La fiducia al governo Draghi c’è, ma più apparente che reale per il caos grillino

Titolo di Avvenire

Quei 410 sì e 49 no della Camera sono certamente la conferma della fiducia al governo, che l’aveva posta sulla conversione in legge del decreto degli aiuti in tempi di difficoltà economiche per tanti. Ma è una fiducia sulla carta, o sul tabellone elettronico di Montecitorio. E’ una fiducia neppure “a tempo”, come l’ha definita Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, ma apparente. Data peraltro con molte assenze non solo fra i grillini, ma anche fra leghisti e forzisti. 

Della volontà di  questi ultimi  di sostenere il governo di cui fanno parte è francamente difficile dubitare, ma degli altri sì: soprattutto dei grillini, 13 deputati dei quali si sono messi in missione, forse anche per coprire decentemente il loro dissenso, ma 15 non hanno neppure avvertito questo scrupolo, orgogliosi -temo- di essere “ingiustificati”, come si dice in termini d’aula e di verbali. 

Mattia Feltri sulla Stampa

Il MoVimento 5 Stelle, o ciò che ne resta dopo i sessanta fra deputati e senatori che hanno seguito nella scissione il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, è stato diviso sulla Stampa da Mattia Feltri in ben cinque correnti, delle quali quattro ben definibili: governisti, barricaderos, mediatori, attendisti. A capo di ciascuna di esse il mio amico Mattia ha messo, non a torto, Giuseppe Conte per le posizioni ondivaghe che assume ogni volta che parla, anche rispondendo incidentalmente ai cronisti che lo inseguono sapendo di poter portare a casa qualche dichiarazione appetitosa per chi scrive di politica sui giornali, in particolare del perenne stato di pre-crisi in cui si trova da qualche tempo il governo Draghi. E ancor più rischia di trovarsi dopo che il segretario del Pd Enrico Letta si è prestato nelle ultime ore al sospetto che sia disponibile ad un secondo governo Draghi per portare a termine regolarmente la legislatura, senza uno scioglimento anticipato ed elezioni politiche già nella prossima stagione autunnale. Che sarebbero, peraltro, le prime nella storia della Repubblica, essendosi generalmente votato in primavera.

Sempre dal Fatto Quotidiano
Il ring del Fatto Quotidiano

Gli umori più malmostosi fra i grillini nei riguardi di Draghi sono notoriamente espressi dal Fatto Quotidiano, che oggi presenta il presidente del Consiglio e il suo predecessore con i guantoni.  Non bastando il ring, il giornale di Marco Travaglio ha preannunciato al Senato per giovedì prossimo un “D day”, una riedizione cioè dello storico sbarco in Normandia nella seconda guerra mondiale. Quel giorno i grillini dovranno decidere se negare esplicitamente la fiducia al governo sul decreto aiuti, nel frattempo passato alla Camera anche col voto conclusivo, o negarla assentandosi tutti dall’aula: cosa che Conte non ha sinora esclusa, limitandosi a dire che saprà in qualsiasi modo sorprendere con le sue direttive.

Putin

Adesso di guerra in Europa, diversamente dai tempi dello sbarco in Normandia, abbiamo quella in Ucraina, scatenata da un Putin che ha appena opposto sfacciatamente alle tante attese di apertura di un serio negoziato di pace l’avvertimento che non siamo neppure all’inizio della sua avventura nell’odiato paese limitrofo. Per fortuna da qualche giorno, evidentemente informato degli umori a Mosca, non foss’altro leggendo i reportage dalla Russia -sempre sul Fatto Quotidiano– dell’ex deputato grillino Alessandro Di Battista, l’ex presidente del Consiglio ha smesso di mettere in croce Draghi per gli aiuti militari italiani all’Ucraina, contestati sotto le cinque stelle perché praticamente subordinati ad una politica dettata dalla Casa Bianca. 

Boris Johnson

Non si può tuttavia escludere che Conte torni a sollevare anche questo problema, visto che fra i grillini le improvvise pre-dimissioni del primo ministro inglese Boris Johnson con la rinuncia alla guida del partito dei conservatori sono state avvertite come un possibile, auspicabile colpo alla linea dura contro Putin. Oltre che come un incoraggiamento a perseguire la caduta di Draghi in Italia senza dover mettere nel conto le elezioni anticipate, visto che in Gran Bretagna non sono per niente scontate.  

Ripreso dalle Rassegne Stampa del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati

 

La crisi pirandelliana di Giuseppe Conte alla guida delle 5 Stelle

Luigi Pirandello
Titolo del Dubbio

Se la lettura -o rilettura- di Dante è diventata obbligatoria per Beppe Grillo, che ne ha appena ripassato la Divina Commedia, in particolare l’Inferno, per salire a origini e somiglianze dei tradimenti subiti come fondatore e garante del MoVimento 5 Stelle, ma un pò anche dei suoi, compiuti fra battute, risate, precisazioni, smentite, sfuriate e via sceneggiando, la lettura -o rilettura- di Luigi Pirandello è diventata obbligatoria per Giuseppe Conte.

Nel ruolo di ex avvocato del popolo, ex presidente del Consiglio e da circa un anno tormentatisissimo e contestato presidente del movimento grillino, o di quel che n’è rimasto dopo le espulsioni o gli abbandoni più o meno individuali, e infine la scissione di Luigi Di Maio e una sessantina di parlamentari al seguito, Conte può ben riconoscersi nel protagonista del romanzo fra i più famosi, se non il più famoso, dello scrittore siciliano: “Uno, nessuno, centomila”. Egli è quasi una reincarnazione del Vitangelo Moscarda in crisi di identità perché visto dagli altri diversamente da come si vede lui. 

Titolo della Stampa di oggi
Il titolo del Giornale di ieri

Uscito dall’incontro con Draghi senza annunciare la rottura che qualcuno temeva e altri speravano, ma con la richiesta di un “forte segno di discontinuità”, come un protagonista o attore qualsiasi della cosiddetta e odiata Prima Repubblica, il povero ex presidente del Consiglio pensava forse di avere svolto al meglio la funzione di equilibrista: dell’uomo costretto dalle circostanze a camminare sul classico filo sospeso nell’aria. Ma Draghi -non so se più per ingenuità o inesperienza politica o per astuzia iperpolitica, altro che tecnica- lo ha descritto “collaborativo” scatenando un altro, l’ennesimo temporale, o terremoto, nel già bagnato o terremotato movimento delle 5 Stelle. I cui parlamentari con i nervi a fior di pelle hanno sentito puzza di bruciato e hanno cominciato a mettere anche l’altro piede fuori dal governo e forse anche dalla maggioranza: l’altro rispetto a quello già avvertito o segnalato dallo stesso Conte parlando in maniche di camicia con un cronista del Fatto Quotidiano ammesso nel suo ufficio. Che ne ha riferito poi in un articolo corretto -presumo- nella titolazione dal direttore in prima pagina con l’annuncio  di una “comunità 5 Stelle già fuori”, del tutto, a dispetto di un Conte in odore, o puzza, di “Sor Tentenna” o “Re dei penultimatum”, una volta incoronato così, tra il serio e faceto, proprio da Grillo.

Se e come potrà finire questa storia, questa rincorsa -sempre per stare alla rappresentazione di Travaglio- fra un Draghi che vorrebbe cacciarlo fuori e un Conte che potrebbe, o dovrebbe, precederlo facendo uscire i suoi ministri dal governo e cercando di cacciare l’intruso Draghi da Palazzo Chigi, è francamente difficile dire o prevedere. 

Titolo del Foglio di oggi
Il titolo di Libero di ieri

Da qualche giorno c’è chi scrive e persino scommette su Sergio Mattarella non ancora deciso o rassegnato alle elezioni anticipate in caso di crisi, e quindi tentato da un Draghi bis -evidentemente a dispetto dello stesso Draghi, che se n’è detto contrario- per fare terminare la legislatura alla scadenza ordinaria di marzo dell’anno prossimo. A meno che -si deve presumere- ad una crisi non concorra anche la Lega di Matteo Salvini, in competizione con Conte, perché in questo caso è francamente impossibile pensare ad un Mattarella ancora renitente allo scioglimento anticipato di Camere. Che, francamente, ritengo abbiano già vissuto troppo per la dovizia di spettacoli politici offerti agli elettori italiani e alle famose “Cancellerie” estere. Camere – permettetemi di aggiungere- sopravvissute a se stesse solo per le emergenze via via accavallatesi e condizioni di impedimento elettorale come quelle spiegate un anno e mezzo fa da Mattarella in persona in una diretta televisiva dal Quirinale distintasi per drammaticità e trasparenza. Fu la diretta sfociata nella convocazione di Draghi e nella formazione del suo governo. O -come Travaglio, sempre lui, scrisse con inchiostro giallo- nel “Conticidio”.

Non so voi, ma io sinceramente non mi strapperei i capelli, che fortunatamente conservo quasi integri a più di ottant’anni, se in autunno o già in agosto -a dispetto dell’omonimo generale sempre ai bordi della politica estiva per sedare rivolte e colpi di testa- la situazione dovesse precipitare e Mattarella fosse costretto a ciò che è riuscito sinora a risparmiarsi: una sforbiciata alla legislatura, dopo quella ai seggi parlamentari autolesionisticamente apportata dai grillini con la complicità di altri che vi erano contrari sino a un momento prima di cedere. Come il compianto socialista Fernando Santi diceva del segretario del suo partito Francesco De Martino nei rapporti, alternativamente, con la Dc e col Pci. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 10 luglio

Conte travolto dai malumori sotto le cinque stelle dopo l’incontro con Draghi

Titolo di Repubblica

Già “piccola piccola” di suo, come l’ha definita la Repubblica nel titolo di testa di prima pagina, l’intesa di Palazzo Chigi fra Conte e Draghi, o viceversa, con quella “disponibilità” annunciata dal presidente dei 5 Stelle a continuare la collaborazione di governo a condizione di un “forte segnale di discontinuità”, è svanita  in poche ore per le dure reazioni fra i grillini all’impressione ricavata dal presidente del Consiglio, e resa pubblica non so se a caso o apposta, di un colloquio “positivo e collaborativo”. 

Cronaca dell’assemblea dei parlamentari grillini sul Fatto Quotidiano

Riuniti in assemblea, i parlamentari pentastellati si sono praticamente rivoltati a Conte, che pure aveva cercato di trattenerli correggendo Draghi con questa assicurazione, testualmente riportata dal Fatto Quotidiano; “Il tempo è già scaduto. Questo governo deve cambiare marcia. E io a Draghi non ho dato alcuna rassicurazione sulla nostra permanenza. Noi non stiamo qui a reggere il moccolo al grande centro o alla destra”. Per cui evidentemente starebbero lavorando lo stesso Draghi e forse anche Enrico Letta, il segretario del Pd tentato dal pessimismo sui 5 Stelle e quindi dall’interesse a interloquire di più, e meglio, con quell’area di centro che viene spesso chiamata “il partito di Draghi senza Draghi”, comprensivo anche di Luigi Di Maio. Che proprio ieri ha voluto ostentare la sua visita a casa di Beppe Sala: il sindaco di Milano ben visto in quell’area e già espostosi compiacendosi praticamente della scissione del MoVimento 5 Stelle consumata dal ministro degli Esteri.

Ma torniamo all’assemblea dei parlamentari rimasti nel MoVimento e riunitisi dopo l’incontro di Conte con Draghi. Non bastando evidentemente la versione battagliera dell’incontro data da Conte per coprirsi sul versante radicale, è caduta -ha raccontato il cronista del Fatto Quotidiano- “una pioggia di interventi che chiedono di uscire subito dal governo, o quanto meno di chiedere agli iscritti online se restare o no. “Un plebiscito” osserva un deputato. E un altro segnale a Conte, un leader in mezzo a mille fuochi”.

Dal Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

Tra i mille fuochi c’è però proprio Il Fatto Quotidiano, smanioso di una rottura e punto ormai di riferimento dei più ostili a Draghi. Conoscendone gli umori, e l’influenza sulla base del MoVimento, Conte ne aveva ricevuto alcune ore prima il cronista nella sua stanza, in maniche di camicia, dicendogli, cioè ammiccandogli: “La nostra comunità sta con un piede fuori dal governo”. Ma al direttore Marco Travaglio queste parole non sono bastate, diventando in un vistoso titolo di prima pagina: “La comunità 5Stelle è già fuori”. Che è cosa ben diversa, nel contesto di un “colloquio”, anziché di un’intervista che forse si sarebbe esposta di più a una smentita. 

Travaglio su Conte

Va da sè naturalmente che Travaglio e tutti quelli che la pensano come lui sotto le 5 Stelle o dintorni danno per scontata una risposta negativa di Draghi alle attese e richieste del MoVimento, elencate in un documento di nove punti. “Se prevarranno i no- ha scritto il direttore del Fatto Quotidiano- Conte dovrà scrollarsi la nomea di Sor Tentenna e Re dei Penultimatum chiamando subito gli iscritti a votare l’addio al governo e/o alla maggioranza. Però a quel punto non sarà più lui a uscirne, ma Draghi a cacciarlo”. Meglio quindi farebbe Conte a rompere senza neppure attendere che trascorra tutto il mese di luglio, più o meno, lasciato al presidente del Consiglio per una risposta.

Titolo di Avvenire
Titolo della Stampa

Se sarà crisi, soltanto “rinviata” anche secondo La Stampa, o “congelata” secondo Avvenire, saranno dolori di pancia, a dir poco, sotto le 5 Stelle per quelli che sperano ancora nella possibilità di fare opposizione per tutto il tempo che rimarrà della durata ordinaria della legislatura, sino a marzo 2023. E ciò un pò per maturare a settembre prossimo il tanto malfamato vitalizio e un pò per convincere dall’opposizione un pò di elettori a non fuggire, o addirittura a tornare.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Nè rottura nè chiarimento fra Draghi e Conte, che reclama tuttavia “forti segni di discontinuità”

Dopo più di un’ora di incontro con Draghi a Palazzo Chigi Giuseppe Conte si è presentato ai giornalisti per riesumare formule e linguaggi da cosiddetta prima Repubblica, già riapparsi d’altronde per iniziativa d’altri in questi anni che pure dovevano essere tanto diversi. Egli ha chiesto, per esempio, “forti segni di discontinuità” nell’azione di governo per garantire davvero e non solo annunciare la disponibilità del MoVimento 5 Stelle a farne parte. Non ricordo più quante edizioni del centro-sinistra prima di Aldo Moro e poi di Mariano Rumor hanno rincorso discontinuità reclamate dai socialisti e da altri alleati della D.

Discontinuità nel 2019 fu chiesta anche dal Pd allora guidato da Nicola Zingaretti per sostituire la Lega nel governo, finita l’esperienza gialloverde d’inizio della legislatura in corso. Discontinuità significava innanzitutto cambiare presidente del Consiglio, nella ragionevole presunzione che quello uscente non fosse tanto disinvolto da poter stare a Palazzo Chigi cambiando così radicalmente maggioranza. Ma Conte non ne volle sapere e rimase al suo posto con i grillini schierati al suo fianco, compreso Luigi Di Maio. Che pure avrebbe potuto prenderne il posto, e lo aveva rifiutato quando ad offrirglielo era stato Salvini per riesumare la maggioranza gialloverde che aveva fatto saltare nella presunzione di ottenere le elezioni anticipate e di uscirne con i “pieni poteri”.

La discontinuità ora reclamata da Conte a Draghi, lasciandolo ancora- bontà sua- a Palazzo Chigi, dovrebbe essere “forte” quanto è il “disagio politico” nel quale il presidente del Consiglio avrebbe messo il MoVimento 5 Stelle, o ciò che ne è rimasto dopo la scissione di Di Maio. Dietro alla quale Conte ha visto lo zampino di Draghi, le cui smentite non sono servite a dissipare i suoi sospetti. Così come le smentite di Beppe Grillo non hanno dissipato non il sospetto ma la convinzione di Conte che Draghi -sempre lui- abbia tentato di convincere il “garante” del MoVimento 5 Stelle a “farlo fuori”. Ma con Grillo, che pure aveva rivelato quei tentativi parlando con un bel pò di amici poi apparsigli dei “traditori” in una rivisitazione semiletteraria dell’Inferno di Dante, l’ex presidente del Consiglio non ha ritenuto di aprire alcuna polemica dopo la smentita. Evidentemente il garante -per usare un aggettivo che piace a Conte- è ancora troppo forte nel Movimento, o -ripeto- in quel che ne resta, per essere da lui affrontato. 

Mario Draghi

Ma torniamo all’incontro con Draghi. Il contenzioso del suo predecessore rimane aperto anche dopo l’incontro. Non si è avuta la rottura che qualcuno forse si aspettava fra i pentastellati, ma neppure il completo chiarimento e rasserenamento che sarebbero stati utili al governo in questa stagione politica in cui le emergenze si accavallano anziché diminuire di numero e di intensità. Nè Draghi, con una serietà che una volta tanto gli ha riconosciuto lo stesso Conte, immagino con quanto stupore o dispetto di chi lo rimpiange a Palazzo Chigi un  giorno sì e l’altro pure, ha voluto fare finta di nulla per quieto vivere. Si è preso “un pò di tempo” -ha detto lo stesso predecessore- per esaminare le richieste di “discontinuità” presentategli con tanto di documento. 

Si continuerà insomma a navigare a vista, in attesa del prossimo incidente, o salto d’umore o ultimatum. Anzi, penultimatum di Conte. Parola di Grillo: sempre lui, il vero problema -come dicono sempre più numerosi gli osservatori politici- dell’avvocato rimasto senza popolo.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Gli accordi con Erdogan aumentano il contenzioso delle 5 Stelle con Draghi

Titolo di Repubblica

  Più che dei veti, come ha preferito chiamarla la Repubblica, è la battaglia dei voti quella scoppiata nel governo, nella maggioranza e fuori dall’uno e dall’altra: voti peraltro immaginari pensando al rinnovo delle Camere, ordinario o anticipato che possa rivelarsi. Ordinario, naturalmente, nelle speranze di Giuseppe Conte e di Matteo Salvini, che chiudono la legislatura praticamente insieme come l’avevano cominciata nel 2018, convinti che   una campagna elettorale abbastanza lunga -quasi un anno- possa aiutarli a fermare il declino o, rispettivamente, a recuperare un pò di quel che hanno perduto. Anticipato il più possibile -il rinnovo delle Camere- per chi come Giorgia Meloni è stata sempre all’opposizione ed è per questo cresciuta tanto da essersi classificata in testa con i suoi “fratelli d’Italia” nella graduatoria dei sondaggi. Ma anche per Enrico Letta, il segretario del Pd, che non a caso è diventato spesso l’interfaccia della Meloni, ed ha l’interesse sempre meno nascosto a farla finita il più presto con questa legislatura da vertigini.

Ciò che il segretario del Pd si è trattenuto dal dire per ragioni estreme di diplomazia lo ha fatto spiegare dal ministro della cultura Dario Franceschini, centrale in ogni maggioranza al Nazareno: una crisi porterebbe non solo ad elezioni anticipate ma anche alla fine del cosiddetto o presunto campo largo con le 5 Stelle. Che senza un’intesa elettorale col Pd per la distribuzione dei seggi nei collegi nominali uscirebbero dalle urne con prefissi telefonici: davvero polvere di stelle.

Il titolo del Riformista
La vignetta del Fatto Quotidiano

        L’ansia da prestazione, diciamo così, alla vigilia dell’incontro fra Draghi e Conte rinviato da lunedì ad oggi a causa della tragedia della Marmolada, ma anche della missione del presidente del Consiglio in Turchia, si è avvertita sotto le cinque stelle a tal punto che il giornale di sostanziale riferimento com’è Il Fatto Quotidiano, nella parte abitualmente più disinibita della sua prima pagina che è quella della vignetta, ha rappresentato la voglia vicendevole del presidente del Consiglio e del predecessore di “togliersi dal cazzo” l’altro. Chi ci riuscirà? Il Riformista si è augurato Draghi titolando sul “mercoledì nero” di Conte. Si vedrà. 

L’editoriale del Fatto Quotidiano

Certo è che sempre sotto le cinque stelle, e sempre sul giornale che ne riflette di più gli umori più profondi, il presidente del Consiglio in carica viene rappresentato come peggio non si potrebbe. La sua missione in Turchia, con mezzo governo al seguito, per una serie di accordi con Erdogan, il “dittatore” lamentato l’anno scorso dallo stesso Draghi con l’avvertenza realistica di una cooperazione obbligatoria, ha fatto scrivere a Marco Travaglio di “scena vomitevole”, di “mani insanguinate” strette con troppa disinvoltura e della “speranza che lor signori non oseranno mai più tenere lezioni su aggressori e aggrediti, liberaldemocrazie e dittature, invii di armi per difendere i valori occidentali, il diritto internazionale, autodeterminazione dei popoli e altri capolavori di ipocrisia”. 

Marco Travaglio sulla guerra in Ucraina

La lingua batte insomma dove il dente duole: la guerra in Ucraina e il tentativo della Nato e della Commissione Europea di non darla vinta all’aggressore Putin. E questo “solo” per favorire “i porci comodi degli Usa, che rifilano all’Europa le loro merci avariate, l’allontanano dai mercati russo e cinese, la dissanguano con una lunga guerra per procura e la riassorbono a sé in una Nato di nuovo americanocentrica”. Che è stata appena allargata, tra altri “vomiti” presumibili di Travaglio, alla Finlandia e Svezia uscite da un neutralismo che le esponeva alle tentazioni di un Putin ispirato da Pietro il Grande.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il ghiaccio della Marmolada ha forse travolto anche i disegni di crisi di governo

  Potrebbe essere finito sotto il ghiaccio della Marmolada, e il rinvio dell’incontro con Mario Draghi a mercoledì, anche il piano di crisi di Giuseppe Conte, se davvero il presidente del MoVimento 5 Stelle è stato davvero tentato dal disegno attribuitogli di fare uscire i “suoi” ministri dal governo rimanendo in maggioranza solo a parole, con l’appoggio esterno. Che Draghi ha già rifiutato avvertendo che una tale evenienza lo costringerebbe alle dimissioni per la grande importanza politica che continua ad attribuire ai grillini, pur mutilati di un’altra sessantina di parlamentari con la scissione di Luigi Di Maio, e ormai privi della maggioranza relativa in Parlamento conquistata nelle elezioni del 2018. 

Draghi sul posto della tragedia della Marmolada

Proprio la tragedia della Marmolada, come ha voluto far capire Draghi accorrendo personalmente sul posto e parlando della crisi ambientale che ne è all’origine, ha allungato l’elenco delle emergenze con le quali il governo è alle prese. Una crisi aggraverebbe le responsabilità di chi la dovesse o volesse provocare. Conte e il Consiglio Nazionale del suo movimento, la cui riunione propedeutica all’incontro con Draghi è stata anch’essa rinviata a domani, hanno   avuto pertanto l’occasione di un’ulteriore riflessione. 

Il problema di Conte, del resto, già prima della tragedia della Marmolada col bilancio di 7 morti e 5 dispersi, era più all’interno che all’esterno del suo movimento: più con quella Sibilla Cumana che è ormai diventato Beppe Grillo e con la voglia di opposizione che serpeggia fra quanti sperano, o s’illudono, di avere tempo a disposizione per fermare da un ruolo di opposizione, dichiarata o sostanziale, l’emorragia elettorale in corso, che col presidente del Consiglio. E con le pretese, e smentite da entrambi, pressioni di Draghi sul “garante” per “far fuori” Conte anche dalla presidenza del MoVimento affidatagli dopo la perdita di Palazzo Chigi. 

Titolo del Fatto Quotidiano

Quelli del Fatto Quotidiano, che si erano buttati a pesce sulle “rivelazioni” del sociologo Domenico De Masi circa la voglia di Draghi -ma forse anche di Grillo- di liberarsi definitivamente dell’ex presidente del Consiglio, continuano a soffiare sul fuoco. E a scommettere sulla permalosità sia personale sia politica di Conte. “Draghi -ha titolato   il giornale di Marco Travaglio- provoca Conte con l’ennesima fiducia” posta alla Camera sull’ormai controverso decreto “aiuti”, che contiene una norma a favore del termovalorizzatore a Roma e un’altra restrittiva del reddito di cittadinanza: una fiducia che, precedendo l’incontro con Draghi, sarebbe una specie di schiaffo al presidente e, più in generale, al Movimento 5 Stelle, decisi a trattare a Palazzo Chigi, fra l’altro, proprio sui due particolari controversi del decreto. 

Titolo del Foglio

Nonostante le pressioni, le rappresentazioni e quant’altro del Fatto Quotidiano, rappresentativo delle tendenze più radicali o estremiste delle 5 Stelle, Conte sembra tuttavia ancora una volta tentato anche dalle solite mosse dilatorie della sua avventura politica, derise una volta da Grillo come “penultimatum”. Il Foglio, per esempio, solitamente al corrente delle informazioni in possesso di Palazzo Chigi, nel confermare che “prima si vota la fiducia e solo dopo Draghi riceverà Conte”, ha riferito di queste parole che l’ex presidente del Consiglio si sarebbe lasciato scappare: “La gestiamo”. Gestiamo, cioè, anche la fiducia scomodissima che il governo ha voluto mettere  sul passaggio parlamentare del decreto “aiuti”, e delle parti indigeste ai duri pentastellati. Che lo stesso Grillo d’altronde aveva bacchettato nella sua recente e un pò tragicomica missione di ricognizione e d’ordine a Roma pronunciandosi contro una crisi per l’inceneritore in una Capitale sommersa dai rifiuti. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Grillo scende nell’Inferno di Dante. Ma è lui il problema di Conte

Titolo del Dubbio

Scherzo ma non troppo. L’avevo scritto  -qui, sul Dubbio- che per esplorare il MoVimento 5 Stelle, specie dopo la scissione di Luigi Di Maio, occorresse ripetere il viaggio di Dante nell’Inferno della sua Divina Commedia. E Beppe Grillo in persona, il fondatore, il “garante”, tornato a casa dopo una fuga da Roma, dove aveva concluso una missione di ricognizione e d’ordine aumentando il disordine nel suo movimento, si è immerso proprio nell’opera dantesca facendosi accompagnare da un Virgilio dei nostri tempi. Che sarebbe l’autore di Marsilio e insegnante di liceo Pasquale Almirante, un cui articolo di due anni fa egli ha riprodotto sul suo blog con tanto di ringraziamenti finali e titolo – “Fenomenologia del tradimento e del traditore”- sovrastato da un’illustrazione di Gustave Dorè del nono cerchio dell’Inferno dantesco: quello dove Lucifero si gode la compagnia dei suoi simili. 

Dal blog di Beppe Grillo

    Dal singolare della fenomenologia Grillo è passato al plurale dei traditori, andando anche oltre quelli sistemati da Dante nelle quattro zone del nono cerchio dell’Inferno: Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca, da Giuda, “il più famoso che si vendette per trenta denari, tradendo la fiducia”. E tutti hanno pensato a Luigi Di Maio scrivendone sui giornali, qualcuno cercando anche di raccoglierne le reazioni. Che sono state infastidite, ma non rancorose. 

Oltre ai nove cerchi dell’Inferno dantesco l’erudito Pasquale Almirante ha accompagnato Grillo in una sommaria rilettura di Shakespeare, di Dickens ed altri che hanno prodotto nelle loro opere figure di traditori e occasioni di tradimento. 

Di Charles Dickens, nel famosissimo David Copperfield che i meno giovani ricorderanno nella traduzione televisiva della Rai sceneggiata e diretta nel 1965 da Anton Giulio Majano, è la figura che sembra avere maggiormente colpito Grillo: Urial Heep, recitata in quello sceneggiato dal compianto Alberto Terrani. “Mani sempre umide e appiccicaticce, che non guarda mai negli occhi il suo interlocutore, che si contorce e che alla fine, dopo aver carpito tutti i segreti del suo benefattore, ne diventa socio attraverso sempre il tradimento e il mescolamento delle carte”, racconta Pasquale Almirante a Grillo. 

Luigi Di Maio

Oddio -mi sono chiesto- chi può essere scambiato per Urial Heep fra i tanti pentastellati, usciti o rimasti nel movimento, che Grillo ha conosciuto, persino allevato, e dai quali si è sentito tradito anche nella sua recente missione a Roma, interrotta dalla delusione e dalla rabbia per essersi sentito “strumentalizzato” -ha detto lui stesso- nelle confidenze fatte loro sui rapporti prevalentemente telefonici con Mario Draghi. Che, condividendo evidentemente il giudizio di “inadeguato” affibbiatogli una volta dallo stesso Grillo, gli avrebbe chiesto di “farlo fuori” dalla guida del movimento. Ne è seguita una tragedia, anzi una tragicommedia da cui si è capito solo che il problema di Conte, più che Draghi, è Grillo stesso. 

Purtroppo, almeno per soddisfare la mia curiosità, ho scarsa dimestichezza col mondo, parlamentare e non, delle 5 Stelle. Non ho mai stretto “mani sempre umide e appiccicaticce” o notato occhi “sfuggenti” nelle interlocuzioni avute. L’unico col quale mi sono scontrato una volta alla Camera -il non ancora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per avere lui indicato anni fa alla tv  nei giornalisti parlamentari in pensione i più sospettabili di lobbismo per far passare modifiche alle leggi utili a piccoli e grandi pseudocorruttori- mi guardò fisso negli occhi per dirmi che avrebbe continuato a sostenere quella convinzione che io gli avevo contestato.

Un autorevole amico reduce dal ricevimento di giovedì scorso fa a Villa Taverna per la festa americana dell’Indipendenza,  e che ha avuto modo di salutare e parlare col ministro degli Esteri Luigi Di Maio, accompagnato dalla bella fidanzata Virginia Saba avvolta in un lungo abito colore avorio, mi ha assicurato di averne raccolto uno sguardo ben diretto e di non avere stretto mani in qualche modo umide. E mi ha anche detto di non avere visto fra i grillini presenti il pur ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. 

Paola Taverna

Dalla lista dei presunti responsabili della delusione e della rabbia di Grillo confermo -dopo il disconoscimento di un post d’attacco sul suo sito internet all’amico Beppe e la punizione del responsabile- l’esclusione di Paola Taverna. Con la quale mi scuso peraltro di averla distrattamente indicata qualche giorno fa come vice presidente della Camera, anziché del Senato. 

Pubblicato sul Dubbio

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Il fuggi fuggi da Conte nel Pd : da Letta a Franceschini. Nessun aiuto da Bettini

Goffredo Bettini con l’allora segretario del Pd Nicola Zingaretti

Ve lo ricordate Goffredo Bettini, che sussurrava ai segretari del Pd come l’uomo del romanziere inglese Nicholas Evans ai cavalli, recitato per il cinema da Robert Redford?  E’ l’eminenza grigia che Giuseppe Conte da Palazzo Chigi e dintorni aveva preso l’abitudine di consultare più volte al giorno nel tentativo prima di evitare una crisi, poi di ritardarla gestendola al posto del presidente della Repubblica, infine di succedere a se stesso o con un secondo governo e mezzo, sostituendo pezzi della maggioranza, o con un terzo governo destinato a fargli condurre tutta intera l’avventurosa, anomala, pazza legislatura cominciata nel 2018 all’insegna della “centralità” del movimento grillino. 

Beh, neppure Bettini è uscito dal riserbo impostosi da quasi un anno per dare una mano all’ex “avvocato del popolo” alla vigilia di un incontro con Mario Draghi descritto come “una resa dei conti” da chi lo rimpiange come il migliore presidente del Consiglio avuto dall’Italia. E lamentò, anzi denunciò il “conticidio” quando fu sostituito appunto con Draghi. 

D’altronde lo stesso Bettini, dopo essersi guadagnato, a torto -come sostenne- o a ragione, la paternità di quel “Conte o morte” che contrassegnò la resistenza dell’avvocato a Palazzo Chigi, si era lasciato scappare -prima d’imporsi il silenzio che perdura- l’ammissione che l’allora aspirante a presidente del MoVimento 5 Stelle stesse rivelando qualche problema di tenuta anche come “punto di riferimento dei progressisti”. Così lo aveva troppo generosamente indicato o proposto Nicola Zingaretti nelle ultime settimane di guida del Pd, prima di fuggire praticamente dal Nazareno e di essere sostituito da Enrico Letta. 

Enrico Letta

Quest’ultimo, incollato alle posizioni di Mattarella e di Draghi, è stato di una insolita chiarezza e durezza nell’ammonire qualche giorno fa Conte, indebolito dalla scissione di Luigi Di Maio e da una infelice missione di ricognizione e d’ordine del “garante” Beppe Grillo a Roma, che uno strappo dal governo sarebbe la fine anticipata della legislatura. E probabilmente -mi permetto di aggiungere- anche di quel ch’è rimasto del suo movimento. 

Giuseppe Conte

Ma il guaio per Conte, ancora avvolto nel “disagio” dei suoi rapporti con Draghi, cresciuto con le rilevazioni pur smentite delle pressioni del presidente del Consiglio su Grillo per “farlo fuori”, è che al monito di Enrico Letta si è aggiunto quello del ministro della Cultura Dario Franceschini, anche lui stancatosi di proteggere più o meno dietro le quinte l’ex presidente del Consiglio dai suoi errori. Se saranno crisi ed elezioni anticipate -ha avvertito Franceschini, perno di tutte le maggioranze nel partito del Nazareno- finirà anche il tanto coltivato campo “largo” con le 5 Stelle. Sarà, piuttosto, un campo del Pd -anche se Franceschini non si è ancora avventurato a dirlo esplicitamente- con la nebulosa dei centristi, o del partito di Draghi senza Draghi, come si si scrive da tempo sui giornali. 

L’editoriale del Corriere della Sera

Il navigatissimo Paolo Mieli ha previsto a questo punto in un editoriale sul Corriere della Sera -si vedrà presto se a torto o a ragione- che “il ritorno alla lotta” di Conte sarà “frenato”, sia pure tra parentesi. E ha mostrato incertezza solo sull’ipotesi che all’”abbraccio” conclusivo dell’incontro con Draghi, rinviato intanto per la tragedia della Marmolada, si accompagnerà anche “un bacio”. Ma di baci, si sa, specie se a tradimento, si può anche morire, come Grillo ha sperimentato fuggendo da Roma dopo avere alimentato -tra confidenze, risate, abbracci, baci appunto e smentite – il mezzo complotto di Draghi contro Conte. Alla cui salute politica già così malmessa dubito che gioverebbero i baci promessigli, in caso di crisi, da Michele Santoro e da Alessandro Di Battista. 

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Sfida di Conte non solo a Draghi ma ora anche a Mattarella

Di Maio al Corriere della Sera
Titolo del Corriere della Sera a un’intervista a Luigi Di Maio

A questo punto la sfida di Giuseppe Conte, alla vigilia dell’incontro con Mario Draghi a Palazzo Chigi, è una sfida non più soltanto al presidente del Consiglio ma anche al presidente della Repubblica Giuseppe Mattarella. Al quale, nei giorni scorsi, andato al Quirinale a lamentarsi appunto di Draghi, che avrebbe chiesto la sua testa nel MoVimento 5 Stelle a Grillo in una telefonata smentita da entrambi, egli aveva assicurato di non avere programmato né di volere programmare una crisi di governo. “La sua sfuriata -scrisse di Conte il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, solitamente bene informato anche degli umori e delle impressioni del capo dello Stato- prometteva più teatro che sostanza”. 

Consapevole delle esigenze di “teatro”, appunto, del capo -ancora- delle 5 Stelle e reduce da un colloquio con lo stesso presidente della Repubblica, Draghi lanciò a Conte da Palazzo Chigi, dopo l’anticipato rientro dal vertice della Nato a Parigi, una specie di scialuppa da salvataggio di scena. Disse, in particolare, di ritenere così importante l’apporto delle 5 Stelle al governo, pur non più partito di maggioranza relativa dopo la scissione di Di Maio, che se Conte avesse ritirato i ministri per appoggiarlo dall’esterno, egli avrebbe aperto la crisi lo stesso, anche a costo di costringere, diciamo così, Mattarella allo scioglimento anticipato delle Camere. Lui, Draghi, non è  infatti disponibile ad una diversa maggioranza per garantire l’arrivo della legislatura alla scadenza ordinaria dell’anno prossimo. Nè Mattarella risulta tentato dalla ricerca di un altro presidente del Consiglio.

Dal Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

Che ti fa invece Conte alla vigilia di un incontro a Palazzo Chigi atteso giustamente dal Quirinale come occasione di chiarimento e di chiusura dell’incidente in qualche modo provocato da Grillo parlando con troppe persone, e forse esagerando un pò, delle sue chiacchierate telefoniche con Draghi? Prepara addirittura una lettera o comunque un documento -a leggere Il Fatto Quotidiano, che un pò anticipa e un pò cerca di suggerire a Conte mosse o iniziative che ne facciano davvero un leader di sinistra- per andare da Draghi a porgli “ultimatum”, o arrivare a “una resa dei conti”. 

Titolo dell’editoriale della Stampa

Se veramente siamo -come ha sostenuto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in una intervista al Corriere della Sera, la prima dopo l’uscita dal MoVimento 5 Stelle con una sessantina di parlamentari- alla ricerca di un “incidente” per una pretestuosa crisi di governo, il direttore della Stampa Massimo Giannini dovrebbe un pò pentirsi dell’ottimismo col quale nel titolo addirittura del suo editoriale ha dato l’impressione di mettere l’ex presidente del Consiglio in compagnia di Draghi e Mattarella alla ricerca di una “via di fuga dall’apocalisse”. Tale sarebbe in effetti la dissoluzione degli equilibri politici di emergenza trovati l’anno scorso con la formazione dell’attuale compagine ministeriale. 

Lo stesso Giannini, d’altronde, ha finito nel suo lungo commento alla situazione politica per scrivere di Conte come dell’avvocato senza più popolo”, al quale il professore si era offerto formando nel 2018 il suo primo governo: quello con Matteo Salvini vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno e Di Maio vice presidente del Consiglio, pure lui, e pluriministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro. 

Alessandro Di Battista
Titolo di Libero

Alla ricerca del “popolo” perduto si sono spontaneamente offerti a Conte il consumato tribuno televisivo Michele Santoro -che però in una intervista al Foglio gli ha chiesto di rompere sia con Draghi sia con Grillo- e il Che Guevara dei Noantri, o di Vigna Clara, Alessandro Di Battista, per il quale d’altronde l’ex presidente del Consiglio non ha mai nascosto una certa simpatia: neppure dopo la sua uscita dal Movimento 5 Stelle per protesta contro l’accordo di governo con Draghi voluto l’anno scorso da un Grillo forse ancora convinto di quella scelta. 

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A Conte non è ancora passato il “disagio politico” del rapporto con Draghi

Titolo della Stampa
Titolo del Corriere della Sera

Dopo le smentite quasi congiunte di Mario Draghi e di Beppe Grillo alla tentazione praticamente loro attribuita di “farlo fuori” dalla presidenza delle 5 Stelle e l’assicurazione dello stesso Draghi che il governo non sopravviverebbe ad un’uscita di quel che resta dell’omonimo movimento, per quanto non più di maggioranza relativa per la scissione consumata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, doveva essere un incontro di chiarimento e di riconciliazione quello concordato fra il presidente del Consiglio e il predecessore Giuseppe Conte per lunedì pomeriggio. Invece lo stesso Conte, come hanno titolato praticamente un pò tutti i giornali, ha voluto avvertire che il risentimento, anche a costo di sembrare a questo punto più personale che politico, non gli è ancora passato. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo di Repubblica

In particolare, tra cose dette chiaramente o allusivamente e cose attribuitegli, Conte continua a sospettare che dietro la scissione di Di Maio ci sia stato lo zampino del presidente del Consiglio, se non anche quello davvero paradossale di Grillo. Che ha appena diffuso sul suo blog un attacco ai “traditori”, al plurale sottolineato significativamente dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio: lo stesso giornale che ha provocato l’esplosione di tutta questa vicenda con un’intervista al sociologo Domenico De Masi. Cui Grillo avrebbe confidato le pressioni ricevute da Draghi contro il presidente del movimento di cui egli è garante, e da qualche settimana anche consulente praticamente retribuito per la comunicazione. 

Titolo del Messaggero
Titolo del manifesto

In più, oltre alla faccenda personale del tentativo o progetto di “farlo fuori”, Conte considera ancora aperti politicamente -nei rapporti fra Draghi e il MoVimento 5 Stelle- la fine del cosiddetto bonus edilizio, la revisione del reddito di cittadinanza, l’inceneritore a Roma autorizzato al nuovo sindaco ed ex ministro del Pd Roberto Gualtieri, infine ma non ultimo per importanza l’annuncio di altri aiuti militari italiani all’Ucraina. Che contrasterebbero -secondo Conte, ma anche secondo molti altri parlamentari pentastellati vogliosi di disimpegnarsi dal governo- con la necessità di spianare la strada ad una soluzione diplomatica della guerra avviata da Putin.

Titolo del Foglio
Titolo della Gazzetta del Mezzogiorno

Qualsiasi cosa volesse o dovesse dirgli lunedì Draghi per cercare di rasserenarlo maggiormente, anche a costo di contraddirsi clamorosamente, Conte si è proposto di “coinvolgere gli organi” del MoVimento nella valutazione del “disagio politico”. Potrebbe al limite verificarsi  il caso di un Consiglio Nazionale delle 5 Stelle, convocato più volte in questi giorni, più rigido di lui. E pensare che il povero Aldo Moro, di cui Conte si è detto tante volte non dico erede ma quanto meno ammiratore, non riuscì nel 1978 dalla prigione delle brigate rosse in cui era rinchiuso ad ottenere dai dirigenti della Dc la convocazione del Consiglio Nazionale di cui pure era presidente.

Mattarella conferisce ad Alfano il Cavalierato della Repubblica

A consolazione di Draghi, sospettato a torto o a ragione di avere manovrato dietro le quinte per la scissione delle 5 Stelle, potrebbero essere ricordate altre scissioni attribuite al presidente del Consiglio di turno per ricavare o cercare di ricavare vantaggi alla prosecuzione dell’esperienza a Palazzo Chigi. Accadde negli anni Settanta a Giulio Andreotti per la scissione del Movimento Sociale ad opera di Delfino, De Marzio, Nencioni ed altri promotori della “Destra Nazionale”. Riaccadde nel 2013 ad Enrico Letta per la scissione del berlusconiano Partito della libertà -con la nascita del “Nuovo Centro Destra”- ad opera dell’allora vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Angelino Alfano. Che è poi scomparso dal panorama politico come gli scissionisti della destra missina una quarantina d’anni prima. Ma qualche giorno fa Alfano è stato nominato dal buon Sergio Mattarella cavaliere della Repubblica. 

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