La calda settimana di Passione, fuori stagione, di Silvio Berlusconi

Massimo Franco sul Corriere della Sera
La presidenza del vertice del centrodestra alla Camera

Chi conosce davvero Silvio Berlusconi, magari anche per avere lavorato con lui, sa bene quanto debba essergli costato non solo e non tanto accettare la regola, reclamata da Giorgia Meloni, del diritto del partito più votato nel centrodestra di indicare al capo dello Stato, in caso di vittoria, il nuovo presidente del Consiglio, quanto dovere avere rinunciato all’abitudine di giocare in casa, diciamo così. Cioè di trattare gli alleati come ospiti, riunendoli in qualcuna delle sue ville, fra Arcore e Roma, tutti seduti attorno a lui e alla quasi consorte. Stavolta gli è toccato andare in una sede “istituzionale”, anch’essa imposta dalla Meloni, cioè in una saletta di gruppo alla Camera. Dove, prima di acconciarsi col sorriso di circostanza a un comune tavolo di presidenza, il Cavaliere è arrivato per niente allegro dopo un viaggio in auto dalla sua abitazione sull’Appia Antica. Le foto stanno lì a dimostrarlo, con una didascalia che potrebbe essere presa dalla nota politica di Massimo Franco sul Corriere della Sera, in cui il soggetto è la leader della destra italiana incoronata per ora solo dai sondaggi: “Nella “sede istituzionale” dell’incontro, alla Camera invece che nella villa di Silvio Berlusconi, ha prevalso dunque la sua linea. Per Salvini e il Cavaliere è uno schiaffo che fingono di trasformare in concordia”.

I festeggiati
Gorgia Meloni alle festa di Gianfranco Rotondi, o viceversa

L’unico onore, riguardo e quant’altro negato da Berlusconi alla sua ex ministra è stato, il il giorno prima, quello di accorrere con la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati Alberti, la vice Paola Taverna -sì, la grillina che in romanesco stretto “sfonna” tutti quelli che gli sono antipatici- e un’infinità di ospiti abbienti di danaro e incarichi a una festa in onore di Giorgia Meloni organizzata in un casale di Monte Mario, vicino allo Stadio Olimpico, dal deputato forzista Gianfranco Rotondi. Che ha democristianamente finto di celebrare soltanto il proprio, sessantaduesimo compleanno.

Titolo del Foglio

Una scrupolosa, e un pò irriverente, cronaca di Salvatore Merlo sul Foglio dà bene l’idea di quanto sappia essere generoso il cosiddetto “generone romano” quando si ritrova con chi è in odore di successo politico: tutti pronti ad omaggiare, a fare complimenti, a dare informazioni e suggerimenti e -i più sfacciati- a proporsi. Figuriamoci se Berlusconi poteva accettare anche il supplizio di aggiungersi a questo spettacolo. Ha solo telefonato al momento più o meno giusto a Rotondi sentendosi amichevolmente rimproverare per l’assenza, cioè per il rifiuto dell’invito, e giustificandosi per il gran lavoro che lo impegnava  a casa in preparazione del vertice del centrodestra del giorno successivo. E alla maliziosa osservazione di Rotondi che si avrebbe potuto preparare ancor meglio partecipando alla sua festa, il Cavaliere ha ricordato che avrebbe in quel modo fatto un torto a Matteo Salvini. Il quale -chissà- forse era accanto a lui, a predisporsi alla resa a Meloni nella “sede istituzionale” della Camera. 

Titolo di Repubblica sul vertice del centrodestra

Berlusconi, si sa, usa dire di se stesso con compiacimento di sapere essere concavo o convesso, secondo le circostanze. Ma forse questa volta gli tocca imparare ad essere anche piatto, o più furbescamente sperare in qualche incidente di percorso della sua ex ministra: magari, un’esitazione del presidente della Repubblica a nominarla davvero alla guida del nuovo governo in caso di vittoria elettorale del centrodestra. E’ anche  o soprattutto su Mattarella -penso- che cerca di premere la Repubblica, quella di carta, con la campagna antimeloniana avviata in questi giorni, in sintonia col suo ex editore Carlo De Benedetti, sceso in campo ieri sul Corriere della Sera, non bastandogli Domani, il suo nuovo giornale. Il titolo di oggi di Repubblica, su una foto della Meloni comiziante, è “la falange”, anticamera    -o qualcosa del genere-  del fascio. 

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L’esordio del Conte rosso, col suo “campo giusto” o “terzo incomodo”

Avvistato dalle parti del Gargano da solo, senza la compagnia né della fidanzata né del portavoce, consigliere e aspirante senatore Rocco Casalino, in un Parlamento dove però i pentastellati rischiano di non tornare neppure, tanto sono messi male, Giuseppe Conte ha trovato il tempo, la voglia e persino il coraggio di esporre la sua ultima, o penultima ambizione, direbbe forse il suo strano, anzi stranissimo amico Beppe Grillo. Che da quando gli ha concesso la presidenza del MoVimento 5 Stelle, dopo una sfuriata sbollita davanti a un branzino, gli alterna abbracci e sgambetti, aperture e chiusure, come quella appena  opposta alle deroghe al divieto di un terzo mandato parlamentare. Di cui invece l’ex presidente del Consiglio -sempre che, ripeto, riesca ad approdare personalmente alle Camere e a portarsi appresso qualcuno- avrebbe bisogno per soddisfare almeno a livello di candidature i tanti impegni presi con i suoi sostenitori in quella tonnara che è diventato il movimento. 

Giuseppe Conte al Corriere
Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Intervistato dal Corriere della Sera, che lo ha riportato in prima pagina, Conte ha contrapposto um suo “campo giusto” al campo largo o aperto che gli ha improvvisamente chiuso il segretario del Pd Enrico Letta, impegnato adesso a cercare alleati nell’area di centro, e naturalmente al centrodestra di Berlusconi, Meloni e Salvini, in ordine per ora solo alfabetico. Un “campo giusto”  che vorrebbe essere “il terzo incomodo” di questa corsa alle nuove Camere: un campo più rosso di quello che si è proposto il Pd inseguendo Carlo Calenda e i transfughi di Forza Italia, e forte programmaticamente di quei nove punti di “discontinuità” e “cambio di passo” inutilmente proposti prima della crisi al presiedente del Consiglio Mario Draghi. Che fu tanto poco riguardoso politicamente e personalmente da non citarne neppure nel discorso della verifica parlamentare pronunciato la settimana scorsa al Senato il documento presentatogli da Conte in persona.

Ancora Conte al Corriere
Ancora Conte al Corriere della Sera

Incalzato dall’intervistatore generosamente sulla strada francese di Mélenchon, che da sinistra ha creato a Macron problemi forse maggiori della destra lepenista, l’ex avvocato del popolo ha cercato di sottrarsi dicendo genericamente che la sua “agenda” -perché c’è anche la sua, oltre a quella di Draghi vantata in qualche modo dal Pd- “punta a ridurre le disuguaglianze sociali”. Se non è Mélenchon,  insomma, poco gli manca pur in un’area ristrettissima, costituita dai cespugli, o poco più, di sinistra refrattari al Pd, e da un Alessandro Di Battista auspicabilmente recuperato dai suoi viaggi in America Latina e in Russia al MoVimento abbandonato per protesta contro la partecipazione dei grillini al governo Draghi un anno e mezzo fa. “Non ci sentiamo da tempo, ma lo faremo presto”, ha detto Conte di Di Battista, appunto, lusingandolo con la promessa che “la collocazione euro-atlantica” vissuta con tanta sofferenza dal metaforico guerrigliero romano sarà “senza inginocchiamenti” agli odiati Stati Uniti. 

De Benedetti al Corriere della Sera
Carlo De Benedetti

C’è tuttavia chi ancora spera, nel Pd e dintorni di sinistra, che nella sua versione rossa Conte possa essere ancora recuperato ad una vasto schieramento anti-destra. E’, per esempio, Carlo De Benedetti. Che, anche lui intervistato dal Corriere della Sera, facendosi portavoce di “mie fonti nel Dipartimento di Stato”, secondo cui “l’amministrazione americana considera orripilante la prospettiva che questa destra vada al governo in Italia”, dove “Berlusconi non c’è più” perché “ci sono le sue badanti che rispondono a Salvini e c’è la Meloni”, ha detto che i 5 Stelle, pur “finiti”, andrebbero imbarcati nella carovana dell’anti-destra “in una logica di Cln”. “Nel Comitato  di Liberazione nazionale -ha ricordato De Benedetti- c’erano tutti, comunisti e monarchici, azionisti e cattolici perché bisognava combattere un nemico comune, Mussolini”. Che starebbe evidentemente tornando in un altro sesso, con gli stivali di Giorgia Meloni. 

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Le furbizie di Silvio Berlusconi e l’ostinazione di Giorgia Meloni nel centrodestra

Titolo di Repubblica
Clemente Mastella al Corriere della Sera

Giorgia Meloni per mettersi in allarme e lanciare il “diktat” attribuitole da Repubblica nel titolo di apertura a sostegno, praticamente, della propria candidatura a Palazzo Chigi in caso di vittoria elettorale del centrodestra e di sorpasso dei suoi fratelli d’Italia sulla Lega e su Forza Italia, non aveva certamente bisogno dell’avvertimento lanciatole da Clemente Mastella. Che, per quanto oggi contenuto nella fascia tricolore di sindaco di Benevento, rimane il politico più navigato di quelli sopravvissuti alla cosiddetta prima Repubblica. “Giorgia, non ti illudere. Salvini e Berlusconi ti fregheranno comunque”, le ha detto in una intervista al Corriere della Sera

Parole di Berlusconi
Intervista di Berlusconi al Corriere della Sera

Anche Berlusconi, con ben altra evidenza naturalmente, si è fatto intervistare dal Corriere della Sera per dire, fra l’altro, testualmente: “Giorgia Meloni sarebbe un premier autorevole, con credenziali democratiche ineccepibili, di un governo credibile in Europa e leale con l’Occidente. Allo stesso modo lo sarebbero Matteo Salvini o un esponente di Forza Italia”: non necessariamente lui quindi, all’età che ha e pur con l’impegno confessato nella ricerca di autorevoli e validi esponenti dell’eventuale prossimo governo di centrodestra, come se dovesse provvedervi da presidente del Consiglio. 

Anche se Berlusconi fa un pò il finto tonto a dichiararsi “non appassionato” al problema del candidato del centrodestra, come neppure alla presidenza del Senato propostagli o offertagli da amici di cui ha apprezzato la considerazione che hanno per lui, rimane quanto meno sospetta la ritrosia, la resistenza, la contrarietà per ora -chiamatela come volete- a confermare la regola delle precedenti elezioni reclamata dalla giovane leader della destra. E’ la regola, peraltro condivisa ancora, almeno a parole, da Salvini che l’ottenne nel 2018, secondo la quale il partito che nel centrodestra vincente raccoglie più voti ha il diritto di prelazione su Palazzo Chigi, sempre che naturalmente la designazione sia accolta dal presidente della Repubblica. Al quale la Costituzione non ha ancora tolto il diritto di nominare il capo del governo e, su sua proposta, i ministri. 

Mario Draghi

Perché Berlusconi elude il problema? Perché o anche perché -ha detto lo stesso Cavaliere- neppure l’altra parte, cioè la coalizione che sta tentando di formare il segretario del Pd Enrico Letta, finalmente senza i grillini di cui ha scoperto la inaffidabilità, ha definito o indicato il suo candidato a Palazzo Chigi. Dove in effetti lo stesso Letta potrebbe essere interessato a tornare, dopo esserne stato allontanato bruscamente, a dir poco, nel 2014 dall’allora segretario del Pd Matteo Renzi. Ma dove Carlo Calenda, che alla nuova coalizione di centrosinistra, chiamiamola così, ha deciso di concorrere aprendone le porte anche a quanti sono usciti o stanno uscendo da Forza Italia, ha appena proposto di confermare Mario Draghi. 

E’ proprio l’incertezza, a dir poco, dell’altra parte di fronte al problema di chi dovrà fare il presidente del Consiglio che dovrebbe fare avvertire a Berlusconi l’opportunità di una indicazione da parte del centrodestra come garanzia  di maggiore serietà e chiarezza d’idee. O no? Lo chiedo tanto più di fronte alla coraggiosa posizione presa dal Cavaliere di fronte alla campagna “di fango” fascista che gli avversari del centrodestra hanno già avviato contro la Meloni, provvista invece secondo Berlusconi -ripeto- di “credenziali democratiche ineccepibili”, in Italia e all’estero.

Titolo ancora del Foglio
Titolo del Foglio

C’è qualcosa che obiettivamente non torna nel ragionamento del conte di Montecristo cui amichevolmente Berlusconi è stato paragonato sul Foglio da Giuliano Ferrara. Che ha confermato di voler votare per il Pd ma è anche pronto a festeggiare il ritorno di Berlusconi al Senato, questa volta come presidente -o vice di Mattarella in caso di impedimento- dopo l’ignobile cacciata nel 2013. 

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La necessità e urgenza di un Consiglio europeo di difesa comune

Titolo del Dubbio

In un saggio di geopolitica di una settantina di pagine pubblicato da Castelvecchi, giustamente elogiato nella prefazione da Romano Prodi perché “breve, intelligente e ben motivato”, Adolfo Battaglia e Stefano Silvestri hanno proposto un Consiglio Europeo di Sicurezza e Difesa come “risposta -dicono anche nel sottotitolo- a pericoli e declino” del vecchio continente, specie ora che è stato investito dalla guerra in Ucraina. Una guerra, in verità, non ancora scoppiata quando i due autori avevano persino terminato di scrivere il loro pamphlet, come deduco dalla data della prefazione di Prodi: il 2 gennaio scorso. Ma che Battaglia e Silvestri hanno fatto in tempo a inserire poi nelle loro motivazioni scrivendone all’inizio con tempestività giornalistica e dedicandole il titolo: “Guerra in Europa”.

Adolfo Battaglia

“Anche se moltissime cose sono cambiate -hanno osservato, anzi esordito l’ex ministro repubblicano dell’Industria e l’ex sottosegretario alla Difesa, fra gli anni rispettivamente della mai abbastanza rimpianta Prima Repubblica e i primi della seconda- l’Europa ha vissuto una volta di più l’esperienza dei carri armati russi inviati a ricondurre all”ordine” un Paese al quale Mosca riconosce “una sovranità limitata dai propri interessi”. “In questo caso l’Ucraina, un tempo -hanno ricordato gli autori- l’Ungheria, la Polonia o la Cecoslovacchia”, in una sinistra continuità fra la Russia sovietica e quella post-sovietica di Putin sulle tracce non più di Stalin e successori ma, ancor prima di loro, di Pietro il Grande. 

Stefano Silvestri

“Questa volta -si legge nel pamphlet- l’intervento è stato accompagnato da tali intimidazioni e violazioni del diritto internazionale da ricordare ad alcuni, sebbene la Storia non si ripeta mai, la buia stagione della Conferenza di Monaco, che nel 1938 segnò l’inizio dell’aggressione hitleriana all’Europa”. E poi, osservo più modestamente  io, c’è ancora chi contesta gli aiuti militari dei paesi europei e degli alleati atlantici all’Ucraina così ferocemente aggredita dalla Russia. 

La formazione di un Consiglio Europeo di Sicurezza e di Difesa è proposto nel saggio di Battaglia e Silvestri “fra un certo numero di nazioni, fortemente integrato, strettamente collegato alla Nato e all’Ue, ma esterno e indipendente da ambedue”. “E con l’introduzione dell’indispensabile principio del voto a maggioranza, accompagnato forse dalla “valvola di sicurezza” già individuata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: un possibile diritto di veto che rappresenterebbe un “bilanciamento” utile tanto per motivi politici quanto per ragioni giuridiche di possibili obiezioni costituzionali”.

Un’immagine emblematica della solidarietà europea all’Ucraina aggredita dalla Russia: il viaggio di Draghi, Macron e Scholz a Kiev

Questa soluzione, pur essendo “una formula di compromesso” rispetto ad altre più stringenti ed immediate ma di difficile realizzazione, “avrebbe il vantaggio di stabilire subito la volontà comune di raggiungere un obiettivo ambizioso”, senza peraltro limitarsi a “condurre insieme alcune operazioni militari”, ma procedendo “anche a forme di integrazione degli strumenti, riducendo drasticamente le attuali duplicazioni nazionali a vantaggio di comandi e organizzazioni multinazionali”. “E’ illusorio -spiegano gli autori- porsi oggi l’obiettivo difforme di armate europee perfettamente integrate in un’unica realtà, ma dovrebbe essere possibile integrare il loro funzionamento e le loro programmazioni”.

Un Consiglio Europeo di Sicurezza e di Difesa risponde anche alla necessità di non proseguire nella situazione attuale da alcuni riconducibile persino allo “schema ben noto nella difesa europea di “ognuno per sé e gli Usa per tutti”, che ha caratterizzato la Nato negli anni della Guerra Fredda, ma che oggi sembra essere definitivamente condannato a entrare in crisi”. Uno schema peraltro che consente la degenerazione delle polemiche, nel caso della vicenda dell’Ucraina, sino alla rappresentazione di guerre “per procura”. Tale sarebbe quella che Zelensky condurrebbe, secondo gli avversari e critici, per conto degli americani, sulla pelle del proprio Paese.

La strada verso una comune difesa, come quella già percorsa della moneta unica, consentirebbe all’Europa di uscire anche dal cono d’ombra lamentato da Prodi in una sua autobiografia dell’anno scorso, e ricordato con una certa condivisione da Battaglia e Silvestri a proposito delle sue conferenze e lezioni in Cina e negli Stati Uniti. “Nel periodo iniziale del mio insegnamento – aveva ricordato Prodi, ex presidente, non dimentichiamolo, della Commissione Europea, e non solo del Consiglio dei Ministri italiano- tanto gli studenti cinesi quanto quelli americani mi chiedevano con insistenza di tenere lezioni sull’Unione Europea. Col passare del tempo l’Europa ha interessato sempre meno i miei studenti dell’Est e dell’Ovest. Oggi, poco o nulla”. 

La strada verso una comune difesa europea e il progresso dell’economia nell’Unione, che egli ha vantato “a differenza dei due autorevoli autori” del saggio, potrebbero far tornare “gli studenti cinesi e americani”, come li ha chiamati nella prefazione Romano Prodi, a “dedicare almeno un minimo di attenzione al vecchio continente”. 

Pubblicato sul Dubbio

Berlusconi passa dall’incidente Draghi a quello Brunetta. Quale sarà il prossimo?

In questa campagna elettorale che, fra tutte in settantasei anni di storia della Repubblica è insieme la più breve e rovente, Silvio Berlusconi rischia di perdere sul terreno che più gli dovrebbe essere più congeniale, conoscendo la sua competenza quasi maniacale in tema di comunicazione, d’immagine e simili. 

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Mi rendo conto che l’ex presidente del Consiglio non potrebbe separarsene così presto dopo tutto quel chiasso mediatico attorno alla cerimonia quasi nuziale con la deputata forzista Marta Fascina. Una cerimonia già sfortunata di suo sul piano politico con quel giudizio del quasi sposo sull’ospite Matteo Salvini come “l’unico, vero leader d’Italia”. Che fu obiettivamente uno schiaffo ai tanti che nella sua Forza Italia già soffrivano per le prestazioni del capo della Lega e alleato. Tanti, fra quali il più misurato, se non ricordo male, era il ministro Renato Brunetta. Che però questa volta non è riuscito a trattenersi lasciando rumorosamente il partito condizionato a tal punto dagli umori e dagli interessi di Salvini da avere partecipato alla finzione di fiducia, in realtà sfiducia per fuga dall’aula, a Mario Draghi dopo la discussione di “verifica” al Senato disposta dal presidente della Repubblica. 

Berlusconi con Marta Fascina

Mi rendo conto, dicevo, che non potrebbe separarsene così presto, ma la quasi nuova consorte ha fatto a Berlusconi un guaio grosso come tutte le sue case messe insieme, quasi una città, aderendo alla campagna forzista contro Brunetta in groppa alla derisione del nano. Il quale “è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo vicino al buco del culo”, dice un verso scurrile di una vecchia canzone di Fabrizio de Andrè rilanciata dalla quasi consorte -ripeto- di Berlusconi condividendo telematicamente un attacco per tradimento al ministro. Il quale sarà pure nano, tappo, o il “manganello tascabile” una volta affibbiatogli da un Massino D’Alema più urticante del solito, ma non è un fesso. Tutt’altro. 

Sin quasi a farsi ancora più basso di quello che è, il ministro cogliendo in fallo la famiglia allargata del Cavaliere si è avvolto nella tela della vittima in televisione, a Rai 3, procurandosi simpatie e, forse fra qualche settimana, dovunque o con chiunque intende candidarsi, voti che sino all’altro ieri avrebbe potuto solo sognare. E ciò persino fra i dipendenti della pubblica amministrazione che come ministro, sempre sino all’altro ieri, lo hanno contestato di brutto per la sua ostinata volontà di farli lavorare davvero, o comunque più di quanto fossero abituati. 

Berlusconi con Licia Ronzulli

E brava la signora deputata -ripeto- Marta Fascina, per quanto la donna, anch’essa parlamentare, politicamente ancora più vicina a Berlusconi, e graduata, la senatrice Licia Ronzulli, abbia tenuto a descriverla, in una intervista a Repubblica, “persona buona”. Che “non credo avesse l’intento di offenderlo”, ha detto parlando rispettivamente della quasi signora Berlusconi, appunto, e di Brunetta.  

Ciò che non era riuscito a fare Maurizio Crozza del mio amico Renato con le sue imitazioni, è riuscita Marta Fascina: dargli tutti quei centimetri negatigli dalla natura e trasformarlo da nano a gigante. Complimenti. E grazie. 

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Grillo taglia a Conte quel poco d’erba che gli è rimasto sotto i piedi

Povero Conte, verrebbe voglia di dire, nonostante i guai da lui combinati nella offensiva contro Draghi prima che gli dessero sorprendentemente una mano anche Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Povero Conte, dicevo, che verrebbe voglia di consolare dopo l’altra terra che gli ha scavato sotto i piedi Beppe Grillo commentando l’infausto epilogo della legislatura ruotata attorno alla “centralità”, addirittura, del MoVimento 5 Stelle. 

Finalmente staccatosi da quel pur metaforico telescopio spaziale James Webb esibito per giorni sul suo blog per ammirare le stelle ben più reali, numerose e lontane delle sue, il fondatore, garante, “elevato” e via sproloquiando ha rilanciato come proposta di legge dello Stato il limite massimo dei due mandati stabilito per il proprio movimento. In deroga al quale, invece, Giuseppe Conte stava lavorando nella valutazione una volta tanto realistica dei danni derivanti dall’improvvisazione di una classe dirigente e parlamentare selezionata senza meriti ed esperienza. E ciò, per giunta, nella prospettiva di elezioni come quelle del 25 settembre, che i grillini dovranno affrontare da soli, cacciati praticamente fuori dal “campo largo” di Enrico Letta e del Pd. 

Titolo del manifesto

Da soli, in verità, i grillini avevano corso anche nel 2018, ma in condizioni ben diverse, vincendo -o quasi- grazie al fatto che nessuno li aveva davvero sperimentati. Ora che essi hanno potuto dimostrare di cosa fossero e siano tuttora capaci, facendo aumentare per esempio la povertà che avevano baldanzosamente annunciato dal balcone di Palazzo  Chigi di avere eliminato col reddito di cittadinanza, sarà impossibile ripetere la lotteria di quattro anni e mezzo fa. Adesso davvero rischiano di essere “mandati a quel paese”, come dice il titolo felice del solito manifesto giocato appunto sui mandati reclamati da Grillo nel numero di due e non di più. 

Vignetta del Secolo XIX
Beppe Grillo sul suo blog

Anche dove e quando ha voluto dare spazio agli umori, stupori e quant’altro di Conte, per esempio a causa dell’”aggressione” di cui il movimento sarebbe vittima per gli attacchi che riceve da ogni parte, Grillo ha finito più per danneggiarlo che aiutarlo reclamando orgoglio e non paura. “Sono tutti contro di noi. Siamo appestati”, ha convenuto il “garante” prendendosela anche con “i bulli della stampa”, ma per aggiungere: “Ciò significa una sola cosa: vuol dire che abbiamo ragione. Non fatevene un problema. Noi siamo antibiotico e se perdiamo questo perdiamo il baricentro in cui collocarci”. E’ un pò la versione farmaceutica del famoso motto di Benito Mussolini “molti nemici molto onore”. Che il vignettista Stefano Rolli su un giornale che dovrebbe essere di casa per Grillo -il genovese Secolo XIX- ha felicemente tradotto nella follia di andare con allegria “contromano in autostrada”. 

Altro titolo dalla prima pagina di Repubblica
Titolo di Repubblica su Enrico Letta

A proposito di Mussolini e dintorni, il giornale che più vistosamente e rapidamente si è schierato a favore del Pd – la Repubblica- ha molto valorizzato, facendone l’apertura, l’alternativa gridata da Enrico Letta: “O noi o Meloni”. Il cui partito è ormai prevalente nel centrodestra, anche se Berlusconi non gli vuole perciò riconoscere la prenotazione di Palazzo Chigi in caso di vittoria, sostenendo che debbano poi essere i parlamentari eletti nelle sue liste a designare il candidato a presidente del Consiglio prima delle consultazioni del capo dello Stato per la formazione del nuovo governo. 

Ma più ancora di quel “noi o Meloni”, pur messo graficamente sotto il titolo -ripeto- di apertura di prima pagina, vale per la campagna elettorale e ciò che accadrà dopo questo vistoso richiamo di un articolo all’interno: “Il passato che non passa. L’anima nera del neofascismo di Fratelli d’Italia”. Eppure siamo solo agli inizi, e neppure formali, di questa breve e rovente campagna d’estate per il rinnovo autunnale delle Camere nel formato ristretto, voluto dai grillini con la complicità di tutti gli alleati di turno, di 600 seggi, contro i 945 uscenti. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Ripreso da http://www.startmag.it il 25 luglio

Sgarbi dubita della vittoria elettorale del centrodestra e Ferrara scommette sul Pd

Collegato col salotto televisivo di Veronica Gentili, sulla rete 4 del Biscione, Vittorio Sgarbi ha ammesso che la vittoria elettorale del centrodestra non è più scontata dopo la partecipazione dei senatori berlusconiani e leghisti al fuoco contro Mario Draghi, specie se il segretario del Pd Enrico Letta saprà aprire alla dissidenza forzista e all’area di centro dove questa sta confluendo per natura. 

La conduttrice, scherzando ma non troppo, ha invitato un altro ospite da remoto, appartenente al Pd, a retribuire addirittura i consigli preziosi di Sgarbi. Che tuttavia credo non rischi di finire per questo nella lista degli ingrati alla quale Berlusconi ha già iscritto pubblicamente, fra gli altri, i ministri Mariastella Gelmini e Renato Brunetta, usciti da Forza Italia proprio per la fiducia negata al governo Draghi.

Sgarbi ha con Berlusconi un rapporto molto particolare. Per quanto gliene faccia e dica ogni tanto anche di grosse, il Cavaliere con lui è assai indulgente. E Sgarbi, debbo dire, sa anche prenderlo dal verso giusto dopo avergliene fatte e dette di grosse, ripeto, sino a ricevere entusiasticamente da lui missioni impossibili, o inverosimili. Come quella affidatagli alla fine dell’anno scorso di telefonare a destra e a sinistra per sostenere la corsa dell’ex presidente del Consiglio al Quirinale, risoltasi -anche quella volta- in un danno per Draghi, stoppato sulla strada del Colle anche dalla candidatura a quel punto solo di disturbo del Cavaliere. Una candidatura funzionale all’azione di contrasto contro il presidente del Consiglio condotta da Giuseppe Conte e da Matteo Salvini. La storia, si sa, molte volte si ripete. 

Dal Foglio di oggi

Non rischia di finire nella lista degli ingrati, per il tipo di rapporto personale che anche lui ha saputo instaurare e tenere con Berlusconi, neppure Giuliano Ferrara. Che ha appena scritto sul Foglio, fondato a suo tempo grazie al Cavaliere, una dichiarazione di voto per il 25 settembre a favore del Pd. E ha anche scherzato sull’annuncio appena fatto, o fatto fare, da Berlusconi di tornare in campo -come se ne fosse mai davvero uscito- per candidarsi al Senato. 

Giuliano Ferrara sul Foglio

“Sono cose che succedono”, ha scritto il ministro dei rapporti col Parlamento del primo governo Berlusconi, nel 1994: “cioè che il popolare moderato cristiano occidentale europeista Cav, al tempo l’Amor Nostro, essendo stato cacciato dal Senato da altri flou flou dell’epoca per via di certe cene eleganti, ora voglia tornarvi trionfalmente e vendicativamente e illuminatamente da presidente molto elegante in una giornata del prossimo mese di ottobre”. 

In verità, nel 2013 Berlusconi fu “cacciato” dal Senato non per le sue “cene” a nutrita e allegra partecipazione femminile, dopo una condanna definitiva, ancorché anacronistica, per frode fiscale: lui, che era già da tempo fra i maggiori contribuenti italiani. Una condanna emessa da una sezione estiva della Cassazione investita della causa sull’uscio della prescrizione del presunto reato e poi accusata da un suo stesso componente di essere stata di parte. Come di parte, pregiudizialmente avversa all’interessato, fu poi la decisione dell’allora presidente del Senato ed ex magistrato Pietro Grasso di far votare sulla decadenza di Berlusconi a scrutinio palese, temendo che lo scrutinio segreto potesse risultargli favorevole. 

Titolo del Foglio

Se è per questo, quindi, la voglia di rivincita di Berlusconi, col suo ritorno a Palazzo Madama, magari cercando di assumerne la presidenza, come già i suoi avversari sospettano, non sarebbe poi così strana o sorprendente come Giuliano Ferrara ha mostrato di ritenere con quelle “cose che succedono”. Il problema piuttosto è di sapere come tornerà il centrodestra in Parlamento, per fare che cosa e sotto la guida di chi, visto che lo stesso Foglio ha cercato di spiegare nella sua cronaca politica in prima pagina “tutta l’algebra politica di Salvini e del Cav. per fermare Meloni premier”,  in caso ora non più scontato di vittoria.    

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Berlusconi fuori dalla grazia di Dio per gli abbandoni di Forza Italia

Titolo del Dubbio

Silvio Berlusconi -con l’attenuante di essere fuori dalla grazia di Dio per l’”ingenerosità” attribuita a chi lo sta abbandonando dopo la la fiducia fatta negare a Mario Draghi al Senato al pari dei leghisti e dei grillini, un passo indietro all’opposizione spavalda della destra di Giorgia Meloni- ha scambiato pure lui in una raffica di interviste la stanchezza del presidente del Consiglio per rinuncia o, peggio, per fuga. Per cui sarebbe stato praticamente inutile cercare di trattenerlo.

Berlusconi alla Stampa di ieri
Mariastella Gelmini

Certo, Draghi era stufo. E non lo ha nemmeno nascosto con quel sorriso col quale è andato a dimettersi la seconda volta al Quirinale invogliando il presidente della Repubblica a sciogliere finalmente le Camere  della esaurita “centralità” grillina. Stufo, scocciato, fuori dalla grazia di Dio pure lui, per carità, ma non per questo rinunciatario, arreso, fuggiasco, come per settimane, anzi per mesi lo ha rappresentato il solito Fatto Quotidiano. E un pò, debbo dire, anche Il  Giornale della famiglia Berlusconi e La Verità di Maurizio Belpietro. 

Tutt’altro. Spalleggiato da Mattarella, che a chiusura della crisi ha spiegato personalmente dal Quirinale agli italiani, e ai partiti, che la cosiddetta ordinaria amministrazione lasciata al governo in campagna elettorale deve intendersi stavolta meno ordinaria del solito, trovandosi il Paese in mezzo a varie emergenze; spalleggiato, dicevo, da Mattarella in persona, Draghi è stato ben attento a non pregiudicare al governo dimissionario la gestione, appunto, delle elezioni. Se fosse stato davvero stanco e sfinito, deciso a scappare, Mattarella avrebbe dovuto trovare un altro al suo posto in questi frangenti -ripeto- tutt’altro che ordinari. 

Renato Brunetta
Brunetta sulla Stampa di ieri

Questo che cosa significa per gli addetti ai lavori? Dai quali mi rifiuto di credere che Berlusconi dopo una trentina d’anni di politica – e che politica- possa ritenersi estraneo per la sua vecchia e un pò “populista” avversione al cosiddetto “teatrino” dei palazzi romani: un’avversione ricordata pochi giorni fa dal suo amico Fedele Confalonieri e abbinata a quella di Beppe Grillo, e prima ancora di lui, di Umberto Bossi quando era ancora in salute fisica e politica: E si guadagnava le simpatie dello stesso Confalonieri, ora invece attratto, sempre politicamente, dal populismo -anch’esso- di Giorgia Meloni.

Che cosa significa -dicevo- la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi anche a Camere finalmente sciolte? Significa che il presidente del Consiglio con la sua famosa “agenda”, saggiamente non sprecata come quella di Mario Monti nel 2012 improvvisando un suo partito in vista del voto del 2013, sarà non il “convitato” ma il protagonista “di pietra” di questa breve, quasi fulminante campagna elettorale. Che egli ha contribuito in modo decisivo ad accorciare a due mesi, dai cinque, sei e forse anche più che avrebbero voluto molti altri per cuocerlo a fuoco lento sino alla fine ordinaria della legislatura. 

Mattarella e Draghi firmano i decreti elettorali

Chiamatelo poi sprovveduto o fuggiasco, questo astutissimo Draghi. Al quale le emergenze in corso -dalla guerra in Ucraina, con i suoi riflessi anche economici e quindi sociali, alla perdurante pandemia virale e allo stato gassoso di molti dei partiti e delle coalizioni che sapranno o vorranno creare o mantenere- daranno probabilmente altre occasioni per confermarsi in campagna elettorale come l’unica o la maggiore risorsa di cui disponga l’Italia. Accetto scommesse. Potrà vincere chi saprà davvero raccoglierne e rappresentarne l’agenda, appunto. Lo hanno   capito meglio di tutti, almeno sinora, i centristi sparsi e il segretario del Pd Enrico Letta, per fortuna del suo partito subentrato a Nicola Zingaretti. Che aveva scambiato Conte per “il punto di riferimento dei progressisti”, ma nel frattempo ricredutosi pure lui. 

Pubblicato sul Dubbio

Quel sollievo neppure tanto nascosto per lo scioglimento anticipato delle Camere

Se non le avete già viste in televisione, vi prego di guardare bene, sui giornali che le hanno pubblicate, o navigando un pò in internet, le immagini dell’udienza di Sergio Mattarella a Mario Draghi per le ridimissioni del governo, propedeutiche allo scioglimento anticipato delle Camere elette nel 2018. E consumatesi attorno alla infausta “centralità” dei grillini. 

Titolo di Avvenire
Le dimissioni di Draghi al Quirinale

Il capo dello Stato e il presidente del Consiglio, andato da lui dopo la miserevole fiducina del Senato e gli onori militari resigli nel cortile del Quirinale, vi sembrano turbati, avviliti, nervosi e quant’altro? A me appaiono sollevati, se non addirittura felici. Nè l’uno né l’altro ce la facevano più a sopportare lo spettacolo di partiti -“rinviati a settembre”, ha giustamente titolato Avvenire pensando alle urne del 25- che stavano con un piede nella maggioranza di unità nazionale, promossa dal capo dello Stato un anno e mezzo fa, e l’altro fuori. 

Via, quanto poteva durare ancora quello spettacolo, diventato frenetico dopo la corposa scissione del MoVimento 5 Stelle consumata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio? Dietro alla quale Giuseppe Conte aveva visto e persino indicato la mano di Draghi intossicando ulteriormente i rapporti nella maggioranza e, più in generale, il dibattito politico. E’ stata persino igienica la decisione, a quel punto, di accorciare a due mesi una campagna elettorale che rischiava di durarne sei o addirittura nove, visto che qualche settimana fa si parlava di elezioni a maggio, stiracchiando il più possibile la durata di una legislatura già guadagnatasi non a torto la qualifica della “più pazza del mondo”.

Intervista di Berlusconi al Corriere della Sera

Sotto questo aspetto Silvio Berlusconi non ha torto a sostenere nelle numerose interviste rilasciate nelle ultime ore che Draghi fosse “stanco” -come aveva già detto di lui due anni fa Giuseppe Conte a Palazzo Chigi per esorcizzarne l’arrivo al suo posto- e non vedesse l’ora di staccare la spina alla legislatura. Dove Berlusconi ha torto -e torto marcio, come un dilettante della politica, e non ormai un professionista quale dovrebbe sentirsi dopo una trentina d’anni di mestiere- è nel diniego di avere contribuito alla stanchezza di Draghi e all’incidente che ha provocato la crisi. Egli avrebbe più prudentemente dovuto lasciarne la responsabilità tutta a Conte e ai grillini, che se l’erano assunta alla luce del sole. E’ ciò che gli stanno rimproverando in fondo quelli usciti o in via di uscita da Forza Italia: Andrea Cangini, Renato Brunetta, Mariastella Gelmini, in ordine rigorosamente alfabetico sino al momento in cui scrivo, appeso all’indecisione di Mara Carfagna. 

Mariastella Gelmini e Renato Brunetta

Invece il Cavaliere, incapace di trattenere la vocazione alla gestione proprietaria o aziendalista del suo partito, ha liquidato come “ingenerosi” i dissidenti e -nella foga polemica, per contrastarne le loro critiche- ha rivendicato non solo più esperienza ma anche “più intelligenza” rispetto a Matteo Salvini. Di cui invece ha soddisfatto in pieno l’interesse a partecipare alle pugnalate a Draghi al Senato, negandogli la fiducia, per fronteggiare la concorrenza elettorale di Giorgia Meloni all’interno del centrodestra. 

Vignetta della Stampa
Vignetta della Gazzetta del Mezzogiorno

Ora, volente o nolente, per quanti sforzi vorrà o potrà fare per sottrarvisi, Berlusconi è condannato a vivere la campagna elettorale come nella vignetta di Nico Pillinini sulla risorta Gazzetta del Mezzogiorno, dove lui con Conte e Salvini si alternano a schiaffeggiare Draghi di spalle chiedendogli chi è stato. O nella vignetta ancora più politica e calzante del vecchio Sergio Staino sulla Stampa che festeggia l’arrivo di Brunetta, Gelmini e Carfagna nel “nuovo ulivo” del Pd di Enrico Letta. Ah, Cavaliere, Cavaliere. 

Ripreso da http://www.graffidamato.com

Il 25 luglio anticipato di Mario Draghi, però senza l’ambulanza al Quirinale

Titolo del Dubbio

Non per come si è comportato e atteggiato davvero nei riguardi del Parlamento presentandosi al Senato per la verifica chiesta dal capo dello Stato, ma per come è stato percepito da alcuni partiti, singoli parlamentari e opinionisti che ne hanno criticato, in particolare, il riferimento compiaciuto agli incoraggiamenti esterni pervenutigli a rimanere, Mario Draghi ha dovuto vivere con qualche giorno di anticipo il suo 25 luglio. Come Mussolini nel 1943 davanti al Gran Consiglio del Fascismo.

Draghi commosso alla Camera

Avverto tutto il carattere paradossale e arbitrario di questo paragone perché credo sinceramente nella natura democratica del presidente del Consiglio e nella fede da lui dichiarata nella Repubblica parlamentare respingendo nella replica gli attacchi ricevuti. Ma i corsi e i ricorsi storici spesso prescindono dalle persone e offrono solo istantanee. La fede democratica di Draghi è calda come il suo cuore per niente freddo di banchiere centrale, come lui stesso ha voluto assicurare scherzando con la commozione procuratagli dagli applausi ricevuti il giorno dopo alla Camera. Dove tuttavia gli sono mancati -come i voti di fiducia al Senato- i battimani dei grillini e del centrodestra ritrovatosi improvvisamente unito all’opposizione con un tatticismo da teatrino della politica che è già costata a Silvio Berlusconi qualche perdita personale e politica. E forse costerà anche a Matteo Salvini,  che non vedeva l’ora di allinearsi alla concorrente Giorgia Meloni. La quale dall’opposizione è molto ingrassata elettoralmente ai danni di una Lega troppo imbaldanzita prima dal sorpasso del 2018 su Forza Italia e l’anno dopo dalla bolla delle elezioni europee. 

L’accorciamento della campagna elettorale per il rinnovo delle Camere potrebbe rivelarsi un handicap, a dispetto della festa per la fine prematura della legislatura, perché a certi elettori occorrerà forse più tempo per dimenticare lo spettacolo della convergenza parlamentare contro un presidente del Consiglio come Draghi fra grillini, forzisti e leghisti. Ma neppure di grillini si può forse  parlare dopo che il comico genovese si è messo a giocare con la colla e i telescopi lasciando gestire la dissoluzione progressiva del suo movimento dall’ineffabile Giuseppe Conte. 

Ne vedremo di belle, credetemi, nella campagna elettorale ormai estiva, esposta anche per natura ai colpi di sole. E Draghi si rifarà almeno di alcune delle amarezze procurategli dal servizio politico chiestogli dal presidente della Repubblica più come un sacrificio che un premio quando lo chiamò a rimettere insieme i cocci di Conte: altro che il “conticidio” lamentato dai tifosi dell’ex presidente del Consiglio.

Ma senza aspettare gli sviluppi della caldissima campagna elettorale provocata dalla sua caduta Draghi può sin d’ora consolarsi ripassandosi la storia in fondo non lontanissima della cosiddetta prima Repubblica, quando già la politica era “sangue  e merda”, come diceva uno dei suoi ministri: il socialista Rino Formica. Che ogni tanto rimpiange la prima e la seconda materia di quell’avventura commentando su Domani, il nuovo giornale elitario di Carlo De Benedetti, fatti e personaggi politici dei nostri tempi. 

Le dimissioni di Craxi nel 1987 a Cossiga

La sostanziale bocciatura dietro la ridicola facciata di 95 voti di fiducia contro 38 raccolti da Draghi al Senato sulla “risoluzione” offertagli dall’incolpevole Pier Ferdinando Casini -scopertosi forse non ancora navigato abbastanza con l’anzianità parlamentare che ha- mi ha un pò ricordato la pazza crisi del 1987.  Che fu ostinatamente voluta dall’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita accusando Bettino Craxi di volere restare a Palazzo Chigi più del dovuto e concordato con lui: la vertenza della famosa “staffetta”. 

Ciriaco De Mita e Amintore Fanfani

De Mita, data l’indisponibilità del ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro e del ministro degli Esteri Giulio Andreotti per l’assalto al leader socialista, scomodò Amintore Fanfani dalla presidenza del Senato paragonandone il pregio ad un “mobile antico”: cosa che non piacque tanto all’interessato, prestatosi comunque all’operazione allestendo il 17 aprile di quell’anno un governo monocolore democristiano completo di un ministro – Gaetano Gifuni, scomodato dalla Segreteria Generale del Senato- per i rapporti col Parlamento destinato però nei progetti demitiani ad essere sciolto anticipatamente. 

A quel governo Craxi decise di accordare la fiducia per l’anno residuo e non comodo della legislatura. Ma De Mita pur di andare alle elezioni anticipate, riducendo quindi da 12 a 2 mesi una staffetta troppo gravosa, lo fece sfiduciare dai democristiani a Montecitorio il 28 aprile.  E Francesco Cossiga, ancora fresco di debito con De Mita che lo aveva mandato al Quirinale due anni prima d’intesa col Pci di Alessandro Natta, sciolse puntualmente le Camere: giusto per saldare il  conto e riprendersi poi piena libertà d’azione, sino a picconare a lungo anche quello che era stato il suo partito. 

Poiché il passato si ripete notoriamente in forma di farsa, è appunto farsesca tutta l’operazione finalizzata alle elezioni anticipate appena svoltasi alle spalle dell’incolpevole Draghi, impegnato nella ricerca di un nuovo patto fiduciario di unità nazionale per fronteggiare le emergenze ancora in corso, compresa quella della guerra in Ucraina. E’ l’impressione di un vecchio cronista politico non ancora -spero- rincitrullito. 

Pubblicato sul Dubbio

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