La fantasia che riesce a stimolare la segretaria del Pd nei giornali

Elly Schlein

Anche se i giornali di Angelucci, parlamentare ora della Lega dopo esserlo stato di Forza Italia, non godono in questi giorni di benevola attenzione, diciamo così, per il tentativo dell’editore di acquistare pure l’Agenzia Italia , fondata e posseduta da 60 anni dall’Eni, merita una citazione il brillante titolo di oggi del quotidiano Il Tempo sulla situazione nel Pd. Dove si intrecciano la rivalità interne sulle candidature alle elezioni europee del 9 giugno e il crescente malumore per i rapporti d’inseguimento fra la segretaria Elly Schlein e il presidente del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Un inseguimento elettorale, con i due partiti distanziati di pochi punti nei sondaggi, e politico per chi a suo tempo dovrà o potrà guidare un’eventuale alleanza alternativa al centodestra a livello nazionale, e non solo ad alcuni livelli locali.

         “Pd a brandElly” è il titolo del giornale romano, di una certa brillantezza competitiva con quella più abituale di una testata politicamente e culturalmente opposta com’è quella del manifesto. A ciascuno il suo.

Una riabilitazione di Leone sul Corriere scritta da un Veltroni un pò reticente…..

Dal Corriere della Sera

In un pur vistoso proposito di riabilitazione storica della buonanima di Giovanni Leone, tornato sulla prima pagina del Corriere della Sera in fotografia fra due cavalli di bronzo, come le facce di quanti ne reclamarono e ottennero nel 1978 le dimissioni da capo dello Stato per chiedergli scusa piò o meno esplicitamente dopo vent’anni, Walter Veltroni alla fine ha ceduto alla sua passione politica. Ed ha ridotto il ruolo principale invece svolto dal suo partito, il Pci, in quella vicenda.

Il libro di Veltroni su Carretta

Essa non fu così drammatica come il linciaggio nel 1944 dell’ex direttore del carcere romano di Regina Coeli, Donato Carretta, dallo stesso Veltroni raccontato in un libro fresco ancora di stampa e fra i più venduti in questi giorni, ma fu ugualmente oscena, forse ancora di più per il tanto tempo trascorso nel 1978 dal clima caotico di 34 anni prima, a guerra ancora in corso e con l’Italia fisicamente, politicamente e militarmente spaccata in due.

         “Leone -racconta Veltroni- fu costretto alle dimissioni, primo caso della storia repubblicana, in seguito a ripetute campagne di stampa contro di lui”. Che in effetti ci furono, per carità, tutte tendenti a coinvolgerlo in alcuni scandali, Ma non furono quelle a far dimettere Leone. Fu un diktat del Pci, subìto dalla Dc in una maggioranza di governo condizionata dall’appoggio esterno dei comunisti, per avere egli osato mettersi di traverso durante il sequestro di Aldo Moro sulla strada della linea della cosiddetta fermezza.

Veltroni sul Corriere della Sera

         Veltroni la mette invece così in un passaggio dell’articolo, scritto dopo avere consultato anche le carte di Leone depositate in Parlamento: “I giornali ogni giorno picchiano sul Quirinale, il sistema politico è già scosso dalle conseguenze del devastante assassinio di Moro. I referendum sulla legge Reale e sul finanziamento pubblico dei partiti hanno disvelato un profondo malcontento, la Dc è nella bufera, il Pci in verità non regge più una solidarietà nazionale che è divenuta un simulacro e usa il caso Leone per dare un segnale”. Un segnale.

Veltroni ancora sul Corriere della Ser

         “Paolo Bufalini -racconta ancora Veltroni, che a 23 anni già frequentava come un mezzo dirigente la sede del Pci alle Botteghe Oscure- si fa ricevere dal capo della segreteria Valentino per comunicare la decisione presa. E’ il primo atto dello sganciamento del Pci, dopo la morte d Moro, da una un equilibrio di solidarietà nazionale che nessuno sembra più volere”. La decisione, naturalmente, è quella di farlo dimettere, di deporlo sei mesi prima della scadenza del mandato.

Veltroni sul Corriere della Sera

         Lo stesso Bufalini -racconta più avanti Veltroni – “ammetterà: A me non risultò mai nulla contro di lui. Infatti il Pci non si associò alla campagna di stampa che lo aveva preso di mira”. Esso fece di più: impose alla Dc e ai suoi uomini, a cominciare dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal segretario del partito Benigno Zaccagnini, le dimissioni di Leone, in uno scenario più da Cremlino, di allora e di oggi, che da Quirinale. Una vergogna rimasta semplicemente impunita.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il centrodestra di Giorgia Meloni a distanze interne variabili

Massimiliano Romeo al Corriere della Sera di eri

         Tutti stiamo lì a misurare di giorno in giorno, di ora in ora le distanze, all’interno del centrodestra, fra Giorgia Meloni e il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini. Del quale il collega e amico di partito Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, ha appena spiegato in una intervista al Corriere della Sera il proposito di “recuperare un po’ dell’identità che abbiamo perso negli ultimi anni col governo di unità nazionale, in cui abbiamo pagato a caro prezzo il nostro spirito di sacrificio per il bene comune”.

La successione da Draghi a Meloni

Si tratta, anzi si trattava naturalmente del governo di Mario Draghi, al quale si era opposta solo la destra della Meloni appoggiandone però alla fine, ed ereditandone quasi paradossalmente, la politica estera. Cioè, la parte più importante e visibile, cresciuta col prolungamento della guerra in Ucraina e con la sopraggiunta guerra di Gaza. E ciò senza che, vinte le elezioni anticipate nel 2022, la Meloni abbia poi perduto consensi, diversamente dalle emorragie continue subite da un Salvini entrato per questo in fibrillazione acuta, a dir poco.

L’ultimo manoscritto di Silvio Berlusconi

Tutti, dicevo, stiamo lì a misurare le distanze all’interno del centrodestra fra Meloni e Salvini, o viceversa, in qualche modo speculari a quelle fra la segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte nel campo di controversa ampiezza o lunghezza. Eppure sarebbe il caso che cominciassimo a misurare le distanze, forse meno visibili ma non meno significative, in corso quanto meno di maturazione fra la Meloni e i forzisti del solo apparentemente tranquillo, o meno agitato, Antonio Tajani, l’altro vice presidente del Consiglio. Al quale la figlia del compianto Silvio Berlusconi, Marina, ha involontariamente -spero- creato qualche grattacapo politico diffondendo con un libro di Paolo Del Debbio quattro paginette inedite del padre, scritte a mano quasi in punta di morte per ribadire, rafforzare, aggiornare e quant’altro la natura del partito di cui nessun altro dopo di lui sarà il presidente: Forza Italia, naturalmente.

Dall’Unità di Piero Sansonetti

Esce da quelle paginette, la cui stesura è stata raccontata da Marina quasi con le lacrime agli occhi, un partito certamente garantista come la sinistra probabilmente non tornerà mai ad essere, se lo è mai stata, ma competitiva con essa sui terreni della pace, del superamento dei confini, degli aiuti ai bisognosi ed altro ancora. La rinata Unità diretta da Piero Sansonetti ha presentato “il testamento di Berlusconi” come “un manifesto anti-sovranista”, anzi come”L’Anti Giorgia”, in nero, e “Il J’accuse del Cav”, in rosso.

Dal Foglio

Ma è l’Unità, direte. Certo, è il giornale  che fu del Pci, ma nello stesso giorno sul Foglio il vice presidente forzista della Camera Giorgio Mulè si è richiamato pure lui a Berlusconi per bacchettare gli amici di partito per niente garantisti scatenatisi come dei meloniani qualsiasi di origini giustizialiste contro la Bari da mafia, diciamo così, del governatore pugliese Michele Emiliano e del sindaco Antonio Decaro.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Ripreso da http://www.startmag,it il 30 marzo

Quel fiume carsico democristiano che scorre sotto il campo del Pd anche della Schlein

Dal Dubbio

I numeri elettorali democristiani li ha da qualche anno la leader della destra che la Dc praticamente neppure l’ha conosciuta, o comunque frequentata, avendo Giorgia Meloni cominciato a fare politica quando lo scudo crociato era già stato dismesso dall’ultimo segretario Mino Martinazzoli. Ma i volti della Dc, quelli no, sono rimasti altrove. Prevalentemente nel Pd, fra inquilini e ospiti del Nazareno, i più illustri e blasonati dei quali sono, in ordine rigorosamente alfabetico, Pier Ferdinando Casini e Dario Franceschini.

Renzo Lusetti

         Mi ha fatto una certa impressione vedere in una foto quel faccione sempre da ragazzo di Renzo Lusetti, pur con i capelli brizzolati, fra gli stessi Casini e Franceschini sulla costiera amalfitana per ricordare festosamente il congresso sostanzialmente ricostitutivo, 40 anni fa, del movimento giovanile della Dc. Che un insofferente Amintore Fanfani aveva commissariato perché guidato e composto non da ragazzi, come lui reclamava anche a norma di statuto, ma da “giovani anzianotti”, come li chiamava canzonandoli. E come continuarono o ripresero  a comporlo e guidarlo sotto la regia e la protezione del segretario nazionale del partito Ciriaco De Mita.

         Proprio Lusetti in quel congresso a Maiori del 1984 fu eletto a capo del movimento non a 18 anni, quando già dal 1975 si era considerati maggiorenni, ma a 25. E altrettanti ne aveva Franceschini. Tre in più ne aveva invece Casini. Dodici in più addirittura Clemente Mastella, che non più da giovane ma da adulto e già navigato uomo di fiducia di De Mita tirò praticamente le fila di quel congresso facendolo vincere a Lusetti piuttosto che a Mauro Fabris, un doroteo arrivato in costa amalfitana con più voti dell’altro e convinto di doversela vedere solo col concorrente Luca Danese, 26 anni. Cui non fu di alcun aiuto la parentela con Giulio Andreotti: nipote da parte della moglie.

Renzo Lusetti al Mattino del 23 marzo

         Lusetti oggi non ritiene realistico il ritorno alla Dc sostenuto invece dall’ex governatore siciliano Totò Cuffaro. Ma sente anche lui la mancanza di un “partito cattolico”, specie con la fisionomia che sta dando al Pd la segretaria Elly Schlein, pur arrivata al vertice del Nazareno con l’aiuto di Franceschini. “Il Pd oggi -ha detto Lusetti al Mattino dopo l’amarcord di Maiori- è squilibrato a sinistra, propone temi e argomenti che nella loro radicalità non appaiono riconducibili a un centrosinistra riformista. Dall’altra parte, il centrodestra -ha aggiunto- è quello che è e si sente la mancanza dellpolitica di centro”.

Pino Pisicchio

         Non so se Pino Pisicchio, 69 anni, un democristiano di scuola morotea sopravvissuto psicologicamente ad un passaggio per l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, abbia partecipato al raduno di Maiori. E non so neppure se avesse partecipato, quasi trentenne, a quel congresso rifondativo del movimento giovanile democristiano. Ma è significativo che proprio in coincidenza coll’amarcord di Lusetti, Franceschini, Casini e altri, fra i quali l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, il mio amico Pino abbia sentito il bisogno di scrivere sulla Gazzetta del Mezzogiorno con una certa delusione o preoccupazione del Pd se non del Papa, almeno della “profeta straniera” che sarebbe Elly Schlein.

Pino Pisicchio sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 24 marzo

         Questo Pd secondo Pisicchio- e chissà se, sotto sotto, anche secondo Franceschini dopo le aperture e la fiducia iniziali- che persegue la strada di un’alleanza organica col Movimento 5 Stelle di Conte, rischia di non riuscire a proporsi come alternativa plausibile al centro-destra per tre ragioni fondamentali”. La prima è la consegna ormai avvenuta del “perno”  dell’operazione al “partener più instabile di tutti” che è Conte, “un avvocato che fu tolto ai tribunali e fatto premier da un giorno all’altro e che ha visto come un insopportabile insulto la sua defenestrazione” da Palazzo Chigi.  La seconda ragione è l’insufficienza elettorale e parlamentare di un’alleanza fra pd e grillini.  “La terza -e collaterale, direi, nell’analisi di Pisicchio- è che manca ciò che ha consentito al Pd di andare al governo in altri momenti: le cinquanta sfumature di centro”. Manca insomma “quella terra di mezzo che fa vincere”.  Ed ha fatto vincere anche il centrodestra, “ancorchè ad egemonia meloniana”.

La presenza di Franceschini a Maiori significa -ripeto- che tutto questo frulli ormai anche nella sua testa? Ecco la domanda che potrebbe essersi posta con qualche ansia, leggendo le cronache dalla costiera amalfitana, anche la segretaria del Pd.

Pubblicato sul Dubbi

Ripreso da http://www.startmag.it il 31 marzo

Emiliano e Decaro oggi a Bari come nel secolo scorso nel mondo Stanlio e Ollio

Dalla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno

La satira tanto abusata dal Fatto Quotidiano si ì affacciata con gusto sulla vicenda di Bari grazie al vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno Nico Pillinini. Che dalla coppia costituita dal governatore della Puglia Michele Emiliano e dal sindaco della città capitale della regione Antonio Decaro risale a quella celebre del secolo scorso dei comici Stanlio e Ollio.

Michele Emiliano e Antonio Decaro

         Emiliano, come si sa, prima ha  vantato e poi ha cercato di ridimesionare il ruolo avuto una ventina d’anni fa come sindaco per aiutare, proteggere e quat’altro l’allora suo assessore al traffico, Decaro appunto, nei rapporti con i malavitosi custodi, diciamo così, della città vecchia di Bari sottoposta a nuova disciplina.  L’attuale sindaco, imbarazzato, ha smentito di avere mai avuto contatti di sorta con quella gente. Ma poi gli archivi -maledetti archivi- hanno sfornato una sua foto con una sorella e una nipote del boss mafioso ed ergastolano Antonio Capriati.

Matteo Piantedosi

         Anche in questo contesto, purtroppo non solo comico, la premier Giorgia Meloni ha ritenuto giustamente opportuno difendere il suo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, rappresentato dalle opposizioni come una specie di Putin italiano per quella procedura avviata di un eventuale scioglimento dell’amministrazione comunale uscente per infiltrazioni mafiose. Che peraltro hanno già provocato l’amministrazione giudiziaria di un’azienda comunale.

La parabola della satira oscena del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio

Dal Fatto Quotidiano del 22 marzo

         Dal culo di Riccardo Mannelli- scusate la franchezza volgare-  opposto qualche giorno a Giorgia Meloni in un desiderio dichiarato di “interlocuzione” con una premier che ha soprattutto il torto di occupare a Palazzo Chigi il posto che fu di Giuseppe Conte, prima dell’intermezzo di Mario Draghi anch’esso naturalmente sgradito; dal culo, dicevo, di Riccardo Mannelli Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio è passato oggi, con oscenità solo apparentemente minore, al missile israeliano firmato da Mario Natangelo sulla “edizione 2024” dell’ultima cena di Gesù Cristo.

         Gli ebrei insomma restano sempre quelli di più di duemila anni fa, implacabili contro Gesù nel frattempo rifugiatosi a Gaza e mescolatosi alla popolazione che fa, volentieri o no, da scudo al terrorismo che ha i suoi depositi e le sue artiglierie nei sotterranei.

Parigi 2015, dopo l’assalto a Charlie Hebdo

         E’ libertà di satira stampata, verso la quale naturalmente non si auspica, neppure nella versione italiana, il trattamento riservato dagli islamici nel 2015 alla versione francese di Charlie Hebdo, con 12 morti fra i quali il direttore del giornale parigino. Ma è una libertà -ripeto come qualche giorno fa scrivendo del culo di Mannelli- della quale si potrebbe fare a meno. Lo dimostra d’altronde la fuga dei lettori dalle edicole o, se preferite, la fuga delle edicole dal vuoto con chiusure imposte dalla irreversibile crisi, ormai, dei giornali. Compreso quello di Travaglio, che pure pensa di essere il meglio fico del bigonzo.   

Giorgia Meloni da una Quaresima all’altra verso il voto del 9 giugno

Dal Corriere della Sera di ieri

Scriveva ieri in un “retroscena” Monica Guerzoni sul Corriere della Sera, prima di raccoglierne oggi un monito all’insofferente alleato leghista, che Giorgia Meloni ha “messo nel conto” ben “settantacinque giorni di passione”. Durante i quali Matteo Salvini “, pur vice presidente del Consiglio, “assesterà calci alla sua scrivania di Palazzo Chigi”, sperando di raccogliere così nelle urne del 9 giugno per il Parlamento europeo chissà quali e quanti voti di destra a scapito dei soci di  governo.

         La premier insomma sta uscendo religiosamente dalla Quaresima pasquale per imboccarne un’altra più lunga -quasi ottanta giorni- di natura politica. Da Lotta continua degli anni Settanta, quelli di piombo, alla Quaresima continua di questo 2024. Altrove si spara davvero, da noi, in Italia, o almeno a Roma, un vice presidente del Consiglio assalta la scrivania, spero non incustodita, della premier. E meno metaforicamente cerca di boicottare il percorso della premier verso la conferma della tedesca Ursula von der Leyen, con la quale fa ormai coppia nelle missioni internazionali, alla presidenza della Commissione dell’Unione Europea, senza necessariamente rovesciarne la maggioranza con i socialisti. Ma allargandola ai conservatori, naturalmente “non a gratis”, come dicono a Roma, a cominciare dalla Garbatella della Meloni.

Matteo Salvini

         La Guerzoni chiama quello di Salvini ormai “il fattore S”, come la buonanima di Alberto Ronchey chiamava “il fattore K” quello del partito comunista, che cercò di liberarsene con i famosi “strappi” da Mosca tentati o consumati da Enrico Berlinguer riuscendo a portare il Pci nella maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale. Ma uscendone spontaneamente, senza che nessuno lo cacciasse, quando lo strappo richiestogli dall’evoluzione della situazione internazionale divenne anche per lui insostenibile: il riarmo missilistico della Nato per recuperare il vantaggio acquisito dal campo sovietico con l’installazione dei missili SS 20 puntati contro le capitali europee.

Il libro di Luca Zaia

         “Per quanto le fonti ufficiali -ha scritto la Guerzoni citando, fra gli altri, il capogruppo della Meloni alla Camera, Tommaso Foti- si affannino a spiegare che il sistema proporzionale impone a ciascuno di differenziarsi” nelle elezioni europee “e che il centrodestra non è mai stato così unito, per Palazzo Chigi il fattore Salvini è ormai una questione impossibile da sottovalutare”. Neppure -temo per Salvini- nella stessa Lega, dove tutto potrà accadere dopo il 9 giugno. Anche che prevalga la filosofia del governatore veneto Luca Zaia espressa nel felice titolo di un suo libro: “Fà presto, vai piano”.

Quel silenzio angosciato del Papa, altro che affaticato, nella domenica delle Palme

Dalla prima pagina di Repubblica

In quel silenzio non affaticato, come l’ha voluto definire riduttivamente  Repubblica, ma sgomento nel quale si è chiuso al momento dell’omelia durante la messa delle Palme a San Pietro Papa Francesco vestito di rosso, il colore del sangue versato da Gesù sulla croce e di quello che scorre in tante parti del mondo; in quel silenzio sgomento, dicevo, possiamo ben riconoscerci tutti. Anche chi non ha condiviso di recente certe sortite del Pontefice. Ho a  dovuto intervenire per correggerle, come il Segretario di Stato Pietro Parolin dopo le interpretazioni alle quali si era prestata quella bandiera bianca proposta, raccomandata, consigliata da Francesco alla pur tanto “martoriata” Ucraina, come lo stesso la definisce abitualmente, per qualcosa che non si è ben capito se funzionale più alla resa che si aspetta Putin o ad una trattativa cui lo stesso Putin continua a preferire altre bombe su Kiev, e missili che sorvolano imprudentemente la Polonia partecipe dell’Alleanza Atlantica.

La strage di Mosca nella rivendicazione del terrorismo islamista

         Tutto per Putin è un buon pretesto per continuare e intensificare la sua guerra: persino la strage a Mosca, con centinaia e centinaia fra morti e feriti, appena conpiuta, firmata, documentata dal terrorismo islamista, prevista e inutilmente segnalata dai paesi occidentali quasi fra la derisione del Cremlino in festa per il quinto mandato presidenziale dell’autocrate. Una strage che secondo Putin, e le sue convenienze propagandistiche, porterebbe il segno degli ucraini. Che meriterebbero quindi ancor più di prima la “denazificazione” annunciata all’inizio della cosiddetta “operazione speciale”, più di due anni fa, e la disintossicazione dai costumi occidentali biasimati dal Patriarca di Mosca di fronte a un Putin consenziente facendosi il segno della croce.

Dalla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno

         Di fronte a tanto scempio di ragione, umanità e altro, e senza volere scendere ancora più giù, sino al Medio Oriente e dintorni, non si sa se piangere  o ridere di più nella nostra Italia per il “Pasticcio Emiliano”, come riduttivamente e generosamente lo chiama la Gazzetta del Mezzogiorno riferendo della partecipazione del governatore pugliese, Michele Emiliano appunto, alle proteste politiche, mediatiche e di piazza contro il Putin italiano che sarebbe il prefetto e ministro dell’Interno Matteo  Piantedosi. Il quale si è  proposto di accertare secondo le procedure di legge se e di quanto possa essere considerata infiltratata e condizionata dalla mafia locale l’amministrazione comunale di Bari guidata dal collega di partito e amico personale di Emiliano, nonchè sindaco Antonio Decaro.

Il sidaco di Bari Decaro con la sorella, a sinistra, dell’ergastolano Caprioti

         Nella foga populista della difesa dell’amico sindaco il governatore si è vantato di averlo mezzo raccomandato, quando Decaro era il suo assessore ai trasporti al Comune, alla sorella del capo della malavita locale. Decaro, a dir poco imbarazzato, ha smentito al pari della congiunta del malavitoso che sta scontando l’ergastolo in carcere. Ma una foto pubblicata dalla Verità smentisce entrambi.  E inguaia Bari più di Piantedosi.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Le ossessioni ucraine di Putin dopo la strage islamista di Mosca

Un terrorista già catturato

Per quanto avvertito dai tanto odiati occidentali con una tempestività vanificata dai suoi servizi ancora nominalmente di sicurezza, e ne abbia catturato gli autori materiali, Putin cerca altrove i responsabili della strage che ha fatto sinistramente augurare a Mosca il suo quinto mandato presidenziale. Responsabili delle 133 vittime già accertate e di quelle in attesa con i dati degli ospedali  che non possono, non debbono essere i carnefici del pur dichiarato terrorismo islamista, con tanto di proclami e di foto dei miliziani mandati in missione nel teatro della mattanza.

Putin

No. L’ossessionato Putin e le marionette che gli stanno intorno hanno  bisogno di coinvolgere in qualche modo nella tragedia russa, e anche  personale dell’autocrate  se avesse davvero cognizione dei propri compiti al Cremlino, gli ucraini sfuggiti sinora alla sua guerra di “denazificazione”. O di purificazione dalle abitudini o aspirazioni occidentali di vita, come ha detto il Patriarca di Mosca benedicendo l’invasione e tutto il resto che ne è seguito e ne segue ancora.

Ripreso da http://www.startmag.it

La Schlein fa rimpiangere a Franceschini i tempi della Dc

Dal Mattino di ieri

E’ meno di un indizio, per carità. Ma quella cronaca, sul Mattino, di un bel po’  dei “ragazzi di De Mita”, come li ha chiamati il giornale napoletano in omaggio al compianto leader della sinistra scudocrociata, riunitisi a Maiori per ricordare orgogliosamente i 40 anni trascorsi dal congresso del movimento giovanile democristiano conclusosi con l’elezione di Renzo Lusetti a segretario -su Luca Danese, nipote di Giulio Andreotti, e un veneto senza molti santi in Paradiso-  mi ha fatto venire il sospetto che anche l’ex ministro della Cultura Dario Franceschini, “artefice” dell’incontro, sia un po’ troppo o tanto deluso dalla politica di questi giorni da rimpiangere il passato. E temo che a creargli tanta delusione contribuisca la segretaria Elly Schlein, che anche lui ha voluto l’anno scorso al Nazareno aspettandosi molto più o di meglio di quanto non stia venendo fuori. Che è un Pd ancora più votato del Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, sia pure di poco, ma a suo sostanziale rimorchio.

         E’ l’immagine o la sensazione che si è fatta del Pd, confessandola un po’ al Foglio qualche giorno fa, anche l’ex capogruppo al Senato Luigi Zanda, e da cui mi sembra tentato pure Romano Prodi. Che ha recentemente avvertito Conte in persona, in un incontro pubblico, che continuando a tenere col Pd i rapporti attuali, a corrente alternata e ambiguità continua, si sprecheranno le sconfitte del campo a denominazione variabile -lungo, corto, stretto, largo, giusto, eccetera- che quel buontempone di Pier Luigi Bersani, fra mucche che girano per i corridoi del Nazareno e tacchini che saltano sui tetti, vorrebbe intitolare addirittura all”alternativa” a Meloni.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno

         Preoccupazioni per lo stato di salute politica del Pd nelle mani di “una profeta straniera” -l’ha chiamata oggi  Pino Pisicchio  sulla Gazzetta del Mezzogiorno- deve averne anche l’ex presidente della Camera  Casini, che però da ospite come ha accettato di essere, eletto da indipendente nelle liste del Nazareno nella sua Bologna, dove probabilmente verrebbe confermato al Parlamento con qualunque partito gli offrisse un giro in carrozza, cerca educatamente di stare zitto. Ma gestisce con antica astuzia e bonomia democristiana la sua agenda, fra convegni, matrimoni, funerali e quant’altro.

C’era anche lui naturalmente a Maiori: in albergo, al ristorante e in chiesa, dove si è sostituito al sacrestano ed ha raccolto le offerte alla parrocchia. Ah, grande, intramontabile Piefurby, variante ormai storica del Pierferdy derivato americanamente dal Pier Ferdinando dell’anagrafe.

Casini a Maiori

         Se fossi nella Schein, di qualsiasi colore vestita, sarei meno disinvolta e sicura nelle sue epifanie e comincerei a guardarmi intorno con maggiore prudenza in un partito forse troppo affollato di volpi per poterla ancora proteggere a lungo, se qualcuno avesse peraltro davvero la voglia di farlo anche dopo le elezioni europee del 9 giugno, quando sarà il momento di riflettere, quanto meno, sui loro risultati.

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