Le ciliegine sulle torte distraenti dei referendum sulla giustizia e del voto amministrativo

Titolo del Corriere della Sera

Il penultimo venerdì nero delle borse, mercati eccetera, in attesa del prossimo che sicuramente non mancherà, è anche la penultima ciliegina distraente sulla torta delle elezioni di domani, non potendosene escludere altre anche oggi e persino domani stesso, ad urne appena aperte, prima che le richiudano nella stessa giornata per rovesciarne le schede e contarle: sia quelle per il rinnovo delle amministrazioni, in un migliaio di comuni, sia quelle dei cinque referendum sulla giustizia promossi l’anno scorso dall’inconsueta coppia di radicali e leghisti, con tanto di immagini e striscioni davanti al Palazzo della Cassazione. Che purtroppo è già tristemente noto come Palazzaccio, dove si depositano i quesiti abrogativi delle leggi e si consegnano poi le firme di sostegno. Quesiti che spesso sono sì complicati, anche agli occhi e alle orecchie di Luciana Littizzetto, abituata a semplificare tutto nei suoi monologhi televisivi, ma che hanno il pregio finale di una risposta obbligatoriamente semplice: sì o no. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo di Repubblica

Fra le ciliegine elettorali non sono mancate neppure stavolta le manette, scattate ai polsi di candidati a cinque e persino a due giorni dal giorno del voto, questa volta in particolare a Palermo per il rinnovo del Consiglio comunale, e sempre in un campo: quello del centrodestra, colpendo un candidato prima di Forza Italia e poi di Fratelli d’Italia. Così la Repubblica, quella di carta naturalmente, ha potuto titolare in prima pagina, nell’edizione nazionale  e non locale, “Per chi vota la mafia”. Più facile di così il compitino non poteva essere proposto, volente o nolente, dalla magistratura locale e svolto a sua volta dalla stampa nazionale, anch’essa -per carità-  volente o nolente. 

Nel caso della mafia la fava di Palermo, chiamiamola così, ha potuto beccare due piccioni: sia il rinnovo del Consiglio Comunale sia il pacchetto, grappolo -chiamatelo come volete- dei referendum sulla giustizia, due dei quali riguardano l’abrogazione di norme che incidono su candidature, eleggibilità e quant’altro, liquidate con la solita sommarietà e perfidia dal giornale più schierato con la magistratura e le sue prerogative vecchie e nuove –Il Fatto Quotidiano- come interessanti “solo i delinquenti”, non certo anche le persone perbene. Per le quali c’è sempre tempo poi per rimediare con l’assoluzione, magari senza neppure doverle o poterle processare. 

I referendum di domani sulla giustizia, a dispetto del  loro carattere nazionale, che dovrebbero pertanto essere sottratti agli elementi locali delle altre votazioni, partono obiettivamente svantaggiati da un errore nel quale cadono sovente i loro promotori. I quali, ossessionati da un astensionismo crescente che equivale per il quorum obbligatorio di partecipazione, sono ricaduti -a mio modestissimo avviso- nell’errore di chiederne l’abbinamento a votazioni amministrative: un errore impedito invece a livello nazionale, dove referendum ed elezioni per il rinnovo delle Camere non possono coincidere, essendo le seconde considerate talmente prevalenti da comportare il rinvio dell’altro voto. 

Mario Draghi

Una volta imboccata la strada dell’abbinamento locale, i promotori dei referendum abrogativi ne hanno dovuto subire anche gli inconvenienti, magari appositamente studiati dagli avversari, come una data estiva e un’unica giornata di votazione. Eppure il governo -va ricordato ad onore del presidente del Consiglio Draghi,  vantatosene pubblicamente- aveva deciso di non frapporre ostacoli ai referendum nella procedura dell’ammissibilità alla Corte Costituzionale. 

Per la magistratura, o la sua parte più politicizzata, questi referendum sono al solito indigeribili perché possono modificarne abitudini, discrezionalità e potere. Essa pertanto coltiva speranze di successo, cioè di naufragio del voto di domani. E’ un pò come la Chiesa quando si arroccava nella difesa del suo potere temporale, prima di convincersi, con le buone o le cattive, che quel potere non le conveniva poi tanto. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

L’improbabile recupero dei ritardi di Salvini nella campagna referendaria sulla giustizia

Titolo del Dubbio
Titolo del manifesto

  Un pò, anzi un pò troppo “a scoppio ritardato”, come il manifesto forse non a torto ha definito le proteste levatesi in Italia contro i soli  tredici anni che l’Europa vorrebbe lasciarci di tempo per non avere più macchine nuove a benzina o a nafta da potere acquistare, Matteo Salvini si è ricordato di avere promosso con i radicali i cinque referendum sulla giustizia per i quali si voterà dopodomani, in contemporanea con le elezioni amministrative in un migliaio di Comuni. E si è guadagnato qualche titolo o richiamo di prima pagina con un appello al Quirinale e a Palazzo Chigi a “rompere il silenzio” caduto sulla campagna referendaria, a rischio di fallimento per scarsa affluenza alle urne, inferiore alla metà più uno degli aventi diritto al voto ancora necessaria costituzionalmente per renderne valido il risultato. 

In questa campagna referendaria si è invece si è speso molto, sino al pannelliano sciopero della fame, il vice presidente leghista del Senato Roberto Calderoli, praticamente bollato dal solito Marco  Travaglio sull’altrettanto solito Fatto Quotidiano come partecipe di quel mondo di “criminali” cui davvero interesserebbero le prove abrogative per le maggiori possibilità offerte loro di scampare agli arresti che meritano. Che poi in Italia su 55 mila detenuti siano più di ottomila quelli in attesa del primo giudizio e più di settemila quelli in attesa dei gradi successivi, prima di poter essere definitivamente discolpati o condannati, a Travaglio e simili evidentemente interessa poco, o niente.  E sarebbe persino auspicabile che questi numeri crescessero ancora con la sconfitta o il naufragio dei referendum così a lungo dimenticati dallo stesso Salvini, impegnatosi su altri fronti politici da un bel pò di settimane e mesi. 

Persino della comune appartenenza al centrodestra, comprensivo anche della ormai concorrente Giorgia Meloni, meglio piazzata di lui e di Silvio Berlusconi nella corsa a Palazzo Chigi quando finalmente saranno rinnovate le Camere elette nel 2018, Salvini si è ricordato solo ieri sera partecipando a Verona ad una manifestazione neppure del tutto unitaria. Nella città scaligera infatti i due hanno un comune candidato a sindaco, diverso da quello sostenuto da Berlusconi, che è l’ex sindaco leghista in un certo senso storico, a lungo più noto a livello nazionale  dello stesso Salvini: Flavio Tosi. 

Dalla prima pagina della Stampa

Le distrazioni, chiamiamole così, di questi ultimi giorni, ma anche le delusioni procurategli nel partito dalle riserve per la sua smania, nelle settimane scorse, di correre a Mosca per sostenere una pace in Ucraina praticamente più favorevole al Cremlino che a Kiev, con cui invece è schierato il governo di Mario Draghi a forte partecipazione leghista, hanno fatto perdere a Salvini l’occasione, non sfuggita invece in qualche senso a Lucia Annunziata sulla prima pagina della Stampa, di fare particolarissimi aiuti di compleanno a Putin. Che è tornato ieri a richiamarsi come modello a Pietro il Grande, del quale ricorrevano i ben 350 anni dalla nascita. 

Emma Bonino
Roberto Calderoli

Ora, scherzi a parte su un terreno peraltro così scivoloso come quello della guerra in Ucraina, dove non passa giorno senza che i russi non spargano altro sangue innocente in una terra che hanno invaso, non so neppure sino a che punto il ritrovato interesse di Salvini per i referendum di domenica sulla giustizia potrà rivelarsi utile ad un loro risultato positivo, che possa servire quanto meno di stimolo ad una successiva azione legislativa in sede parlamentare. Forse al punto in cui si era ormai spinto nel disinteresse, coerente con gli anni leghisti del cappio nell’aula di Montecitorio, cui appendere gli indagati per finanziamento illegale dei partiti della cosiddetta prima Repubblica, Salvini conveniva silente anche al compagno di partito Calderoli, oltre che ad Emma Bonino, l’icona radicale dichiaratamente polemica con lui. 

Quegli arresti più o meno puntuali con elezioni di ogni tipo, anche referendarie….

Titolo del Dubbio

Di dannatamene certi e sotto molti aspetti sfortunati, nella vicenda giudiziaria e politica del candidato forzista Pietro Polizzi al Consiglio Comunale di Palermo, ci sono i soli cinque giorni che ne hanno separato l’arresto per voto di scambio d’interesse mafioso dall’apertura delle urne amministrative e referendarie di domenica prossima. 

Di dannatamente certi e sotto molti aspetti sfortunati anch’essi ci sono i 19 giorni , non due, quattro o sei trascorsi tra l’intercettazione di Polizzi a colloquio col già famoso condannato di mafia Agostino Sansone, agli arresti domiciliari,  e della sua “spalla” Manlio Porretto,  e la cattura dei tre disposta dal giudice delle indagini preliminari. 

Del tutto incerti invece rimangono i giorni che saranno necessari per terminare le indagini, rinviare eventualmente a giudizio gli interessati e attendere la fine del processo. 

Gianfranco Miccichè con Silvio Berlusconi

Non dovrei scrivere nulla anche a causa della rapidità con la quale il capo di Forza Italia in Sicilia Gianfranco Miccichè, e presidente dell’assemblea regionale, garantista per la sua stessa militanza politica, ha scaricato il candidato, proveniente peraltro dall’Udc e  incensurato, preannunciando la costituzione del suo partito come parte civile in caso di processo. E tentando una cauta difesa solo di un’altra candidata, sempre al Consiglio Comunale, Adelaide Mazzarino, moglie di Eusebio D’Alì, vice presidente dell’azienda dei trasporti, anch’essa coinvolta nelle indagini come sospetta beneficiaria di sostegno mafioso. E che da parte sua, dichiarandosi “sconcertata, senza più voglia di proseguire”, ha annunciato di considerare “finita qui” la sua campagna elettorale, inconsapevole dell’attenzione guadagnatasi in certi ambienti. 

Non dovrei scrivere nulla, dicevo. E invece ne scrivo per tornare non so neppure io   ad esprimere più lo sconcerto sui tempi delle indagini e degli arresti o la solidarietà -come preferite- per la sfortuna dei magistrati i cui tempi di lavoro ancora una volta si trovano a coincidere casualmente -per carità- con i tempi della politica e, più in particolare, delle elezioni: stavolta persino dei referendum sui problemi della giustizia. Uno dei quali riguarda proprio la candidabilità o eleggibilità degli amministratori locali con la proposta abrogazione della cosiddetta legge Severino, dal nome della guardasigilli del governo tecnico di Mario Monti, più famosa in verità per l’applicazione retroattiva che nel 1983 fu fatta ai danni dell’allora senatore Silvio Berlusconi, decaduto da parlamentare con voto inusualmente palese dopo una condanna definitiva per frode fiscale poi contestata in sede europea. 

La coincidenza fra i tempi politici e quelli giudiziari ha fornito l’occasione o il pretesto, come preferite, alla capogruppo di 5 stelle ad una commissione parlamentare della Giustizia di motivare il no della sua parte politica al referendum sulla legge Severino nel confronto col vice presidente leghista del Senato Roberto Calderoli, in sciopero peraltro della fame, nello speciale televisivo di Enrico Mentana dell’8 giugno, il giorno proprio dell’arresto di Polizzi. 

Salvatore Cuffaro, Totò per gli amici

Date e numeri, più in generale, parlano da soli. E oltre ad intossicare ulteriormente le elezioni comunali di Palermo, e in prospettiva quelle regionali siciliane del prossimo autunno, per il sostanziale ritorno alla politica dell’ex governatore Totò Cuffaro, orgogliosamente propostosi la resurrezione della Dc ora che lui ha pagato tutti i suoi debiti  di mafia alla giustizia, dimostrano come tutto purtroppo congiuri in Italia perché i rapporti fra politica e giustizia rimangano opachi. Sembra una maledizione, oltre che una disgrazia. 

Pubblicato sul Dubbio

Lo scempio russo dell’Ucraina che continua contro ogni distrazione

Per quanti sforzi si compiano, con la complicità delle cronache politiche, economiche, giudiziarie e di nera, di distrarci da ciò che accade in Ucraina, cioè nel cuore dell’Europa, dove da più di 100 giorni si trascina una guerra di evidente aggressione e invasione, e vengono bombardate dai russi anche scuole e ospedali per la conquista di territori ridotti a cumuli di rovine e fosse comuni, è proprio questo scempio che continua a consumarsi. 

Papa Francesco

Ad ogni tentativo di interruzione, in qualsiasi sede compiuto, dalla Turchia al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite, ed anche in Vaticano, dove il Papa sta per incontrare una delegazione del governo di Kiev per parlare di una sua missione in quel Paese, visto che a Mosca è inutile che pensi di andare a disturbare praticamente le preghiere e le benedizioni del Patriarca Cirillo per gli invasori, dal Cremlino e dintorni si risponde ponendo come condizione preliminare la rinuncia alle sanzioni occidentali adottate contro la Russia. Che purtroppo, per i governanti di Mosca, non possono essere centrate dai missili contrassegnati con la Z di Putin come i depositi delle armi spedite dall’Occidente all’Ucraina per sostenerne la resistenza. Che per essere efficiente deve poter includere anche la possibilità di contrattaccare, perché diversamente sarebbe solo il prolungamento di un’agonia.

Macron e Draghi ieri all’Eliseo

Ebbene, di queste sanzioni proprio i governanti russi non stanno dicendo da più di tre mesi che sono inutili, o più dannose a chi le adotta che a chi le subisce? Se questa fosse la verità, imposta da Putin col silenzio anche alla governatrice della Banca centrale russa, che si era permessa all’inizio di dubitarne, perché impiegare tante energie diplomatiche per contrastarle? Perché non lasciare noi occidentali “imbecilli”, come ha appena gridato l’ex presidente russo Mevdved, impiccarci da soli e preparare così la nostra “scomparsa”, cioè la vittoria della Russia? C’ è qualcosa che chiaramente non torna né nei ragionamenti né nei conti della controparte, chiamiamola così. Come non tornano neppure i conti delle enormi quantità di grano ucraino bloccate dalla guerra, sottratte dai russi ai loro depositi, cioè rubate, mentre altri cercano di assicurarne lo sblocco e il trasporto a Paesi che rischiano la fame.Nè tornano, per fortuna dell’Occidente, i calcoli o le scommesse di Mosca sulle divisioni dell’Europa fra chi vorrebbe salvare quanto meno la faccia a Putin, come il presidente francese Emmanuel Macron, e chi neppure a quella tiene più di tanto, visto il modo liquidatori col quale si è visto trattare al telefono ogni volta che lo ha chiamato: il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi. Le foto dell’incontro e dell’abbraccio fra i due ieri a Parigi debbono avere prodotto a Mevdved chissà quale altra sfuriata. mitigata forse solo dalla scommessa sull’altro suicidio che l’Europa avrebbe deciso di mettere in cantiere programmando dal 2035 la produzione di auto non più a benzina o nafta. 

Dalla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno

Non parliamo poi, e infine, del suicidio tutto italiano delle presunte “liste di proscrizione” dei sostenitori diretti o indiretti di Putin che, in qualche modo predisposte dai soliti servizi segreti, sarebbero state affidate per la loro diffusione al Corriere della Sera. “I soggetti per cui si straparla di proscrizione -ha telegrafato lo scrittore Gianrico  Carofiglio, già magistrato e parlamentare del Pd, alla Gazzetta del Mezzogiorno- sono ogni sera nel talk show”, per cui “un pò di decenza linguistica non guasterebbe”. Davvero. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Tranquilli, noi “bastardi occidentali” sopravviveremo anche a Putin e Medvedev

Antonio Polito sul Corriere della Sera
Titolo del manifesto

Temo per quell’energumeno di Dmitry Medvedev, il numero 2 di Putin forse aspirante alla successione, naturale o forzata che possa rivelarsi, che noi occidentali gli sopravviveremo, per quanto “bastardi”, “imbranati” e “degenerati”, come ci ha appena definiti in sintonia con quello che dice, addirittura pregando, il Patriarca di Mosca Kirilii sino a far bestemmiare Papa Francesco a Roma. Gli sopravviveremo come, bene o male, ad altri inquilini del Cremlino e a quei fanatici che non a torto Antonio Polito ha ricordato oggi sul Corriere della Sera commentando proprio l’odio di Mevdev: quel “gruppo di ragazzi arabi” che 21 anni fa “si imbarcò su quattro aerei di linea negli Stati Uniti, convinti di poterci distruggere perché abbiamo paura della morte, mentre loro, gli attentatori delle Torri gemelle, la desideravano fino al martirio”. 

Titolo di Repubblica su Medvedev
Titolo del Foglio

E pensare che 21 anni fa, appunto, proprio vedendo in televisione quelle due torri di New York che bruciavano come fiammiferi nella famosa rappresentazione scritta all’istante da una testimone eccezionale come Oriana Fallaci, avevo quasi rimpianto la Mosca sovietica. Dove- pensai- nessuno avrebbe mai permesso che dal Medio Oriente e dintorni potesse partire un ordine bestiale come fu quello di Osama Bin Laden. Non ci crederete, ma lo stesso pensiero mi è venuto leggendo l’esplosione d’odio, o d’ambizione a succedere a Putin, di quel Mevdev scambiato non più tardi di venerdì scorso in  Italia per “un uomo di pace” da Matteo Salvini, come gli ha rinfacciato  oggi Il Foglio in prima pagina. 

Questi post-sovietici sono decisamente peggiori dei loro fratelli maggiori, padri o nonni. Il Cremlino è forse diventato davvero quel “palazzo di merda” gridato in diretta televisiva domenica sera da Alessandro Sallusti ritirandosi dalla trasmissione de la 7 organizzata attorno ad una trasferta di fine stagione di Massimo Giletti a Mosca. Che voleva essere un surrogato di quella tentata da Salvini in versione pacifista d’intesa con l’ambasciatore russo a Roma e naufragata per le proteste anche dei suoi amici di partito, pazienti con lui non sino al suicidio politico. 

La presidente della Georgia ieri al Quirinale con Mattarella

Nonostante la scadenza politica più attuale delle elezioni amministrative e dei referendum di domenica prossima sulla giustizia, sono curioso -credo come tanti altri- di vedere come Salvini e il ritrovato socio gialloverde Giuseppe Conte, di cui il “capitano” leghista tra il 2018 e il 2019 fu vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, avranno la forza e il coraggio di tirare davvero  un’imboscata parlamentare il 21 giugno a Mario Draghi e al governo sulla guerra in Ucraina, contro altri aiuti militari al Paese aggredito e invaso dalla Russia della coppia Putin-Medvedev: un’aggressione che Mattarella e Draghi sono tornati a denunciare ieri ricevendo, tra Quirinale e Palazzo Chigi, la presidente della Georgia Salomè  Zourabilichvili.  

Ripreso da http://www.policymakermag.it 

Il cartellino giallo del governo italiano all’ambasciatore russo a Roma, e amici

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio

Non transfigurato in una magica e galeotta  aureola rossa, ma semplicemente ripreso dai fotografi davanti a un divieto di sosta all’uscita dagli uffici giudiziari di Roma, dove era andato a denunciare nelle prime battute della guerra del suo Paese all’Ucraina le presunte falsità e manovre della stampa italiana contro la Russia, l’ambasciatore di Mosca Sergey Razov avrebbe forse dovuto essere già allora convocato alla Farnesina dal segretario generale. Come invece è avvenuto solo ieri, su incarico del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per essere praticamente richiamato all’ordine. O, come preferite in termini calcistici, per essere ammonito col cartellino giallo, trasformabile nel rosso espulsivo al successivo fallo. 

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Che l’aria sia ormai questa, tra Farnesina e Palazzo Chigi, lo si capisce dalla succinta cronaca in prima pagina sul Corriere della Sera a firma di Francesco Battistini, Fabrizio Caccia e Marco Galluzzo. Secondo i quali Razov, per quanto ancora combattivo, polemico e quant’altro, è stato invitato bruscamente a “smettere di accusare l’Italia con i toni di un politico, altrimenti è a rischio la sua permanenza nel nostro Paese”. 

Del resto, l’ambasciatore russo ha già ricevuto, col suo collega bielorusso, il primo segnale di gradimento in pericolo direttamente dal Quirinale, dove i rappresentanti diplomatici si accreditano. Razov non è stato invitato al concerto della recente festa della Repubblica. Lui ha praticamente protestato facendo sapere del messaggio augurale mandato per l’occasione da Putin a Sergio Mattarella e rimasto diseducatamente senza risposta. Che in simili circostanze però non è per niente dovuta, comunque non rientra nelle consuetudini, hanno reagito al Quirinale. Dove la Russia viene insistentemente indicata dal capo dello Stato, ogni volta che ne ha l’occasione, come il Paese aggressore della libera Ucraina, colpevole solo di esserle confinante: roba “ottocentesca”, secondo Mattarella. 

Giuseppe Saragat e Amintore Fanfani

Il guaio è, paradossalmente, che rispetto ai tempi tanto tesi e difficili dell’Unione Sovietica, i tempi che chiamavamo della guerra fredda, gli ambasciatori russi hanno cambiato in peggio le loro abitudini di lavoro a Roma. Allora si facevano vedere e sentire di rado in pubblico. Interloquivano con il ministro degli Esteri di turno e non col capo della Procura della Repubblica di Roma. E il massimo che si concedevano, in materia di riservatezza o fuori ordinanza, era accettare un invito a pranzo del direttore generale della Rai, il compianto Ettore Bernabei, per ricevere la richiesta di qualche cameratesco consiglio al Pci di essere riguardoso, diciamo così, verso la candidatura di turno di Amintore Fanfani al Quirinale. Cui si viene eletti dal Parlamento a maggioranze sempre qualificate, cioè col concorso dell’opposizione. Dove i comunisti sono stati a lungo nella cosiddetta prima Repubblica, risultando spesso decisivi per l’elezione del capo dello Stato. Fu il caso, per esempio, di Giuseppe Saragat nel 1964. E avrebbe potuto essere sette anni dopo anche il caso di Fanfani, se solo il Pci avesse voluto. Ma non volle, per quanti sforzi avesse forse fatto l’allora ambasciatore sovietico a Roma per convincere i compagni italiani a non scambiare Fanfani, come fecero, per una bassa copia italiana del generale e presidente francese Charles De Gaulle.

Giuseppe Conte
Matteo Salvini

Il cartellino giallo rimediato da Razov, sia pure in ritardo da quando è cominciata questa maldetta guerra russa all’Ucraina, non vale comunque solo per lui. E’ un pò la risposta di Di Maio, e di Draghi, ai politici italiani particolarmente sensibili, diciamo così, agli interessi rappresentati dall’ambasciatore. Si va da Matteo Salvini a Giuseppe Conte, che nella maggioranza di governo si stanno allenando a loro modo al voto del 21 giugno in Parlamento contro altri aiuti militari all’Ucraina.

Ripreso da http://www.policymakermag.it  

Quel gol ignorato di Giletti nella porta della portavoce del ministro degli Esteri russo

Titolo del Dubbio

Un pò prevenuto -lo confesso- per via dell’abituale simpatia che mostra a Matteo Salvini ogni volta che lo ospita alla sua trasmissione sulla 7, per cui ho subito pensato che ne avesse voluto in qualche modo raccogliere la staffetta andando a Mosca al posto suo, debbo chiedere il massimo della solidarietà -come il suo nome- a Giletti per l’avventura capitatagli  domenica sera nella trasferta televisiva nella capitale russa. Dove peraltro è anche svenuto, o quasi, in diretta per il troppo freddo preso ad ammirare e fare ammirare al suo pubblico le suggestive torri del Cremlino di mano anche italiana. Che Alessandro Sallusti dalla sua postazione italiana è stato forse un pò troppo sbrigativo a liquidare come “merda”- scusate il termine- per le brutte abitudini di chi le ha troppo a lungo frequentate.

Pur con tutti i limiti di una missione impossibile come quella di convincere alla pace chi non ne ha voglia, e ogni giorno fa qualcosa in più per allontanarla, e nonostante anche le difficoltà tecniche del suo collegamento videotelefonico, con la portavoce del ministro degli Esteri russo, Maria Zakharova, il bravo Giletti è riuscito -non credo a sua insaputa, come qualcuno potrebbe poco amichevolmente osservare- a infilare un bel gol nella rete della signora. Che con lui peraltro era stata e ancor più poi è diventata scortese: sino a dargli del “bambino” e del “marziano” per insistere a parlare di pace in Ucraina, che si sarebbe meritato tutto quello che ha perduto, ed altro ancora si guadagnerà,  di sangue e distruzioni, se non si toglierà dalla “dipendenza” degli odiati americani e, più in generale, occidentali. 

Il titolo della Stampa sulla trasferta di Giletti a Mosca

Il gol di Giletti, fra un’ammissione e l’altra -poveretto- di tutte le colpe possibili e immaginabili dell’Occidente, a scorrere indietro negli anni sin forse alla creazione dello stesso mondo, è consistito nel rinfaccio alla sventurata di manzoniana memoria della dichiarazione con la quale, sempre in veste di portavoce del ministro degli Esteri russo, escluse pubblicamente l’intervento militare che stava invece per cominciare contro l’Ucraina, quasi ad horas. Portavoce o portamenzogna? O semplicemente disinformata, come forse il suo stesso ministro nei rapporti con Putin e con i colleghi di governo? Vallo a sapere. 

Certo, per i putiniani non sono tempi facili, per quanto benedetti da un Patriarca declassato da Papa Francesco a “chierichetto” del Cremlino. Più comoda è la loro vita forse solo in Italia, per quanto si sentano perseguitati con “liste di proscrizione” rimproverate addirittura al Corriere della Sera da una confluenza di testate a dir poco sorprendente: dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio alla Verità di Maurizio Belpietro e persino al Giornale della famiglia Berlusconi. 

Pubblicato sul Dubbio

Grande è la confusione sotto il cielo, anche senza Mao sulla terra da un bel pò

Gratta gratta, il compianto Mao si prende sempre la rivincita con quella sua soddisfazione per “la grande confusione sotto il cielo”. Che non solo Putin con la guerra d’invasione all’Ucraina e i suoi sostenitori, anche in Italia, ma pure i suoi avversari o critici, almeno a parole, riescono a produrre, peraltro in un intreccio parossistico fra politica e informazione.

L’editoriale del Mattino

E’ francamente impossibile non riconoscersi almeno nel titolo dell’editoriale di Mauro Calise sul Mattino di oggi contro “il respiro corto dei partiti litigiosi”, a cominciare da quelli della maggioranza di governo che rischia di naufragare il 21 giugno in Parlamento sul problema degli aiuti militari all’Ucraina. L’atlantista presidente del Consiglio Mario Draghi, sempre convinto col capo dello Stato che Putin debba ritirare con le buone o le cattive le sue truppe dalle terre occupate, sopporta comprensibilmente sempre meno il suo sostanziale stato d’assedio a Palazzo Chigi. 

Matteo Renzi al Corriere della Sera

Pertanto, pur non volendo l’interessato scendere in politica, si starebbe raccogliendo attorno a Draghi “un’area” cui occorrerebbe prima o dopo, possibilmente prima delle elezioni politiche dell’anno  prossimo, “dare un tetto”. Alla cui costruzione Matteo Renzi si è mostrato disponibile in una intervista al Correre della Sera, pur sapendola affollata di troppi galli, diciamo così, perché possano stare insieme aspirando tutti al comando in prima o in seconda. 

Se i partiti tuttavia sono quelli che sono, e stanno come stanno, i giornali che dovrebbero riferirne le imprese per informare i lettori, e invece partecipano intensamente anch’essi alla lotta politica, non stanno meglio.

Titolo del Messaggero

Non so, francamente, se Putin abbia aumentato gli attacchi all’Ucraina nelle ultime ore “per tornare a trattare”, come ha interpretato in un titolo Il Messaggero. Ma so che ogni qualvolta parli qualcuno al Cremlino e dintorni si sentono solo minacce e derisioni di chi chiede la pace, come  è capitato ieri a Mosca, sino a svenirne, a Massino Giletti, il conduttore della quasi Arena de la 7. Che  è volato nella capitale russa per riproporre ai telespettatori le indagini suggestive del Cremlino illuminato a giorno di notte, ricordarne l’impronta artistica anche italiana e soprattutto intervistare non il ministro degli Esteri ma la sua portavoce. Che, reduce da una missione del suo capo in Medio Oriente, non l’ha neppure raggiunto nella postazione televisiva ma ha accettato di collegarsi  con lui da casa.

Per quanti sforzi facesse Giletti per riempire di carinerie l’interlocutrice e battersi il petto per gli errori compiuti dall’Occidente nel mondo, la portavoce del ministro degli esteri russo lo ha trattato -a sentirlo parlare di trattative e di pace- come un bambino, sino a chiamarlo proprio così, per giunta immaginandolo sbarcato da Marte. Eppure “il bambino” era riuscito a inchiodarla ad una dichiarazione con la quale la signora aveva escluso l’invasione russa dell’Ucraina pochissimi giorni prima che cominciasse.

Titolo della Verità
Titolo del Giornale

A questo spettacolo non ha retto dall’Italia, in collegamento videotelefonico pure lui, il direttore di Libero Alessandro Sallusti definendo “di merda” il Cremlino e i suoi inquilini di turno, abbandonando la trasmissione e rinunciando al “compenso pattuito”. Ma di tutto questo Sallusti si è dimenticato, diciamo così, di mettere una sola parola, un solo rigo sulla prima pagina del suo quotidiano. Invece il politicamente omologo Giornale della faniglia Berlusconi, già diretto a lungo dallo stesso Sallusti,  è uscito oggi come La Verità di Maurizio Belpietro, anche lui ex direttore del Giornale, contro la “ lista di proscrizione” dei “putiniani d’Italia” attribuita al Corriere della Sera. 

Titolo del Fatto Quotidiano

La pagina interessata del Corriere, quasi come corpo del reato, è stata riprodotta naturalmente dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. In compagnia del quale immagino con quanta poca soddisfazione potrebbero ritrovarsi i lettori degli altri due giornali di cosiddetta area di centrodestra schieratisi a favore dei sostenitori di Putin. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Dal Fatto Quotidiano

La carriera un pò declinante di Putin in questa sciagurata guerra all’Ucraina

Uno schiaccianoci di Cajkovskij
Titolo del manifesto

Putin è stato promosso o degradato, come preferite, a “sfollagente” nella redazione del manifesto, dove non sono mai stati  tanto affascinati dal Cremlino, neppure ai tempi del Pci, da dove anzi furono espulsi nel 1969 proprio per le libertà che si prendevano nei riguardi di Mosca. In effetti, i 14 milioni di ucraini che, secondo stime delle Nazioni Unite, hanno dovuto abbandonare le loro case perché distrutte o in via di distruzione nella guerra di aggressione in corso da più di cento giorni potrebbero bastare e avanzare per fare di Putin uno sfollagente in forma, anzi il capo di tutti gli sfollagenti, compresi quelli naturali ai quali il mondo è più abituato, come i terremoti e derivati. Ma Putin ha altre ambizioni. Esclusa per ragioni di età e forse anche di salute, viste le  diagnosi pressoché infauste che si procura ad ogni visita cui si presta a distanza con le sue apparizioni in tv, una conversione improvvisa alla musica con danza, fosse pure quella di Cajkovskij, l’uomo si è incoronato “schiaccianoci” fuori stagione. Sono di solito natalizi quegli schiaccianoci, appunto, di legno che usano regalare anche in Russia. 

Titolo del Corriere della Sera

Le noci che Putin si è proposto di schiacciare in questi tempi di guerra da lui voluti sono le “nuove armi” che il presidente Joe Biden, dopo qualche esitazione fra razzi di corto, medio e lungo raggio ed altre diavolerie del genere, ha deciso di mandare agli ucraini, che quasi già assaporandole hanno cominciato una controffensiva nel Donbass, pur sembrato ormai completamente acquisito dalle truppe russe. Di nuove armi italiane invece Putin non ha parlato: quelle evidentemente non le teme anche perché chi gli sta intorno lo ha informato del “rischio” avvertito persino da un amico di Mario Draghi come il capo della delegazione legista al governo, Giancarlo Giorgetti, che dalle Camere il 21 giugno quel mezzo  e presunto guerrafondaio del presidente del Consiglio venga sconfessato dalla coppia costituita da Giuseppe Conte e Matteo Salvini, in ordine sia alfabetico sia di consistenza parlamentare, per quanto non più elettorale, ormai. 

Titolo del Fatto Quotidiano

Non è detto tuttavia che la coppia non scoppi un’altra volta, come nell’estate del 2019, perché sia Salvini sia Conte hanno un pò di problemi in casa, fra  i leghisti e i grillini, che potrebbero esplodere coi risultati delle elezioni amministrative di domenica prossima, 12 giugno. Pensate un pò che Conte, il presidente del MoVimento 5 Stelle, per cercare di uscire indenne da questo turno di elezioni amministrative, come ha spiegato e titolato il giornale che ha più simpatie per lui, naturalmente Il Fatto Quotidiano, ha presentato “poche liste” e “zero sindaci” candidati, preferendo “più alleanze” col Pd di Enrico Letta. Dal quale tuttavia l’ex presidente del Consiglio dissente su nuovi aiuti militari all’Ucraina, per cui   i due potrebbero rompere il 21 giugno, prima ancora del secondo turno, cioè dei ballottaggi, di queste elezioni amministrative, come molti forse nel Pd sotto sotto sperano, a cominciare addirittura dal segretario. 

Titolo della Stampa

Ad Enrico Letta, ma soprattutto a Mario Draghi, il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato è tornato a dare una mano ribadendo che “armare Kiev rispetta la Costituzione”, diversamente da quanto sostengono i pacifisti. E se lo dice lui, col ruolo che ha, un pò di credito glielo si può anche dare, come del resto al capo dello Stato. Che non immagina certamente un’Ucraina disarmata e abbandonata quando parla, com’è tornato a fare prima del concerto della festa della Repubblica, del necessario ritiro delle forze russe dai territori occupati del paese confinante. 

Un pò di tragiche amenità dopo 101 giorni di guerra in Ucraina

Se non fossimo ormai a più di 100 giorni di guerra in Ucraina, con i loro morti, i loro feriti, i loro profughi, le loro distruzioni, i loro scempi, e giusto per rimanere nella cornice del lungo ponte festivo della nostra Repubblica, si potrebbe anche ridere con Emilio Giannelli. Che sulla prima pagina del Corriere della Sera ha fatto impartire dal  ricchissimo Patriarca di Mosca, Kirilj, la benedizione “Urbi et Orban” dopo che il premier ungherese, appunto, lo ha salvato dalle sanzioni europee contro gli aggressori russi. Che quella specie di Papa rosso benedice e incoraggia da “chierichetto di Putin”, come lo ha definito a Roma il Papa bianco fuori dalla grazia di Dio.

La vignetta del Secolo XIX

Si potrebbe ridere anche con Stefano Rolli, che sul Secolo XIX ha immaginato Matteo Salvini finalmente a Mosca che cerca di contattare Putin al Cremlino e viene definito dal generale di turno “il solito italiano con la mania dei citofoni”, pensando evidentemente anche lui a quella famosa campagna elettorale perduta dal leader leghista a Bologna.

Titolo del Fatto Quotidiano

Se fosse solo quella dei citofoni la mania di Salvini…, peraltro ingenerosamente trattato  da quelli del Fatto Quotidiano. Che anziché ringraziarlo per l’aiuto che cerca di dare al suo ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’offensiva sostanzialmente filoputiniana di almeno metà del movimento grillino in vista del passaggio parlamentare del 21 giugno proprio sulla guerra in Ucraina, ha accusato in prima pagina Salvini di volersi “vendicare” da “zoppo” contro il presidente del Consiglio. 

Putin col generale Dvornikov, rimosso dal comando delle operazioni in Ucraina

Ormai hanno perso tutti la bussola e zoppicano in questa disgraziatissima guerra, a cominciare naturalmente dal Cremlino. Dove chissà se riusciremo mai a scoprire o comunque a sapere se Putin, bene o male o malissimo che sia in salute, ha appena rimosso dal comando delle operazioni militari in Ucraina il generale Dvernikov, noto come “il macellaio della Siria”, per avere fatto troppo o troppo poco il suo mestiere, comunque male. 

Blog su WordPress.com.

Su ↑