Il rinvio di Draghi alle Camere equivale ai tempi supplementari della crisi

La votazione di fiducia al Senato

Il previsto rinvio del governo alle Camere – dopo le dimissioni altrettanto previste di Mario Draghi di fronte alla fiducia negatagli dai grillini al Senato non partecipando alla votazione conclusiva della conversione in legge del decreto sugli aiuti alle famiglie e alle imprese-  è stato visto da qualcuno come un “congelamento” della crisi. Il che sottintende forse la speranza che nei cinque giorni fra le dimissioni e il ritorno di Draghi in Parlamento, mercoledì prossimo, si scongeli il suo malumore così abrasivamente espresso in Consiglio dei Ministri con l’annuncio, testuale, che “la maggioranza di unità nazionale che ha sostenuto questo governo dalla sua creazione non c’è più”. O “è venuto meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo”. 

Dal Fatto Quotidiano

In tempi in cui si sciolgono i ghiacciai -ma con quali effetti si è appena visto sulla Marmolada- c’è chi ha evidentemente pensato che possa sbollire anche la presunta rabbia del presidente del Consiglio, abituato a comandare -secondo la rappresentazione dei suoi avversari- e perciò preso alla sprovvista dall’ultima versione di Giuseppe Conte: “radicale”, in senso estremistico. Che il sociologo Domenico De Masi, arrivato sulle prime pagine dei giornali gridando ai quattro venti la presunta confidenza ricevuta da Beppe Grillo su pressioni di Draghi per “far fuori” il presidente del MoVimento 5 Stelle, si augura oggi sul Fatto Quotidiano -e dove, sennò?- sia la posizione non solo ultima ma definitiva dell’ex presidente del Consiglio. 

Più che di congelamento della crisi, parlerei -a proposito dell’iniziativa presa dal capo dello Stato- di un ricorso ai tempi supplementari per chiudere con un risultato che non sia un pareggio la partita giocata contro Draghi da Conte, appunto. Che peraltro detta da fuori, non essendo né un deputato né un senatore, la linea ai parlamentari pentastellati non passati, o non ancora, con Luigi  Di Maio. Ma siamo poi sicuri che l’ex presidente del Consiglio detti davvero la linea, e non si limiti invece a recepire quella malmostosa di gruppi ormai allo sbando, dove prevale l’illusione che ci sia ancora tempo per una lunga conclusione della legislatura in cui poter giocare all’opposizione per fermare l’emorragia elettorale o addirittura ricevere qualche provvidenziale trasfusione?

Vignetta del Fatto Quotidiano
Vignetta del Secolo XIX

A dispetto, tuttavia, di queste forti spinte alla “radicalità”, per rimanere nel linguaggio di De Masi, sono già arrivate voci e disponibilità ad una conferma della fiducia da parte dei grillini, forse con la riserva di uscire dal governo in un altro momento, visto che ora un disimpegno rischia non di attenuare ma di aumentare la impopolarità del MoVimento 5 Stelle. La ciliegina sulla torta gliel’hanno appena messa a Mosca applaudendo alle dimissioni di Draghi, pur respinte da Mattarella: un Draghi considerato evidentemente “bollito” anche al Cremlino, e non solo sulla prima pagina del Fatto Quotidiano nella vignetta di Riccardo Mannelli. 

Se c’è comunque una volontà, o mezza volontà, di approfittare dei tempi supplementari ottenuti dal presidente della Repubblica per procrastinare la rottura, occorre che i grillini in Parlamento adottino un linguaggio un pò meno greve e provocatorio di quello abituale e  appena ripetuto al Senato. Dove Draghi ha trovato nelle parole dei pentastellati il segno della fine della maggioranza.

Conte ha voluto e ottenuto il riconoscimento dell’essenzialità del suo movimento anche dopo la scissione di Di Maio, tanto da fare escludere dall’interessato un cosiddetto Draghi bis senza i grillini al governo? Ed ora -è il succo del ragionamento del presidente del Consiglio- si dimostri all’altezza delle sue responsabilità. 

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Le ragioni posticce della crisi più pazza del mondo provocata da Conte

Titolo del Dubbio

In una  visione retrospettiva della crisi di governo, senza volere risalire all’anno scorso, quando Giuseppe Conte si sentì ingiustamente estromesso da Palazzo Chigi, il momento preciso in cui il presidente del MoVimento 5 Stelle ha acceso, volente o nolente, l’incendio in corso è quello della scissione di Luigi Di Maio, attribuendone la regìa, o qualcosa del genere, a Mario Draghi. Un sospetto, questo, che Conte ha sovrapposto allo spazio, lasciato per un pò anche dallo stesso Grillo, alle polemiche sulle presunte pressioni esercitate sempre da Draghi sul garante del movimento per “farne fuori” il presidente.  

Tutto il resto -compresa la richiesta di una “forte discontinuità” e di un “cambio di passo” nell’azione di governo- è venuto dopo. E a me è francamente apparso posticcio in tutti i sensi, come un tentativo di dare alla vertenza politica un contenuto diverso, sul piano propagandistico più spendibile di una crisi di nervi, o qualcosa di simile. 

Quando neppure la smentita di Grillo – e la sua rilettura della Divina Commedia di Dante Alighieri per mettere nel girone infernale dei traditori quanti gli avevano attribuito confidenze e quant’altro sulle pressioni da Palazzo Chigi contro un Conte “inadeguato”- ha tranquillizzato il suo predecessore, Draghi ha escluso di poter guidare un governo senza la partecipazione -ma convinta- dei grillini. Se non lo avesse fatto, o si fosse mostrato minimamente disponibile al cosiddetto Draghi bis senza le 5 Stelle, o col solo loro appoggio esterno, egli avrebbe ridotto la credibilità della smentita opposta alla regia della scissione attribuitagli. 

Mario Draghi

Più che un generoso riconoscimento della importanza, essenzialità e quant’altro del movimento pentastellato pur abbandonato da una sessantina di parlamentari, e privo della maggioranza relativa dei seggi parlamentari conquistata nelle elezioni politiche del 2018, Draghi ha fatto col suo rifiuto di guidare un governo senza i grillini un’operazione politica di avveduto incastro di Conte alle sue responsabilità. Ha cioè tolto al suo predecessore ogni pretesto di sospettarlo sleale. E ciò anche a costo -va aggiunto- di infliggere alla scissione di Luigi Di Maio un colpo forse addirittura fatale, come la dimostrazione della sua inutilità ai fini della stabilità e della chiarezza della maggioranza su un terreno peraltro così delicato com’è quello della politica estera dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Un terreno, quello della politica estera e della guerra scatenata da Putin, su cui Di Maio aveva avvertito e denunciato con anticipo il pericolo -ma qualcosa anche più di un pericolo- che Conte perseguisse il famoso “disallineamento” dell’Italia dall’Europa e dalla Nato interrompendo la partecipazione agli aiuti militari all’Ucraina. 

Luigi Di Maio

Bisogna riconoscere con obiettività che dal momento in cui Draghi ha riconosciuto  come più non si poteva l’importanza o essenzialità di ciò che è rimasto del MoVimento 5 Stelle dopo la scissione, Di Maio si è trovato nella condizione non certo incoraggiante di un suo predecessore alla Farnesina: Angelino Alfano. Che nella scorsa legislatura da “diversamente berlusconiano” – ricordate? -aiutò prima Enrico Letta e poi Matteo Renzi a governare senza Silvio Berlusconi, passato all’opposizione dopo l’estromissione dal Senato a causa di una controversa ma definitiva condanna per frode fiscale, prenotando però solo il proprio  pensionamento politico. Ora Alfano è solo un ex col suo -ricordate anche questo ?- “nuovo centro destra”. Di politico, in senso però più culturale o mussale che pratico, egli ha solo la presidenza della Fondazione Alcide De Gasperi. Cui deve -credo- l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica conferitagli di recente e consegnatagli personalmente dal capo dello Stato. 

Più particolarmente nel nostro caso,  Di Maio rischia, con la possibile accelerazione elettorale derivante dalla crisi, di non avere più neppure il tempo di predisporre materialmente per il suo progetto “Insieme per il futuro” la rete di collegamento con sindaci e liste civiche che lo ha già visto impegnato in un incontro, fra gli altri, con Beppe Sala a Milano. 

Ma se il ministro degli Esteri non avrà il tempo di tessere il suo progetto con i sindaci, o con l’affollata area di centro, neppure Conte avrà il tempo di quella specie di rigenerazione politica all’opposizione per la quale premono in tanti su di lui, in ciò che resta del suo movimento, nel tentativo o nella illusione di fermare la discesa elettorale, o addirittura di invertire la tendenza. L’ex presidente del Consiglio si è insomma infilato nel più pazzo vicolo cieco, “coerentemente” -come ha detto per spiegare il rifiuto della fiducia al Senato- con la legislatura, anch’essa più pazza del mondo, cominciata quattro anni fa con la vittoria elettorale dei grillini e col suo davvero imprevisto approdo a Palazzo Chigi.

Pubblicato sul Dubbio

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In memoria di Eugenio Scalfari, grandissimo giornalista scomparso quasi centenario

Come la morte delle persone alle quali si tiene, si è avuto rispetto, anche nel dissenso delle opinioni e delle iniziative, quella di Eugenio Scalfari alla bella e venerabile età di 98 anni, quasi centenario quindi, mi ha colto non abbastanza preparato. Era da un pò che non lo si leggeva: lui che pure era puntuale negli appuntamenti con i lettori, magari negli ultimi tempi più per filosofare che per raccontare o commentare la sua seconda passione -dopo la filosofia appunto- della vita che è stata la politica. Alla quale egli ha partecipò anche attivamente per alcuni anni come deputato eletto a Milano nelle liste socialiste, ma ancor più profondamente e lungamente con i suoi editoriali, che spesso dettarono la linea a partiti anche imponenti come fu quello comunista guidato da Enrico Berlinguer. Che lui votò con orgoglio persino ostentato, dopo essere stato fascista da giovane, come d’altronde era accaduto a tanti suoi coetanei, compreso il suo rivale in giornalismo Indro Montanelli. Il cui Giornale, nato nel 1974 da una scissione a destra, diciamo così, del Corriere della Sera, indusse Scalfari a fondarne un altro, contrapposto, a sinistra. Che fu la Repubblica. 

Ho avuto la fortuna di essere testimone personale della correttezza dei loro rapporti. Nei tanti anni in cui, al Giornale appunto, partecipai alla contestazione del “compromesso storico” proposto da Berlinguer e sostenuto da Scalfari, arrivato con una intervista postuma ad Aldo Moro, appena ucciso dalle brigate rosse, per arruolarlo tra i favorevoli a quella prospettiva, e non solo ad una tregua parlamentare di “solidarietà nazionale” fra Dc e Pci com’era stata quella concordata nel 1976, Montanelli non si lasciò mai prendere dalla tentazione di una polemica personale con lui. E fra le sue rare direttive ai redattori, editorialisti, commentatori del Giornale c’era quella di risparmiare polemiche personali con Scalfari. 

Anche Scalfari aveva la sua classe. Avversario dichiarato di Bettino Craxi, del cui governo annunciava o auspicava quotidianamente la  caduta prematura, e al quale non rimproverava di avere “tagliato la barba a Marx” con quel saggio su Proudhon scritto a quattro mani con Luciano Pellicani, quando il leader socialista cadde sotto la ghigliottina giudiziaria di “Mani pulite” Scalfari smise di occuparsene. Molti altri invece ancora lo attaccano da morto da più di vent’anni e ne distorcono la storia politica e personale. 

Debbo dire che come i buoni vini, Scalfari migliorò invecchiando, sino a scandalizzare i suoi presunti o dichiarati discepoli, e persino quello che alla fine era diventato il suo editore: Carlo De Benedetti. Gli capitò, per esempio, di preferire pubblicamente Silvio Berlusconi – che lui definiva “impresario” anche dopo che era diventato presidente del Consiglio-ai grillini al governo. E di sostenere la riforma costituzionale di Matteo Renzi, osteggiata dagli amici Gustavo  Zagrebelsky e Ciriaco De Mita. Di Renzi peraltro  egli aveva cercato inutilmente di affinare il carattere e la cultura, raccontando -senza smentite- di avergli consigliato buone letture su cui poi lasciarsi interrogare, o quasi, da lui.  

Sarà stato vanitoso, superbo, indisponente con quel “cono d’ombra” nel quale soleva mettere chi usciva dalle sue sue simpatie, ma Scalfari è stato sicuramente un grande giornalista. Al quale peraltro le figlie donarono un documentario a tratti toccante realizzato con la sua partecipazione. Che personalmente mi gustai vedendolo in televisione.

Addio, direttore. O arrivederci, se mai il tuo amico Papa Bergoglio ti avesse intimamente convertito a forza di frequentarvi e di scambiarvi carinerie. 

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Giuseppe Conte è finito come una mosca in un bicchiere capovolto

Dalla prima pagina della Stampa
Titolo del Giornale

Più che nudo, come lo rappresenta nel titolo di prima pagina il Giornale, o incartato, come nel commento di Marcello Sorgi sulla prima pagina della Stampa, con la sua decisione di negare la fiducia al governo non facendo partecipare i grillini alla votazione unica al Senato sul decreto “Aiuti” . già non votato alla Camera in uno scrutinio separato, Giuseppe Conte è finito come una mosca in un bicchiere capovolto. Che nessuno sembra avere davvero la voglia di rigirare per liberarla.

Titolo del Messaggero
Titolo di Repubblica

L’ex presidente del Consiglio, pesantemente accusato dal segretario del Pd Enrico Letta di avere sparato contro il governo di Mario Draghi un colpo di pistola simile a quello che a Sarajevo sfociò nella prima guerra mondiale, è ormai il responsabile da tutti riconosciuto della rottura in corso. “Conte apre la crisi”, ha titolato la Stampa. “M5S apre la crisi”, il Messaggero. 

L’editoriale del Fatto Quotidiano
Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

Pur nel tentativo di rovesciare le responsabilità, prendendosela col presidente del Consiglio rappresentato in un braccio di ferro con Conte, dopo un fotomontaggio in cui i due erano pugili con tanto di guantoni, anche il direttore del Fatto Quotidiano non ha potuto sottrarsi all’obbligo di definire “scene da un manicomio” quelle della crisi: un manicomio in cui comunque si è mosso e si muove anche l’ex presidente del Consiglio tanto stimato e sostenuto da Marco Travaglio. 

Nel discorso pronunciato ai parlamentari di quel che resta del suo movimento Conte, reduce anche da una telefonata con Draghi, è arrivato ad attribuirsi il merito del decreto di fine mese anticipato dal presidente del Consiglio ai sindacati, sulla scia della “discontinuità” e del “cambio di passo” chiesti dal predecessore con un documento in nove punti. Ma neppure questo presunto, clamoroso successo ha indotto Conte a fermare la corsa verso il rifiuto della fiducia.

Marzio Breda sul Corriere della Sera

Ed ora che cosa farà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella? si chiedono tutti. Ai quali ha in qualche modo risposto il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda scrivendo, testualmente: “Si può solo dare per possibile che, nell’ipotesi di un Draghi azzoppato dalla prova della fiducia a Palazzo Madama, il presidente lo rinvii alle Camere. Ma -si badi- non come prova d’appello della coalizione per ricucire in extremis un tessuto che sia stato appena strappato, quanto per costringere i partiti ad assumersi solennemente le proprie responsabilità davanti al Paese. Esprimendo pubblicamente le rispettive posizioni, senza i mascheramenti tattici e i rilanci continui cui abbiamo assistito”.

“Poi, nel caso, Mattarella -ha scritto il quirinalista del Corriere- avvierà le consultazioni con le forze politiche e, numeri alla mano, prenderà una decisione. Sulla quale grava un punto interrogativo: chiedendo un nuovo sacrificio a Mario Draghi ?”. Proseguendo -ci sarebbe da chiedersi ancora- con l’attuale governo, nella presunzione di una permanenza pur contraddittoria dei grillini, o con un altro, il cosiddetto Draghi bis?

Ancora Marzio Breda sul Corriere della Sera

Ma anche a queste domande lo stesso Marzio Breda si era risposto da solo all’inizio della corrispondenza dal Quirinale smentendo “la voce” ricorrente “da un paio di giorni a Montecitorio” secondo la quale Mattarella “avrebbe detto a Mario Draghi: “Qualunque cosa succeda, tu da Palazzo Chigi non ti muovi…Ci siano capiti?”.

“Una intimazione -si legge nell’articolo di Breda- che non rientra nel lessico di Mattarella, un uomo per il quale la cultura della complessità (e questa è una fase estremamente complessa) si unisce a quella della mediazione (che non prevede un pressing così brutale). E’ insomma una frase “inverosimile”, sbottano al Quirinale, arricciando il naso. Non hanno tutti i torti, se non altro perché questo premier ha dato prova di voler decidere da solo, e senza tutori, il proprio destino”. Cosa che Conte evidentemente non ha messo in conto, finendo -ripeto- come una mosca sotto il bicchiere.

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Conte è riuscito a intossicare anche l’incontro del governo con i sindacati

Titolo di Avvenire
Titolo del Sole-24 Ore

Anche l’incontro di Mario Draghi e dei suoi ministri con i sindacati per “il cantiere” del salario minimo e del taglio al cuneo fiscale, come lo ha chiamato il giornale della Confindustria 24 Ore, o il “patto anticrisi”, secondo Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, ha risentito del clima politico di provvisorietà, instabilità e quant’altro creato dalle condizioni della maggioranza. Dove Giuseppe Conte e Matteo Salvini si inseguono nelle minacce e negli “ultimatum” lamentati dal presidente del Consiglio. Ma Conte primeggia per il caos del MoVimento 5 Stelle aggravatosi con la scissione, peraltro non ancora completa, di Luigi Di Maio. 

Titolo di Repubblica

Ora tutti sono “appesi a Conte”, come ha titolato la Repubblica: appesi come a un cappio, per la sua incapacità  -se non vogliamo parlare di cattiva volontà- di resistere alle fortissime tentazioni di rottura col governo serpeggianti fra i parlamentari destinati in gran parte a non tornare nelle nuove Camere. E ciò un pò per i tagli dei seggi  da essi stessi voluti e ancor più per i consensi perduti governando in questa legislatura con un pò tutti i partiti pur di stare al potere. Particolarmente forte è l’agitazione dei senatori, pronti a negare la fiducia al governo sul decreto “aiuti” che già alla Camera i pentastellati non hanno voluto approvare per via soprattutto della consentita realizzazione del termovalorizzatore a Roma, dove pure si vive tra incendi e rifiuti in pasto ai cinghiali nelle piazze e sulle strade. 

Maurizio Landini all’uscita da Palazzo Chigi

Ad un governo sotto scacco, forse anche  matto, era francamente difficile che i sindacati, pur accolti calorosamente da Draghi in persona a Palazzo Chigi, dessero credito più di tanto. E infatti non lo hanno dato, specialmente la Cgil di Maurizio Landini. Al quale non si può onestamente chiedere di lasciarsi scavalcare in silenzio da Conte che ha messo, fra le nove richieste di “discontinuità” e “cambiamento di marcia” avanzate per iscritto a Draghi, un altro sostanzioso “scostamento” di bilancio, cioè altro deficit e debito pubblico, per aumentare la spesa nell’ultimo anno di legislatura. E infatti Landini non si è lasciato scavalcare ed è tornato, pur dimagrito e vestito di blu, a fare il tribuno tra la selva dei microfoni all’uscita da Palazzo Chigi. 

La vignetta di Sergio Staino sulla Stampa
Titolo del Fatto Quotidiano

Non si sa, a questo punto, se il governo sarà ancora al suo posto, o comunque in condizioni di “fare”, che sono le uniche accettate da Draghi, per un successivo incontro, verso la fine del mese, programmato con i sindacati prima di un altro, corposo decreto di contenimento della crisi sociale. Ma se non avverrà, sarà ben difficile a Conte, e a ciò che sarà rimasto del suo movimento, scaricarne la responsabilità su altri: a cominciare dal “Draghi sottovuoto” gridato dal giornale che più rimpiange e sostiene l’ex presidente del Consiglio. Che è naturalmente Il Fatto Quotidiano, spesosi a rappresentare così l’incontro con i segretari dei sindacati a Palazzo Chigi: “La proposta che non c’è del governo che non c’è”, dal quale quindi i grillini dovrebbero affrettarsi ad uscire, e non limitarsi a negargli la fiducia o a non votarne i provvedimenti. Non è affatto escluso che Conte soddisfi alla fine, pur in un percorso assai tortuoso, quest’attesa spasmodica dei suoi estimatori. Che hanno riempito le tasche, diciamo così, anche ad un vecchio giornalista e militante di sinistra come Sergio Staino, ex direttore dell’Unità, sbottato sulla  prima pagina della Stampa a dire nella sua vignetta: “Io prima non ero molto convinto di Draghi. Adesso, grazie a Conte, me lo sposerei”. 

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Le tasche piene di Draghi, e un pò anche quelle di Mattarella

Titolo del Dubbio

Se fossero vere, come temo, le “tasche piene” attribuite dal Corriere della Sera a Mario Draghi in una “conversazione” con Antonio Tajani, che non ha smentito, ci sarebbe quanto meno da comprendere, se  non si volesse proprio condividerla, l’insofferenza del presidente del Consiglio. Che in un incontro chiesto e ottenuto con urgenza al Quirinale dopo il rifiuto dei grillini di approvare alla Camera il cosiddetto decreto aiuti, pur avendo accordato giorni fa la fiducia posta dal governo sull’articolato, è stato incoraggiato da Sergio Mattarella a resistere alla tentazione delle dimissioni. Che tuttavia il capo dello Stato avrebbe riconosciuto ragionevoli nel caso in cui al Senato i grillini rifiutassero, non partecipando al voto, anche la fiducia oltre all’approvazione del provvedimento, abbinate per regolamento a Palazzo Madama   diversamente da Montecitorio. 

Giuseppe Conte

Pur avendo riconosciuto la “serietà” di Draghi nell’essersi preso del tempo per rispondere -entro luglio, concordarono- alle richieste  di “discontinuità” e “cambiamento di marcia” contenute in un documento in nove punti consegnatogli a Palazzo Chigi , Giuseppe Conte ha sorpreso il presidente del Consiglio tollerando o addirittura fomentando una certa guerriglia contro il governo in Parlamento. E, non chiedendo direttamente ma facendogli arrivare per vie traverse, compresi i giornali, interventi e segnali anticipatori di una risposta positiva al contenzioso.

Ma quello che mi risulta avere maggiormente infastidito, o riempito “le tasche” di Draghi è stato il malessere che, volente o nolente, Conte ha provocato nel mondo sindacale con la sua corsa praticamente a sinistra. E ciò proprio mentre il presidente del Consiglio preparava l’incontro con i sindacati per spianare la strada all’azione di governo, e alle nuove misure di alleggerimento sociale che si stanno studiando tra Palazzo Chigi, Ministero dell’Economia, Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero del Lavoro e anche Ministero della transizione ecologica, retto peraltro da un tecnico- il fisico Roberto Cingolani- che sotto le cinque stelle, o ciò che n’è rimasto dopo la scissione di Luigi Di Maio, viene sempre più considerato dai grillini un nemico. “Cingolani è da cacciare”, titolava ieri il Fatto Quotidiano a pagina 11 un articolo di Antonio Rizzo con rigoroso e compiaciuto    richiamo in prima. 

L’ultima cosa di cui il governo delle emergenze, ora anche sociale, com’è quello guidato da Draghi, aveva bisogno era ed è certamente una concorrenza di Conte col segretario generale della Cgil Maurizio Landini, pur dopo il riconoscimento della essenzialità della parte del movimento che gli è rimasta. 

Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini

Se sarà comunque verifica quella che aspetta il governo, ma più in generale il Paese, e che è stata formalmente sollecitata nella maggioranza da Silvio Berlusconi, condivisa da Matteo Salvini e un pò derisa nel centrodestra dall’oppositrice Giorgia Meloni, essa per fortuna non sarà quella anomala adombrata su qualche giornale attribuendone la gestione al presidente della Repubblica. Che, per quanto paziente e volenteroso, e anche lui preoccupato per una crisi di governo in mezzo a tante altre crisi, di carattere interno e internazionale, non sembra proprio avere la voglia di addossarsi anche un compito del genere, sempre affidato nella lunga storia della Repubblica al presidente del Consiglio. Lo si è capito bene dalla cronaca dell’incontro di Mattarella con Draghi fatta sul Corriere della Sera dal quirinalista principe Marzio Breda.

Se sarà crisi a causa delle dimissioni di Draghi con le tasche rotte a quel punto come le scatole, e non solo piene, Mattarella lo rinvierà alle Camere per verificare nel modo più trasparente possibile se e di quale maggioranza porrebbe ancora disporre. Il guaio -altra ragione, credo, dell’anomalia di questa conclusione della legislatura più pazza del mondo, com’è stata più volte definita- è che,  non facendo parte del Parlamento, Giuseppe Conte non potrà partecipare alla discussione. E non è detto, francamente, che i capigruppo siano  davvero in grado di rappresentarne la linea, se ne esiste davvero una, tale e tanta è la confusione esistente fra i deputati e i senatori di un movimento la cui scissione non è ancora completata. 

Pubblicato sul Dubbio

Se sarà davvero verifica, si svolgerà in Parlamento, non al Quirinale

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Mario Draghi, che forse ne ha davvero “le tasche piene”, come gli fa dire Francesco Verderami sul Corriere della Sera, ha mandato un chiaro segnale, o monito, salendo ieri al Quirinale per consultarsi col presidente della Repubblica sullo spettacolo appena dato dalla Camera dai grillini. I quali, pur avendo nella scorsa settimana votato la fiducia posta da governo sul cosiddetto “decreto aiuti”, non hanno voluto approvare  ieri il provvedimento in 85 su 104 deputati. E ciò in esecuzione di una direttiva esplicita del capogruppo.  

Se analogo comportamento – come anticipato dagli interessati- si ripeterà davvero giovedì al Senato, dove però a causa di un regolamento più coerente e stringente sarà unica la votazione sulla fiducia e sul provvedimento, il presidente del Consiglio tornerà al Quirinale non più per riferire o consultarsi col capo dello Stato ma per rassegnare le dimissioni. Alle quali Mattarella reagirebbe non accettandole con la consueta riserva ed aprendo le consultazioni di rito, ma rinviandolo subito alle Camere per una discussione davvero chiarificatrice, per vedere cioè se e quale maggioranza esista attorno al suo governo. Sarebbe quindi una verifica alla luce del sole, in Parlamento, non quella riservata nell’ufficio del presidente della Repubblica ricevendo le solite delegazioni dei partiti nell’altrettanto solita riservatezza, per quanto mitigata dall’abitudine di conservare di ogni incontro in occasione delle crisi di governo una specie di verbale riservato, lasciandone al capo dello Stato la valutazione per le sue decisioni, magari spiegate poi alla stampa davanti alle telecamere. 

Marzio Breda sul Corriere della Sera

La cronaca dell’incontro di Draghi con Mattarella fatta sul Corriere della Sera dal solito, attendibilissimo Marzio Breda è molto chiara. Il presidente del Consiglio -ha scritto il quirinalista del più diffuso giornale italiano- potrebbe presentarsi dimissionario e essere magari rinviato dal presidente della Repubblica alle Camere, per aprire quella verifica politica che nelle ultime ore è parsa fra le eventualità meno remote”. Essa infatti è stata pubblicamente chiesta all’interno della maggioranza da Silvio Berlusconi e condivisa dalla Lega. 

Nel passaggio parlamentare della verifica -senza quindi la bizzarria della “verifica al Quirinale” ventilata ieri da giornali come lo stesso Corriere della Sera e La Stampa- Draghi potrebbe trovarsi avvantaggiato, rispetto alla voglia di disimpegno dei grillini gestita all’esterno delle Camere da Giuseppe Conte, da un eventuale avvio oggi di un costruttivo confronto con i sindacati su problemi che in gran parte coincidono con le richieste della “discontinuità” o di un “cambio di passo” avanzate a Palazzo Chigi dal presidente del MoVimento 5 Stelle con un documento articolato in nove punti. In caso di questo avvio costruttivo, auspicato tanto da Draghi quanto da Mattarella, che ha incoraggiato il presidente del Consiglio su questa strada, una prosecuzione della sostanziale guerriglia, o guerra di nervi, di Conte contro Draghi sarebbe davvero anacronistica perché i grillini scavalcherebbero addirittura i sindacati. 

Titolo del Riformista

In tal caso tuttavia -mi risulta che pensino al Quirinale- sarebbe forse più facile, o meno difficile, convincere Draghi a proseguire il suo lavoro senza i grillini nel governo, e persino col famoso “Draghi bis” escluso sinora dall’interessato, ma ventilato per qualche ora -nei giorni scorsi- anche dal segretario del Pd Enrico Letta. 

Tutto insomma è ancora in movimento, al minuscolo, lasciando al MoVimento, quello con la maiuscola di Conte, il compito che si è assunto di pestare i piedi nel mortaio della sua crisi elettorale e della scissione di Luigi Di Maio. Che peraltro non sembra ancora completata, essendoci una ventina di parlamentari “governisti” pronti ad aggiungersi agli oltre sessanta che hanno già seguito il ministro degli Esteri componendo gruppi alla Camera e al Senato e facendo perdere a quelli di provenienza la maggioranza relativa, passata alla Lega.

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La curiosa scommessa su una verifica di governo condotta da Mattarella

Titolo della Stampa
Titolo di Repubblica

Dopo la “discontinuità”, anzi la “forte discontinuità” chiesta da Giuseppe Conte a Mario Draghi per non fare ritirare dal governo i ministri tuttora pentastellati, torna nelle cronache politiche, fra “retroscena” e scena vera e propria, un altro termine, o rito, della cosiddetta Prima Repubblica: la “verifica” di governo, o di maggioranza. Ne hanno scritto, in particolare, la Repubblica anche con un richiamo in prima pagina e La Stampa solo all’interno, entrambe come passaggio al Quirinale nel caso in cui giovedì prossimo al Senato i grillini dovessero negare la fiducia al governo -concessa invece alla Camera- non partecipando al voto per la conversione in legge del decreto “aiuti”. Che è a loro indigesto soprattutto nella parte in cui consente il termovalorizzatore a Roma. Dove peraltro dietro agli incendi succedutisi con una frequenza a dir poco inquietante si sospettano interessi criminali creatisi attorno all’eterna e costosissima crisi della raccolta e dell’eliminazione dei rifiuti.

Titolo di Libero
Dalla cronaca di Repubblica

La verifica al Quirinale, cui penserebbero alcuni partiti della maggioranza, secondo il racconto di Repubblica, è tuttavia una variante rispetto alla pratica della Prima Repubblica. Allora non si svolgeva, appunto, al Quirinale ma a Palazzo Chigi. A condurre la verifica non era il capo dello Stato ma il presidente del Consiglio, che stavolta si vorrebbe esonerare dal compito non si capisce bene se per proteggerlo o per ridurne la forza, visto anche il calo dell’indice di gradimento  personale appena rilevato e rivelato a Libero da Alessandra Ghisleri: dal 60 per cento del suo esordio al 48 per cento, con una perdita quindi di 12 punti, pur attribuiti soprattutto all’area elettorale pentastellata e leghista. Che è l’area dei due partiti che più problemi hanno creato a Draghi in un anno e mezzo di governo. Ma ormai i grillini hanno superato come contestatori i leghisti, essendo il governo “ostaggio” -come dice il titolo di un editoriale di Domani- “del narcisismo di Conte”. Che ha forse indotto Matteo Salvini a contenersi per lasciare all’altro socio della maggioranza, quello da lui privilegiato nella prima maggioranza di questa legislatura, l’onere politico di una crisi nel bel mezzo di emergenze vecchie e nuove. 

Enrico Letta

Esiste tuttavia il pericolo -dal punto di vista o di interesse dei partiti desiderosi di questo passaggio- che la “verifica” al Quirinale sia stata pensata e sia perseguita senza tenere ben conto della disponibilità di chi la dovrebbe condurre, com’è accaduto nei giorni scorsi col cosiddetto “Draghi bis”: ventilato dai grillini e alla fine anche dal segretario del Pd Enrico Letta per allontanare lo spettro delle elezioni anticipate, sottovalutando l’indisponibilità confermata invece dal presidente del Consiglio a cambiare governo e tipo di maggioranza, con i pentastellati fuori dal primo e formalmente ancora partecipi della seconda con l’appoggio esterno. Tanto Draghi ha confermato la sua indisponibilità che il segretario del Pd ha  dovuto smettere di parlarne tornando a indicare nell’attuale governo l’ultimo possibile di questa legislatura.

Chi può garantire o scommettere davvero sulla disponibilità del presidente della Repubblica a gestire una specie di pre-crisi, anziché la crisi vera e propria che si apre con le dimissioni del governo in carica e con le consultazioni di rito, e non d’obbligo costituzionale? E’ una domanda che si dovrebbe porre almeno un cronista o un commentatore politico considerando la paternità anche umana del governo Draghi, fortemente voluto da Mattarella a chiusura della pasticciata crisi del secondo governo Conte. Un governo, quello di Draghi, a tutela del quale il presidente della Repubblica si è persino rassegnato alla rielezione cui era indisponibile, su richiesta dello stesso presidente del Consiglio, prima ancora che dei capigruppo parlamentari sfilati al Quirinale, nel momento in cui la scelta di un successore al vertice dello Stato divenne pericolosa per Palazzo Chigi.

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Dall’abitudine alla guerra in Ucraina all’attesa della crisi di governo coltivata da Conte

Ancora dal Giornale
Titolo del Giornale

Ci siamo tanto abituati alla guerra in Ucraina, secondo Putin neppure cominciata davvero, che i giornali ormai ne pubblicano le foto -se le pubblicano- all’interno, o nelle parti basse delle loro prime pagine, mettendo in alto quelle delle fiamme e del fumo a Roma. Dove il nuovo sindaco ed ex ministro Roberto Gualtieri è già sulla strada di Nerone. 

Massimo Giannini sulla Stampa
L’editoriale della Stampa

Scrive oggi giustamente il direttore Massimo Giannini sulla Stampa contro l’assuefazione “anche a questo: l’orrore del Donbass, i missili che piovono, i civili che muoiono. Tutto è già quasi routine, almeno per la nostra esistenza materiale. Del conflitto russo-ucraino valutiamo -ha scritto ancora Giannini- il costo economico più che il conto delle vittime”, per cui ci chiediamo “quanto rincara la bolletta del gas, il pieno di benzina, la spesa al supermercato, quando scatteranno le restrizioni alle forniture di energia, di aria fredda o di acqua calda, dove arriverà l’inflazione, la più iniqua di tutte le tasse”. E magari qualcuno -mi permetto di aggiungere- si chiederà, accodandosi ai putiniani d’Italia, se davvero ci conviene allungare questa guerra aiutando la resistenza degli ucraini, anziché convincerli con le buone alla resa, in concorrenza con le cattive del Cremlino. 

Ancora Giannini sulla Stampa

Eppure lo stesso Giannini, pur dirigendo un giornale preso di mira dall’’ambasciatore russo in Italia che lo denunciò alla Procura di Roma all’’inizio del conflitto per falso e contorni, si è lasciato scappare una “Europa risparmiata (per ora) dai cannoni di Putin”, ma che “rischia di trasformarsi in grande polveriera sociale”, per cui “i governi dovranno farsene carico”: compreso quello italiano di Mario Draghi, dal quale non a caso i grillini vorrebbero uscire per non perdere anche quei pochi voti che sono rimasti al loro movimento.

Su quell’”Europa risparmiata”, sia pure “per ora”, mi permetterei di dissentire perché l’Ucraina ne è compresa, come dovrebbero dimostrare i pellegrinaggi dei suoi leader da Zelensky, a Kiev, e le procedure di adesione all’Unione avviate con tanto clamore nei giorni scorsi. Se non si ha vera cognizione dell’Ucraina europea non si può coerentemente difendere la posizione assunta appunto in Europa, a cominciare dal governo Draghi, di aiutare gli aggrediti sino a quando sarà necessario e di impedire a Putin di vincere la sua sporca guerra, secondo lui, neppure cominciata davvero, ripeto. E si potrebbe, al contrario, condividere se non le proteste dei putiniani d’Italia, i malumori e le paure di Giuseppe Conte tentato dalla crisi. E ormai frenato solo dalla ricerca del momento più opportuno per soddisfare le attese del “gregge” di cui è presidente, per ripetere l’immagine usata dal premier inglese Boris Johnson rinunciando alla guida del suo partito conservatore e predisponendosi a lasciare anche la guida del governo. 

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

Più esita ad arrendersi anche lui al gregge pentastellato, non dimettendosi però da presidente del movimento, come ha fatto l’ancora premier britannico, ma facendo uscire i “suoi” ministri e provocando le dimissioni di Draghi, più Conte rischia di essere degradato a “baluba” da Travaglio e simili, insofferenti dei ritardi di una crisi presuntivamente, molto presuntivamente, rigeneratrice dello spirito originario di un movimento pur dissoltosi ormai per strada, o ridotto a polvere di stelle: un baluba al quale basterebbe che Draghi regalasse “il lecca-lecca e lo zucchero filato”, ha concluso il suo solito editoriale sprezzante il direttore del Fatto Quotidiano.

Ripreso da http://www.policymakermag.it 

Il logoramento di Draghi ignorato o sottovalutato dagli amici, a parole

Titolo di Repubblica di ieri

“Draghi rischia il logoramento”, titolava ieri Repubblica richiamando in prima pagina un articolo di “retroscena” sulla situazione politica e, più in particolare, sulle condizioni in cui si trova il presidente del Consiglio fra annunci, minacce, manovre di crisi prevalentemente attribuite alle tensioni che percorrono il MoVimento 5 Stelle dopo la scissione di Luigi Di Maio, ma onestamente evidenti anche fra i leghisti, ormai superati nel centrodestra dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Che guadagna voti soprattutto ai danni del partito di Matteo Salvini. 

Giuseppe Conte

Ritengo personalmente ottimistico, e anche troppo, quel titolo o titolino di Repubblica perché Mario Draghi non rischia ma è già in logoramento, pur avendo un’autorevolezza personale che gli ha permesso e gli permette ancora di essere rispettato in tutti gli incontri internazionali ai quali partecipa, o in tutte le missioni che svolge all’estero. Dove Giuseppe Conte non se lo ricorda  ormai più nessuno, per quanto lui e i suoi amici si vantino di avere lasciato il segno con i finanziamenti europei al piano di ripresa e resilienza. Che tuttavia egli non riuscì o non fece in tempo a tradurre in un progetto concreto. E quando vi provvide Draghi e qualcuno alla Commissione Europea storse il naso su alcuni particolari, ritenuti non adeguatamente contabilizzati e credibili, bastò che il nuovo presidente del Consiglio dicesse “garantisco io” perché tutto passasse. Ve lo immaginate un “garantisco io” di Conte? Via, cerchiamo di essere seri. 

Per quanto potrà ancora durare tuttavia di fronte agli sviluppi caotici della situazione politica italiana  il mantenimento del prestigio personale di Draghi sul piano internazionale, guadagnatosi soprattutto con la sua esperienza a Francoforte presiedendo la Banca Centrale Europea e salvando l’euro da una tempesta che lo stava travolgendo? Questa è la domanda che dovrebbero porsi i veri estimatori del presidente del Consiglio, non l’auspicio ch’egli riesca ancora a tenere a freno i grillini. O che, in caso contrario, riesca a formare un altro governo -il Draghi bis- senza di loro, ormai non più determinanti numericamente per la formazione di una maggioranza in Parlamento, e portare la legislatura al suo compimento ordinario, a marzo dell’anno prossimo. E con elezioni a maggio, usando sino all’ultimo secondo il tempo a disposizione per mandare concretamente gli italiani alle urne dopo lo scioglimento delle Camere scadute. 

Giovanni Goria visto da Giorgio Forattini

Più che governare davvero l’Italia, Draghi collezionerebbe con il suo bis, o con l’attuale governo miracolosamente sottratto alla crisi perseguita dai soci infidi della sua maggioranza, solo incidenti, infortuni, compromessi destinati a farne un politico uguale a tanti altri comparsi e scomparsi nella storia della prima, seconda, terza Repubblica. Rischierebbe la fine del povero Giovanni Goria, senza neppure la barba che consentì, da sola, a quell’ex ministro del Tesoro e presidente del Consiglio democristiano di essere rappresentato agli italiani da Giorgio Forattini nelle sue vignette.

Titolo del Foglio

Un Draghi bis o un Draghi costretto alla macina di una campagna elettorale di un anno sarebbe davvero la fine dell’esperienza politica del presidente del Consiglio: altro che la prenotazione di un più solido governo nella nuova legislatura. Chi sostiene il contrario o è uno sprovveduto, incapace di capire, per esempio, il discredito che gli deriverebbe dalle nomine negli enti pubblici già richiesto a Draghi dal Pd per non lasciarle agli equilibri politici della prossima legislatura, o è un suo avversario travestito da amico. Che pensa anche di cambiare per l’ennesima volta la legge elettorale a pochi mesi dal voto, in difformità peraltro dalle regole o dai canoni europei. Ma quella in vigore è pessima, ha appena confermato al Foglio il segretario piddino Enrico Letta. Beh, bisognava pensarci prima. 

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