Un professore poco emerito contro la riforma costituzionale del premierato

Da Libero

E bravo il professore Gustavo Zagrebelsky, 81 anni da compiere a giugno, presidente emerito della Corte Costituzionale, come altri del suo rango, pur avendola presieduta davvero vent’anni fa solo per gli ultimi nove mesi del suo mandato di giudice della Consulta, che dura nove anni. Il nove dev’essere stato e dev’essere ancora per lui un numero magico. Nove d’altronde sono anche i mesi della gravidanza da cui nasce da sempre l’uomo, a meno di clamorose sorprese sul nostro passato preistorico.

         Già scettico dal primo momento, sia pure in una chiave ironicamente ottimista che obbligò Repubblica, ospitandone l’articolo, a mettere sull’avviso i lettori, invitati a non credere davvero che la riforma del cosiddetto premierato fosse destinata per la sua popolarità a superare anche la prova del fuoco di un referendum confermativo; già scettico, dicevo, dal primo momento dietro una cortina di sarcasmo, il professore si è sempre più preoccupato della possibilità di un’elezione diretta del presidente del Consiglio. E dell’abuso che si vorrebbe fare, secondo lui, di un premierato che appartiene ad altre storie politiche e istituzionali, non a quella della Repubblica italiana.

Gustavo Zagrebelsky su Repubblica del 21 marzo

         Ora il professore sembra avere trovato l’argomento magico -come “le parole magiche” delle quali si lamentava ai suoi tempi Amintore Fanfani a proposito del dibattito politico fuori e dentro la sua Dc- da opporre al progetto di Giorgia Meloni. Leggetelo questo argomento pari pari come sviluppato ieri, sempre su Repubblica, dall’interessato: “Ogni sistema di governo deve valutarsi nelle condizioni date. Guardiamo come si svolge la lotta politica (si dice così: lotta) nel nostro Paese e in questo momento: propaganda sfacciata, fake news, intimidazioni e ricatti, dossieraggi, linguaggio d’odio, rimbambimenti. E’ pericoloso dividere i cittadini in due e aizzarne l’una parte contro l’altra. Chi penserebbe ancora alle elezioni come una festa della dignità dei cittadini, alla quale si partecipa indossando l’abito buono?”. E addirittura per eleggere direttamente il presidente del Consiglio, che è pur sempre il capo del Governo, con la maiuscola, nonostante il minuscolo, salvo poche eccezioni, cui ci hanno abituato partiti, correnti e sottocorrenti trattando prevalentemente dietro le quinte sulla sua nascita e sulla sua morte, magari con l’intermezzo di qualche rimpasto o fotocopia.

Da Repubblica del 21 marzo

         Nelle “condizioni date” di oggi, quindi, secondo il presidente emerito- ripeto- della Corte Costituzionale, non di un circolo di caccia, la maggioranza di governo uscita legittimamente dalle urne del 2022, meno di due anni fa, dovrebbe subire due volte i danni in corso di accertamento, sotto tutti i punti di vita, del dossieraggio cui parecchi suoi esponenti, e collaterali, sono stati sottoposti. I danni prima dello sputtanamento a dir poco tentato e poi della rinuncia alla principale delle riforme progettate – “la madre di tutte le riforme” nella definizione della Meloni- per una intossicazione del dibattito politico tale da avere compromesso la praticabilità delle elezioni. Che a questo punto -grasso che cola- non dovrebbero spingersi oltre un rinnovo delle Camere con le liste praticamente confezionate e boccate dai partiti, o movimenti che si offendono a sentirsi chiamare partiti.

Da Repubblica del 21 marzo

         Ho purtroppo qualche anno in più del professore eccetera eccetera Gustavo Zagrebelsky. Ho più modestamente fatto nella mia vita soltanto il mestiere del giornalista, o del “pennivendolo”, come ci chiamava la buonanima di Ugo La Malfa quando era di cattivo umore. Ma ho ricordo di parecchie, quasi abitudinarie campagne elettorali svoltesi con una certa animosità, a dir poco. A volte intossicate davvero: per esempio col sangue che spargeva per le strade il terrorismo, o con le irruzioni giudiziarie. E non ricordo un lamento, dico uno, dell’allora professore e altro ancora in servizio Gustavo Zagrebelsky, diventato adesso così schifiltoso. O così preoccupato -pardon- della nostra quiete politica ed elettorale.

Pubblicato su Libero

La paura del ritorno di un terrorismo che non se n’è mai andato

Dalla prima pagina del Giornale

         “Torna l’incubo terrorismo”, ha titolato persino Il Giornale, un po’ meravigliandosene, riferendo della strage compiuta a Mosca dall’Isis in un teatro e inutilmente segnalata nei giorni scorsi da americani e inglesi, quando veniva preparata dal fantomatico Stato islamico, ad un Putin troppo distratto dalle sue finte elezioni per l’avvio di un suo per niente finto quinto mandato presidenziale al Cremlino. Dove il l’autocrate si sentiva e  si sente ancora, assediato solo o prevalentemente dagli occidentali in genere o dagli ucraini in particolare, non ancora “denazificati”, secondo le sue promesse, o liberati dai costumi troppo licenziosi dell’Occidente, secondo il maledicente Patriarca di Mosca.

Fra le macerie di Gaza

         Chiedo ad Alessandro Sallusti e agli alri sorpresi dalla strage di Mosca, dalla sessantina di morti già accertati nel teatro devastato dal fuoco e dalle centinaia di feriti non tutti destinati purtroppo a salvarsi, dove e quando il terrorismo si era preso la sua pausa, le sue ferie. Chiedo se non è terrorismo anche quello che Hamas ha praticato il 7 ottobre scorso irrompendo in territorio israeliano e continua a praticare nei tunnel di Gaza continuando a sparare missili contro gli ebrei fra le macerie alle quali è stata ridotta quella striscia di terra. Dove la popolazione civile, le scuole, gli ospedali, le chiese, i campi profughi sono stati e sono tuttora usati come scudi da terroristi scambiati per partigiani della Palestina e presentati come vittime di un genocidio su tutte le piazze del mondo, in un rivoltante rovesciamento della realtà.  

Dal Fatto Quotidiano

         Proprio mentre a Mosca il terrorismo islamico si riprendeva la scena e le prime pagine dei giornali del mondo, Marco Travaglio scriveva il suo editoriale di giornata su Fatto Quotidiano, come il mattinale di una Questura internazionale, contro “i pazzi da spazzare”, testuale, che avrebbero appena concluso a Bruxelles il loro “Consiglio europeo di guerra”. Esso si sarebbe permesso di mettersi e di mettere sull’avviso per difendere ciò che resta del vecchio continente da ciò che ha in testa Putin.

Giorgia Meloni a Bruxelles

         Solidale con questa lettura alla rovescia , un po’ come nel mondo per altri versi visto e raccontato dal generale Roberto Vannacci di  non si sa ancora quale destinazione politica nelle elezioni europee del 9 giugno,  è stata l’Unità di Antonio Gramsci restituita dall’editore Alfredo Romeo al mio amico Piero Sansonetti, Che vi sta trascorrendo, dirigendola, la sua-beata lui- seconda giovinezza di lotta, illusioni, sogni e quant’altro, stavolta contro Giorgia Meloni reduce proprio da Bruxelles.

Dall’unità Screenshot

         “Consiglio Europeo?” si è chiesto il giornale di Piero in nero rigoroso. “No: Consiglio di guerra”, si è risposto in rosso altrettanto rigoroso per concludere, tornando al nero: “L’Europa non c’è più”. E invece, caro Piero, l’Europa c’è ancora. E speriamo che non faccia la fine che vorrebbero riservarle i cultori e complici  dei vari terrorismi attivi nel mondo, che vivono solo dell’uso che ne fanno gli avvoltoi di turno.

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Se questa è libertà di stampa, se ne può fare tranquillamente a meno

Dal bog di Beppe Grillo

         Per cortesia, qualcuno si decida ad entrare nel bagno del blog dove Beppe Grillo da un bel po’ di giorni è seduto sulla tazza reclamando qualche giornale col quale pulirsi il sedere e gli allunghi una copia del Fatto Quotidiano di oggi. Che si adatta particolarmente alla scena proposta dal blog del comico con quella vignetta di prima pagina di un Riccardo Mannelli aspirante a “interloquire” a suo modo con la premier per soddisfarne il presunto, preferito “linguaggio del corpo”. Che la Meloni avrebbe appena adottato nell’aula di Montecitorio non opponendo il suo deretano ai “ragazzi” delle opposizioni che la interrompevano nervosamente mentre lei cercava di parlare del Consiglio europeo verso cui era in partenza, ma semplicemente nascondendo la sua testa nella giacca. E finendo così persino sulle prime pagine anche della stampa internazionale più prestigiosa.  

Giorgia Meloni al Consiglio europeo

         Va bene che il vignettista di Marco Travaglio ha messo da tempo le mani davanti alle sue vignette dicendo che il disegno per lui è “un respiro animale”, come si legge navigando in internet. Va  bene  “la satira è senza limiti” e che l’autoproclamato artista  ha escluso d potersi o doveresi  scusare dei  suoi prodotti, per quanto osceni potranno rivelarsi, ma credo che tutto debba avere o trovare un limite. Che in questo caso, mentre la Meloni se ne sta a Bruxelles a rappresentare l’Italia nell’abbigliamento e nella posa di un’alunna adulta al banco di una scuola, penso sia stato proprio superato, anche volendo riformare in Disordine quello che per legge si chiama ora l’Ordine dei Giornalisti.

Sergio Mattarella

         Se questa è la libertà di stampa reclamata e praticata dal quotidiano -credo- più  letto sotto le cinque stelle di Giuseppe Conte e del suo garante e consulente della comunicazione Grillo, nonchè fondatore superstite del MoVimento che contende al Pd la guida del canpo, stretto o largo che sia, corto o lungo, giusto o non, del progressismo italiano scoperto e decantato a suo tempo al Nazareno e dintorni da Nicola Zingaretti, Goffredo Bettini ed altri presunti esperti della materia; se questa -dicevo scusandomi della premessa per niente contenuta- è libertà di stampa  credo che se ne possa fare a meno facilmente, senza mettersi a piangere o lamentarsi. Lo dico con la dovuta riverenza, personale e istituzionale, anche verso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che tanto si spende, ogni volta che l’agenda dei suoi appuntamenti fuori e dentro il Quirinale gliene dà l’occasione, per difendere la libertà di stampa così lungamente scolpita in un articolo della Costituzione che non sarà il primo ma è pur il ventunesimo di 139, al netto della famosa diciotto “disposizioni transitorie e finali”. Alle quali si sarebbe potuto aggiungerne una, di carattere veramente finale, contro la maleducazione di stampa.

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Una giornata davvero particolare alla Camera per Meloni e le opposizioni

Titolo del Fatto Quotidiano

         Per quanto declassato a “teatrino” dal Fatto Quotidiano, che se ne intende con i fotomontaggi nei quali spesso avvolge sarcasticamente sulle sue prime pagine le cronache politiche che non gradisce, lascerà il segno quel gesto di Giorgia Meloni ieri alla Camera di nascondere la testa nella sua giacca per non vedere e sentire  lo spettacolo delle opposizioni più nervose del solito in aula.

Berlusconi a la7 nel 2013

Esso lascerà il segno come quella spolverata sulla sedia di uno studio televisivo in cui Silvio Berlusconi nel 2013 riuscì a spiazzare e ridicolizzare la coppia Santoro-Travaglio scatenata contro di lui. Quel “teatrino”, per restare nel linguaggio del Fatto, costò parecchio elettoralmente alla sinistra e fu oggetto di una certa letteratura della comunicazione politica.

Il sindaco di Bari Antonio Decaro

         Il nervosismo dell’opposizione, sottolineato dalla stessa Meloni chiamandone romanescamente “ragazzi” gli attori, non nasceva solo dalle guerre di cui si occupano oggi i vertici dell’Unione Europea. Esso derivava anche dalla clamorosa procedura di scioglimento per infiltrazione mafiosa avviata dal Ministro dell’Interno a carico dell’amministrazione comunale di sinistra di Bari, fra le lacrime del sindaco piddino Antonio Decaro, che è anche presidente dell’associazione nazionale dei Comuni, e le proteste o le minacce di altri.

Titolo del Corriere della Sera

         Dopo “le scintille alla Camera” riferite nel titolo di apertura del Corriere della Sera la Meloni si è ricomposta, diciamo così, ed è salita al Colle con un pò di ministri e collaboratori per il pranzo di lavoro che precede i Consigli europei. Qui  è stata accolta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la solita cordialità che non sarà piaciuta – credo- neppure questa volta dalle opposizioni di vario grado e colore. Che spesso scambiano Mattarella, anche a costo di procurarsi proteste e richiami dell’interessato, come il capo loro, non dello Stato.

Meloni da Mattarella al Quirinale

         “Nel pranzo -ha riferito sul Corriere della Sera il quirinalista Marzio Breda- non si è entrati nel merito delle soluzioni politiche per trovare, e proporre agli alleati, una sintesi fra i 27 Paesi dell’Unione Europea” sulle guerre in corso, sempre più a rischio di ulteriori allargamenti. “Ma è significativa -ha scritto ancora Breda- la sintonia tra le due massime cariche del Paese. Sintonia che ha riguardato anche gli altri dossier in agenda al Consiglio europeo” come l’allargamento dell’Unione e la difesa comune, entranbi funzionali al contrasto dell’emergenza cresciuta, non certamente ridotta dal quinto mandato presidenziale di Putin appena avviato al Cremlino tra fanfare, esibizioni di forza e minacce ad un Occidente sempre più odiato. Gli anni berlusconiani di Pratica di Mare sono sempre più lontani.

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La Pasqua anticipata di Conte e la Pasquetta…di Salvini

Dal Dubbio

Come la telefonata del famoso spot pubblicitario, c’è il sondaggio elettorale che “allunga la vita” a chi fatica a portarla avanti. O addirittura procura la resurrezione, in questo caso con anticipo anche rispetto al calendario pasquale. Quello, per esempio, appena compiuto dalla Ipsos per Euronews deve aver fatto tirare un bel sospiro di sollievo a Giuseppe Conte, uscito con le ossa rotte dalle elezioni regionali d’Abruzzo, ridotto a un 7 per cento pari a un terzo dei voti del Pd, ma anche da quelle regionali in Sardegna. Dove aveva portato a casa, è vero, la prima presidenza regionale nella storia del MoVimento 5 stelle con l’elezione di Alessandra Todde, ma riportando la metà dei voti del Pd.

         Beppe Grillo sempre più da lontano, nei panni dell’”altro” pirandellianamente assunti nei suoi spettacoli teatrali, ha dovuto distrarsi leggendo e riproponendo un disincantato Ennio Flaiano sul suo blog per consolarsi e fare finta di niente. Eppure, oltre ad esserne ancora il garante nello statuto, egli è anche consulente a contratto per la comunicazione. Che evidentemente funziona male a livello locale, meglio però a livello nazionale: tanto da metterlo al riparo, evidentemente, da rischi di licenziamento o solo riduzione del compenso.

Dal Corriere della Sera

         Il sondaggio appena sfornato da Ipsos assegna al movimento presieduto da Conte un 17,4 per cento di intenzioni di voto che sarà pure poco più della metà dei voti veri presi nelle urne nel 2018, ma è pur sempre solo di un punto e mezzo sotto il 19 per cento del Pd guidato da Elly Schelin. I due partiti insomma si inseguono. E ciò se può ringalluzzire Conte nell’ambizione neppure nascosta di assumere la guida di quello che Pier Luigi Bersani chiama “il campo dell’alternativa”, per non stare pure a lui a mettersi misurarne e definirne la larghezza o la lunghezza, può quanto meno insospettire il Pd. Dove solo remore da campagna elettorale in corso per le regionali della Basilicata, le europee di giugno e altro ancora dopo, trattengono le polemiche e le paure interne.

Pier Luigi Zanda al Foglio

         L’ex capogruppo del Pd al Senato Pier Luigi Zanda, non certo ottimista come l’attuale Francesco Boccia, si è appena sfogato col Foglio lamentando un “rapporto subalterno, a vantaggio dell’ex premier”, la cui “tecnica” gli sembra “sempre la stessa: sfiancare il Pd”.  Una tecnica risalente alla comune partecipazione al governo Draghi, non a caso conclusasi con la sua esplosione, le elezioni pur brevemente anticipate dell’autunno del 2022 e la vittoria elettorale del centrodestra, anzi della destra-centro.

         Dopo le elezioni il Pd ha concesso a Conte la testa reclamata di Enrico Letta, ma i rapporti fra i due partiti non sono certamente tornati quelli dei tempi in cui al Nazareno c’era Nicola Zingaretti. Che peraltro peraltro si dimise tanto all’improvviso. e con così poche spiegazioni, da avere dato più l’impressione di essere fuggito dopo avere accreditato Conte come la punta più avanzata, cioè il capo del campo progressista: una convinzione condivisa allora al Nazareno anche da Goffredo Bettini.

         Oltre a Conte col suo 17,4 per cento di intenzioni di voto rispetto al 19 del Pd, esce risorto dal sondaggio Ipsos Matteo Salvini con quell’8,2 per cento che lo allinea perfettamente alla Forza Italia di Antonio Tajani, reduce da un sorpasso sulla Lega in Abruzzo forse  un po’ troppo festeggiato.

         E la Meloni con i suoi fratelli d’Italia? E’uscita dal sondaggio di Ipsos col 27 per cento delle intenzioni di voto: di un punto superiore al 26 per cento raccolto davvero nelle urne elettorali del 2022 e appena indicato dalla premier come il traguardo ideale per lei anche delle elezioni europee del 9 giugno prossimo.

Da La Notizia

         “Meloni abbassa le penne”, ha titolato in rosso sangue un giornale –La Notizia di Gaetano Pedullà- che riesce a superare Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio nel proposito di rappresentare al meglio umori e  interessi politici del movimento di Conte.  Sino a insorgere di recente, rispolverandone la peggiore letteratura o leggenda, contro un Romano Prodi permessosi in un incontro con Conte di rimproverargli apertamente linea e condotta, capaci solo di procurare altre sconfitte alla sinistra e altre vittorie alla destra. “Prodi ci risparmi le lezioni”, ha replicato il direttore della Notizia risparmiandogli a sua volta, nelle contestazioni del suo passato, solo la seduta spiritica durante il sequestro di  Aldo Moro per cercare di scoprirne la prigione dove  lo  tenevano chiuso le brigate rosse prima di uccidere anche lui, come la scorta sgominata nell’agguato di via Fani, a Roma, cinquantacinque giorni prima.

Pubblicato sul Dubbio

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Troppo piena l’agenda di Salvini per permettergli di affiancare la premier in Parlamento

         Per un po’ di tempo nella scorsa legislatura la politica e i giornali ebbero da fare, scrivere, lanciare messaggi e quant’altro sulla famosa “agenda Draghi” a Palazzo Chigi, da portarsi o no al Quirinale, dove il premier non aveva nascosto l’ambizione di trasferirsi, o da lasciare in eredità chissà a chi dopo le elezioni, anche se era scontata la successione di Giorgi Meloni. Che già dai banchi pur dell’opposizione aveva apprezzato quell’agenda nella parte non secondaria della politica estera, e più particolarmente della guerra in Ucraina. Quella di Gaza doveva ancora arrivare. Ma anche su questa la premier si trova in sintonia con quelle che si possono prevedere le opinioni di un atlantista come Draghi: comprensione quanto meno per gli israeliani, come diceva Aldo Moro, sempre da Palazzo Chigi, per gli americani impantanati nel più lontano Vietnam, pur tra i soliti auspici di tregue e di pace.

Matteo Salvini

         Ora più che l’agenda della Meloni, particolarmente impegnata sul fronte internazionale,  dove le riesce di muoversi più agevolmente che sul fronte interno, attira l’interesse dei giornali e delle opposizioni l’agenda del vice presidente leghista del Consiglio e ministro delle Infrastrutture -ex Lavori Pubblici, Trasporti e un po’ anche Marina Mercantile- Matteo Salvini. Che l’ha sempre fitta di appuntamenti: tali e tanti da offrirgli spesso l’occasione di disertare quelli ai quali  è atteso, a torto a ragione, in Parlamento accanto alla premier. Che invece può contare di più sull’altro vice presidente, il forzista Antonio Tajani.

Putin

         E così ieri, alla vigilia del Consiglio Europeo di domani, specie per avere precedentemente apprezzato la vittoria elettorale di Putin in Russia, dalla quale invece la premier ha preso le distanze, specie nelle zone dell’Ucraina annesse e sotto occupazione militare degli invasori, Salvini con l’ assenza al Senato ha creato un altro dei suoi casi politici. Da cui la premier e i sostenitori mediatici hanno cercato di uscire osservando che n Parlamento contano più i voti dei leghisti che la presenza di Salvini in aula sui banchi del governo.

Il fatto è però che qualche volta mancano anche i voti dei leghisti. O sono difformi da quelli degli altri gruppi della maggioranza, com’è recentemente accaduto, prima in commissione e poi in aula proprio al Senato, sul problema del terzo mandato dei cosiddetti governatori. Che sarebbe poi soltanto o prevalentemente il problema del terzo mandato di Luca Zaia in Veneto, mancando il quale Salvini potrebbe trovarsi fra i piedi lo stesso Zaia come concorrente alla guida di una Lega non più col vento elettorale sulle vele, precipitata in cinque anni dal 34 per cento delle europee del 2019 all’8 per cento appena attribuitogli dall’ultimo sondaggio Ipsos, pari a quella Forza Italia sorpassata invece nelle elezioni regionali d’Abruzzo.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Scottata dal Quirinale mancato, la moglie di Draghi non vede il marito neppure in Europa

Dal Foglio di ieri

Se andrà come l’altra volta nella corsa al Quirinale, cioè nel senso opposto a quello previsto, annunciato e quant’altro dalla moglie Serenella parlandone con amici e persino col barman sotto casa, a Roma, Mario Draghi ha qualche possibilità di arrivare ai vertici dell’Unione Europea dopo le elezioni del 9 giugno. E di uscire dalla noia che, a torto o a ragione, gli ha attribuito sul Foglio Carmelo Caruso dopo averlo inseguito e un po’ persino pedinato a Milano. Dove l’ex premier abita prevalentemente da qualche tempo e la moglie Maria Serena Cappello lo assiste, sorveglia, consiglia, conforta, incita, secondo le circostanze.

Dal Foglio, sempre di ieri

         “La politica -ha detto appunto la moglie al giornalista del Foglio –non ama mio marito. I politici lo temono. In Europa lui non ci andrà”, pur avendone presieduto la Banca Centrale e facendo adesso quasi da consulente alla Commissione guidata dalla tedesca Ursula von der Leyen, desiderosa peraltro di essere confermata. Ma la moglie, ripeto, è convinta che il marito “non ci andrà”. “Del resto- ha continuato alludendo alla sua mancata elezione al Quirinale due anni fa- si è già visto in un’occasione come è andata a finire …Non lo manderanno mai. Non lo vogliono. E’ un uomo che parla con competenza, non improvvisa. Si prepara”. Insomma, è troppo bravo per gli standard della politica, forse non solo italiana, anche se al presidente francese e suo amico, oltre che estimatore, Emmanuel Macron viene attribuita sempre più spesso la tentazione di candidarlo lui al posto della von der Leyen.

Draghi

         La signora Draghi ad un certo punto è sbottata anche contro noi giornalisti, ai quali poco è mancato che desse dei “pennivendoli”, come fece una volta Ugo La Malfa dalla tribuna di un congresso del suo partito repubblicano. “Ma perchè anche voi giornalisti lo detestate? Vi metteva paura?”, ha chiesto la signora  reclamando  di accettare il consorte com’è. “Lui ha -spiegato- è fatto così. Non gli piace che si scriva della sua vita. Se fosse per mio marito, si dovrebbe parlare e scrivere il meno possibile e con precisione”.

Draghi, sempre lui

         Meno male che la signora parlava con uno del Foglio, un giornale che non si può certamente considerare tra gli ostili o diffidenti verso l’ex premier.  Nella cui “agenda” – ricordate ?-  i foglianti si sono riconosciuti durante e anche dopo il governo Draghi. Figuriamoci se la signora si fosse trovato di fronte uno del Fatto Quotidiano, dove non hanno ancora perdonato, né perdoneranno mai, al marito di avere sostituito alla guida del governo l’unico emulo di Camillo Benso, conte di Cavour. Che sarebbe naturalmente Conte con la maiuscola, Giuseppe, o al plurale – Giuseppi- preferito da Donald Trump, molto più vicino al ritorno alla Casa Bianca  di quanto non potrà mai sentirsi davvero a Palazzo Chigi di nuovo l’ex premier grillino. Che  dissemina di notte quello che di giorno cerca di seminare  la segretaria del Pd Elly Schlein nel campo dell’alternativa alla Meloni.  

Ripreso da http://www.statmag.it

Quattordici anni per chiederne otto di carcere a Gianfranco Fini….

Dal Giornale

A 14 anni di distanza dai fatti – quattordici, in lettere, che sono lo scandalo maggiore di tutta la vicenda- Gianfranco Fini si è visto e sentito raggiungere in tribunale da una richiesta di otto anni di carcere per riciclaggio su quel maledetto affare partitico-familiare di una casa a Montecarlo. Che fu lasciata in eredità al Movimento Sociale da un’elettrice di destra inconsapevole dei guai cui avrebbe così destinato Fini. Se solo avesse potuto immaginarli, gli avrebbe risparmiato la sua galeotta generosità.  E impedito che quell’appartamento diventasse una trappola, talmente svenduta o lasciata svendere da Fini al cognato per 300 mila euro da essere poi rivenduta in poco tempo a più di un milione.

         La pubblica accusa ha chiesto otto anni per l’ex presidente della Camera, ma anche ex vice presidente del Consiglio ed ex ministro degli Esteri, nove per sua moglie -la seconda- Elisabetta Tulliani, dieci per il cognato e cinque per il suocero. La sentenza è attesa fra circa un mese.

Fini nel 2010 contro Berlusconi

         Poiché questa volta aveva di fronte un pubblico ministero e non la buonanima di Silvio Berlusconi, che nel 2010, sempre l’anno dell’affaraccio di Montecarlo, lo aveva contestato in un incontro di partito per i bastoni che gli metteva fra le ruote del governo e della maggioranza, Fini non ha potuto reagire chiedendo all’accusatore di turno: “Che fai? Mi cacci?”. In questo caso: che fai? Mi mandi in galera?

Berlusconi nel 2010 contro Fini

  Tanto meno Fini lo chiederà al giudice prima della sentenza. La sua vita è decisamente cambiata. Qualche giorno fa gli è capitato di tornare alla Camera, tra buvette e cosiddetto Transatlantico, e di scambiare battute con ex colleghi ma procurandosi nelle cronache solo qualche rigo. Gli rimangono il ricordo di quello che fu e l’immaginazione di ciò che sarebbe potuto diventare quando aveva non gli attuali 72 ma i 58 anni del 2010 se solo avesse avuto più prudenza o meno fretta di succedere a chi pure fra il 1993 e il 1994 aveva sdoganato politicamente lui e la sua parte politica.

Fini in carrozza a Londra con la prima moglie

         Galeotta fu per Fini, oltre alla generosità di quell’elettrice, la sua ambizione. Più galeotta anche di quella giovane avvenente che prese il posto, nel suo cuore e nel suo letto, della prima moglie, non abbastanza in tempo tuttavia per sostituirla sulla carrozza che a Londra portò l’allora ministro degli Esteri Fini a Backingham Palace da Elisabetta: la regina, naturalmente, non la Tulliani,

Fini con Elisabetta Tulliani

         Più di Fini ha avuto comunque fortuna la sua destra, arrivata con Giorgia Meloni alla guida del governo e di una coalizione nominalmente ancora di centrodestra, in realtà di destra-centro. E con prospettive di durata niente male, per quanti problemi voglia e possa creare alla premier ogni giorno un alleato come Matteo Salvini. Che non ha voluto risparmiarsi neppure la soddisfazione per la vittoria elettorale di Putin. E non perché questa possa aiutare l’Europa a svegliarsi nella difesa ma solo perché prolunga il potere e tutto il resto di chi troneggia al Cremlino.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

L’involontario soccorso di Putin a un’Europa divisa e incerta

Dal Dubbio

Ma chi l’ha detto che il quinto mandato presidenziale appena acquisito da Putin in Russia -altro che il terzo desiderato per Luca Zaia in Veneto, per il quale chissà cosa darebbe Matteo Salvini sopra e sotto banco in Italia- arriva come sciagura sul mondo, sull’Europa e naturalmente, o a cominciare dall’Ucraina? Che resiste con la sua bandiera bicolore e gli aiuti dell’Occidente all’aggressione di un Cremlino dove si nseguono i fantasmi degli zar, di Lenin, di Stalin ma anche di Navalny, a dispetto della sorte riservata o lasciata riservare al suo corpo nella lontana e ghiacciata Siberia proprio da Putin. Che ora dice di essere stato tentato di liberarlo in vita.

Sant’Agostino

         Putin, a dispetto dei medici che a distanza, vedendone mani, gambe, piedi, colore del viso e chissà cos’altro gli diagnosticano continuamente malattie tutte d’esito più o meno infausto, porterà probabilmente a termine nel 2030 il suo quinto -ripeto-mandato da zar travestito da presidente eletto. E, fra sei anni, ancora sotto gli ottanta, si ritaglierà anche un sesto, lungo giro di giostra fra le guglie del Cremlino. Ma potrà  finire, suo malgrado, per costituire il santagostiniano male capace di tradursi in un bene per i suoi avversari. Persino se abbinato alla sciagura da tanti temuta, al di là e al di qua dell’Atlantico, di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

         Costretta anche da una simile prospettiva, l’Europa potrà ritrovare l’istinto della sopravvivenza. Come accadde a suo tempo con la pandemia, che la fece tornare a quello spirito umanitario e sociale dei tempi dei fondatori della Conunità e poi dell’Unione, smarritisi poi lungo la strada. Specie dopo che la caduta del muro di Berlino, e del comunismo, diede a molti l’illusione che tutto ormai fosse destinato a scorrere nel vecchio continente come l’acqua in un fiume dagli argini ormai molto alti e sicuri.

         Con la pandemia potette accadere che un governo fra i più anomali, imprevisti e imprevedibili d’Italia, nato dall’incrocio fra il populismo di Beppe Grillo e quello di Matteo Salvini, tollerato da un Silvio Berlusconi traumatizzato dal sorpasso leghista appena subìto, strappasse fra Bruxelles e Berlino una tale carrettata di euro da non riuscirne neppure a contare o comunque pesare la quantità.

La povera Merkel ancora salda al suo posto di cancelliera non dico di ferro ma quasi, si lasciò pazientemente descrivere al bar da Giuseppe Conte, fra un cappuccino e un’aranciata che solo loro potevano mettere insieme,  gli arabeschi sviluppi della smaggioranza di governo in Italia. E persino convincersi ad aiutarla.

Putin fra i suoi missili

         Ora, con Putin confermato al suo posto con quasi il novanta per cento dei voti a presidiare, fra l’altro, il suo armamento atomico, sventolato con i missili e con le sue visite agli arsenali come se fossero bandiere, l’Europa dovrà per forza ritrovare se stessa. Che non è quella coltivata nei giardini della loro fantasia dai putiniani d’Italia, come li chiama a Kiev il presidente ucraino Zelensky. Un’Europa dove persino il presidente francese Emmanuel Macron, partito all’inizio della guerra in Ucraina con l’esigenza di comprenderne in qualche modo la ragione e di non reclamare l’umiliazione della Russia criticata su entrambe le sponde dell’Atlantico, ha prospettato la partecipazione fisica e diretta degli europei, in divisa e debitamente armati, contro gli occupanti dell’Ucraina. E ciò anche a costo di far venire le vertigini all’olimpico ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani e imbarazzati copi di tosse al ministro della Difesa Guido Crosetto, pur sollevato dai guai che è riuscito a procurare mediaticamente e giudiziariamente agli incursori nei suoi conti bancari.

Schlein e Conte

         Il Putin al suo quinto mandato complicherà ulteriormente la vita in Italia anche al campo, largo o stretto che sia, lungo o corto, arato e non, di Elly Schlein e di Giuseppe Conte. Che fra i sassi di Matera hanno finito anche per perdersi le scarpe e ritrovarsi i piedi sanguinanti. Sui quali vigila mestamente, con cerotti e simili, l’ex ministro pd della Sanità, chiamato Speranza solo di nome.

Pubblicato sul Dubbio

Qualche motivo per consolarsi addirittura della quinta rielezione di Putin

La mummia di Lenin, Vladimir come Putin

         Noi, cioè i partiti in Italia si dividono, si scannano, si sgambettano in Parlamento, fra commissioni e aule, per portare ad almeno tre i mandati dei presidenti delle regioni, chiamati impropriamente governatori, o per fare eleggere almeno una volta direttamente dai cittadini il presidente del Consiglio, come si è messa in testa quella testarda di Giorgia Meloni. E in Russia Putin, di nome Vladimir come Lenin, che riuscì a rivoltarla come un calzino rosso imponendo per un bel po’ di tempo dopo la morte anche  la sua mummia all’adorazione del popolo, in fila disciplinatamente ogni giorno davanti al mausoleo sotto il sole, la pioggia e la neve; Putin, dicevo, è riuscito a farsi assegnare dagli elettori un quinto mandato a governare, sino al 2030, fra sei anni.

 Allora, pur avendone  78, se non sarà stato ammazzato prima da qualcuno o non sarà morto nel suo letto di qualcuna delle tante malattie che gli vengono diagnosticate a distanza da medici improvvisati osservandone mani e smorfie, il nuovo Lenin troverà la forza, i numeri e quant’altro, se vorrà, per riproporsi e imporsi ancora.

Berlusconi e Putin d’archivio

         Per fortuna la buonanima di Silvio Berlusconi è spirata in tempo, l’anno scorso, per risparmiare a se stesso e agli amici increduli,  una volta nell’urna delle ceneri nel mausoleo di Arcore, l’ennesimo messaggio di congratulazioni all’amico che si era illuso a Pratica di Mare, da presidente del Consiglio italiano, di avere associato all’Occidente e persino alla sua organizzazione militare, la Nato.

Anche  nell’avventura della guerra all’Ucraina, dopo essere corso in Crimea a festeggiarne l’annessione da parte della Russia, Berlusconi trovò il tempo e il modo di esprimere ripetutamente la sua “comprensione” a Putin. Come Aldo Moro ai suoi tempi faceva nei riguardi degli americani impanatisi nel Vietnam. 

Donald Trump e Joe Biden

         Mentre gli americani si dividono fra un vecchio presidente uscente che stenta a camminare con la sua andatura a scatti e un ex presidente deciso a tornare alla Casa Bianca per far vedere al mondo di quante sorprese è capace di sommergerlo, gli europei sono una volta tanto chiamati -o richiamati, come  accadde per contrastare Hitler dopo avere cercato di ammansirlo- a serrare le fila per difendersi dal monarca russo travestito da presidente.

Il presidente ucraino Zelensky e la premier italiana Meloni

         Questo dell’Europa davanti alle sue responsabilità forse è l’unico aspetto positivo della quinta rielezione di Putin. Positivo anche per gli ucraini che possono resistergli solo grazie agli aiuti di un Occidente del quale sentono di far parte, anche a costo di pagare un prezzo così alto, in vite umane e distruzione del Paese, com’è quello della guerra in corso da due anni, o riesplosa più di due anni fa. Quando al Cremlino pensarono di andare a Kiev come in una passeggiata fuori porta,, di deporre il presidente Zelensky, ammazzarlo prima che potesse fuggire e sostituirlo col solito fantoccio che i russi nella storia di continuità sinistra dei due Vladimir hanno sempre saputo trovare nei loro dintorni.

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