Le lacrime a sorpresa ai capezzali dei grillini

C’è chi troppo ottimisticamente, magari incoraggiato da un’analisi spietata degli errori di Beppe Grillo firmata sul Fatto Quotidiano personalmente dal direttore Marco Travaglio, si è messo subito a scherzare sulla fatica di trovare ancora, nei giornaloni e dintorni, estimatori, simpatizzanti e simili del comico genovese e delle sue truppe. Troppo ottimisticamente, perché ci sarebbe piuttosto da sorprendersi non dico dalla nostalgia, che sarebbe eccessiva, ma dal disappunto o addirittura dalla preoccupazione che si avverte da varie parti per la crisi che si è sicuramente aperta nel movimento delle 5 stelle. Che è riuscito a rimanere in partita per i ballottaggi comunali del 25 giugno in 10 piccoli Comuni su 140: per esempio a Carrara. Dove magari, se riuscirà a vincere, il candidato di Grillo gli farà alzare in qualche piazza una bella statua in marmo locale.

         “Meglio non vendere la pelle del Grillo”, ha ammonito su Repubblica Ilvo Diamanti. La sconfitta è solo frutto del sistema elettorale per i Comuni, ha detto Massimo Cacciari prevedendo risultati del tutto diversi nelle elezioni politiche, alle quali peraltro non si sa ancora con quali regole si potrà o dovrà andare. E comunque dimenticando che il sistema elettorale dei Comuni è lo stesso che un anno fa ha permesso ai grillini non di vincere ma di stravincere, portandoli in molti ballottaggi e portandoli alla conquista di città come Roma e Torino.

         Altri dall’alto dei loro incubi si sono chiesti che cosa potrà accadere del o col quaranta per cento di astenuti registrato domenica scorsa, ora che rischia di franare la diga contro chissà quali e quante rivolte rappresentata -pensate un pò- da quel movimento di moderati che tutto sommato sarebbero, secondo loro, i seguaci del comico genovese.

         Persino Silvio Berlusconi, dato anche dai suoi più incalliti avversari come un possibile beneficiario della crisi grillina in uno scenario nuovamente bipolare, e preferito sotto sotto, ma neppure tanto, da molti nemici di Renzi a sinistra, ha invitato alla calma, spiazzando il direttore del Giornale di famiglia, che nel suo editoriale già ne gustava la vittoria alle prossime elezioni politiche.

         Con sintesi felice, anche se un po’ volgarotta, come al solito, su Libero hanno titolato su tutta la prima pagina che lo stesso Berlusconi e il segretario leghista Matteo Salvini “anzichè approfittare” della crisi sia di Grillo sia di Renzi,”fanno a gara a chi ce l’ha più lungo”. E infatti l’ex Cavaliere continua a reclamare il ritorno al sistema proporzionale per non avere il fastidio di doversi davvero alleare con Salvini, non avendo più l’età, i voti e quindi la capacità contrattuale degli anni della Lega di Umberto Bossi.

         Questo ed altri spettacoli mi ricordano un po’ i tempi di Ciriaco De Mita alla segreteria della Dc, che per paura di Bettino Craxi, al quale comunque sarebbe stato costretto a cedere Palazzo Chigi nel 1983 per quattro anni, si rammaricava di ogni arretramento elettorale del Pci. Che pure era, o avrebbe dovuto essere, l’avversario storico dello scudo crociato.

         Gli anni passano ma i vizi di certa politica -quella del risentimento e del partito preso- evidentemente restano.

                                                 

E’ finalmente esaurita nelle urne l’emergenza grillina

         Pur con tutta la prudenza consigliata da un professionista dell’analisi politica quale sicuramente è l’amico Stefano Folli, sulla Repubblica, mi sento di scrivere che è finita l’emergenza dei grillini di fronte ai risultati del primo turno delle elezioni amministrative, senza timore di smentite dai ballottaggi del 25 giugno, dove i pentastellati saranno non a caso generalmente assenti.

         Potranno ancora vincere, come sperano ancora per ragioni non foss’altro di comprensibile propaganda, le elezioni regionali siciliane di novembre, nonostante il fiasco nelle comunali a Palermo, ma i grillini hanno smesso di fare paura. Il loro qualunquismo, anche se in tempi meno rapidi di quello originario e autentico dell’omonimo movimento del commediografo, anziché comico, Guglielmo Giannini nel secondo dopoguerra, ha cominciato a stancare. E stancherà sempre di più, dopo l’imprudenza di cercare e ottenere l’avventura di amministrare Comuni delle dimensioni di Roma e di Torino.

         Il qualunquismo, o la demagogia, come preferite, quella fissazione di stimolare più la pancia che la testa degli elettori, quel senso ossessivo di diversità, che costò caro persino ad un partito organizzato come il Pci e ad un leader davvero carismatico come Enrico Berlinguer, è un po’ un fenomeno -scusate la franchezza dell’immagine e dell’espressione- di erezione politica. Che non può umanamente e fisiologicamente durare in eterno, per quante stimolazioni si possano cercare e ottenere.

         Anche al più bravo dei comici capita ad un certo punto di far sorridere, più che ridere a crepapelle, se si ostina a lasciare invariato il suo repertorio. O, addirittura, a peggiorarlo con atteggiamenti rovesciati rispetto al grandissimo Charlie Chaplin. Che demolì con la sua comicità, ben prima che riuscissero a farlo gli eserciti di mezzo mondo, uno come Hitler. A Grillo sta invece capitando di essere demolito dai suoi imitatori all’interno del Movimento, poco importa se di prima o di seconda linea, in abito scuro o in jeans, con o senza la congiuntivite del vice presidente della Camera Luigi Di Maio.

         La crisi, finalmente, dell’emergenza grillina comincia a restituire allo scenario politico il cosiddetto bipolarismo di cui è visssuta bene o male, a volte in verità più male che bene, la cosiddetta seconda Repubblica. Le città oggi e l’intero Paese domani, o dopodomani, secondo le scadenze elettorali sulle quali l’ultima parola ce l’ha il presidente della Repubblica, potranno riprendere ad essere contesi dal centrodestra e dal centrosinistra. Ma con due varianti rispetto al passato.

         Nel centrodestra sono cambiati gli equilibri tra la Forza Italia che fu ed è ancora di Silvio Berlusconi e la Lega che fu di Umberto Bossi ed è adesso di Matteo Salvini. L’ex Cavaliere non se ne capacita. Ha sperato di aggirare il problema puntando proprio sull’emergenza grillina e sull’altra conseguente emergenza delle cosiddette larghe, anzi larghissime intese, in cui l’interlocutore principale, se non unico, del centrosinistra poteva essere solo lui, arrivato nelle scorse settimane a imporre praticamente al risegretario del Pd Matteo Renzi il ripiegamento sul sistema elettorale proporzionale della prima e spesso a torto odiata prima Repubblica.

         Nel centrosinistra, diversamente dal centrodestra, la componente di sinistra si è ulteriormente divisa con l’umorale scissione consumata dai vari Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani. Che dovranno rassegnarsi, specie ora che sono costretti dai loro numeri inconsistenti ad affidarsi alla mediazione dell’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, a contenersi davanti ad un Renzi che non è uscito dalle urne amministrative come loro speravano, cioè a brandelli.

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Ecco cosa è successo a Grillo, Renzi, Berlusconi e Salvini alle elezioni amministrative 2017

Scalfari diserta la domenica elettorale

         Non è la prima e probabilmente non sarà neppure l’ultima domenica in qualche modo disertata da Eugenio Scalfari, che ha abituato i suoi lettori ad un appuntamento festivo dove spesso si trovano primizie per i tanti contatti che il fondatore di Repubblica continua ad avere riferendone al suo pubblico, a cominciare da quelli con Papa Francesco. Che non è ancora riuscito a convertirlo, ma manca poco, a meno di ancora più clamorose sorprese, come la conversione del Pontefice allo scetticismo religioso del suo amico.

         Questa che si è chiusa oggi è stata, del resto, una settimana più faticosa del solito per Scalfari, che si è dilungato nei giorni feriali sulla nuova amicizia politica contratta: quella col ministro piddino dell’Interno Marco Minniti, di origini calabresi come lui, ma nato proprio in Calabria, non a Civitavecchia, come Barbapapà. Vedrete che prima o dopo anche Minniti approderà nella scuderia dove Scalfari fa entrare e uscire i cavalli di razza della politica italiana, intesi anche come riserve della Repubblica, quella vera, cui potersi rivolgere nei momenti di emergenza.

         Ma, più che la stanchezza per l’interessamento a Minniti, hanno forse giocato sul silenzio domenicale di Scalfari lo sconcerto procuratogli dall’incidente occorso nell’aula di Montecitorio alla riforma elettorale e, soprattutto, la confusione che ne è derivata. O la salutare paura di mettere becco nelle elezioni amministrative alle quali sono stati chiamati oggi un migliaio di Comuni.

         A presto, comunque, carissimo Barbapapà.

Il povero Mammì tradito dalla sua legge sulle Tv

         Peccato che di Oscar Mammì, spentosi a più di 90 anni dopo un lungo e volontario allontanamento da una politica per la quale si era molto speso ricavandone alla fine più delusioni che soddisfazioni, si sia ricordata in morte solo o soprattutto la omonima legge del 1990. Che disciplinò per la prima volta in modo organico il sistema radiotelevisivo italiano legittimando finalmente la televisione privata, o commerciale. Che era allora soprattutto la televisione del Biscione, cioè della Fininvest di Silvio Berlusconi. Fu una legittimazione -con le sue tre reti competitive con quelle della Rai, che però continuarono ad essere protette dal canone- contrastata a tal punto dalla sinistra democristiana, e in fondo anche dallo stesso partito di Mammì, quello repubblicano, da provocare per protesta le dimissioni di alcuni ministri, fra i quali l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che era a capo della Pubblica Istruzione nel sesto governo di Giulio Andreotti.

         L’allora capo dello Stato Francesco Cossiga deluse le aspettative della sinistra del suo partito e del Pri sostituendo e basta, su proposta del presidente del Consiglio, tutti i ministri dimissionari. La crisi di governo sopraggiunse però lo stesso l’anno dopo, nel 1991, quando ci fu la tentazione di anticipare di un anno le elezioni per profittare della crisi del Pci, costretto a cambiare nome e simbolo dopo il crollo del muro di Berlino, cioè del comunismo. Dal settimo ed ultimo governo Andreotti il Pri, allora guidato da Giorgio La Malfa, volle tenersi fuori. E a Mammì come ministro delle Poste subentrò il socialdemocratico Carlo Vizzini.

         Uomo di spirito e di ottima cultura, Mammì rifuggiva dall’acredine di cui già allora soffriva la politica italiana, divisa in quegli anni non più fra i comunisti e gli anticomunisti ma fra i craxiani e gli anticraxiani. L’esponente repubblicano era stato iscritto d’ufficio fra i craziani già nel 1983, quando era diventato ministro per i rapporti col Parlamento nel primo governo del segretario sociaista. Vi lascio immaginare che cosa gli anticraxiani dissero di lui quando la sua legge mise al sicuro la televisione privata, e quindi di Berlusconi, a difesa della quale Craxi da presidente del Consiglio era già intervenuto togliendo con un decreto legge il blocco delle trasmissioni imposto dalla magistratura. Che se fosse durato ancora qualche giorno, avrebbe determinato il fallimento della Fininvest.

         Eppure Mammì era convinto di non aver dato a Berlusconi niente di più di quanto non gli spettasse nel rispetto dei principi costituzionali, una volta cessato l’anacronistico monopolio della Tv pubblica. E quando seppe che il suo consigliere Davide Giacalone, partecipe della preparazione della sua legge, era stato coinvolto nelle indagini su Tangentopoli, finendo poi assolto per alcune accuse e prescritto per altre, ci rimase molto male. 

         Mammì era convinto che i favori a Berlusconi fossero stati compiuti dopo la sua sostituzione al Ministero delle Poste: per esempio, quando per aggirare l’incompatibilità fra editore televisivo e editore di giornali fissata proprio dalla sua legge, fu permesso al presidente della Fininvest di sanare la situazione passando al fratello Paolo la proprietà del Giornale fondato nel 1974 da Indro Montanelli. Se fosse dipeso da lui, quella roba lì non sarebbe stata permessa.

         Ma di Mammì, per ricordarne ed elogiarne insieme la linearità, il coraggio e la preveggenza, vorrei riferirvi ciò che per molti sarà un inedito. Era il 1971. Già assessore molto apprezzato all’Annona del Campidoglio, Mammì era allora sottosegretario all’Industria e Commercio. Lo inclusi in lungo elenco di interviste per Il Giornale d’Italia allora diretto da Alberto Giovannini, dov’ero approdato dal Momento Sera, sul tema della Repubblica presidenziale. Che era sostenuto, anche a costo di essere scambiato -lui, un antifascista di prim’ordine, per un uomo di estrema destra- da Randolfo Pacciardi, lo storico ministro della Difesa di Alcide De Gasperi, espulso dal Pri per decisione personale di Ugo La Malfa quando si era opposto al passaggio dal centrismo al centrosinistra.

         Ebbene, Mammì non solo condivise la prospettiva di una Repubblica presidenziale, che De Gaulle del resto aveva già realizzato in Francia senza essere per questo scambiato per un fascista, ma indicò un pericolo da nessuno avvertito in quel momento: che da parlamentare, quale era stata voluta dai costituenti, la Repubblica italiana finisse per diventare giudiziaria a causa del crescente potere dei magistrati. Che con le loro sentenze e iniziative cominciavano già allora a sostituirsi ai legislatori.

         Eravamo soltanto -pensate un pò- agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso. Il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati sarebbe arrivato solo nel 1987, per essere peraltro tradito dopo qualche mese con una legge che vanificò il verdetto degli elettori. E la decapitazione giudiziaria della cosiddetta prima Repubblica sarebbe arrivata solo fra il 1992 e il 1993.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Oscar Mammì fra Tv, ironie e presidenzialismo

 

 

Troppo cerume nelle orecchie di Sergio Mattarella

         Il quirinalista principe, che naturalmente è Marzio Breda, del Corriere della Sera, ci ha riferito della sorpresa procurata a Sergio Mattarella dalle difficoltà incontrate alla Camera dalla riforma elettorale. Che il presidente della Repubblica si era tanto abituato a considerare ormai sicura da essersi predisposto alle elezioni anticipate, pronto a farle indire il più presto possibile, magari nella stessa domenica -24 settembre- in cui si voterà in Germania. Così ci saremmo una volta tanto allineati davvero all’Europa, almeno nei tempi di definizione dei nuovi equilibri politici.

         Ora che Matteo Renzi, a torto o a ragione, dopo avere mostrato una fretta incontenibile verso le urne, si dice rassegnato all’epilogo ordinario della legislatura, nella primavera del 2018, dandone la colpa ai grillini e contando sull’applicabilità certificata dalla Corte Costituzionale per le due leggi da essa modificate per l’elezione della Camera e del Senato, per quanto ritenute disomogenee dal Quirinale, ma aggiustabili con un decreto legge all’ultimo momento, Mattarella ha affidato a Breda un auspicio. “Che si eviti -ha riferito testualmente il giornalista del Corriere- di usare la battaglia sul sistema di voto”, destinata probabilmente a riprendere dopo la pausa impostasi dal Pd per il primo e il secondo turno del corposo rinnovo in corso delle amministrazioni locali,” per fare scattare subito una campagna elettorale che, sommandosi a quella lunghissima per il referendum di dicembre, sfiancherebbe i cittadini, col rischio di allontanarli ancora di più dalla politica”.

         Ora, con tutto il rispetto che meritano naturalmente il capo dello Stato e il suo confidente, temo che entrambi abbiano bisogno di una visita odontoiatrica. Entrambi debbono avere accumulato troppo cerume nelle orecchie se non si sono accorti che, per quanto non formalizzata con i soliti provvedimenti, l’Italia sia già da tempo in campagna elettorale. Per non parlare di quella in corso a tutti gli effetti per il rinnovo delle amministrazioni locali, siano in campagna elettorale almeno dal 5 dicembre, il giorno dopo la bocciatura del referendum costituzionale. Ma forse sta più semplicemente proseguendo la campagna elettorale di quel referendum.

         Più che rischiare lo stress, gli italiani sono già stressati dal clima elettorale nel quale agiscono i partiti e il governo. Non vi è proposta, non vi è decisione, non vi è minaccia o assicurazione che non sia motivata dalla necessità di guadagnare voti, o di non perderne.

Renato Brunetta in versione inedita di pompiere

         Ci sono scene o volti che a vederli riescono da soli a farti capire certe situazioni, al pari delle vignette che molte volte basterebbero e avanzerebbero a far capire ai lettori come stiano certe cose, senza infastidirli con editoriali più o meno austeri e saccenti, sempre più spesso affidati peraltro a professori in carriera. Ai quali i giornalisti, con tutto il professionismo che vantano con l’appartenenza ai loro Ordine, si affidano senza farsi prendere dal dubbio di confessare così i propri limiti. O a volte per vigliaccheria.

         Non a caso Indro Montanelli teneva lontani i professori dalla prima pagina del suo Giornale, preferendone sistemare gli articoli nelle pagine interne della cultura. Dove si prendeva anche il gusto di correggerne parole e passaggi quando riteneva che non fossero chiari abbastanza per il famoso lattaio, ch’egli aveva promosso a emblema del lettore comune. I professori, intesi in senso largo, si vendicavano a loro modo declassando a discorsivi i libri di storia di Montanelli, che a loro volta si vendicavano battendoli sistematicamente alla cassa.

         Il volto più espressivo del melodramma della legge elettorale accantonata alla Camera con un rinvio alla competente commissione, dopo l’incidente pur modesto occorso al cosiddetto Germanellum col passaggio dell’emendamento che lo applicherebbe anche al Trentino Alto Adige, dove il patito di lingua tedesca fa da padrone quasi a prescindere dai voti che prende, è quello di Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia a Montecitorio. Che Massimo D’Alema una volta defini, all’incirca, un manganello tascabile per la sua abitudine di dirle e darle a tutti , sventolando le braccia, sbarrando gli occhi e gonfiando le vene del collo. Neppure il professore e senatore a vita Mario Monti, che da presidente del Consiglio veniva trattato da lui come uno scolaro ignorantello nell’aula di Montecitorio prima ancora che il suo partito passasse all’opposizione, alla vigilia delle elezioni del 2013, fu tenero col capogruppo forzista. Egli scherzò poco sobriamente una volta in televisione sulla sua “statura”. Come se il povero Brunetta si fosse scelto lui le dimensoni non molto armoniche della testa, del torace, delle gambe e dei piedi, nelle cui scarpe quel birbante di Maurizio Crozza di divertiva a infilarne, nei suoi spettacoli i tre quarti del corpo perché risultasse un nano.

         A dispetto delle ironie usate nei suoi riguardi, la testa di Brunetta funzionava e funziona-credetemi- molto più di quelle dei suoi critici messe insieme. Egli è stato il primo l’altro giorno a rendersi conto della serietà dell’incidente occorso nell’aula di Montecitorio al cosiddetto Germanellum e a non gradire per niente né le risate compiaciute dei grillini né la fretta con la quale il suo omologo del Pd dichiarava morta la versione italiana del proporzionale tedesco, addossandone tutta la causa alla inaffidabilità del movimento delle 5 stelle. Ed ha giustamente sentito puzza di bruciato sotto gli insulti che si scambiavano pentastellati e renziani, per non parlare del sollievo di Angelino Alfano e amici, che in Forza Italia non hanno mai smesso di considerare traditori selezionandone a dovere gli idonei al ritorno a casa, com’è accaduto nei casi di Nunzia De Girolamo e di Renato Schifani.

         Il partito al quale il Germanellum avrebbe fatto più comodo, e tornerebbe a farlo se si riuscisse a recuperarlo dopo la pausa di riflessione impostasi da Renzi in attesa dei risultati del primo e forse anche del secondo turno delle votazioni amministrative riguardanti in questo mese di giugno più di nove milioni di elettori, è Forza Italia. Che col 13 per cento assegnatogli dai sondaggi, e magari qualcosa in più procuratogli nelle prossime elezioni politiche, anticipate o ordinarie che siano, dalla mobilitazione personale di Berlusconi, potrebbe giocare nella prossima legislatura, grazie alla riedizione del sistema proporzionale, un ruolo ben superiore alla sua consistenza parlamentare. Com’era diventato nella cosiddetta prima Repubblica di conio proporzionalista, con le stesse dimensioni attuali del partito berlusconiano, il Psi prima di Pietro Nenni e poi di Bettino Craxi. Senza del quale la Dc, paragonabile in qualche modo al Pd di oggi, non sarebbe riuscita a fare maggioranze e governi senza doversi accordare col Pci, paragonabile -anch’esso in qualche modo- al movimento grillino di oggi. Un affarone, insomma, per Berlusconi e per il preoccupatissimo Brunetta, che ha improvvisamente smesso i panni del piromane per indossare la divisa di comandante in capo dei pompieri, anche se gli manca il fisico.

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Ecco perché il Germanellum era un affare per Forza Italia

Venticinque anni fa le idi di giugno di Bettino Craxi

Dopo la strage di Capaci e l’elezione in 48 ore di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale, dove per quindici votazioni avevano inutilmente tentato di arrivare, con candidature formali o sotterranee, Arnaldo Forlani, Giulio Andreotti e persino il presidente uscente e dimissionario Francesco Cossiga, nulla fu più uguale sul piano politico.

Terminato di comporre il suo staff al Quirinale il 4 giugno con la nomina del generale Paolo Scaramucci a consigliere militare, Scalfaro predispose le consultazioni per la formazione del nuovo governo: quello di esordio della legislatura nata con le elezioni del 5 e 6 aprile. Ma la prima sfilata delle delegazioni dei partiti davanti al capo dello Stato terminò il 10 giugno senza altro risultato che la constatazione di un clima politico irrespirabile, con veti e controveti all’interno e all’esterno della maggioranza uscente composta da democristiani, socialisti, socialdemoratici e liberali. Era una maggioranza peraltro troppo risicata per fronteggiare una difficile situazione economica e un’ancora più difficile situazione politica nel contesto delle indagini giudiziarie in corso a Milano su Tangentopoli.

Scalfaro non riuscì a venirne a capo neppure moltiplicando le sue preghiere alla Madonna di Lourdes, dove peraltro si era proposto prima della imprevista elezione a capo dello Stato di recarsi in pellegrinaggio. Si scusò della rinuncia esortando gli organizzatori del viaggio a pregare anche perché lui venisse illuminato.

In attesa di un secondo giro di consultazioni formali, il presidente della Repubblica vide o sentì privatamente un’infinità di amici, fra i quali i ministri uscenti dell’Interno e della Giustizia: il democristiano Enzo Scotti e il socialista Claudio Martelli, invitati insieme al Quirinale formalmente per discutere di un provvedimento in gestazione per intensificare la lotta alla mafia dopo la strage di Capaci. Ma il discorso scivolò subito sul tema della formazione del governo.

Vuoi su sollecitazione di Scalfaro, come poi avrebbe raccontato Martelli, vuoi di iniziativa dei due ministri, il capo dello Stato ricavò l’impressione, a torto o a ragione, che fossero entrambi convinti di potere insieme tentare la formazione di un governo di decantazione, scambiandosi i ruoli di presidente e vice presidente, capace di guadagnarsi se non l’appoggio, almeno la benevola opposizione del Pds-ex Pci guidato da Achille Occhetto.

Informato non si è mai ben capito se dallo stesso Scalfaro, col quale aveva allora eccellenti rapporti, tanto da averne sostenuto con la solita baldanza l’elezione prima a presidente della Camera e poi a capo dello Stato, Marco Pannella confidò la cosa a Bettino Craxi. Che, convinto di avere ancora buone carte da giocare per tornare a Palazzo Chigi, da dove riteneva di essere stato allontanato malamente da Ciriaco De Mita nel 1987, con la storia di una staffetta con Andreotti prima promessa per l’ultimo anno della legislatura e poi negata, a sentire Pannella cadde dalle nuvole. Ma di brutto, perché se la prese subito con Martelli, essendo ancora convinto che Scalfaro gli fosse leale, come lo era stato al Ministero dell’Interno nei quattro anni di governo da lui presieduto: tanto leale non solo da avere rifiutato di prestarsi a fare il governo elettorale offertogli da De Mita, come ho già ricordato qui, ma anche da avere cercato e trovato una decina d’anni prima negli archivi del Viminale un documento da tutti negato in precedenza, ma utile alla difesa dei socialisti finiti sotto processo a Milano per gli attacchi ai pubblici ministeri che avevano indagato per l’assassinio di Walter Tobagi. Era un’informativa dei servizi segreti che nel 1980 aveva inutilmente   segnalato il pericolo di un imminente agguato mortale delle brigate rosse al famoso giornalista del Corriere della Sera, peraltro amico personale del leader socialista. Notizia di quell’informativa era stata data personalmente a Craxi all’indomani dell’uccisione del povero Walter dal generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa.

Craxi girò la confidenza di Pannella sull’incontro di Scotti e Martelli con Scalfaro al segretario della Dc Arnaldo Forlani, facendo cadere dalle nuvole pure lui. Ed entrambi si ripromisero di punire, diciamo così, i due giovani aspiranti alla guida del nuovo governo o non confermandoli ai loro posto o lasciandoli proprio fuori. Ma né l’uno né l’altro ebbero poi la voglia di raccontare come fossero veramente andate le cose, dopo molti anni, ai magistrati di Palermo che li interrogarono sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia della stagione stragista. Essi diedero agli inquirenti l’impressione di essere stati sacrificati perché contrari a quelle trattative, contribuendo così all’impianto accusatorio del processo contro mafiosi, generali e uomini politici ancora in corso a Palermo. Ma da cui è stato già assolto, avendo scelto il rito abbreviato, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, che pure era stato accusato di essere stato addirittura il promotore della trattativa per scongiurare una minaccia della mafia alla sua vita.

Non ci fu tuttavia soltanto l’incidente o l’equivoco della coppia Scotti-Martelli durante le consultazioni informali di Scalfaro per la formazione del nuovo governo. Ci fu anche, fra l’altro, una rovinosa fuga di notizie sui documenti pervenuti dalla Procura di Milano alla Camera, e assegnati subito alla giunta delle cosiddette autorizzazioni a procedere per Tangentopoli sul conto degli ex sindaci di Milano Paolo Pillitteri e Carlo Tognoli, entrambi socialisti. Il “verde”, ed ex direttore del Manifesto Mauro Passan fu indicato, a torto o a ragione, come fonte di quella fuga con interpretazioni troppo estensive di alcune parti dei fascicoli, da cui avrebbe ricavato , come esponente dell’apposita giunta di Montecitorio, l’impressione di un coinvolgimento anche di Craxi nelle indagini chiamate Mani pulite.

         Ricordo ancora nitidamente quella giornata in cui le agenzie avevano inondato le redazioni dei giornali di lanci a dir poco allarmanti sulla posizione giudiziaria del segretario socialista ancora in corsa per il ritorno a Palazzo Chigi. Nelle prime ore del pomeriggio, tornando a piedi da casa alla redazione del Giorno, di cui ero direttore, incrociai per caso in Piazza della Scala Antonio Di Pietro, il magistrato ormai simbolo di quell’inchiesta che stava demolendo la cosiddetta prima Repubblica.

Allontanata la scorta con un cenno di mano, “Tonino” mi disse che nelle carte partite da Milano per la Camera non c’erano elementi contro Craxi, di cui lui parlava volgendo lo sguardo verso la Galleria, cioè verso gli uffici milanesi del segretario del Psi. E mi preannunciò un comunicato della Procura, che in effetti fu diffuso dopo qualche ora per precisare che nulla risultava “allo stato” delle indagini contro Craxi. Il quale tuttavia il giorno dopo si trovò su tutte le prime pagine dei giornali ugualmente come uno ormai compromesso nell’inchiesta.

Non ricordo se l’ho già riferito ai lettori del Dubbio in altre circostanze riferendo del biennio “terribile” 1992-93, ma il clima nei giornali, ormai di tutte le tendenze, era tale che la sera di quel giorno mi telefonò l’amico Ugo Intini, portavoce di Craxi, per chiedermi come avessi deciso di uscire con la prima pagina del Giorno. Alla confidenza che sarei uscito col titolo sul comunicato di smentita diffuso dalla Procura, che ai miei occhi costituiva l’unica notizia certa della giornata rispetto a tutte le voci col condizionale diffuse dalle agenzie, Ugo mi chiese se poteva consigliare al comune amico Roberto Villetti, direttore dell’Avanti, di chiamarmi. Cosa che Villetti fece subito, ma non per consultarsi, come si aspettava il povero Intini, bensì per dissentire fermamente dal modo garantista in cui avevo deciso di titolare. Rimasi francamente di stucco.

Neppure Scalfaro al Quirinale dovette rimanere convinto del comunicato della Procura milanese se volle parlarne direttamente col capo Francesco Saverio Borrelli, peraltro figlio di un suo vecchio collega ed amico. L’impressione che ne ricavò l’uomo del Colle fu di paura di mandare a Palazzo Chigi un “amico” -quale ancora egli considerava il suo ex presidente del Consiglio- destinato prima o dopo ad essere davvero coinvolto nelle indagini, come avvenne a fine anno con i primi avvisi di garanzia, e poi anche con richieste di arresto.

Lo stesso Craxi mi raccontò di essersi sentito dire da Scalfaro all’incirca così: “Tu sai quanto ti stimi e ti voglia bene, ma è opportuno, anche nel tuo interesse, che tu faccia un passo indietro in questo momento. Dimmi tu stesso il nome di un socialista al quale io possa dare l’incarico”. E il 10 giugno, nel secondo ed ultimo giro di consultazioni, Craxi maturò la decisione del doloroso passo indietro. Che annunciò personalmente all’uscita dall’ufficio del capo dello Stato dicendo di avergli indicato “in un ordine non solo alfabetico” Giuliano Amato, già ministro con De Mita e suo sottosegretario a Palazzo Chigi, Gianni De Michelis e Claudio Martelli.

La delegazione della Democrazia Cristiana, ricevuta per ultima, non ebbe così neppure la possibilità di proporre Craxi, contro la cui destinazione si erano già espressi nel partito alcuni esponenti, fra i quali De Mita, convinti che Palazzo Chigi spettasse ancora alla Dc, nonostante il ritorno di un democristiano al Quirinale dopo il movimentato settennato di Cossiga.

Pertanto fu Amato l’uomo al quale Scalfaro diede l’incarico, che fu espletato con una certa difficoltà, avendo impiegato il nuovo presidente del Consiglio una decina di giorni , sino al 28 giugno, per la definizione del programma e soprattutto della lista. Dove Scotti risultò spostato dal Viminale alla Farnesina, che formalmente era una promozione, da lui però rifiutata perché Forlani aveva deciso di sperimentare dentro la Dc la incompatibilità fra le cariche di ministro e di deputato o senatore. Scotti reclamò inutilmente una deroga per conservare il mandato parlamentare, che alla fine preferì alla guida della diplomazia italiana.

Martelli invece entrò nella lista all’ultimo momento, dopo essere andato da Craxi, su suggerimento dello stesso Amato, per chiedergli di essere confermato al Ministero della Giustizia, come poi mi avrebbe raccontato lo stesso Craxi, per portare a termine il lavoro svolto col povero Giovanni Falcone, suo prezioso collaboratore sino alla morte -e che morte- come direttore degli affari penali del dicastero di via Arenula. E Craxi acconsentì, parendogli -mi disse- “una richiesta umanamente ragionevole”, lungi forse dall’immaginare che Martelli fosse destinato pure lui dopo qualche mese ad essere investito da Tangentopoli e costretto alle dimissioni.

Comunque, Martelli fu l’ultimo ministro e il primo governo di Amato l’ultimo sul quale il leader socialista riuscì a dire la sua, perché di fatto in quel mese di giugno di 25 anni fa al falconicidio col sangue, preceduto dall’ostracismo in vita praticatogli da tanti colleghi, seguì il craxicidio senza sangue.

I rapporti di Craxi con Scalfaro rimasero buoni ancora per poco. Col procedere delle indagini e del linciaggio politico da cui pochi lo difesero, neppure quando subì il famoso lancio di monetine e insulti davanti all’albergo romano dove abitava, e donde usciva per andare ad una trasmissione televisiva dopo essere scampato a scrutinio segreto ad alcune, le più gravi, delle autorizzazioni a procedere chieste contro di lui dalla magistratura, il leader socialista si fece del presidente della Repubblica l’idea da lui stesso raffigurata in una serie di litografie raffiguranti falsi “extratterestri”: finti inconsapevoli del finanziamento generalmente illegale della politica e delle forzature con le quali la magistratura aveva deciso di trattarlo. Oltre a Scalfaro, furono definiti extraterrestri anche Achille Occhetto, Eugenio Scalfari, Giorgio Napolitano e l’ormai compianto Giovanni Spadolini, la cui foto fu sostituito con un manifesto bianco listato a lutto.

Craxi stesso mi raccontò nel suo rifugio di Hammamet di avere scritto più volte al presidente della Repubblica, anche come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, contro gli eccessi che stavano compiendo i magistrati, ma di non avere mai ricevuto una risposta, né diretta né indiretta. Il Quirinale non lo considerò più degno di riconoscimento alcuno. Ci vollero del resto la morte di Craxi e l’arrivo sul colle più alto di Roma di Giorgio Napolitano perché un presidente della Repubblica parlasse di lui riconoscendone il servizio politico reso al Paese e lamentando, fra le solite proteste dei manettari in servizio permanente effettivo, irriducibili anche di fronte alla morte, “la severità senza uguali” con cui era stato trattato dalla magistratura.

Proprio alla magistratura, vantando di averne fatto parte, Scalfaro nel suo discorso di insediamento, pronunciato il 28 maggio a Montecitorio, davanti alle Camere in seduta congiunta con la partecipazione dei delegati regionali, aveva chiesto “energia, serenità e perseveranza” parlando della “questione morale”.

Di energia e perseveranza sicuramente i magistrati si dimostrarono capaci nei mesi e negli anni successivi. Di serenità, francamente un po’ meno, nella sostanziale e incresciosa disattenzione proprio di chi l’aveva reclamata insediandosi al vertice dello Stato sull’onda peraltro di una strage neppure citata per luogo e per nomi nel discorso alle Camere, essendosi Scalfaro limitato a parlare di una “criminalità aggressiva e sanguinaria”, forse aiutata anche da qualche mano straniera. Di cui nessuno, a dire il vero, aveva avuto sentore a Capaci e dintorni.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio alle pagine 8 e 9 della Cultura col titolo: 25 anni la congiura che lo escluse da Palazzo Chigi. Così, con una fuga di notizie, infilzarono Craxi. E Persino Di Pietro disse……

La caccia di Grillo è più a Berlusconi che a Renzi

         Le apparenze, si sa, ingannano. Ciò vale anche per l’incidente politico accaduto alla Camera sulla riforma elettorale d’imitazione tedesca, arrivata in aula a marce più o meno forzate per affogare nel classico bicchiere d’acqua. Che è l’emendamento minore approvato a sorpresa, a scrutinio segreto, con una somma assai trasversale di cosiddetti franchi tiratori, traditi però da un errore diabolicamente tecnico. Grazie al quale da segreta la votazione è diventata palese sul tabellone elettronico di Montecitorio, per cui è stata tolta la maschera agli autori dell’inganno.

         Era, peraltro, un emendamento non solo minore, presentato in dissenso dal proprio gruppo da una deputata forzista di Bolzano, Michaela Biancofiore, notissima fra i suoi per avere rotto praticamente con tutti, ma addirittura improponibile. Che avrebbe dovuto essere cestinato perché riguardante il sistema elettorale di una regione a statuto speciale- il Trentino Alto Adige- che vive di norme concordate con uno Stato estero: in questo caso, l’Austria.

         L’obiettivo dell’operazione condotta contro la riforma elettorale alla tedesca, anche se di tedesco alla fine aveva più poco che tanto, non è affatto il risegretario del Pd Matteo Renzi, come si è detto e si è scritto da tante parti, nel solito e abusato intreccio di voci e retroscena. Lo sta a dimostrare la prontezza con la quale proprio gli uomini di Renzi hanno colto la palla al volo per definire morta la riforma scaricandone tutta la responsabilità sui grillini.

         Più ancora del risegretario del Pd, che è sicuramente il loro antagonista principale, che sentono di poter sorpassare al prossimo appuntamento elettorale, conquistando così il trofeo dell’incarico di presidente del Consiglio, con cui magari mettere in pista all’ultimo momento, con i colpi di testa e di mano di cui sono capaci, un personaggio tipo Piercamillo Davigo, capace di attrarre i giustizialisti e manettari di ogni tendenza, che abbondano ormai in quella che Luciano Violante chiama “società giudiziaria”; più ancora -dicevo- del risegretario del Pd, ai grillini andava e va ancora storto il ruolo crescente di Silvio Berlusconi. Che è un ruolo contestato dall’elettorato di Grillo per ragioni non so francamente se più antropologiche o politiche: un ruolo peraltro che rischiava ai loro occhi, man mano che glielo spiegava ogni giorno sul Fatto Quotidiano il direttore e insieme consigliere Marco Travaglio, di risultare sempre più decisivo nella nuova legislatura.

         Grillo non poteva permettere, col sistema alla tedesca non a caso sostenuto con particolare accanimento dal presidente di Forza Italia, che Berlusconi con meno voti sia dei grillini sia del Pd potesse aggiudicarsi, oltre alla partecipazione alla maggioranza e al governo, anche il merito di tagliare le unghie, diciamo così, a Renzi rubando il mestiere ai pentastellati: sbarrandogli, per esempio, la strada del ritorno a Palazzo Chigi. E ciò per lasciarvi il conte Paolo Gentlloni Silveri, a quel punto affrancandolo un po’ dalla dipendenza ora totale dall’ex sindaco di Firenze, o per mandarvi un altro di quelle caratteristiche, capace cioè di non fare di Renzi un super leader, ancora più attrattivo di adesso nei riguardi dell’area elettorale dove Berlusconi pesca ancora i suoi voti.

         Tutto adesso si fa per l’ex Cavaliere più complicato, specie se Renzi, cogliendo il pretesto offertogli da Grillo, rilanciasse l’idea cara anche al comico di Genova, e che forse egli ha sempre avuto, di portare il Paese, a questo punto anche senza il ricorso alle elezioni anticipate, con le due leggi elettorali, per il Senato e per la Camera, confezionate con le forbici, l’ago e il filo dei giudici costituzionali: gli unici sarti in toga che esistano al mondo. Sono due leggi con una delle quali, quella del Senato, Berlusconi sarebbe materialmente costretto a fare cartello con i leghisti, ma al prezzo stabilito da Matteo Salvini, per conservare una presenza nelle regioni settentrionali, dove non a caso le due maggiori –la Lombardia e il Veneto- hanno già governatori del Carroccio.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Tutte le tribolazioni di Silvio Berlusconi dopo la rottamazione del proporzionale alla tedesca

Auguri a Enzo Bettiza per i suoi 90 anni

         Lasciate che mi disinteressi un pò delle solite, pasticciate e inconcludenti vicende della politica italiana, con mezzo Parlamento appeso ai casini interni al movimento grillino e agli effetti che potrebbero derivarne all’ennesima riforma elettorale in cantiere, attesa dal capo dello Stato come viatico alle elezioni anticipate deplorate con la solita, vibrante insistenza dal presidente ormai emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, per abbracciare a distanza il collega ed amico Enzo Bettiza. Che ha appena compiuto i suoi 90 anni osservando con giustificato disincanto le vicende di un’Italia che ha amato e raccontato con grande passione e competenza da giornalista, scrittore e politico, avvolto nella sua cultura e formazione mitteleuropea, essendo nato il 7 giugno 1927 a Spalato. Da dove venne esule nella pur sua Italia alla fine della seconda guerra mondiale, approdando particolarmente in terra pugliese per poter continuare a respirare l’aria degli ulivi dalmati. E lo ha raccontato spesso con nostalgia, orgoglio e una certa complicità a me, che sono nato proprio in Puglia quasi 12 anni dopo di lui.

         Indro Montanelli, che senza l’aiuto di Enzo, la sua conoscenza degli uomini, la sua finezza culturale, non avrebbe potuto compiere nel 1974 la coraggiosa scissione dal Corriere della Sera, ormai rassegnato al cosiddetto compromesso storico fra la Dc e il Pci come esperienza non provvisoria ma permanente, in una edizione un po’ scalcagnata di quella che aulicamente sullo stesso Corriere l’allora direttore Giovanni Spadolini aveva chiamato “Repubblica conciliare”, con un Tevere sempre più stretto, quasi prosciugato, invidiava a Bettiza un po’ tutto. Così commentò il comune amico Carlo Donat-Cattin la rottura consumatasi fra i due nel 1983, nove anni dopo la fondazione del Giornale allora nuovo: una rottura consumatasi sul problema della valutazione di Bettino Craxi e della sua politica, nell’occasione o col pretesto, come preferite, del rifiuto opposto da Montanelli ad un mio editoriale in difesa dell’allora segretario del Psi dagli attacchi congiunti dei comunisti e della sinistra democristiana.

         I due fecero per fortuna in tempo a riconciliarsi prima della morte di Montanelli, condizionato -pace all’anima sua- nello scontro con lo storico collaboratore, di cui a lungo aveva condiviso anche la stanza nel Giornale, dai soliti, immancabili cortigiani di redazione, ma anche esterni. Penso, fra gli altri, agli amici di Ciriaco De Mita che lusingavano Montanelli raccontandogli dei suoi libri che affollavano la libreria di famiglia dell’allora segretario della Dc, e gli garantivano addirittura l’anticomunismo “intimo” del loro amico irpino.

         Montanelli cadde nella trappola, mentre noi trovavamo temporanea ospitalità nei giornali di Attilio Monti, salvo pentirsene dopo qualche anno dando a De Mita del camorrista e finendo trascinato da lui in tribunale.

         Più dei numerosi e meritati premi letterari, delle soddisfazioni politiche avute prima nel Senato italiano e poi nel Parlamento Europeo e della felice combinazione di liberalismo e socialismo tradottasi nella formula del lib-lab, diede soddisfazione ad Enzo Bettiza proprio quell’epilogo della sbandata di Montanelli per De Mita. Che era stata un pò, diciamo la verità, la nostra comune rivincita sulla rottura consumatasi nel 1983, mentre peraltro Craxi si avviava a Palazzo Chigi, nonostante De Mita.

         Anche Montanelli forse ritenne di prendersi poi una rivincita su di noi quando le cose andarono malissimo per Craxi. Ma fu una rivincita a carissimo prezzo, pagato dal direttore del Giornale con l’allineamento al peggiore giustizialismo, che a suo modo era anche il peggiore conformismo: una riedizione giudiziaria del compromesso storico contro il quale Montanelli e Bettiza avevano insieme consumato la loro coraggiosa e già ricordata scissione dal Corriere della Sera.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net

La strana metamorfosi di Giorgio Napolitano

Capisco sempre meno la metamorfosi di Re Giorgio, come un po’ per scherzo e un po’ per simpatia, ma qualcuno anche con spirito per niente amichevole, ci eravamo abituati a chiamare Napolitano durante il mandato settennale di presidente della Repubblica, e i due anni supplementari del secondo, guadagnatosi nel 2013 nel bel mezzo di una crisi di governo. E dell’esordio di una legislatura che aveva fatto perdere la testa un po’ a tutti. A cominciare dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che si era messo in testa di formare un curiosissimo governo “di minoranza e di combattimento insieme”, appeso alle cinque stelle, cioè alle paturnie di Beppe Grillo. Che avrebbe potuto riempirlo di risate e di insulti più facilmente che di apprezzamenti e incoraggiamenti se Napolitano avesse perso la testa pure lui e ne avesse consentito la formazione.

         Ora il presidente ormai, e forse fortunatamente, emerito della Repubblica non si lascia scappare occasione per deplorare l’ipotesi di elezioni anticipate, sia pure di qualche mese soltanto rispetto alla scadenza ordinaria. Lui, poi, che eletto nel 2006, anche a costo di delegittimare i suoi stessi “grandi elettori”, sciolse anticipatamente le Camere dopo appena due anni, a causa della repentina caduta del secondo governo di Romano Prodi, finito male esattamente come l’altro, dieci anni prima. E avrebbe rischiato di sciogliere daccapo le Camere dopo tre anni se non avesse trovato l’espediente tecnico, e non so più se fortunato e avveduto, del governo di Mario Monti, premiato peraltro in anticipo con un laticlavio di assai dubbia opportunità, visto l’uso fattone dall’interessato improvvisando un partito per partecipare alle elezioni ordinarie di un anno e mezzo dopo: un partito peraltro sciolto poi come neve al sole.

         A questo punto l’ostinazione di Napolitano contro le elezioni brevemente anticipate che stanno maturando con la riforma elettorale in cantiere alla Camera diventa persino paradossale, a dir poco, per la riduzione ad una specie di accozzaglia di interessi di parte, o persino personali, di quella larghissima maggioranza con la quale la nuova legge elettorale sta procedendo verso l’approvazione. Detto tutto questo poi da lui, che le larghe maggioranze quand’era al Quirinale le chiedeva in ogni momento di ogni giorno.

         L’ultima sortita dell’ex Re Giorgio ha avuto anche l’inconveniente di spazientire forse il suo successore al Quirinale, dove Marzio Breda, abituato a raccogliere anche umori e sospiri dell’inquilino di turno, ha appena scritto per il Corriere della Sera che Mattarella è pronto a prendere atto della situazione e preferisce che si faccia addirittura più presto di quanto vogliano dalle parti del Nazareno. Non era difficile prevederlo, come mi è accaduto.

 

 

 

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