Lo zampino di Travaglio nella crisi del giornale l’Unità

Chi salva una vita salva il mondo intero, dice giustamente e orgogliosamente il Talmud, che anche i non ebrei hanno imparato a conoscere e ad apprezzare vedendo uno dei più celebri, se non il più celebre in assoluto dei film sulla shoah.

Ebbene, con la passione che ho per il mio mestiere e, insieme, per la democrazia credo di non esagerare parafrasando il Talmud per commentare così la riscomparsa dalle edicole, spero la più temporanea possibile, dell’Unità: chi salva un giornale salva la libertà di tutti. O di tutti gli altri giornali, come preferite.

Nonostante o proprio a causa delle polemiche che mi è capitato di avere con l’Unità dei tempi migliori, quando vendeva centinaia di migliaia di copie realizzando un po’ il sogno di Palmiro Togliatti di farne “il Corriere della Sera dei lavoratori”, intesi naturalmente come elettori reali o potenziali del suo partito, non mi dispiace soltanto ma mi offende il modo in cui è riscomparso il giornale storico non solo del Pci ma della sinistra italiana, fondato nel 1924 da Antonio Gramsci, due anni prima di essere arrestato dai fascisti, per quanto deputato in carica. Un giornale destinato ad aggiungersi per molti anni, non a sostituirsi, come altri forse avrebbero preferito, all’ancora più storico Avanti! socialista, fondato nel 1896, addirittura nella notte di Natale, da Leonida Bissolati.

Trovo non solo comprensibile, ma giustificata, per l’indubbio coinvolgimento del risegretario del Pd nella vicenda, la rabbia non dell’ultimo, spero, ma dell’uscente direttore dell’Unità Sergio Staino, che a Matteo Renzi gliene ha dette di tutti i colori in una intervista a Luca Telese. Al quale non è parso vero di raccoglierne da sinistra lo sfogo, pur su un giornale di destra come La Verità di Maurizio Belpietro, in un intreccio di contraddizioni che non mi scandalizza più di tanto, preferendo vedere una dimostrazione di libertà anche in questo.

Solo Belpietro poteva d’altronde chiamare poco conformisticamente il suo giornale di destra, nato da una scissione di Libero dopo il ritorno di Vittorio Feltri al timone editoriale, con la traduzione italiana della Pravda, la storica testata del partito comunista sovietico.

A Renzi, incapace di evitare la riscomparsa dell’Unità, un po’ per la serie di chi se le va a cercare, Staino ha dato -dicevo- direttamente di tutto, senza nascondersi dietro Bobo o altre creature delle sue inconfondibili vignette: “cafone” “ignorante”, “bugiardo seriale”, destinato a perdere facendo però perdere, con lui, tutti quelli che gli hanno creduto e lo hanno aiutato. A cominciare dallo stesso Staino, offertosi generosamente alla direzione del giornale storico della sinistra ma incaricato alla fine proprio dall’allora segretario del Pd e insieme presidente del Consiglio, l’anno scorso, a rilanciare la testata in crisi di diffusione “non schiacciandolo sul governo”. Che era peraltro alle prese, in quel momento, con la dannata –vistane la conclusione- campagna referendaria sulla riforma costituzionale. Per la quale Staino non è per niente pentito di avere votato sì, così come non è pentito di essersi scontrato per quella riforma e per altro ancora con la Cgil di Susanna Camusso, troppo “retrogada e oscurantista” per i suoi gusti. Che sono quelli, felicemente a dispetto della sua età, di un riformista spinto, convinto che la sinistra non possa sopravvivere senza mettersi al passo coi tempi, ma anche senza per questo confondersi con la destra, come un po’ apparve subito a Staino il condirettore Andrea Romano, assegnatogli in persona da Renzi: un Romano tanto deciso a “leccargli il culo”- parola di Staino- da avere cercato di impedire durante la campagna referendaria la pubblicazione di un articolo di Marcelle Padovani, mica l’ultima arrivata, favorevole alla riforma costituzionale ma contenente, all’inizio, alcune critiche all’allora presidente del Consiglio.

Quella volta fu il deputato toscano onnipresente nei salotti televisivi per conto di Renzi a prenotarsi la rimozione, seguita qualche mese dopo. Ora è toccato al povero Staino perdere il giornale per l’inerzia di Renzi di fronte al rifiuto del costruttore Massimo Pessina di continuare a finanziarlo: un rifiuto, debbo dire, anche se Staino ha omesso di precisarlo, in qualche modo incoraggiato o addirittura provocato dal concorrente Fatto Quotidiano di Marco Travaglio con una campagna sulle contropartite economiche che il capo del Pd avrebbe promesso, e non sarebbe stato quindi più in grado di assicurare di fronte al clamore di uno scandalo, vero o presunto che fosse.

Coi tempi che corrono, specie nelle Procure, solo un eroe avrebbe potuto continuare a finanziare un giornale rimettendoci dei soldi ed esponendosi contemporaneamente al sospetto di chissà quali favori avesse avuto o stesse ancora ricevendo dal socio di minoranza rappresentato da una società del Pd.

Allo sfogo forte e condivisibile di Staino contro l’abitudine, secondo lui, di Renzi di “non esserci” quando e dove occorre, è mancato solo –diciamoci la verità- un sonoro ed esplicito vaffanculo, scusatemi, alla maniera di Grillo. Che è un altro ad avere seri problemi con i giornali e, più in generale, con la libertà di stampa.

Eppure, diavolo di un uomo, il comico delle 5 stelle è riuscito a sorprendermi se ha autorizzato –e non è stato invece spiazzato pure lui- la sindaca di Roma Virginia Raggi a tentare un consuntivo accettabile del suo primo anno di esperienza alla guida della Capitale e di impegnarsi a fare meglio scrivendo una bella lettera non al Fatto Quotidiano ma al Messaggero dell’odiato editore Francesco Gaetano Caltagirone, visto che a Roma vende più copie del giornale di Travaglio. Un po’ di realismo, evidentemente, non dispiace neppure a Grillo, quando gli fa comodo.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio del 21-6-2017 a pagina 14 dei commenti

Meglio le bugie che le bombe, ma ci vorrebbe un limite

         Più si allunga la campagna elettorale -non quella ormai alla fine per le amministrative con i ballottaggi di domenica prossima, ma quella per le politiche di fine legislatura- più il dibattito politico diventa una maionese. Si spargono veleni, bugie, manovre sotterranee, rivelazioni sospette: tutta roba preferibile, per carità, agli attentati terroristici in Gran Bretagna e in Francia di questa torrida e incipiente estate, ma ugualmente tossica per il disorientamento che crea.

         Non si sa, francamente, se ridere o piangere di fronte alla disinvoltura con la quale Massimo D’Alema, per esempio, confessa al Manifesto, di avere trovato troppo “estremismo” e troppe “calunnie” anche nei suoi riguardi nel raduno di domenica al teatro Brancaccio di Roma, dove sedeva in prima fila per godersi una delle tante isole della sinistra che vorrebbero costituire l’arcipelago di una riedizione dell’Ulivo o dell’Unione dei tempi di Romano Prodi. Le “calunnie” di cui l’ex presidente del Consiglio si è sentito personalmente colpito sono quelle dell’oratore principale del raduno, che lo ha accusato di avere violato la Costituzione ogni volta che da presidente del Consiglio nel 1999 partecipò in qualche modo alla guerra della Nato nei Balcani, contro la Serbia. La “Cassazione” addirittura –ha assicurato e rivelato D’Alema- lo ha assolto.

         Sempre al Brancaccio, il professore e senatore Miguel Gotor, bersaniano doc, ha finto di non prendersela per i fischi che si è guadagnato tentando di coniugare la parola magica “insieme” con la scissione del Pd consumatasi qualche mese fa per iniziativa proprio dei suoi compagni di corrente o di area.

         Romano Prodi fa intanto incetta di Vinavil ed altre colle in tutti i negozi della penisola per averne abbastanza da usare nella missione che si è data di rimettere insieme i cocci dei suoi passati governi e far decollare, magari, per Palazzo Chigi la candidatura dell’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Il quale per prudenza si è tenuto lontano dal Brancaccio, dove ne hanno fischiato lo stesso il none quando qualcuno lo ha citato.

         A destra, o al centro, come preferite, lo spettacolo non è migliore. Il senatore fiorentino Denis Verdini, per esempio, si è appena esibito sul Corriere della Sera vantando le sue radici addirittura risorgimentali e mazziniane, al netto naturalmente dei problemi che ha oggi con la giustizia, e tessendo gli elogi del suo amico e corregionale Matteo Renzi, che sarebbe “ancora l’unica speranza di questo Paese”. Ma al tempo stesso gli ha dato praticamente del falso e del doppiogiochista rivelando di essere stato da lui invitato nello scorso mese di dicembre a rimanere fuori dal governo di Paolo Gentiloni per renderlo il più “fragile” possibile, aggredibile politicamente e fisicamente- presumo- come il governo di Enrico Letta rimosso dallo stesso Renzi appena dopo esser diventato segretario del Pd, quasi tre anni e mezzo fa.

         “E io l’ho fatto senza problemi”, ha assicurato Verdini parlando dell’astinenza governativa ordinatagli dal suo amico Matteo, ma dimenticando lo spettacolo del tutto diverso -e quindi falso, debbo presumere- offerto da lui e dai suoi amici nei giorni della formazione del Gabinetto Gentiloni, quando i verdiniani minacciavano l’ira di Dio se non avessero avuto uno strapuntino, almeno di sottosegretario.

         Potrei continuare, ma non lo faccio per carità di patria, con la minuscola, o di quel poco che ancora resta della politica, sempre con la minuscola.

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto gli ultimi petardi di Massimo D’Alema, Romano Prodi e Denis Verdini

Clamoroso vaffanculo di Staino a Matteo Renzi

         Fa purtroppo parte della serie “se la va a cercare” anche la faccia che il risegretario del Pd Matteo Renzi ha perso -inesorabilmente perso, credo- con la riscomparsa dalle edicole dell’Unità, il giornale storico non solo del Pci, fondato da Antonio Gramsci nel 1924, due anni prima di essere arrestato dai fascisti, ma di tutta la sinistra italiana. Che già dal 1896 poteva contare sull’altrettanto storico giornale socialista Avanti!, fondato da Leonida Bissolati.

         Definirei un atto impietoso di accusa quello strappato da Luca Telese al vecchio, arrabbiatissimo Sergio Staino, chiamato dallo stesso Renzi l’anno scorso alla direzione del giornale per rivitalizzarlo -gli disse- “non schiacciandolo sul governo”, che lo stesso Renzi allora dirigeva, impegnatissimo nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale. Che Staino, dividendosi da appassionato militante della sinistra fra le vignette e gli editoriali, sostenne con coraggio e insieme astuzia, scontrandosi duramente peraltro con l’allora vice direttore Andrea Romano, contrario alla pubblicazione di un articolo di Marcelle Padovani -mica l’ultima arrivata- per un sì alla riforma preceduto però da qualche critica al presidente del Consiglio e segretario del partito.

         Allora fu il deputato Andrea Romano, onnipresente nei salotti televisivi per conto di Renzi, a prenotarsi la rimozione, seguita qualche mese dopo. Ora è toccato al povero Staino, andato e tornato alla direzione nella nuova, ciclica crisi dell’Unità, ad avere perduto il giornale per il rifiuto del costruttore Massimo Pessina di continuare a finanziarlo: un rifiuto, debbo dire, in qualche modo incoraggiato o addirittura provocato anche dal concorrente Fatto Quotidiano di Marco Travaglio con una campagna sulle contropartite economiche che Renzi avrebbe promesso, e non sarebbe stato quindi più in grado di assicurare di fronte al clamore dello scandalo, vero o presunto che fosse.

         Per nulla pentito del suo sì alla riforma costituzionale bocciata nel referendum del 4 dicembre scorso, e neppure delle critiche mosse in quella e anche in altre, più recenti occasioni al maggiore sindacato italiano, la Cgil, troppo “retrogrado e o oscurantista” per difendere davvero i lavoratori, Staino non perdona a Renzi di averlo lasciato solo nell’ultima crisi dell’Unità, di essersi comportato anche con lui come “un bugiardo seriale”, di averne tradito la buona fede, di privilegiare chi “gli lecca il culo” –chiedo scusa dell’espressione per lui- e di essere votato, per la sua mania di grandezza e la mancanza di cultura, specie politica, alla sconfitta. Che sarà però -ha ammonito Staino recitando in prima persona e direttamente il Bobo delle sue argute vignette- “la sconfitta di tutti”, intendendo per tali quanti davvero credono alla capacità della sinistra di essere al passo coi tempi senza confondersi con la destra, o perdersi nel rimpianto delle cose che furono. E che, peraltro, non furono sempre belle per la stessa sinistra, anche se Staino si è dimenticato di aggiungerlo, o il suo intervistatore di registrarlo.

         Pur al netto degli elementi certamente personali della polemica, essendosi Staino sentito offeso da quel “gran cafone” che del resto ha dato direttamente e impietosamente a Renzi, è francamente difficile dare torto, spero, non all’ultimo direttore dell’Unità, convinto come sono che la scomparsa di un giornale è sempre una brutta, anzi una pessima notizia per la democrazia. Così come lo è il boicottaggio di un ritorno o di ogni nuova testata che si affaccia sul panorama della stampa, fra edicole che chiudono insieme con i giornali e con il calo progressivo delle vendite di chi ancora resiste alla crisi.

         Scusate se scomodo addirittura il Talmud con l’emozionante richiamo al dovere di salvare una vita per salvare il mondo intero, ma pure chi salva un giornale salva la libertà, anche quando quel giornale non gli dovesse piacere. Ma a me l’Unità di Staino francamente piaceva, a dispetto di tutte le polemiche che ho potuto fare o subire dal giornale dell’allora Pci negli anni della sua maggiore diffusione.

         Pure i grillini, che insensatamente processano i giornali che non ne condividono le iniziative, tutte o in parte, finiscono sempre col contraddirsi, fortunatamente, e per riconoscerne l’utilità. Lo ha appena fatto, con una svolta una volta tanto positiva, la sfortunata sindaca di Roma Virginia Raggi affidando ad un giornale come Il Messaggero, con i cui redattori e il cui editore il movimento delle 5 stelle ha avuto polemiche furibonde, una lettera di consuntivo del suo primo anno alla guida della città e di impegno, diciamo così, perché quelli successivi siano migliori: cosa che ovviamente dipenderà solo dalla sindaca e dal movimento che le è alle spalle, o di lato, spesso aiutandola purtroppo più a sbagliare che a correggersi. Ma questa, naturalmente, è un’altra storia.

Quando Guido Quaranta multava Giulio Andreotti

         Dei 90 anni che oggi compie felicemente Guido Quaranta, almeno 57 sono stati per me di colleganza e di amicizia fraterna. Abbiamo battuto come cronisti parlamentari, informatori, cacciatori di notizie e di teste da strapazzare, analisti, anche se lui odia sentirsi definire così per una modestia o una civetteria che non condivido, le stesse strade, le stesse piste, gli stessi corridoi, le stesse anticamere, gli stessi sgabuzzini. Come quello delle scope ed altri attrezzi per le pulizie nella sede della Dc all’Eur, dove c’infilammo per origliare una riunione della corrente di Carlo Donat-Cattin che si svolgeva in uno stanzone attiguo. Era il giorno in cui il Consiglio Nazionale dell’allora partito di maggioranza fu chiamato ad eleggere il successore di Mariano Rumor alla segreteria, dopo che questi aveva sostituito Aldo Moro a Palazzo Chigi, al termine di una pausa estiva gestita nel 1968 da un governo “balneare” di Giovanni Leone.

         Donat-Cattin non voleva saperne di votare il candidato della maggioranza, che era Flaminio Piccoli, considerandolo per i suoi gusti troppo di destra ma soprattutto troppo disinvolto, avendo messo in croce Moro per cinque anni con l’accusa di arrendevolezza verso gli alleati socialisti di governo ed avendo poi aiutato Rumor ad offrire agli stessi socialisti molto più di quanto non fosse stato permesso al povero Moro, pur di ricostituire dopo le elezioni di quell’anno il centrosinistra. Che divenne con Rumor addirittura “più aperto e coraggioso”.

         Cì infilammo in quello sgabuzzino -Guido scriveva per Paese sera e io per il Momento sera, entrambi giornali di Roma- perché un’intemerata di Donat-Cattin avrebbe potuto riaprire la partita della segreteria per un’altra corrente della stessa maggioranza. I concorrenti non mancavano di certo: fra questi, l’allora giovane e già guardingo Arnaldo Forlani, delfino di Amintore Fanfani, che già lo sfotteva chiamandolo “una mammoletta timorosa di essere colta per non appassire”.

         Fummo tanto presi dall’origliamento da non accorgerci che qualcuno degli addetti alle pulizie era passato a chiudere dall’esterno la porta, per cui alla fine della riunione dei forzanovisti, come si chiamavano gli amici di Donat-Cattin, ci scoprimmo prigionieri. Ce la passammo di brutto prima che qualcuno provvidenzialmente passasse di lì, sentisse i nostri colpi alla porta con i pugni e si prodigasse per rintracciare chi fosse in grado di liberarci.

         Vi lascio immaginare l’imbarazzo che provammo ad uscire tra gli sguardi generali di disapprovazione, per niente di divertimento. In compenso avevamo avuto un’occasione irripetibile di capire i meccanismi interni della Dc, e soprattutto di valutare la sottigliezza e preveggenza di Moro. Alle cui confidenze Donat-Cattin si era richiamato per convincere i suoi che convenisse astenersi su Piccoli e farlo passare perché sarebbe durato poco. Durò infatti solo nove mesi, trascorsi i quali fu eletto segretario Forlani. Che avrebbe gestito sì la fase della “centralità”, per non chiamarla centrismo, con l’uscita dei socialisti dal governo e il ritorno dei liberali, ma alla lunga si sarebbe rivelato il più moroteo dei fanfaniani, o il più fanfaniano dei morotei, sino a rompere con il suo capocorrente e ad essere chiamato ironicamente, e al tempo stesso affettuosamente, da Donat-Cattin, sempre lui, “il Moro dei poveri”. Il Moro vero era stato purtroppo assassinato dalle brigate rosse. Eravamo ormai agli anni dell’uscita dalla fase della maggioranza di “solidarietà nazionale” col Pci e della ripresa della collaborazione di governo col Psi, nel frattempo passato dalla guida di Francesco De Martino a quella di Bettino Craxi. Di cui Forlani fu l’unico nella Dc ad accettare nel 1979, dopo un incarico conferitoa sorpresa da Sandro Pertini, l’ipotesi di gudare un governo di coalizione. Che si realizzò però solo dopo quattro anni, con lo stesso Forlani vice presidente del Consiglio.

         Un’altra volta in cui mi trovai con Guido dove non dovevamo esserci fu al Cairo, a metà degli anni Settanta, al seguito dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone, di ritorno da una visita ufficiale in Persia.

         Scambiammo, nell’albergo dove alloggiavamo, una festa nuziale addirittura per un funerale, viste le corone di fiori allineate lungo le pareti di un salone e su un palco. E c’infilammo fra i presenti per curiosare. Quando ci rendemmo conto, con l’arrivo degli sposi, che era appunto una festa, vi partecipammo a modo nostro facendoci una scorpacciata di datteri, sino a quando qualcuno non si rese conto che eravamo degli infiltrati e non ci allontanò. Di notte ebbi una colica che obbligò il povero Guido a cercare un dottore e a rifornirmi dei medicinali necessari a rimettermi in sesto in tempo per tornare il giorno dopo a Roma con i colleghi sull’aereo del presidente Leone. Con il quale peraltro, sempre in quel viaggio, ma in Persia, avevamo avuto con Guido un’esperienza di una comicità assoluta.

         Eravamo, in particolare, a Persepoli, di cui giustamente lo Scià era fiero con tutti gli ospiti che gli capitavano a tiro. Di mattina presto davanti all’albergo dove eravamo ospitati arrivò un’imponente auto Rolls Royce di colore marrone scuro, senza scorta e con un solo uomo visibile a bordo: l’autista. Pensammo che la macchina fosse arrivata per prelevare proprio Leone, e quindi ci bloccammo dove eravamo per aspettare il presidente e strappargli qualche notizia. Ma Leone era già lì, nell’auto, sprofondato nel sedile posteriore. Lo vedemmo solo quando un inserviente aprì la portiera per farlo scendere. Guido ed io ci guardammo in faccia attoniti e scoppiammo a ridere. Beh, Leone si rese conto della situazione, saltò giù dal sedile e si unì alla nostra risata rammaricandosi con un gesto della sproporzione fra le sue dimensioni fisiche e l’auto che gli era stata assegnata. Una risata, la sua, che naturalmente mandò in vacca ogni idea di chiedergli qualcosa a proposito della visita e degli affari politici ed economici che potevano derivarne.

         Nei palazzi romani del potere i più indulgenti con quel mastino che era Guido, col taccuino sempre in mano per prendere appunti, imitato per stile e perseveranza negli anni successivi, fra gli altri, da Ezio Mauro e dal povero Walter Tobagi, quando il Corriere della Sera lo mandava a Roma per qualche inchiesta, erano Moro e Giulio Andreotti.

         Come ha già raccontato il vice direttore dell’Espresso Marco Damilano, che ha avuto Guido per qualche anno come collega di stanza nel famoso settimanale, Moro nelle riunioni di partito o di corrente si preoccupava sempre di accertarsi che Quaranta non si fosse intrufolato fra gli ospiti. Gli era accaduto anche in qualche Consiglio Nazionale del partito partecipando persino alle votazioni. Ma la diffidenza di Moro -posso assicurarlo, avendo avuto Guido e io la stessa simpatia e gli stessi rapporti con Moro- era più ironica che effettiva. Egli tollerava, per esempio, che ogni tanto il suo caposcorta, il povero maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, morto nell’agguato e nel sequestro in via Fani la mattina del 16 marzo 1978, ci rifilasse qualche notizia su di lui, che non usava mai darne direttamente.

         Andreotti quando vedeva Guido avvicinarglisi con quel taccuino in mano e la biro aperta si bloccava, rassegnato, e gli chiedeva, sornione: “Mi vuoi fare una multa?”. E cercava poi di sottrarsi alla sua curiosità con le solite battute, con cui spesso riusciva tuttavia anche a lanciare messaggi agli avversari di turno, che non mancavano mai, fuori e dentro il suo partito. Come quando avvertì un Ciriaco De Mita polemico e smanioso della crisi di governo che fosse “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

         Auguri, carissimo Guido, per i tuoi 90 anni, meravigliosamente portati. E complimenti per l’umanità e la signorilità con le quali hai sempre svolto il tuo lavoro: mai una scorrettezza. Non ti perdono solo una cosa, di cui però non hai colpa: la paura che mi hai fatto prendere una quindicina di giorni fa, alla notizia della morte di un tuo omonimo, uomo d’ordine della sede del Pci e di tutti i partiti che ne sono derivati. Mi è venuto un colpo, quel giorno. Ci eravamo appena salutati 48 ore prima alla Camera per la festa dei 90 anni di un altro nostro collega e amico: Pasquale Laurito, autore della Velina rossa, anzi rossissima: una o due paginette di notizie o solo di commento che l’esigentissimo amico e suo compagno di partito Massimo D’Alema riesca a leggere senza arrabbiarsi, anche se qualche volta possono procurargli qualche imbarazzo per il modo troppo schietto col quale ne raccolgono e persino anticipano gli umori.

         Non male, anche per resistenza fisica o longevità, come preferite, questi vecchi cronisti di strada, come spesso ci siamo definiti scherzando, ma non troppo.

        

 

Attenti agli stress da campagna elettorale

         Per far capire i danni già procurati e quelli che ancora più gravi potrà procurare questa lunghissima, interminabile campagna elettorale in corso ormai da più di un anno, da quando cominciò praticamente la campagna referendaria sulla riforma costituzionale, incattivita nella sua prosecuzione dalla bocciatura del governo, ci sono voluti i disordini scoppiati nell’aula del Senato per l’esame della legge chiamata impropriamente “ius soli”. Impropriamente, perché la legge tanto contestata da grillini, leghisti ed altri non assegna automaticamente la cittadinanza a chi nasce in Italia da genitori stranieri, come accade negli Stati Uniti e in tutti gli altri paesi dove vige appunto lo “ius soli”, ma comporta un certo corso di formazione e di studi. Purtroppo da noi, si sa, si scopiazzano allegramente leggi e nomi, magari latinizzandoli, come accade con le norme elettorali. E chi cerca di farlo notare, com’è accaduto qualche sera fa in televisione a Vittorio Zucconi polemizzando col risegretario del Pd Matteo Renzi proprio sullo “ius soli” di casa nostra, viene trattato e liquidato come un rompiscatole.

         In questa interminabile- ripeto- campagna elettorale, finalmente lamentata anche dall’amico Marcello Sorgi su La Stampa, dopo le botte e gli insulti nell’aula di Palazzo Madama, ne abbiamo viste e ne vedremo ancora di tutti i colori, per cui continuo a considerare insensata la resistenza -al minuscolo, molto minuscolo- alla fine di questa disgraziata legislatura. Disgraziata anche nel numero che porta: il 17. Una resistenza insensata -ripeto- qualunque sia la motivazione: dalla più nobile, come il rispetto quasi della buona educazione istituzionale invocato dal presidente, a questo punto, fortunatamente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, o come l’opportunità -invocata questa volta dal presidente effettivo, Sergio Mattarella- di “omogeneizzare” le due leggi diverse, per la Camera e per il Senato, confezionate con le forbici, l’ago e il filo dei giudici della Corte Costituzionale, o come la necessità di non lasciare incompiuti i percorsi parlamentari di tanti provvedimenti, alla più miserabile delle ragioni. Che è naturalmente quella di non far perdere qualche mese d’indennità e rimborsi spese ai parlamentari eletti, cioè nominati dai loro partiti, nel 2013 e ad una buona parte di essi, essendo di prima nomina, anche il diritto al cosiddetto vitalizio, o come altro si voglia o si debba ora chiamare la pensione dell’ex onorevole.

         Tutto in campagna elettorale diventa non caldo, ma caldissino, anzi rovente. Ogni pretesto è buono per drammatizzare un problema e cercare di ricavare qualche voto in più per sé o toglierne ad altri. Poi si lamentano, questi strateghi da strapazzo delle legislature da portare alla scadenza ordinaria ad ogni costo, che gli elettori non li capiscano e vadano infine a votare sempre meno numerosi, quando finalmente sono chiamati alle urne. C’è notoriamente uno stress anche da ansia.

         Fra gli inconvenienti delle campagne elettorali interminabili c’è pure il mercato, diciamo così, delle candidature, in qualche modo paragonabile al mercato dei calciatori, che pure ha una sua stagione ben regolata. Particolarmente solerte, in questa materia, si sta mostrando Silvio Berlusconi, al quale se ne attribuiscono ogni giorno di tutti i colori e sapori, dagli aspetti talora più comici che drammatici. E sempre nella presunzione, favorita dalle leggi elettorali, sia quelle in vigore sia quelle in cantiere, che un candidato possa già considerarsi eletto perché unto dal signore, con la minuscola naturalmente, per non fare torto all’altro, con la maiuscola, che deve avere da tempo voltato lo sguardo dall’altra parte del nostro infelice Paese per non arrabbiarsi.

I 90 anni di Bettiza ignorati dai giornali da lui onorati col suo lavoro

         Lasciate che mi disinteressi un pò delle solite, pasticciate vicende della politica italiana, con mezzo Parlamento appeso alla crisi ora anche elettorale del movimento grillino e agli effetti che potrebbero derivarne all’ennesima riforma elettorale in cantiere a Montecitorio, per abbracciare a distanza il collega ed amico Enzo Bettiza. Che ha appena compiuto i suoi 90 anni osservando con giustificato disincanto le vicende di un’Italia che ha amato e raccontato con grande passione e competenza da giornalista, scrittore e politico, avvolto nella sua cultura e formazione mitteleuropea, essendo nato il 7 giugno 1927 a Spalato. Da dove venne esule nella pur sua Italia alla fine della seconda guerra mondiale, approdando particolarmente in terra pugliese per poter continuare a respirare l’aria degli ulivi dalmati. E lo ha raccontato spesso con nostalgia, orgoglio e una certa complicità a me, che sono nato proprio in Puglia quasi 12 anni dopo di lui.

         Indro Montanelli, che senza l’aiuto di Enzo, la sua conoscenza degli uomini, la sua finezza culturale, non avrebbe potuto compiere nel 1974 la coraggiosa scissione dal Corriere della Sera, ormai rassegnato al cosiddetto compromesso storico fra la Dc e il Pci come esperienza non provvisoria ma permanente, in una edizione un po’ scalcagnata di quella che aulicamente sullo stesso Corriere l’allora direttore Giovanni Spadolini aveva chiamato “Repubblica conciliare”, con un Tevere sempre più stretto, quasi prosciugato, invidiava a Bettiza un po’ tutto. Così commentò il comune amico Carlo Donat-Cattin la rottura consumatasi fra i due nel 1983, nove anni dopo la fondazione del Giornale allora nuovo: una rottura consumatasi sul problema della valutazione di Bettino Craxi e della sua politica, nell’occasione o col pretesto, come preferite, del rifiuto opposto da Montanelli ad un mio editoriale in difesa dell’allora segretario del Psi dagli attacchi congiunti dei comunisti e della sinistra democristiana.

         I due fecero per fortuna in tempo a riconciliarsi prima della morte di Montanelli, condizionato -pace all’anima sua- nello scontro con lo storico collaboratore, di cui a lungo aveva condiviso anche la stanza nel Giornale, dai soliti, immancabili cortigiani di redazione, ma anche esterni. Penso, fra gli altri, agli amici di Ciriaco De Mita che lusingavano Montanelli raccontandogli dei suoi libri che affollavano la libreria di famiglia dell’allora segretario della Dc, e gli garantivano addirittura l’anticomunismo “intimo” del loro amico irpino.

         Montanelli cadde nella trappola, mentre noi trovavamo temporanea ospitalità nei giornali di Attilio Monti, salvo pentirsene dopo qualche anno dando a De Mita del camorrista e finendo trascinato da lui in tribunale.

         Più dei numerosi e meritati premi letterari, delle soddisfazioni politiche avute prima nel Senato italiano e poi nel Parlamento Europeo e della felice combinazione di liberalismo e socialismo tradottasi nella formula del lib-lab, diede soddisfazione ad Enzo Bettiza proprio quell’epilogo della sbandata di Montanelli per De Mita. Che era stata un pò, diciamo la verità, la nostra comune rivincita sulla rottura consumatasi nel 1983, mentre peraltro Craxi si avviava a Palazzo Chigi, nonostante De Mita.

         Anche Montanelli forse ritenne di prendersi poi una rivincita su di noi quando le cose andarono malissimo per Craxi. Ma fu una rivincita a carissimo prezzo, pagato dal direttore del Giornale con l’allineamento al peggiore giustizialismo, che a suo modo era anche il peggiore conformismo: una riedizione giudiziaria del compromesso storico contro il quale Montanelli e Bettiza avevano insieme consumato la loro coraggiosa e già ricordata scissione dal Corriere della Sera.

 

 

 

 

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La sfidante felicità del pensionato Prodi

         La notizia, credetemi, non è la “firma” che l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia ha annunciato di volere apporre all’ipotesi di Romano Prodi candidato ad una nuova edizione del centrosinistra. Che gli è già capitato due volte di guidare a Palazzo Chigi, a dieci anni di distanza, nel 1996 e nel 2006, ma con lo stesso, infausto risultato di cadere a meno della metà della legislatura per mano di qualche alleato.

         La notizia, credete sempre a me, non sta nemmeno nella indisponibilità dell’ex presidente del Consiglio, prevista d’altronde dallo stesso Pisapia e confermata dall’interessato personalmente a Matteo Renzi in un incontro organizzato a casa di un comune amico, ad offrirsi per un’altra sfortunata avventura. Che peraltro gli costerebbe anche un bel po’ di soldi, di vario conio, per l’interruzione che subirebbe la sua remuneratissima attiività di conferenziere in vari continenti. Dove peraltro con le lingue il professore se la cava benissimo, meglio comunque di Renzi.

         La notizia non sta -fidatevi sempre di me- neppure nelle perplessità attribuite, a torto o a ragione, al solito Massimo D’Alema. Che, secondo le cattive lingue, ritiene di avere già pagato ogni debito a Prodi dopo averlo sostituìto, nel 1998, a Palazzo Chigi con un cambio repentino di governo e di maggioranza, quando ne sponsorizzò con successo l’importante nomina a presidente della Commissione dell’Unione Europea. E forse, se fosse stato ancora deputato, lo avrebbe anche votato per il Quirinale all’ìnizio di questa sfortunata e non a caso diciassettesima legislatura, nonostante la leggenda attribuita ai suoi compagni di corrente di avere contribuito come “franchi tiratori”, insieme con i renziani, ad affondarne la candidatura   imprudentemente lanciata dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani con un’acclamazione nell’assemblea dei gruppi parlamentari. E dopo che era già stata impallinata la candidatura del presidente del partito, Franco Marini.                       Nossignori, la notizia è l’annuncio dato dallo stesso Prodi di sentirsi “un pensionato felice”, fra una presentazione e l’altra di un suo saggio che potrebbe funzionare come programma per il prossimo presidente del Consiglio desideroso di portare fuori l’Italia dal “piano inclinato” dove si trova in compagnia di altri Paesi. Il “piano inclinato” è proprio il titolo del suo libro.

         Come faccia il professore emiliano, con tutte le buone pensioni, immagino, che ha potuto maturare e accumulare a sentirsi “felice”, Dio solo può saperlo, vista la campagna di denigrazione di cui sono vittime in Italia tutti i pensionati del suo livello, scambiati e rappresentati all’opinione pubblica come ladri, estorsori e simili. E i loro “diritti acquisiti”, col calcolo retributivo e non contributivo dei trattamenti di quiescenza, sono rappresentati come una sfida al buon senso, alla moralità, all’equità e a quant’altro, per cui quei pensionati vengono continuamente minacciati di revisione del loro trattamenti, con conseguenti tagli o contributi obbligatori di “solidarietà”.

         Solo qualche giorno fa, durante la rassegna stampa di Rai 3 “Prima pagina” ho sentito il conduttore di turno, il professore Alessandro Campi, sentirsi in obbligo di leggere un messaggino telefonico d’insulti a Giuliano Amato ricevuto per averne riferito un’intervista al Corriere della Sera. La reazione però era non a ciò che il giudice costituzionale aveva dichiarato, ma alle sue pensioni, per quanto in parte devolute in beneficenza prima di essere state sospese, peraltro, con l’incarico alla Consulta.

         Questo lo scrivo per dare un’idea del livello di civiltà al quale hanno ridotto l’opinione pubblica italiana i cultori della cosiddetta anti-casta: una cosa semplicemente orribile. Da cui Prodi evidentemente, e giustamente, non si sente toccato.

                               

Le impronte di D’Alema nell’Ulivicidio del 1998 registrate da Ciampi

Stimolato un po’ da una certa nostalgia dell’Ulivo, cresciuta a sinistra anche per effetto del primo turno quasi bipolare delle elezioni amministrative di questo mese di giugno, un po’ dai recenti insulti televisivi di Massimo D’Alema al vice direttore dell’Espresso, che gli aveva rimproverato, o girato le ripetute accuse di Matteo Renzi di avere “ucciso” la pianta di Romano Prodi succedendogli nel 1998 a Palazzo Chigi, un po’ dal richiamo dello stesso D’Alema a Carlo Azeglio Ciampi come testimone eccellente della propria innocenza e un po’ dal felice sarcasmo del nostro Carlo Fusi, dubbioso che l’Ulivo sia mai nato davvero, visto che non si riesce a trovare chi lo abbia sradicato, sono andato a consultarmi le cosiddette fonti. A cominciare proprio dai ricordi lasciati ben scritti da Ciampi. Dove secondo D’Alema ci sarebbero le prove, ostinatamente ignorate dai critici, della sua lealtà verso l’allora ministro del Tesoro incaricato inutilmente di rimettere insieme i cocci del primo governo di Prodi, sfiduciato alla Camera per un solo voto di scarto il 9 ottobre 1998.

Quel voto mancante fu della giovane ex presidente della Camera ed ex leghista Irene Pivetti, rimasta a Milano ad allattare una creatura partorita da poco. Ma fecero più notizia, com’era naturalmente giusto che fosse sul piano politico, i no già preannunciati e confermati nell’appello nominale da Fausto Bertinotti e da buona parte dei suoi compagni di Rifondazione Comunista, decidendo l’altra parte -quella di Armando Cossutta e di Oliviero Diliberto- di farsi un loro partito per rimanere nella maggioranza ulivista, entrando anche nel governo successivo. Dove Diliberto divenne ministro della Giustizia con D’Alema a Palazzo Chigi: il primo post-comunista che vi fosse riuscito grazie all’aiuto prestatogli dall’immaginifico Francesco Cossiga, promotore di una formazione politica apposta per arrivare a quel risultato. Una formazione che l’ex presidente della Repubblica si divertì a paragonare agli “straccioni di Valmy”, che nel 1792 procurarono alla Francia rivoluzionaria una imprevista e formidabile vittoria sulla Prussia.

Ebbene, a dispetto delle certezze di D’Alema, non ho trovato nei ricordi di Ciampi quello che mi aspettavo. Ho anzi trovato l’opposto.

Nella “Storia di un italiano” pubblicato nel 2010 da Laterza, Ciampi racconta ad Arrigo Levi, suo amico e consigliere: “Mi fu chiesto nel 1998 di guidare il governo –dopo la caduta di Prodi, n.d.r- e quell’incarico sfumò nell’arco di pochissime ore, senza che sapessi perché: un mistero che né D’Alema né Prodi mi hanno mai svelato”. Ne trasse l’impressione, poveretto, ch’egli fosse avvertito come “un corpo estraneo” anche dai politici, come dalla mafia nel 1993, quando sotto il suo primo e unico governo si inseguirono attentati e un misterioso isolamento telefonico notturno di Palazzo Chigi che gli aveva fatto temere addirittura un colpo di Stato.

Ma pure “l’incarico” di cui Ciampi parla raccontando della crisi del primo governo Prodi fu una cosa assai curiosa, essendogli stato conferito a voce da D’Alema e mai formalizzato dal Quirinale, dove pure c’era un presidente della Repubblica per niente ostile come Oscar Luigi Scalfaro, che aveva voluto e portato quasi di peso nel 1993 Ciampi dalla guida della Banca d’Italia a quella del governo, dopo il referendum elettorale contro il sistema proporzionale e le dimissioni del primo governo di Giuliano Amato.

Il primo a parlargli di quel curioso incarico fu l’11 ottobre 1998 in una telefonata il vice presidente del Consiglio dimissionario Walter Veltroni. L’indomani si mosse di persona D’Alema, segretario dei Democratici di sinistra, nei quali era confluito in febbraio il Pds-ex Pci fondato nel 1991 da Achille Occhetto.

D’Alema raggiunse Ciampi nella sua casa estiva di Santa Severa per siegargli come e perché, essendo peraltro ministro uscente del Tesoro, dovesse toccare a lui l’eredità di Prodi, preparare la legge di bilancio e gestire il passaggio dalla lira all’euro, dallo stesso Ciampi fortemente voluto e negoziato con i sospettosi amici tedeschi. Ciampi, senza impensierirsi più di tanto lì per lì del silenzio di Scalfaro, ma magari confortato telefonicamente da qualche collaboratore del presidente al Quirinale, prese tanto sul serio sia Veltroni che D’Alema da sentirsi -parole sue, prese dai diari e dall’intervista ad Arrigo Levi- “mentalmente proiettato sulla squadra dei ministri e sulla linea dei programma”.

Egli si portò appresso questa “poiezione” in un vertice europeo a Lussemburgo pensando di ricevere, di ritorno a Roma, l’incarico formale di presidente del Consiglio incaricato. Ma ebbe soltanto una telefonata da Prodi, che lo informava di prevedere per le ore successive o un reincarico per sé senza alcuna prospettiva di riuscire, e senza neppure poter insistere per il ricorso alle elezioni anticipate, essendo netta la indisponibilità di Scalfaro a sciogliere nuovamente in anticipo le Camere, per la terza volta nel suo mandato, o un incarico a lui, Ciampi. Che, fattosi intanto sospettoso per il prolungato silenzio del Quirinale e intanto anche di D’Alema, scomparso dai radar di Santa Severa, cominciò ad innervosirsi e ad annotare nei suoi diari un “clima confuso e incerto”, e sentori di “manovre”.

Alla fine Scalfaro improvvisò un rapido giro di consultazioni e affidò a Prodi ciò che, secondo un racconto di D’Alema pubblicato nel 2013 da Laterza, lo stesso Prodi dopo un’assemblea di amici a Bologna aveva legittimamente chiesto: un incarico non si capi bene se esplorativo o vero e proprio. Ma, come egli stesso aveva preannunciato a Ciampi, dovette rinunciare abbastanza rapidamente, non essendo disposto a chiedere un soccorso a Cossiga. Che d’altronde era già poco disposto verso di lui per ragioni caratteriali, pur avendo votato già un suo documento di programmazione economica e finanziaria e apprezzato l’avviamento delle procedure per mettere a disposizione della Nato le basi italiane per un intervento armato nei Balcani sconvolti dai conflitti etnici fomentati dalla Serbia.

Ma oltre a diffidare di Prodi, l’ex presidente della Repubblica con i suoi “straccioni di Valmy” non voleva saperne neppure di Ciampi, annunciandolo pubblicamente perché a Scalfaro non saltasse l’idea di convocarlo al Quirinale per l’incarico. In realtà, Cossiga aveva in testa un solo uomo, che era D’Alema, ritenuto più affidabile di tutti per una partecipazione, pur da uomo di sinistra, alla guerra nei Balcani, con i bombardamenti già progettati su Belgrado. E fu proprio al segretario dei Democratici di sinistra che Scalfaro decise di rivolgersi, lasciando di stucco Ciampi. Che già il 14 ottobre, sette giorni prima che D’Alema sciogliesse la riserva e formasse il suo governo, annotò sui suoi diari la volontà di non entrarvi. A fargli cambiare idea con una certa fatica fu Veltroni, con la cui telefonata di soli tre giorni prima era cominciata tutta la storia dell’incarico fantasma.

Fu forse anche o soprattutto per riparare a quel pasticcio che nella primavera successiva proprio Veltroni, nel frattempo subentrato a D’Alema alla segreteria del partito, si mobilitò per trovare in Ciampi il successore di Scalfaro al Quirinale. L’elezione avvenne il 13 maggio 1999 al primo scrutinio, con 707 voti, soffocando nella culla ogni altra candidatura, compresa quella, in verità più mediatica che politica, di Giuliano Amato. Che però subentrò a Ciampi come ministro del Tesoro di D’Alema. Il quale a sua volta procurò a Prodi la presidenza della Commissione europea a Bruxelles.

L’unico a rimetterci nella partita fu l’Ulivo, che non diede più frutti elettorali sufficienti ad evitare nel 2001, sotto la guida improvvisata di Francesco Rutelli, il ritorno di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi per l’intero quinquennio della nuova legislatura.

 

 

 

 

Pubblicato da Il Dubbio del 16 giugno 2017 a pagina 14 dei commenti col titolo: Così nel 1998 D’Alema ingannò Ciampi e diede un colpo ferale all’Ulivo- Dopo la caduta del primo governo Prodi, il ministro del Tesoro fu contattato dal “leader maximo” per andare a Palazzo Chigi, ma poi fu lui ad essere incoronato. (L’inganno lamentato nel titolo fu naturalmente quello avvertito da Ciampi, che se ne dolse nei ricordi raccolti anche dal suo consigliere Arrigo Levi)

Ripreso da http://www.formiche.net domenica 18 giugno 2017

 

 

 

 

Quando Matteo Renzi se le va a cercare

         Al netto delle buone ragioni che avrebbe di lamentarsi del trattamento ricevuto nello studio televisivo de la 7, dove ha dovuto difendersi sia dalla conduttrice Lilli Gruber, smaniosa di togliergli la parola ogni volta che non la condivideva, cioè sempre, sia da un Vittorio Zucconi che per poco non lo ha paragonato a Donald Trump, il presidente che da cittadino americano il giornalista di Repubblica non ha votato parendogli forse il suo ciuffo la versione bionda o rossiccia di quello di Hitler, il risegretario del Pd Matteo Renzi dovrebbe darsi una regolata quando evoca orgogliosamente le sue dimissioni da presidente del Consiglio, dopo la batosta referendaria del 4 dicembre scorso. E’ un merito che egli rivendica ogni volta che ha un microfono, un interlocutore o soltanto una telecamera di fronte. Cioè, sempre.

         Non è per niente vero che Renzi sia stato nei 71 anni storia della Repubblica italiana, per non parlare anche del Regno, l’unico capo del governo a sentire il dovere, e persino l’orgoglio, di dimettersi dopo una sconfitta elettorale, peraltro disattendendo l’impegno di ritirarsi anche dalla politica. Lo ha sicuramente preceduto almeno una persona, e sino a qualche mese fa anche compagno di partito, che l’ex sindaco di Firenze dovrebbe conoscere abbastanza bene, sia per averlo riguardosamente ricevuto a suo tempo nel Palazzo Vecchio sia per la disistima, se non per l’odio, o il disprezzo, che da qualche tempo i due si scambiano sistematicamente in pubblico.

         Mi riferisco naturalmente a Massimo D’Alema, arrivato in modo improprio -è vero- a Palazzo Chigi nel 1998 cambiando disinvoltamente maggioranza, cioè sostituendo come alleato, o quasi, Fausto Bertinotti con la buonanima di Francesco Cossiga, ma affrettatosi a dimettersi volontariamente un anno e mezzo dopo per avere mancato in un turno di elezioni regionali il numero di vittorie che si era proposto. O, come preferite, per avere perduto più regioni di quante non ne avesse previste. E francamente mi pare che quell’infortunio occorso nel 2000 a D’Alema fosse un po’ meno grave e clamoroso di quello occorso a Renzi nel referendum del 2016 sulla riforma costituzionale, da lui stesso incautamente trasformato in un referendum su se stesso, contribuendo non poco a perderlo con una ventina di punti di distacco fra il no e il sì. E con una spesa, per il partito, di cica 14 milioni di euro.

         Visto che ci sono, avrei qualcosa da ridire, sempre per la punta un po’ qualunquistica e farlocca che sottintende, alla maniera grillina, anche sul vanto che egli rivendica di essere rimasto con quelle dimissioni nello scorso mese di dicembre senza stipendio, non essendo parlamentare e non potendo rientrare in qualche posto da cui si fosse messo in aspettativa. Anche questa è una storia un po’ stucchevole dopo la notizia dei centomila euro e rotti ricevuti da una casa editrice, proprio per la notorietà conquistatasi con la politica, come anticipo per un libro che peraltro egli sta tardando a completare, come l’implacabile Lilli Gruber gli ha ricordato prima di togliergli la parola per fine trasmissione.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Cosa ha dimenticato di dire Matteo Renzi da Lilli Gruber a la 7

Prodi in bicicletta, Berlusconi e Pisapia a piedi

         E’ un uomo sicuramente simpatico e molto educato Giuliano Pisapia, giù sindaco di Milano, già bertinottiano, oggi impegnato in un cantiere dove si cerca di ricostruire un centrosinistra che lui vorrebbe il più largo possibile: più ancora delle edizioni pur fallite dell’Ulivo prima e dell’Unione poi, entrambe guidate, almeno in prima battuta, dal professore emiliano Romano Prodi. Che è quello -per intenderci- della famosa seduta spiritica in cui nel 1978 tentò di scoprire dove i brigatisi rossi tenessero nascosto il povero Aldo Moro prima di ucciderlo. Chiunque di noi, coi tempi che correvano, avesse tentato di raccontare una cosa del genere ad un magistrato, dopo che si era fatto con quella seduta il nome di una strada romana -Gradoli- scambiato per qualche ora per un borgo reatino ma poi risultato pertinente davvero col sequestro di Moro, sarebbe finito francamente in galera per reticenza e forse anche per qualcosa di ancora più grave. A Prodi, e agli amici partecipi di quella chiacchierata coi morti, andò per loro fortuna assai meglio. Se la cavarono con qualche interrogatorio e sfottimento. Prodi poi sarebbe diventato un leader.

         Sono sicuro che a Pisapia di partecipare a una seduta spiritica in quelle circostanze e di parlarne non sarebbe venuto neppure in mente. Gli è venuta invece l’idea, stimolato in un salotto televisivo dopo il primo turno di elezioni amministrative di questo giugno, incalzato dagli altri ospiti, di fare il nome di Prodi come del federatore che potrebbe aiutarlo e addirittura sostituirlo nel tentativo di mettere in piedi un centrosinstra largo come un mare, anzi come un oceano, favorito dal fatto di essere stato l’unico a battere per due volte, a distanza di dieci anni, Silvio Berlusconi nell’era bipolare della cosiddetta seconda Repubblica, sia pure durando con i suoi due governi molto meno di Berlusconi.

         Un giornalista impertinente, sempre in quel salotto televisivo, anche a costo di forzare un po’ l’anagrafe, ha fatto presente a Pisapia, mettendolo platealmente in crisi, facendolo cioè sorridere a vuoto, come per ammettere di averla detta o pensata troppo grossa, che l’anno prossimo, se si voterà alla scadenza ordinaria della legislatura, Prodi avrà 80 anni pure lui, come Berlusconi. Di che parliamo? Di un gerontocomio? Sembrava chiedere l’interlocutore di Pisapia, che sembrava a sua volta scomodamente colto in fallo.

         In verità, nel 2018, esattamente in agosto, Prodi compirà “solo” 79 anni. E il mese dopo Berlusconi 81. Due anni sono in effetti pochi. Con un po’ di buona volontà i due potrebbero essere anche considerati coetanei, pur se ad occhio e croce, almeno sinora, Prodi sembra portarsi i suoi anni meglio del rivale politico. Che, se sale in bicicletta, temo debba fermarsi al primo semaforo con l’affanno, mentre l’altro ancora macina pedalando i suoi quaranta chilometri e passa quando ne ha voglia e il tempo glielo permette, con tutta quell’agenda piena d’impegni che ha tra vari continenti per conferenze, affari, conoscenze e quant’altro.

         Non so se basti l’ironia a commentare l’ipotesi che nello scenario bipolare in qualche modo riaperto dalla crisi elettorale dei grillini, due ottantenni si giochino il destino di un Paese, come ai tempi dell’Unione Sovietica dei vari Breznev e Cernienko, mentre nella vicinissima Francia, se proprio non vogliamo parlare dell’odiatissino Matteo Renzi in Italia, il trentanovenne Emmanuel Macron ha appena sconvolto nel giro di qualche settimana partiti e schieramenti. E’ meglio forse riconoscersi in quel sorriso spiazzante e quasi di scuse del povero Pisapia.

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