Assordante e livoroso il silenzio di Grillo su Stefano Rodotà

         Neppure la decisione della sindaca pentastellata di Roma Virginia Raggi, del vice presidente della Camera Luigi Di Maio e di Alessandro Di Battista, un deputato fra i più noti del movimento delle 5 stelle, di presentarsi domenica alla camera ardente di Stefano Rodotà ha indotto Beppe Grillo ad accorgersi del lutto.

         La notizia della morte del giurista, i cui funerali civili si sono infine svolti nell’Università romana dove aveva insegnato per tanti anni, ha continuato ad essere ignorata, cioè censurata politicamente, sul blog personale di Grlllo e su quello del movimento. Dove invece il “garante” si è vantato, a dispetto dei risultati delle elezioni amministrative, che “ogni maledetta domenica si continua a crescere”, che “da qui al governo è questione di pochi metri”. Il problema più urgente del paese resta per i grillini il conto alla rovescia dei giorni che mancano alla maturazione del diritto alla pensione privilegiata dei parlamentari di prima nomina, senza che nessuno con qualche legge non lo interrompa sopprimendo vitalizi e quant’altro. Mentre scrivo, mancano a questa esiziale scadenza, come avverte il cronometro giallo del sito di Grillo, 80 giorni, 10 ore, 57 minuti e 52 secondi.

         Col suo ostinato e livoroso silenzio sulla scomparsa, e ora anche sulla sepoltura, del giurista che pure fu quattro anni fa il suo candidato al Quirinale, Grillo ha voluto trattare pure da morto il povero Rodotà come lo trattò da vivo per punirlo delle critiche che si era permesso di formulare al movimento per la sua gestione non democratica e per le sue troppe contraddizioni programmatiche. Ha continuato cioè a trattarlo -disse- come “un ottuagenario miracolato dalla rete, sbrinato di fresco dal mausoleo”, dove adesso evidentemente è tornato davvero per rimanervi per sempre, senza il pericolo di fare risentire la sua voce o di mandare un corsivo al Manifesto.

         Quando Grillo liquidò con quelle parole il suo ex candidato al Quirinale il povero Rodotà era già affetto del tumore di cui poi è morto, come si è appreso da una intervista di Giorgio Napolitano sulle confidenze appena fattegli, nella camera ardente a Montecitorio, dalla vedova. Mi riesce francamente difficile immaginare che Grillo non ne fosse a conoscenza. Ma anche se non lo avesse saputo, il trattamento riservato dal comico genovese al povero Rodotà da capo, garante e quant’altro del movimento delle cinque stelle rimane riprovevole, a dir poco. E non dico di più per rispetto non di Grillo, ma dei lettori.

Napolitano sbugiarda Occhetto su Rodotà e Craxi

         C’è forse chi è riuscito a fare peggio di Beppe Grillo col povero Stefano Rodotà, già liquidato in vita dal comico genovese come “ottuagenario miracolato dalla rete, sbrinato di fresco dal mausoleo” e ignorato da morto sui siti dello stesso Grillo e del suo movimento. Che pure quattro anni fa -mica nel secolo scorso- lo avevano candidato al Quirinale, compromettendone con ciò stesso l’elezione. Essa avrebbe infatti assunto il sapore di una scelta antipolitica, per quanto condivisa improvvidamente lì per lì dall’interessato, arrivato onestamente e coerentemente, com’era nel suo temperamento e nella sua cultura istituzionale, a riconoscere e denunciare nel giro di poco tempo la conduzione e forse anche l’essenza per niente democratica del partito grillino, procurandosi gli insulti citati con tanto di virgolette all’inizio di questa nota.

         A comportarsi peggio di Grillo, certamente sul piano politico, è stato Achille Occhetto in una intervista nella quale ha adoperato Rodotà contro un altro morto: il mai abbastanza odiato, evidentemente, Bettino Craxi. Al quale l’ultimo segretario del Pci e primo del Pds ha attribuito il colpo finale e decisivo inferto nel lontano 1992 alla candidatura di Rodotà a presidente della Camera, dopo che Oscar Luigi Scalfaro, insediatosi da poco al vertice di Montecitorio, era stato eletto al Quirinale sotto l’onda emotiva e politica della strage di Capaci, dove la mafia aveva assassinato Giovanni Falcone, la moglie e buona parte della scorta.

         Al posto di Scalfaro, e del suo vice Rodotà, che era anche presidente del Pds-ex Pci, fu eletto invece Giorgio Napolitano, per il quale, secondo la ricostruzione occhettiana dei fatti, giocò la preferenza dell’allora segretario socialista. Che pure non sarebbe stato poi tenero col nuovo presidente della Camera, avendogli dedicato negli anni della “latitanza” ad Hammamet una delle litografie contro gli “extratterestri” ignari del finanziamento illegale praticato anche dai loro partiti, e non solo dal Psi, trattato invece come capro espiatorio di una lunga stagione tangentizia.

         A smentire Occhetto, e a sbugiardarne il tentativo di fare del povero Rodotà una vittima di Craxi, ha onestamente e lealmente provveduto lo stesso Napolitano raccontando in una intervista a Repubblica, reduce da una visita alla camera ardente dello scomparso giurista, e suo amico personale, come fossero andate veramente le cose in quella stagione già troppo carica di veleni per poterne decentemente aggiungere altri dopo tanti anni.

         “Quando nel 1992 fui scelto dal partito per la presidenza della Camera -ha detto testualmente Napolitano- Stefano aveva molti titoli per ricoprire quel ruolo, ma dal canto mio godevo di un larghissimo consenso nel Pds, che voleva esprimere una sua figura. Così prevalse il mio nome”. La vicenda quindi fu tutta interna al Pds, dove Occhetto, che si è appena vantato di avere sostenuto Rodotà, fu messo evidentemente in minoranza. Craxi quindi non c’entrò per niente.

         D’altronde, quando si decise, dopo la strage di Capaci, che aveva interrotto tragicamente la corsa al Quirinale, di scegliere il capo dello Stato fra i presidenti delle due Camere il Pds preferì Scalfaro a Giovanni Spadolini, presidente del Senato, proprio per liberare il vertice di Montecitorio a beneficio di Napolitano, considerato il più rappresentativo della storia del principale partito della sinistra: più rappresentativo dello stesso Rodotà, che ne era il presidente, è vero, ma in omaggio più alla discontinuità, rappresentata dal cambio del nome e del simbolo del vecchio Pci, che alla continuità.

         Lo stesso Rodotà dovette alla fine rendersene conto se Napolitano ha potuto concludere il racconto così: “Non dubito che Stefano ne abbia tratto motivi di amarezza, ma in quei giorni avemmo modo di parlarne. E poi sul contrasto sarebbe prevalsa la collaborazione”.

 

 

 

 

        

 

 

 

         

        

        

Berlusconi vince i ballottaggi ma non gode. O finge di godere.

       Paradossalmente, ma non troppo, mai ritorno come quello appena vantato e riconosciuto a Silvio Berlusconi con le numerose e importanti vittorie nei ballottaggi conunali, a cominciare dalla Genova ex rossa, è stato così scomodo per il principale interessato. Che avrebbe avuto interesse, sempre paradossalmente ma non troppo, ad un risultato più contenuto. Come lui raccomanda di essere ai suoi avversari quando lo attaccano troppo, con sconfinamenti nelle vicende personali, anche quando non c’entrano, o c’entrano solo di striscio nella sua avventura politica ormai ultraventennale.

         Si può ben dire che l’ex Cavaliere, ancora in attesa anche di una riabilitazione giudiziaria in sede europea dopo la condanna definitiva per frode fiscale, nel 2013, e la conseguente decadenza dal Parlamento, vince ma non gode. O canta vittoria pìù per dovere di copione che per convinzione, sapendo bene che è una vittoria più di Pirro che vera, specie nel contesto di un astensionismo da capogiro. E’ infatti un successo che Berlusconi non può aggiudicarsi del tutto e che nell’ambito del centrodestra rafforza più la Lega di Matteo Salvini che la sua Forza Italia, e in Forza Italia più gli amici per disciplina che quelli per convinzione.

         La prova di questa situazione, ripeto, paradossale ma non troppo sta nella preferenza che l’ex Cavaliere continua a dare, anche dopo i vittoriosi ballottaggi comunali, ad una nuova legge elettorale più proporzionale che maggioritaria. Che pure -quella maggioritaria, di qualsiasi tipo, con o senza collegi uninominali, con o senza grandi premi di governabilità- dovrebbe essere da lui sostenuta se volesse davvero scalare il governo con una riedizione del centrodestra, capace di vincere anche in un quadro cosiddetto tripolare, prevalendo sia sull’improbabile coalizione “larga” di centrosinistra, con Matteo Renzi oggettivamente indebolito dai ballottaggi, sia sui solitari grillini, inchiodati alla loro vantata e presunta “diversità” come i comunisti degli anni peggiori, non migliori, del berlinguerismo.

         Una vera coalizione elettorale a livello nazionale con la Lega e la destra di Giorgia Meloni, più i frammenti centristi considerati perdonabili di tradimento e quant’altro, diventerebbe scomodissima per Berlusconi con l’applicazione al Senato dell’Italicum corretto dalla Corte Costituzionale. Che è notoriamente basato sul premio di maggioranza alla lista, per cui obbligherebbe il presidente di Forza Italia ad un listone unico con gli alleati, aumentando nel cosiddetto centrodestra il potere contrattuale di Salvini.

         L’ex presidente del Consiglio potrà pur continuare a vantarsi della sua collocazione “moderata”, in Italia e in Europa, dove appartiene allo stesso partito della cancelliera tedesca Angela Merkel, ma la consistenza elettorale della sua Forza Italia non è più doppia o addirittura tripla rispetto alla Lega, ma pari, o quasi. E da questa condizione ne derivano tante altre, tutte scomode per Berlusconi: a cominciare dalla cosiddetta leadership, a prescindere dalla questione pur rilevante della candidabilità ancora preclusagli per ragioni giudiziarie alla carica di parlamentare, e ancor più a quella di presidente del Consiglio.

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Ecco come e perché Silvio Berlusconi finge di festeggiare dopo i ballottaggi

Una deputata grillina onora Rodotà sfidando la censura

         Mi permetto di segnalare all’attenzione di chi legge la sfida che, volente o nolente, una deputata delle 5 stelle ha finito per mandare al “garante” del suo movimento onorando nella camera ardente di Montecitorio, allestita nella sala Aldo Moro, la salma di Stefano Rodotà: il giurista ed ex parlamentare candidato da Beppe Grillo alle elezioni presidenziali del 2013 e poi liquidato alla solita maniera, dandogli dell’”ottuagenario miracolato dalla rete, sbrinato di fresco dal mausoleo” quando il professore osò sollevare qualche riserva e critica sull’uso proprio della “rete” e altre cose ancora.

         La deputata che si è lodevolmente distinta dalla odiosa censura praticata a Stefano Rodotà, ignorandone anche la notizia della morte sul blog personale di Beppe Grillo e su quello delle stelle, si chiama Laura Castelli, eletta a Torino, 31 anni da compiere a settembre. La signora non ha avuto paura di mescolarsi agli odiati Giorgio Napolitano, Giuliano Amato, Paolo Gentiloni e altri.

         Ho inviato all’onorevole Castelli con la posta elettronica della Camera -cui si può accedere facendo una ricerca di rete col nome e cognome della parlamentare- un telegramma di complimenti e di incoraggiamento. Ciò mentre il blog di Grillo continuava nella striscia gialla sotto la testata il suo qualunquistico conto alla rovescia dei giorni, ore, minuti e secondi mancanti alla maturazione delle “pensioni privilegiate dei parlamentari” di prima nomina, che costituiscono per il movimento delle 5 stelle il problema più grave e più urgente del Paese, la prima mostruosità da impedire o abbattere.

         L’onorevole Laura Castelli è una delle tanti parlamentari che maturerà questo diritto -avverte il blog di Grillo mentre scrivo- fra 82 giorni, 10 ore, 57 minuti e 49 secondi.

         Il povero Stefano Rodotà percepiva anche lui un vitalizio per i 15 anni trascorsi come parlamentare alla Camera, diventandone anche vice presidente. Speriamo che il movimento delle 5 stelle non gli contesti anche questo da morto, oltre al “mausoleo” e all’età. E non chieda alla vedova di restituire tutto, sino all’ultimo centesimo, rinunciando naturalmente alla cosiddetta reversibilità.

         Peccato che la democrazia italiana sia stata ridotta a questo livello di dibattito politico in nome dell’”onestà, onestà, onestà” gridata ai funerali di Gianroberto Casaleggio. Tre volte onestà, due in meno -chissà perché- delle cinque stelle del movimento.

L’odiosa censura grillina alla morte di Stefano Rodotà

         Non un rigo, non una parola, non una foto dello scomparso giurista Stefano Rodotà sul blog di Beppe Grillo sino al momento in cui scrivo: a “83 giorni, 10 ore, 53 minuti e 40 secondi mancanti -come avverte una striscia gialla sotto la testata- alla maturazione della pensione privilegiata dei parlamentari” di prima nomina di questa diciassettesima legislatura. Fra i quali la maggior parte, va detto onestamente, sono proprio del movimento grillino.

         Questa contro il diritto alla pensione, vitalizio o quant’altro dei deputati e dei senatori è la battaglia che sta in testa a tutte le altre fra i pentastellati. E’ per loro un’autentica ossessione, convinti come sono che sia il problema più importante, più urgente, più vitale dell’Italia: il male più scandaloso e virale da eliminare, o più semplicemente il tema elettoralmente più produttivo. E’ una questione di gusti, naturalmente.

         Se poi la legislatura, come sembra, salvo ripensamenti, insieme, di Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Paolo Gentiloni e soprattutto Sergio Mattarella, che è l’unico ad avere la chiave costituzionale dello scioglimento anticipato delle Camere, arriverà alla sua conclusione ordinaria, tutti gli onorevoli deputati e senatori eletti nelle liste rigorosamente bloccate del movimento di Grillo, cioè nominati da lui in persona, potranno godersi tranquillamente il loro vitalizio dicendo di avere fatto inutilmente tutto il possibile per risparmiarselo, o per risparmiarlo alle tasche dei contribuenti italiani. Bella trovata, bisogna ammetterlo.

         Ma torniamo, per cortesia, al compianto Rodotà, giurista considerato unanimemente insigne, professore universitario per decine e decine di migliaia di studenti, forse anche di più, formatisi sui suoi libri, già deputato eletto da indipendente nelle liste del Pci, poi Pds, presidente del partito, vice presidente della Camera e presidente dell’Autorità per la tutela della privacy. La censura praticata anche da morto a un uomo con un curriculum di questo tipo rivela un po’ la matrice culturale ed anche umana di Grillo e dei suoi seguaci, che pure avevano fatto del povero Rodotà la loro bandiera istituzionale candidandolo al Quirinale non più tardi di quattro anni fa, e riuscendo a spaccare sul suo nome anche il Pd dell’allora Pier Luigi Bersani, sia pure inutilmente, perché fu proprio l’investitura grillina a danneggiarlo politicamente.

         Il pubblico a 5 stelle andava letteralmente pazzo di Rodotà sulle piazze e per le strade pronunciandone il none al ritmo sudamericano: rodotà-tà-tà. E lui, pur notoriamente schivo e sobrio, finì per perdere un po’ la testa, non dandosi pace del fatto che, pur di non votarlo, i suoi ex compagni di partito e, più in generale, della sinistra avessero preferito abusare un po’ dell’età di Giorgio Napolitano, sulla soglia ormai dei novant’anni, rieleggendolo alla Presidenza della Repubblica. Allora Rodotà di anni ne aveva “soltanto” un’ottantina, meno comunque dell’allora capo dello Stato.

         A pensarci bene, risparmiandogli le fatiche e le emozioni del Quirinale, e non solo l’adrenalina che certamente il nuovo impegno gli avrebbe procurato, i grillini regalarono inconsapevolmente a Rodotà qualche anno in più da godersi fra gli studi, le ricerche, le interviste, gli affetti familiari e la stima degli amici. E per fortuna anche il tempo -va detto- per riflettere meglio sulla natura, sulle caratteristiche, sulle qualità politiche ed umane dei grillini, sbertucciandoli infine con un corsivo sul Manifesto per il loro concetto della democrazia al computer, al clic e a quant’altro per compiere sbrigativamente le loro scelte, definire e aggiornare i programmi e cambiare anche gli umori.

         Da allora, da quel corsivo, maledetto per i grillini ma benedetto per i suoi estimatori di più vecchia e sincera data, fra i quali chi scrive questo ricordo di lui, Rodotà cadde dalle cinque stelle alle cinque stalle. E lì Beppe Grillo lo ha lasciato anche da morto, almeno sino al momento, ripeto, in cui scrivo, quando il conto alla rovescia nella lotta contro “le pensioni privilegiate”, cioè vitalizi e quant’altro, dei parlamentari di prima nomina è andato avanti raggiungendo gli 83 giorni, 10 ore, 12 minuti e 20 secondi.

         Addio, professore Rodotà. E perdoni la maleducazione dei suoi ex sostenitori al Quirinale. Dove Lei sarebbe sicuramente e meritatamente arrivato nella primavera del 2013 –ripeto- senza la loro zavorra.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Stefano Rodotà, dalle 5 stelle alle 5 stalle per Beppe Grillo?

Quando gli avvocati perdono prestigio

         Trovo anch’io consolante quel giudizio positivo espresso sugli avvocati in un rapporto del Censis, da cui è emerso un 60 per cento di intervistati convinti del prestigio “buono” di questi professionisti e un 20 per cento convinto che sia “ottimo”. Sarà stato magari espressa, questa opinione, da chi ha avuto la fortuna di vincere una causa in quella grande lotteria che è ormai diventata l’amministrazione della giustizia in Italia.

         Eppure mi chiedo perché mai resti un altro venti per cento di giudizi -debbo presumere- negativo, o assai negativo, sui legali ai quali, prima o dopo, può capitare a chiunque di noi di doversi rivolgere per promuovere o difendersi in una causa, o semplicemente in una indagine cosiddetta preliminare. Un venti per cento, credo, di gente sfortunata nella scelta dell’avvocato quando ne ha avuto bisogno. O di gente che, non avendo mai avuto bisogno di loro, confonde gli avvocati con gli azzeccagarbugli di memoria manzoniana. O di giustizialisti tanto incalliti, con o senza toga, da considerare gli avvocati come quelli votati a farla fare franca ai delinquenti. Vi ricorda nessuno questo modo di ragionare e di liquidare cose e persone? A me sì, ma non lo dico perché non ho soldi da buttare in una causa, trattandosi di un magistrato dalla querela facile.

         Il rapporto Censis è confortante per gli avvocati anche tenendo conto del credito decrescente o del discredito crescente, come preferite, del sistema giudiziario italiano.

         Ciò tuttavia non mi impedisce di ritenere che gli avvocati danneggino la loro immagine quando si candidano o si lasciano candidare al Parlamento dai loro clienti per difenderli meglio. E’ come quando certi magistrati si candidano o si lasciano candidare alle Camere per proseguire in altro modo le loro guerre e guerricciole. A buon indentitore poche parole, come dice un vecchio proverbio.

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Che cosa sbagliano gli avvocati

        

Le scuse mancate di Borrelli al giudice Guido Salvini

         Il magistrato Guido Salvini può ben essere considerato, per serietà e competenza dimostrate nel suo lavoro, e anche per i problemi che gli è toccato di avere con i suoi colleghi di toga, il Giovanni Falcone dell’antiterrorismo.

         La storia dei suoi rapporti con la Procura di Milano, che ha raccontato in una lunga intervista a Il Dubbio commentando l’epilogo, finalmente, delle indagini e dei processi sulla strage di Brescia, fa venire francamente i brividi.

         Quanto è stata solerte la Procura ambrosiana negli anni Novanta -gli anni “terribili” di Tangentopoli, per dirla con Matteo Feltri, che li ha scandagliati con impietosa obiettività nei riguardi dei vari Francesco Saverio Borrelli, Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo e altri- tanto è stata a dir poco zoppicante negli anni Settanta e Ottanta, quando l’emergenza era purtroppo il terrorismo.

         Ebbene, il povero Guido Salvini incontrò come giudice istruttore difficoltà indicibili più fra i colleghi magistrati, per gelosie, incompetenze e quant’altro, che fra gli inquisiti di una stagione di sangue. Che fu ben più grave e pericolosa di quella dei furti, come vennero sbrigativamente liquidati tutti gli episodi, veri ma anche presunti, del complesso e generalizzato fenomeno del finanziamento illegale della politica.

         A Salvini toccò, fra l’altro, di vedersi assegnati nella conduzione delle indagini colleghi a dir poco non sufficientemente attrezzati per competenze e carattere al compito immane di smascherare assassini e trame, e di essere alla fine costretto anche a difendersi per ben sette anni davanti al Consiglio Superiore della Magistratura per presunta incompatibilità ambientale: una vicenda che – ha giustamente osservato il giudice- avrebbe sfiancato chiunque. Un’esperienza, aggiungo, in qualche modo già provata dal povero Falcone per il suo lavoro anti-mafia a Palermo, quando fu chiamato a giustificarsi degli sciagurati sospetti di Leoluca Orlando e amici di coprire responsabilità eccellenti, cioè politiche, nelle inchieste di mafia.

         Salvini non solo è fortunatamente sopravvissuto fisicamente alle difficoltà, ma ne è uscito a testa tanto alta da potere oggi giustamente reclamare le scuse mai chiestegli da Francesco Saverio Borrelli. Che a furia di “resistere, resistere, resistere”, come disse a conclusione della sua carriera, resisterà -temo- anche a questa sacrosanta richiesta.

Il Senato scambiato per un maiale dalle opposizioni

         Come si dice di un maiale quando viene ucciso e ben bene sezionato perché nulla si sprechi, così le opposizioni hanno fatto con la seduta del Senato per rifarsi della sconfitta subita nell’assalto al governo di Paolo Gentiloni, e non solo al ministro renzianissimo e potentissimo dello Sport Luca Lotti, per l’affare -chiamiamolo così- Consip. Che, fra i vari inconvenienti, oltre alla manipolazione di intercettazioni e varie, ha quello del coinvolgimento del padre di Matteo Renzi, Tiziano, come indagato per traffico d’influenze illecite. Ed è già una fortuna, per lui e per il figlio, che non sia finito in galera prima o dopo un lungo interrogatorio subìto in Procura a Roma: in galera come lo avrebbero voluto, prima ancora degli inquirenti di Napoli, ufficiali e sottufficiali dei Carabinieri usati come polizia giudiziaria nelle indagini sino a quando nella Capitale i pubblici ministeri guidati da Giuseppe Pignatone non si sono accorti delle anomalie, chiamiamole così, e non le hanno interrotte di brutto.

         Alle opposizioni, in particolare al principale giornale di riferimento, che è notoriamemte Il Fatto Quotidiano fondato dal buon Antonio Padellaro e diretto ora dal meno buono, inteso come carattere, Marco Travaglio, non è andata giù di quella seduta a Palazzo Madama neppure la parte iniziale dedicata alla commemorazione dell’ex ministro repubblicano delle Poste Oscar Mammì, morto recentemente a più di 90 anni senza essere riuscito a liberarsi dell’abito confezionatogli nel 1990 dalle sinistre democristiana e post-comunista di favoreggiatore del già allora odiato Silvio Berlusconi per la legge che, disciplinando il sistema radiotelevisivo, ne aveva regolarizzato le tre reti concorrenti della Rai.

         Già la celebrazione parlamentare in sé del pur scomparso Mammì ha fatto storcere il naso a quelli del Fatto. Che, con la firma di Fabrizio D’Esposito, hanno tenuto da ridire non solo e non tanto sugli elogi rivolti alla memoria del defunto dal capogruppo di Forza Italia Paolo Romani, che allora possedeva una piccola televisione privata e faceva quindi già parte della galassia berlusconiana favorita, secondo loro, dall’allora governo di Giulio Andreotti. Che per far passare quella legge ricorse al voto di fiducia. Nella redazione di Travaglio hanno tenuto da ridire soprattutto sull’intervento del capogruppo del Pd Luigi Zanda, azzardatosi a elogiare “il coraggio” dell’allora ministro, spintosi là dove non doveva -alla singolare luce degli avvenimenti politici di molto successivi- per questioni quanto meno di galateo istituzionale.

         Voi non ci crederete, ma Zanda si è preso praticamente del maleducato perché con gli elogi a Mammì avrebbe fatto uno sgarbo all’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che 27 anni anni fa, esattamente il 26 luglio, ha certificato D’Esposito in veste non so se più di storico o di pubblico ministero ad honorem, si dimise da ministro con altri quattro colleghi di partito e soprattutto di corrente, quella guidata da Ciriaco De Mita, contro le modalità, quanto meno, di approvazione della legge Mammì.

         Le dimissioni -di Riccardo Misasi, Mino Martinazzoli, Carlo Fracanzani e Calogero Mannino, oltre all’attuale capo dello Stato- furono preparate e annunciate col proposito di provocare una crisi di governo. Ma quel diavolo di Francesco Cossiga, allora capo dello Stato, pur proveniente pure lui dalla sinistra democristiana, non ne volle sapere. E accettò invece, seduta stante, la proposta costituzionale del presidente del Consiglio di sostituire i quattro ministri dimissionari con esponenti ai quali evidentemente la legge Mammì non faceva per niente schifo, né per il contenuto né per le modalità di approvazione.

         Non so francamente se al Quirinale, sentendo magari col circuito interno televisivo la seduta del Senato, Mattarella si sia sentito offeso, o comunque a disagio, per l’intervento del pur amico Zanda. Al quale D’Esposito, visto che si trovava, avrebbe potuto anche rimproverare di avere ignorato l’apprezzamento di quelle “coerenti” dimissioni di Mattarella espresso dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, oltre che segretario del Pd, per motivarne la candidatura e poi l’elezione al Quirinale due anni fa, anche a costo, o col proposito, chissà, di rompere il cosiddetto patto del Nazareno con Berlusconi sulle riforme costituzionali: una rottura che poi gli sarebbe costata carissima nel referendum costituzionale del 4 dicembre scorso. Riconoscere forse questo “merito” a Renzi, di questi tempi, deve essere apparso inopportuno a Travaglio e amici.

         Dubito, per come lo conosco, che Mattarella se la sia presa più di tanto con Zanda, anche perché nel frattempo egli ha instaurato con Berlusconi un buon rapporto istituzionale, politico e persino personale. Sono tuttavia sicuro che il presidente della Repubblica sia ancora memore del fatto che Luigi Zanda non è un omomino ma proprio lu: uno degli amici e collaboratori più stretti di Cossiga prima ancora che Francesco arrivasse al Quirinale. E rimastone amico ed estimatore anche dopo, quando il “picconatore” demolì la crisi di governo preparata o tentata dalle dimissioni dei cinque ministri della sinistra democristiana contro la legge del “coraggioso” Mammì.

Buche e monnezza bastano e avanzano contro la Raggi

Il Marco Travaglio garantista dei giorni dispari, che sono del tutto casualmente, per carità, quelli in cui hanno problemi nei tribunali anche i grillini, si è consolato degli sviluppi della vicenda giudiziaria della sindaca di Roma titolando sulla “Raggi mezza archiviata e mezza accusata”, restandole appese alla fine delle indagini preliminari solo “2 imputazioni su 5”: falso e abuso d’ufficio. E non è ancora detto naturalmente che la prima cittadina della Capitale venga rinviata a giudizio davvero, e per entrambe le imputazioni confermate dagli inquirenti.

Con i tempi abituali della giustizia -ha avvertito sul Corriere della Sera Fiorenza Sarzanini, che se ne intende- le decisioni potrebbero arrivare in autunno e la sindaca potrebbe “finire davanti ai giudici in campagna elettorale”: quella non anticipata per il rinnovo assai improbabile del Consiglio Comunale di Roma, ma quella ordinaria di fine legislatura per il rinnovo obbligato delle Camere.

Non foss’altro che per questo ruolino di marcia, un processo alla Raggi non mi piace e non mi convince. Le cronache elettorali e politiche combinate con quelle giudiziarie mi hanno sempre fatto schifo. E non me ne faranno certamente di meno solo perché il processo potrà riguardare questa volta una sindaca per la quale non ho votato e, bene o male, per un movimento che potrà pure vantarsi, a torto o a ragione, di moltiplicare prima o dopo per cento le sue cinque stelle di oggi, ma rimarrà lontano anni luce dalle mie idee e preferenze.

Considero il processo in cantiere a carico della sindaca più incidentata d’Italia, visto ciò che le è già accaduto e potrebbe ancora capitarle in Campidoglio, un inutile sovrapprezzo politico. Per i miei gusti di critico, mi bastano e avanzano le perdite di consenso che la signora ha subìto e subisce. E che peraltro sono portato ad attribuire ancora più che a lei, ai vari e sostanziali commissari politici che il suo partito, o come altro preferisce chiamarsi, le ha via via assegnati complicandole un lavoro già difficile di suo.

Delle due imputazioni rimaste addosso alla Raggi, quella di abuso d’ufficio continua a sembrarmi per un sindaco ciò che ne disse una volta, a proposito di un altro amministratore locale allora ancora grillino, Pier Luigi Bersani paragonandolo al sovraccarico contestato dalla polizia stradale all’autista di un camion e rimorchio: roba insomma da multa e non da galera. Un reato, se lo vogliamo ancora considerare tale, più professionale che altro, come una querela o denuncia per diffamazione per un giornalista che si fa prendere la mano nelle critiche. E’ un inconveniente che si aggrava quando a sentirsi colpito è un magistrato che nella reazione può oggettivamente contare su qualche vantaggio, finendo la pratica per forza in mano ad un suo collega di toga, per quanto di un distretto giudiziario diverso.

Neanche l’altra imputazione alla Raggi -il falso- mi convince più di tanto, essendosi la sindaca assunta per intero la responsabilità di una nomina alla quale poi si è scoperto che aveva contribuito non poco un suo collaboratore stretto, fratello del nominato.

Poiché poi le nomine, e i relativi trattamenti economici, sono state due, l’altra delle quali ha procurato alla sindaca l’accusa di abuso, mi sembra onesto e doveroso ricordare che entrambe le persone interessate -di cui non faccio neppure i nomi perché dovrebbero contare di più fatti- sono state rimosse senza tante storie o resistenze. Se c’è stato un danno per l’amministrazione capitolina, è stato quindi modesto. Un danno che la sindaca potrebbe sanare di tasca propria senza il sovrapprezzo -ripeto- di un processo penale mescolato ad una campagna elettorale.

Furono inutili e addirittura ingiusti sovrapprezzi, secondo me, pure a costo di far saltare sulla sedia il Marco Travaglio giustizialista dei giorni pari, anche i processi che negli anni scorsi, più che determinare, accompagnarono la perdita progressiva di consenso dell’odiato Silvio Berlusconi. Per il quale, per esempio, pur essendo fra i maggiori contribuenti -beato lui- del fisco italiano, fu scomodata una sezione feriale, cioè estiva, della Cassazione per condannarlo per frode ai limiti di una prescrizione segnalata dalla Procura di Milano con una tempestività e con modalità apparse a molti, a torto o a ragione, come improprie, se non addirittura minacciose.

Pur fatte le debite proporzioni, siamo di fronte alla stessa patologia nei rapporti fra giustizia, politica e informazione. Già, anche l’informazione, non dimentichiamolo.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio a pagina 15 dei commenti col titolo: Processo alla sindaca Raggi ? Ecco perché non mi convince

Pietà per la zarina del Campidoglio Virginia Raggi

         Di fronte al sostanziale preannuncio del rinvio a giudizio della sindaca grillina di Roma Virigina Raggi per falso e abuso d’ufficio, ora che l’inchiesta della Procura è finalmente chiusa, non riesco a riconoscermi né nel giubilo degli avversari politici del Movimento delle 5 stelle né nel sollievo dei suoi sostenitori o fiancheggiatori. Che hanno probabilmente condiviso la soddisfazione del solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Michele Travaglio perché i capi d’imputazione della sindaca sono scesi da cinque a due, dovendo probabilmente rispondere la signora solo della nomina, a suo tempo, di un Romeo a capo della sua segreteria e del fratello dell’allora suo braccio destro Marra a capo di un dipartimento comunale, essendo parsa eccessiva la sua promozione, che pure era in cantiere e sarebbe stata legittima, da vice capo a comandante dei vigili urbani: quelli che una volta a Roma si chiamavano pizzardoni. Ora quasi più nessuno li chiama così, anche perché obiettivamente presenti più negli uffici che nelle piazze e per le strade, pure in occasione dei peggiori ingorghi, quando basterebbe un vigile, un solo vigile, con tanto di fischietto, a sbloccare il traffico.

         Più banalmente o semplicemente, considero il processo in cantiere contro la Raggi una cosa superflua, inutile. Nè quel Romeo è più il capo della sua segreteria, né quel Marra è più il capo di un dipartimento. Se qualche danno è stato arrecato all’amministrazione comunale dai compensi che i due hanno per un certo tempo percepito con troppa generosità da parte della sindaca, dovrebbe bastare e avanzare, in un sistema ispirato al buon senso, una bella multa a suo carico, o una condanna amministrativa a rimetterci di suo per pareggiare i conti. Un processo penale mi sembra un’enormità, per quanto non abbia certamente votato per la vittoria della Raggi nel ballottaggio dell’anno scorso che la portò al vertice del Campidoglio.

         Per chi fa politica, a qualsiasi livello, locale o nazionale, la perdita di consenso è più che sufficiente a penalizzarlo. Più che l’imminente -credo -rinvio a giudizio e la probabile condanna, nuocciono alla Raggi, e a una sua eventuale ricandidatura a sindaco nel prossimo turno elettorale, le buche sulle strade della Capitale, ad ognuna delle quali quando uno vi cade o rompe la macchina o il motorino, corrisponde un’imprecazione, un voto in meno e spesso anche una causa con tanto di danni prima o dopo risarciti. O la “monnezza” che si spreca, col contorno di topi, cinghiali, cani, gatti e gabbiani. O i cortei quasi giornalieri che la sindaca contribuisce a rovesciare su una città esausta.

         Non parlo poi degli inconvenienti che procurano alla sindaca di Roma le risse e le faide interne al suo movimento, dove si sprecano i commissari politici che le vengono assegnati con l’effetto spesso di complicarle la vita e di aggravare i problemi obiettivamente ereditati dalle precedenti amministrazioni.

         Pietà, quindi, per la Raggi. Così come avrebbero dovuto invocare gli avversari di Silvio Berlusconi di fronte a certi accanimenti giudiziari praticati dopo che il presidente di Forza Italia, del presidente del Consiglio e di quant’altro già pagava cari i suoi errori comportamentali perdendo voti e parlamentari.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Perchè, da non grillino, mi pare un’ermomità il processo penale contro Virginia Raggi

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