Il “bacio” di Dario Franceschini ad Elly Schlein nella corsa al Nazareno

Si sapeva, per carità, che Dario Franceschini fosse schierato nella corsa alla “rifondazione” del Pd con Elly Schlein. All’annuncio della cui candidatura alla segreteria del Nazareno aveva mandato in qualche modo a rappresentarlo la moglie Michela Di Base, in una manifestazione alla periferia di Roma indicativa di per sé del rifiuto di riconoscersi in un partito votato soprattutto nelle zone centrali e più ricche delle città: le famose o malfamate ztl, secondo i cultori della sinistra che se non è pauperista non è popolare, cioè non è sinistra. 

Stanco di nascondersi dietro la consorte, peraltro politica come lui, nelle cronache congressuali del Pd e intenzionato -credo- a rispondere agli attacchi sempre più frequenti dei suoi colleghi ex democristiani di lavorare per fare del Pd una sostanziale riedizione del Pci, Franceschini ha voluto spiegare in una intervista al Corriere della Sera le ragioni del suo tifo per la Schlein. 

“In questo momento -ha detto l’ex ministro della Cultura- il Pd non ha bisogno di continità e tranquillità ma di un punto di frattura……Serve un Pd più radicale nella proposta politica, più netto e coraggioso”. Non un partito che si opponga “a questa destra italiana così estrema proponendo al Paese, come troppe volte abbiamo fatto, pressappoco le stesse risposte con solo una spruzzata di giustizia sociale in più”. E, fra tutti i candidati già emersi o tentati di proporsi magari all’ultimo momento, la Sklein con i suoi 37 anni e l’immagine che avrebbe saputo crearsi più o meno clamorosamente, per esempio iscrivendosi al partito, deiscrivendosi e riscrivendosi daccapo, ma giusto per non farsi invalidare la candidatura a segretaria, sarebbe la più adatta alle esigenze del cambiamento. Di persone come lei -ha aggiunto Franceschini- “ne arriva una ogni 10 anni”.

Immagino la faccia di Pier Luigi Castagnetti a leggere queste cose, avendo appena rilasciato lo stesso Castagnetti interviste e pronunciato discorsi contro il pericolo proprio di una maggiore “radicalità” del Pd. Dove lui ed altri ex democristiani potrebbero pure rassegnarsi a restare, a dispetto dei progetti scissionistici a loro attribuiti da diversi giornali, ma non riuscendo certamente a trattenere anche i voti di tanti elettori, dopo quelli già perduti dal Pd a vantaggio di Giorgia Meloni. Che non è cresciuta negli ultimi anni solo a scapito dei suoi alleati di centrodestra. 

Ad Elly Schlein, incoraggiata in caso di vittoria congressuale a fare una rivoluzione “generazionale” cui è stata risparmiata solo la denominazione di “rottamazione” di memoria renziana, Franceschini ha riconosciuto anche la capacità quasi divinatoria di recuperare l’alleanza con Giuseppe Conte e al tempo stesso di “competere” con lui, diventato il maggiore concorrente a sinistra del Pd. Di questo benedetto Conte il suo ex ministro si vanta ancora di avere favorito l’evoluzione, dopo l’esordio come alleato della Lega di Matteo Salvini, facendolo “venire nel nostro campo”. Dove forse è diventato un pò troppo aggressivo, ma la sua competizione “può essere virtuosa”. E’ una scommessa, certo, ma scommetto a mia volta che in caso di fallimento Franceschini troverà il modo di non sentirsene responsabile, attribuendone la colpa -come faceva la buonanima di Giuseppe Saragat quando il suo partito socialdemocratico non raccoglieva i voti sperati- al “destino cinico e baro”. E si metterà subito all’opera per concorrere all’elezione di un altro segretario ancora del partito quindicenne dove lui non ha mai svolto funzioni solo contemplative. 

Non a caso alla maliziosa intervistatrice del Corriere della Sera che gli prospettava il pericolo di interrompere con l’appoggio alla Schelin l’abitudine, la tradizione e quant’altro di salire “sul carro del vincitore” nelle corse che non si sono certo sprecate al Nazareno, Franceschini ha olimpicamente risposto: “Questa volta è diverso. Sono sul carro della vincitrice”. 

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Natale in casa Pd: il presepe di Enrico Letta come quello di Luca Cupiello

Fra gli accidenti capitati ad Enrico Letta, ben di là dei suoi errori o demeriti, c’è la diabolica coincidenza fra le festività natalizie e il percorso centrale, direi, del congresso da lui ideato, almeno originariamente, per la rifondazione di un Pd pur soltanto adolescente, portando sulle spalle solo poco più di 15 anni. Rifondazione o rinascita, se preferite per stare al passo con i nostri giorni, e con la bellissima rivisitazione del Natale che ha appena appaiato Papa Francesco e Massimo Recalcati. 

Ma più che a Papa Francesco e a Massimo Recalcati il povero Letta -“l’altro Enrico”, come lui stesso ogni tanto dice immaginandosi successore del mitico Berlinguer segretario di un Pci destinato dopo tanti anni a confluire con un alto nome nel Pd- si trova ad assomigliare metaforicamente a Luca Cupiello. Si, proprio il protagonista della più celebre opera di Eduardo De Filippo, che sul letto dove si sta consumando la propria vita si dispera per il presepe che non piace alla moglie Concetta e al figlio Nennillo. Ma alla fine si dà pace lo stesso e si addormenta per sempre tra gli angeli. 

Enrico Letta, per carità, non ha né l’età né gli acciacchi di Luca Cupiello e sopravviverà al presepe che, volente o nolente, ha allestito con le figure del suo Pd, a cominciare da chi si è già candidato a succedergli alla segreteria di un partito che potrebbe addirittura chiamarsi in un altro modo. E assumere connotati così diversi, addirittura “costituenti”, da perdere per ciò stesso altri pezzi. Che potranno essere ben più consistenti di quelli in fase di recupero proprio col tipo di congresso da lui innescato con l’annuncio delle proprie, irrevocabili dimissioni. 

Mi riferisco, naturalmente, agli amici – come Enrico Letta preferirà forse chiamarli, piuttosto che compagni- fuggiti all’epoca del segretario Matteo Renzi per improvvisare al seguito di Massimo D’Alema, Per Luigi Bersani e Roberto Speranza un partitino non proprio premiato alla grande dagli elettori, per quanto ispirato anche nel nome addirittura all’articolo 1 della Costituzione approvata alla fine del lontano 1947. E’ quello che definisce l’Italia ”una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, anche di chi non lo ha e neppure lo cerca davvero preferendo il surrogato creato orgogliosamente nel 2018 dal primo governo di Giuseppe Conte, e attribuisce “la sovranità al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Più quelli autonominatisi “Articolo 1”, fra i quali sino a qualche giorno fa l’ex eurodeputato Pier Antonio Panzeri, del quale non dirò altro da buon garantista in attesa della conclusione della vicenda giudiziaria nota come Qatargate, si sentono già tornati a casa nel Pd, o come diavolo finirà per chiamarsi, più personalità come Pierluigi Castagnetti, Giuseppe Fioroni, Arturo Parisi e Luigi Zanda, in ordine rigorosamente alfabetico, accomunati dalla provenienza democristiana, si sentono non dico fuori ma quanto meno a disagio. 

Zanda, per esempio, già portavoce di Francesco Cossiga al Viminale, capogruppo del Pd al Senato e tesoriere del Nazareno, si è prudentemente e pubblicamente dimesso dal comitato di ottanta e più benemeriti creato, lungo il percorso congressuale, per riscrivere la carta dei valori e simili del Pd, non valendo più evidentemente quella scritta nel 2007 a quattro mani, secondo la ricostruzione di Castagnetti, da Piero Scoppola per conto della componente post-democristiana e da Alfredo Reichlin per conto della componente post-comunista della formazione politica destinata ad essere guidata per primo da Walter Veltroni. 

Accusato di progettare una scissione del Pd per una sua recente intervista polemica alla Stampa, e successive ad altri giornali, e per un intervento ad un convegno di ex popolari, come per un pò vollero chiamarsi i democristiani dopo l’archiviazione dello scudo crociato negli anni di Tangentopoli e della fine della cosiddetta Prima Repubblica, Castagnetti si è difeso con un monito, secondo me, peggiore di un rifiuto personale di restare in un partito che dovesse cambiare i propri connotati. Egli ha praticamente avvertito che, per quanta pazienza personale potrà continuare ad avere restando, non foss’altro -penso- per allontanare il sospetto già da qualcuno ventilato, per i suoi rapporti di amicizia e di frequentazione di Sergio Mattarella, che ne rifletta l’opinione anche su questo problema; egli ha avvertito, ripeto, che  saranno gli elettori di provenienza democristiana e di convinta fede cattolica a smettere di votare per il Pd, o come vorranno chiamarlo quelli che non si riconoscono più neppure nel suo nome troppo americanizzato e liberista. 

D’altronde, lo stesso Castagnetti fra le varie doglianze espresse a carico dei dirigenti uscenti del partito del Nazareno ha inserito anche la domanda se non fosse il caso di chiedersi se e per quali motivi alcuni dei milioni di voti perduti nel Pd in questi ultimi anni, specie dopo le tante energie sprecate a favore di Giuseppe Conte come “punto di riferimento dei progressisti”, siano andati non a ingrossare il partito ormai maggioritario delle astensioni, né a sopperire alle perdite dei grillini guidati dall’ex presidente del Consiglio, ma più semplicemente e concretamente a far salire nel firmamento politico la stella della orgogliosamente cristiana Giorgia Meloni.

Pubblicato sul Dubbio

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In ricordo di Franco Frattini, e dei torti ricevuti in politica

Franco Frattini, il presidente del Consiglio di Stato morto prematuramente di tumore all’età di 65 anni fra il cordoglio generale e meritatissimo, a cominciare da quello del presidente della Repubblica, è il penultimo di una lunga lista di persone perbene onorate solo da estinte. Penultimo, perché questa maledetta lista è sempre provvisoria. 

Non più tardi di un anno fa, proprio di questi tempi, il suo nome compariva ogni tanto tra i possibili candidati al Quirinale per la successione a Sergio Mattarella. Che era ancora contrario ad ogni appello a restare, anche quando si levava dalle piazze, diciamo così, e non solo dal pubblico dei teatri o dagli ospiti di turno delle sale del Palazzo della Presidenza della Repubblica. 

Ma ogni volta che il none di Frattini compariva nelle cronache della corsa al vertice dello Stato si facevano spallucce, a sinistra ma anche a destra, come se egli fosse un intruso, o un uomo dalle smodate ambizioni personali, visto che proprio in quei giorni lui stava scalando anche il vertice del Consiglio di Stato. Dove era tornato da magistrato dopo le delusioni -diciamo la verità- procurategli dalla politica. 

Per ricordare, delle delusioni, solo la penultima -anche quella- gli capitò da ministro degli Esteri dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi, che ieri naturalmente si è speso in elogi e rimpianti, di essere commiserato dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia Ronald Spogli. Che nel 2008 in un cablogramma al Dipartimento di Stato finito dopo molti anni sui giornali rivelò “i rifiuti costanti di Berlusconi dei consigli strategici” del titolare della Farnesina. Che pertanto viveva, già pochi mesi dopo la nomina a ministro degli Esteri, “demoralizzato, privo si risorse e sempre più irrilevante”. Parole, ripeto, dell’ambasciatore americano in Italia, ai tempi di Bush.

Ciò dovette contribuire non poco, e giustamente, a spingere Frattini fuori dal partito di Berlusconi quando se ne presentò l’occasione: dopo cinque anni, allorché il pur senatore a vita Mario Monti, succeduto al Cavaliere a Palazzo Chigi nell’autunno del 2011, s’improvvisò attore della campagna elettorale del 2013 con le liste della cosiddetta “Scelta civica”. Bastò la simpatia espressa per Monti perché si riversassero sull’ex ministro degli Esteri da parte dei fedelissimi del Cavaliere le solite accuse di traditore, ingrato e simili.  

Fra tutte le cariche ricoperte da Frattini nella parte politica e culturale della sua esperienza umana, in Italia e in Europa, in Parlamento e fuori, credo che due -la prima e l’ultima- gli fossero rimaste davvero nel cuore: la segreteria della federazione giovanile socialista e la presidenza della Fondazione Alcide De Gasperi. E aveva tutti i motivi, il buon Franco Frattini, per esserne orgoglioso. 

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L’omelia natalizia di Papa Francesco e la figuraccia di Giuseppe Conte

Non per volerla buttare volgarmente in politica, a più di tre mesi dalla conclusione della campagna elettorale per il rinnovo anticipato delle Camere, e a due da un pur limitato turno di elezioni regionali, ma nel vedere in televisione e sentire le immagini e le parole di Papa Francesco nella Basilica di San Pietro, tornata a riempirsi per la messa di Natale dopo i vuoti spettrali imposti dal Covid, non sono riuscito a togliermi dalla testa il volto fastidioso di Giuseppe Conte. E  ciò non per i “miserabili” comportamenti appena contestati all’ex presidente del Consiglio e agli altri grillini nell’aula di Montecitorio da Roberto Giachetti parlando del tentativo compiuto di appropriarsi di un’assai fantomatica campagna contro l’ennesimo  aumento delle indennità parlamentari, ma per la mania del ricomparso “avvocato del popolo” di attribuire le sofferenze degli umili e degli ultimi a chi gli è succeduto a Palazzo Chigi. E, nella staffetta tra Mario Draghi e Giorgia Meloni, starebbe affamando l’Italia e fomentando la devastante guerra in Ucraina con aiuti anche militari agli aggrediti. Che lui peraltro aveva originariamente approvato, come gli ha appena rinfacciato Draghi.

Con i piedi ben piantati sulla terra, sia pure costretto sempre più spesso a muoversi ormai su una sedia a rotelle, Papa Francesco non si è lasciato sfuggire neppure l’occasione della omelia natalizia per denunciare lo spettacolo così antinatalizio imposto al mondo da Putin: l’Innominato, scriverebbe di lui la buonanima di Alessandro Manzoni. Il Pontefice -ha ben sintetizzato il cronista dell’Ansa– “guarda alla mangiatoia, dove ha scelto di nascere Gesù, e associa l’immagine alla “voracità nel consumare. Perché, mentre gli animali nella stalla consumano cibo, gli uomini nel mondo. affamati di potere e di denaro, consumano pure i loro vicini, i loro fratelli. Quante guerre”. “E il pensiero -ha osservato il cronista- non può non andare all’Ucraina, alla quale il Pontefice in questo anno che sta per finire ha dedicato decine e decine di appelli”: tutti lasciati cadere nel vuoto dal despota del Cremlino, benedetto e incoraggiato a Mosca dal patriarca Cirillo. 

Grazie, Santità.  

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Draghi stende il suo mantello sulle spalle del governo Meloni

Per una volta Mario Draghi ha tirato fuori dal guardaroba il mantello, non il cappotto, per indossarlo estendendolo a Giorgia Meloni. Che in una intervista al Corriere della Sera egli, pur dicendo che “non spetta” a lui “giudicare il governo soprattutto non dopo così poco tempo”, è tornato a definire “una donna abile” provvista di “un forte mandato elettorale”. 

Draghi ha inoltre rappresentato in qualche modo l’esecutivo attuale in continuità con i suoi “20 mesi di governo” caratterizzati da “tante sfide raccolte e vinte”, grazie alle quali “Il Paese -ha detto l’ex presidente del Consiglio parlando non più al passato remoto ma semplice, quasi un presente- ha dimostrato di farcela”. 

Dall’Irak, arrivata in missione augurale ai militari italiani che vi lavorano, la Meloni avrà gradito, e a ragione, essendosi spesa più volte anche lei nei giorni scorsi a rappresentarsi in continuità col governo precedente. Che è stato particolarmente apprezzato dalla presidente del Consiglio non più tardi di ieri per la vittoria, ad esempio, realizzatasi con lei a Palazzo Chigi sul problema del tetto al prezzo del gas. Cui ha furiosamente reagito  Putin al Cremlino, per troppo tempo abituatosi a speculare sul mercato energetico per finanziare la sua guerra all’Ucraina. 

La Meloni non dovrebbe  invece rallegrarsi per niente dello sforzo compiuto nelle ultime ore dai suoi amici di partito -sforzo su cui ha titolato la Repubblica- di scaricare sui “tecnici” del Ministero dell’Economia le origini, cause, responsabilità e quant’altro di una certa, obiettiva confusione registratasi nel percorso parlamentare della manovra fiscale alla Camera. “Abbandonati dai loro tecnici”, ha titolato in particolare il giornale fondato dal compianto Eugenio Scalfari scrivendo dei ministri, vice ministri e parlamentari dei “fratelli d’Italia” che hanno partecipato al gioco, chiamiamolo così, degli emendamenti risultati via via di sempre più incerta copertura finanziaria, o addirittura bocciati clamorosamente dalla Ragioneria Generale dello Stato. 

Le lamentele amplificate -ripeto- come con un cerino acceso in un pagliaio dal titolo di Repubblica hanno fatto apparire quello della Meloni un pò simile al primo governo di Giuseppe Conte, nel 2018. Il cui portavoce sbottò nella minaccia di far fuori mezzo Ministero dell’Economia che, secondo lui, non aveva collaborato o addirittura aveva boicottato proprio la legge di bilancio e il suo ambizioso progetto di “sconfiggere la povertà” in Italia col cosiddetto reddito di cittadinanza Ma anche con altre spese poco o per niente allineate ai parametri europei. 

Ora, comunque, che alla manovra finanziaria non resta praticamente che la ratifica del Senato tra i botti di Capodanno, o quasi, si spera che la lista dei pasticci e degli imprevisti, a dir poco, sia finita. E che Marco Travaglio possa rimangiarsi l’augurio fuori stagione di “Buon Carnevale” lanciato col titolo dell’editoriale odierno del suo solito Fatto Quotidiano. 

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Ma valeva la pena evitare a questo prezzo un legittimo esercizio provvisorio?

Al netto, molto al netto della soddisfazione d’ufficio espressa da Giorgia Meloni nel salotto televisivo di Porta a Porta, dove ha anche detto di non avere paura praticamente di nulla, guadagnandosi così il generoso titolo di Libero, c’è obiettivamente da chiedersi se fosse il caso, soprattutto per un governo di tanto vantata svolta, di pagare un prezzo così alto alla necessità un pò troppo conformistica -ammettiamolo- di evitare il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio di bilancio. Che pure è contemplato dall’articolo 81 della Costituzione “per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi”. Ma non sarebbe stato un bel segnale ai mercati, si è detto e scritto, anzi ripetuto, perché non è la prima volta che si è ritenuto di preferire all’esercizio provvisorio una legge di bilancio, o manovra finanziaria, a dir poco zoppicante e pasticciata. 

Quella in via di approvazione alla Camera col solito voto di fiducia, e di ratifica al Senato quasi fra i botti di Capodanno, non sarà la “manovra da riscrivere” sparata sulla prima pagina di Repubblica, perché da riscrivere non ci sarà nulla dopo l’approvazione ormai incardinata col ricorso alla fiducia. E dopo le tante, troppe correzioni apportate sino all’ultimissimo momento, in un penoso andirivieni fra commissione Bilancio e aula a Montecitorio. Ma resta una manovra per niente esaltante, con quelle 12 sanatorie fiscali di soppiatto contate dal Sole-24 Ore, i 44 buchi fatti rattoppare in extremis dalla Ragioneria Generale dello Stato e denunciati nel titolo di apertura della Stampa, e con quel pesce d’aprile fuori stagione che  ha trasformato la legge di bilancio nella via libera alla caccia al  cinghiale in città, con tutte le ironie che l’hanno giustamente sommersa. 

Se ha sbagliato tecnicamente ad annunciare “una manovra -ripeto- da riscrivere”, la Repubblica di carta non ha tuttavia sbagliato a ricordare alla presidente del Consiglio che “non basta la grinta per governare” pronunciando parole altisonanti in piazza e negli studi televisivi. Nè basta, contrariamente a quanto ha ritenuto Maurizio Belpietro sulla sua Verità, scrivere che “vale tutta la manovra il taglio al reddito 5S: quello introdotto nel 2018 dal primo governo di Giuseppe Conte addirittura per sconfiggere la povertà in Italia, come l’allora vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio annunciò di notte dal balcone di Palazzo Chigi. 

Nè serve a ridurre la velocità della discesa della credibilità del governo rappresentata nella sua vignetta da Stefano Rolli sul Secolo XIX il profluvio di dichiarazioni di questo o quell’esponente della maggioranza di centrodestra, o destra-centro, come preferite, per vantarsi delle bandierine piantate nella manovra finanziaria dai partiti di appartenenza, come accadeva ai tempi di Romano Prodi per i governi dell’Ulivo o dell’Unione, prima che entrambi si schiantassero in Parlamento. 

Questo della Meloni doveva essere-  per il fatto stesso di essere presieduto da una leader cresciuta dentro e fuori la sua coalizione facendo opposizione a tutti gli esecutivi succedutisi nelle ultime due legislature, se non ricordo male- un governo a suo modo rivoluzionario per stile e contenuto d’azione politica. Se non perduta del tutto, l’occasione della manovra finanziaria è stata in buona parte sprecata, salvo per la parte paradossalmente in continuità -si dice così- col precedente governo di Mario Draghi. Il quale continua ad essere, dal suo buon ritiro in Umbria, o dai viaggi che compie in estrema riservatezza all’estero, il convitato di pietra della politica italiana, secondo me meritevole della nomina a senatore a vita alla prima occasione che dovesse presentarsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, anche a costo di fare impazzire di rabbia quello che si considera il capo virtuale dell’opposizione di sinistra: Giuseppe Conte. 

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La manovra finanziaria del governo Meloni si guadagna il nome di caccia al cinghiale in città

Povero Conte, al maiuscolo. Giuseppe,  secondo l’anagrafe forzata al plurale da Donald Trump nei lontani Stati Uniti quando da presidente  ne sponsorizzò il secondo governo, nel 2019. 

Nei ritrovati panni di avvocato del popolo, dopo la sconfitta elettorale del 25 settembre, e di concorrente del Pd alla guida della sinistra italiana, l’ex presidente del Consiglio aveva pensato di avere ricevuto da Gorgia Meloni il regalo di una manovra finanziaria impopolarissima per l’elettorato rimasto grillino e per quello recuperabile la prossima volta. Ciò a causa di tutti quei percettori del cosiddetto reddito di cittadinanza “sistemati per le feste”, secondo il titolo odierno del manifesto. Percettori di cui Conte ha praticamente costretto a prendere le difese persino il Pd, che a suo tempo aveva votato contro un provvedimento avventurosamente annunciato dal balcone di Palazzo Chigi per sconfiggere, abolire e quant’altro la povertà. Vasto programma, avrebbe detto anche  la buonanima del generale Charles De Gaulle. 

Con un gioco di prestigio completamente sfuggito alle antenne del ritrovato avvocato del popolo, distratto dai soliti fuochi artificiali che accompagnano le leggi di bilancio, tra emendamenti annunciati e poi persi per strada, votazioni al cardiopalma in commissione, bracci di ferro fra maggioranza e opposizioni, e all’interno sia dell’una che delle altre, quella furbacchiona della presidente del Consiglio ha introdotto nella manovra all’ultimo momento la caccia ai cinghiali nelle città dove essi scorrazzano tranquillamente da tempo, a volte persino più disciplinatamente dei pedoni umani perché attraversano le strade sulle strisce perdonali prima o dopo, o prima e dopo avere rivoltato rifiuti, aiuole e giardini di condomini. Qualche giorno fa un esemplare di grosse dimensioni è stato investito da un’auto di fronte a casa mia, a Roma. Sono rimasto una volta tanto ammirato dalla prontezza dei soccorsi dell’asl, dei Carabinieri e dei curiosi, con relativi ingorghi di traffico. 

Di colpo la manovra finanziaria del primo governo Meloni, e di tutto ciò che ne consegue nella  sua rappresentazione politica e ideologica, ha cambiato fisionomia e nome. Dalla manovra contro i deboli, gli umili, i poveri, trattati con spietata disumanità dalla destra, quella della Meloni e alleati più o meno disciplinati e concordi è diventata “la manovra del cinghiale”, come ha titolato La Stampa, ma un pò anche Repubblica con una informazione più completa. Le bestie ammazzate “si potranno mangiare”, ha aggiunto il giornale fondato dal compianto Eugenio Scalfari. E speriamo che si proceda al consumo con tutti i controlli sanitari necessari. 

Per quanto si possa essere animalisti come i colleghi del manifesto, affrettatisi a denunciare una “caccia senza regole” e “una pericolosa follia normativa”, per non parlare del giubbotto antiproiettile consigliato in televisione da Marco Travaglio per il rischio che potremmo correre tutti  di essere feriti o ammazzati al posto degli animali, sospetto -per Conte, elettori, stimatori e nostalgici- che la caccia ai cinghiali nelle città sia più popolare, o meno impopolare, come preferite, di quella deprecata e quant’altro ai percettori spesso troppo furbi del reddito di cittadinanza. 

L’albero di Natale dell’avvocato del popolo, che lo ha a lungo contemplato compiacendosi della propria astuzia e fortuna insieme, ha perso di un colpo gran parte delle palle e luminarie di cui era stato imbottito. Brava la Meloni, per quanto forse un pò troppo gracile con quella febbre che si procura ogni volta che indossa qualche abito scollato, o non si copre abbastanza quando esce da casa.

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Zelensky vola da Biden ma Berlusconi annuncia di “lavorare” in Italia per la pace in Ucraina

Sarò troppo malizioso, sino all’indisponenza verso la collega del Corriere della Sera Paola De Caro, che segue abitualmente Silvio Berlusconi e ne ha appena raccolto l’ultima, cioè la penultima intervista centrata col titolo sulle “riforme strutturali” in qualche modo opposte alle miserie della manovra finanziaria, o legge di bilancio, all’esame abitualmente accidentato ormai del Parlamento. Ma sospetto che quel diavolo dell’ex presidente del Consiglio se ha sentito il bisogno di farsi leggere sul più diffuso giornale italiano, dopo tutto ciò che di recente ha detto direttamente o lasciato scrivere dei suoi umori, lo ha voluto per ciò che ha dichiarato solo omsoprattutto a conclusione dell’intervista. E su cui, benedetti colleghi, al Corriere non hanno ritenuto di spendere una parola nella titolazione. 

“Che scenario vede oggi?” è stato chiesto a Berlusconi a proposito della guerra in Ucraina sulla quale “Lei ha più volte detto che servirebbe uno sforzo maggiore per una trattativa”. In verità, il Cavaliere ha detto sull’argomento molte altre cose, e per nulla scontate come l’auspicio di una pace, finalmente. Ma non torniamoci sopra. E’ tutto piuttosto noto per rivangare le parole di Berlusconi e le polemiche da esse provocate all’interno persino del suo stesso partito, non estranee alla successiva uscita, per esempio, dell’allora ministra forzista Mariastella Gelmini, rimasta tuttavia nel governo di Mario Draghi. 

Vedo -ha risposto Berlusconi- uno scenario molto preoccupante, nel quale troppe volte sento minacciare con leggerezza addirittura l’uso delle armi nucleari. La pace è necessaria e urgente. Ma la pace non può essere neppure un modo per dividere l’occidente. Ci sto lavorando, vedremo”.

“Ci sto lavorando”, ripeto. E penso alle mani che sarà stato forse tentato di mettersi fra i capelli il mio amico Antonio Tajani, pur conoscendo la sua fedeltà, anzi devozione, verso Berlusconi. Cui d’altronde ehi deve, più ancora che alla presidente del Consiglio e al presidente della Repubblica, l’una proponendola e l’altro conferendola, la prestigiosa titolarità della Farnesina. Dove anche qualche navigatissimo ambasciatore starà tremando pensando alla imprevedibilità assoluta del Cavaliere, capace di non sentirsi minimamente in imbarazzo -come è accaduto d recente- promettendo accanto alla fidanzata “un pullman di troie” ai giocatori del suo Monza in caso di vittoria sulla Juventus o sul Milan, figuriamoci su entrambi. 

Anziché malizioso, come all’inizio, ora sarò troppo ingenuo, ma penso che Berlusconi in un approccio con l’amico Putin per farlo finalmente ragionare abbia persino qualche carta in più del presidente americano Joe Biden, e degli omologhi di Francia, Cina, India  e naturalmente Turchia, per parlare dei “laici”, senza sconfinare nel Papa sorpreso a piangere più volte parlando della “carissima” Ucraina devastata dalla guerra.  Forza, Cavaliere. Ci e li sorprenda tutti in questo epilogo d’anno, e sulla soglia del nuovo. 

Pubblicato sul Dubbio

Una pioggia (meritata) di critiche e invettive al percorso della legge di bilancio

Purtroppo per Giorgia Meloni, avventuratasi qualche giorno fa a Roma a compiacersi in piazza del lavoro facilitatole gli alleati, c’è del vero in tutti i titoli critici dei giornali di oggi su percorso della manovra finanziaria “bloccata” alla Camera, secondo la versione un pò evangelica di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. Che debbono aggiungere -temo- alle loro preghiere anche quelle per la prima legge di bilancio del governo di centrodestra, anzi di destra-centro, in carica da una sessantina di giorni.

C’è del vero addirittura nel “Casino totale” gridato dal Fatto Quotidiano e nel fotomontaggio che l’accompagna sbeffeggiando, con la Meloni, il ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il suo leader di partito Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Il quale dall’esterno del governo, non essendo riuscito a farne parte personalmente, per quanto ritenesse di meritarselo per avere rischiato di morire durante la campagna elettorale, ha dato il suo contributo alla negativa rappresentazione del cammino della manovra. Da cui la presidente del Consiglio ha dovuto ordinare di escludere quello “scudo penale” agli evasori reclamato appunto dal Cavaliere. E impugnato dal Pd come un’arma impropria contro la legge di bilancio, sino a boicottarne davvero il passaggio entro la scadenza improrogabile della fine dell’anno. 

Ora che la rinuncia del governo a quella misura ha tolto dalla strada della manovra un macigno grosso come um grattacielo, Alessandro Sallusti può pure consolarsi su Libero all’idea, sventolata nel titolo del suo editoriale, che sarà solo “la sinistra” a trovarsi “in esercizio provvisorio” anche l’anno prossimo, oltre che nello scorcio di questo 2022 per la clamorosa sconfitta elettorale di tre mesi fa. Ma lo stesso Sallusti ha dovuto riconoscere nel suo commento dal titolo inutilmente tronfio che nella legge di bilancio all’esame del Parlamento, con le trappole già pronte dei soliti voti di fiducia, “i provvedimenti entrano ed escono in modo un pò confuso semplicemente perché non su tutto c’è accordo dentro la maggioranza”. I cui “soci si marcano a vista per impedire che qualcuno tragga vantaggio a scapito degli altri”. 

Come si fa poi, con queste premesse, chiamiamole così, a prendersela con Marco Travaglio per il suo già citato “casino totale”, e fotomontaggio di accompagnamento? O solo con la “volata nel caos” indicata nel titolo di apertura della prima pagina del Corriere della Sera, o con la “rissa nel governo”  denunciata dalla Stampa? No, non può lamentarsi nessuno nel governo e nella maggioranza.  

Lo stesso vale naturalmente per l’”alta tensione” annunciata dalla periferica Gazzetta del Mezzogiorno e per quel “governo di pasticcioni” sbandierato come in un corteo di protesta dal Riformista di Piero Sansonetti. Che un pò irride, in fondo, anche al merito vantato dalla Meloni e dagli alleati di avere fatto partorire questo esecutivo direttamente da mamma Italia nelle urne elettorali del 25 settembre. La retorica, si sa, è sempre un’arma a doppio taglio, anche quando la si mangia  col panettone, il pandoro, i cioccolatini e tutti gli altri ingredienti natalizi.  

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Il tetto europeo al prezzo del gas fa cantare vittoria alla Meloni e l’avvicina ancora di più a Draghi

A dispetto della “grande vittoria” vantata da “una Meloni travestita da Draghi”, come ha titolato Il Foglio, per il tetto al prezzo del gas finalmente fissato dall’Europa in 180 euro a megavattora dal 15 febbraio prossimo, Può darsi che abbiano ragione, per carità, quanti dubitano dei risultati di una decisione che sarebbe stata presa troppo tardi e comunque male. Ben al di sopra -ha osservato qualcuno- dei 20 euro originariamente immaginati per il tetto, anche se al di sotto degli oltre 200 cui ad un certo punto si era pensato si dovesse arrivare. 

“E’ una fregatura”, ha gridato La Verità, che pure è di un’area non ostile a quella del governo e ritiene che la Russia continuerà a farci pagare care le nostre bollette usando il mercato energetico per finanziare la guerra all’Ucraina. Eppure “Putin protesta”, ha titolato La Nazione riferendo delle reazioni al Cremlino. Dove ritengono che è l’Europa a “distorcere il mercato” e non loro, i russi, ad averlo già abbondantemente piegato alle loro speculazioni. 

Non resta, a questo punto, che aspettare incrociando naturalmente le dita e sperando che a sbagliare siano i critici e, più in generale, i pessimisti. Certa è comunque, oltre alla reazione negativa di Putin e alle sue solite minacce di farcela pagare cara, come se disponesse del monopolio delle fornite di gas, petrolio e quant’altro, la prova che ha dato l’Europa della sua capacità di decidere, pur tra i lacci e lacciuoli che ne ritardano generalmente gli interventi. 

E’ peraltro significativo che questa  capacità di decisione sia stata dimostrata in un momento particolarmente difficile, a dir poco, per l’Unione a causa del discredito procurato al Parlamento europeo dallo scandalo chiamato Qatargate, fra arresti e sequestri di sacchi e valigie di banconote destinate alla corruzione. Un discredito da cui magari Putin aveva pensato di trarre vantaggi pur non avendo in questa occasione speso un rublo per contribuirvi, salvo sorprese naturalmente. Che non sono mai da escludere in questo campo minatissimo, vista anche la capacità già mostrata dai russi di volere e sapere muoversi su certi percorsi. 

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