Ben arrivato anche al messaggio di Capodanno del Corriere della Sera

Un’altra scommessa che vorrei perdere nell’anno appena cominciato è quella sugli improperi, o simili, che potrebbe procurarsi lo storico Ernesto Galli della Loggia per quella specie di messaggio di Capodanno che il Corriere della Sera gli ha affidato con un editoriale che raccomanda già nel titolo di “non sprecare” la promettente “novità” costituita dal governo di Giorgia Meloni.  

Più che ascoltare e confortare gli sconfitti e i delusi dai risultati elettorali del 25 settembre scorso, Galli della Loggia ha voluto incoraggiare quella “stanca Italia sessista e popolata di vecchi, abituata da decenni ai soliti noti” che “a vedere seduta là, al centro del banco del governo, quella figura minuta dai capelli biondi, è stata percorsa da un brivido d’emozione nel vedersi governata da una giovane donna, per giunta madre di una bella bambina, moderna e spigliata quanto basta per avere un compagno anziché un marito, non troppo intimidita dall’inamidata supponenza di tutti i poteri antichi peraltro prontissimi a salire come al solito sul carro del vincitore”. 

Fatta con queste parole la sua sostanziale scommessa, che è un pò anche quella sottintesa alla rapidità con la quale il presidente della Repubblica decise in ottobre di risolvere il problema della formazione del primo governo della nuova legislatura, Galli della Loggia ha riconosciuto alla Meloni il merito di avere “già dimostrato di capire e saper fare” la prima cosa richiestale dalla realtà combinata della sua vittoria elettorale e delle condizioni dell’Italia : “sentirsi non più il capo di una parte ma di tutto un Paese”, ed assumere “un senso della realtà che in precedenza poteva pure non apparire così importante”.

“Sono convinto -ha continuato e al tempo stesso insistito l’editorialista del Corriere- che il presidio e la credibilità del presidente del Consiglio”, al maschile che la Meloni curiosamente preferisce, anche a costo di sminuire la svolta di genere che rappresenta il suo arrivo a Palazzo Chigi- “ne guadagnerebbero moltissimo, e la sua popolarità pure, se  anziché restare ostaggio del proprio passato ella avrà il coraggio di dirlo alto e forte, di rivendicare il diritto a cambiare e di spiegarlo al Paese. Sarebbe tra l’altro una sorprendente e utilissima lezione di politica impartita alla demagogia dell’antipolitica”.

Forza, dunque, alla Meloni perché continui sulla sua strada e “resista con tutte le sue forze” a chi la volesse “prendere in ostaggio” all’interno evidentemente della sua maggioranza, dove certamente non mancano tentazioni di questo genere. “Non sprechi l’occasione -ha concluso il professore come a parlarle direttamente- che i suoi meriti e la sua buona stella le hanno propiziato sacrificando quell’occasione sull’altare di diecimila “balneari”. Non rinunci a quanto il suo temperamento e il suo intuito le consigliano pur di guidare un governo” che cedendo “alla fine sarebbe uguale a quelli di sempre”.  D’accordissimo. Per gli insulti, come per la pioggia, c’è l’ombrello. 

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Il piccone di Mattarella sui fasci littori attribuiti alla destra al governo

I messaggi di Capodanno, in piedi o seduti che vengano pronunciati, tutti ripresi all’interno del Quirinale, o con qualche squarcio esterno usato l’anno scorso anche per far capire la voglia, se non la fretta, del temporaneo ed eccellente inquilino di uscirne per fine mandato, sono un pò per il presidente di turno della Repubblica l’occasione anche per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. E ciò sia pure col “garbo” di stile einaudiano che Marzio Breda è appena tornato sul Corriere della Sera a riconoscere, attribuire e quant’altro a Sergio Mattarella. Come anche, a suo tempo,  al predecessore Giorgio Napolitano, che a Luigi Einaudi tenne a paragonarsi personalmente quando spiegò la ragione per la quale si era appena difeso da una certa ingerenza della Procura della Repubblica di Palermo -la sua Palermo, per giunta- ricorrendo davanti alla Corte Costituzionale: la necessità -disse citando e condividendo appunto un pensiero espresso dal suo lontano predecessore- di non lasciare compromesse al successore le prerogative conferite al Capo dello Stato dalla Costituzione.  

Non piacerà forse a qualcuno sentirselo dire, dopo avere peraltro nascosto la propria delusione o preoccupazione con apprezzamenti e applausi conformistici e insinceri, ma quella democrazia italiana “matura e compiuta” che il presidente della Repubblica ha voluto certificare -ricordando come ormai al governo, e nelle relative maggioranze, si siano ormai alternate un pò tutte le forze politiche legittimamente rappresentate in Parlamento- è stata una smentita a tutti i tentativi che si compiono ogni giorno, e persino ogni ora, di delegittimare il governo di Giorgia Meloni evocandone o esasperandone una presunta radice “fascista”. 

Non parliamo poi della caccia a tutte le parole e persino smorfie del presidente del Senato Ignazio La Russa. Del quale sono state appena reclamate le dimissioni dal Pd, pur in camera di quasi rianimazione col suo congresso di rifondazione e simili, per avere ricordato con orgoglio, o comunque senza pentimento alcuno, la partecipazione al defunto Movimento Sociale. Che peraltro aveva preceduto Giorgia Meloni, pur su posizioni meno esposte, partecipando anch’esso a maggioranze di governo, nei mesi di Adone Zoli e Fernando Tambroni, e concorrendo all’elezione di alcuni presidenti della Repubblica con decisioni per niente improvvisate, del tutto spontanee, politicamente gratuite e via dissimulando. 

Cerchiamo di essere sinceri e onesti sino in fondo, e una volta tanto, nel settantancinquesimo compleanno della Costituzione, e a più di settantasei anni dalla nascita referendaria della Repubblica. Solo un Presidente, pur con la maiuscola, masochista e sprovveduto potrebbe sentirsi a suo agio, come a suo agio mi è francamente apparso Mattarella vedendolo e ascoltandolo da casa in televisione la sera di San Silvestro, se fosse convinto delle cose che si scrivono e si dicono della seconda carica dello Stato ad opera dei suoi avversari. E non a caso Ignazio La Russa è stato  il più sollecito e loquace nel compiacersi del messaggio del Presidente, che potrebbe capitargli di sostituire in caso di impedimento esplicitamente previsto dalla Costituzione. 

Bisognerebbe finirla con questa ossessione di vedere il fascismo in agguato dietro ogni cosa, persino dietro una foto  recentissima dell’aula della Camera pubblicata con una specie di orrore da un giornale di quelle pratiche appunto ossessive perché rappresenta con le mani levate fascisticamente  in alto i deputati impegnati nelle votazioni sulla conversione in legge del decreto contro certi raduni, o baccanali come qualcuno li ha definiti con fantasia e reminiscenze latine.

Non è un caso che quello stesso giornale, spiazzato evidentemente dalla già ricordata democrazia “matura e compiuta” rivendicata da Mattarella nel messaggio televisivo di fine anno, vi abbia scherzato sopra scrivendo che essa “può cadere da un momento all’altro”, come un frutto marcio. O come quelle foglie d’autunno sugli alberi evocate da Giuseppe Ungaretti paragonandole ai soldati che cadevano al fronte nella prima guerra mondiale. Un fronte su cui oggi per fortuna si possono festeggiare le vacanze di fine anno sciando e alloggiando in alberghi a 2500 euro a notte, senza sconti neppure per qualche celebre ex presidente del Consiglio sofferente per la guerra ai poveri dichiarata e praticata con rivoltante cinismo dal governo nel quale Mattarella ha visto invece anche i segni di  una matura e compiuta democrazia. 

Pubblicato sul Dubbio

Gli auguri della Meloni agli italiani dopo quelli di Mattarella

Il mio nuovo anno è cominciato con una scommessa perduta. Ma felicemente perduta perché fatta con l’abitudine un pò andreottiana di ritenere che a pensare male si pecchi ma s’indovini. Avevo pensato, in particolare, sentendo i rapidissimi auguri fatti agli italiani da Giorgia Meloni, pur dopo essersi riconosciuta nel messaggio televisivo a reti unificate di Sergio Mattarella, con tanto di ringraziamenti pubblici; avevo pensato, dicevo, che qualcuno avrebbe avuto da ridire per una sovrapposizione a sorpresa. D’altronde, la presidente del Consiglio la sua occasione di fare gli auguri ai connazionali l’aveva avuta in tre ore abbondanti di conferenza stampa di fine anno   qualche  giorno prima. 

Nessuno invece ha avuto da ridire, almeno pubblicamente, sul piano politico. E, in fondo, neppure sul piano mediatico, se non si vuole essere così andreottianamente maliziosi -ripeto- da scorgere una sottintesa polemica con la Meloni nell’incipit del commento del quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda al messaggio di Mattarella. Che -egli ha scritto- non ha il rovello di costruirsi il consenso” perché “ce l’ha”, tanto da essere stato rieletto un anno fa per un secondo mandato. “Se un problema si pone quando si rivolge agli italiani – ha scritto ancora di Mattarella il quirinalista del maggiore giornale italiano- è di dire tutto ciò che va detto, ma -come si imponeva Einaudi- con garbo, senza generare ansia e tensioni”. 

Meloni invece- si potrebbe pensare leggendo Breda- un interesse potrebbe averlo a cercare altro consenso. La presidente del Consiglio potrebbe  cioè avere il suo tornaconto a chiedere agli italiani di credere con maggiore convinzione all’impegno che lei si è assunto di “risollevare questa Nazione, di rimetterla in piedi, di farla camminare velocemente, con entusiasmo, perché noi -ha detto- possiamo fare molto di più”. E “dobbiamo farlo insieme”, ha aggiunto la Meloni nel suo videomessaggio diffuso via social. 

Ancora più maliziosi che con Breda, ma sempre sul piano mediatico e non politico, si potrebbe essere leggendo sullo stesso Corriere della Sera la collega Monica Guerzoni -che ha masticato politica da bambina- contrapporre in qualche modo tendenze e progetti fiscali del governo in carica al monito di Mattarella che “la Repubblica è nel senso civico di chi paga le tasse”. Contrapposizione, questa, esplicitamente espressa così in un titolo dal Fatto Quotidiano: “Fino a qualche giorno fa se il capo dello Stato avesse avvisato che le tasse si pagano, nessuno ci avrebbe fatto caso. Oggi, per dire come siano messi, pare un miracolo”. Non soddisfatto, il giornale di Travaglio ha aggiunto “la cattiveria” di giornata vedendo la “maturità” apprezzata dal presidente della Repubblica in uno stadio tanto avanzato, o malmesso, da potere immaginare che la democrazia possa “cadere da un momento all’altro”, come un frutto marcio, o solo foglie d’autunno di ungarettiana e tragica memoria. 

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Sergio Mattarella fiducioso, Giorgia Meloni grata e Giuseppe Conte disinvolto

Il messaggio di fiducia nell’Italia di una democrazia ormai “compiuta e matura”, e di rimpianto del Papa benemerito Benedetto XVI morto proprio al tramonto del vecchio anno, è esattamente ciò che ci si aspettava da Sergio Mattarella. Che ha parlato in piedi al Quirinale senza alcuno scorcio dell’esterno del Palazzo, com’egli volle alla fine del 2011 come per sottolineare la voglia che aveva di uscirne con la fine allora imminente del suo settennato. 

Poi rieletto, a dispetto proprio di quella voglia, sulle ceneri di diverse candidature inutilmente coltivate da partiti e aspiranti a carattere più personale che altro, come l’allora presidente del Consiglio Mario Draghi offertosi   da “nonno a disposizione delle istituzioni”, Mattarella ha sottolineato proprio in apertura del suo ottavo messaggio, da quando è capo dello Stato, il proprio “impegno per un secondo mandato”. Che deve intendersi pertanto completo, nelle intenzioni e disponibilità del presidente, oltre che nel dettato costituzionale: non a termine pur indefinito, in attesa della maturazione delle condizioni di una successione anticipata, come avvenne ai tempi della rielezione di Giorgio Napolitano, dopo il naufragio di entrambi i candidati del Pd, Franco Marini e Romano Prodi, pugnalati alla schiena  nel 2013 dal loro stesso partito. Che già maturava nel suo grembo la crisi che rischia nell’anno appena cominciato di portarlo addirittura alla dissoluzione: altro che rifondazione, rigenerazione e altri altisonanti obiettivi. 

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al di là della “novità di grande significato sociale e culturale” riconosciuto da Mattarella all’arrivo della prima donna alla guida di un governo in Italia, “matura da tempo”- ha aggiunto il presidente della Repubblica- eppure giunta dopo 76 anni di Repubblica tutta al maschile, per non parlare della precedente Monarchia; la presidente del Consiglio, dicevo, ha tenuto a vedere nel messaggio del capo dello Stato nei riguardi suoi e del suo governo di centrodestra, anzi di destra-centro, “un incoraggiamento” di cui ha ringraziato quanto più pubblicamente non poteva. Ed ha fatto bene, dal suo punto di vista, dopo il carattere “compiuto e maturo”- ripeto- della democrazia italiana ravvisato da Mattarella nei risultati elettorali del 25 settembre scorso e nei loro “rapidi” effetti. 

Meno fondato e fortunato, a mio avviso, è stato il tentativo di riconoscersi nel messaggio di Mattarella da parte dell’ex presidente del Consiglio, e ora concorrente del tanto malmesso Pd alla guida dell’opposizione, Giuseppe Conte. Che, dopo essersi sentito vittima – di “conticidio”, appunto- per la decisione di Mattarella di sostituirlo a suo tempo a Palazzo Chigi con Mario Draghi, ne è distante mille miglia, per esempio, dalla visione degli interessi internazionali dell’Italia. Egli reclama la fine degli aiuti militari all’Ucraina invasa, saccheggiata e insanguinata dalla “federazione russa”- come la chiama meticolosamente Mattarella- guidata da Vladimir Putin. 

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Altro che l’anno di Berlusconi…..ma Mattarella che vi ha fatto?

Anche quest’anno, dunque, a leggere i quirinalisti che se ne sono occupati per fornire le solite anticipazioni, Sergio Mattarella avrebbe deciso di pronunciare in piedi il suo messaggio di Capodanno da trasmettere a reti unificate, pubbliche e private. Così fece l’anno scorso, ma in modo, non scontato stavolta, che le telecamere potessero riprendere anche esterni del Palazzo, come per lasciar capire di non vedere l’ora di completare il trasloco che aveva già avviato in vista della scadenza del mandato settennale. Che è già troppo lungo di suo per aspirare a cuor leggero a replicarlo, cioè a raddoppiarlo, come pure molti, anche per strada, lo sollecitavano ad accettare.

Nonostante i suoi ripetuti dinieghi, pubblici e privati, tutti ci mettemmo ad ascoltare quel discorso di un anno fa, volutamente anche di commiato, per cogliere un qualsiasi elemento che potesse fare sperare in un ripensamento del presidente. Che non arrivò anche perché nel frattempo, nella tradizionale conferenza stampa di fine anno,  il presidente del Consiglio Mario Draghi si era messo praticamente a disposizione per succedergli, da “nonno a disposizione delle istituzioni”. A quel punto un cambiamento di posizione del capo dello Stato uscente rischiava di apparire ostile all’uomo che pure lo stesso Mattarella aveva chiamato in servizio per guidare un governo dalle molteplici emergenze, anche a costo di prestarsi all’accusa, sospetto e quant’altro di “conticidio” da parte degli estimatori delll’inquilino di Palazzo Chigi imposto dai grillini e subìto prima dalla Lega di Matteo Salvini e poi dal Pd di Nicola Zingaretti. Il quale si era lasciato convincere addirittura da Matteo Renzi -pensate un pò- ancora iscritto a quel partito a disattendere l’impegno di passare per un turno di elezioni anticipate prima di allearsi col MoVimento 5 Stelle. 

Mattarella tuttavia alla fine accettò di essere rieletto, ma solo dopo che glielo aveva chiesto personalmente, direi anche disperatamente, Draghi in persona per il rischio di vedere arrivare al Quirinale chissà chi e chissà come, aggiungendo alle già troppe emergenze con le quali era alle prese il suo governo anche una di carattere istituzionale. 

Confermato al suo posto con le buone o le cattive, Mattarella non ha trascorso certamente un anno di riposo. Ed ha raddoppiato, oltre al mandato presidenziale, la sua credibilità all’’esterno e all’interno dell’Italia. Quegli interminabili applausi di ringraziamento levatisi verso di lui il 7 dicembre scorso al Teatro della Scala, più lunghi di quelli dell’anno precedente per chiedergli di lasciarsi confermare,  sono stati la manifestazione plastica -direi- della centralità che questo presidente della Repubblica ha saputo conquistarsi e meritarsi pur a Costituzione invariata, e con un governo tornato ad essere guidato da un leader, stavolta finalmente anche di genere femminile, votato dagli elettori, prima ancora che selezionato dal capo dello Stato. 

Non ha torto Stefano Folli a scrivere oggi su Repubblica di “un semipresidenzialismo di fatto”, pur negato dall’interessato per primo, che con Mattarella si sarebbe creato prima ancora che si riesca -se si riuscirà mai- a crearne uno di diritto. E ad aggiungere che “il 22 è anche l’anno di Mattarella”. Altro che l’anno di Berlusconi celebrato da Giuliano Ferrara sul Foglio con spirito di rivalsa su quanti considerano ormai consumato il quasi trentennio del Cavaliere. 

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Nessuna donna dell’anno, neppure la Meloni, ma l’uomo è ancora Berlusconi

Anche a costo di sembrare quello che non è, cioè un misogino, come apparve in una puntata televisiva di Porta a Porta nel gennaio del 2000 strapazzando a tal punto Alba Parietti da indurre il regista a togliergli il collegamento, Giuliano Ferrara non ha voluto riconoscere a Giorgia Meloni la qualifica, il ruolo e quant’altro di donna dell’anno. Neppure -o proprio, chissà- dopo averne sentito o letto i resoconti della sua prima conferenza stampa di fine anno. Che io ho apprezzato per avere saputo la premier mettere in luce, senza neppure il bisogno di denunciarlo esplicitamente, il rapporto ormai di subordinazione del Pd rispetto ai grillini -o grillozzi, come Giuliano li chiama con sarcasmo- di Giuseppe Conte. 

Pensate un pò, anche dopo che la Meloni ha confermato, rispondendo ad una delle 43 domande rivoltele in tre ore, l’accordo con il cosiddetto terzo polo per ripristinare praticamente la prescrizione nella disciplina che porta il nome dell’allora ministro piddino della Giustizia Andrea Orlando, soppressa dal pentastellato Adolfo Bonafede con una supposta introdotta in una legge di altro contenuto; anche dopo questo, lo stesso Orlando e il suo partito non hanno ritenuto di mostrarsi soddisfatti. Essi hanno, al contrario, dissentito per non compromettere ulteriormente la ripresa dell’alleanza con Conte dopo il congresso rifondativo, rigeneratore e non so cos’altro innescato al Nazareno dal segretario irrevocabilmente dimissionario Enrico Letta. Che Ferrara -ahimè- ha dichiaratamente votato nelle elezioni anticipate del 25 settembre scorso scommettendo -presumo- su un risultato non dico positivo, ma non così negativo come quello rappresentato dai sette punti di distacco dal partito della Meloni, già raddoppiati sinora nei sondaggi successivi. 

La Meloni resta, come vedremo, nella visione dello scenario politico del fondatore del Foglio “la più recente testimonianza” -ha scritto- di un fenomeno ancora più dominante dell’Italia nata dalle ceneri giudiziarie e politiche della cosiddetta Prima Repubblica. “La memoria condivisa non darà mai al Cav. quel che è suo” -dice il titolo che Ferrara credo si sia confezionato da sé per il suo intervento di giornata, ieri, su tutta la prima pagina fogliante- ma l’uomo dell’anno è lui”. 

“La verità è che il Cav. -ha spiegato e elencato Giuliano, che non a caso ne fu il primo ministro dei rapporti col Parlamento nel 1994- ci ha dato in successione: l’alternanza, di cui il governo Meloni è la più recente testimonianza, per di più femminile, comunque lo o la si giudichi e per chiunque altro si sia votato; la trasformazione del vecchio e inservibile Msi in altro, un sofisticato riciclaggio ecologico; la costituzionalizzazione della Lega, che a parte la parentesi autolesionistica del salvinismo 2018, è riuscita alla grande nelle regioni e a livello nazionale; il maggioritario, la cui quota incarnata dal governo del 1994, e sopravvissuta in tutte le leggi elettorali successive e in tutte le esperienze conosciute, ha portato il paese che amiamo a essere come adesso, una nazione europea intrisa di normalità istituzionale”. 

Una normalità -mi permetto di osservare- pretestuosamente contestata dalle ricorrenti denunce della presunta anomalia costituita da un presidente del Senato -seconda carica dello Stato- ancora orgoglioso di avere militato nel Movimento Sociale Italiano, e perciò invitato un giorno sì e l’altro pure a dimettersi. Un presidente difeso l’altro ieri da Ferrara in una  felice “stecca” da me segnalata ai lettori del Dubbio, unitamente a quella di Piero Sansonetti sul Riformista, ma in qualche modo corretta ieri in uno degli abituali  e anonimi editoriali del Foglio con l’invito a Ignazio La Russa a “contenersi” perché “il problema -spiega il titolo- non è il Msi, ma le continue esternazioni politiche poco super partes” del presidente del Senato. 

Ma torniamo a Berlusconi “uomo  dell’anno” a sorpresa per segnalare il merito riconosciutogli da Giuliano di avere anche “trasformato un’azienda in partito, spendendo parecchio per trasformare le zucche in carrozze, quando si è visto quanto sia facile, tra vini e consulenze, trasformare una carriera repubblicana in un’aziendina personale, percorso di guadagno forse meno virtuoso”. Feroce, direi, questa allusione a Massimo D’Alema: meno feroce dell’invito pur rivolto alla fine a Berlusconi a “darsi una riguardata” nei rapporti con Putin grazie anche al “vantaggio accumulato” su di lui in credibilità. Ah, questo Cavaliere, per esteso, e questi suoi estimatori dalle imprevedibili energie e fantasie, capaci di dirgli -anche questo ha scritto Ferrara- che “può continuare a sbagliare e stravagare” senza perdere il titolo dell’uomo dell’anno che sta finendo, e forse pure di quello che sta arrivando. 

Pubblicato sul Dubbio

Giorgia Meloni smaschera la subordinazione del Pd nei rapporti con Giuseppe Conte

Offuscata solo dalla notizia della morte di Pelè, il re del calcio che ha entusiasmato generazioni di ogni colore, Giorgia Meloni si è giustamente guadagnata l’apertura di tutti i giornali con la sua prima conferenza stampa di fine anno come presidente del Consiglio. Essa è durata il tempo record di tre ore, durante le quali hanno potuto fare domande 43 giornalisti. 

Le risposte della prima donna alla guida di un governo italiano, fra regime monarchico e repubblicano, sono state liquidate in rosso dal solito, immancabile Fatto Quotidiano come “le bugie di fine anno”. Non contento di questa liquidazione sommaria, Marco Travaglio si è proposto nel suo editoriale di segnalare ai lettori “la bugia più odiosa”, fra quelle della presidente del Consiglio, senza tuttavia riuscirvi perché dalla lettura le bugie sono risultate tutte più o meno ugualmente odiose, soprattutto nella genericità, indeterminatezza e quant’altro degli autori, e quindi responsabili, degli “abusi” , veri o presunti, dei vari diritti -dalle intercettazioni al reddito di cittadinanza- che andrebbero pertanto meglio disciplinati o aboliti. 

Scontatissimo, direi, da parte di un giornale come quello nel quale più si riconosce -penso- l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, aspirante guida dell’opposizione di sinistra per lo stato sempre più liquido o gassoso in cui si è ridotto il Pd di Enrico Letta. E ormai di chiunque dovesse riuscire a succedergli nelle primarie congressuali di febbraio fra i candidati già iscrittisi alla corsa e quelli ancora tentati dall’avventura. 

Il ritrovato avvocato pugliese “del popolo” ormai ha la vittoria a portata di mano nell’opa lanciata sul Pd reclamando un nuovo gruppo dirigente meritevole di aspirare ad una ripresa dell’alleanza con i grillini. Lo dimostra, fra l’altro, la reazione contraria, cioè succuba, giunta subito dal Pd alla conferma da parte della Meloni dell’accordo col cosiddetto terzo polo per ripristinare la prescrizione abolita, con l’esaurimento del primo grado di giudizio, per iniziativa dell’allora ministro della Giustizia pentastellata Alfonso Bonafede. Che intervenne con una supposta introdotta in una legge di tutt’altro contenuto, criticata dal Consiglio Superiore della Magistratura ma, nonostante questo, lasciata nella promulgazione dal presidente della Repubblica. Dal quale si sarebbe potuto aspettare, quanto meno, un rinvio alle Camere per un’altra valutazione consentita dalla Costituzione.

Il ritorno alla prescrizione, e l’uscita conseguente dalla “improcedibilità” escogitata dalla successiva ministra della Giustizia Marta Cartabia predisponendo la durata massima dei vari gradi di giudizio con possibilità di allungamenti, significherebbe ritorno alla disciplina della materia che porta il nome di un altro ex ministro della Giustizia: Andrea Orlando, del Pd. 

Ebbene, pur di non compromettere la ripresa di un’alleanza con i grillini, della quale lo stesso Orlando al Nazareno è tra i più impegnati sostenitori, il partito tuttora guidato da Enrico Letta -ripeto- si è schierato contro l’accordo fra il centrodestra e il terzo polo confermato dalla presidente del Consiglio. Figuratevi per gli altri aspetti -a cominciare dalla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri- della riforma o “tagliando” della giustizia, come ha voluto definirlo la Meloni, su cui sta già lavorando l’”ottimo” -sempre parola della presidente del Consiglio- guardasigilli Carlo Nordio. 

Dalla conferenza stampa di fine anno della Meloni è uscito confermato anche il progetto costituzionale del cosiddetto presidenzialismo, anch’esso naturalmente avversato dal Pd nonostante fosse stato condiviso anni fa da una commissione bicamerale presieduta non da Silvio Berlusconi, allora capo del centrodestra a tutti gli effetti, anche per consistenza elettorale rispetto agli alleati, ma da un onorevole deputato della sinistra di nome Massino e di cognome D’Alema. 

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L’assai curiosa gara nei soccorsi agli scafisti, piuttosto che alle loro vittime

Le posizioni estreme, si sa, sono spinte dagli eventi a toccarsi e sovrapporsi. Non deve pertanto stupire né “il pugno duro” indicato con soddisfazione da Libero nel decreto legge appena varato dal governo sui soccorsi in mare, né “la misura odiosa” sparata in un titolo da Repubblica. Che nel testo del commento di Carlo Bonini è diventata “odioso cinismo” in un crescendo di sospetti, accuse e insulti anche personali, direi, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. 

A causa appunto della premier e dei suoi ministri e collaboratori, a cominciare naturalmente dal prefetto che dirige il Viminale, “potremo addormentarci ogni sera sapendo che abbiamo reso la roulette russa con la vita di chi prende il mare fuggendo dalla disperazione una sfida ancora più impari”. “Che poi saperci feroci non ci avrà reso più forti è naturalmente un dettaglio”, ha aggiunto l’indignatissimo Bonini.

In un altro, precedente passaggio dello stesso commento “l’unico risultato”, se non addirittura il solo obbiettivo del provvedimento è indicato così: “svuotare il Mediterraneo di occhi e orecchie in grado di testimoniare o anche solo di provare a impedire che il nostro mare continui ad essere un immane e silenzioso cimitero di innocenti”. 

Di fronte a tanta odiosa e cinica -essa sì- rappresentazione dei fatti appare persino collusivo col governo, per reticenza o diplomazia, il titolo critico di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, secondo il quale adesso è “più difficile salvare” gente per mare. O quello ugualmente polemico del Riformista su “meno salvataggi, più morti”, addirittura con un un decreto “fuori legge” cui il capo dello Stato dovrebbe quindi negare la firma, per non andare pure lui a letto col rimorso di contribuire al disastro descritto da Bonini su Repubblica. 

Tutto questo si pensa, si scrive, si grida, si denuncia  perché le navi del soccorso volontario in mare -quelle delle ong, cioè organizzazioni non governative, ma battenti bandiere di paesi con tanto di governi in carica; navi che diventano per ciò stesso in mare prolungamenti dei territori nazionali- sono da ora obbligate a prestare un soccorso alla volta, illimitato nel numero di persone da imbarcare, ma non soccorsi plurimi. Che, fra l’altro, prolungherebbero le sofferenze e i pericoli dei naufraghi già raccolti perché li obbligherebbero quanto meno a una navigazione più lunga verso il porto di sbarco. Chi non dovesse ottemperare a questo obbligo non rischierebbe peraltro la galera, ma solo misure cosiddette amministrative: dalle multe al fermo e infine al sequestro della nave. 

Il non detto o il sottinteso di tutto questo -non detto neppure dai critici, e non certo per dimenticanza ma per calcolo, per non indebolire i loro argomenti contrari- è la decisione, l’intenzione, il tentativo e quant’altro di non continuare a fare praticamente gestire l’immigrazione clandestina via mare dai mercanti di carne umana: quelli che chiamiamo  “scafisti”. 

Costoro, remunerati rigorosamente in nero naturalmente, e a tariffe mai scontate, imbarcano con la forza e la disperazione gli sventurati su imbarcazioni  di fortuna, a dir poco, destinate al naufragio in acque dove -guarda caso- sono ad attenderli le navi del soccorso volontario, non governativo. Che dopo un carico ne hanno potuti fare sinora altri e poi reclamare il diritto di scaricare tutti -guarda un altro caso- in un porto esclusivamente o prevalentemente italiano. 

Se poi qualche nave dovesse per una qualsiasi ragione, o accidenti, avvicinarsi ad una costa francese e sbarcarvi i naufraghi, magari in un porto militare ben protetto da sguardi indiscreti o controlli. dovremmo affrettarci a chiedere scusa al presidente di turno a Parigi, e a farci trattare da pezzenti e delinquenti dai suoi ministri o portavoce. 

A me tutto questo sembra assurdo. E non starò lì a consumarmi nei rimorsi reclamati dai Bonini di turno. Ai quali gli scafisti non saranno naturalmente mai grati abbastanza per i soccorsi ricevuti nei loro affari. 

Ripreso da http://www.statmag.it e http://www.policymakermag.it

Le felici stecche nell’assalto al defunto Movimento Sociale in funzione anti-La Russa

Vi sono stecche- non quelle del biliardo ma quelle del cantante o di un orchestrale, o di un giornale o giornalista, che meritano l’applauso in certe circostanze. Quando servono, per esempio, a smascherare il conformismo, o il senso comune di manzoniana memoria travestito da buon senso, come ebbe una volta a dire durante il suo primo mandato al Quirinale Sergio Mattarella.  

Una stecca lodevole, per esempio, ho considerato la decisione del Corriere della Sera di confinare in una lontana pagina interna, senza un minimo richiamo in prima, il “caso” sparato invece come una bomba nell’ordinario conflitto della politica italiana da Repubblica. Sarebbe il caso di Ignazio La Russa, “la seconda carica dello Stato” sottolineata anche in una vignetta di fuoco neppure tanto metaforico, per avere “onorato” a suo modo, tutto elettronico, il defunto Movimento Sociale nel 76.mo anniversario della sua nascita, evocato dalla sottosegretaria Isabella Rauti, ex moglie di Gianni Alemanno ma soprattutto figlia di un defunto -anche lui- esponente notissimo di quel partito, per qualche tempo anche segretario. Egli aveva una concezione  molto forte, diciamo così, della militanza politica finendo anche inquisito e processato per la strage di Brescia, ma assolto su richiesta della stessa accusa. 

Si potrebbe capire il disonore sottinteso al processo mediatico sommario al presidente del Senato, ancora orgoglioso di quello che fu il suo primo partito, se il Movimento Sociale a suo tempo fosse stato dichiarato e messo fuori legge. Ma così non avvenne mai. 

Per quanto esclusi dal famoso “arco costituzionale” inventato dal compianto Ciriaco De Mita  prima ancora di diventare segretario della Dc, i missini -come venivano chiamati dirigenti e militanti di quella forza politica- ebbero rapporti con tutti, ma proprio tutti i loro avversari: a cominciare dai comunisti. Che nel 1958 non si turarono neppure il naso alla Montanelli partecipando con loro al governo regionale siciliano di Silvio Milazzo, pur di “fottere i democristiani”, come ha ricordato Giuliano Ferrara sul Foglio in un’altra stecca sul caso La Russa che merita, secondo me, un applauso. 

Giuliano, in verità, ha ricordato anche il contributo dato dai missini, in un caso persino decisivo, all’elezione di alcuni presidenti della Repubblica facendo i nomi, in particolare, di Antonio Segni e di Giovanni Leone. Ma giovane com’è con i suoi 71 anni da compiere il mese prossimo, almeno rispetto ai miei 84 appena compiuti, il fondatore del Foglio non ha potuto testimoniare sul contributo dato dai missini anche all’elezione al Quirinale di Giovanni Gronchi, nel 1955, nella successione a Luigi Einaudi. In fondo quell’operazione, attribuita come tante altre leggende a Giulio Andreotti dietro le quinte, ma non troppo, fu un improprio antipasto nazionale del milazzismo siculo. 

Non di un antipasto ma di un dessert, per questioni solo di tempo nella sequenza dei piatti, può invece considerarsi lo scrupolo col quale nel 1984 Gian Carlo Pajetta, non certo l’ultimo dei dirigenti delle Botteghe Oscure, si precipitò ad accogliere e proteggere da ogni malintenzionato il segretario missino Giorgio Almirante in arrivo per onorare la salma di Enrico Berlinguer. Erano altri uomini, oltre che altri tempi: mica quelli miserabili di adesso, in cui al Pd così malmesso com’è sulla strada di un congresso che potrebbe persino liquidarlo senza neppure rifondarlo con un altro nome, come altri vorrebbero, è venuta l’idea di rigenerarsi all’opposizione reclamando le dimissioni di La Russa da presidente del Senato perché troppo divisivo.

Ma perché -ha giustamente chiesto Piero Sansonetti sul Riformista, in un’altra stecca da applauso- il comunista Pietro Ingrao non era una figura divisiva quando fu eletto presidente della Camera, nel 1976, precedendo la meno divisiva compagna di partito Nilde Jotti?

Con tutto il suo passato all’Unità, che sta peraltro per riportare nelle edicole, Piero ha ricordato che “il Msi fu un partito vero, di massa, democratico, che diede rappresentanza all’estrema destra e al popolo nostalgico del fascismo. Diede ricchezza alla democrazia. La rese più piena. Fece grandi battaglie. Alcune, credo, giuste. Molte sbagliate e reazionarie. Le perse tutte. Non è un demerito”. 

“La Russa fascista?”, si è chiesto Piero davanti a tanto scandalo gridato per deporlo dalla seconda carica dello Stato. “Forse sì”, ha risposto con franchezza Sansonetti aggiungendo però: “Ha una storia ricca e robusta. Di combattente politico. Non nasce da una colata d’acqua fresca. Come molti leader politici di oggi. E’ una colpa? No, è un merito. L’antifascismo se esiste, è solo questo culto della libertà e della tolleranza. Verso tutti”. Come dare torto a Piero senza arrossire un pò di vergogna? Ve lo chiedo a prescindere dall’amicizia personale con lui. E per una questione culturale, prima ancora che politica.

Pubblicato sul Dubbio

La Repubblica, di carta, insorge contro La Russa e lo mette al rogo

Da corazzata della sinistra come riuscì a farla diventare il fondatore Eugenio Scalfari dissanguando di copie e giornalisti L’Unità e Paese sera, il quotidiano La Repubblica è andato via via ridimensionandosi. Lo storico sorpasso sul Corriere della Sera è ormai un lontano ricordo. Ma una certa vivacità nella rappresentazione dei fatti, ed anche una certa ambizione nel dettare la linea ad altri giornali, nel suo stesso gruppo editoriale e fuori, gli è rimasta, anche a costo di tirare la corda sino a spezzarla. Così credo gli sia capitato oggi sparando su tutta la prima pagina, come un annuncio di guerra, “un caso La Russa”: ripeto, La Russa. Non la Russia della perdurante, feroce guerra in Ucraina.

Ellekappa, la storica vignettista di Repubblica, all’anagrafe Laura Pellegrini, ha messo al rogo “la seconda carica dello Stato”, tra le fiamme del defunto Movimento Sociale, di cui ha voluto elettronicamente ricordare i 76 anni trascorsi dalla nascita alzando fascisticamente il braccio. E ispirando agli spettatori la rima tra il “falò” nel quale meriterebbe di ardere davvero e la Salò capitale della Repubblica sociale fondata da Mussolini agli ordini di Hitler. Altro, quindi, che le dimissioni reclamate dal solito, imborghesito, banale Partito Democratico: è il rogo quello che meriterebbe il presidente del Senato per essersi unito alle celebrazioni del defunto -ripeto- Movimento Sociale aperte dalla sottosegretaria Isabella Rauti. Della quale non si sa se sia più grave il cognome che porta, trasmessogli dal padre Pino, o l’amicizia della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Che a furia di annunciare pacchie finite di qua e di là, si è vista intestare da Riccardo Mannelli, nella vignetta odierna del Fatto Quotidiano, “l’era fasciopacchiana”. Una carezza, direi, rispetto alla “cattiveria”, sempre in prima pagina, riservata al presidente del Senato e a tutto il centrodestra con queste righe: “La Russa: “Il Msi è stato il partito più democratico di tutti”. La Lega invece è il più colto e Forza Italia il più onesto”. Così  sono stati serviti pure Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. 

Ma questa col Fatto di Marco Travaglio è l’unica sintonia visibile a occhio nudo con la mobilitazione antifascista e anti-La Russa di Repubblica. Al Corriere della Sera hanno relegato il “caso” a pagina 10 senza un rigo -dico uno- di richiamo in prima pagina. Alla Stampa invece un richiamo in prima si trova, ma abbastanza piccolo e modesto per “l’ennesima vergogna” lamentata  col supporto dell’ordine “Via dal Senato” gridato a La Russa dalla scrittrice ungherese Edith Bruck. 

Decisamente neutro nella polemica scoppiata sul presidente del Senato il richiamo sulla prima pagina del Giornale di casa Berlusconi: “La Russa ricorda la nascita del Msi. La sinistra chiede le sue dimissioni”. A suo modo più coraggioso o impegnato, come preferite, è il titolo di Libero su più di una colonna: “La Russa osa ricordare il Msi e la sinistra perde la testa”. Un titolo però da ridere rispetto a quelli culturalmente e politicamente più pesanti del Foglio e del Riformista, e alle argomentazioni, rispettivamente, del fondatore Giuliano Ferrara e del direttore Piero Sansonetti. 

“Una visione non retorica delle cose non urla allo scandalo se si ricorda la nascita del Msi”, che “fu un partito orrendo, non un movimentaccio populista”, si è autotitolato Ferrara ricordando peraltro il concorso dei voti missini all’elezione di alcuni presidenti della Repubblica.

“Antifascismo è libertà”, ha titolato Sansonetti, che sta per riportare nelle edicole l’Unità ma ha voluto lo stesso ricordare anche ai suoi ex compagni di partito che “il Msi fu un partito vero, di massa, democratico, che diede rappresentanza all’estrema destra e al popolo  nostalgico del fascismo. Diede ricchezza alla democrazia. La rese più piena. Fece grandi battaglie. Alcune, credo, giuste. Molte sbagliate e reazionarie. Le perse tutte. Non è un demerito”. Parole di Sansonetti, ripeto. 

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