Allerta a sinistra per “l’ombra” di Matteo Renzi sul congresso del Pd

Quello che con la solita felicità di titolazione il manifesto ha definito “Toscanello emiliano”, volendo rappresentare l’asse ormai formalizzatosi sulla strada del congresso del Pd fra il sindaco di Firenze Dario Nardella e il governatore dell’Emilia Romagna e candidato alla segreteria del partito Stefano Bonaccini, ha procurato l’orticaria a un bel pò di osservatori apparentemente neutrali, distaccati e quant’altro: in realtà, schieratissimi contro l’ipotesi di una vittoria di questo tandem. Che sarebbe né più né meno che la rivincita di Matteo Renzi dall’esterno del partito da lui guidato negli anni scorsi: un partito scalato a suo tempo dalla postazione di sindaco di Firenze, lasciata poi in eredità a Nardella, con l’appoggio proprio di Bonaccini.

In un commento sulla Stampa titolato sull’”ombra di Renzi”, bontà sua, Lucia Annunziata ha scritto che “il filo renziano, sia chiaro, non è una colpa, e nemmeno un complotto”. Ci mancherebbe altro, con tutto quello peraltro che il senatore di Scandicci ha da fare su tutti i fronti che pratica o gli sono soltanto attribuiti. Ma la prospettiva di una vittoria del “toscanello emiliano”, per tornare al manifesto, sarebbe solo rovinosa per un Pd che ormai -per esempio Stefano Rolli nella vignetta sulla prima pagina del Secolo XIX, dello stesso gruppo editoriale della Stampa, e di Repubblica- paragona all’isola d’Ischia travolta dal fango che precipita dalla montagna sovrastante tra le case abusive. 

“Rottamazione. Quanta eco in questa parola. Che grande soddisfazione per Renzi”, ha scritto l’Annunziata a proposito del progetto di Bonaccini e Nardella di “smontare e rimontare” il Pd, piuttosto che inseguire a sinistra -come altri preferirebbero- Giuseppe Conte alla testa di quel che  è rimasto del movimento grillino nelle elezioni anticipate del 25 settembre scorso. “I timori di scissione che cominciano a circolare in queste ore”, sempre secondo l’Annunziata, “sono la proiezione più chiara” del disastro incombente sul Nazareno. “Giusto, sbagliato ?”, finge di chiedersi l’editorialista, esperta e quant’altro della Stampa invocando Watson e fingendo di garantire che  “noi non facciamo politica, ma raccogliamo solo le parole che altri lasciano per strada”.

All’Annunziata della Stampa fa ecco in qualche modo, leccandosi i baffi che ancora non ha, Marco Travaglio sul solito Fatto Quotidiano titolando “contro Bonaccini&C” che nel Pd, o a proposito del Pd, “tutti parlano di scissione” anche o proprio in attesa che scenda “in lizza”, probabilmente oggi stesso, la deputata per quanto non iscritta al partito Elly Schlein, ex vice di Bonaccini alla regione Emilia Romagna e sorella della diplomatica italiana entrata in Grecia nel mirino degli anarchici. 

A tali e tanti annunci di scissione del Pd velleitariamente -secondo i grillini- attestatosi nelle elezioni di settembre sopra il MoVimento 5 Stelle, a sua volta dimezzatosi rispetto al clamoroso risultato del 2018, Conte si starò fregando le mani nel tour intrapreso, e cominciato a Napoli, contro il governo “disumano” e “guerrafondaio” di Giorgia Meloni. Che praticamente vuole togliere il reddito di cittadinanza a tanta povera gente, fra cui pochi profittatori, per spendere di più in armamenti, compresi quelli destinati agli ucraini ostinati nel volersi difendere dai russi che li sommergono di missili destinati anche contro scuole ed ospedali. 

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Peppiniello Conte nella ritrovata missione di avvocato del popolo

A Napoli, dove la buonanima di Eduardo De Filippo ha fatto scuola con i diminuitivi dei nomi dei protagonisti e attori delle sue commedie, Giuseppe Conte si è sentito chiamare in piazza Peppiniello. Non ho capito bene se da una percettrice del reddito di cittadinanza, da una parente o da una ex esterna o precaria dell’Inps regolarizzata grazie ad un provvedimento risalente al suo ultimo governo. 

E Peppiniello, che fa rima, solo quella, col rivoltoso Masaniello datogli oggi sul Giornale dal direttore Augusto Minzolini, sentendosi ormai in quella città come a casa sua, più ancora che nella Volturara Appula da cui proviene, per via di tutti quei voti raccolti dal movimento grillino nelle ultime elezioni politiche, alla faccia del trombatissino scissionista Luigi Di Maio; Peppiniello, dicevo, si prende molto sul serio nella sua ritrovata missione di avvocato del popolo. Inteso naturalmente come il popolo degli ultimi, dei diseredati, dei veri disperati, non di quei pochi fottutissimi furbi che abusano del reddito di cittadinanza e lo sputtanano, fornendo alibi, pretesti e quant’altro alla “disumana” Giorgia Meloni per tagliarne la consistenza e via via abolirlo.

Dall’alto della popolarità guadagnatasi a Napoli, sia pure sulle orme della buonanima di Achille Lauro, che distribuiva il ben di Dio in ogni campagna elettorale, Conte ha dedicato poche, sprezzanti battute ai concorrenti di sinistra del Pd parlandone coi giornalisti sulla soglia di qualche bar, o alla cassa con una sfogliatella in mano. 

Il congresso del Pd? E che è un congresso quello che Enrico Letta ha messo in cantiere? Il gruppo dirigente del Nazareno? Ma è davvero un gruppo dirigente quello che ha lasciato la periferia  del partito nelle mani dei “potentati”? L’opposizione del Pd al governo Meloni? E che è un’opposizione quella di un partito che fa opposizione a se stesso, con tutte le correnti che ha, e in tutta la confusione in cui si trova da quando è nato assemblando i resti di vecchie formazioni politiche? 

Magari, saranno pure vere, realistiche alcune di queste lamentele, accuse e simili dell’ex presidente del Consiglio ma a sentirle o leggerle senza reagire sotto i soffitti del Nazareno, dopo tutti gli aiuti forniti a Peppiniello nella scorsa legislatura per farlo restare a Palazzo Chigi dalla primavera del 2018 a febbraio del 2021;  a sentirle  o leggerle, dicevo, sotto i soffitti del Nazareno senza reagire è uno spettacolo davvero avvilente. Al quale si è però deciso a reagire l’ex senatore, ex tesoriere, ex capogruppo al Senato Luigi Zanda. Almeno lui, togliendosi finalmente da una scarpa o da entrambe i sassolini finitivi quando gli toccò accordare la fiducia al secondo governo Conte. Cui era stato quanto meno tentato di preferire le elezioni anticipate, a costo anche di vederle vinte allora da Matteo Salvini. 

“Di Conte -è finalmente sbottato Zanda parlandone col Riformista, che non voleva sentirsi dire altro- non riesco a fidarmi politicamente. Mi sembra una personalità che ha fatto della disinvoltura politica la sua cifra principale. L’uomo che ha firmato i decreti sicurezza di Salvini e che ha taciuto quando Salvini chiedeva pieni poteri? Oppure l’uomo che ha cacciato Salvini dal governo mettendogli una mano sulla spalla in pieno Senato? Il Conte che aumentava consistentemente gli stanziamenti per gli armamenti? L’uomo che appoggiava l’invio di armi all’Ucraina oppure quello che ha fatto cadere Draghi proprio negandogli la fiducia sulle armi all’Ucraina?…..A me sembra che Conte sia attento principalmente alla sua fortuna politica. Lo abbiamo visto cercare il voto di Ciampolillo nella speranza di guidare un Conte tre e ora lo vediamo atteggiarsi a progressista alla ricerca di un suo spazio politico”. Peraltro, a vedere certe foto giunte ieri proprio da Napoli, scambiando per folle ciò che folle non erano davanti a lui in cappotto, scaldate a mala pena da qualche lampada.   

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Gerardo Bianco, l’irpino dc più irriducibile di Ciriaco De Mita

L’appena scomparso Gerardo Bianco, fra tutti gli uomini politici che ho conosciuto e frequentato, è stato insieme il più semplice e il più colto, il più inflessibile nei propri convincimenti e insieme il più umano.

Lo conobbi in Transatlantico, a Montecitorio, presentatomi da Mario Segni all’inizio del fenomeno dei peones democristiani, insofferenti al gioco delle correnti e per niente timorosi di scontrarsi con pezzi grossi, da novanta, come Amintore Fanfani, Flaminio Piccoli, Antonio Gava, Ciriaco De Mita. Di quest’ultimo, leader della sinistra chiamata “Base”, almeno da Roma in giù, essendone al Nord il capo indiscusso Giovanni Marcora, Albertino per gli amici e i partigiani  della Resistenza, Gerardo era stato a suo modo allievo nella comune Irpinia. Ma, come i migliori allievi, non succubo. 

La rottura politica fra i due avvenne nel 1979, quando, consumatesi la tragedia di Aldo Moro e la stagione eccezionale della cosiddetta “solidarietà nazionale”, da non confondersi -come fanno ancora oggi in molti, anzi in troppi- col più complesso e organico “compromesso storico” perseguito da Enrico Berlinguer, i più giovani e valenti fra i parlamentari democristiani avvertirono la necessità di farla finita con quello stato di emergenza da cui si erano sentiti costretti anche nei rapporti gerarchici di corrente. 

Nacque così all’interno del gruppo scudocrociato della Camera, all’inizio della legislatura nata dalle elezioni anticipate imposte dal ritorno del Pci all’opposizione dopo l’appoggio esterno a due governi monocolori di Giulio Andreotti, la candidatura di Gerardo a presidente. Ma su quella postazione aveva già messo gli occhi non tanto il segretario allora in carica del partito,  un Benigno Zaccagnini ormai in uscita, quanto Ciriaco De Mita per promuovere Giovanni Galloni, pure lui basista. 

Francesco Cossiga era tornato a frequentare Montecitorio, dopo le dimissioni da ministro dell’Interno, per l’epilogo drammatico del sequestro Moro, tenendo la contabilità -come lui stesso scherzava- della cosiddetta “area Zaccagnini”. Dalla quale ogni giorno, anzi ogni mezza giornata, toglieva qualcuno per mettervi qualche altro: un’attività, chiamiamola così,  di controllo, arruolamento e quant’altro che di lì a poco, con la complicità di Sandro Pertini sul Colle, gli avrebbe procurato Palazzo Chigi. Cui sarebbero seguiti Palazzo Madama, cioè la presidenza del Senato, e infine il Quirinale.

In uno dei tanti aggiornamenti della lista dell’”area Zaccagnini” ebbi la possibilità di interloquire e di chiedere a Cossiga una previsione sull’esito della partita sul capogruppo. Partita? mi chiese lui beffardo.    La vittoria l’aveva già in tasca Galloni.  Ai miei dubbi Francesco m sfidò a scommettere una cena. La vinsi, ma non la riscossi mai. In cambio mi guadagnai l’amicizia di Bianco, che vidi crescere sempre di più fuori e dentro la Dc. Dove contribuì alla ripresa dell’alleanza di governo con i socialisti: governo in uno quei quali -il sesto e penultimo di Andreotti- sarebbe entrato come ministro della Pubblica Istruzione sostituendo nel 1990 il collega di partito Sergio Mattarella. Che si era dimesso con altri della sinistra democristiana per protesta contro la disciplina finalmente legislativa dalla televisione privata. Non c’era Ministero, francamente, che non fosse più adatto a uno come Bianco, indicato personalmente ad Andreotti dal segretario della Dc allora in carica: Arnaldo Forlani. 

Diversamente dall’altra volta, quando fu eletto contro le indicazioni del vertice del partito, Gerardo tornò alla guida del gruppo democristiano della Camera all’inizio della legislatura uscita delle urne del 1992 su designazione del segretario, sempre Forlani. E vi sarebbe rimasto sino alla fine anticipata delle Camere, meno di due anni dopo, senza più Forlani segretario e bastian contrario rispetto ad un establishment rassegnato alla fine della cosiddetta prima Repubblica per via giudiziaria. Ma bastian contrario, felicemente, anche nella seconda, terza e quarta del breve conio grillino della legislatura scorsa.

Pubblicato sul Dubbio

In ricordo di Gerardo Bianco, della benemerita e mai abbastanza rimpianta “razza” democristiana

Il mio carissimo amico Gerardo Bianco-  “il democristiano restio al potere”, lo ha definito Il Mattino; “il gentiluomo Dc”, l’Avvenire– se n’è andato a 91 anni compiuti  nel bel mezzo della crisi del Pd che avvalora tutte le previsioni da lui formulate quando la sua “Margherita”, dov’era confluito il Partito Popolare Italiano-ex Democrazia Cristiana da lui guidato per un certo tempo, decise di confluire con i post-comunisti nel Partito Democratico. 

Gerardo Bianco considerò quell’operazione innaturale, una forzatura destinata a complicare la già confusa situazione politica scaturita dalla fine della cosiddetta prima Repubblica e dal bipolarismo realizzato da Silvio Berlusconi contrapponendo una improvvisata coalizione di centrodestra alla sinistra di Achille Occhetto. Una contrapposizione che non non teneva conto peraltro del Partito Popolare di Mino Martinazzoli, presentatosi alle elezioni del 1994 in modo autonomo insieme con Mario Segni. Poi sarebbe nato, con l’attiva partecipazione di Bianco, una nuova edizione del centrosinistra con l’Ulivo guidato da Romano Prodi, ma in una prospettiva diversa da quella poi assunta strada facendo

Ciò che del Partito Democratico, con le dimissioni del primo segretario Walter Veltroni, avrebbe detto Massimo D’Alema- “un amalgama mal riuscito”- Gerardo Bianco lo aveva inutilmente preannunciato ai colleghi post-democristiani della “Margherita”, a cominciare da Franco Marini, ma anche a Romano Prodi. Che peraltro avrebbero sperimentato sulla propria pelle nel 2013 come candidati al Quirinale la inaffidabilità del partito che li aveva entrambi candidati: prima l’uno e poi l’altro, pugnalati alla schiena dai “franchi tiratori”. Il povero Marini, per giunta, era stato designato al Quirinale d’intesa col centrodestra, o almeno con Silvio Berlusconi.

Di Gerardo Bianco rimane memorabile la  prova di forza nel 1979 con l’allora segreteria della Democrazia Cristiana retta da Benigno Zaccagnini per l’elezione a capogruppo alla Camera, contro la candidatura di Giovanni Galloni imposta da Ciriaco De Mita, nella cui corrente lo stesso Bianco si era pure fatto le ossa. 

A sostenere Gerardo mediaticamente fu soprattutto Il Giornale di Indro Montanelli. Ricordo ancora l’ironia con la quale Francesco Cossiga, che di lì a poco sarebbe diventato presidente del Consiglio, parlando al plurale mi chiese -io allora lavoravo appunto al Giornale– che cosa ci fossimo messi in testa sostenendo la corsa di una brava persona ma solo a capo dei cosiddetti peones. Alla mia convinzione che la causa non fosse per nulla perduta egli rispose con una smorfia sarcastica delle sue. Alla sorpresa del risultato ebbe la cortesia e il buon gusto di una telefonata di complimenti anche a me. 

Gerardo tornò a fare il capogruppo democristiano alla Camera nel 1992, dopo un’esperienza di governo nell’ultima compagine ministeriale di Giulio Andreotti e le elezioni ordinarie di aprile. Ma la legislatura, travolta dai marosi di Tangentopoli e dal referendum contro il metodo elettorale proporzionale, durò meno di due anni. Bianco tuttavia diede del filo da torcere ai rassegnati alla ghigliottina giudiziaria e al Pds-ex Pci. 

Al suo omologo Massimo D’Alema, per esempio, che alla Camera, in un incontro fra le delegazioni dei due partiti, aveva chiesto -a sostegno della svolta costituita dalla formazione appena avvenuta del governo di Carlo Azeglio Ciampi- “un segnale di novità” consistente nell’annuncio del voto in aula a favore delle autorizzazioni a procedere contro Bettino Craxi, fu proprio Bianco in persona a rispondere per le rime nell’aula. Egli pronunciò un discorso di grande rispetto e comprensione per il leader socialista. Che grazie al voto dei democristiani vinse alcune delle votazioni contro di lui provocando, fra l’altro, per protesta il ritiro dei ministri del Pds dal governo ancora fresco di giuramento. 

Quando infine il partito di Occhetto e D’Alema reclamò lo scioglimento anticipato  delle Camere, nel 1994, sapendo che lo avrebbe ottenuto dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, giunse al Quirinale una formale richiesta di udienza da parte di Bianco. Che era contrario perché convinto che il governo Ciampi avesse ancora una maggioranza con la quale portare avanti la legislatura. Scalfaro negò l’udienza, deciso ormai a procedere alle elezioni anticipate -che peraltro il Pds-ex Pci avrebbe clamorosamente perduto a vantaggio del centrodestra di Berlusconi- sentendo solo i presidenti delle Camere, per obbligo costituzionale, non anche i gruppi parlamentari e rispettivi partiti. 

Uomo di forti convinzioni, di grande cultura classica e di profonda umanità, Bianco  non ha mai avuto paura delle cause anche impopolari ma giuste. Difese, per esempio, i vitalizi parlamentari dall’assalto populista dei grillini, come anche l’integrità del Parlamento dai tagli di una riforma, sempre voluta dai grillini e subita dai loro altalenanti alleati, destinata a far vedere i suoi effetti negativi in questa legislatura appena cominciata.

Addio, Gerardo. Anzi, arrivederci nella nostra comune fede religiosa. 

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Dietro la cortina fumogena del dibattito alla Camera sui nuovi aiuti militari all’Ucraina

  Il dibattito tanto voluto alla Camera da Giuseppe Conte per capeggiare l’opposizione ai nuovi aiuti militari all’Ucraina aggredita dai russi si è concluso in modo che ciascuno ha potuto vedervi quello che ha voluto. Anche il Conte, appunto, rappresentato da Stefano Rolli nella vignetta sulla prima pagina del Secolo XIX con la bandiera del pacifismo battuta come un bastone nodoso sulla testa di Enrico Letta: il bersaglio vero di questa campagna d’inverno giocata dal presidente del movimento grillino tutta in funzione della politica interna, nel tentativo di destabilizzare ancora di più il Pd e prenderne il posto a sinistra. Ma in una concezione della sinistra a dir poco massimalista. 

In sintonia con la campagna di Conte il giornale che lo affianca di più -naturalmente Il Fatto Quotidiano- ha gridato all’”inciucio bellicista” mettendo il Pd e il cosiddetto terzo polo “con le destre” e sistemando Giorgia Meloni, in una  vignetta del solito Vauro, su un balcone semicircolare in elmetto, camicia nera e pantaloni di mussoliniana memoria per invitare gli italiani a scegliere fra  lei, cioè la guerra, e il burro. 

Sono state e sono tutte “moine” secondo Il Giornale della famiglia Berlusconi perché sulle armi all’Ucraina il Pd si è solo astenuto. In effetti esso non ha votato a favore come fece dall’opposizione la Meloni nella scorsa legislatura, sullo stesso tema, col governo di Mario Draghi. In compenso Conte è definitivamente diventato “filo russo” dopo essere stato altalenante con Draghi: prima a favore delle armi all’Ucraina e poi contro, sino  a indurre l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio a denunciare uno sporco gioco di sponda con l’ambasciata russa in Italia e a lasciare per protesta il Movimento 5 Stelle con buona parte dei parlamentari. 

Per la Repubblica, quella naturalmente di carta, il dato saliente del passaggio parlamentare sulla prosecuzione degli aiuti militari all’Ucraina per tutto l’anno prossimo, destinato a materializzarsi in un apposito decreto legge, deve essere considerato la tenuta della Meloni rispetto agli “alleati filo-Putin” esistenti e operanti, neppure tanto dietro le quinte, nella maggioranza e nello stesso governo. Dove il ministro forzista degli Esteri e vice presidente del Consiglio Antonio Tajani è, per carità, filo-ucraino ma Berlusconi continua a pensare, e ogni tanto anche a dire, che Zelensky ha un pò esagerato pure lui perché in fondo Putin pensava all’inizio di chiudere la faccenda in poche ore o giorni facendolo sostituire a Kiev con un pò di brava gente, evitando tutto quel casino -scusate la parolaccia- che rischia di procurargli, nelle intenzioni appena dichiarate dalla presidente della Commissione Europea, un nuovo processo di Norimberga. Sarebbe la riedizione di quello celebrato contro i superstiti gerarchi nazisti dopo la seconda guerra mondiale. 

Per La Stampa, infine, almeno per oggi, più ancora dell’”inciucio bellicista” lamentato dal  Fatto Quotidiano, o delle “moine” avvertite dal Giornale, contano come spettacolo alla Camera sulle nuove armi all’Ucraina, probabilmente anche i missili Aspide, la “maggiorana compatta” nella votazione della sua mozione e “l’opposizione in pezzi”. In effetti, e in fondo, è accaduto anche questo nell’aula di Montecitorio. 

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Calenda, “affascinato” dalla Meloni, la difende dal “sabotaggio” di Berlusconi

Non so se, informato a decine di migliaia di chilometri di distanza, Matteo Renzi abbia condiviso del tutto il giudizio sostanzialmente entusiastico espresso dal suo socio politico in Italia Carlo Calenda all’uscita da Palazzo Chigi, dopo un’ora e mezza di confronto con la presidente Giorgia Meloni sulla “manovra”, come viene chiamata la legge di bilancio finalmente pronta per l’ormai solitamente rapido esame parlamentare. Una manovra -ha detto Calenda alla Stampa– che ha troppo l’impronta di Matteo Salvini ma che Giorgia Meloni è “preparata” abbastanza per avvertirne i limiti, cambiarla con l’aiuto del cosiddetto terzo polo e renderla persino appetibile per un voto favorevole o un’astensione. A meno che il governo, premuto dall’urgenza, fretta e quant’altro, cui non ha potuto sottrarsi l’anno scorso neppure Mario Draghi, non ricorra alla fiducia. Che Calenda non potrebbe proprio votare, pur con tutto il rispetto, persino l’ammirazione nutrita verso la premier. Dalla quale egli si è detto addirittura “affascinato”, oltre che colpito per la preparazione, per la storia di “una donna che nasce in una famiglia non privilegiata, con una vita difficile e che ce la fa da sola”. Qualcosa -ha spiegato il senatore ed ex ministro- “che mi predispone positivamente dal punto di vista della chimica”. Gli ormoni insomma reclamano la loro parte. E con essi, si sa, è pericoloso scherzare. 

Di fronte a tanto ben di Dio, diciamo così, un altamente responsabile Calenda ha mostrato di non darsi pace sia per l’opposizione pregiudiziale praticata contro la Meloni del Pd di Enrico Letta e dal MoVimento 5 Stelle, che si contendono strade e piazze per protestare, sia per “il sabotaggio” praticato all’interno della maggioranza da Forza Italia. Dove naturalmemte non hanno gradito rinfacciando al “supponente” censore una “irrilevanza” -ha detto, in particolare, Licia Ronzulli- che il terzo polo cercherebbe di nascondere mostrando di potere spendere quello che non ha. In effetti, a pensarci bene, esso dispone solo di 9 parlamentari nell’unica assemblea dove i margini della maggioranza sono modesti, attorno ai 15. E questi margini sono minacciati, più ancora  che dai contrasti interni alla coalizione di governo, dalle forzate assenze, nei momenti cruciali, di troppi senatori nominati ministri e sottosegretari.

Ma oltre che dai ranghi ridotti nel pur cruciale Palazzo Madama, il terzo polo sarebbe indebolito dalla divisione fra “il tatticismo esasperato” contestato a Calenda dal direttore del Giornale ancora della famiglia Berlusconi, se sono vere le voci di una sua imminente vendita alla famiglia Angelucci, e “quello professionale” attribuito a Matteo Renzi da Augusto Minzolini. Che è stato comunque superato nella polemica da Alessandro Sallusti su Libero con una prima pagina-manifesto, con  tanto di foto dell’interessato, che grida in blu: “Calenda bussa a destra- Di questo qui non c’è da fidarsi”. 

Di fronte a tanta passione, chiamiamola così, o all’ironia di Stefano Rolli, che sul Secolo XIX traduce le “aperture” della Meloni a Calenda  e viceversa in una porta sbattuta in faccia dalla stessa Meloni a Silvio Berlusconi; di fronte a tanta passione, dicevo, sembra di essere finiti a scuola, o  in un convento, a leggere sul Corriere della Sera le riflessioni del professore Angelo Panebianco sulle “scommesse centriste” in questa diciannovesima legislatura cominciata da poco. 

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Dopo Ischia Meloni promette entro un mese un piano di “adattamento al cambiamento climatico”

Visti anche i problemi avuti con le ultime conferenze stampa, interrotte da proteste di giornalisti insoddisfatti del troppo poco tempo lasciato alle loro domande o del tono sbrigativo di certe risposte, la presidente del Consiglio si è lasciata intervistare a lungo, a poco più di un mese dal suo insediamento, dal direttore in persona del giornale più diffuso in Italia: Luciano Fontana, del Corriere della Sera. Che non le ha risparmiato qualche critica: per esempio, quando la premier gli ha risposto negativamente ad una domanda sull’opportunità di ritirare, ora che guida il governo, qualche querela per diffamazione presentata da semplice leader di una forza politica. E ciò per non apparire, a torto o a ragione, intenzionata ad approfittare del maggiore potere acquisito politicamente. 

Diversamente dal direttore del Corriere, non credo che la Meloni abbia torto a reclamare ancora il processo contro lo scrittore Roberto Saviano. Che le aveva dato della “bastarda” e dovrebbe quanto meno scusarsi per attendersi il buon gesto della rinuncia all’azione penale: cosa che invece lui non ha fatto, rivendicando anzi il merito e il diritto all’offesa. La santità non è ancora un requisito richiesto ad una fedele arrivata alla guida di un governo. 

A parte questo aspetto che potrebbe anche apparire marginale, ma tale non è per la disinvoltura con la quale in Italia non si fa solo politica ma anche giornalismo, l’intervista ha naturalmente toccato la dolorosa vicenda di Ischia   travolta dal fango, che occupa le prime pagine con un bilancio ancora incompleto di vittime, mentre scrivo. “In Consiglio dei Ministri -ha detto la presidente- abbiamo preso un impegno: approvare entro l’anno il piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico”. Di fronte al quale si spera a Palazzo Chigi che si riducano anche le polemiche, recriminazioni e altro ancora in corso. Esse hanno coinvolto, a torto o a ragione, anche la Meloni per avere a suo tempo votato alla Camera, pur essendo all’opposizione, la contestata norma introdotta dal primo governo di Giuseppe Conte ad un provvedimento dopo il crollo del ponte Morandi a Genova per accelerare, quanto meno, vecchie pratiche di condono edilizio pendenti a Ischia. Che con Genova, a dire il vero, avevano poco o niente da condividere.

Certo, varare entro un mese, ormai, un piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico non è un impegno da poco. Ma temo che, pur riuscendovi, la presidente del Consiglio si troverà pure lei alle prese con un inconveniente ormai abituale in Italia: l’incapacità di spendere le risorse finanziarie stanziate. Ciò accade anche con i fondi europei, dei quali si occupa proprio oggi in una intervista al Foglio il ministro competente Raffaele Fitto, con tanto di titoli in rosso impiegati dal giornale fondato da Giuliano Ferrara. 

Sullo spettacolo un pò troppo singolare appena dato, sempre sullo sfondo della tragedia di Ischia, da due ministri scontratisi sui sindaci da arrestare o da difendere nella gestione dell’abusivismo edilizio, la Meloni ha cercato caritatevolmente di minimizzare. Ed ha scommesso sulla compattezza e sulla durata del suo governo e della relativa maggioranza. Della quale -ha detto- non penso che abbia bisogno di allargarsi a qualcuno perché è solida”. “Ciò non toglie -ha aggiunto riferendosi a Renzi e Calenda citati nella domanda del direttore del Corriere della Sera- che se alcuni all’interno dell’opposizione vorranno condividere con noi alcune proposte ci sarà sempre la nostra disponibilità”, evidentemente, ad accogliere il loro voto favorevole. Cioè, a gratis, come si dice a Roma. 

Stimolata a parlare in particolare anche di Silvio Berlusconi, e dei cattivi umori attribuitigli spesso dai giornali, la presidente del Consiglio ha assicurato di “sentirlo spesso su tutte le questioni fondamentali”. “Anche con Salvini -ha detto- c’è un rapporto costante e continuo”. Si vedrà se è ottimismo d’ufficio o davvero qualcosa di più.  

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Abusi edilizi, evasioni fiscali, redditi di cittadinanza: parenti stretti del lassismo populista

Sono reo confesso, persino davanti a un commissario di polizia o pubblico ministero assomigliante fisicamente a Marco Travaglio, di scarsa, ma assai scarsa simpatia verso il politico Giuseppe Conte. Non verso l’avvocato, poco importa se del popolo o di altri più in particolare, per il rispetto che gli debbo -chiamatelo pure opportunistico- come collega dei miei, anzi nostri editori. Non ridete, per favore. Lo dico sul serio. 

Eppure, non per convenienza ma per convinzione, non per simpatia -ripeto- ma per onestà professionale, scrivendo di politica da una vita, e per niente breve, ritengo disonesto il processo più o meno sommario che hanno improvvisato gli avversari contro l’ex presidente del Consiglio per quel maledetto articolo 25 di un decreto sul crollo del ponte Morandi a Genova, nel 2018. Esso consentiva l’espletamento più rapido di vecchie pratiche di condono di ancor più vecchi abusi edilizi a Ischia. Alcuni dei quali, magari, possono avere messo il loro pur infinitesimale zampino nella valanga di acqua e di fango che ha appena riportato tragicamente l’isola sulle prime pagine dei giornali, italiani e anche stranieri. E che ha spinto persino il troppo algido presidente Emmanuel Macron, almeno agli occhi dei suoi critici, a fare una telefonata di solidarietà e di riconciliazione -si spera- alla nuova premier romana Giorgia Meloni dopo il malinteso, chiamiamolo così, sui migranti sbarcati una volta tanto in un porto francese dalla nave di soccorso Ocean Viking.

Nossignori, se volete processare Conte, dovete portare sul banco degli imputati fior di altri politici viventi e defunti, alla memoria. E non solo per gli abusi edilizi e relativi condoni, tutti studiati per raccogliere insieme consensi elettorali ed entrate utili a mettere qualche pezza nei conti pubblici sempre sofferenti, ma anche per quelli che mi permetto di considerare, anche al costo di sembrarvi provocatorio, i loro parenti stretti. Sono, nell’ordine più spontaneo che mi viene, le evasioni fiscali e i redditi -al plurale- di cittadinanza. Materia, quest’ultima, con tutti gli abusi che vengono fuori un giorno sì e l’altro pure, spesso tra le pieghe di indagini su altri reati, addebitabile alla categoria più generale del populismo d’accatto. In cui Conte, paradossalmente, per convenienza elettorale e politica avrebbe pure interesse a rimanere solo sul banco metaforico degli imputati, tanto da avere già organizzato una prima manifestazione di protesta contro i tagli pianificati dal nuovo governo, ma dove non sarebbe giusto lasciarlo solo, ancora una volta. 

Al reddito di cittadinanza, al singolare, come una pomata da spalmare sulla piaga dell’indigenza, o persino -nella immaginazione balconara di Luigi Di Maio nel 2018 in veste di vice presidente del Consiglio e ministro, insieme, del Lavoro e dello Sviluppo Economico- come l’arma segreta per “la sconfitta della povertà”; al reddito di cittadinanza, dicevo, hanno dato il loro contributo di apprezzamento e persino di collaborazione quasi tutti. Penso ai leghisti di Matteo Salvini, partecipi del primo governo Conte, al Pd di Enrico Letta partecipe del secondo governo Conte, naturalmente contrario a rimetterlo in discussione, ma anche a Silvio Berlusconi, sempre pronto a precisare i limiti di ogni intervento correttivo e a riconoscere le buone finalità della misura a suo tempo voluta dai grillini. 

Il mio buon amico Marcello Sorgi nei panni di uno storico ancora più attrezzato e professionale di un altro mio buon amico come Paolo Mieli, è appena risalito sulla Stampa addirittura al 119 dopo Cristo per trovare nell’imperatore Adriano il progenitore dei condonisti- chiamiamoli così- dei nostri tempi e di quelli attribuibili alla cosiddetta prima Repubblica. Conte può così ritrovarsi, non so francamente quanto volentieri o pazientemente, con i compianti Mariano Rumor, Giovanni Spadolini, Bettino Craxi, Giulio Andreotti, e i viventi Lamberto Dini e Berlusconi, finiti tutti in effigie più o meno ovale in una galleria all’interno, sempre, della Stampa. 

Per chiudere, permettetemi due parole su una proposta appena formulata su Repubblica da Giovanni Moro, figlio dell’indimenticato e indimenticabile Aldo, contro gli evasori fiscali che tanto ha indignato sulla Verità Maurizio Belpietro: togliere loro il diritto di voto, attivo e non solo passivo. Ma guarda, Giovanni, che gli evasori fiscali, per me anch’essi parenti stretti degli abusivi dell’edilizia e di altri corteggiati dai populismi ambivalenti, già se ne fregano da soli delle elezioni non partecipandovi. Non a caso gli astensionisti costituiscono da tempo il vero, temo insuperabile partito di maggioranza in Italia.

Pubblicato sul Dubbio

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L’incredibile avventura capitata in televisione al sindaco di Forio d’Ischia

Collegato con lo studio televisivo dell’Arena di Massimo Giletti, su la 7, l’avvocato Francesco Del Deo in veste di sindaco di Forio d’Ischia si è assunto ieri sera un compito davvero immane riconoscendo, per carità, il fenomeno dell’abusivismo edilizio nell’isola ma equiparandolo, per qualità e quantità, a quello più generale d’Italia. E negando che almeno questa  volta esso abbia avuto un’incidenza nell’ennesimo disastro locale da pioggia e frana. Un disastro costato, sino al momento in cui scrivo, sette morti – uno in meno di quelli dati per certi da Milano ieri mattina dal vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, rimbrottato per questo anche dal suo ex capo di Gabinetto al Viminale e ora ministro dell’Interno- e cinque dispersi. Che naturalmente mi auguro risultino alla fine tutti vivi. 

L’avvocato e sindaco Del Deo, senza volerlo offendere, deve essere apparso a qualche spettatore da casa un marziano un pò avanti negli anni, ben travestito da terrestre: il vero scoop realizzato da Massimo Giletti nella sua ormai lunga attività giornalistica, fra Rai e La 7. Uno che l’editore Urbano Cairo dovrebbe tenersi ben stretto, senza farselo sottrarre dalla concorrenza.  

Così, ad occhio e croce, solo a vedere le immagini della montagna franata, il grafico del canalone creato dall’acqua, il fango ai lati o sui resti delle case, senza aver letto le storie, raccontate la mattina dai giornali, di terrazzi panoramici realizzati dai proprietari dei manufatti tagliando gli alberi che ne intralciavano la realizzazione; così, dicevo, ad occhio e croce si era tentati di gridare da casa al povero avvocato Del Deo, ma indirettamente anche a Giletti che non gli aveva ancora interrotto per protesta il collegamento: “Ah francè, ma che stai a dì”. E chiamo il sindaco per nome scusandomi col Papa per la incidentale omonimia, né colpevole né colposa da parte dello sfortunato avvocato così chiamato dai suoi genitori prima ancora che Bergoglio potesse solo immaginare di diventare Pontefice. Ed ora purtroppo, l’avvocato, chiamato dalle circostanze a raccontare -penso- quel che tecnici ed altri collaboratori dell’amministrazione comunale gli avevano riferito e garantito. Così essi hanno finito per indurlo ad una specie di abuso d’ufficio in materia di informazione al pubblico locale e, più in generale, nazionale. Che non so, francamente, se e quando potrà riprendersi dallo shoc procuratogli dalla micidiale combinazione della tragedia fisica e, a questo punto, anche verbale, amministrativa e politica abbattutasi su quella terra così bella ma così tanto violentata dagli uomini, prima ancora che dalla natura.  

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Il rovinoso fango d’Ischia e dintorni, condito di dolore e strumentalizzazioni politiche

La foto di quell’uomo appena salvato dal fango a Ischia, scelta da molti giornali in prima pagina, può ben essere considerata la più rappresentativa della tragedia abbattutasi ancora una volta su un’isola tra le più belle d’Italia. Ma anche tra le più devastate, ancor prima del fango di oggi e dei terremoti del passato, dalla purtroppo diffusissima pratica dell’abusivismo edilizio. Che è stata tollerata da governi nazionali e amministrazioni locali di ogni colore politico. Lo si deve dire o riconoscere con franchezza, anche se la solita faziosità travestita da passione ha indotto alcuni -e non solo il Giornale in un titolo di prima pagina- a puntare il dito sul primo governo di Giuseppe Conte, quello gialloverde. Nel 2018  esso infilò, sia pure cercando di smorzarne a parole portata ed effetti, l’ennesimo condono edilizio nel decreto legge d’intervento sul crollo del ponte Morandi a Genova. 

Ventisettemila condoni edilizi a Ischia per 60 mila abitanti, come ha ricordato Il Fatto Quotidiano, parlano da soli. C’è da vergognarsi per tutti, anche fra quelli che gridano al dolore e allo scandalo solo quando la bomba d’acqua di turno sulla montagna sovrastante provoca la tragedia anch’essa di turno. 

E’ ben magra, a questo punto, la soddisfazione che possono togliersi gli avversari di  un Matteo Salvini peraltro già in difficoltà per i malumori nel suo movimento, appena emersi anche dai funerali di Roberto Maroni, cogliendolo in fallo verbale. Mi riferisco alla vignetta proprio del Fatto Quotidiano in prima pagina con quell’annuncio  salviniano e prematuro di otto morti a Ischia, contro l’unico sino a quel momento accertato dai soccorritori, ma nel buco nero di undici dispersi. E’ alquanto sciacallesco -come ha gridato Libero in un titolo- rappresentare Salvini col suo annuncio e “a destra, l’isola di Ischia devastata da una frana”. 

Dico e scrivo di più, nonostante la vignetta di Stefano Rolli che sul Secolo XIX  fa ricordare da un soccorritore che “non è il momento delle polemiche” e si sente rispondere da un protestatario: “Semmai ripasso”. Non mi è per niente piaciuta la fretta con quale il ministro dell’Interno in carica Matteo Piantedosi, pur essendone stato al Viminale il capo di Gabinetto fra il 2018 e il 2019, ha praticamente zittito, o fatto zittire, Salvini per quell’uscita, Che è la meno grave o la più comprensibile e giustificabile fra quelle cui dalla sua postazione nuova di vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture  Salvini ci ha già abituato in poco più di un mese, occupandosi anche di problemi estranei alle sue pur notevoli competenze di governo. Ecco: l’ho scritto con la dovuta schiettezza, anche a costo di sembrare quello che non sono, cioè un estimatore di Salvini a prescindere, pure dai suoi gravi e grandi scompensi elettorali, frutti non solo di sfortunate coincidenze. “Destino cinico e bravo”, soleva dire il compianto Giuseppe Saragat quando il suo Psdi usciva insoddisfatto dalle urne.  

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