La blasfemia di Beppe Grillo travestito da Mosè nella tonnara del suo movimento

Si stenta ormai a trovare anche l’incipit per un articolo su Beppe Grillo, tanto buffo e irreale è diventato il suo ruolo in questa legislatura che avrebbe dovuto segnarne addirittura la “centralità”  all’insorgenza di una terza o quarta Repubblica. Si è perso anche il conto delle sue edizioni dopo la fine della prima contrassegnata dalle elezioni politiche del 1994: quelle vinta, a sorpresa dei “giocosi” candidati al successo sotto la guida di Achille Occhetto, da Silvio Berlusconi. Che è un altro per il quale si stenta tuttavia a trovare l’incipit di un articolo dedicato alla sua avventura politica dopo tutte le situazioni alle quali ha dovuto adattarsi per rimanere sulla scena: sino a scambiare per un “vero” leader Matteo Salvini, fregato addirittura da uno come Alessandro Di Battista nella pratica di acquisto di un biglietto aereo per Mosca, senza dover passare per l’ambasciata russa. 

Dal blog di Beppe Grillo

Il fisico per immaginarsi Mosè, chiamato dal “Supremo”, come si è appena proposto sul suo blog, per sciogliere i nodi aggrovigliatisi nel MoVimento 5 Stelle dopo il fiasco elettorale di domenica scorsa, lo si può pure riconoscere al comico genovese, anche a costo della blasfemia. Ma temo, per lui, che ormai al capezzale della sua creatura ci sia ben poco da fare. Che fortuna invece per Enrico Letta, più furbo del suo predecessore Nicola Zingaretti al Nazareno, avendo saputo lessare meglio Giuseppe Conte nel pentolone della maggioranza. 

La vignetta del Foglio
Titolo del Fatto Quotidiano

Ora si deve per forza riconoscere che non c’è più partita di credibilità fra lo stesso Conte e il giovane Luigi Di Maio, di fatto propostosi o di scalzarlo, per quanto protetto da Grillo travestito da Mosè, o di andarsene via per scomporre ulteriormente un movimento diventato ormai una tonnara. In cui i tonni, appunto, si dibattono nella disperazione, inutilmente renitenti alla decimazione  procuratasi con la riduzione dei seggi parlamentari e col cappio del non più dei due mandati possibili. Un cappio che Grillo ha deciso di stringere, nell’esercizio delle sue funzioni di garante e quant’altro, per ragioni addirittura chimiche, par di capire. Non vi sarebbe infatti condizione umana possibile per non fare di un deputato o senatore eletto per tre volte un professionista della politica. Cui Grillo preferisce notoriamente i dilettanti: gli unici, in effetti, in grado di subirne il fascino.

Le cose nel movimento grillino si erano già messe di brutto di loro nella prima maggioranza improvvisata nella legislatura uscita dalle urne del 2018. Ma poi sono sopraggiunte la pandemia da Covid e la guerra in Ucraina a mettere a nudo i limiti di un’avventura cominciata con propositi sfacciatamente avventuristici. L’unica fortuna che il sistema politico ha avuto in questa tragedia è di avere avuto al Quirinale un presidente della Repubblica che ha saputo cogliere l’occasione della pandemia, non immaginando neppure l’emergenza bellica che sarebbe sopraggiunta, per mandare a Palazzo Chigi Mario Draghi. Immagino Conte al suo posto, su quel treno diretto a Kiev con Macron e Sholz, per tessere la tela di protezione dell’Ucraina e, più in generale, dell’Europa  dall’aggressione della Russia di Putin, e mi vengono semplicemente i brividi. Certo, l’abbiamo scampata bella. 

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L’ormai e fortunatamente incontenibile Draghi dopo la missione europea in Ucraina

Il vertice europeo prima dell’arrivoa Kiev

Già in crescenti difficoltà a casa loro per le perdite di domenica all’interno dei rispettivi schieramenti nel primo turno di elezioni amministrative, Giuseppe Conte e Matteo Salvini hanno ormai ben poco da giocare contro Mario Draghi nella prossima settimana in Parlamento sul terreno scivoloso della guerra in Ucraina. Dove il presidente del Consiglio ha un pò fatto la parte del leone nell’incontro di ieri a Kiev, conducendo praticamente il gioco dell’Unione Europea con Zelensky. Che reclama e otterrà ancora altre armi dagli occidentali per difendersi dall’aggressione russa ma nella prospettiva di una trattativa finale con le spalle coperte appunto dall’Europa, perdendo magari anche pezzi di territorio, in cambio però di una maggiore sicurezza garantita dalle procedure di adesione dell’Ucraina all’Unione di Bruxelles. 

E’ questa la tela che Draghi è andato a tessere a Kiev coi colleghi o omologhi francese, tedesco e rumeno stando astutamente attento a non far sembrare la prospettiva dell’accordo come imposta, ma come scelta autonoma e ragionata di Zelensky. Che in passato sarà pure stato un comico ma non si è certamente rivelato il Grillo dell’Ucraina. 

In questa prospettiva, con tutti i guai -ripeto- che hanno già a casa loro, ormai scaricati, rispettivamente, da Luigi Di Maio e da Silvio Berlusconi, hanno ben poco da giocare Conte e Salvini contro Draghi sul fronte pacifista obbligandolo in Parlamento a chissà quale correzione di linea al prossimo Consiglio Europeo. 

L’editoriale di Libero
L’editoriale del Fatto Quotidiano

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano potrà pure divertirsi, alla sua maniera, a storpiare il nome del ministro degli Esteri chiamandolo “Di Mario” per appiattirlo sarcasticamente sul presidente del Consiglio, ma ormai la crisi delle 5 Stelle è di una evidenza solare. Può darsi che Alessandro Sallusti abbia anticipato troppo su Libero la fine di Conte come quella del tacchino a Natale, senza neppure aspettare le elezioni politiche dell’anno prossimo, ma ormai la resa dei conti nel MoVimento 5 Stelle è  esplosa con la contestazione, da parte del ministro degli Esteri, di una sconfitta senza precedenti nelle pur abituali difficoltà a livello locale. Conte lo sfida alla scissione per sottrarsi al divieto di più di due mandati parlamentari, ma Di Maio ormai può avere ben messo nel conto l’abbandono: del Momento tuttavia, non del governo.

Salvini sembrava stare un pò meglio ma  solo sino a ieri, quando ha dovuto a distanza di poche ore rinunciare alle velleitarie resistenze al Senato alla riforma della giustizia che porta il nome della ministra Marta Cartabia, approvata invece in via definitiva, e assistere a distanza all’approdo di un ex leghista storico come Flavio Tosi a Forza Italia, accolto personalmente da Silvio Berlusconi. E chissà che altro potranno riservare le prossime settimane, dopo i ballottaggi comunali del 26 giugno e le novità ulteriori che dovessero emergere anche in riferimento alle trame, per ora sotterranee, di una nuova legge elettorale, forse proporzionale, con cui mandare gli italiani alle urne per il rinnovo delle Camere della ormai defunta “centralità” grillina. 

Tutto insomma è in movimento, fra quadro internazionale e rapporti di forza fra i partiti di casa. Nessuno può sentirsi tranquillo, forse neppure Draghi, ma ancor meno quanti pensano di poterne fare a meno. O solo di spingerlo altrove. Chissà poi dove…..

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Berlusconi comincia a mollare Salvini con l’adozione di Tosi in Forza Italia

Titolo del Dubbio

Ancora domenica scorsa, a due passi dal Cenacolo di Santa Maria delle Grazie e dalla sezione elettorale milanese in cui aveva votato, parlandone in un bar alla maniera sua, cioè a ruota libera, di quelle che ai tempi di Palazzo Chigi procuravano un mezzo infarto al compianto portavoce e parlamentare Paolo Bonaiuti; domenica scorsa, dicevo, Silvio Berlusconi sembrava convinto che Matteo Salvini fosse il “vero” e “unico” leader italiano, non solo del centrodestra. Così l’ex presidente del Consiglio  aveva incoronato qualche mese prima il capo leghista in una festa quasi matrimoniale  affollata di amici ma disertata dal figlio Pier Silvio. 

Sempre domenica scorsa, Berlusconi aveva difeso Salvini anche sul fronte più delicato e rischioso, quello internazionale, sul quale l’amico si era esposto col progetto di un viaggio a Mosca con l’assistenza dell’ambasciata russa a Roma, per costruire la pace di Putin addirittura con l’Ucraina  rasa praticamente al suolo nella parte forse destinata al Cremlino. Un viaggio che forse lo stesso Berlusconi avrebbe tentato personalmente ben prima se solo l’amico Putin gli avesse risposto al telefono e si fosse risparmiata l’avventura ucraina, come tanti anni prima si era risparmiato, grazie ai consigli telefonici di Berlusconi, un’avventura analoga in Georgia.

Peccato che di quella chiacchierata domenicale con alcuni amici i furbacchioni del Corriere della Sera  avrebbero poi fatto un uso un pò spericolato lusingando sotto sotto la vanità di Berlusconi, contrapponendolo cioè al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che a Putin non si era neppure sognato di rivolgersi telefonicamente per cercare di trattenerlo, senza neppure lo scudo di un’amicizia personale, sulla strada dell’aggressione -e che aggressione- all’Ucraina.

Una foto di Berlusconi con Salvini forse un pò scaduta

Ebbene, prima ancora della conclusione di questa settimana post-elettorale, e tanto più dei ballottaggi comunali del 26 giugno, Berlusconi ha fatto all’amico Salvini uno di quegli scherzi che di solito si chiamano “da preti”, senza riguardo per questi ultimi. Dopo averlo generosamente sostenuto nella candidatura pur improbabile a sindaco della sua Verona, egli ha perfezionato l’operazione con l’affiliazione di Flavio Tosi a Forza Italia. Che non deve essere stato il massimo del godimento per Salvini, data la rottura clamorosa consumatasi a suo tempo fra i due nella Lega, che ne è stata penalizzata come peggio non poteva accadere in Veneto.  

Nè deve avere contribuito a indorare la pillola a Salvini ciò che il neo-forzista Tosi ha appena detto alla Stampa  seppellendo ciò che ancora poteva essere rimasto dell’ambizione del leader leghista a Palazzo Chigi nel caso di una vittoria elettorale del centrodestra, nonostante il sorpasso ormai inarrestabile di Giorgia Meloni. 

Flavio Tosi alla Stampa di ieri

“Statura internazionale, autorevolezza in Europa, atlantismo” sono -ha detto Tosi- “i requisiti” che fanno di Berlusconi il “solo” leader del centrodestra. E la Meloni? “Da  un punto di vista tattico -ha risposto l’ex sindaco di Verona- è stata perfetta, coerente e lineare. Per diventare il capo del centrodestra però ci sono questioni sovranazionali di cui tener conto. Quel vestito lì ce l’ha solo Berlusconi”, pur avendo o proprio per avere 85 anni sulle spalle. E Salvini?, ha insistito impietosamente l’intervistatore. E lui, ancora più impietosamente ha risposto: “Ha fatto il primo errore col Papeete, poi tanti altri, una serie di mosse scomposte: A me dispiace per la Lega”. Per lui personalmente niente: tutto meritato. 

Guido Crosetto alla Stampa su Giorgia Meloni

Dalla Stampa intesa come giornale sono arrivate cattive notizie anche a Giorgia Meloni, invitata in una intervista dal suo amico, sponsorizzatore, consigliere e quant’altro Guido Crosetto a “non urlare troppo” e a cominciare a pensare anche lei ai problemi che prima o dopo potrebbe procurarle la magistratura, per quanto nei referendum di domenica scorsa non l’ex ministra di Berlusconi si sia impegnata per niente contro di essa, cercando anzi di darle una mano contro due dei cinque quesiti abrogativi. 

Il quadro delle novità nel centrodestra dopo il primo turno elettorale amministrativo, con particolare riguardo ai rapporti una volta privilegiati fra Berlusconi e Salvini, all’origine peraltro di grandi ed ora anche visibili sofferenze in Forza Italia, si completa con quanto è appena accaduto al Senato. Dove i forzisti, appunto, non hanno spalleggiato l’assalto o l’azione di disturbo condotta dai leghisti, dopo il flop referendario, contro la riforma della giustizia targata Cartabia, già approvata dalla Camera. L’aria insomma per Salvini sembra cambiata anche ad Arcore: una buona notizia, forse, pure per Mario Draghi fra una missione e l’altra all’estero. 

Pubblicato sul Dubbio

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Le apprensioni romane di Mario Draghi nelle sue missioni internazionali

Provate ad immaginare pure voi il fastidio -a dir poco- che deve provare un uomo pratico come Mario Draghi, specie nelle sue trasferte all’estero, come quella di oggi in Ucraina col presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Sholz, a compulsare i messaggini del suo telefonino, o a parlare con qualcuno dei collaboratori a Roma, per essere informato delle convulsioni nei partiti della maggioranza di governo dopo i risultati del primo turno delle elezioni amministrative. Che, avendoli fortemente penalizzati, hanno messo ancor più in agitazione i già malmostosi grillini e leghisti, tentati a parole dall’idea di un disimpegno, quanto meno, ammesso e non concesso che siano mai stati davvero impegnati da qualche mese a questa parte a sostegno del presidente del Consiglio. 

Macron e Draghi

Lui, Draghi, in asse sotto sotto con Macron, cerca praticamente di creare le condizioni, in un contesto internazionale che comprende anche americani e cinesi, per convincere il presidente ucraino ad una trattativa con Putin fornendogli l’ombrello protettivo dell’Unione Europea, cui Kiev ha chiesto di aderire. E pazienza se qualche pezzo  dell’Ucraina, già perduto e in cenere, rimarrà in mani russe. In compenso potrebbero crearsi finalmente e davvero le condizioni per ridisegnare nuovi equilibri politici nei rapporti fra l’est e l’ovest d’Europa, e oltre ancora. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Dalla prima pagina di Libero

In Italia invece, tra i palazzi romani del potere, compresi gli uffici delle 5 Stelle frequentati da Giuseppe Conte, appena confortato dalla rinuncia dei giudici civili di Napoli di contestargli anche la seconda elezione a presidente, avvenuta peraltro con meno voti della prima ma con ancor più reclami; in Italia invece, dicevo, Draghi deve fare lavorare i suoi collaboratori sulle voci, sui segnali e cose del genere dei feriti elettorali. Deve capire se Salvini, costretto intanto al Senato a retrocedere dall’iniziale offensiva ritorsiva contro la riforma della giustizia del governo dopo il fiasco referendario di domenica, si deciderà a scegliere nel centrodestra fra l’invito di Vittorio Feltri, in linea con Giorgia Meloni, a rompere col governo e quello di Silvio Berlusconi a restare. E in questa ottica va visto anche l’ormai vicino appuntamento parlamentare del 21 giugno, quando la proroga degli aiuti militari all’Ucraina, in attesa che si avvii davvero una trattativa di pace con Mosca, dovrà passare per le parole, gli incisi, i sottintesi e quant’altro del documento di approvazione della linea del governo nel Consiglio Europeo di qualche giorno dopo. 

Sempre da Verità Affari
Titolo di Verità Affari

La sensazione è che dietro tanta apparente agitazione, tante minacce, tante voglie di apparire diversi da quelli che si è, un pò per stanchezza e un pò per opportunismo la maggioranza resisterà -come si è lasciato scappare di recente il segretario del Pd Enrico Letta con involontario umorismo- “sino all’ultimo giorno”. E che significa? mi chiederete pensando  che ad ognuno di noi capiterà di vivere appunto sino all’ultimo giorno. Significa , nel nostro caso, anche oltre la fine della legislatura prevista sino a qualche mese fa per marzo del 2023. Essa  potrebbe durare sino a maggio con opportuni ricalcoli, alla modica spesa aggiuntiva  -calcolata da Franco Bechis su Verità Affari- di 20 milioni di euro. Ma, in compenso, con parziale consolazione di tanti parlamentari destinati a tornare a casa per il gioco perverso della riduzione dei seggi della Camera e del Senato e di quella ancora più consistente dei voti dei loro partiti. Che ne sarà poi della prossima legislatura Dio solo lo sa. E spero che Gli torni la voglia di occuparsene dopo troppi anni -temo- di sostanziale disinteresse. 

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Siparietto al Senato sulla giustizia. La partita grossa è dietro le quinte sul governo

      Il siparietto politico di giornata è naturalmente quello del Senato, dove il governo è stato sollecitato dal segretario del Pd a mettere la fiducia sulla riforma Cartabia della giustizia, limitata ma ora a rischio di bocciatura per dispetto, a causa delle resistenze opposte dai leghisti e dai renziani, ma anche da una parte dei forzisti, dopo la scoppola referendaria di domenica. E’ una ritorsione francamente sconcertante anche per l’avallo fornito a Matteo Salvini su questa strada da una professionista del settore, chiamiamola così. Che è naturalmente la senatrice, avvocato e già ministra, sia pure non della Giustizia, Giulia Buongiorno. 

          Ma la partita più grossa dopo il primo turno di elezioni amministrative, nel quale tutti i partiti hanno potuto misurare le loro forze in un migliaio di Comuni, è quella ormai apertasi fra Salvini e Giuseppe Conte, i grandi o maggiori sconfitti per i voti che hanno perduto e le loro ridotte capacità contrattuali all’interno delle coalizioni cui ancora appartengono formalmente: il centrodestra e il cosiddetto campo largo -o camposanto, come dicono i più critici- dei presunti progressisti. Di cui Enrico Letta è tornato a parlare ieri sera dopo avere omesso di citarlo in mattinata aprendo il cuore dei suoi critici, nel Pd, a qualche speranza di ravvedimento.

Ora i due sconfitti -ripeto, Matteo Salvini e Giuseppe Conte- si inseguono sulla strada quanto meno del disimpegno dal governo, nella speranza di riprendere un pò della forza perduta, a loro avviso, per l’impopolare appoggio -si fa per dire- a Draghi. Che tuttavia nella valutazione internazionale, ma anche nei sondaggi interni, risulta molto più popolare, o meno impopolare di loro, pur con tutte le grane di cui si occupa, compresa la guerra in Ucraina. Dove peraltro egli sta per andare in missione europea per sostenerne la richiesta di adesione all’Unione, utile anche a salvaguardarne la sopravvivenza dopo l’aggressione russa.

Titolo di Repubblica
Titolo del Corriere della Sera

“A settembre valuterò” la sorte dei rapporti con Draghi, ha detto Salvini nella rappresentazione del Corriere della Sera pensando al raduno autunnale di Pontida, dove la Lega ha sempre dato il meglio o il peggio di sé, secondo i gusti, dai tempi di Umberto Bossi. “Lo strappo di Salvini”, ha annunciato su tutta la prima pagina la Repubblica, come una volta si titolava sulla buonanima di Enrico Berlinguer nei rapporti con l’Unione Sovietica. 

Marco Travaglio sul Fatto
Titolo della Stampa

“Ce lo chiedono i cittadini”, ha detto Giuseppe Conte parlando della possibilità di rompere pure lui con Draghi, secondo la rappresentazione della Stampa. Ma più prudentemente, essendo anche lui uomo di mondo,  un “doroteo” dei nostri tempi di memoria democristiana, un ammiratore dell’ex presidente del Consiglio come Marco Travaglio gli ha suggerito sul Fatto Quotidiano di tirare fuori il Movimento 5 Stelle solo dal governo, non anche dalla maggioranza. E ciò giusto per togliersi il gusto, forse, di vedere in qualche difficoltà l’ormai odiato ultradraghiano ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Che per restare alla Farnesina, dove si è fatta una certa competenza e comunque gli piace ormai lavorare, dovrebbe uscire dal partito, o da quel che ne rimane dopo la presidenza di Conte, e nel silenzio quanto meno imbarazzato del garante Beppe Grillo. 

Giuliano Ferrara in dimensione umana
Giuliano Ferrara per gli intimi sul Foglio

  Se Travaglio dà consigli ai grillini, Giuliano Ferrara, sul Foglio ne dà alla sempre più emergente Giorgia Meloni nel centrodestra, ormai lanciata verso la candidatura a Palazzo Chigi in caso di sopravvivenza e vittoria elettorale della coalizione. L’ex ministra di Berlusconi deve imparare ad essere -le ha consigliato Ferrara- “più endorfinica che dopaminica”. Ma, fortunatamente impietosito dei suoi lettori, le ha raccomandato più terra terra, nello stesso titolo discorsivo, di “trasmettere anche serenità ed equilibrio”, visto ciò che grida nelle piazze italiane e straniere.  

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L’inferno di fine legislatura prodotto dai risultati delle elezioni amministrative

Titolo di Repubblica
Titolo del Fatto Quotidiano

Rimosso con un fantomatico carro attrezzi della Protezione Civile il carro funebre del referendum, immaginando i cinque sui temi della giustizia accomunati a torto o a  ragione in una sola cassa, del turno elettorale di domenica 12 giugno ci rimangono i risultati dei partiti misuratisi nel rinnovo delle amministrazioni comunali. Per una volta possiamo fidarci anche dei fotomontaggi e dei titoli del Fatto Quotidiano, uguale -pensate un pò- alla sintesi di Repubblica, che accomuna nella sconfitta, come dato essenziale o finale di almeno il primo turno del voto comunale, Matteo Salvini nel centrodestra e Giuseppe Conte nel centrosinistra. O “campo largo”, come preferisce ancora chiamarlo il segretario del Pd Enrico Letta con antica astuzia democristiana, cioè segretamente confortato dalle perdite che subisce il troppo ingombrante alleato. 

Titolo del manifesto

“Spopolati”, ha definito Salvini e Conte con la solita efficacia verbale il manifesto. Dove debbono avere riso di cuore scrivendone, diversamente dal Fatto Quotidiano, dove Conte, pur ridotto così male per dolorosa ammissione, viene ancora considerato il meglio che sia rimasto del MoVimento 5 Stelle, cui il giornale di Travaglio ha cercato di fare da scuola, pur non nascondendo le troppe delusioni via via riservategli da Beppe Grillo in persona.che ora nella “sua” Genova si deve accontentare di meno del 5 per cento dei voti, dal 30 e più degli anni migliori. E’ un pò come il 6 per cento della Lega rimasto a Salvini nel Veneto.

Conte, quindi, questo “avvocato del popolo” già iscritto all’anagrafe degli uccisi da Travaglio l’anno scorso, alla fine pasticciata e ritardata del suo secondo governo; questo emulo del conte Camillo Benso di Cavour, ora appeso anche al giudizio di una sezione civile del tribunale di Napoli per liti un pò da condominio partitico, entra sfiancato nella fase conclusiva di questa legislatura, come il suo ex e ritrovato alleato Salvini. Che pure nel 2019 egli aveva ritenuto di avere liquidato per sempre dalla sua strada processandolo in diretta nell’aula del Senato come un incontinente della prepotenza, alla ricerca dei “pieni poteri” in un turno anticipato di elezioni politiche che Matteo Renzi, ancora per pochi giorni nel Pd, riuscì a sventare buttando via tutti i pop corn che gli erano rimasti godendosi dall’opposizione lo spettacolo del governo gialloverde. 

Titolo di Libero

Per Mario Draghi la fine della legislatura è “una grana”, come giustamente osserva Libero sottolineando la “incontrollabililità” dei “grillini agonizzanti”. Ma è ancor più una grana proprio per Conte, specie se dovesse cedere al consiglio appena formulatogli  televisivamente dal suo estimatore Travaglio di portar via il partito dal governo prima delle elezioni. Come nel centrodestra Giorgia Meloni, ormai prevalente su tutti gli alleati nei sondaggi e anche nelle urne, suggerisce a Salvini e a Berlusconi.  

A proposito delle grane di Draghi, che è chiamato in questi giorni con un bel pò di viaggi ad affrontare quelle di natura internazionale, le più pericolose anche per i riflessi sulla situazione economica del Paese, può sembrare paradossale -e un pò lo è davvero- l’aiuto giuntogli su questo terreno dai risultati elettorali di domenica. Essi hanno infatti penalizzato i due partiti che nella maggioranza gli hanno procurato i maggiori problemi di politica estera, con particolare riferimento alla prima emergenza del momento che è la guerra in Ucraina. Sono i partiti appunto di Salvini e di Conte.

Titolo della Stampa

Per fortuna -lasciatemolo dire pur con tutto il rispetto dovuto ad una figura come quella del Pontefice di Santa Romana Chiesa-  le urne si sono richiuse in tempo prima che Papa Francesco si lasciasse andare a quel soccorso -pure lui- a Putin, e in fondo a quel “chierichetto” del Cremlino giù indicato nel Patriarca di Mosca Cirillo, tornando a lamentare “le provocazioni” della Nato alla Russia. 

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Il referendicidio compiuto alla luce del sole, e nell’indifferenza generale

Titolo di domenica su Domani
Titolo di ieri su Repubblica

Magari si potesse liquidare il naufragio dei referendum sulla giustizia nell’astensionismo, per la mancata affluenza alle urne della metà più uno degli elettori aventi diritto al voto come frutto inevitabile del “cinismo” e dei “pasticci” della Lega.Lo hanno fatto anche il nuovo e il vecchio giornale di Carlo De Benedetti: Domani prevedendo di domenica il risultato e Repubblica commentandolo lunedì. 

La Lega, in effetti, sin dal primo momento era apparsa una curiosa alleata dei radicali di consolidata tradizione garantista – tradita solo nella campagna del 1978 contro Giovanni Leone al Quirinale- nella promozione dei quesiti abrogativi e nella raccolta delle firme. Alle quali peraltro, quasi per diminuirne l’importanza o per timore che non potessero risultare valide abbastanza, i leghisti preferirono l’anno scorso, per il deposito alla Cassazione, le richieste abrogative formulate dalle regioni governate da un centrodestra neppure compatto nel contestare le norme e leggi prese di mira dall’iniziativa referendaria. 

La destra di Gorgia Meloni, che peraltro contende ormai la guida della coalizione alla Lega in retrocessione, non se l’è notoriamente sentita di contestare anche la  cosiddetta legge Severino, pur costata il seggio del Senato al Cavaliere nel 2013 per la condanna definitiva ma contestata per frode fiscale, e le norme sulla “custodia cautelare”, cioè sulle manette, nella fase delle indagini preliminari. 

Magari, dicevo, potessimo liquidare il naufragio referendario attribuendone la colpa al Carroccio e a Salvini in persona -aggiungo- per le troppe cause disinvoltamente sostenute negli ultimi mesi, fra cui il velleitario e confuso progetto di viaggio a Mosca, con tanto di assistenza anche economica dell’ambasciata russa a Roma, per sorpassare di fatto il governo Draghi nei contatti con Putin. Dal quale è incontrovertibilmente partita la guerra di aggressione all’Ucraina secondo valutazioni condivise in Parlamento anche dalla Lega e servite per partecipare agli aiuti militari occidentali a Kiev. 

I referendum sulla giustizia non c’entrano, d’accordo, col pacifismo avvertito e cavalcato da Salvini, ma -ripeto- qualche ricaduta su di essi non può essere esclusa per la ridotta credibilità di un leader che si stenta francamente a inseguire all’interno del suo stesso partito, tanto fitte sono le sue agende, a dir poco. 

Dalla prima pagina del Dubbio

La verità è che -per fortuna della magistratura più politicizzata interessata a proteggere le sue abitudini di lavoro e le sue prerogative anche dall’abrogazione popolare delle norme che le tutelano- i referendum sono stati ormai uccisi in via generale dall’astensionismo. Si è consumato domenica un referendicidio, ormai. Se lo metta in testa anche Matteo Renzi, che pensa di praticare questa strada anche contro il reddito di cittadinanza, visto l’uso che se n’è fatto. 

Da pagina 4 del Dubbio

Quella metà più uno degli elettori partecipanti al voto come condizione di validità del risultato di una prova referendaria abrogativa era logica, naturale più di 70 anni fa, quando fu messa nella Costituzione e l’affluenza alle urne nelle elezioni di ogni tipo, dopo più di vent’anni di dittatura, e nelle condizioni persino emotive di mobilitazione   popolare nel primo dopoguerra, era generalmente di oltre l’80 per cento, e persino 90. Oggi per demerito della politica, ma anche per una lunga, naturale evoluzione dei costumi, laica potremmo dire se della stessa politica si avesse una concezione quasi religiosa, quelle percentuali sono semplicemente da sogno. E così pure il quorum dei referendum abrogativi, di cui non a caso si è progettata -senza riuscire, come al solito, a realizzarla- una modifica costituzionale per rapportarlo alla media di affluenza alle urne delle ultime tornate elettorali politiche.

Sino a quando non si farà un cambiamento del genere, sarà semplicemente inutile puntare sui referendum abrogativi, nonostante i grandi servizi resi da essi nella causa del divorzio, nel 1974, o nello stesso campo della giustizia nel 1987, con un risultato sulla responsabilità civile dei magistrati scandalosamente tradito in pochi mesi dalle Camere con una nuova legge. Bisognerà puntare solo sulla capacità riformatrice del Parlamento. Ma al solo pensarci mi viene l’orticaria, nella confusione politica che temo cominci a far paura anche a uno della solidità di nervi come Mario Draghi. 

Pubblicato sul Dubbio

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Il Corriere attribuisce a Berlusconi una polemica mancata con Mattarella su Putin

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Non vorrei infierire sul Corriere della Sera alle prese con lo scoop sui “putiniani d’Italia”, che ha provocato anche le stizzite reazioni del sottosegretario delegato da Draghi ai servizi segreti,  ma mi sembra francamente un pò troppo tirato il tentativo di trascinare Silvio Berlusconi oggi, sulla prima pagina del giornale milanese, nelle polemiche sulla guerra in Ucraina strumentalizzando -diciamo la verità- contro Mattarella un suo racconto sul bei tempi in cui aveva buoni rapporti con Putin e riusciva a dargli buoni consigli. Accadde a Pratica di Mare, quando pensò di arruolare il capo del Cremlino addirittura nella Nato, ma anche dopo. Per esempio, quando in cinque ore di colloquio telefonico, sempre da presidente del Consiglio, riuscì nel 2008 a dissuaderlo da una guerra alla Georgia analoga a quella in corso contro l’Ucraina. 

Berlusconi ieri al seggio elettorale

Il racconto di Berlusconi ancor più nel titolo di richiamo dell’articolo in prima pagina che nel testo interno contrappone praticamente l’ex presidente del Consiglio e mancato presidente della Repubblica al confermato capo dello Stato. Che non avrebbe avuto, praticamente, né la tempestività, né la possibilità di un contatto diretto con Putin, nei mesi scorsi, per fermarlo sulla strada dell’invasione dell’Ucraina. Ma dello stesso Berlusconi si racconta la rivelazione fatta parlando al bar col pubblico dopo avere votato a Milano per i referendum ed essersi lamentato al solito della giustizia politicizzata: che, chiamatolo due volte in prossimità o a guerra appena iniziata, Putin si è sottratto all’amichevole abitudine di rispondergli. Perché allora -mi chiedo- mettere inutilmente Berlusconi in un’altra gara con Mattarella, dopo quella perduta di fatto nei mesi scorsi per la successione? L’uomo è sin troppo facile, a volte persino simpaticamente, a eccessi, svarioni, imprudenze, gaffe e simili. Non ha bisogno di aiuti. 

La debacle della democrazia, non solo più della giustizia…

Titolo del Messaggero
Titolo del Corriere

Chiamatelo o chiamiamolo come vogliamo riconoscendoci in questo o quel titolo di giornale sul “flop”, l’”affondamento” ed altro dei cinque referendum sulla giustizia. Ai cui risultati, formalmente favorevoli all’abrogazione delle norme contestate dai promotori della prova elettorale, dal 57 a oltre il 70 per cento dei sì, è mancata la validità garantita solo da un’affluenza alle urne della metà più uno degli aventi diritto al voto.

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

Si è invece scomodato  una ventina per cento del corpo elettorale: il livello più basso -sembra- di sempre. E a a circa le ore sette di lunedì, oggi 13 giugno, festa di Sant’Antonio da Padova, a quasi otto dalla chiusura dei seggi, il Ministero dell’Interno non era ancora in grado di dare il dato preciso di questa debacle della democrazia, prima ancora della “catastrofe” attribuita dal solito Fatto Quotidiano nell’altrettanto solito fotomontaggio di prima pagina solo ai “re Mida” alla rovescia che sarebbero Silvio Berlusconi, Emma Bonino, Carlo Calenda e i due Mattei -Salvini e Renzi- accomunati nella disavventura, peraltro largamente prevista. 

Diciamoci la verità: pur se in buona compagnia, come dimostra la poca voglia di votare che hanno mostrato ieri anche in Francia nelle elezioni legislative, come del resto nella stessa Italia nelle elezioni amministrative cui i referendum erano stati abbinati, noi italiani stiamo diventando imbattibili, se non lo siano già ben consolidati, come evasori di ogni tipo: fiscali ed elettorali. Altro che il popolo di “santi, poeti, navigatori” di mussoliniana e infausta memoria. 

Dopo più di trent’anni di esondazione politica della magistratura, ammessa anche da fior di magistrati in servizio e in pensione, e a più di 39 dall’arresto del compianto Enzo Tortora, diventato   la vittima emblematica della cattiva giustizia italiana, solo una ventina di elettori su cento sentono attuali i problemi dei e nei nostri tribunali, e dintorni. 

Mario Draghi
Marta Cartabia

Pensare che questi problemi, come dicono i vincitori, anzi i beneficiari della partita referendaria appena fallita, debbano e possano essere risolti in Parlamento, dove nelle prossime ore riprenderà, particolarmente al Senato, l’esame della cosiddetta riforma Cartabia, dal nome della ministra della Giustizia Marta, è una pia  illusione, pensando sia alle Camere ormai in scadenza sia a quelle che, salvo anticipo da incidente o agguato,  subentreranno l’anno prossimo. Dove approderanno, a ranghi ridotti dai tagli imposti dai grillini agli alleati di turno di questa legislatura, cartelli, coalizioni e formazioni politiche da maionese, a dir poco. E tutto in un contesto internazionale da brividi, tra guerre quasi ai nostri confini e rischi di recessione, anche se molti fingono di non accorgersi e girano la testa dall’altra parte, non riuscendo peraltro neppure a spaventarsi all’idea che dopo le nuove elezioni politiche potremmo non essere più rappresentati all’estero,  da un governo presieduto da Mario Draghi. Che- detto per inciso- diversamente da Mario Monti, promosso da Giorgio Napolitano in contemporanea con la chiamata a Palazzo Chigi, non è stato nemmeno nominato senatore a vita. E difficilmente credo che lo sarà in questo scorcio di legislatura per ragioni ormai di galateo, pronto -per carità- a scusarmi con un fortunatamente maleducato Sergio Mattarella. 

Ed ora, amici miei, godiamoci nelle prossime ore, si fa molto per dire, spifferi e tempeste dei partiti e partitini alle prese con i risultati delle elezioni amministrative propedeutiche a quelle politiche.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La corsa ai seggi nell’ambigua rappresentazione di troppi giornali

Titolo del Corriere della Sera

Non chiamatemi pedante, malizioso e altro di più o memo simile, ma significherà pure qualcosa che di tutti i quotidiani italiani, o almeno di quelli più diffusi o noti, solo il Corriere della Sera ha rappresentato col titolo di apertura in termini corretti l’odierno appuntamento con le urne segnalando “la sfida del quorum”. Che riguarda naturalmente non le elezioni amministrative nei 970 Comuni e rotti , in cui si vota per scegliere il sindaco, ma quelle referendarie in tutti i Comuni -circa 8000- per abrogare o confermare le cinque leggi o disposizioni contestate con altrettanti quesiti sulla giustizia proposti dai radicali e dai leghisti. Il Corriere insomma ha correttamente indicato le priorità del voto, avendo più rilevanza politica e legislativa i referendum che il rinnovo amministrativo, pur importante per carità, in tanti Comuni, molti dei quali anche capoluoghi regionali e provinciali, dove si misurano partiti e schieramenti. La “sfida del quorum” nasce naturalmente dal requisito necessario della partecipazione al voto referendario della maggioranza degli elettori che ne hanno diritto, pena l’invalidità del risultato. 

Titolo di Libero
Titolo del Giornale

Hanno seguito più o meno l’esempio del Corriere, segnalando più i referendum che il voto amministrativo, il Messaggero (ma non Mattino e il Gazzettino, dello stesso editore), il Giornale della famiglia Berlusconi e Libero: questi ultimi due con titoli a caratteri di scatola.      

Titolo di Repubblica
L’editoriale della Stampa

Tutti gli altri, chi più e chi meno, hanno ignorato o snobbato i referendum sulla giustizia preferendo valorizzare, diciamo così, il turno di elezioni amministrative, considerato evidentemente più interessante o solo più gravido di conseguenze immediate sugli affanni del governo. La Stampa, per esempio, pur accennando al “Paese al voto” nell’editoriale dedicato anche a “spread, mafia e un passato che non passa”, non ha dedicato alcun titolo specifico alle elezioni. La Repubblica ha puntato su “quasi 1000 Comuni al voto”, ignorando gli altri 7 mila e più interessati anche ai referendum sulla giustizia.

Vignetta della Gazzetta del Mezzogiorno
Titolo del Fatto Quotidiano

La Verità di Maurizio Belpietro si è limitato a titolare, come per un inciso, sulle “urne aperte dalle 7”. Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che ritiene interessati ai referendum solo “i delinquenti” per potere sfuggire alle manette e ai processi, ha puntato la maggiore attenzione del titolo di apertura alle “città”, come hanno fatto per le loro diffusioni regionali ancora di più Il Secolo XIX, la Nazione, presumo anche il Resto del Carlino e Il Giorno del gruppo Riffeser Monti, e l’appena risorta Gazzetta del Mezzogiorno. Il cui vignettista Nico Pillinini si è tuttavia divertito a immaginare una scheda referendaria adatta ai gusti di Luciana  Littizzetto, con tre e non due risposte fra cui scegliere: sì, no e boh. 

Scherzo per scherzo, i più furbi sono stati quelli- direi, al solito- della redazione del manifesto. Che per non sbilanciasi fra chi è interessato più ai referendum o al primo turno delle elezioni amministrative ha titolato  genericamente “test a test”. Meraviglioso. Dovremmo ancora ringraziare, dopo 53 anni, l’allora vice segretario Enrico Berlinguer per avere cacciato e liberato così brillanti intelligenze dalle catene per quanto metaforiche del Pci . E ciò a causa dell’ostinazione con la quale esse diffidavano, precedendolo di una quindicina d’anni, della caserma sovietica del Cremlino. Dove ancora si festeggiava nel 1969 l’invasione di Praga compiuta l’anno prima.  

Matteo Salvini
Il deserto del Po fotografato dalla Stampa

In questo quadro un pò desolante, a mio parere, della sensibilità dell’informazione e, più in generale, della cultura politica italiana, che mi riporta un pò al deserto del Po fotografato oggi sulla Stampa, quel diavolo di Matteo Salvini è riuscito a imporsi con le sue sorprese. Non solo ha violato il silenzio elettorale della vigilia ma ha dovuto ammettere di essersi fatto anticipare dall’ambasciata russa le spese, pur rimborsate successivamente, del mancato volo pacifista di andata e ritorno da Mosca di fine maggio.

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