Processo alla verifica fallita, o riuscita solo per i fautori del voto anticipato

Titolo del manifesto
Titolo di Libero

Dalle tasche piene, rovesciate da Mario Draghi sul Senato sia nel discorso di avvio della verifica parlamentare chiesta dal presidente della Repubblica sia nella replica, ai caratteri di scatola usati da un pò tutti i giornali per sintetizzarne l’infausta conclusione con quei miseri 95 voti di fiducia in un mare di astensioni e assenze equivalenti a sfiduce, ben più dei 38 voti esplicitamente e orgogliosamente contrari della sola destra di Giorgia Meloni. “Dai che si vota”, ha gridato soddisfatto Libero anticipando la festa per lo scioglimento anticipato delle Camere, cui provvederà il presidente della Repubblica senza neppure il rito delle consultazioni, peraltro già compiute nella sostanza da Mattarella con le telefonate che, allibito, ha fatto e ricevuto ieri mentre a Palazzo Madama si consumava quello che il manifesto con la solita felicità di sintesi ha definito “Patradrag”. 

Titolo di Repubblica
Titolo della Stampa

“Vergogna” ha titolato non a torto la generalmente compassata Stampa. “L’Italia tradita”, ha strillato Repubblica prendendo alla lettera le parole di Draghi al Senato quando, compiaciuto degli appelli levatisi dal Paese a favore della sua permanenza a Palazzo Chigi, ha inutilmente proposto un “nuovo patto” di unità nazionale ai gruppi parlamentari, e relativi partiti. Che hanno risposto picche con i miseri -ripeto- per quanto formalmente sufficienti 95 voti favorevoli: quello praticamente personale dell’eterno democristiano Pier Ferdinando Casini, del Pd di Enrico Letta, dell’Italia Viva di Matteo Renzi, del socialista Riccardo Nencini e del dissidente di Forza Italia, direi ex a questo punto, Andrea Cangini. 

Titolo del Foglio

Al Foglio hanno unito il serio al faceto titolando sul “Draghicidio” -sull’onda del “Conticidio” denunciato a suo tempo da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano- e scherzando nella vignetta di prima pagina col nome di Casini, firmatario della cartuccella su cui si è votata la fiducia, per dare l’idea dell’accaduto nell’aula del Senato. 

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

E al Fatto Quotidiano, a proposito? Se la sono cavata a modo loro compiacendosi dell’autoaffondamento” dell’odiato Draghi, “degno -ha scritto nell’editoriale il direttore- di Schettino che manda a picco la nave e poi dà la colpa allo scoglio”. 

Titolo del Quotidiano Nazionale
Titolo di Avvenire

Come da tutte le navi che affondano si è registrato il “fuggi fuggi” che ha colpito la fantasia di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, in quella che i giornali del gruppo Riffeser Monti –Il Giorno, il Resto del Carlino e la Nazione- hanno definito “l’ora più buia” del Paese, e non solo di un’edizione del Parlamento, o legislatura, ruotata per intero attorno alla famosa “centralità” del MoVimento 5 Stelle. Che ha perso pezzi per strada sin quasi a dissolversi tra l’apparente -e non so se più imbarazzata o imbarazzante- distrazione del comico fondatore, garante e quant’altro Beppe Grillo. 

Grillo e Conte
Berlusconi e Salvini

La cosa più stupefacente che è accaduta nella verifica fallita al Senato -o riuscita per i sostenitori delle elezioni anticipate, fra i quali non è forse temerario includere a questi punto lo stesso Draghi ormai stufo- è la mano che in extremis Silvio Berlusconi dalla sua villa sull’Appia Antica, tra vertici del “centrodestra di governo” e telefonate ad altissima tensione e altezza, ha voluto dare nemmeno più a Grillo ma addirittura a Giuseppe Conte, il gestore  della dissoluzione del Movimento 5 Stelle. E’ stato lui, il Cavaliere, il fondatore di Forza Italia, l’ex presidente del Consiglio- d’accordo con Matteo Salvini in competizione elettorale nel centrodestra con la oppositrice Giorgia Meloni- a dare il colpo di grazia a Draghi e al suo governo facendogli negare la fiducia come un grillino o pentastellato qualsiasi. Un colpo di sole, verrebbe voglia di dire con un certo ottimismo.  

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Tragicommedia al Senato: Berlusconi e Salvini negano come i grillini la fiducia a Draghi

La verifica parlamentare si è conclusa al Senato come più sorprendentemente non si poteva. Con Silvio Berlusconi che, pur di confermare il suo rapporto privilegiato con l’insofferente Matteo Salvini nel centrodestra, ha finito per allinearsi a Giuseppe Conte: entrambi impegnati fuori dal Parlamento, non essendo né deputai né senatori, a guidare i loro partiti, o movimenti. Sia i grillini sia i forzisti hanno negato la fiducia al governo, dove pure sono rappresentati con tanto di ministri e di sottosegretari, almeno fino al momento in cui scrivo.

I grillini hanno rifiutato la fiducia volendo “togliere il disturbo”,come ha spiegato la capogruppo in un intervento assai critico verso il presidente del Consiglio.

I forzisti, al seguito dei leghisti, hanno rifiutato la fiducia rimproverando a Draghi di non avere voluto fare a meno dei grillini disponendosi alla formazione di un nuovo governo, sollecitata da un loro documento. Accusa, questa, che è stata clamorosa smentita dal ritiro dei grillini dalla maggioranza.

La contraddizione è stata con molta efficacia oratoria sottolineata dal senatore forzista Andrea Cangini, che ha confermato la fiducia al governo. La ministra Maiastella Gelmini, deputata, ha lasciato immediatamente Forza Italia litigando in pubblico con Licia Ronzulli, la più sretta collaboratrice ormai di Berlusconi.

I forzisti e i leghisti hanno tradotto il loro rifiuto non partecipando alla votazione. I grillini, per non fare mancare a questo punto il numero legale e vanificare quindi lo scrutinio, vi hanno invece partecipato rispondendo all’appello nominale col rifiuto appunto di rispondere sì o no.

E’ stato un epilogo da vero teatrino della politica: quello tanto vituperato da Beppe Grillo e Silvio Berlusconi con una sintonia “populista” paradossalmente sottolineata con un certo compiacimento pochi giorni fa in una intervista al Corriere della Sera da Confalonieri, l’amico più stretto e fedele -di none e di fatto- dell’ex presidente del Consiglio.

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I grillini negano l’applauso a Draghi al Senato dopo il discorso sulla verifica

Giuseppe Conte

Nel discorso al Senato per la verifica chiesta dal presidente della Repubblica respingendone le dimissioni nella scorsa settimana, Mario Draghi ha fatto molto poco, o niente, per invogliare i grillini a restituirgli la fiducia negatagli nella stessa aula disertando la votazione conclusiva del processo parlamentare di conversione del decreto legge relativo agli aiuti corposi a imprese e famiglie danneggiate dalla crisi. Egli, per esempio, non ha nemmeno citato il documento di nove punti consegnatogli personalmente a Palazzo Chigi dal presidente del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte per chiedergli “forti segni di discontinuità”, di “cambiamento di passo” e di riparazione ai presunti torti inferti a quella parte politica, procurandole “disagio” altrettanto forte. 

Il presidente del Consiglio ha elencato anche nel dettaglio gli interventi propostisi nella eventuale prosecuzione dell’attività di governo, se si riuscirà nella discussione sulle sue comunicazioni a ricostituire il “patto di fiducia” venuto meno nei giorni e anche nelle scorse settimane. In questi interventi il MoVimento 5 Stelle può trovare punti di convergenza o di divergenza dalle sue richieste, e trarne le conseguenze, nel dibattito  -ripeto- e nel voto finale, se davvero vi si arriverà, prima al Senato e poi alla Camera. 

Una risposta il partito di Conte, come lo chiama un pò sprezzantemente Di Maio dopo la scissione, la dovrà dare -ha ricordato ruvidamente Draghi non tanto al governo quanto “agli italiani” così numerosi e spontanei nella mobilitazione di questi giorni contro la crisi: duemila sindaci, associazioni e singoli. 

Ai toni e alla struttura polemica del discorso di Draghi, dopo tutte le libertà di comportamento presesi in questi ultimi tempi, negando o accordando al governo fiduce “di facciata”, per niente convinte, e contraddette da solidarietà a proteste anche di piazza contro il governo, i senatori pentastellati hanno risposto negando l’applauso finale. Nè associandosi agli applausi intermedi raccolti dal presidente del Consiglio, specialmente nei passaggi del discorso  sulla guerra in Ucraina, in cui erano chiare le allusioni polemiche ai grillini contestatori degli aiuti militari agli aggrediti dalla Russia di Putin. 

A dire il vero, anche un bel pò di leghisti hanno rifiutato l’applauso finale a Draghi, che nel suo discorso aveva alluso chiaramente anche a loro criticando i comportamenti concreti delle forze della maggioranza. Ma è improbabile che il partito di Salvini arrivi a negare anche la fiducia, come probabilmente accadrà per almeno una parte di ciò che resta del MoVimento 5 Stelle. 

Draghi ascende o discende, fra appelli, suppliche, timori e proteste, secondo i casi

Titolo di Avvenire
Titolo del Mattino

Il “giorno del giudizio”, come l’ha chiamato Il Mattino, o “della verità”, secondo Avvenire, si è aperto -prima ancora che il presidente del Consiglio si presentasse al Senato per la verifica chiesta dal presidente della Repubblica dopo le dimissioni respinte nella scorsa settimana- con la pubblicazione di un beffardo santino di Draghi sul giornale che più riflette o addirittura forma gli umori di Giuseppe Conte. Il quale è poi all’origine di questa crisi per il tentativo di scaricare sul governo, da lui del resto mai amato per il semplice fatto di averlo allontanato da Palazzo Chigi, le tensioni interne al MoVimento 5 Stelle. Dove peraltro la clamorosa e consistente scissione di Luigi Di Maio non è per niente finita. 

Titolo del Fatto Quotidiano

Il beffardo santino lo ha pubblicato naturalmente Il Fatto Quotidiano, che propone ai lettori un Draghi con aureola non in ascensione al cielo ma in discesa verso la terra, spinto, oltre che dal Padre, dai “padroni” d’Italia e del mondo terrorizzati dall’idea di non saperlo più alla guida del governo: industriali, sindaci tornati alla funzione di “cacicchi” loro attribuita a suo tempo da Massimo D’Alema, banchieri, fabbricanti d’armi, Casa Bianca, Commissione Europea eccetera eccetera. Tutti desiderosi di un ritorno di Draghi, e non solo per gestire la transizione di una eventuale campagna elettorale anticipata, o accorciata, visto che sempre campagna elettorale sarebbe, anche se le Camere dovessero sopravvivere pure a questa crisi e arrivare all’epilogo ordinario dell’anno prossimo. 

Dal Fatto Quotidiano

In un sussulto di ironia, anzi di sarcasmo, il direttore del Fatto Quotidiano si è abbandonato alla “cattiveria” di giornata scrivendo che “praticamente, a non volere Draghi premier, sono rimasti solo Conte e Draghi stesso”. E c’è paradossalmente del vero anche in questo, con le “tasche piene” confessate dal presidente del Consiglio prima di dimettersi, e ulteriormente riempite ieri dalle ultime manovre, manovrette, minacce, proteste e suppliche, da sinistra e da destra, innescate da un incontro chiesto a Draghi e ottenuto dal segretario del Pd Enrico Letta. Che fra tutti è stato  il più sofferente all’idea di perdere una interlocuzione, diciamo così, con Conte pur non più “punto di riferimento dei progressisti”, come lo aveva imprudentemente promosso Nicola Zingaretti quando era al Nazareno. E come lo stesso Zingaretti ha detto recentemente di non considerarlo più. 

Oltre a ricevere Enrico Letta e, di conseguenza, per le proteste dirette e telefoniche di Silvio Berlusconi, da una delegazione del centrodestra “di governo”, Draghi ha sentito l’opportunità di consultarsi con Mattarella prima di affrontare il passaggio della verifica. 

Marzio Breda sul Corriere della Sera

A leggere il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, sempre consigliabile in queste circostanze perché di casa più di ogni altro sul colle più alto di Roma, il capo dello Stato ha trovato Draghi “un pò meno irremovibile e rigido nei suoi propositi di una settimana fa, quando voleva mollare tutto subito, senza neppure passare per il Parlamento”. “Stavolta almeno -ha scritto Breda- ha elencato i pro e i contro di una propria permanenza a Palazzo Chigi”, anche senza -si deve presumere- la fiducia di quella che potrebbe risultare alla fine la consistenza  striminzita di un non più imprenscindibile MoVimento 5 Stelle, o del “partito di Conte”, come lo declassa lo scissionista Di Maio ogni volta che ne parla. 

Ancora Marzio Breda sul Corriere della Sera

“Già un passo avanti, insomma”, ha commentato Breda. Il quale tuttavia ha avvertito a conclusione della sua scrupolosa corrispondenza che, prevedendo o temendo il peggio, non importa per colpa di chi, al Quirinale “è già pronto il decreto di scioglimento, con la data del voto: il 2 ottobre”.  Ma la data delle elezioni, in verità, spetterebbe fissarla al governo, non al presidente della Repubblica. Evidentemente Mattarella e Draghi si sono spinti già in avanti valutando insieme la situazione.

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Quella volta che Scalfaro non vedeva l’ora di sciogliere le Camere che lo avevano eletto

Marzio Breda sul Corriere della Sera di ieri
Titolo del Dubbio

Quella cartellina, reale o metaforica che sia, sulla scrivania di Sergio Mattarella che s’intravvede nella corrispondenza di Marzio Breda dal Quirinale per il Corriere della Sera, relativa al precedente dello scioglimento anticipato delle Camere nel 1994, ad opera di Oscar Luigi Scalfaro, dev’essere un incubo per chi teme l’epilogo della legislatura. O un motivo di speranza per chi l’auspica come conclusione della odierna verifica parlamentare chiesta dal capo dello Stato respingendo la settimana scorsa le dimissioni di Mario Draghi e rinviandolo alle Camere:  prima al Senato e poi a Montecitorio, come hanno poi concordato i presidenti delle due assemblee. E come non potevano non decidere dopo che Mattarella aveva indicato esplicitamente la necessità di valutare quanto era accaduto proprio al Senato con la votazione di fiducia -disertata polemicamente dai grillini- sulla conversione in legge del decreto per gli aiuti alle famiglie e alle imprese in difficoltà. 

Giorgio Napolitano
Scalfaro e Ciampi nel 1994

Il quadro politico e istituzionale, ma  più politico che istituzionale, del 1994 assomiglia a quello attuale solo per il comune stato di delegittimazione delle Camere. Per tutto il resto le situazioni sono nettamente diverse e potrebbero anche indurre Mattarella a non seguire l’esempio del suo predecessore e collega di partito, che pur in presenza di un governo non sfiduciato -quello presieduto da Carlo Azeglio Ciampi- interruppe la legislatura senza neppure ricorrere al rito delle consultazioni dei partiti e gruppi parlamentari. Scalfaro si limitò a “sentire”, come prescritto dalla Costituzione, i presidenti delle Camere: Giorgio Napolitano, che a Montecitorio aveva maturato la convinzione che lo scioglimento anticipato fosse opportuno, e Giovanni Spadolini che al Senato si era fatta un’idea diversa. 

Giovanni Spadolini

A me risultava che oltre a farsela, Spadolini avesse espressa la sua idea difforme al presidente della Repubblica senza convincerlo. Ma una volta che lo scrissi il puntigliosissimo Scalfaro me la smentì privatamente. Peccato che nel frattempo Spadolini fosse morto e non potesse confermare quello che personalmente mi aveva fatto capire. 

Le Camere sciolte nel 1994, per quanto elette meno di due anni prima, erano delegittimate innanzitutto per il gran numero di inquisiti e candidati alle manette, previa autorizzazione parlamentare, per finanziamento illegale dei partiti, corruzione, concussione e quant’altro contestate soprattutto dalla Procura di Milano con l’indagine nota come “Mani pulite”. E “coscienze sporche”, aggiungevano polemicamente i pochi garantisti in servizio lamentando i metodi degli inquirenti e il senso prevalentemente unico delle loro iniziative sul piano politico. Ma erano delegittimate anche per l’intervenuto cambiamento della legge elettorale, essendo stato il sistema proporzionale praticamente demolito dal referendum del 1993. E sostituito con uno misto -per i due terzi maggioritario e un terzo ancora proporzionale- formulato da una legge di cui fu relatore a Montecitorio l’attuale presidente della Repubblica, battezzato in latino “Mattarellum” dal compianto Giovanni Sartori, Vanni per gli amici. 

          Per l’approvazione di una nuova legge  elettorale aveva premuto a viso aperto proprio Scalfaro, indicandola come traguardo di governo a Ciampi conferendogli l’incarico di presidente del Consiglio dopo il referendum e le dimissioni del primo governo di Giuliano Amato. Lo stesso Ciampi, scomodato dalla guida della Banca d’Italia, raccontò poi onestamente  in una intervista al Corriere della Sera di avere confessato al presidente della Repubblica la sua incompetenza in materia, sentendosi offrire come risposta la collaborazione degli uffici del Quirinale per supplirvi.

Pur eletto al vertice dello Stato dalle Camere uscite dalle urne solo nel 1992, sull’onda emotiva della strage di Capaci, che aveva azzerato tutte le candidature coltivate nei partiti per la successione al “picconatore” Francesco Cossiga, il nuovo presidente della Repubblica non vedeva l’ora di liberarsene: l’opposto di Mattarella, che delle Camere elette nel 2018 è stato un protettore forse sin troppo paziente, prima ancora che l’emergenza sanitaria della pandemia e quella economica e sociale collegata l’obbligassero un anno e mezzo fa ad allestire il governo eccezionalissimo di Mario Draghi, pur di non mandare gli italiani alle urne dopo il naufragio del secondo governo Conte, politicamente opposto al primo. 

Queste Camere, diversamente da quelle del 1994, non sono delegittimate da vicende giudiziarie, e da cappi sventolati nelle sue aule, né da una nuova legge elettorale. Lo sono invece per la riforma, fortemente voluta dai grillini e subìta dagli alleati di turno, che ne ha tagliato un terzo e più dei seggi parlamentari, per cui deputati e senatori uscenti si dibattono come tonni nelle reti della morte, e per la dissoluzione ormai del partito originariamente “centrale”, quello appunto dei grillini. Attorno al quale si sono fatte e disfatte le maggioranze di questa legislatura, anche quella del governo -eccezionale, ripeto- di Draghi. Cui è  capitato in questi giorni ciò che è mancato a tutti gli altri nella storia della Repubblica, anche a quelli storici davvero di Alcide De Gasperi, e della ricostruzione dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale: un coro di appelli di ogni tipo a restare. Essi hanno ricordato e ricordano un pò quelli levatesi alla fine dell’anno scorso per la conferma di Mattarella al Quirinale, alla scadenza del suo mandato.

Sergio Mattarella

Mattarella non ne voleva sapere, ma alla fine si rese disponibile. Forse oggi egli vorrebbe che Draghi, tra i fautori della sua rielezione, facesse lo stesso a Palazzo Chigi. Dove però non si è eletti per sette, lunghi anni, diventati quattordici per Mattarella, ma nominati, e condizionati dagli umori variabili di partiti, correnti e singoli leader, veri o presunti. 

Pubblicato sul Dubbio

Se si tratta davvero per trattenere Draghi a Palazzo Chigi non è certamente con lui

Titolo di Repubblica
Titolo del Corriere della Sera

“Si tratta a oltranza”, annuncia il Corriere della Sera in vista della verifica parlamentare sul governo Draghi, dopo le dimissioni respinte da Sergio Mattarella per la rottura praticamente consumatasi la settimana scorsa fra lo stesso Draghi e Giuseppe Conte, se vogliano chiamare le cose col loro none, senza infingimenti. Ma chi tratta? Non certamente Mario Draghi, per quanto assediato non da chi vuole liberarsi di lui ma da chi “dal basso”, come ha titolato Repubblica, lo spinge a restare temendo i danni anche di elezioni anticipate -cui sarebbe rassegnato in caso di riapertura della crisi il presidente della Repubblica- in questi tempi di emergenze, persino di guerra che dall’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin diffonde i suoi effetti anche nelle nostre case col carovita. 

Draghi se ne sta sulle sue, magari ad ammirare l’Altan di Repubblica che partecipa a suo modo agli appelli a restare, godendosi i guai in cui è incorso non lui ma Conte. Che con la sua sostanziale offensiva ha aggravato confusione e crisi in quel che resta del MoVimento 5 Stelle, prossimo ad altri abbandoni, dopo quelli già sostanziosi di Luigi Di Maio e amici. 

Titolo della Stampa
Michele Ainis al Fatto Quotidiano

E’ uno sgretolamento, quello dei grillini, che potrebbe in teoria indurre Draghi a non ritenere più essenziale neppure sul piano politico, oltre che numerico nelle aule parlamentari, la partecipazione delle ormai spente 5 Stelle al governo e alla maggioranza. D’altronde, la situazione in cui si trova Draghi è stata ben rappresentata dal costituzionalista Michele Ainis dicendo che il problema non è della fiducia da accordare al presidente del Consiglio ma della fiducia che questi si sente o no di riporre o concedere di nuovo alla sua maggioranza, dove a creargli problemi non sono stati peraltro solo i grillini ma anche altri: per esempio, i leghisti. 

Il segretario del Pd Enrico Letta

Se qualcuno sta veramente trattando in queste ore dietro le solite quinte bisognerebbe forse cercarlo nel Pd. Dove il segretario Enrico Letta sta praticando una terapia di accanimento, diciamo così, alla politica del “campo largo” perseguita con Giuseppe Conte per non essere costretto -quando si andrà alle elezioni- a cercare più spasmodicamente un’intesa con l’area centrale affollata da transfughi dello stesso Pd e del centrodestra. Ma ormai che cosa potrebbe ancora garantirgli e procurargli un MoVimento 5 Stelle ridotto al ruolo e alle dimensioni cui l’ha portato Conte in una versione populista che lo ha messo in concorrenza un pò con l’ex alleato leghista Matteo Salvini e un pò con l’ex grillino Alessandro Di Battista? Il quale ultimo   potrebbe magari soffiargli il posto rientrando nel movimento tornato alle origini, ma senza i numeri elettorali e parlamentari del 2018. 

Dal blog di Beppe Grillo

E Grillo, il fondatore, il garante, l’Elevato, con la maiuscola? Si lascia attribuire i più disparati umori, anzi malumori, e gioca su internet con i barattoli di colla. Che però non è solo quella dei “traditori” attaccati alle poltrone, ma anche quella che lo lega all’idea, appena rilanciata sul suo blog, che deve finire “la nostra ossessione per la crescita”. Sarebbe nella decrescita la nostra felicità, oltre che il nostro avvenire. Anche lui è tornato alle origini, senza averne più i numeri. 

Le confusioni parallele del centrodestra e del centrosinistra

Impaziente com’è sempre quando vede un affare a portata di mano – e che affare in questo caso, trattandosi dell’autoliquidazione di Giuseppe Conte e di ciò che gli resta o resterà del MoVimento 5 Stelle- Silvio Berlusconi in asse con Matteo Salvini ha posto dal suo buon ritiro in Sardegna un veto a Mario Draghi contro la permanenza dei grillini al governo. Ed ha cercato di accelerare la crisi verso le elezioni anticipate, se e quando i presidenti del Consiglio e della Repubblica la scongeleranno: il primo confermando le dimissioni dopo la verifica parlamentare di mercoledì e il secondo firmando, forse senza neppure il rito delle consultazioni, il decreto di scioglimento delle Camere elette nel 2018. Nelle quali francamente è accaduto di tutto perché si possa scommettere senza imbarazzo su qualche altra cosa eccentrica sino al compimento ordinario di una legislatura nata all’insegna della “centralità” dei grillini, come addirittura dei democristiani nella cosiddetta prima Repubblica. 

Eppure c’è qualcosa di forse troppo affrettato nello scatto di Berlusconi. Che mi sembra più smanioso -ripeto- di arrivare alle elezioni che di arrivarvi nelle migliori condizioni possibili per un centrodestra che continua -per carità- ad essere  in testa in tutti i sondaggi, ma è attraversato anch’esso al suo interno da tensioni e confusioni che potrebbero nuocergli in campagna elettorale. 

Berlusconi alla Stampa del 13 luglio

Diversamente dalla campagna del 2018, quando Berlusconi disse che in caso di vittoria Palazzo Chigi sarebbe spettato al partito più votato della coalizione, non immaginando forse che davvero la sua Forza Italia sarebbe stata sorpassata dalla Lega di Matteo Salvini, questa volta l’ex presidente del Consiglio ha voluto lasciare aperta la questione. In una intervista alla Stampa del 13 luglio egli ha detto come più riservato non poteva che “alla fine del percorso, non certo all’inizio, individueremo insieme la figura col profilo più adeguato” alla Presidenza del Consiglio. Ma la domanda era stata altrettanto chiarissima: “Se Meloni fosse la più votata del centrodestra alle prossime elezioni, Palazzo Chigi toccherebbe a lei?”. 

Neppure in versione, diciamo così sublimale, la domanda aveva smosso Berlusconi dalla paura di riconoscere alla leader dichiaratamente conservatrice del centrodestra, non più in versione ex Movimento Sociale o ex Alleanza Nazionale, un diritto di prelazione sulla guida del governo se più baciata dagli elettori. L’Europa -gli era stato chiesto- accetterebbe Meloni a Palazzo Chigi? E lui: “L’Europa non sceglie il nostro presidente del Consiglio. E’ una prerogativa che spetta esclusivamente al capo dello Stato, sulla base delle scelte del corpo elettorale”. Una risposta francamente diversa, anzi contraria all’abitudine del Cavaliere, in passato, di attendersi dal Quirinale ben altra discrezionalità dopo le elezioni. 

Non so, francamente, se questo problema così sbrigativamente rimosso da Berlusconi potrà risultare irrilevante in una campagna elettorale per la confusione che nasconde, e per quella che gli avversari saranno interessati invece a ingigantire. E ciò specie se costoro non saranno più raccolti nel “campo santo”, come lo stesso Berlusconi lo ha definito,  del Pd e 5 Stelle ma nel campo del Pd e fritto misto di centro. 

Fedele Confalonieri
Fedele Confalonieri al Corriere della Sera di ieri

Eppure un amico di Berlusconi fedele di nome e di fatto come Confalonieri, appena intervistato per il Corriere della Sera da Aldo Cazzullo fra le guglie del Duomo di Milano, della cui Veneranda Fabbrica è presidente, si è sentito di spendere una parola a favore della Meloni piuttosto che di Salvini. Il quale “dà l’impressione di parlare tanto e girare un pò a vuoto”. La Meloni invece “piace molto“ a Confalonieri. “Da ragazza -ha detto- era pure lei un pò fascistina, però adesso che le puoi dire? Ci proveranno, l’attaccheranno. Ma se dovessi dare un consiglio a Silvio, gli direi di puntare sulla Meloni. E’ lei che può riportare il centrodestra a Palazzo Chigi”. 

Incalzato da Cazzullo sul terreno del “populismo” rimproverato alla giovane leader della destra, sentite che cosa ha risposto Confalonieri: “Io nel Silvio delle origini vedevo una punta di populismo: quel rifiuto del teatrino della politica, che un pò è anche stato dei 5 Stelle. Oggi Berlusconi dice tutte cose giuste: l’Europa, l’atlantismo, la moderazione. Ma ai poveri chi pensa? Ai ragazzi che non trovano lavoro e vanno all’estero?”. 

Fedele Confalonieri ancora al Corriere della Sera di ieri

Questo Confalonieri così comprensivo o aperto al populismo francamente non lo ricordavo, pur avendolo frequentato. E neppure il Confalonieri su Draghi e la guerra in Ucraina ascoltato da Cazzullo in risposta alla domanda se l’attuale presidente del Consiglio debba “andarsene o restare”: “Meglio che resti. Certo, non è bello che un Paese sia commissariato, ma è il destino di chi ha troppi debiti. Però- ha detto il primo e più sincero amico di Berlusconi- non mi piace la linea di Draghi sulla guerra, sulle armi. Noi siamo un popolo di santi e di navigatori, non di guerrieri”. 

Immagino il sorrisetto compiaciuto di Conte nell’ultima versione di un passo indietro ad Alessandro Di Battista. E la delusione dell’iperatllantista Meloni appena candidata dallo stesso Confalonieri a Palazzo Chigi. Grande è la confusione sotto il cielo, diceva Mao godendone sulla terra.

Pubblicato sul Dubbio

Non solo appelli ma anche frustate a Draghi perché non rinunci al governo

Titolo della Stampa

Fra i tanti appelli a Mario Draghi a restare  alla guida del governo -tantissimi, forse troppi pensando alle “lacrime finte” non a torto intraviste sulla Stampa da Lucia Annunziata- quello di Mario Monti, che lo ha preceduto a Palazzo Chigi anche lui in circostanze molto preoccupanti per l’Italia, si distingue per fermezza, non per sviolinatura.  

Dal Corriere della Sera

Più che  una supplica, come Giorgia Meloni ha interpretato la sortita dei mille sindaci protestando per una pretesa distorsione del loro ruolo istituzionale, quella di Monti sul Corriere della Sera è stata quasi una intimazione: col frustino dell’amico, se non con la frusta del superiore almeno di età, per quanto di poco. O di uno comunque senza complessi di inferiorità verso Draghi, disponendo a livello internazionale, o quanto meno europeo, di un prestigio personale uguale, o di poco inferiore. Che si è guadagnato come professore universitario e come commissario europeo di lunga esperienza, designato dall’Italia prima di centrodestra, con Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, e poi di centrosinistra, con Romano Prodi alla presidenza dell’esecutivo di Bruxelles. 

Mario Monti sul Corriere della Sera

Una conferma, anzi una reiterazione delle dimissioni da presidente del Consiglio -respintegli la settimana scorsa dal capo dello Stato, che lo ha rinviato alle Camere per una verifica politica, alla luce del sole, dopo lo sbilenco rifiuto della fiducia dei grillini al Senato sul decreto degli aiuti a famiglie e imprese-  “sarebbe una mancanza di rispetto verso il Paese e i cittadini”, ha scritto Monte. “E potrebbe intaccare -ha aggiunto mirando ancora più in alto-  la legacy dello stesso Draghi, il suo posto nella storia”. 

Ancora Monti sul Corriere della Sera

Senza volersi in qualche modo immiserire nelle vicende interne al MoVimento 5 Stelle, che sono all’origine di questa crisi per ora congelata da Mattarella; in particolare, senza volere sottolineare il significato politico pur rilevante della scissione non ancora completa del “partito di Conte”, come lo chiama il fuoriuscito Luigi Di Maio, il senatore a vita Monti ha chiesto “cosa si direbbe dell’Italia all’estero se si dovesse constatare che perfino l’italiano più credibile e rispettato decide di lasciare prima del tempo un impegno di così grande responsabilità? Vogliamo -ha ancora più incisivamente chiesto- uno scudo antispread o anche uno scudo contro atti inattesi dei più credibili protagonisti della vita italiana?”. 

“Per tutti questi motivi -ha concluso l’ex presidente del Consiglio- faccio davvero fatica a immaginare che Mario Draghi rassegni in via definitiva le dimissioni da presidente del Consiglio. La forza della ragione, non solo la speranza, mi induce a credere che ciò non avverrà”.

Gabriele Albertini su Libero
Gabriele Albertini

Un altro appello si distingue dagli altri, proveniente pur dall’area del centrodestra da dove ieri è partito un annuncio moltiplicatore delle difficoltà politiche di Draghi, cioè il rifiuto congiunto di Silvio Berlusconi e di Matteo Salvini di continuare a stare in maggioranza e al governo con le 5 Stelle. Ben più prudentemente e realisticamente, considerando proprio la scissione continua in corso nel movimento grillino, da cui starebbero per uscire almeno un’altra trentina di parlamentari, altro che le “poche defezioni” annunciate dal Fatto Quotidiano; ben più prudentemente di Berlusconi e Salvini, dicevo, l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini  scrivendo su  Libero ha invocato Draghi a seguire gli insegnamenti ricevuti da entrambi a scuola dai gesuiti: “Rigidi nei principi ma duttili nei comportamenti”.

Il presidente del Consiglio ci starà forse riflettendo in Algeria, dove è volato per quella che comunque non sarà la sua ultima missione internazionale perché, male che vada, sarà difficile a Mattarella sostituirlo a Palazzo Chigi prima delle eventuali elezioni anticipate d’autunno. Alla cui gestione il governo di Draghi sarebbe adattissimo.

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Si stringe il cappio di Conte al collo di Draghi in vista della verifica parlamentare

Titolo di Avvenire

Mentre si moltiplicano in Italia e all’estero, al di là e al di qua dell’Atlantico, fatta eccezione per Mosca, gli appelli a favore di Draghi in vista della verifica parlamentare di mercoledì, in quella il giornale dei vescovi italiani Avvenire ha definito “l’ora dei doveri”, Giuseppe Conte ha stretto ulteriormente il cappio al collo del presidente del Consiglio. O, se preferite un linguaggio più lieve, gli ha lanciato l’ennesimo ultimatum, che una volta persino il suo sfottente “garante” Beppe Grillo definiva “penultimatum”. Ma che stavolta potrebbe rivelarsi un ultimatum vero, destinato tuttavia ad esplodere in mano al presidente del MoVimento 5 Stelle con una ulteriore scissione a favore di Luigi Di Maio. La cui uscita con una sessantina di parlamentari al seguito è in fondo alla vera origine della crisi congelata dal presidente della Repubblica respingendo le dimissioni del presidente del Consiglio e rinviandolo alle Camere. 

Paola Taverna

Se nelle sue comunicazioni di mercoledì Draghi non dovesse accettare le nove condizioni  di “discontinuità” e “cambio di passo” postegli dal movimento in un documento consegnatogli personalmente da Conte a Palazzo Chigi, i parlamentari gli negherebbero la fiducia non più uscendo dall’aula ma rispondendo no all’appello nominale. Ma se Draghi, orientato sino a ieri a non arrivare neppure alla votazione, andando al Quirinale a confermare le sue dimissioni dopo avere replicato agli interventi nella discussione, dovesse accettare la sfida di Conte e lasciare quindi votare, dai 30 ai 50 parlamentari del movimento -secondo le valutazioni, rispettivamente, di Repubblica e del Corriere della Sera- potrebbero accordargli la fiducia ugualmente. A quel punto a dimettersi dovrebbe decentemente essere non Draghi da presidente del Consiglio ma Conte da presidente, peraltro neppure parlamentare, di un movimento ridotto davvero ai minimi termini. Gli rimarrebbe forse solo la solidarietà di quella specie di passionaria delle 5 Stelle che è diventata la vice presidente del Senato Paola Taverna, avvolta nel suo linguaggio romanesco di lotta. 

Dal blog di Beppe Grillo

Draghi, dal canto suo, come lo ha appena  incitato praticamente il segretario del Pd Enrico Letta, potrebbe anche accettare di rimanere, perdendo forse solo qualche ministro o sottosegretario. E Conte non potrebbe più accusarlo o solo sospettarlo di avere fomentato la scissione di Di Maio, essendo chiara la responsabilità tutta sua della crisi pentastellata. Forse anche il silente Beppe Grillo, neppure lui estraneo a tale deriva col suo disordine politico e caratteriale, smetterà sul proprio blog di distrarsi al telescopio ammirando le stelle ben più lontane di quelle del movimento da lui fondato nel 2009 col compianto Gianroberto Casaleggio. 

Il ministro Stefano Patuanelli

Stelle poi? Polvere di stelle, direi, parafrasando un ben più fortunato film commedia del 1973 diretto e interpretato da Alberto Sordi, e Monica Vitti co-protagonista. Volete metterli davvero a confronto coi pentastellati di oggi? Dallo stesso Grillo a Conte, dalla Taverna al capo- addirittura- della delegazione al governo Stefano Patuanelli, senatore della Repubblica? Il quale ultimo prima rimane al suo posto di ministro dell’Agricoltura pur non avendo votato la fiducia nell’aula di Palazzo Madama, poi rifiuta le dimissioni chieste a lui e agli altri ministri -ma smentite in poche ore- da Conte, infine si dichiara disposto a lasciare solo se davvero lo stesso Conte glielo chiedesse prima della verifica parlamentare di mercoledì.  

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Non ditelo a nessuno, ma Conte ha “il boccino” della crisi in mano

Titolo di Repubblica
Titolo del Corriere della Sera

Il partito di Conte -come lo chiama Luigi  Di Maio non so se più con sarcasmo o con troppo ottimismo, presumendo che l’ex presidente del Consiglio controlli davvero ciò che resta del MoVimento 5 Stelle – ha sequestrato anche questa lunga vigilia della verifica parlamentare di mercoledì prossimo. Che è il giorno in cui Mario Draghi, su esplicita indicazione del Quirinale, si presenterà alle Camere per esporre le ragioni delle dimissioni da presidente del Consiglio respintegli dal capo dello Stato. 

Sergio Mattarella

Sergio Mattarella non è del tutto convinto che il governo non disponga più della sua maggioranza originaria. Ne vuole comunque una conferma chiara in Parlamento prima di decidersi, probabilmente e finalmente, a scioglierlo e a mandare gli italiani alle urne in autunno, per la prima e significativa volta nella storia della Repubblica, dove finora si è sempre votato in primavera, o sulla sua soglia. 

C’è sempre una prima volta in tutte le storie. Lo fu, quattro anni fa, all’inizio di questa legislatura, anche quella -ammessa dallo stesso Mattarella- di affidare la guida del governo a uno come Conte: professore di diritto, per carità, avvocato con clientela molto abbiente, pur col vezzo di considerarsi al servizio del “popolo”, ma completamento digiuno di politica e amministrazione. E se ne sono visti francamente gli effetti, per quanti aiuti avesse ricevuto l’improvvisato presidente del Consiglio dallo stesso Mattarella e collaboratori al Quirinale nelle due esperienze vissute a Palazzo Chigi: la prima con una maggioranza gialloverde e la seconda giallorossa, o giallorosa volendo salvaguardare i colori della Roma calcistica. 

Luca De Carolis sul Fatto Quotidiano di ieri
Titolo del Fatto Quotidiano di ieri

Sicuro non di averla fatta grossa -come gli avrebbe detto la buonanima di Amintore Fanfani invitandolo a “coprirla”- ma addirittura di avere “il pallino” o di “guidare il gioco”, secondo le parole attribuitegli dal giornale che più lo sostiene, cioè Il Fatto Quotidiano, Conte sta cercando a suo modo di togliere l’ultima erba sotto i piedi dell’odiato Draghi: l’intruso che un anno e mezzo  fa gli soffiò, diciamo così, la Presidenza del Consiglio. 

Giuseppe Conte

A suo modo, dicevo: correndo e frenando, dicendo e smentendo, gettando la pietra e nascondendo la mano. In ballo questa volta sono le dimissioni dei ministri pentastellati prima di mercoledì per chiudere il cerchio della fiducia negata al governo sul decreto degli aiuti alle famiglie e imprese, neppure votato d’altronde alla Camera, dove tuttavia la fiducia gli era stata accordata grazie a votazioni separate consentite da un regolamento un pò pasticciato. Ma i ministri, e neppure i sottosegretari, sono tutti disposti a soddisfare Conte, pronti anzi a seguire Di Maio nei suoi nuovi gruppi parlamentari: insieme per il futuro. 

Tutto il resto in questa crisi congelata o sospesa come una partita di calcio in attesa dei tempi supplementari -credetemi- è posticcio: dalle pressioni del Pd di Enrico Letta per il recupero in extremis di una maggioranza senza la quale diventa davvero un camposanto, come dicono da opposte visioni Romano Prodi e Silvio Berlusconi, il cosiddetto campo largo con le 5 Stelle, o ciò che ne rimane, ai contrasti nel centrodestra fra chi vuole davvero le elezioni subito e chi invece cerca ancora di ritardarle per non trovarsi, in caso di vittoria, di fronte al problema di sostenere, subire, contrastare la candidatura di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. 

Titolo del manifesto

L’onnipotenza attribuitasi da Conte fa diventare paradossalmente posticcia persino l’eco internazionale delle dimissioni di Draghi, nel bel mezzo della guerra in Ucraina e dei suoi riflessi geopolitici, economici e sociali. Draghi, secondo la solitamente felice rappresentazione giornalistica che il manifesto sa fare delle situazioni complicate, è tra “le stelle e le strisce”: le stelle cadenti di Conte e le strisce americane di Biden, che fa il tifo per lui in buona compagnia europea.  

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