Grillo e Berlusconi si contendono Paolo Villaggio

Diversamente da Stefano Rodotà, tanto osannato in vita da candidarlo al Quirinale tre anni fa, ma velenosamente ignorato da morto, cioè censurato, per avere osato ad un certo punto criticare il troppo capriccioso e autoritario movimento delle 5 stelle, Paolo Villaggio morendo ha toccato profondamente il cuore di Beppe Grillo. Gli ha procurato “un dolore sordo”, ha scritto sul suo blog il capo o garante pentastellato come collega comico, concittadino genovese e amico. Un amico, Villaggio, dai sentimenti personali probabilmente ricambiati ma non al punto da condividerne le finalità politiche.

         Per quanto cattivo, anzi cattivissimo, come si compiaceva di definirsi per divertirsi alle reazioni di chi lo ascoltava, il mitico Fantozzi non si è mai sognato -credo- di votare e far votare davvero per i grillini. Che, una volta tanto, non gliene hanno voluto ammettendolo da morto -ma solo da morto- nel loro firmamento, chiamiamolo così. Grillo in persona ha voluto elogiare l’“originalità” dello scomparso scrivendo che “lo ha reso una stella”: la sesta evidentemente, ad honorem, o emerita, del suo movimento. Che Dio solo sa quanto bisogno abbia, in questo momento di crisi di consenso, di un aiuto dall’alto: molto dall’alto, dove ora Fantozzi si trova, assegnato a furor di popolo e di giornali al Paradiso, prima ancora che il Padre Eterno potesse disporne l’ammissione.

         Il fatto è che Paolo Villaggio, abituato a dissacrare tutto e tutti, e a farci riconoscere in lui anche per le nefandezze metaforiche di cui era capace sullo schermo o sui palchi, aveva probabilmente anche del movimento di Grillo l’opinione che gridò della corazzata -Potemkin- carissima alla cultura e alla militanza comunista: “una cagata pazzesca”. Il massimo di avvicinamento non ai grillini ma ai loro dintorni Villaggio lo espresse offrendosi come collaboratore a Marco Travaglio, che se n’è giustamente vantato celebrandolo nell’editoriale del suo Fatto Quotidiano, una volta tanto sottratto ai temi del giustizialismo.

Ma quella “cagata pazzesca” della Potemkin e di tutto ciò che poteva significare sul piano cuturale e politico è rimasta impressa per sempre nel cuore e nella mente anche di Silvio Berlusconi. Che, come Grillo, ha avvertito lo stesso dolore “sordo” all’annuncio della morte di Villaggio e si è scomodato a celebrarlo di persona sul Giornale di famiglia.

         Tutto sommato, specie oggi che anche il sindaco di Milano Giuseppe Sala, eletto a Palazzo Marino grazie all’aiuto di Matteo Renzi, superando di stretta misura il candidato allora berlusconiano Stefano Parisi, ha un po’ tradito o scaricato il segretario del Pd, lamentandone in una intervista al Corriere della Sera la rovinosa “indisponenza”, ai danni anche dell’amico presidente del Consiglio Paolo Gentiloni; specie oggi, dicevo, si può persino dire che con la morte di Villaggio è forse scomparso l’unico comico in grado di fare del bene politico a questo Paese. Sino a diventare, se la signora della falce nera non ce lo avesse portato via, il candidato ideale alla guida di un governo dalle intese davvero larghe, anzi larghissime: da Grillo a Berlusconi passando per i vari Renzi, Pisapia, Bersani, Gotor, addirittura D’Alema e frattaglie varie. Tutti uniti ogni giorno per riconoscersi in una grossa risata.

 

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Chi si contende (fantozzaniamente) Paolo Vllaggio

Scaramantica la sfida di Pisapia ai Santi Apostoli

Forse il coraggio di Giuliano Pisapia è stato più scaramantico che politico scegliendo, o accettando, la piazza romana dei Santi Apostoli per cercare di rimettere “Insieme”, con la maiuscola, la sinistra sparsa e riportarla, magari, vincente dopo le elezioni in quella stessa piazza. Dove si consumò invece non più tardi di undici anni fa, nella notte fra il 10 e l’11 aprile del 2006, il dramma dell’ultima, stentatissima vittoria di Romano Prodi su Silvio Berlusconi.

Tutto, in base ai sondaggi e all’ottimismo del professore emiliano, peraltro reduce dalla presidenza della Commissione Europea, e ripropostosi per Palazzo Chigi con una riedizione dell’Ulivo chiamata Unione, era stato predisposto quel maledetto 10 aprile per festeggiare la vittoria entro le ore 22. Quando si prevedeva che, fra proiezioni e risultati elaborati al Ministero dell’Interno, allora guidato dal forzista Giuseppe Pisanu, la folla cominciata ad affluire dal pomeriggio, alla chiusura dei seggi elettorali, potesse già festeggiare la vittoria della sinistra.

Ma i numeri, sia delle proiezioni sia del Viminale, cominciarono presto a fare i capricci e a impensierire Prodi in persona, che si sentì affacciato sui “pozzi avvelenati” da Berlusconi con la legge elettorale destinata a passare alla storia col nome poco gratificante di “Porcellum”, traduzione italiana della “porcata” riconosciuta dal maggiore estensore del provvedimento. Che era il ministro uscente e leghista Roberto Calderoli, esultante quel pomeriggio compulsando pure lui le agenzie.

Ad un certo punto la tensione politica salì veramente alle stelle attorno ai risultati provvisori disponibili al Viminale, che davano in vantaggio, sia pure di poco, l’Unione prodiana sul centrodestra berlusconiano.

Il primo ad alzare la voce, mentre qualcuno nella piazza dell’omonima basilica dei Santi Apostoli sconsolatamente e infreddolito decideva di tornare a casa, fu Piero Fassino, segretario dei Democratici di sinistra. Che reclamò da Pisanu “il rispetto e la garanzia dei risultati”, contestatissimi invece da Berlusconi, che reclamava invece dal suo ministro dell’Interno e amico Pisanu ulteriori controlli, specie nel Casertano, dove gli risultavano i brogli peggiori.

Alla fine, verso mezzanotte, Pisanu cedette ad una telefonata di sollecito giuntagli personalmente dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, peraltro in scadenza di mandato. E fu l’annuncio della vittoria di Prodi, fra le proteste di un Berlusconi a dir poco inviperito, che non avrebbe poi mai perdonato a Pisanu l’atto, secondo lui, di sottomissione al Quirinale. E fu festa di notte per la sinistra anche in piazza, almeno per quelli che avevano resistito sino alla fine al freddo, alla delusione e persino alla paura.

Dopo due giorni, quando il calcolo preciso dei voti assegnò a Prodi una vittoria alla Camera con uno scarto di soli 24.755 voti sul centrodestra, al netto di altri 170 mila dispersi fra liste minori, completamente fuori dai giochi politici, e un sorpasso del centrodestra sul centrosinistra al Senato per circa mezzo milione di voti, il presidente uscente del Consiglio si presentò al Quirinale con una proposta che scandalizzò Ciampi: un decreto legge adatto ad una rapida verifica dei risultati nelle zone più sospette di irregolarità. Poi il Cavaliere ripiegò su una proposta più politica ma prontamente e forse imprudentemente respinta da Prodi: la formazione di un governo di emergenza o unità nazionale: un governo che da qualche tempo chiamiano “di larghe intese”. Che è quello di cui gli avversari di Matteo Renzi sentono già la puzza chiedendo persino un referendum preventivo fra gli iscritti al Pd per scongiurarlo, come ha proposto il guardasigilli Andrea Orlando. Che così, peraltro, si è anche volontariamente escluso -visti gli effetti nei rapporti col segretario del Pd- dai possibili candidati a Palazzo Chigi, come invece avevo incautamente ventilato nei mesi scorsi evocandone la carriera governativa comune a quella di Aldo Moro, esordiente proprio come ministro della Giustizia nel lontano 1955.           Prodi preferì farsi il suo bravo, secondo ed ultimo governo di centrosinistra, affollato di dodici sigle, esteso fisicamente da Clemente Mastella, nominato ministro della Giustizia dopo un veto opposto dai magistrati al bertinottiano Giuliano Pisapia, troppo garantista per i loro gusti o le loro abitudini, sino a Franco Turigliatto. Che si distinse subito votando al Senato contro un documento di politica estera proposto dal ministro competente. Che era Massimo D’Alema, peraltro approdato alla Farnesina dopo avere inutilmente scalato la presidenza della Camera, dove Prodi aveva preferito l’elezione di Fausto Bertinotti, e persino quella della Repubblica. Dove Giuliano Ferrara aveva inutilmente cercato di convincere Berlusconi che fosse giusto mandare proprio D’Alema, avendolo già aiutato nel 1997 a diventare il presidente dell’ultima commissione bicamerale per la riforma costituzionale.

La candidatura di D’Alema al Quirinale era durata non più di 48 ore, sino a quando il furbo Pier Ferdinando Casini tolse le castagne della sinistra dal fuoco proponendo Giorgio Napolitano. Al quale sarebbe toccato dal Quirinale prima assistere al logoramento del governo Prodi e poi gestirne la crisi, scoppiata nel gennaio del 2008, dopo l’arresto della moglie di Mastella, peraltro presidentessa del Consiglio regionale della Campania, e la liquidazione giudiziaria del suo partito, l’Udeur, come sentina di corruzione e quant’altro. I processi veri, non quelli mediatici, sarebbero arrivati solo dopo, e con esiti diversi da quelli voluti dall’accusa, ma col solito, irrimediabile ritardo. Ora il povero Mastella fa il sindaco di Benevento: sempre meglio -si consolerà- che sindaco della minuscola Nusco, come ha accettato di essere il suo ex leader Ciriaco De Mita.

Dalla crisi del secondo ed ultimo governo di Prodi il pur riluttante Napolitano fu costretto, dopo una esplorazione tanto dovuta quanto inutile affidata all’allora presidente del Senato Franco Marini, al doloroso scioglimento anticipato delle Camere, che pure lo avevano eletto al Quirinale meno di due anni prima. Il trauma per “Re Giorgio”, come mi divertii sul Tempo a chiamare Napolitano ben prima che lo scoprissero i giornaloni americani, fu tale che poi avrebbe rifiutato altri scioglimenti anticipati per questioni di stile, di galateo istituzionale e persino di civiltà, come ha ammonito qualche mese fa pronunciandosi contro un pur breve anticipo delle elezioni ordinarie dell’anno prossimo.

Francamente, è impressionante l’elenco dei fatti seguiti a quella festa un po’ farlocca dell’Unione prodiana della notte del 10 aprile 2006 nella piazza romana dei Santi Apostoli. E’ comprensiva di quei fatti la nascita, l’anno dopo, del Partito Democratico come fusione di quel che restava del Pci e della Dc, rispettivamente, fra i Democratici di sinistra e la Margherita di Francesco Rutelli. Un partito che nacque fra i sorrisi più di facciata che di sostanza di Prodi perché il segretario Walter Veltroni non nascose di certo il proposito di farne una forza a vocazione maggioritaria, capace cioè di proporsi e di vincere anche da sola, senza vinavil o altre marche di colla, cioè senza più negoziare la nascita e la sopravvivenza di un governo con qualche gruppo parlamentare da prefisso telefonico, sul piano elettorale, o senza sorreggersi sulle stampelle di qualche senatore a vita.

Le cose poi non andarono proprio come il mio amico Walter si era proposto, perché al primo appuntamento con le urne, nel 2008, il Pd accettò l’apparentamento, cioè l’alleanza, con Antonio Di Pietro. Che francamente non portò a Veltroni e, più in generale, alla sinistra molta fortuna, spingendoli verso una esasperazione della lotta politica destinata, fra l’altro, a far crescere la pianta del grillismo. E a non far perdere una certa centralità allo scomodissimo e ostinato Berlusconi.

 

 

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio a pagina 14 dei commenti con richiamo in prima

 

 

 

 

 

 

Le scuse che merita, e non otterrà, Carmelo Zuccaro

         Le cose e gli uomini scomodi si dimenticano presto. Vengono rimossi dalla memoria anche per risparmiarsi il dovere di riconoscere errori e di chiedere scuse. E’ quanto sa accedendo in questi giorni, anzi in queste ore, con Carmelo Zuccaro.

         Ve lo ricordate questo nome? Solo qualche mese fa era su tutte le prime pagine dei giornali come la pietra dello scandalo per avere osato sollevare in veste di capo della Procura della Repubblica di Catania il problema delle zone d’ombra, diciamo così, nel traffico delle navi delle Ong, intese come organizzazioni non governative, cioè di volontariato, nelle acque del Mediterraneo per soccorrere gommoni e quant’altro in panne, pieni zeppi d’immigrati imbarcati tra violenze di ogni tipo sulle coste libiche da mercanti di carne. Che da qualche tempo possono guadagnare di più e più facilmente proprio grazie a queste navi private che vanno a raccogliere le vittime, vive o già morte o moribonde che siano, a poche miglia e persino centinaia di metri dal luogo di partenza, magari su richiesta o segnalazione tempestiva dei macellai.

         Costoro possono così togliersi dalla coscienza, se mai ne hanno avuta una, anche qualche rimorso per i tanti e più numerosi morti annegati negli anni passati, durante la navigazione verso i porti italiani su gommoni più attrezzati, prima che arrivassero in zona queste provvidenziali navi di soccorso volontario e privato per consentire ai mercanti di usare natanti più economici.

         Poco mancò nei mesi scorsi che il povero Zuccaro venisse lapidato, tra un’intervista e l’altra, tra un’audizione parlamentare e una al Consiglio cosiddetto superiore della magistratura, dove non più tardi di un anno prima, esattamente l’8 giugno 2016, era stato nominato al vertice della Procura etnea con 16 voti contro 7, con una maggioranza cioè che doveva essere indicativa delle sue qualità. Che invece si appannarono agli occhi di alcuni dei suoi stessi elettori per l’ostinazione con la quale il malcapitato cominciò ad avvertire e denunciare il marcio nel traffico mediterraneo delle navi della cosiddetta carità. E reclamava strumenti operativi e legislativi per indagare meglio, o solo per aprire davvero le indagini, come i suoi critici lo accusavano impietosamente di non avere neppure tentato.

         Il povero Zuccaro si era permesso, fra l’altro, sempre procurandosi insulti e persino minacce, di suggerire non solo l’uso giudiziario di intercettazioni e quant’altro in possesso dei servizi segreti ma anche la obbligatoria presenza di qualche agente di polizia giudiziaria, o simile, su quelle navi dall’approdo facile sulle coste libiche, o nei pressi. E aveva infine reclamato la trasparenza dei conti e dei finanziamenti delle organizzazioni così premurose, ma a spese solo dell’Italia, nei cui porti, e solo lì, scaricavano e scaricano le decine di migliaia di immigrati in concorrenza con le navi militari dei paesi europei impegnati in quelle operazioni che dovrebbero essere non solo di soccorso, ma anche di vigilanza preventiva.

         Ebbene, tutte le “strane” idee e proposte del capo della Procura di Catania, ma proprio tutte, sono le stesse che si sono appena scambiati a Parigi i ministri dell’Interno dell’Italia, della Francia e della Germania e il commissario europeo all’immigrazione in vista del vertice dell’Unione che si terrà fra qualche giorno a Tallin sulla intollerabile situazione del Mediterraneo, dove non si tiene più il conto dei morti e dei vivi, ma si sa che gli affari dei mercanti di carne vanno benissimo.

         Carmelo Zuccaro, come accennavo all’inizio, merita le scuse e i ringraziamenti che nessuno naturalmente avrà il buon senso, e tanto meno il coraggio, rispettivamente di chiedergli e fargli fra le cosiddette autorità e i benpensanti, purtroppo al di qua anche al di là del Tevere, dove pare che adesso siano altri i problemi più attuali.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Chi chiederà scusa al magistrato Zuccaro sulle Ong ?

Dalla piazza di Pisapia al parco di Vasco Rossi

         Non so se alla sua veneranda età, ma con lo scrupolo professionale che lodevolmente continua a distinguerlo, Eugenio Scalfari sia andato pure lui nella piazza romana dei Santi Apostoli a curiosare fra tutte quelle bandiere rosse al vento per festeggiare la “nuova sinistra” promessa dall’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Tante bandiere rosse, che qualcuno sul palco ha invitato il “popolo” che le sventolava, e che non ha per niente gradito, a rinunciarvi perché impedivano alle telecamere di riprendere la manifestazione e gli oratori che si alternavano sul palco.

         Che sia andato anche lui di persona o che abbia seguito tutto per radio o tv standosene seduto comodamente a casa, la maggiore impressione che ne ha ricavato Scalfari nel suo appuntamento domenicale coi lettori di Repubblica è stata uguale a quella di uno che sicuramente c’era sul posto: il mio amico Pigi Battista, del Corriere della Sera. “Renzi- hanno notato entrambi- è stato pochissimo nominato”.

         Il giornale capofila dell’antirenzismo, che è naturalmente Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, ha in qualche modo confermato con un titolo in cui è sembrato rimproverare a Pisapia – che non so per quale motivo il mio computer scambia continuamente per Risappia- di avere ignorato l’odiato risegretario del Pd, ma in compenso “Bersani lo ha attaccato”. E come avrebbe potuto non farlo, se l’uomo di Bettola ne è sempre più ossessionato, d’altronde ricambiato, per avere osato impadronirsi della famosa “ditta” traslocata tanto tempo fa dalle Botteghe Oscure e averlo praticamente costretto, insieme col compagno di tante battaglie Massimo D’Alema, ad emigrare. Un D’Alema che naturalmente è accorso nella piazza, per quanto ridotta alle dimensioni di una piazzetta nel confronto col Parco Ferrari riempito dopo qualche ora da Vasco Rossi a Modena, per intimare praticamente al suo rottamatore di prestargli un po’ di voti alle prossime elezioni, se veramente vuole uscire dall’isolamento in cui si sarebbe ficcato, anzi barricato. “Dialogo col Pd -ha infatti ammonito D’Alema- se avremo successo al voto”.

         Altrimenti, muoia Sansone con tutti i filistei, deve avere pensato “Baffino” scambiando per morte, naturalmente politica, l’accordo che lui ritiene già stretto dietro le quinte fra Renzi e il non meno odiato Silvio Berlusconi. Di cui pure “Baffino”, sempre lui, accettò l’aiuto decisivo per scalare il ruolo di statista diventando nel 1997 presidente dell’ultima commissione bicamerale per la riforma costituzionale. E di cui avrebbe accettato anche i voti per scalare poi il Quirinale, se il disponibile Giuliano Ferrara fosse riuscito a convincere a questo passo l’allora Cavaliere.

         Informato dell’assai curiosa richiesta dalemiana   di soccorso elettorale in cambio della disponibilità a trattare dopo le elezioni con lui la formazione di un governo di centrosinistra analogo a quelli realizzati, e falliti, negli anni scorsi, Renzi non ha voluto neppure rispondere. D’altronde, si era già espresso a Milano qualche ora prima dicendo ad un raduno dei circoli del Pd: “Siamo pronti ad ascoltare tutti ma non ci fermeremo davanti a nessuno”.

         Forse per ciò che si è visto e si è sentito nella fossa dei Santi Apostoli, quale deve essere apparsa agli operatori televisori chiedendo di abbassare tutte quelle bandiere che oscuravano le telecamere, per le persone che c’erano e per quelle che avevano ritenuto per le più diverse ragioni di non esserci, o che non erano state deliberatamente invitate, il titolo più azzeccato è stato quello dedicato alla festa di una nuova, presunta sinistra o “casa comune”, come l’ha chiamata Pisapia, dall’insospettabile Manifesto: “Melina rossa”.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto le ultime baruffe democratiche fra Massimo D’Alema e Matteo Renzi

La piazza dell’ossimoro scelta da Giuliano Pisapia

         Per fortuna c’è l’omonima basilica dei Santi Apostoli a presidiare a Roma il nome della piazza scelta, o accettata, dall’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia per radunarvi le tante anime sparse della sinistra, tentate o decise a ritentare l’avventura di mettersi “Insieme”, con la maiuscola, per ricostituire dopo le prossime elezioni il centrosinistra realizzato nella cosiddetta seconda Repubblica con l’albero e poi le foglie dell’Ulivo. Furono due edizioni, a dieci anni l’una dall’altra, ugualmente infauste, per quanta nostalgia mostri di averne, oltre a Pisapia, quel campeggiatore doc che vanta ora di essere Romano Prodi, con quella tenda che smonta e rimonta continuamente per avvicinarsi o allontanarsi dal Pd guidato da Matteo Renzi. Del quale il professore emiliano votò il 4 dicembre scorso la controversa riforma costituzionale, sia pure con dichiarata sofferenza, ma non ha nessuna voglia di favorire adesso il ritorno a Palazzo Chigi.

         Per fortuna, dicevo, a tutelare il nome della piazza romana dei Santi Apostoli c’è l’omonima basilica, cara -pensate un pò- sia alle nobiltà bianche e nere di Palazzo Colonna, che vi si affaccia, sia al presidente della Repubblica in carica, Sergio Mattarella, che la scelse due anni fa per partecipare alla prima messa domenicale dopo l’elezione al Quirinale. Vi andò a piedi, non ancora in carica ma debitamente scortato naturalmente, dalla residenza di servizio della Corte Costituzionale e fu festeggiato all’arrivo da un gruppo di suore.

         Se non ci fosse quella benedetta basilica, la piazza omonima meriterebbe ben altri nomi. Per esempio, la piazza dell’ossimoro per le tante e persino opposte anime che vi accorrono, e per mettere insieme le quali per una volta il Prodi di turno non deve munirsi di secchi di colla, di qualsiasi marca gli capiti di trovare in giro. O addirittura la piazza della sfiga, come si dice irriverentemente ma anche scherzosamente a Roma. Della sfiga, perché proprio il popolo chiamato a stare “Insieme” -vi raccomando di nuovo la maiuscola- dal volenteroso Pisapia- lì ha provate le sue più cocenti e rovinose delusioni.

         Fu proprio in quella piazza, per esempio, che la sera del 10 aprile 2006 Prodi rischiò per un pelo di festeggiare non la sua ultima vittoria elettorale, dopo una campagna condotta sotto le insegne dell’Unione, riedizione del vecchio Ulivo, ma la sua prima sconfitta nei due confronti avuti con l’avversario Silvio Berlusconi.

         Quella sera maledetta del 10 aprile 2006, mentre la piazza si riempiva delle varie tribù, diciamo così, dell’Unione -da Mastella a Turigliatto- Prodi era costretto nell’ufficio che vi si affacciava a compulsare agenzie per nulla confortanti. Che davano in parecchi posti sconfitte o testa a testa da cardiopalmo con la maggioranza uscente di centrodestra.

         Il povero ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, forzista allora di prima fila, era letteralmente assediato per telefono e di persona da chi come Berlusconi lo incitava a far fare controlli più minuziosi, specie nel Casertano, nei cui seggi elettorali gli risultavano più imbrogli del solito, e chi invece lo incitava a farla finita e ad annunciare i dati pur provvisori a favore della sinistra spacciandoli o lasciandoli spacciare per definitivi, o quasi. E ciò in modo da consentire finalmente allo sventurato Prodi e agli amici di scendere in piazza tra la gente ormai infreddolita, data l’ora, e festeggiare, o fingere di festeggiare una vittoria invece incerta.

         Alla fine prevalsero i secondi assedianti convincendo l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi a intervenire di persona su Pisanu. Che, sventurato, come la monaca di Monza, rispose. E fu finalmente festa nella piazza, mentre Berlusconi sbraitava con i suoi per i controlli mancati o ancora in corso. E Pisanu ne rimase segnato politicamente.

         Il secondo e ultimo governo Prodi, nato da quella festa improvvisata, durò ancora meno del primo. E cadendo, dopo due anni soltanto, si portò appresso la legislatura, che non aveva letteralmente i numeri per continuare. Ma non li avrebbe forse avuti neppure per cominciare.

         Alla Camera l’Unione prodiana era prevalsa ufficialmente e -ripeto- tra accesissime contestazioni, del tipo di quelle del referendum del 1946 fra la Monarchia e la Repubblica, per 24 mila miserabili voti. Al Senato invece il centrodestra prese 500 mila voti in più dell’Unione prodiana, prendendo però tre miserabilissimi parlamentari in meno per il meccanismo regionale di attribuzione dei seggi.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Giuliano Pisapia, Insieme e la piazza ulivista dell’ossimoro

D’Alema perde il pelo, non il vizio. Ma forse neppure il pelo

         E’ inutile ormai sperare che Massimo D’Alema possa cambiare, per quanto sia il meno anziano, o il più giovane, come preferite, della vecchia guardia della politica italiana, o della sinistra, comprensiva di anzianissimi come Giorgio Napolitano ed Emanuele Macaluso. Ma anche di Franco Marini, per non limitarci alla sinistra di origine comunista e includere anche quella di origine democristiana, visto che le due “anime” ebbero dieci anni fa l’idea di fondersi nel Pd. O di tentare una fusione purtroppo non ben riuscita, come lo stesso D’Alema riconobbe presto scalciando contro l’allora segretario Walter Veltroni, già suo concorrente nel Pci, ma come aveva tempestivamente previsto sul fronte post democristiano Gerardo Bianco. Che si era saggiamente astenuto dal partecipare all’avventura, cercando anzi di osteggiarla per salvare la tradizione della sua parte politica.

         Si dice di solito che il lupo perde il pelo ma non il vizio. D’Alema tuttavia non ha perso neppure il pelo, visto che fa l’offeso e grida al complotto per la brusca chiusura della sua esperienza internazionale, che tanto gli stava a cuore, di presidente di un organismo che riunisce le fondazioni dei partiti aderenti al socialismo europeo. L’acronimo di questo organismo è Feps, per conto e a spese del quale D’Alema ha girato per un bel po’ di anni tutta Europa e mezzo mondo, senza mai distrarsi davvero dalle vicende politiche italiane, interessandosene anzi fin troppo, almeno agli occhi e alle orecchie degli altri soci della Feps, a partire naturalmente da quelli di casa -non cosa- nostra. Di cui gli stranieri hanno condiviso lo stupore, a dir poco, per il forte contributo che l’ex presidente del Consiglio italiano ha voluto dare alla scissione del Pd pur di cercare di rottamare Matteo Renzi dopo esserne stato rottamato, ma non fino al punto, evidentemente, da togliergli o impedirgli la guida della Feps. Eppure era stato proprio Renzi a portare nel Partito Socialista Europeo il Pd, come primo atto della sua segreteria, non essendo riusciti a compiere quel passo neppure i suoi predecessori di provenienza comunista.

         Ora che, tentata inutilmente una breve proroga, D’Alema è stato sostituito in quattro e quattr’otto, come si dice, dalla portoghese Maria Joao Rodriguez, piombata a Bruxelles per insediarsi al suo posto, l’ex presidente italiano ha liquidato la vicenda come una “vendetta” di Renzi. Non gli è minimamente passata per la testa l’idea di avere potuto commettere un errore quanto meno di stile, facendosi forte anche del ruolo di presidente della Feps prima per sconfiggere il proprio partito nel referendum sulla riforma costituzionale, che i socialisti europei avevano invece apprezzato pubblicamente, e poi per spaccarlo.

         D’altronde, comunisti e post-comunisti hanno una loro sinistra tradizione nell’uso disinvolto, a dir poco, delle associazioni internazionali alle quali decidono di partecipare. All’indomani del crollo del muro di Berlino, cioè del comunismo, essi chiesero all’allora segretario del Psi Bettino Craxi, che imprudentemente acconsentì, il nulla osta necessario per la loro adesione a quella che si chiamava l’Internazionale socialista. Dove però operarono ben bene perché Craxi personalmente e il suo partito venissero stritolati in Italia politicamente e giudiziariamente, o viceversa.

         Forte di questo precedente, forse D’Alema pensava di ripetere l’operazione con Renzi. Sotto questo profilo, almeno sinora, gli è andata male.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Perché stupirsi se Massimo D’Alema è stato rottamato dalla Feps ?

La sinistra fra tende e porte blindate

Ci sarà pure un modo diverso di convivere e discutere, senza annunciare di avere già tolto la tenda e di averla messa nello zaino per ripiantarla altrove, come ha appena fatto Romano Prodi, peraltro in un partito dove sembra che non abbia da tempo neppure rinnovato la tessera, o senza trasferire il proprio ufficio in una stanza con porta blindata e videocitofono, come ha appena fatto il risegretario del Pd Matteo Renzi al Nazareno. Dove accadono oggettivamente le cose più stravaganti da un bel po’ di tempo in qua: dal tacchino sul tetto alla mucca nei corridoi avvertiti da Pier Luigi Bersani, quando ancora faceva parte del Pd, alla scelta appunto di Renzi, sia pure presa qualche tempo fa per ragioni logistiche ma infelicemente attuata proprio in questi giorni, di barricarsi in una stanza che, fra gli altri inconvenienti d’immagine, ha quello di essere stato l’ufficio dell’allora tesoriere del movimento della Margherita, Luigi Lusi. Che aveva le sue buone ragioni di barricarsi, visto che vi accumulava per sé tanto di quel danaro da essersi procurato una condanna a 7 anni di carcere.

Dio mio, risegretario Renzi, non poteva aspettare qualche altro giorno o settimana per un trasloco così infelice? Senza perdere di colpo sul piano iconoclastico il vantaggio procuratogli con un eccesso di reazione da Prodi. Del quale il meno che si possa dire è che è un po’ troppo permaloso, essendosela presa così tanto per una critica che francamente non mi sembrava strampalata come quella rivoltagli da Renzi di avere esagerato col vinavil e altra colla durante la campagna elettorale appena conclusa in modo a dir poco catastrofico, proponendo e inseguendo coalizioni di ulivo o di altre piante e denominazioni finite tutte un po’ troppo miseramente proprio sotto la guida prodiana, a distanza di dieci anni l’una dall’altra.

Obiettivamente, se fra i milioni di elettori che ormai affollano il primo partito italiano, quello degli astenuti, c’era qualcuno tentato di votare per il Pd di Renzi, piuttosto che tornare a votare per un Silvio Berlusconi risorto ma pur sempre alle prese con un Matteo Salvini gonfio di consensi, almeno rispetto ai tempi della Lega di Umberto Bossi, certamente non è stato incoraggiato a farlo dal Prodi in giro con secchi di colla nella galassia, ormai, della sinistra. Né sono passati dall’astensionismo alla sinistra quelli che potevano farlo avendo candidati di centrosinistra a sindaci da aiutare nei ballottaggi.

In realtà, considerando anche critiche, minacce e quant’altro dei vari Dario Franceschini, Andrea Orlando, Gianni Cuperlo e via elencando, stiamo assistendo agli sviluppi di un fenomeno da noi avvertito e denunciato -qui sul Dubbio- già all’indomani della bocciatura referendaria della riforma costituzionale. E’ il fenomeno di un antirenzismo ossessivo, che si porta appresso una non meno ossessiva difesa di Renzi, che vede spesso complotti anche quando non esistono. E si cautela con mosse spesso avventate, o con polemiche quanto meno premature, come quelle sul diritto di tornare a Palazzo Chigi, senza prima sapere per fare quale governo, e con chi.

Le ossessioni sono tossiche, da ogni parte. La sinistra peraltro già n’è rimasta vittima con danni, a mio modestissimo avviso, non riparati e forse ormai irreparabili. Alludo all’anticraxismo ossessivo degli anni Ottanta e Novanta, alla fine ricambiato moltiplicando le rovine. Non riuscirono a trarre beneficio né la sinistra anticraxiana né il craxismo anticomunista. Ci guadagnò solo il peggiore giustizialismo. Seguirono il rovesciamento dei rapporti fra la politica e la magistratura, l’unificazione delle carriere, sarcasticamente lamentata più volte da Luciano Violante, dei pubblici ministeri e dei cronisti o inviati giudiziari di punta e l’imbarbarimento della lotta politica, non essendo né bastata né avanzata la fine della cosiddetta prima Repubblica e dei partiti storici di quella che fu la democrazia italiana.

Peccato, un vero peccato. Sia per chi smonta e rimonta tende sia per chi si barrica in uffici blindati nel momento peraltro più inopportuno, a dispetto -ahimè- della crisi che va maturando anche fra i grillini, ugualmente e giustamente temuti sia da Renzi sia da Berlusconi. Di quelli che si illudono invece di potervisi alleare e magari anche di strumentalizzarli, sia da sinistra sia da destra, non parlo neppure, tanto sono fuori dal mondo, ben oltre le stelle del comico prestato alla politica.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio, a pagina 15 dei commenti e analisi

Papa Francesco cade in tentazione di demagogia

         Ci volevano dunque una denuncia esplicita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, giunta dal Canada, sul rischio -a dir poco- di “ingestibilità” del fenomeno e la minaccia governativa di chiudere i porti nazionali alle navi straniere che vi sbarcano tanti immigrati da averne portata la consistenza a 12 mila in 48 ore, contro i 10 mila in quattro giorni che già erano un’enormità, perché il Corriere della Sera e gli altri giornaloni si decidessero ad aprire gli occhi. E conseguentemente ad “aprire”, come si dice in gergo tecnico, anche le loro prime pagine con questo argomento, senza più ridurlo a un richiamino, come è accaduto ieri, 28 giugno, con una leggerezza scandalosa. Che spiega come meglio non si potrebbe la crisi dei giornali italiani. Dei quali si può ormai dire che si confezionano e si mandano nelle edicole quasi apposta per non essere venduti, servendo solo a scambiare messaggi fra gli addetti ai lavori, cioè fra chi li fa e si contende il mercato sempre più piccolo al quale li hanno ridotti.

         Meglio tardi che mai, ci si potrebbe consolare per chiudere sbrigativamente la faccenda e archiviare anche certe polemiche che mi sono procurato su internet, dove qualcuno mi ha dato sarcasticamente del “professore”, dimenticando che sono semplicemente un giornalista. E che, avendo sempre fatto questo in vita mia, da 57 anni, comprendendo quelli del cosiddetto volontariato e praticantato, penso di avere una certa competenza in materia.

         Eppure non basta dire il solito “meglio tardi che mai”. Il problema dell’informazione in Italia ha assunto ormai dimensioni tali che è da irresponsabili liquidarlo con una scrollata di spalle. L’informazione da noi non è soltanto tossica, per l’uso strumentale al quale si prestano ormai sistematicamente le cronache giudiziarie, economiche e politiche, ma addirittura carente. Se non ci fosse internet, al netto naturalmente dei suoi inconvenienti, dagli insulti allo scarso controllo delle fonti, di certe cose, di certi problemi, di certe realtà non sapremmo niente, pur uscendo dalle sempre meno numerose edicole sparse sul territorio con giornali spesso sempre più pieni di pagine e di inserti. Svegliatevi, cari colleghi.

         Di mancanza di informazioni temo che soffra, nonostante gli uffici e i collaboratori su cui può contare anche dalla sua spartana residenza di Santa Marta, persino il Papa. Che diversamente non cadrebbe pure lui, come gli sta capitando sempre più di frequente, in tentazione di demagogia. E non solo sul fronte dell’immigrazione. Che, se dipendesse dal Pontefice felicemente regnante, sarebbe ancora più ingestibile di quanto non cominci ad apparire anche al cattolicissimo e praticantissimo presidente della Repubblica italiana.

         Papa Francesco si è appena avventurato sul terreno sindacale, ricevendo i delegati al congresso della Cisl, con due denunce che, se lasciate nella genericità in o con cui le ha lanciate, sono solo strafalcioni economici e sociali. Qualcuno dovrà pur decidersi a spiegarglielo dalle parti del Vaticano in argentino, in italiano, in latino, come preferisce sentirsele dire Sua Santità.

         Si possono anche mandare prima i lavoratori in pensione per farli sostituire con i giovani disoccupati, ma sempre che queste sostituzioni siano reali ed economicamente possibili, e i costi verificabili, Si possono anche scomunicare, coi tempi che corrono, i cosiddetti “pensionati d’oro”, come ha detto Papa Francesco mutuando il linguaggio dei sindacati, dei giornali e dei partiti più esposti su questo fronte, ma a patto che anche lui si decida a indicare dove finisce l’argento e comincia l’oro, possibilmente senza scambiare lo zinco per l’argento e il cosiddetto oro di Bologna per oro vero.

         No, Santità, non ci siamo neppure con Lei. Le consiglio di parlarne alla prima occasione telefonica o fisica che le capita con un amico di cui mi sembra che Lei si fidi e che di queste cose s’intende per formazione ed esperienza personale. Parlo naturalmente di Eugenio Scalfari.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Papa Francesco, le pensioni, l’oro e lo zinco

        

        

L’incredibile suicidio del giornalismo italiano

         E’ antipatico -lo so- farci le pulci fra giornalisti. Ma non riesco a trattenermi dal dovere di denunciare il suicidio dei giornali, più grave forse di quelli dei partiti e delle istituzioni, perché quando ad ammazzarsi sono i giornali, facendo di tutto per non lasciarsi leggere, cade la testa di un sistema democratico. Che finisce nel momento stesso in cui finisce l’informazione.

         Ho guardato e riguardato la prima pagina del Corriere della Sera di oggi, mercoledì 28 giugno 2017, e mi sono chiesto se fosse uno scherzo o no. Purtroppo, non era e non è uno scherzo. E’ proprio la prima pagina del più diffuso e -si ritiene proprio per la sua diffusione- più importante d’Italia. Per la conquista della cui proprietà molti in passato hanno perso la testa e qualche volta persino la vita per effetti, diciamo così, collaterali. Spero naturalmente che non finisca così anche per Urbano Cairo, che ricordo sempre con simpatia e comprensione quando, una trentina d’anni fa, lo vedevo ogni giorno nel cortile della sede della Fininvest, a Milano in via Paleocapa, attendere con fiducia e pazienza l’arrivo dell’auto che portava in ufficio Fedele Confaloneri. Davanti alla cui stanza poi lo scorgevo per intere giornate, strappandogli, quando ci incrociavamo, occhiate di umana solidarietà. Ma temo che anche lui avrà problemi, prima o poi, se non si sorprenderà -con tutto ciò che ne dovrebbe derivare- di fronte ad una prima pagina del Corrierone come quella di oggi, in cui è relegata in un richiamino di quasi ordinaria amministrazione l’articolo del pur qualificatissimo Marzio Breda, di casa al Quirinale, sul picco dell’emergenza immigrati, già sbarcati o in arrivo sulle nostre coste in “diecimila in quattro giorni”.

         Ci troviamo di fronte ad un’emergenza che, oltre ad impensierire gli uffici del Quirinale, ha indotto il ministro dell’Interno Minniti a sospendere un viaggio di lavoro programmato negli Stati Uniti per inchiodarsi al suo posto di controllo e coordinamento.

         Di fronte a questa che ormai ha le dimensioni di un’invasione il Corrierone ha ritenuto che dovessero interessare di più ai lettori, nell’ordine di importanza ricavabile dalla collocazione dei vari titoli, la multa europea di quasi due miliardi e mezzo di euro a Google, che ha già annunciato ricorso, il solito Renzi contro tutti o tutti contro Renzi, come preferite, la storia di giustizia e di amore del pubblico ministero ormai più famoso d’Italia, Voodcook, o come altro si scrive il suo complicatissimo cognome, e la conduttrice televisiva  Federica Sciarelli, alla quale la Procura di Roma ha peraltro sequestrato il telefonino sospettandola -spero a torto, per lei e per tutti noi- di avere fatto da intermediaria fra il suo Henry e l’inviato giudiziario del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che da mesi ce la mena e rimena con i suoi scoop sulla, anzi sulle inchieste giudiziarie targate Consip, sui cui binari si sono rovinosamente scontrati i convogli delle Procure di Napoli e di Roma.

         A me, giornalista forse troppo vecchio e rincitrullito agli occhi dei giovani, sembra una follia ritenere che diecimila immigrati sbarcati in quattro giorni in Italia debbono interessare meno della “tenda” -ripeto, la tenda- che quel permaloso di Romano Prodi ha annunciato di avere giù smontato e riposto nel suo “zaino” per allontanarsi dal Pd, visto che il segretario Renzi ha osato, forse non a torto, dicendone finalmente una buona fra tante sbagliate, che i cattivi risultati delle sinistre nelle elezioni amministrative appena svoltesi si debbano alle nostalgie dello stesso Prodi e amici, o compagni, per le loro coalizioni uliviste e simili. Che sono state, per quanto sono durate e per come sono cadute, dei caravanserragli, e non altro.

         Non parliamo poi delle allucinanti liti fra le componenti del “ritrovato” centrodestra e degli umori di Beppe Grillo, che non ha voluto perdonare neppure da morto al povero Stefano Rodotà, suo candidato al Quirinale non più tardi di quattro anni fa, di avere poi osato criticarlo.

 

 

 

Ripreso da www.formiche.net col titolo: Cari colleghi giornalisti, ma che razza di giornali mandiamo in edicola ?         

        

Non il Vangelo, ma le elezioni secondo Matteo

         Matteo Renzi, d’accordo, non piace più come prima, se è davvero piaciuto e non è stato invece scambiato per qualcun altro: per esempio, per un anticipatore di Emmanuel Macron, con moglie fortunatamente giovane. O per un vendicatore, per quanto inconsapevole, di Bettino Craxi. Com’è capitato anche a me di credere per un certo tempo, vedendo come fosse capace di far piangere e disperare la sinistra arcaica, anche se con lo scomparso segretario socialista il toscano rifiutava sdegnosamente qualsiasi paragone, facendo non male ma malissimo. E lasciandosi alla fine sorpassare e spiazzare addirittura da Michele Emiliano, il governatore pugliese che nelle primarie comgressuali del Pd, accettando l’appoggio di Bobo Craxi, riconobbe che la necessità che la sinistra riconoscesse di avere qualche debito verso il padre, anche a costo di far saltare sulla sedia il Travaglio di turno.

         Matteo Renzi, sempre lui, non ha più l’aria -forse per fortuna della democrazia italiana- dell’uomo imbattibile, al quale convenisse dunque rassegnarsi, riconoscendo -come disse una volta la ormai ex dalemiana Anna Finocchiaro- che con lui “tutto è ora finalmente possibile”, o quanto meno appariva.

         Matteo Renzi, ancora lui, si fa forse ancora troppe illusioni sulla capacità, oltre che opportunità di tornare anche a Palazzo Chigi, non bastandogli il Nazareno, inteso come segreteria del Pd. E se si fa ancora questa illusione, è bene che qualche amico lo aiuti a ragionare e gli consigli qualche lettura. Penso naturalmente ad Eugenio Scalfari, che sembra ormai alternare al telefono Papa Francesco e Renzi figlio, non papà, ovviamente.

         Matteo Renzi, infine, può avere tanti altri difetti ancora, persino la cattiveria di cui d’altronde lui stesso si compiacque imprudentemente in un faccia a faccia televisivo con Minoli, ma qualche volta gli potrà pure capitare di dirla giusta. Di azzeccarla, avrebbe detto la buonanima di Giulio Andreotti.

         Ecco, penso che il giovanotto l’abbia appena azzeccata commentando i risultati dei ballottaggi, risoltisi a favore del cosiddetto centrodestra, con questo monito ai suoi compagni di partito nostalgici dell’Ulivo, dell’Unione e di altro ancora: “Si conferma la tesi che i migliori amici del Berlusca siano quelli che invocano una coalizione con tutti dentro”. Una coalizione, cioè, di sinistra, o di centrosinistra, come altri preferiscono chiamarla non si sa se più in buona o malafede.

         Costoro, peraltro, sono amici del Berlusca, come dice il segretario del Pd, tanto per non ripeterne il nome, anche nel senso che potranno permettergli dopo le prossime elezioni politiche di alzare un muro contro lo scomodo alleato Matteo Salvini, come Trump col Messico, e offrire un salvagente indovinate a chi? Ma a Renzi, naturalmente. Di cui, ahimè. ho dovuto tornare a fare il nome.

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