrante del Pd ha dato del direttore non del Fatto ma del Falso Quotidiano.

Pur con tutta la comprensione che merita Renzi per l’ossessione che di lui hanno in quel giornale, penso che l’ex presidente del Consiglio debba risparmiarsi questi giochi travaglieschi con le parole, lasciandoli a noi giornalisti, che possiamo dircele e darcele di santa ragione senza incorrere nel sospetto, pernicioso per un uomo politico, di violare la sacralità della stampa, per quanto spesso immeritata, lo ammetto.

 

 

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Procure in conflitto e guardasigilli “inquieto”

C’è quanto meno una preposizione di troppo nel titolo dedicato alla vicenda giudiziaria della Consip da Repubblica: “Procure verso lo scontro sui falsi del capitano”. Verso ? Soltanto “verso”? Ma le Procure di Napoli e di Roma, in ordine rigorosamente alfabetico, si sono ormai già scontrate. Mi sembra inutile, anzi controproducente, che si faccia ancora finta di non capire e di non sentire. E che il ministro della Giustizia Andrea Orlando si limiti a parlare di una vicenda “inquietante”.

Ma poi, se proprio lo inquieta questa brutta faccenda di due Procure entrate in conflitto indagando sulle stesse cose e sugli stessi uomini in maniera e con criteri e mezzi che fanno a cazzotti fra di loro, il guardasigilli ha un solo modo di uscirne: usare il suo potere ispettivo. Che gli deriva dall’articolo 107 della Costituzione, in forza del quale egli “ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare”, e dall’articolo 110, per il quale “ferme le competenze del Consiglio Superiore della Magistratura, spettano al Ministro della Giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”. Stanno davvero funzionando bene le cose a Napoli o, se preferiscono dalle parti del Fatto Quotidiano, a Roma, o fra le due Procure?

Come i due diversi uffici giudiziari stiano muovendosi lo racconta bene proprio Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, che riferisce in un titolo di prima pagina: “Voodcoock conferma fiducia al Noe. E Roma tira dritto su Consip”. Ciò significa, in particolare, che il pubblico ministero dal nome complicato continua ad avvalersi a Napoli, nelle indagini sugli appalti della Consip, del nucleo operativo ecologico dei Carabinieri. A Roma invece da più di un mese usano un diverso reparto della stessa Arma non fidandosi dell’altro, al cui capitano Gian Paolo Scafarto hanno rivolto l’accusa di falso ideologico e materiale nell’uso delle intercettazioni che hanno portato, o contribuito a portare al coinvolgimento del padre di Matteo Renzi, Tiziano, nelle indagini per traffico di influenze illecite. E ciò con tutte le turbative che sono derivate sul piano politico, essendo l’ex presidente del Consiglio un protagonista ancora attivo sulla scena. O no? Sono in pieno corso, fra l’altro, le procedure congressuali del Pd, con le votazioni già svoltesi nei circoli e con le primarie già fissate a fine mese, per la conferma proprio di Renzi alla segreteria.

 

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Il caso vuole però che corra per la segreteria del Pd anche il ministro della Giustizia, oltre al governatore della Puglia Michele Emiliano, che già gli ha contestato questa spiacevole e comunque scomoda coincidenza sperando forse di trarne beneficio, visto che nei circoli del partito Orlando, pur superato da Renzi, ha preso voti tre volte in più dello stesso Emiliano.

Probabilmente il guardasigilli non si sente di andare oltre quell’aggettivo “inquietante”, parlando della vicenda giudiziaria della Consip, per considerazioni di opportunità politica, oltre che istituzionale. Un ordine di ispezione ministeriale a Napoli, o a Roma, o in entrambe, potrebbe esporsi al sospetto di un’iniziativa voluta o destinata a produrre effetti mediatici, e politici, su quel che resta del percorso congressuale del Pd, che è la parte più importante.

Proprio in questi giorni, peraltro, una esponente non fra le minori del Pd, la presidente della commissione antimafia Rosy Bindi, nel contesto di un’intervista a Libero concessa per annunciare che con questa legislatura finirà anche la sua più che ventennale esperienza di parlamentare, ha esortato a non dare per scontata l’elezione di Renzi a segretario. Lei ritiene che Orlando abbia ancora molte carte da giocare nelle primarie partecipate dagli esterni, cioè dai non iscritti ma elettori o tentati elettori del partito. La Bindi naturalmente tiferà, quanto meno, per lui non piacendogli di Emiliano, probabilmente, l’ostinazione a non dimettersi dalla magistratura dopo tanti anni di impegno in politica, e ritenendo Renzi una mezza rovina, anzi una rovina intera per il Pd, dove il suo conterraneo toscano vorrebbe comandare da solo.

Capisco che in questa situazione il ministro della Giustizia, che si è offerto come segretario del dialogo, del centrosinistra “largo” eccetera eccetera, possa trovarsi in imbarazzo ad occuparsi della bega giudiziaria sinora largamente adoperata contro il suo maggiore, anzi unico concorrente alla guida del partito, ma non credo che questo giovi al chiarimento che si dovrà pur fare tra Napoli e Roma. Cioè tra una Procura che usa nelle sue indagini un reparto di polizia giudiziaria di cui non si fida l’altra Procura impegnata nello stesso lavoro, sino a decidere, dopo la contestazione del falso al capitano Scafarto, di risentire e verificare tutte le intercettazioni e tutte le altre attività gestite dai carabinieri del nucleo ecologico: intercettazioni e attività che gli uffici giudiziari romani hanno ereditato da Napoli nel troncone della vicenda Consip ritenuto solo in un secondo momento di loro competenza territoriale.

 

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A tutte queste osservazioni su quello che a questo punto si potrebbe pur definire il pasticciaccio Consip si deve aggiungere un problema sollevato -credo non a torto- dalla presidente della commissione Giustizia della Camera, la piddina Donatella Ferrante, magistrata in aspettativa. La quale ha ricordato che la polizia giudiziaria partecipa alle indagini sotto la direzione del magistrato di turno, che non per questo finisce di esserne responsabile.

Ciò significa, per tradurre in parole povere il ragionamento della Ferrante, che il Voodcoock di turno non può limitarsi a prendere per buoni i brogliacci e le sintesi delle intercettazioni consegnategli da un capitano, o suo subordinato, ma deve verificarne contenuto e corrispondenza con gli originali. Cosa che -ripeto- stanno facendo appunto a Roma, atto per atto, intercettazione per intercettazione, dopo avere scoperto che un generico incontro con Renzi riferito ad Alfredo Romeo dal suo consulente Italo Bocchino è stato scambiato per un incontro con Tiziano Renzi raccontato a Bocchino da Romeo. Che è cosa a dir poco allucinante, vista la successiva incriminazione del padre dell’ex presidente del Consiglio. E, aggiungo io, visto anche il silenzio a lungo adottato da Bocchino quando ha scoperto, credo ben prima dei magistrati di Roma, l’equivoco creatosi attorno alla sua conversazione con l’imprenditore napoletano. Alla notizia del cui arresto l’ex deputato finiano, peraltro anche lui indagato, si sarà pur informato attraverso i propri legali del come e perché vi si fosse arrivati.

 

 

 

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Quell’apostrofo galeotto per Antonio Di Pietro

Dite e scrivete quello che volete, ma l’immagine che mi è rimasta più impressa, del raduno organizzato a Ivrea da Davide Casaleggio per celebrare il padre, è quella di Antonio Di Pietro. Che ha detto di essere accorso lì anche lui per onorare il ricordo di Gianroberto Casaleggio, la cui amicizia e i cui consigli l’avrebbero aiutato agli esordi della sua Italia dei Valori, ma non riuscirà mai a togliere dalla testa che vi è andato pure per annusare l’aria che tira attorno al movimento delle 5 stelle. E per capire se potrà ritentare l’operazione, mancata qualche tempo fa, di inserirsi nel nuovo filone politico che ha tante cose in comune con i suoi sentimenti, i suoi umori, le sue diffidenze, le sue ambizioni: le stesse per le quali 25 anni fa mezza Italia lo scambiò per l’uomo delle pulizie dell’intero Paese. E si mise a sfilare sotto le sue finestre, a Milano, sino ad allarmare il capo ufficio, per chiedergli di sognare con lui. “Mi preoccupa tanto entusiasmo”, si lasciò sfuggire una volta Francesco Saverio Borelli in Galleria.

         Si sa poi come finì. Al netto di tutte le “strattonate” da lui attribuite a chi gli voleva male, Di Pietro lasciò la magistratura, svolse per qualche tempo consulenze parlamentari e collaborazioni giornalistiche, insegnò in qualche università, pubblicò libri con prefazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che lo aveva preso in simpatia per essersi rifiutato una volta “Tonino” di scioperare con i propri colleghi contro di lui, che era allora al Quirinale, e poi dove approdò? In politica: prima ministro, poi senatore, poi fondatore di un proprio partito, poi ancora ministro, socio influente prima dell’Ulivo e poi dell’Unione, le due edizioni del centrosinistra guidate da Romano Prodi, e infine vittima di un processo mediatico durato contro di lui poco più di un’ora: la parte di una puntata di Report dedicatagli, per fargli i conti in tasca, da quell’impertinente di Milena Gabanelli. Che poi sarebbe stata corteggiata dai grillini addirittura per il Quirinale, e nei cui riguardi, in una intervista appena rilasciata a Libero, Di Pietro ha lodevolmente mostrato di non avere risentimenti.

         Mi sembra normale che ora “Tonino” riconosca ai grillini di essere stati un po’ i suoi eredi, accorra dove loro si ritrovano e alterni la tentazione umanissima di soffrire del confronto tra i voti che prendeva lui e quelli che prendono i successori, e di offrirsi a dare loro una mano per conquistarne ancora di più. Se prevarrà il Di Pietro che soffre o quello che s’offre ce lo potranno dire solo i fatti. E questione di tempo, e naturalmente di apostrofo.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio, pagina 14 dei commenti

                                                   

 

 

 

 

 

 

Il pasticciaccio brutto delle inchieste sulla Consip

I clamorosi sviluppi delle indagini, per fortuna più romane adesso che napoletane, sugli appalti miliardari della Consip, che avevano portato al coinvolgimento anche del padre di Matteo Renzi, sembrano svelare l’arcano avvertito da noi, su formiche.net, lunedì 3 aprile. Quando sulla prima pagina di Repubblica, curiosamente sotto l’apertura dedicata alla conclusione della prima parte del congresso del Pd, svoltasi con le votazioni nei circoli e favore della candidatura proprio di Renzi alla segreteria, rilevammo il richiamo molto evidente di un intervento del capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone. Che denunciava “la gogna mediatica” nella quale troppo spesso s’incorre in Italia durante le indagini giudiziarie con fughe di notizie, ma a volte anche con l’uso distorto di documenti non coperti da segreto. Per la cui gestione il magistrato suggeriva una migliore disciplina, in vista di un intervento del governo sulla materia sempre incandescente delle intercettazioni telefoniche.

E’ francamente difficile, direi impossibile, non collegare adesso quelle meritorie osservazioni del capo della Procura romana con ciò che nei suoi uffici si è appena deciso, non credo proprio a cuor leggero. Cioè, di mettere sotto inchiesta per falso ideologico e materiale, almeno per ora, un capitano dei Carabinieri del nucleo ambientale, o ecologico, per il trattamento di intercettazioni dalle quali gli inquirenti ricavarono a prima vista l’impressione che l’imprenditore Alfredo Romeo, oggi in carcere, avesse incontrato a suo tempo, comunque prima di dicembre, il papà di Matteo Renzi. La cui iniziale T, accanto ad una somma considerevole e mensile di euro da versargli, si trova peraltro su un biglietto attribuito allo stesso Romeo, strappato dall’interessato o da chi per lui, recuperato fra le immondizie e ricomposto dai carabinieri del nucleo ecologico.

Ebbene, dopo avere estromesso dalle indagini quel nucleo, sospettato di non essere stato a tenuta stagna nella tutela del segreto, sostituendolo con un altro reparto della stessa arma, nella Procura romana hanno ritenuto opportuno risentire ben bene le registrazioni delle intercettazioni dell’imprenditore napoletano titolare di appalti della Consip, o ad essi concorrenti. Ed hanno scoperto che a parlare di Renzi non era lui ma il suo consulente ed ex deputato finiano Italo Bocchino, napoletano pure lui. Il quale gli parlava non di Renzi papà ma di Renzi figlio, all’epoca presidente del Consiglio, avendo avuto modo neppure di incontrarlo nel senso comunemente attribuito a questa parola, ma solo di vederlo o incrociarlo casualmente in un’occasione pubblica.

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Le scoperte della Procura di Roma non sono finite tuttavia qui. Si è accertata anche la inconsistenza di un elemento denunciato dai protagonisti delle indagini, ma in verità fra le poche cose non reclamizzate, o non reclamizzate abbastanza per finire nei titoloni delle prime pagine. Che cioè i Carabinieri del nucleo ecologico impegnati dal sostituito procuratore di Napoli Henry Vooudcok a recuperare nelle immondizie pizzini, appunti e quant’altro usciti dall’ufficio romano di Alfredo Romeo fossero seguiti da un misterioso personaggio mandato da chissà chi, magari da qualche settore dei servizi segreti, a spiare il loro lavoro. Si è rivelata un’altra panzana. Il curioso era solo un abitante della zona , attratto da tanto meticoloso interesse ai contenitori dei rifiuti. Ma sembra che di questa rasserenante scoperta non si sia trovata traccia fra i rapporti visionati negli uffici giudiziari.

E’ chiaro a questo punto che c’è un abisso fra la realtà emersa dai controlli degli inquirenti romani e quella risultante dai brogliacci, cioè delle trascrizioni o sintesi delle intercettazioni, e da altri documenti ora contestati al capitano dei Carabinieri finito a sua volta sotto inchiesta.

Altrettanto chiare, e comprensibili, sono le reazioni di sollievo di Matteo Renzi e del padre, trovatisi esposti a lungo al solito processo mediatico che precede quello ipotetico del tribunale, dove peraltro spesso le accuse non arrivano neppure al rinvio a giudizio. Un processo mediatico che nel caso dell’ex presidente del Consiglio è stato due volte dannoso: sul piano personale, e degli stessi rapporti col padre, di cui si è scritto di tutto e di più, e su quello politico, in pieno tentativo di Renzi di recupero dalla batosta del referendum costituzionale.

Al sollievo della famiglia Renzi, e degli amici, fra i quali non mancano di coinvolti pure loro nelle indagini, come il ministro dello sport Luca Lotti, sfuggito alla solita, puntuale mozione grillina di sfiducia individuale al Senato, si contrappone il disagio, quanto meno, del giornale capofila della campagna antirenziana, Che è naturalmente Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio

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“Cade un indizio su babbo Renzi”, ha dovuto titolare in prima pagina il giornale travaglino aggiungendo tuttavia in un secondo rigo, sia pure tra parentesi, che “restano in piedi tutti gli altri”, nella speranza quanto meno professionale -per i colleghi del Fatto Quotidiano- che non si rivelino anch’essi farlocchi. A cominciare naturalmente dalla storia dell’allora sottosegretario di Renzi a Palazzo Chigi, il sunnominato Lotti, che da solo o di concerto addirittura col comandante generale dei Carabinieri informa gli amici della Consip di essere sotto inchiesta e intercettazione, consentendo loro di bonificare uffici e quant’altro e di vanificare così il lavoro degli inquirenti napoletani.

Per adesso, sui primi infortuni capitati a quegli inquirenti Travaglio ha azzardato generosamente l’ipotesi di qualche svista, di “errori materiali”, per quanto “spiacevoli”, commessi scambiando una voce per l’altra, o un testo per l’altro: tutto naturalmente in buona fede.

Sulla rampa, diciamo così, del Fatto Quotidiano è stata installata comunque un’altra postazione di missili contro Renzi, figlio naturalmente, accusato – questa volta in primis dalla storica trasmissione televisiva di Rai 3, Report– di essersi direttamente o indirettamente adoperato per assicurare affari pubblici e privati, italiani e internazionali, all’imprenditore Massimo Pessina in cambio del rilevamento dell’Unità dal fallimento di tre anni fa.

Nella redazione dello storico giornale della sinistra non l’hanno presa naturalmente bene. E per le più diverse e comprensibili ragioni, visto che pendono altre strette economiche e nuovi licenziamenti. Il direttore uscente Sergio Staino per ora ha dato una risposta satirica, nel suo stile, a chi tanto si sta occupando più in generale del Pd e del suo segretario uscente e rientrante. Con chiara allusione ai pasticci, a dir poco, delle indagini targate Consip la figlia di Bobo nella vignetta di prima pagina chiede al padre come si scrive “Vurdoc”. Il papà risponde: “Come vuoi. Tanto, se non va bene te lo correggono i Carabinieri del Noe”, quelli cioè del nucleo ambientale, che conoscono alla perfezione il magistrato in servizio a Napoli.

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A che serve ormai la commissione antimafia ?

 

         Rosy Bindi, parlamentare ormai di lunga data, ha non annunciato ma confermato, in una intervista a Libero, la rinuncia a ricandidarsi nelle prossime elezioni ritenendo conclusa la sua esperienza in Parlamento. Così la nuova direzione del Pd, dove bisogna darle atto di avere voluto rimanere, rifiutandosi di seguire Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e gli altri adesso del Dp, non avrà il compito di occuparsi di una sua pratica. Come sarebbe inevitabile nel caso in cui lei stessa, ripensandoci, o qualche suo amico ne proponesse la ricandidatura, in deroga allo statuto di cui sono già rimasti volontarie vittime il già ricordato D’Alema e Walter Veltroni, che pure fu uno dei fondatori del partito e il primo segretario. Meglio rottamarsi da sé che farsi rottamare, parvero dire i due dioscuri del post-comunismo italiano prima che almeno uno dei due -il primo naturalmente- non mettesse un broncio lungo così.

         La Bindi è notoriamente donna di carattere. Cioè, di brutto carattere, perché solo chi non ha carattere, come diceva la buonanima di Sandro Pertini, può vantare di averne uno buono. E Pertini era un altro che non se le faceva dire da nessuno. Quello della Bindi si è visto bene quando le è capitato da presidente della commissione parlamentare antimafia di scontrarsi col caratteraccio del candidato prima e del governatore poi della Campania, il suo compagno di partito Vincenzo De Luca, eletto nonostante la Bindi non gli avesse certamente facilitato le cose indicandolo fra gli “impresentabili”.

         Una cosa tuttavia penso che la Bindi se la meriti davvero: di non avere successori alla presidenza della commissione parlamentare antimafia, in modo che lei sia e rimanga l’ultima ad averla guidata.

         Nata quando la mafia era veramente un fenomeno misterioso, da studiare sotto i più diversi aspetti, e quando gli strumenti giudiziari per combatterla erano davvero inadeguati, che senso ha oggi continuare a seguirla con una commissione parlamentare d’inchiesta permanente? Che sarebbe poi la migliore certificazione della forza e della invincibilità di questa organizzazione criminale, e altre analoghe, come se fossero tutt’uno con la stoffa del Paese. Ci sono ormai magistrati specializzatissimi, forse sin troppo, per occuparsene.

         Se poi si pretendesse di giustificare una commissione parlamentare sulla mafia con i collegamenti che quest’ultima ha o potrebbe avere con la politica, sarebbe una clamorosa autorete. Sarebbe cioè la rivendicazione della politica di vigilare da sola su se stessa. E ciò dopo che gli stessi politici hanno rinunciato a buona parte delle loro originarie immunità per non apparire privilegiati rispetto ai magistrati.

         Finiamola quindi qui, con l’epilogo di questa diciassettesima legislatura, anche con la commissione parlamentare antimafia, congedandola con la sua ultima presidente.

        

Mattarella si allena a Mosca per le turbolenze italiane

Con la sua visita in Russia, e l’incontro fissatogli da Putin al Cremlino per martedì, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si trova in una situazione che più in vista non potrebbe essere dopo la svolta della politica americana nel Medio Oriente. Dove il presidente Donald Trump, diversamente dal predecessore Obama, non ha voluto lasciare impunito l’ennesimo crimine compiuto dal dittatore siriano Assad facendo lanciare bombe chimiche contro la sua popolazione “ribelle”.

Proprio in coincidenza con la presenza di Mattarella a Mosca, Putin incontrerà anche il segretario di Stato americano, ma il presidente italiano sarà il primo interlocutore europeo del Cremlino dopo la svolta statunitense in una regione che interessa da vicino l’Unione Europea, non foss’altro per i guai che le provengono da quella martoriata regione in termini di sicurezza e di immigrazione.

Quella di Mattarella non va scambiata in questa drammatica circostanza per una visita, di sia pur alta rappresentanza, fortuitamente coincidente con un delicatissimo momento della politica internazionale.

Dell’attuale capo dello Stato si potrà anche dire, come fa un suo amico economista che non per questo non lo stima o gli vuole meno bene, che ha una certa difficoltà quando si trova alle prese con problemi finanziari, ma non che non abbia pratica di politica estera. Egli se n’è sempre interessato anche prima di arrivare al Quirinale, contribuendo anche a gestirla dal governo prima come vice presidente del Consiglio di Massimo D’Alema e poi come ministro della Difesa dello stesso D’Alema e del secondo governo di Giuliano Amato, negli anni più roventi della crisi nei Balcani.

Il presidente Mattarella ha quindi le cognizioni e le conoscenze giuste per far fare una bella figura al suo Paese

 

 

in questi pericolosi frangenti internazionali, ben consapevole che l’Europa non possa e non debba essere ridotta alla funzione di “spettatrice”, per ripetere un aggettivo usato con delusione pari alla preoccupazione nell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri dal renziano Graziano Delrio.

 

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La sua maggiore esposizione internazionale potrebbe riuscire utile a Mattarella anche dopo la visita in Russia, quando tornerà alle prese con la solita, intricata situazione politica interna, continuamente agitata da una permanente campagna elettorale. Tale è quella in corso dalla fine del referendum sulla riforma costituzionale, anche se tutti fingono di non accorgersene e voltano lo sguardo dall’altra parte.

D’altronde basterebbero e avanzerebbero già le votazioni amministrative dell’11 giugno e i ballottaggi del 25, riguardanti circa dieci milioni di elettori sparsi un po’ per tutta Italia, per tenere alta la tensione, a cominciare dal Pd. Dove pure Matteo Renzi contava e conta ancora di chiudere il capitolo delle incertezze a fine aprile, con la sua ormai scontata rielezione a segretario nelle primarie aperte ai dichiarati elettori del partito: anche quelli che poi voteranno magari per gli scissionisti del Dp, interessati a irrobustire intanto le minoranze di Andrea Orlando e di Michele Emiliano per continuare a complicare la vita all’ex presidente del Consiglio.

Alle elezioni amministrative di giugno seguirà un’estate per niente tranquilla, durante la quale gli ormai ineludibili appuntamenti parlamentari con le tante, persino troppe proposte sul tappeto per quanto meno armonizzare, come si attende Mattarella, le leggi elettorali della Camera e del Senato rimaste in vigore dopo i tagli

 

 

apportati dalla Corte Costituzionale, potrebbero diventare in ogni momento il pretesto giusto per interrompere la legislatura. Alla cui prosecuzione sino alla scadenza ordinaria dell’anno prossimo è interessato, per diverse e persino opposte ragioni, un fronte politico molto meno vasto delle apparenze.

Quello attratto dalle elezioni anticipate è un fiume carsico dove confluisce ogni giorno acqua nuova, proveniente soprattutto dalla paura di mandare i cittadini alle urne subito dopo l’approvazione di una pesantissima legge finanziaria, da varare quando le autorità europee di vigilanza non avranno forse più remore derivanti dalle incertezze delle attuali vigilie elettorali in Francia e in Germania.

 

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Pochi osano più o meno ipocritamente parlarne in pubblico, ma chi frequenta stanze e corridoi dei palazzi parlamentari sa di quella specie di oggetto misterioso di cui mormorano gli specialisti della legge finanziaria e che si chiama esercizio provvisorio. Se ne occupa un comma dell’articolo 81 della Costituione che, diversamente da altre parti modificate nel 2012, i cosiddetti eurocrati non sono riusciti a far cambiare negli anni del loro maggiore potere, che furono quelli del governo tecnico di Mario Monti.

Quel comma dell’articolo 81, studiato per affrontare le emergenze, elettorali o d’altro tipo, risultate d’impedimento all’approvazione entro dicembre del bilancio annuale, cioè ordinario, prevede il ricorso per legge al cosiddetto esercizio provvisorio “per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi”. Durante i quali non si può spendere, mese per mese, più di un dodicesimo di ciò che si è speso nell’esercizio precedente, per cui non si rischiano in quel periodo procedure europee di cosiddetta insolvenza, possibili invece con una normale legge finanziaria che abbia l’inconveniente di non corrispondere alle attese dei vigilanti.

 

 

 

 

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