Chi di manette ferisce, prima o dopo di manette finisce di perire

La Tangentopoli di trent’anni fa, costata la vita alla prima Repubblica italiana e a un bel  pò di suoi protagonisti, attori e comparse, e il Qatargate di questi giorni, che sta terremotando addirittura l’Europa, o almeno il suo Parlamento, hanno in comune una certa anagrafe politica, più di comodo che reale. 

Era socialista Mario Chiesa, il presidente del Pio Albergo Trivulzio colto in flagranza di reato il 17 febbraio 1992 mentre incassava sette miserabili milioni di lire come parte di una tangente imposta a chi gestiva il servizio delle pulizie. E socialista continuò -un pò per pigrizia mediatica ma ancor di più per malizia, in particolare, della sinistra di provenienza comunista- ad essere considerato il colore o la matrice politica della corruzione vista, a torto o a ragione, in ogni passaggio di danaro scoperto a vantaggio dei partiti e loro derivati, correntizi o solo personali. 

In verità, al fenomeno delle tangenti risultarono interessati un pò tutti i partiti con la sola eccezione del Movimento Sociale e di Democrazia Proletaria appena confermata da un sostituto procuratore della Repubblica di quei tempi a Milano: Gherardo Colombo, dichiaratosi quindi per niente stupito del Qatargate di questa fine d’anno. Ma, per quanto praticato dal quasi intero arco politico italiano, e in dimensioni proporzionali alla consistenza dei vari partiti, il protagonista o dominus delle tangenti continuò ad essere considerato il Psi: in particolare, il Psi del fastidioso Bettino Craxi. Gli altri sembravano entrati e rimasti nel malaffare solo in quanto alleati dei socialisti, magari solo a livello locale, come quando capitavano sotto indagine dei comunisti. Sembrava anzi che questi ultimi fossero stati indotti in tentazione -come ancora recitava allora la preghiera del Pater noster- dal diavolo impersonato dal Psi del garofano.

Caddero in quella tentazione, per esempio,  i comunisti “miglioristi” di Milano secondo la rappresentazione fattane a Roma dal Pci nel frattempo diventato Pds e guidato da Achille Occhetto. In realtà, anche la sede nazionale del partito comunista si trovò coinvolta nelle indagini, con una stanza inutilmente sigillata alle Botteghe Oscure: inutilmente perché nessuno seppe o volle mai scoprire a chi la buonanima di Raul Gardini avesse fatto visita un bel giorno con una borsa gonfia di soldi.

Anche il Qatergate dei nostri giorni, con le sue propaggini marocchine, è disgraziatamente targato socialista, almeno sinora, per la denominazione del gruppo europeo di appartenenza di parlamentari o ex parlamentari sotto accusa, a cominciare naturalmente dall’italiano Pier Antonio Panzeri. Nelle cui abitazioni o affini sono stati trovati e sequestrati sacchi di banconote di euro a contare le quali gli inquirenti hanno impiegato giorni, tante erano, per quanto contenute in una somma complessiva sinora valutata in poco più di un milione e mezzo, pari a tre miliardi delle vecchie lire italiane. 

Di un eurodeputato italiano ancora in carica, Andrea Cozzolino, il Pd ancora guidato da Enrico Letta si è affrettato a decidere e annunciare la sospensione, in attesa dell’esito delle indagini, per quanto non risultino neppure iniziate a carico dell’interessato, essendovi sinora interessato solo l’assistente. E pensare che il Pd nato nel 2007 con la fusione dei resti del Pci e della sinistra democristiana, più qualche cespuglio verde e liberale, esitò a lungo a riconoscersi e a partecipare attivamente al Partito Socialista Europeo, e all’omologo gruppo dell’Europarlamento, un pò per un’antica diffidenza, a dir poco, dei comunisti verso i socialisti, a lungo considerati  e trattati come opportunisti, traditori e simili, e un pò per rispetto della componente proveniente dalla Dc. Nella quale molti   avevano in partenza accettato di non morire democristiani ma non avevano neppure tanta voglia di diventare e tanto meno morire socialisti. 

Eppure fu proprio da quella componente che arrivò nel 2014 lo sblocco della trasformazione identitaria con una decisione di Matteo Renzi, ancora fresco di elezione a segretario del Pd. L’adesione al Partito Socialista Europeo che non avevano avuto il coraggio di promuovere Walter Veltroni e Pier Luigi Bersani, di provenienza comunista, fu dunque decisa e concretizzata dal post democristiano Renzi. Che, nel frattempo uscito pure lui dal Pd sbattendo la porta, come due dei suoi predecessori, si starà magari fregando le mani per i guai in cui si trovano oggi a causa sua i dirigenti del Nazareno per la collocazione socialista del loro partito nel Parlamento europeo. 

D’altronde, siamo sinceri, quanto poteva ancora durare la commedia dei post-comunisti italiani impegnati a chiamarsi socialisti solo all’estero? Una commedia scritta e recitata per trattare a loro vantaggio la Tangentopoli italiana di 30 anni fa. Certe cose si pagano, prima o dopo: troppo tardi magari per chi vi è persino morto, e non può far sentire dall’aldilà la sua sarcastica risata, ma in tempo per chi è riuscito a sopravvivere. E potrebbe oggi tirare un sospiro di sollievo e, insieme, di risentimento pensando ad una rivincita della storia.

Pubblicato sul Dubbio

Castagnetti denuncia “rischi” di fine e di scissione del Pd in caso di “trasformazione genetica”

Distratti non so se più dal Qatargate o dal campionato mondiale di calcio, che proprio in Qatar si è concluso con la vittoria dell’Argentina sulla Francia in un’avvincente finalissima, ai rigori, attori e anche osservatori del laborioso percorso congressuale del Pd hanno dato l’impressione di sottovalutare un’importante intervista della Stampa a Pierluigi Castagnetti pubblicata ieri. 

Generalmente restio a parlare anche a causa dei suoi noti e stretti rapporti col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che spesso induce a pensare, a torto o a ragione, che egli ne rifletta pensieri e umori, Castagnetti mi è parso stavolta sbottare parlando appunto del congresso del Pd. Alla cui fondazione partecipò nel 2007 con la “Margherita” di Francesco Rutelli, che comprendeva a sua volta il Partito Popolare nel quale si era trasformata, o al quale era in qualche modo tornata la Democrazia Cristiana a cavallo fra il 1993 e il 1994, nel passaggio cioè dalla prima alla seconda Repubblica fra i marosi di Tangentopoli. 

Ad una domanda sul lavoro della commissione di una novantina di esponenti interni ed esterni incaricata di “scrivere la Costituzione del nuovo Pd” Castagnetti ha risposto opponendo un secco “rifiuto di definire fase costituente” quella in corso nel partito guidato da Enrico Letta dichiaratamente indisponibile a ricandidarsi alla segreteria. “Non è nelle  disponibilità di 87 persone, alcune delle quali neppure elettori del Pd, cambiare la natura del partito con questa disinvoltura e senza uno specifico mandato congressuale”, ha detto l’intervistato. “Anche perché -ha aggiunto- se si cambia natura, non c’è più il Pd, c’è un’altra cosa, con tutti i rischi del caso”. 

A quelli che si sono già candidati alla successione ad Enrico Letta e a quelli che potranno e vorranno farlo sino a gennaio, in vista delle primarie di febbraio, Castagnetti ha detto che “se si ha in mente di fare un partito radicale di massa, si deve sapere che la maggioranza degli elettori cattolici, ma anche della sinistra storica, faticherebbero a votare ancora Pd”. Ed ha ricordato che “Pietro Scoppola e Alfredo Reichlin, i padri fondatori del Pd, scrissero: dobbiamo intrecciare le nostre radici per dare vita ad una cultura nuova, capace di evolversi con l’evoluzione dell’antropologia del corpo elettorale, senza inseguire ma volendo capire”.

“Se un lontano elettore comunista o democristiano che aveva votato Pd ha deciso di votare per Meloni o per Salvini- ha spiegato  e chiesto Castagnetti- ci interessa capire perché?”. “Ovviamente -ha avvertito o precisato il vecchio e più stretto collaboratore del compianto Mino Martinazzoli- non dobbiamo regredire a soggetti politici di 30 anni fa: era un altro mondo”. 

Nonostante questa precisazione, l’intervistatore ha voluto chiedere a Castagnetti se “presto potrebbe rinascere il Ppi”, cioè il partito popolare”. “No”, ha risposto Castagnetti con tono, diciamo così, perentorio che però si attenua con questa prosecuzione della risposta: “Sono ancora formalmente il “capo” di un partito che non si presenta da quasi 20 anni alle elezioni e che non intende farlo. A meno che non ci sia una trasformazione genetica del Pd. Ma ci batteremo per evitarla”. 

Qui finisce l’intervista di Castagnetti, alla quale manca, secondo me, un’altra davvero conclusiva domanda: “E se non riuscirete ad evitarla”, questa maledetta trasformazione genetica?  Evidentemente “non ci sarebbe più il Pd, ma un’altra cosa, con tutti i rischi del caso”, per ripetere le parole usate dallo stesso Castagnetti in un altro passaggio dell’intervista già citato. E fra “i rischi del caso” ci sarebbero una scissione e insieme un ritorno in campo elettorale del Partito Popolare di cui c’è già “formalmente il capo”, guarda caso:  sempre parole dello stesso Castagnetti nella medesima intervista. 

Ripreso da http://www.tartmag.it e http://www.policymakermag.it

La Meloni, beata lei, si compiace del lavoro facilitatole dagli alleati

“Gli alleati mi hanno reso il lavoro molto facile”, ha detto Giorgia Meloni concludendo la festa del decimo compleanno del suo partito. “Una dolce carezza”, ha definito quella della presidente del Consiglio a Silvio Berlusconi e a Matteo Salvini il Quotidiano del Sud. “Porca miseria”, è invece sbottato il manifesto con un titolo sovrapposto ad una immagine di danneggiati, secondo il quotidiano ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista, dalla legge di bilancio, o manovra finanziaria, che la Meloni si è vantata di avere varato, grazie all’aiuto degli alleati, in soli “dieci giorni” di lavoro preparatorio nei dicasteri interessati e in “un’ora” di Consiglio dei Ministri. 

In verità, a quei dieci giorni e a quell’ora vantati -ripeto- dalla presidente del Consiglio davanti al suo “popolo” festante nell’omonima piazza romana ne andrebbero aggiunti altri, perché il percorso parlamentare della legge di bilancio non è ancora finito. Ed è stato denso non tanto di scontro o confronto con le opposizioni quanto di scontro o confronto fra esponenti e componenti del governo e della maggioranza per la definizione delle modifiche necessarie ai vari alleati per piantare le loro bandierine e sventolarle nei comizi. Così hanno fatto ieri, per esempio, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini parlando anch’essi, collegati da lontano, al raduno romano dei loro alleati: Berlusconi, peraltro, dopo essersi già rivolto al “popolo” di centrodestra di Milano a favore della candidatura di Attilio Fontana per la conferma a presidente della regione Lombardia, e Salvini prima di proseguire il suo programma di comizi e di incontri con i leghisti del nord.  

Berlusconi, per quanto abbia cercato di contenersi ed abbia evitato di ripetere nel suo collegamento con Roma la delusione espressa a Milano per l’inadeguatezza del “ruolo” riconosciutogli nella formazione del governo dopo avere rischiato addirittura di “morire” in campagna elettorale per una brutta caduta; Berlusconi, dicevo, ha finito ad un certo punto per spazientire il pubblico della Capitale procurandosi interruzioni e fischi impietosamente registrati in prima pagina dal Corriere della Sera. Che hanno imbarazzato a tal punto la presidente del Consiglio da indurla poi a lamentarsi pubblicamente, sia pure in tono ironico, della “indisciplina” dei suoi fans, come ha sottolineato in un titolo la Repubblica. 

Berlusconi avrà probabilmente gradito. Sennò, conoscendolo, non si lascerà scappare la prima occasione a portata di lingua per manifestare la sua perdurante delusione e ispirare, magari, un’altra “cattiveria” sulla prima pagina del Fatto Quotidiano, dopo quella di oggi. Che dice, testualmente, sfruttando la recente gaffe dell’ex presidente del Consiglio su quella vagonata di “troie” promesse ai giocatori del Monza in caso di vittoria sulla Juventus o sul Milan, più ancora su entrambe: “Berlusconi: “Ho rischiato di morire in campagna elettorale, meritavo un ruolo in questo governo”. L’autista di pullman era già preso”.

Scherzi a parte, o continuando, come preferite, Giorgia Meloni è stata tanto generosa con gli alleati che le avrebbero facilitato il lavoro nei suoi primi 56 giorni di governo quanto ingenerosa con le opposizioni. Che, anziché essere attaccate per gli attacchi rivoltele sulla manovra e per le proteste di piazza programmate o già svolte, come quella di ieri del Pd, sempre a Roma, bollata  peraltro dal Fatto come un “superflop”, avrebbero forse meritato un ringraziamento per il loro stato sostanzialmente comatoso. A causa del quale rischia di avverarsi l’augurio fatto da Salvini a Meloni di durare a Palazzo Chigi non solo per tutta questa legislatura ma anche per la prossima. Dieci anni sono il doppio di cinque, avrebbe detto il compianto Riccardo Pazzaglia alla bellissima notte televisiva che fu di Renzo Arbore. 

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Il grande pasticcio (italiano) del meccanismo europeo di stabilità

Il trucco c’è ma si vede. E non è gratificante per il governo non a torto pizzicato sulla prima pagina di Repubblica da un titolo che ne lamenta le divisioni e lo contrappone al presidente della Repubblica Sergio Mattarella: un governo peraltro all’inizio di un percorso che vorrebbe essere lungo cinque anni, quanto la durata della legislatura uscita dalle urne del 25 settembre, e soprattutto innovativo, secondo le promesse del presidente del Consiglio Giorgia Meloni. E’ il trucco del Mes, acronimo di quello che in Italia chiamiamo Meccanismo europeo di stabilità ma che a Lussemburgo, dove ha sede, si chiama Euroepean stability meccanism, riassunto nell’acronimo Esm, istituito dieci anni fa con 700 miliardi di euro, di cui 125 di parte italiana, per  soccorrere i paesi dell’Unione in difficoltà. Non a caso si chiamava una volta Fondo salva-Stati, modificato dopo le polemiche scoppiate sui criteri con i quali venne applicato per fronteggiare la crisi greca. 

Su questo benedetto o maledetto “istituto finanziario”, come lo chiamano gli esperti, erano rimasti solo in due in Europa ad eccepire resistendo alla ratifica: la Germania e l’Italia. In Germania  furono sollevate eccezioni di incostituzionalità sovranista, diciamo così, che hanno comportato la pronuncia finalmente arrivata dall’Alta Corte, che non ha ravvisato gli impedimenti o inconvenienti temuti, Manca a questo punto solo l’assenso italiano. 

Sollecitato dai soci europei, il governo Meloni non ha ritenuto di potersi pronunciare perché due dei partiti che lo compongono -quello della stessa Meloni, schieratosi contro quando era all’opposizione, e la Lega quando faceva parte del primo governo di Giuseppe Conte, con i grillini- sono rimasti fermi alla contrarietà avvertita per i troppi vincoli, controlli e costi derivanti dall’accesso agli aiuti. 

Ci rimettiamo al Parlamento, hanno concordemente e sostanzialmente detto la presidente del Consiglio e il ministro (leghista) dell’Economia, che di suo ha aggiunto la raccomandazione per un dibattito “ampio e approfondito”. Che ormai potrà avvenire solo nel prossimo anno, essendo il tempo rimasto di questo 2022 occupato dall’esame del bilancio dello Stato. 

Il trucco, di cui dicevo all’inizio, sta nel fatto che gli interessati si aspettano un voto positivo espresso dai gruppi parlamentari alle cui spalle stanno partiti che in sede di governo non ritengono di potersi e doversi pronunciare in questo senso. 

D’altronde sarebbe anche politicamente e numericamente impossibile, specie al Senato, adottare una posizione favorevole con una maggioranza diversa da quella del governo di centrodestra, o destra-centro. La cui posizione pertanto è, a dir poco, bizantina: non certo all’altezza dell’orgoglio col quale a Roma si stanno concludendo i festeggiamenti dei “fratelli d’Italia” per il decimo compleanno della loro formazione politica, decollata con risultati o valutazioni elettorali da prefisso telefonico e in testa dal 25 settembre scorso alla classifica dei partiti italiani.

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Quei rapporti di nuovo empatici fra Renzi e Berlusconi che inquietano Giorgia Meloni

Chissà se dei rapporti empatici fra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi di cui si occupa oggi Il Foglio sullo sfondo delle preoccupazioni che avrebbero già procurato alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, fa parte anche qualche telefonata o messaggino telematico di comprensione o solidarietà del senatore di Scandicci per le reazioni alla promessa fatta dal Cavaliere ai giocatori del Monza di premiarli con un “pullman di troie” in caso di vittoria sulla Juventus e/o sul Milan. 

Magari neppure a Renzi, cresciuto in fondo alla scuola dei boy scout, come disse una volta di lui Jhon Elkann parlandone con Sergio Marchionne e un giornalista in attesa di assunzione alla Fiat; neppure a Renzi, dicevo, non sarà molto piaciuta la battuta che lo stesso Berlusconi ha definito da “spogliatoio”. Ma un gesto, peraltro riservato, di  sostegno di fronte ad eccessive reazioni critiche potrebbe ben essere rientrato nel desiderio e insieme interesse di Renzi a ravvivare una vecchia simpatia. Che si interruppe nel 2015 per il mancato accordo sull’elezione del successore di Giorgio Napolitano al Quirinale. Fu allora che si chiuse la stagione fogliante -dalla testata giornalistica che l’aveva avviata- di Renzi “royal baby” di un Berlusconi restio a coltivare davvero un successore in casa, tra i tanti forzisti aspiranti al ruolo di delfino ma via via risultati agli occhi, e al cuore, del Cavaliere sprovvisti di quel “quid” necessario al caso. 

Che Renzi, del resto, goda ad Arcore e dintorni di una maggiore considerazione o fiducia rispetto al suo socio politico Carlo Calenda è emerso con chiarezza di recente, in occasione della visita proprio di Calenda a Palazzo Chigi per un confronto con la Meloni sulla manovra finanziaria allora in cantiere. In risposta ai giornalisti che la incalzavano per strada con domande su quella visita la capogruppo berlusconiana al Senato, Licia Ronzulli, liquidava come “irrilevante” il ruolo dell’interlocutore al quale la presidente del Consiglio aveva invece deciso di dare ascolto ricevendolo in pompa magna, diciamo così, con tanto di delegazione del terzo polo non comprensiva -guarda caso- di Renzi. Che, un pò più avanti negli anni pure lui, non potrà essere reincoronato “Royal baby” da un officiante Giuliano Ferrara ma potrà ben risultare a Berlusconi più gradito, più sintonico di Calenda: l’uomo peraltro al cui movimento -“Azione”- bussarono le allora ministre Mara Carfagna e Mariastella Gelmini dopo avere lasciato Forza Italia per protesta contro la fiducia negata al governo di Mario Draghi. Esse cercarono e trovarono calorosa accoglienza mentre da Arcore si guadagnavano le solite accuse di tradimento e ingratitudine. 

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Di Pietro non si lascia distrarre dall’euroscandalo. Pensa ancora alla sua mancata Mafiagate

Mentre tutti, più meno. ne evocano la figura per il paragone cui, a torto o a ragione, si presta la sua figura di quando era magistrato con quella del belga Michel Claise, che sta facendo letteralmente tremare  l’Europarlamento col cosiddetto “Qatargate”, Antonio Di Pietro dalla sua masseria molisana nella quale ha voluto confinarsi da solo, se il suo si può davvero definire un confino, come io non ritengo, è tornato a lanciare le sue esche nelle acque degli storici, ma anche dei politici, rimasti sinora insensibili, o quasi, alle sue proteste per il lavoro incompiuto di inquirente una trentina d’anni fa. Allora anche lui faceva tremare un Parlamento, quello italiano, per le indagini su Tangentopoli, o “Mani pulite”, come le chiamarono più enfaticamente nella Procura di Milano dove egli lavorava. E al tempo stesso faceva sognare il pubblico giustizialista che reclamava sempre più arresti, sempre più avvisi di garanzia, che bastavano da soli a sputtanare chi li riceveva, e sempre più rinunce volontarie dei parlamentari alle norme di garanzia per le loro funzioni introdotte nella Costituzione dai cosiddetti padri della Repubblica. 

A dispetto di questa realtà percepita allora nel Paese, provocando peraltro un bel pò di suicidi e alla fine la tante volte celebrata caduta della cosiddetta prima Repubblica, Di Pietro si è riproposto in una intervista a Panorama più come “una lepre” che come “una volpe”, più come l’inseguito che l’inseguitore, più come la vittima che il giustiziere. Per quanto sorretto dal suo capo Francesco Saverio Borrelli, alla cui morte lui, non più magistrato, sarebbe andato ad onorarlo in lacrime, magari scusandosi in cuor suo per talune incomprensioni poi esplose anche in pubblico fra di loro, Di Pietro si sentiva ostacolato dai “servizi segreti deviati”, come li chiama con tutta la competenza a lungo attribuitagli in materia di servizi segreti regolari. A capo dei quali ci fu più di un politico della cosiddetta seconda Repubblica tentato di farlo approdare, fallito il tentativo di arruolarlo nel primo governo di Silvio Berlusconi come ministro dell’Interno, magari in tandem con l’amico e collega Pier Camillo Davigo alla Giustizia. Poi  “Tonino” sarebbe diventato, ma con Romano Prodi, soltanto ministro dei Lavori Pubblici, spedito però in quella specie di tana del lupo che il dicastero di Porta Pia era diventato come svincolo delle tangenti della prima Repubblica.

Ma perché i servizi segreti “deviati” ce l’avevano tanto con lui, lasciando anche qualche traccia raccolta, secondo Di Pietro, fra il 1995 e il 1996 nelle carte del Copasir, il comitato interparlamentare che praticamente vigila almeno sui servizi segreti regolari? E’ lo stesso Di Pietro a rispondere dicendo a Panorama che l’obiettivo di chi gli metteva “i bastoni fra le ruote” era di non fargli “rivelare le connessioni tra appalti e mafia”, ben più gravi dei finanziamenti illegali della politica scoperti dall’inchiesta di “Mani pulite”. Connessioni -ha spiegato sempre Di Pietro- raccontate in “un rapporto dei Ros”, cioè dei Carabinieri, consegnato nel 1992 a Paolo Borsellino e costatogli praticamente e veramente la vita nell’attentato di via D’Amelio, a Palermo, successivo a quello di Capaci a Giovanni Falcone. 

Morto Borsellino, col quale Di Pietro ha raccontato di avere “parlato” in tempo solo per convenire sulla necessità di “fare presto” il loro lavoro, sarebbe svanito quel prezioso e clamoroso filone che avrebbe potuto far passare le cronache giudiziarie da “Mani pulite” a “Mafia pulita”, come lo stesso ex magistrato ed ex politico ha proposto di chiamarla. Qualcosa -sembra di capire- che avrebbe fatto impallidire la Tangentopoli politica scoperta dalla Procura di Milano, declassandola ad una vicenda minore, una specie di Tangentopoli dei poveri.

E noi, poveri Pirla, stiamo ancora a pensare e a scrivere di questo magistrato belga in qualche modo emulo – con il milione e mezzo di euro sequestrato ai frequentatori maggiori e minori del Parlamento di Strasburgo- del Di Pietro di quei miserabilissimi sette milioni di lire, se non ricordo male, sequestrati il 17 febbraio 1992 a Mario Chiesa nell’ufficio di presidente del Pio Albergo Trivulzio. Quando impareremo, finalmente, a distinguere cose e uomini, o donne? Quando finiremo di scambiare lucciole per lanterne? Lucciole, ripeto, senza allusione alle “troie” appena rovesciate sulle cronache politiche dal solito Berlusconi parlandone, per scherzo, con i calciatori del Monza e provocando la solita bagarre. 

Visto che Di Pietro non ha parlato per la prima volta, e penso neppure per l’ultima, del colpaccio mancatogli a suo tempo da magistrato, cinicamente inchiodato all’aspetto in fondo minore del torbido di trent’anni fa, mi chiedo perché non si proponga un’inchiesta parlamentare su questa vicenda. Sembra che  quella solo su Tangentopoli, o “Mani pulite”, venga considerata troppo modestamente, e immoralmente, condizionata da presunti o reali propositi revanscisti di corruttori e corrotti segnati dal tempo. Fatevi sotto, coraggio, onorevoli deputati e senatori del Parlamento da poco rinnovato e ristretto. 

Pubblicato sul Dubbio

Berlusconi nei guai, ma non troppo, per un suo “pullman di troie”

La solita scorsa quasi notturna dei giornali consentita dalla solerte rassegna stampa del Senato mi ha dato l’impressione di una svolta mediatica, e in qualche modo anche politica, nei riguardi di Silvio Berlusconi. Che è stato beccato in prima pagina, fra i giornali più diffusi, solo dal Corriere della Sera e da Avvenire per la sua promessa certamente più infelice che spiritosa di un “pullman di troie” ai giocatori del Monza in caso di vittoria sulla Juventus e/o sul suo ex Milan. Tutti gli altri, quotidiani, grandi e piccoli, hanno generalmente contenuto o relegato la notizia, e relative reazioni, all’interno: a cominciare da Repubblica, che bisogna sfogliare sino a pagina 12 per trovare il commento di Piero Colaprico -senza richiamo in prima, ripeto- al “Cavaliere battutista che inciampa ancora sul vetero sessismo”. Un commento completato, aggravato, condito, come preferite, da una foto che ritrae Berlusconi mentre parla accanto alla solitamente imperscrutabile fidanzata e deputata forzista Marta Fascina. 

Diversa è la foto scelta dal Giornale di famiglia di Berlusconi a pagina 10 per corredare una breve difesa dell’ex presidente del Consiglio dal “polverone” dei critici liquidati dall’interessato come “poveri di humor”. Fra i quali vanno evidentemente annoverati anche i vertici del già ricordato Avvenire, il giornale dei vescovi italiani che in prima pagina ha espresso “tristezza” per le parole di Berlusconi, invitato a smetterla col suo repertorio di battute e barzellette. La foto scelta dal quotidiano di famiglia ritrae l’anziano birichino sorridente con quattro giocatori del Monza, dei quali tre appaiono sicuramente divertiti dal Cavaliere.

Ancora più severo di Avvenire è stato il Corriere della Sera sparando in prima pagina contro Berlusconi il richiamo di una cronaca dettagliata di Tommaso Labate sulla “battuta choc” dell’ex presidente del Consiglio e sulle reazioni, più   un commento per niente minimalista di Massimo Gramellini titolato “Poco Cavaliere”.  

Ben diversi -compiacenti, tolleranti, divertiti, come preferite- sono stati gli amici del Foglio, fedeli alla tradizione di trattare Berlusconi come “l’amor nostro”, anche dopo averlo perduto come editore, o quasi. Giuliano Ferrara ha scherzosamente inserito “le solite troie del Cav” nella rappresentazione politica del centrodestra al governo, o destra-centro come preferiscono chiamarlo con opposti sentimenti i critici e i fratelli d’Italia oggi in festa, peraltro, per i dieci anni compiuti dal partito fondato da Giorgia Meloni. Che non immaginava certo, partorendolo, di poter arrivare, almeno così rapidamente, addirittura a Palazzo Chigi. Makkox, il vignettista del giornale fondato da Ferrara, si è a suo modo travestito da Berlusconi per scusarsi della battuta sul pullman di troie dicendo. “Ok! Ok!…Un pullman elettrico…”.

Vi confesso che lì per lì la prima, rapida scorsa dei giornali mi ha fatto credere, sperare, apprezzare e quant’altro una sorprendente conversione del Fatto Quotidiano al buon gusto o alle buone maniere verso Berlusconi. L’editoriale del direttore Marco Travaglio, a dispetto di un titolo come “Fateci ridere”, se l’è presa con Paolo Cirino Pomicino, Giorgio Napolitano e altri evocando le “mani pulite” di trent’anni fa e il Qatergate di questa fine d’anno. Ma poi ho visto che alla battuta di Berlusconi sul pullman delle troie il Fatto Quotidiano ha dedicato all’interno, con modesto richiamo in prima, il commento corrosivo di Pino Corrias titolato sull’”ultimo treno di B”, ma soprattutto “la cattiveria” di giornata. Che dice in prima pagina, dopo avere riportato le sue parole: “B. ricorda al suo Monza di essere l’unico rappresentante della tradizione cristiana”. Oddio, Travaglio si bergoglizza? O riscrive a suo modo la storia di Maria Maddalena aggiornandola ai tempi del sempre odiato Berlusconi? Al direttore del Fatto stanno preparando un posto o una rubrica ad Avvenire? 

L’imitazione belga, peraltro mal riuscita, dell’italiano Antonio Di Pietro

Neppure il politicamente compianto ma tuttora vivo e vegeto Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici e dimostranti che una trentina d’anni fa percorrevano le strade di Milano incoraggiandolo a farli “sognare” con la ramazza giudiziaria, impugnata dal sostituto procuratore della Repubblica contro protagonisti, attori e comparse della cosiddetta prima Repubblica; neppure lui, ripeto, aveva osato spingersi dove Davide Carretta sul Foglio ci racconta oggi fosse arrivato due anni fa a dire il magistrato belga Michel Claise. Che sta facendo tremare l’Europarlamento con indagini, arresti e immagini fotografiche di quello che i giornali hanno battezzato “Qatargate”, ma con spruzzatine anche marocchine, secondo anticipazioni che compaiono e scompaiono nelle cronache giudiziarie. 

Sentite, sempre nel racconto di Davide Carretta, che cosa Claise diceva nel 2020 parlando non della sua attività di romanziere, giallista e quant’altro ma delle convinzioni sullo stato della democrazia maturate nel suo lavoro di giudice istruttore. La criminalità finanziaria -osservava in una intervista al quotidiano Le Soir– è un fenomeno storico “legato al corpo dell’uomo. Ciò che conosciamo oggi è una situazione senza precedenti. Siano fottuti. Assolutamente. La democrazia, il principio democratico per me è fottuto….dal denaro sporco”, per cui “non si riesce più a sapere chi è cosa”.

Evidentemente c’è qualche paese nel nostro mondo cosiddetto occidentale, nella nostra civilissima Europa, dove la giustizia viene amministrata peggio che in Italia. Due anni fa, alla pubblicazione di quell’intervista di Michel Claise, nessuno sopra di lui nelle gerarchie giudiziarie ritenne ch’egli non avesse ormai più la obiettività, serenità, neutralità e quant’altro necessario per indagare e giudicare sulla corruzione in generale, e in particolare su quella in politica, così radicalmente considerata “fottuta”.

Come in Italia trent’anni fa, quando peraltro gli inquirenti di “Mani pulite” si occupavano di corruzione senza essersi mai spinti prima a parlare di una democrazia “fottuta”, si reagì mediaticamente e politicamente a Tangentopoli inseguendo e superando l’accusa, un pò per vigliaccheria e un pò per opportunismo, così  oggi al Parlamento europeo vedo che la gara ormai è a chi scavalca di più monsieur Claise. 

Quest’ultimo, per carità, è riuscito a fare meglio e di più di Di Pietro, che il 17 febbraio del 1992 arrivò a scoprire e fare sequestrare pochi miserabili milioni delle vecchie lirette a Mario Chiesa nell’ufficio di presidente del Pio Albergo Trivulzio, contro il milione e mezzo circa di euro, pari a circa tre miliardi delle vecchie lire, messi in fila davanti ai fotografi dagli inquirenti di Bruxelles: in tagli peraltro così piccoli da essere stati stipati in sacchi da chi li aveva ricevuti. Ma è anche vero che qui si parla assai impropriamente di tangenti, non essendosi trovato lo straccio di un affare, nel senso proprio del termine, concesso o ottenuto in cambio di quel denaro. 

Non è un titolo costruito sulla sabbia del garantismo quello del Riformista su Panzeri e Kaili, l’ex europarlamentare italiano e la deposta vice presidente greca del Parlamento europeo, entrambi di sinistra, finiti “in cella” in attesa che si trovi “il reato” col quale mandarli al processo. Per quanto possa essere rivoltante, per carità, quello spettacolo di banconote esposte ai fotografi, già usate in Italia dal Fatto Quotidiano per deridere il povero ex parlamentare -pure lui- Pier Luigi Bersani, che protestava contro “la mucca” di destra nella sede del Pd quando lui ne faceva ancora parte, ma non si accorgeva delle altre mucche di sinistra “alla mangiatoia”; per quanto tutto questo, ripeto possa essere disdicevole, l’abitudine di mandare in galera gente senza neppure conoscere il reato da contestarle è una schifezza ancora peggiore. Così sì  che viene fottuta la democrazia, per dirla con l’ineffabile e mal riuscita imitazione belga dell’ex super Tonino italiano.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Al Senato non si era mai visto un capogruppo dissentire…dal suo stesso gruppo

Non siamo, per carità e per fortuna, allo “choc” dell’Europarlamento registrato da Avvenire per quei sacchi di danaro raddoppiato in pochi giorni di indagini e sequestri, da seicentomila a più di un milione e trecentomila euro di sospetta e corruttiva provenienza qatariota, ma anche il Senato italiano è alle prese con un inedito nella sua storia: una specie di dichiarazione anticipata di voto in dissenso dal gruppo di appartenenza pronunciata paradossalmente dalla capogruppo. Che è la forzista ultraberlusconiana Licia Ronzulli, con tanto di sorpresa esplicitata a botta calda in una trasmissione televisiva dal presidente del Senato Ignazio La Russa. La cui elezione, peraltro, avvenne in apertura della legislatura a dispetto della stessa Ronzulli, astenutasi con alti colleghi di partito dalla votazione mancando l’obiettivo della bocciatura per i voti giunti al candidato nel segreto dell’urna da ignoti senatori di opposizione. 

Questa volta tutto si svolge a cielo aperto, diciamo così. Il bersaglio della Ronzulli non è stato, o non è, La Russa ma la conversione di un decreto legge del governo che ha consentito, fra l’altro, il rientro in servizio ospedaliero dei medici sottrattisi alla vaccinazione propria e altrui contro il Covid nel momento della maggiore diffusione della pandemia. La passata e perdurante azione di contrasto a questi medici da parte della Ronzulli, nel frattempo assurta alla funzione di capogruppo del suo partito al Senato dopo avere mancato la partecipazione al governo, ha reso l’interessata incompatibile non con il suo nuovo ruolo politico, come si potrebbe pensare, ma con il suo voto al provvedimento favorevole come quello di tutti gli altri senatori dello stesso partito. 

Il Giornale della famiglia Berlusconi, pur dando alla notizia l’onore dell’apertura della prima pagina, ha declassato a “un caso in maggioranza” la “trincea” in cui ha voluto mettersi la Ronzulli. Il Corriere della Sera e Libero, sempre in prima pagina, hanno preferito invece alzare il tiro scrivendo di “strappo”, cioè scomodando una parola nella quale i più anziani cronisti e osservatori politici si erano imbattuti, o alla quale si erano abituati, seguendo eventi più consistenti e drammatici come i rapporti fra il Pci di Enrico Berlinguer e la centrale comunista di Mosca. Altri tempi, altri temi, altri uomini e altre donne, non so se più per fortuna o per disgrazia. Dipende naturalmente dal modo di vedere o avvertire cose e persone. 

Il solito Fatto Quotidiano, per esempio, nel richiamo del caso Ronzulli in prima pagina, per volerlo chiamare alla maniera prudente del Giornale, ha voluto vedere, indicare, denunciare e quant’altro lo zampino di Berlusconi in persona titolando: “B. usa Ronzulli contro Meloni”. Non così esplicito ma ugualmente allusivo, in funzione antimeloniana, è il titolo del Riformista sulla cronaca e sull’analisi della navigatissima Claudia Fusani: “Le inquietudini di Forza Italia: Meloni avvisata- Ronzulli si ribella e vota contro il decreto rave”. 

Di tutt’altro segno, quasi evangelico, è la lettura dell’Huffpost con quel “travaglio interiore” attribuito al “no di Ronzulli al reintegro dei medici no vax”. Magari, la capogruppo non ne ha neppure parlato con Berlusconi, sorprendendo pure lui, anche se è francamente difficile credere che siano andate effettivamente così le cose ad Arcore e dintorni. 

Certo, una cosa permettetemi di pensarla e di scriverla. Immagino Giorgia Meloni ancora più convinta delle resistenze opposte alla candidatura della Ronzulli a ministro di peso nel suo governo. Dove con i “travagli” che ha, per restare al linguaggio evangelico -ripeto- dell’Huffpost, quella che è poi diventata capogruppo forzista al Senato avrebbe potuto crearle chissà quanti e quali altri problemi. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.olicymakermag.it

La vocazione maggioritaria del Pd tradita sin dalla nascita

E’ una vita che non vedo e non sento Umberto Ranieri, che conobbi e imparai ad apprezzare alla Camera tanti anni fa sentendolo sfogarsi contro i compagni di partito -il Pci- arroccatisi in un anticraxismo da lui considerato “un suicidio”. Mi raccontava delle smorfie che raccoglieva quando, sui banchi di Montecitorio dove sedevano i comunisti, commentava gli interventi del  leader socialista dicendo semplicemente al vicino di turno: “Ma quello ha ragione”. Aveva ragione, in particolare, Craxi a porre il problema della modernizzazione della sinistra e, più in generale, delle istituzioni con coraggiose riforme opponendosi alle quali si relegava il Pci a partito della conservazione. 

Poi sarebbero arrivati addirittura gli anni dell’impazzimento giudiziario, quando dare ragione ai socialisti significava diventare complici del malaffare in essi personificato. Ma già prima Enrico Berlinguer -che Stefano Bonaccini, il principale candidato alla segreteria del Pd,  indica orgogliosamente come il proprio modello-  soleva indicare come “un gangster” parlandone nel partito, istigato dal suo portavoce Tonino Tatò in tanto di appunti e lettere poi pubblicate. 

Non lo vedo e non lo sento, dicevo, da una vita. Ma ho continuato a leggere Umberto Ranieri ovunque mi sia capitato di trovare i suoi scritti, tra Il Mattino della sua Napoli e Il Foglio. E proprio sul Mattino mi sono riconosciuto, come al solito, nell’articolo contro “la tentazione di agganciarsi al carro grillino”, gridata ieri nel titolo, avvertita sulla strada del congresso del Pd e in qualche modo subita anche dal segretario uscente: un “altro Enrico”, come più volte si è compiaciuto di definirsi l’ex o post-democristiano Letta. Dal quale Ranieri si aspettava che non si dimettesse nel modo irrevocabile col quale l’ha fatto e guidasse piuttosto l’azione di contrasto ai grillini. 

“Temo che sia in atto con la indifferenza o la complicità di Enrico Letta -ha scritto Ranieri- la distruzione dell’essenza stessa delle origini: il partito a vocazione maggioritaria”. “Il Partito democratico- ha scritto Ranieri in un altro, precedente passaggio- appare oggi un partito intimidito, in cui si coltiva una illusione mortale: l’idea di risalire la china inseguendo i resti del grillismo guidati “dall’avvocato del popolo”. Si giunge, per favorire un tale obiettivo, al punto di liquidare la stessa esperienza di governo dei democratici (i più solerti a farlo, quelli che di quei governi hanno ininterrottamente fatto parte). Colpisce che il Pd, senza reagire, abbia lasciato che la sconfitta politica del 25 settembre si trasformasse in disfatta e abbia accettato, senza fiatare, che la disfatta di 5Stelle, sette milioni in meno di voti, si trasformasse in una vittoria”. 

Mi sembra francamente difficile dare torto a Ranieri, o relegarlo -come si faceva nel Pci quando se ne contestavano i ragionamenti – al ruolo innocuo di cultore della filosofia, in cui a suo tempo si è laureato. Altro che filosofia. La rinuncia alla originaria vocazione maggioritaria contestata al Pd è un fatto incontrovertibile, non un espediente filosofico. Dirò anche quello che forse Ranieri ha sottaciuto per carità di partito o, magari, di rapporti personali con chi per primo disattese quella vocazione dopo averla proclamata nel 2007 fondando il Pd: Walter Veltroni. Che alle elezioni politiche dell’anno dopo, peraltro anticipate per il naufragio del secondo ed ultimo governo di Romano Prodi, rifiutò l’alleanza con i radicali di Marco Pannella preferendole quella con l’ltalia dei Valori bollati di Antonio Di Pietro. Cui per giunta concesse, dopo il voto, di mettersi in proprio nel nuovo Parlamento, contro l’impegno assunto di far parte dello stesso gruppo. Separati -si disse- si colpisce meglio il comune nemico, tornato ad essere il Berlusconi che invece nella campagna elettorale Veltroni non aveva neppure voluto chiamare per nome, parlandone come del leader del principale schieramento avverso, allo scopo proprio di non personalizzare lo scontro. 

I frutti di quella curiosa operazione nel Pd non tardarono a maturare con le dimissioni dello stesso Veltroni da segretario: la prima di una serie che non è finita. Poi toccherà -sono pronto a scommetterci sopra- al segretario di un eventuale Pd rifondato sulla o con la tentazione denunciata da Ranieri di “agganciarsi al carro grillino” di Conte. Che è in attesa di accordarsi col “nuovo gruppo dirigente” del Partito democratico reclamato dopo la propria, falsa vittoria del 25 settembre scorso. Che poi al governo sia andato non Conte, non la sinistra, non il centrosinistra ma il centrodestra, anzi il destra-centro col trattino di Giorgia Meloni è un accidenti che poteva capitare solo al “peggiore”, come Beppe Grillo, il garante del movimento guidato da Conte, ha deciso di definirsi nel titolo dei suoi nuovi spettacoli in programma da febbraio. 

A raccontarla sembra una commedia. E invece è la tragedia della sinistra italiana. Che  ha tuttavia radici lontane, come sa bene Umberto Ranieri. 

Pubblicato sul Dubbio

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