La vocazione maggioritaria del Pd tradita sin dalla nascita

E’ una vita che non vedo e non sento Umberto Ranieri, che conobbi e imparai ad apprezzare alla Camera tanti anni fa sentendolo sfogarsi contro i compagni di partito -il Pci- arroccatisi in un anticraxismo da lui considerato “un suicidio”. Mi raccontava delle smorfie che raccoglieva quando, sui banchi di Montecitorio dove sedevano i comunisti, commentava gli interventi del  leader socialista dicendo semplicemente al vicino di turno: “Ma quello ha ragione”. Aveva ragione, in particolare, Craxi a porre il problema della modernizzazione della sinistra e, più in generale, delle istituzioni con coraggiose riforme opponendosi alle quali si relegava il Pci a partito della conservazione. 

Poi sarebbero arrivati addirittura gli anni dell’impazzimento giudiziario, quando dare ragione ai socialisti significava diventare complici del malaffare in essi personificato. Ma già prima Enrico Berlinguer -che Stefano Bonaccini, il principale candidato alla segreteria del Pd,  indica orgogliosamente come il proprio modello-  soleva indicare come “un gangster” parlandone nel partito, istigato dal suo portavoce Tonino Tatò in tanto di appunti e lettere poi pubblicate. 

Non lo vedo e non lo sento, dicevo, da una vita. Ma ho continuato a leggere Umberto Ranieri ovunque mi sia capitato di trovare i suoi scritti, tra Il Mattino della sua Napoli e Il Foglio. E proprio sul Mattino mi sono riconosciuto, come al solito, nell’articolo contro “la tentazione di agganciarsi al carro grillino”, gridata ieri nel titolo, avvertita sulla strada del congresso del Pd e in qualche modo subita anche dal segretario uscente: un “altro Enrico”, come più volte si è compiaciuto di definirsi l’ex o post-democristiano Letta. Dal quale Ranieri si aspettava che non si dimettesse nel modo irrevocabile col quale l’ha fatto e guidasse piuttosto l’azione di contrasto ai grillini. 

“Temo che sia in atto con la indifferenza o la complicità di Enrico Letta -ha scritto Ranieri- la distruzione dell’essenza stessa delle origini: il partito a vocazione maggioritaria”. “Il Partito democratico- ha scritto Ranieri in un altro, precedente passaggio- appare oggi un partito intimidito, in cui si coltiva una illusione mortale: l’idea di risalire la china inseguendo i resti del grillismo guidati “dall’avvocato del popolo”. Si giunge, per favorire un tale obiettivo, al punto di liquidare la stessa esperienza di governo dei democratici (i più solerti a farlo, quelli che di quei governi hanno ininterrottamente fatto parte). Colpisce che il Pd, senza reagire, abbia lasciato che la sconfitta politica del 25 settembre si trasformasse in disfatta e abbia accettato, senza fiatare, che la disfatta di 5Stelle, sette milioni in meno di voti, si trasformasse in una vittoria”. 

Mi sembra francamente difficile dare torto a Ranieri, o relegarlo -come si faceva nel Pci quando se ne contestavano i ragionamenti – al ruolo innocuo di cultore della filosofia, in cui a suo tempo si è laureato. Altro che filosofia. La rinuncia alla originaria vocazione maggioritaria contestata al Pd è un fatto incontrovertibile, non un espediente filosofico. Dirò anche quello che forse Ranieri ha sottaciuto per carità di partito o, magari, di rapporti personali con chi per primo disattese quella vocazione dopo averla proclamata nel 2007 fondando il Pd: Walter Veltroni. Che alle elezioni politiche dell’anno dopo, peraltro anticipate per il naufragio del secondo ed ultimo governo di Romano Prodi, rifiutò l’alleanza con i radicali di Marco Pannella preferendole quella con l’ltalia dei Valori bollati di Antonio Di Pietro. Cui per giunta concesse, dopo il voto, di mettersi in proprio nel nuovo Parlamento, contro l’impegno assunto di far parte dello stesso gruppo. Separati -si disse- si colpisce meglio il comune nemico, tornato ad essere il Berlusconi che invece nella campagna elettorale Veltroni non aveva neppure voluto chiamare per nome, parlandone come del leader del principale schieramento avverso, allo scopo proprio di non personalizzare lo scontro. 

I frutti di quella curiosa operazione nel Pd non tardarono a maturare con le dimissioni dello stesso Veltroni da segretario: la prima di una serie che non è finita. Poi toccherà -sono pronto a scommetterci sopra- al segretario di un eventuale Pd rifondato sulla o con la tentazione denunciata da Ranieri di “agganciarsi al carro grillino” di Conte. Che è in attesa di accordarsi col “nuovo gruppo dirigente” del Partito democratico reclamato dopo la propria, falsa vittoria del 25 settembre scorso. Che poi al governo sia andato non Conte, non la sinistra, non il centrosinistra ma il centrodestra, anzi il destra-centro col trattino di Giorgia Meloni è un accidenti che poteva capitare solo al “peggiore”, come Beppe Grillo, il garante del movimento guidato da Conte, ha deciso di definirsi nel titolo dei suoi nuovi spettacoli in programma da febbraio. 

A raccontarla sembra una commedia. E invece è la tragedia della sinistra italiana. Che  ha tuttavia radici lontane, come sa bene Umberto Ranieri. 

Pubblicato sul Dubbio

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