Le contromisure di Draghi, e Mattarella, per difendere il governo dalla crisi grillina

Titolo della Stampa
Titolo di Repubblica

Sul piano politico più delle nuove misure adottate dal Consiglio dei Ministri per fronteggiare il caro-bollette e tutte le altre difficoltà piovute sui ceti meno abbienti e sulle imprese per effetto anche della guerra in Ucraina scatenata da Putin, valgono le contromisure praticamente annunciate dal presidente Mario Draghi per mettere il governo al riparo soprattutto dalla destabilizzazione del MoVimento 5 Stelle. Il cui presidente Giuseppe Conte, obbligando di fatto Draghi ad anticipare il ritorno a Roma dal vertice della Nato a Madrid, dove l’Italia è stata rappresentato nella parte conclusiva dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini, ha preso per buone voci, indiscrezioni, scoop autentici o presunti del Fatto Quotidiano su pressioni esercitate dal presidente del Consiglio su Beppe Grillo per “farlo fuori”. E far fuori anche il movimento dal governo profittando della sua irrilevanza numerica in Parlamento dopo la scissione consumata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Vi sono, in verità, fibrillazioni anche leghiste nella maggioranza, nella illusione comune con Conte che un passaggio all’opposizione nella fase finale della legislatura possa ridurre i rischi di ulteriori, gravi perdite elettorali. Le contromisure di Draghi potrebbero valere pertanto anche per Salvini. 

Forte evidentemente di un incontro avuto  al rientro a Roma col presidente della Repubblica, col quale si presume che abbia concordato il modo di fronteggiare la destabilizzazione grillina, Draghi ha assicurato che in casa di uscita dei pentastellati dal governo o per passare all’opposizione o per appoggiarlo dall’esterno, egli non farà finta di nulla. Non lo farà per quanto i numeri parlamentari glielo permetterebbero, dopo che i gruppi parlamentari non sono più quelli di maggioranza relativa per l’esodo di Di Maio. e amici. Seguirebbero quindi necessariamente le dimissioni del presidente del Consiglio e degli altri ministri, cioè la crisi. Rimane troppo rilevante il ruolo del movimento capeggiato da Conte per farne a meno o solo per ridurne la partecipazione alla maggioranza con l’appoggio esterno.

Titolo del Giornale

Qui però finiscono le buone notizie, gli apprezzamenti, i riconoscimenti e quant’altro per Conte, che già avrebbe potuto o dovuto essere rasserenato dalle smentite opposte sia da Draghi sia da Grillo alle indiscrezioni, rivelazioni e quant’altro sulle pressioni dell’uno sull’altro contro il presidente del MoVimento 5 Stelle. E cominciano invece le brutte notizie, provenienti dallo stesso Draghi e dal segretario del Pd Enrico Letta parlando ieri alla direzione del suo partito. L’uno e l’altro hanno detto che questo in carica è “l’ultimo governo della legislatura”. L’apertura di una crisi porterebbe dritto allo scioglimento delle Camere e alle elezioni anticipate. Cadrebbe l’ipotesi delle elezioni praticamente ritardate a maggio dell’anno prossimo, nonostante la legislatura possa essere considerata ordinariamente conclusa a marzo. 

Giuseppe Conte

Già in agitazione per la riduzione un pò suicida dei seggi parlamentari e per il limite statutario e persino idenditario del limite dei due mandati, i deputati e senatori rimasti nel MoVimento di Conte, e del garante Grillo, si sentirebbero ancora di più in una tonnara se le elezioni fossero anticipate. E Conte si condannerebbe personalmente alla fine della sua avventura politica. 

Draghi sarà pure il “tecnico” riduttivamente descritto dal suo predecessore  rimproverandogli di essersi intromesso nelle vicende interne alle 5 Stelle, o a ciò che ne è rimasto, ma non è politicamente uno sprovveduto. Per niente, e per di più sostenuto con fermezza dal capo dello Stato, unico depositario del potere di scioglimento anticipato delle Camere. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La fatale Madrid di Sandro Pertini e Mario Draghi a distanza di 42 anni

Titolo del Dubbio

Mario Draghi ha un pò rivissuto a Madrid l’esperienza di Sandro Pertini nel mese di maggio del 1980, sia pure con ruoli istituzionali diversi, ma sullo stesso sfondo di una possibile crisi di governo.

Sandro Pertini

L’allora presidente della Repubblica, in visita di Stato nella capitale spagnola, dovette smentire parole a torto o a ragione attribuitegli   contro Francesco Cossiga. Che era finito -diversamente ora da Draghi, per carità- sotto tiro alla commissione inquirente per i procedimenti d’accusa davanti alla Corte Costituzionale per la vicenda di un figlio terrorista, Marco, dell’allora vice segretario della Dc Carlo Donat-Cattin. 

Francesco Cossiga e Carlo Donat-Cattin

Sospettato dalla magistratura di Torino di avere fornito al suo collega di partito notizie utili alla latitanza del figlio, ricercato per l’assassinio del giudice Emilio Alessandrini compiuto a Milano l’anno prima per la formazione di Prima Linea, il presidente del Consiglio Cossiga rischiava l’incriminazione per favoreggiamento. 

Parlandone a Madrid, appunto, col portavoce Antonio Ghirelli, che si sentì a torto o a ragione autorizzato a riferirne ai giornalisti al seguito nella visita di Stato, Pertini espresse la convinzione che Cossiga dovesse dimettersi se la commissione inquirente non lo avesse  discolpato con la maggioranza prescritta per chiudere lì il caso, senza la possibilità di promuovere -come invece sarebbe accaduto- un passaggio in aula, a Camere riunite congiuntamente.

Nella lotta al terrorismo Pertini, cui era capitato il triste primato di funerali delle vittime a cui partecipare come capo dello Stato, era durissimo: di una durezza che lo aveva del resto portato al Quirinale nel 1978, dopo il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, e le dimissioni di Giovanni Leone da presidente della Repubblica sei mesi prima della scadenza del mandato. Per quella sua posizione egli era stato preferito dal Pci al suo compagno di partito Giuliano Vassalli.

Flaminio Piccoli

Flaminio Piccoli, allora capogruppo della Dc alla Camera, si era lasciato andare nella buvette di Montecitorio ad un assenso poco cortese, diciamo così, per Pertini prevedendone, a più di 80 anni compiuti, una presidenza breve, destinata invece allo svolgimento completo. Nel frattempo diventato segretario del partito, Piccoli reagì sprezzantemente alle dimissioni di Cossiga ventilate da Pertini. Piuttosto -disse il capo dello scudo crociato- sarebbe il caso di attendersi le dimissioni del presidente della Repubblica. 

Per quanto combattivo, Pertini replicò da Madrid smentendo di avere mai prospettato la rinuncia di Cossiga. E per rafforzare la sua smentita licenziò in tronco il portavoce Ghirelli, in soccorso del quale intervennero inutilmente i giornalisti al seguito non solo per solidarietà con un collega, ma nella convinzione che egli avesse fatto semplicemente il suo lavoro. Cosa, questa, avvertita pienamente dal presidente della Repubblica, che rispose all’appello, mentre usciva dall’albergo, confermando il licenziamento col pollice rovesciato. 

Cossiga poi -lo ricordo ai più giovani o meno anziani, come preferite- scampò alla Corte Costituzionale con un voto d’aula a Montecitorio voluto personalmente dal pur cugino Enrico Berlinguer, segretario del Pci. Ma meno di un anno dopo avrebbe ugualmente perduto Palazzo Chigi, sostituito dal collega di partito Arnaldo Forlani. 

Draghi per fortuna non ha dovuto licenziare nessuno a Madrid. Ha soltanto dovuto smentire le telefonate a Beppe Grillo attribuitegli da interlocutori dello stesso Grillo  contro Giuseppe Conte per “farlo fuori” da presidente del MoVimento 5 Stelle. O di quel che ne resta dopo la scissione di Luigi Di Maio. Una smentita, quella di Draghi, alla quale il primo a non credere è stato proprio Conte, nonostante una prima telefonata già avuta col presidente del Consiglio. Conte, anzi, ha rilanciato la polemica rafforzandola con una udienza al Quirinale. 

La vignetta del Secolo XIX
Paola Taverna, vice presidente del Senato

L’unico a rimetterci il posto, almeno sinora, è stato un collaboratore della vice presidente pentastellata del Senato Paola Taverna. La quale lo ha licenziato attribuendogli un post velenosissimo contro Grillo  -“mi ha ucciso”e “il partito non è di tua proprietà”- comparso sul suo sito internet, nella presunzione che il garante avesse sostanzialmente ceduto alle presunte pressioni del presidente del Consiglio contro Conte. Che in una vignetta sul Secolo XIX è adesso finito appeso nel vuoto alle braccia di Grillo, al posto di Draghi come lo stesso Conte forse avrebbe voluto e vorrebbe.  

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 3 luglio

La fuga di Grillo da Roma dopo avere destabilizzato governo e movimento 5 Stelle

Titolo di Reoubblica

Più che una partenza da Roma, a conclusione di una missione che voleva essere di ricognizione e d’ordine come fondatore e garante del MoVimento 5 Stelle dopo la scissione consumata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, quella di Beppe Grillo è apparsa una fuga. Che ha, fra l’altro, fatto saltare un appuntamento ch’egli aveva già dato alla delegazione pentastellata al governo. Ma di un governo che lo stesso Grillo ha praticamente portato sull’orlo di una crisi pur esclusa, forse con eccessivo ottimismo, da Mario Draghi. 

Titolo della Stampa

Quest’ultimo, ancora in missione in quel momento a Madrid per il vertice della Nato, si è trovato spiazzato -a dir poco- dalla versione di un forte e debordante anti-contismo attribuitogli, tra battute, allusioni e smentite, dal comico genovese. Eppure la ricognizione romana di Grillo era cominciata con una tale difesa del governo Draghi da essere apparsa generalmente polemica con le tentazioni di disimpegno del presidente di quel che è rimasto del movimento pentastellato. 

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano
Dall’Huffington Post

Non sembra francamente esagerato il commento a caldo scritto sull’Huffington Post dal direttore Mattia Feltri con questo titolo: “L’autunno del Patriarca: Il malinconico declino di Grillo e del suo logoro repertorio”, fatto anche di confidenze e allusioni coi suoi interlocutori di turno  che finiscono sui giornali e sopravvivono alle sue risate di smentita. Ciò è quanto accaduto in questi giorni col sociologo Domenico De Masi, affrettatosi a riferire al Fatto Quotidiano, che ha vantato il solito scoop, di una e forse anche più telefonate di Draghi a Grillo per sollecitarlo a “far fuori” Conte. Che a Marco Travaglio, già autore di un presunto “Conticidio” consumatosi l’anno scorso col suo allontanamento da Palazzo Chigi, non è parso vero presentare ai lettori nella veste insieme di ricercato e di vittima, in un fotomontaggio in prima pagina da far west.

Conte con i giornalisti

A Conte, dal canto suo, non è parso vero cavalcare questa commedia -o tragicommedia- presentandosi ai giornalisti per confermare voci e quant’altro su manovre di Draghi contro di lui, e persino chiedendo, e ottenendo, udienza al Quirinale da un presidente della Repubblica di cui è immaginabile lo sconcerto. 

Draghi, nell’anticipare il suo rientro a Roma da Madrid anche per presiedere oggi un Consiglio dei Ministri finalizzato soprattutto a confermare la vitalità del suo governo, ha smentito telefonate e quant’altro a Grillo attribuitegli contro Conte. Al quale, del resto, il presidente del Consiglio non aveva fatto mancare il suo esplicito e franco dissenso quando era andato a proporgli cose da lui non condivise, o a protestare contro l’aumento delle spese militari concordato con la Nato già quando lo stesso Conte guidava il governo. In quell’occasione Draghi si  era premurato pure lui di salire al Quirinale per dolersi della posizione del presidente del movimento allora maggiormente rappresentato in Parlamento. 

Vignetta del Foglio

In questa situazione, francamente senza precedenti nella lunga storia ormai della Repubblica italiana, e nel tratto finalmente conclusivo della legislatura cominciata nel 2018 con la “centralità” conquistata dalle 5 Stelle nelle urne, non appare esagerata neppure la vignetta nella quale Il Foglio ha immaginato un Draghi che rivendica la sua natura politica di presidente del Consiglio e declassa a “tecnica” la presunta leadership di Conte. Che, in effetti, non poteva essere più delegittimato dal “garante” Grillo  in una missione un pò da avanspettacolo. E con tutti i problemi con i quali è alle prese il Paese, compresi quelli di una guerra -vera- aperta da Putin contro l’Ucraina ma che sta coinvolgendo sempre di più l’intera Europa e una Nato ancora più larga di prima. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Draghi ha cambiato passo dopo la scissione grillina. Travaglio ne fa un giallo

Sarà un caso -contrariamente alla visione giallistica, come vedremo, dei tifosi di Giuseppe Conte- ma da quando si è consumata la scissione del MoVimento 5 Stelle ad opera del ministro degli Esteri, che ha fatto perdere alla sua ex formazione la  maggioranza relativa in Parlamento, il presidente del Consiglio Mario Draghi si muove con più decisione e sicurezza, sia sul piano internazionale sia sul piano interno. 

Vignetta del Secolo XIX
Titolo del Corriere della Sera

Sul piano internazionale, favorito anche da una fitta agenda e da informazioni di prima mano, Draghi ha appena sfidato Putin annunciandone il declassamento della partecipazione al prossimo G20, che si svolgerà a Mali in autunno. Proprio da fonte indonesiana egli aveva saputo che il capo del Cremlino riceverà un invito ad intervenire a distanza, impietosamente tradotto in uno “scandinato” da una vignetta sul Secolo XIX.

Titolo della Stampa

Putin, la cui ferocia nella guerra all’Ucraina è continuamente denunciata da Draghi  a supporto della convinzione che non si dovrà consentirgli di vincere; Putin, dicevo, non ha gradito e ha sfidato il presidente del Consiglio italiano a sua volta dicendo che sulla sua penalizzante assenza fisica dal G20 non sarà lui a decidere. Si vedrà. Intanto Draghi ha conquistato le prime pagine.

Titolo della Stampa

Sempre sul piano internazionale si avverte un pò lo zampino di Palazzo Chigi anche nelle trattative svoltesi con successo dietro le quinte per rimuovere, in occasione del vertice Nato a Madrid, il veto turco all’adesione di Svezia e Finlandia all’alleanza atlantica. Alle cui forze peraltro l’Italia si appresta ad aumentare il suo apporto portandolo a 10 mila uomini. 

Sul piano interno, pur consapevole dello scontro che la sua decisione comporterà con Giuseppe Conte e ciò ch’è rimasto delle 5 Stelle, Draghi ha tratto le conseguenze operative dalle sue ripetute e pubbliche opinioni espresse -anche in sede europea- contro il cosiddetto bonus edilizio delle facciate, prestatosi a una mole impressionante di truffe e sprechi.  E’ stato annunciato che non ci saranno proroghe, per quanto sostenute dall’ex presidente del Consiglio. 

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

La visione giallistica di tutto questo, cui si accennava all’inizio, è quella proposta dal Fatto Quotidiano, su informazioni ricevute dal sociologo Domenico De Masi, che a sua volta le avrebbe ottenute direttamente da Beppe Grillo, circa una richiesta dello stesso Draghi al “garante” del MoVimento 5 Stelle di “far fuori Conte”. Si spiegherebbe così anche la decisione con la quale, appena arrivato a Roma per la sua missione  di ricognizione e d’ordine dopo la scissione operata dal ministro degli Esteri, Grillo avrebbe comunicato la sua contrarietà ad una crisi di governo, o -come preferite- il suo forte sostegno a Draghi. Dalla cui squadra ministeriale -avrebbe poi precisato il garante di fronte al malumore di tanti parlamentari- il movimento potrebbe pure ritirarsi, ma senza uscire anche dalla maggioranza e passare all’opposizione. 

Federico Capurso sulla Stampa
Titolo interno della Stampa

In verità, notizie analoghe a quelle del Fatto Quotidiano su pressioni di Draghi contro Conte, presumibilmente rivelate dallo stesso Grillo parlando con i parlamentari pentastellati, sono state raccolte e rilanciate, sia pure meno clamorosamente rispetto al giornale di Marco Travaglio, dal quotidiano La Stampa in un articolo dell’abitualmente informato Federico Capurso. Che tuttavia descrive così l’approccio di Grillo con i suoi interlocutori nella missione romana, ma forse più in generale, ogni volta che si trova a parlare di politica, come in una prosecuzione della sua antica professione di comico: “Lui ascolta, annuisce, ma come se l’indole, in fondo, fosse quella dell’uomo di spettacolo: non vuole scontentare il suo pubblico. Offre a ognuno la risposta che chiede”. Lo avrà fatto, magari, anche con Draghi, e col sociologo De Masi. 

Grillo fra le rovine dei fori romani e del movimento affidato a Conte

Titolo del Dubbio

Ci vorrebbero Dante e la sua divina commedia, in qualcuno dei gironi dell’inferno, per rappresentare ormai la vicenda umana e politica del MoVimento 5 Stelle. Che nacque nel giorno della festa di San Francesco del 2009 col proposito del compianto Gianroberto Casaleggio e del sopravvissuto Beppe Grillo per farci vivere tutti nella povertà felice   cercata dal patrono d’Italia e al tempo stesso per mandare a quel paese tutti i renitenti a quell’antico e rigenerante modello di vita. 

Arrivato addirittura nel giro di soli quattro anni a sfiorare nel 2013 la vittoria sul malcapitato Pier Luigi Bersani, del Pd, che prendendoli in parola pensò di poterne ottenere l’aiuto ad un governo “di minoranza e di combattimento” di spirito appunto  francescano, il movimento arrivò in altri quattro anni a conquistare, nel 2018, con la maggioranza relativa la posizione “centrale” in Parlamento che era stata per tanto tempo della Democrazia Cristiana. 

Conte a rapporto dal garante
Grillo in albergo a Roma

In soli quattro anni tuttavia di governo, nel quale ha avvicendato come alleati o soci occasionali quasi tutti i partiti, presiedendo addirittura con Giuseppe Conte, presentatosi al pubblico come “avvocato del popolo”, due dei tre esecutivi avvicendatisi in questa legislatura, il movimento ha perso per strada un pò di pezzi. L’ultimo dei quali, uscitone al seguito di Luigi Di Maio, gli ha dato il penultimo colpo facendogli mancare la maggioranza relativa in entrambe le Camere, a vantaggio della Lega di Matteo Salvini. 

L’ultimo colpo in questa commedia un pò meno divina di quella di Dante se lo contendono curiosamente -sotto gli occhi immagino sgomenti di Mario Draghi a Palazzo Chigi, fra un summit internazionale e l’altro cui partecipa nel contesto di una guerra vera, quella in Ucraina con tutti gli effetti collaterali-  il segretario del Pd Enrico Letta e il fondatore residuo e garante dello stesso movimento, Beppe Grillo. Il segretario del Pd succhiandone le ultime risorse elettorali in quello che doveva essere il “campo largo” dei progressisti ma sta diventando solo il campo più largo semplicemente di quello cui Matteo Renzi aveva ridotto il partito nel 2018. L’altro, Grillo, correndo a Roma non per soccorrere l’infortunato Conte ma per dare praticamente  ragione a chi l’aveva di fatto investito con la scissione, cioè di Di Maio. 

Titolo del Dubbio di ieri

Guardate che non vi sto raccontando una balla prendendola per spirito di gruppo o di redazione come preferite, dalla prima pagina di ieri del Dubbio. Dove si gridava lo stop di Grillo a Conte per lasciare ben saldo Draghi a Palazzo Chigi, minacciato secondo Di Maio dalle tentazioni pur negate dallo stesso Conte di “disallineare” l’Italia dall’alleanza atlantica e dall’Europa nel fronteggiare la guerra di Putin all’Ucraina. E per negare agli aspiranti sotto le stelle un terzo mandato con apposita deroga al divieto voluto alla nascita del movimento, come se veramente tra i tagli apportati ai seggi con una riforma autoflagellante e la crisi elettorale sopraggiunta ci fossero le condizioni per  fare arrivare ancora qualcuno in Parlamento sotto quelle insegne o simili.  

Titolo del Fatto Quotidiano di ieri

Vi giuro che, nonostante l’amicizia, la colleganza e quant’altro con i colleghi di questo giornale, e fedele alla sua stessa testata, che è appunto Il Dubbio, ho diffidato dei primi lanci di agenzie e simili che rappresentavano Grillo più vicino a Di Maio che a Conte. Mi sono arreso alla realtà, decidendomi a scriverne, solo dopo avere letto, stropicciandomi gli occhi di prima mattina, il titolo di prima pagina dell’insospettabile Fatto Quotidiano dell’ancor più insospettabile Marco Travaglio, da mesi impegnato a consigliare a Conte, quando ancora disponeva sulla carta della maggioranza relativa in Parlamento, di staccare la spina a Draghi  per perdere il meno possibile -a suo avviso- alle prossime elezioni politiche. Eccovelo il titolo, di apertura per quanto modesta, del Fatto: “Grillo aiuta Di Maio: sì Draghi e 2 mandati”. “Il Garante – completava il messaggio nel cosiddetto occhiello- mette in difficoltà Conte” nella gestione di quel che è rimasto delle 5Stelle ,stampate in rosso. 

Alla luce delle “difficoltà” certificate da chi lo difende sino ad averne scritto come del migliore presidente del Consiglio avuto dall’Italia e averne denunciato la sostituzione a Palazzo Chigi come un omicidio, inferiore solo al “regicidio” lamentato dal mio amico e compianto Enzo Bettiza sul Giornale di Indro Montanelli quando fu costretto alle dimissioni il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon; alla luce, dicevo, delle “difficoltà” procurategli da Grillo ho avvertito persino qualche moto di solidarietà umana vedendo la foto di Conte  in arrivo a piedi, temo con un filo di sudore col caldo che fa in questi giorni anche a Roma, nell’albergo dove gli aveva dato appuntamento Grillo. E non credo, visto il racconto anche del Fatto, solo per contemplare il solito, pur suggestivo spettacolo dei resti dei Fori Imperiali: imponenti rispetto a quelli ormai del movimento fondato nel 2009. 

Dal Riformista
Titolo del Foglio

 C’è tuttavia da aggiungere che le rovine del movimento debbono essere poi apparse al garante superiori al previsto se ha raccolto dai parlamentari rimasti una voglia tale di crisi rigeneratrice di governo da avere concesso che si potrebbe, se proprio necessario, passare all’appoggio esterno a Draghi: non comunque all’opposizione.

Pubblicato sul Dubbio

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L’Ucraina, come l’euro con Draghi 10 anni fa, sarà difesa ad ogni costo

Titolo di testa di Repubblica
Titolo di testa del Corriere della Sera

Laciatevi dire da un vecchio ma non ancora rincoglionito collega, cari amici della carta stampata, che il vostro provincialismo è avvilente, con tutti quei titoli di apertura in prima pagina dedicati ancora ai risultati dei ballottaggi comunali di domenica scorsa. E soprattutto alle polemiche con le quali i vari partiti, giocando con i numeri come al solito, cercano di moltiplicare le loro vittorie o di ridurre le perdite, o i fiaschi pur riconosciuti a botta calda, come quell’harakiri del centrodestra gridato a caratteri di scatola lunedì dall’insospettabile Giornale della famiglia Berlusconi. 

Titolo del Fatto Quotidiano

Per quanto possa apparire succulenta persino la delusione, la protesta e quant’altro di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano contro Beppe Grillo -sceso finalmente a Roma dalla sua Genova per commissariare Giuseppe Conte, o per “riprendersi”, come dice l’esperto e professore Paolo Becchi, ciò che resta del movimento 5 Stelle intimandogli come un Di Maio qualsiasi di lasciare in pace Mario Draghi a Palazzo Chigi e di confermare il divieto del terzo mandato per gli eletti- la notizia di maggiore rilevanza è quella venuta dal G7 in Germania. Lo è per gli interessi anche di chi non se n’è accorto e potrà scoprirne gli effetti nelle proprie sacre tasche a scadenza anche ravvicinata.

Per nulla intimiditi dalla ferocia di Putin, che ha moltiplicato gli attacchi missilistici nel paese confinante proprio in coincidenza col summit di Monaco, i leader occidentali del G7 hanno deciso che il loro appoggio all’Ucraina durerà fino a quando sarà necessario. “As long as it takes”, ha detto in inglese la presidente tedesca della Commissione Europea Ursula von der Layen. E’ un pò la versione, aggiornata all’Ucraina, di ciò che disse dieci anni fa l’allora presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi -“ Watever it talkes”, costi quel che costi- per declamare la difesa ad oltranza, cioè il salvataggio, dell’euro dalla traduzione commerciale, cioè speculativa, di carattere anche occidentale della prepotenza odierna di Putin contro i vicini odiati per la loro occidentalizzazione, scambiata al Cremlino per nazificazione.

Mario Draghi al G7

Draghi, partecipe naturalmente del G7 in rappresentanza dell’Italia, per quanto molti lo considerino dalle nostre parti un abusivo mandato a Palazzo Chigi più di un anno fa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per quello che Travaglio avrebbe definito “Conticidio” in un libro, ha preceduto a Monaco la presidente della Commissione Europea dicendo che “Putin non può vincere” la partita a tradimento aperta contro l’Ucraina. Ma diretta contro tutti quelli indisponibili alla resa alle mire espansionistiche di una Russia tornata dichiaratamente, per bocca dello stesso Putin, ai tempi di Pietro il Grande. 

Il patriarca di Mosca caduto in chiesa
Dalla prima pagina del manifesto

Quei morti ancora non del tutto contati fra i mille clienti del centro commerciale ucraino -non di un arsenale- colpito dai missili russi perché ne sentissero in modo metaforico il suono e la puzza di carne bruciata anche a Monaco, in una “strage di civili” giustamente denunciata con la foto di copertina del manifesto, pur sovrastata da un titolo sulle misere elezioni amministrative italiane, rimarranno nel gozzo di Putin. E a togliergliele non gli basteranno le assoluzioni e benedizioni del patriarca di Mosca Cirillo, così poco protetto ormai da lassù che recentemente è scivolato sull’acqua santa che aveva sparso per terra nella sua chiesa. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il gilet di Enrico Letta e il fiasco del centrodestra nei ballottaggi

Titolo di Repubblica
Titolo del Messaggero

Per gli addetti ai lavori, i fedelissimi dei partiti o simili, che sono nel nostro caso una pur consistente minoranza del corpo elettorale – variabile tra il 41 e il 42 per cento recatosi alle urne nonostante le fortissime tentazioni a disertarle ancora di più-  la partita dei ballottaggi comunali si è risolta a favore del Pd di Enrico Letta. Così ha prudentemente titolato Repubblica evitando di sposare e tanto meno rilanciare la lettura che lo stesso Letta ha dato del risultato cantando vittoria per il “campo largo” comprensivo dei grillini. I quali il massimo che hanno dato è stato un supporto praticamente gratuito, non avendo potuto reclamare e tanto meno ottenere neppure uno straccio non dico di sindaco, ma -temo per loro- neppure di vice sindaco o di assessore di rilievo nelle trattative, se mai vi sono state, propedeutiche ai due turni di elezioni amministrative. 

Se non proprio il cappotto, peraltro fuori stagione davvero in questa estate torrida, con 13 sindaci nei 13 capoluoghi di provincia e di regione in cui si è votato, Enrico Letta si è confezionato un gilet con 7 vittorie, contro le sole due conseguite   nelle analoghe elezioni di cinque anni fa. La città trofeo del turno è stata decisamente Verona col volto e il nome del campione sportivo Damiano Tommasi. 

Luigi Di Maio ripreso a Napoli
Titolo del Giornale

Per il centrodestra vale il titolo impietoso, da certificato, del Giornale della famiglia Berlusconi con un tantino forse di soddisfazione per le condizioni alle quali lo hanno ridotto tutti quelli che si contendono la leadership, l’eredità e quant’altro del fondatore, Cavaliere, ex presidente del Consiglio: “L’ultimo harakiri”. Ormai sembra mancare solo l’ordine finale di sciogliere le righe scommettendo sotto sotto, ma molto sotto, su qualcosa nemmeno di studiato ma di casuale, molto casuale, prodotto da quella specie di magma di centro, almeno a parole, cui si è appena aggiunto potenzialmente il ministro ex grillino degli Esteri Luigi Di Maio. E ciò specie se se lo lascerà portare via del tutto Enrico Letta con tutti quei salamelecchi che continua a riservare al “campo largo” con lo sfiancatissimo, esangue conte di ciò che è rimasto del MoVimento 5 Stelle e di tutto il suo contenzioso interno. A capo del quale non riesce ormai a venire neppure Grillo con i suoi collegamenti telefonici col Consiglio Nazionale e le  missioni a Rona. Dove già da tempo, del resto, egli arriva per contemplare le rovine dei Fori Imperiali. 

E’ un pò un torto anche alla sua professione una volta di successo l’importanza che Grillo continua ad attribuire al divieto di un terzo mandato -ed anche ad eventuali eccezioni rivendicate da Conte- in una situazione del Movimento e, più in generale, del quadro politico che lascia ben poche speranze a chiunque vorrà tornare o solo approdare per la prima volta nelle nuove e tagliatissime Camere, dopo la riforma tanto voluta dagli stessi pentastellati e festeggiata in piazza con forbici gigantesche di carta sventolate come vessilli.

Mario Draghi al G7 di Monaco

Per fortuna anche degli addetti ai lavori  l’Italia in questa continua evaporazione dei partiti continua ad essere governata da Mario Draghi. Che al G7 di Monaco – parlando con Biden, Macron, Sholtz della maledetta guerra in Ucraina che Putin continua a cavalcare minacciosamente contro tutto l’Occidente, sperando prima o dopo di spaccarlo con qualcuno dei missili che è tornato a lanciare anche contro Kiev, non bastandogli il Donbass ormai incenerito- avrà avuto ben poca voglia di occuparsi delle notizie provenienti da Roma sui ballottaggi comunali. E sui possibili effetti sulla sua maggioranza nel lungo scorcio della legislatura cominciata cinque anni fa, mentre lui presiedeva ancora la Banca Centrale Europea, con la “centralità” dei grillini.  Ora la centralità rimasta – piaccia o non piaccia- è solo quella di Draghi, o dei partiti che gli vengono attribuiti. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.poicymakermag.it

Il perfido piano astensionistico attribuito al “draghismo” dai contiani

Titolo del Corriere della Sera
Titolo del Messaggero

Voi non lo sapete, soprattutto fra gli oltre due milioni chiamati oggi alle urne per i ballottaggi in 65 Comuni, di cui 13 capoluoghi di provincia, per quello che il Messaggero, sia pure in un richiamo microscopico in prima pagina, ha chiamato enfaticamente “test per le alleanze”. Ma Giuseppe Conte, l’ex presidente del Consiglio ora preposto alla gestione di un movimento 5 Stelle in via di liquidazione, specie dopo la scissione di Luigi Di Maio, lo sa e deve avere passato la notizia a Marco Travaglio, consentendogli lo scoop di oggi sul Fatto Quotidiano. 

C’è un piano, attribuito genericamente al “draghismo”, magari all’insaputa dello stesso pur odiato presidente del Consiglio Mario Draghi, per allontanare gli italiani dalle urne e far salire sempre di più l’astensionismo da nausea, più che da disinteresse. Quanto meno saranno gli elettori, meglio voteranno per fare passare la politica agli ordini dei tecnici, banchieri, poteri occulti e simili. Che erediterebbero -mi permetto di aggiungere- il controllo, condizionamento e quant’altro della stessa politica esercitato da una trentina d’anni da una magistratura esondata a tal punto da essersi meritato più volte, e sempre inascoltato, l’appello del capo dello Stato, e presidente del Consiglio Superiore, ad una “rigenerazione”. 

Travaglio sul Fatto Quotidiano

“Ora l’ultima trovata del draghismo -ha raccontato nel suo scoop il direttore del Fatto Quotidiano- è investire sulla compagnia della buona morte dimaiana per far fuori Conte e magari fabbricarne una giorgettiana nella Lega per eliminare Salvini”, che viene quindi improvvisamente rivalutato da Travaglio. “Ideona: ingolosire gli elettori riottosi -ha raccontato e spiegato il supernostalgico di Conte a Palazzo Chigi- con una dozzina di partiti tutti uguali, tutti di centro, tutti con lo stesso programma rigorosamente senza idee, indistinguibili se non dal nome (Pd, Fi, Giorgettiani per Draghi, Dimaiani  per Draghi, Azione per Calenda, Iv per Bin Salman e altri centro-tavola). E poi stupirsi se la gente fugge dai seggi. E vomita”. 

Sempre Travaglio sul Fatto Quotidiano

Perciò “stasera, dopo i ballottaggi” -ha previsto, lamentato e quant’altro Travaglio, scusandomi per tanto lunga citazione, dovuta solo al desiderio di farvi partecipi di così grande scoop- “tutti lacrimeranno sull’astensionismo, la distanza tra Paese e Palazzo, l’esigenza di radicarsi sui territori, uscire dalle Ztl, frequentare le periferie, parlare con gli ultimi, sennò arrivano i fascisti”. Per evitare i quali, quindi, i sempre meno elettori faranno in modo da lasciare Draghi a Palazzo Chigi anche nella prossima legislatura. “Non se ne può più, basta, pietà. Certe prefiche -ha compulsato il direttore del giornale più contiamo d’Italia- non si possono più sentire, soprattutto se hanno l’aria dei passanti anziché dei colpevoli. Se ha tempo da perdere, può attaccare quella pippa -ha scrittoTravaglio autoproponendosi all’ammirazione dei lettori- chi non ha mai avallato governi tecnici o ammucchiate contro natura per impedire o ribaltare il nostro voto”. E infatti non più tardi di ieri sempre lui, Travaglio, consigliava nel suo editoriale a Conte di sfilare il più rapidamente possibile dal governo e dalla maggioranza di Draghi ciò che resta ancora del MoVimento 5 Stelle, prima che lo sciolga direttamente e una volta tanto responsabilmente il fondatore e garante Beppe Grillo. 

Titolo del Fatto Quotidiano

In questo contesto impietosamente denudato dall’autore del saggio semigiallo “Conticidio” dello scorso anno fa quasi tenerezza l’ingenuità, velleità e quant’altro attribuite da qualche giornale, compreso lo stesso Fatto Quotidiano, al segretario del Pd assegnandogli per i ballottaggi di oggi l’obbiettivo di un “cappotto” al centrodestra o  della vittoria in “almeno sei”  dei capoluoghi in cui si vota, contro i due miseri, anzi miserrimi conquistati nelle analoghe elezioni di cinque anni fa. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Già, i tredici ballottaggi di domani. Chi se li ricordava più dopo il primo turno ?

Titolo del Foglio

Già, i ballottaggi di domani. Chi se li ricordava o se li ricorda ancora dopo tutto quello che è accaduto una quindicina di giorni fa nel primo turno delle elezioni amministrative riguardanti un migliaio di Comuni e quasi nove milioni di aventi diritto al voto, rimasti in gran parte a casa, o corsi al mare, per quanto avessero anche l’occasione di poter votare su cinque referendum sulla giustizia, tutti sommersi nelle acque dell’astensionismo? Che non è più soltanto una tendenza, ma un partito: questo sì di maggioranza, persino assoluta in certi casi. Altro che la maggioranza relativa del 33 per cento conquistata dai grillini nelle elezioni politiche di quattro anni fa. Che furono peraltro le ultime per il rinnovo di Camere affollate di un migliaio di seggi, contro i seicento della prossima volta fortemente voluti con vocazione di tacchini a Natale proprio dai grillini. I quali ne saranno -furbi che sono- i maggiori danneggiati.

Fra le cose accadute tra il primo e il secondo turno delle elezioni amministrative di questo   ultimo anno della legislatura – salvo autoreti di Giuseppe Conte con la crisi di governo chiestagli da Alessandro Di Battista come condizione non per rientrare nel MoVimento 5 Stelle ma solo per cominciare a rifletterci- c’è stata la scissione proprio dei grillini, compiuta come in un blitz dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e da un’altra sessantina di parlamentari, fra deputati e senatori. 

Luigi D Maio

Non credo proprio che i già pochi elettori locali -di loro- del movimento presieduto da Conte, arrivato al primo turno delle amministrative senza neppure un candidato a sindaco, avranno tanta voglia di correre domani alle urne per esprimergli in qualche modo solidarietà, comprensione e quant’altro per il torto che l’ex presidente del Consiglio, spalleggiato dal presidente della Camera Roberto Fico a dispetto della neutralità del suo ruolo istituzionale, ritiene di avere subìto da Di Maio. Nè quest’ultimo ha avuto il tempo e la voglia, giustamente, di dare indicazioni per i ballottaggi di domani, anche se è proprio ai sindaci   ch’egli ha pensato come ai primi interlocutori del suo “progetto” per un “futuro insieme”. 

La senatrice Ronzulli scherza con Ferragni e Fedez
Berlusconi a cena con Galliani

Il rischio di un’ulteriore crescita dell’astensionismo è stato avvertito da uno che il naso per cogliere gli umori della gente ce l’ha di sicuro come Silvio Berlusconi, anche se non riesce più a raccogliere i voti di una volta ed ha subìto all’interno del “suo” centrodestra il sorpasso prima della Lega di Matteo Salvini e poi, ancora più consistente e carico di conseguenze sulla strada di Palazzo Chigi, dei fratelli d’Italia della neo-conservatrice, già missina, Giorgia Meloni. Il Cavaliere ha trovato il tempo, fra cene, scherzi al ristorante con la coppia Chiara Ferragni e Fedez e nuova passione calcistica, per lanciare un appello alla partecipazione elettorale. Ma dubito francamente che avrà successo, specie dove il “suo” centrodestra- ripeto- ha fatto di tutto per perdere dividendosi. Penso soprattutto a Verona, la città dell’Arena: quella vera, non quella abusata e finta di Massimo Giletti. 

Enrico Letta

Neppure Enrico Letta, il segretario del Pd,  sta messo molto bene. I ballottaggi di domani dovevano servire sino a quindici giorni fa a innaffiare il cosiddetto campo largo con i grillini allestito da Nicola Zingaretti riconoscendo addirittura una funzione preminente di progressista a Conte, diventato invece un perdente di successo. Letta tuttavia -il giovane, non l’anziano zio della corte di Berlusconi- arriva ai ballottaggi di domani favorito paradossalmente, oltre che dalle divisioni del centrodestra, dalle catastrofiche posizioni di partenza. Dei tredici Comuni capoluoghi di provincia alle urne, oltre a una cinquantina di minori, solo in due il Pd vinse nelle elezioni precedenti, cinque anni fa. Gli può francamente andare solo meglio. Se gli andasse peggio, lunedì egli non dovrebbe neppure farsi rivedere al Nazareno. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Il presidente Fico inciampa a due passi dalla Camera sulla scissione dei pentastellati

Titolo del Dubbio

Viste la rabbia, la delusione e non ricordo quant’altro espresse nella sua Napoli in occasione della giornata del rifugiato, che in verità c’entrava poco con la scissione del pur suo movimento appena annunciata da Luigi Di Maio ed amici, dev’essere costato molto sul piano umano e politico a Roberto Fico leggere personalmente mercoledì mattina nell’aula di Montecitorio la lunga lista dei deputati scesi dalle 5 Stelle per cercare un altro futuro. Che è il nome almeno per ora assegnato neppure al loro nuovo, dichiarato partito ma ad un più generico “progetto”. 

Fico avrebbe potuto risparmiarsi quel lo scomodo passaggio lasciando presiedere la seduta ad uno dei suoi vice, ma eroicamente -si potrebbe dire a quel punto- non ha voluto sottrarsi al compito impostogli dalla carica e dal regolamento. Le istituzioni sono le istituzioni, appunto, e vanno rispettate qualunque sia l’opinione o il solo umore avvertito per fatti e persone che in qualche modo le investono. Ben fatto, quindi. 

Luigi Di Maio

Ma proprio per questo principio, una volta formalizzata la scissione e avviata sui binari dovuti la costituzione di un nuovo gruppo alla Camera da lui presieduta, con tanto di diritti riconosciuti dal regolamento e dalla prassi costituzionale, che ne comporta per esempio la consultazione da parte del presidente della Repubblica in occasione delle crisi di governo, forse Fico avrebbe dovuto risparmiarsi quella successiva passeggiata con Giuseppe Conte, o al suo seguito, come qualche passante avrà forse potuto pensare, verso la sede del movimento 5 Stelle e un bar adiacente. Davanti al quale egli invece ha ritenuto di potersi anche fermare per rispondere ai soliti giornalisti con microfoni, telecamere e telefonini audiovisivi smaniosi di raccoglierne altri giudizi sulla scissione per la quale egli aveva già espresso -ripeto- rabbia e delusione prima della formalizzazione. 

Una traduzione webetiana del giudizio di Fico

“Operazione di potere”, ha risposto Fico. “Operazione di palazzo”, ha riferito qualcuno non so se forzandogli la lingua, o cogliendone effettivamente la parola ad assembramento ancora aperto ma a microfoni spenti. Beh, su questo, senza volergli mancare di riguardo personale ma con tutta la modestia di un vecchio giornalista che ha trascorso buona parte della sua vita professionale  tra corridoi, sale stampa e tribune del Parlamento, mi permetto di dissentire dalla pur apprezzabile franchezza del presidente della Camera. Che come tale, senza essersene reso forse conto, ha finito per esercitare un’opera di dissuasione di dubbia regolarità o opportunità in un’operazione politica com’è quella avviata legittimamente da parlamentari eletti come lui o anche investiti di ruoli istituzionali quali esponenti del governo, a cominciare naturalmente dal ministro degli Esteri. 

Per chi è o potrebbe essere chiamato,  ancora sotto le cinque stelle o altrove, a seguire Di Maio e la sessantina di parlamentari già raccoltisi attorno a lui nella nuova esperienza  o sfida politica, chiamiamola come volete, non credo che sia indifferente il giudizio così duro di “operazione di potere” espresso dal presidente della Camera. Che si presume, fra l’altro, possa disporre di maggiori notizie o elementi di valutazione rispetto a un comune cittadino e persino di una stampa libera e smaliziata, o maliziosa, come la nostra. 

Gianfranco Fini ai tempi della presidenza di Montecitorio

Dobbiamo evidentemente mettere anche questa nel conto delle anomalie, particolarità, sorprese della non comune legislatura in corso. Un conto dal quale tuttavia sono sicuro che Fico ci risparmierebbe lo spettacolo offerto invece nel 2010 dall’allora presidente della Camera Gianfranco Fini. Che dopo avere rotto personalmente  con l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, o averne subito -a suo avviso- la sostanziale espulsione dal comune partito, il Pdl, ritenne di ospitare nel proprio ufficio a Montecitorio i promotori di una mozione ritorsiva di sfiducia. Che fu peraltro clamorosamente respinta. 

Draghi con Di Maio alla Camera mercoledì scorso

Il governo ora in carica è quello di Mario Draghi, per la cui maggiore stabilità, ritenendolo insidiato da quel che rimane del MoVimento 5 Stelle, Di Maio ha promosso la scissione. E alla cui partecipazione o al cui appoggio sino alla fine della legislatura Giuseppe Conte, resistendo alle domande incalzanti di Lilli Gruber a Otto e mezzo dell’altra sera, non ha voluto impegnarsi preferendo dire che lo sosterrà sino a quando sarà possibile al suo partito difendere gli interessi nazionali, con tutta la discrezionalità politica che comporta una formula del genere. Esiste d’altronde una certa dialettica sotto ciò ch’è rimasto delle cinque stelle sulla opportunità, utilità o quant’altro di arrivare così al rinnovo ordinario delle Camere, fra meno di un anno.

Pubblicato sul Dubbio

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