Quell’unico ma importante sì di Violante ai referendum sulla giustizia

Titolo del Dubbio

Ogni volta che leggo o sento Luciano Violante alle prese con la giustizia, dei cui temi era responsabile nel Pci della deriva un pò giustizialista, tanto da essere chiamato con approssimazione “il capo del partito dei pubblici ministeri”, e Francesco Cossiga lo bollava dal Quirinale come “un piccolo Visinskij”, il procuratore generale dell’Unione Sovietica degli anni delle “purghe” di Giuseppe Stalin; ogni volta, dicevo, che lo leggo o lo sento ricordando i tempi passati non mi sento di rinfacciare all’ex presidente della Camera le vecchie posizioni, vere o presunte che fossero nella esasperazione delle polemiche politiche. Mi sento piuttosto di apprezzare la capacità avuta di aggiornare le sue valutazioni dopo essere stato, a mio avviso, troppo ottimista nel giudicare tanti magistrati che si sarebbero poi rivelati anche ai suoi occhi non proprio all’altezza dei loro compiti.  

Gli uomini e le cose si scoprono sul campo. E le delusioni sono tanto più cocenti quanto più si sono rivelate grandi, e gravi i loro effetti. Memorabile per efficacia caustica delle sue parole rimane l’auspicio espresso da Violante, dopo i troppi e troppo evidenti eccessi della falsa epopea di “Mani pulite”, quando i giornali uscivano tutti allo stesso modo sulle indagini di Milano e altrove contro il finanziamento illegale dei partiti e la corruzione che spesso poteva accompagnarla, “almeno di una separazione delle carriere fra giornalisti e magistrati”, cacciatori e dispensatori delle notizie giudiziarie. Ben detto, onorevole Violante, perché anche noi giornalisti abbiamo commesso errori, e continuiamo a commetterne, prestandoci alle rappresentazioni quanto meno parziali, se non addirittura false, di fatti e inchieste nella prospettiva dei processi non in tribunale ma nelle piazze. Dove già Aldo Moro nel 1977, prima di essere ucciso, “processato” dai terroristi in una “prigione del popolo”, avvertì il rischio che finisse la politica.

Non dimentico di Violante neppure il fastidio, direi lodevole, col quale reagì ai metodi di indagine, da lui stesso sperimentati, a Palermo sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi, quando anche l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovette intervenire a gamba più o meno tesa contro inquirenti troppo invasivi, diciamo così. E, a proposito di Quirinale, trovai disdicevole che da alcune parti si cercasse già allora di attribuire le distanze che via via Violante aveva preso da certi inquirenti ma anche giudici sospettandolo di coltivare  ambizioni quirinalizie, appunto, puntando sull’appoggio di parti politiche opposte a quelle di sua provenienza.

Questa lunga premessa mi permette di apprezzare l’annuncio di Violante appena raccolto dal Dubbio del suo voto favorevole al referendum del 12 giugno abrogativo della cosiddetta e famosa legge Severino, più nota per l’abuso che se ne fece nel 2013, fra i dubbi con onestà espressi dallo stesso Violante, per espellere dal Senato Silvio Berlusconi, a scrutinio palese e con applicazione retroattiva: l’uno e l’altra voluta o condivisa personalmente dal presidente dell’assemblea che era stato un fior di magistrato come Pietro Grasso. Ma più ancora di quello scempio, altri ne ha permessi quella legge decapitando amministrazioni locali senza una condanna definitiva, alla faccia di elettori e quant’altri.  Di quella legge nessuno ha poi sentito, e sente ancora il bisogno di scusarsi, pur portando il nome peraltro di una giurista, oltre che di un avvocato e guardasigilli del governo addirittura tecnico, non politico, di Mario Monti. Giustamente Violante ha ricordato che “certe responsabilità spettano ai partiti” e  “non possiamo affidare alla magistratura compiti che non le competono”. E’ un pò quello che ai tempi di Mani pulite alcuni dicevano degli abusi della carcerazione preventiva, causati pure dalla leggerezza con la quale i politici avevano consentito il ricorso alle manette in corso d’indagini. 

Matteo Salvini quando si occupava dei referendum sulla giustizia

Non ho invece condiviso il timore espresso da Violante sulla natura un pò punitiva verso i magistrati attribuibile agli altri referendum sulla giustizia ormai alle porte. Per i magistrati non è mai il tempo opportuno per intervenire su di loro senza diventare vittime della politica pur alla ricerca dello spazio perduto. Ma va detto con onestà e franchezza che non meno di questa impressione condivisa da Violante gioca contro i referendum la distrazione che si è presa -giocando con la politica estera e con la guerra in Ucraina- il leader leghista che li promosse con i radicali, in un accoppiamento politico che proprio per la sua novità clamorosa, ricordando il cappio leghista alla Camera nel 1993, avrebbe dovuto richiedere un maggiore impegno di Matteo Salvini. E ciò senza nulla togliere, per carità, alla generosità del digiuno di protesta di Roberto Calderoli, dimostratosi più convinto della causa.  

Pubblicato sul Dubbio

La festa della Repubblica, ma forse ancor più quella del suo ponte…

Titololo di Repubblica
Il traffico autostradale del ponte

  Per molti, se non per la maggior parte di noi italiani, diciamoci la verità, come dimostrano le immagini del traffico, quella non solo di ieri ma anche di questi giorni a venire, sino a domenica, non è tanto la festa della Repubblica nel 76.mo anniversario del referendum istitutivo, ma la festa del Ponte, con la maiuscola. E non voglio farne motivo di scandalo, per carità, anche se mi rimangono sul gozzo i titoli che molti giornali hanno preferito dedicare -giustamente- ai 100 giorni trascorsi dall’inizio della guerra di invasione e aggressione di Putin all’Ucraina. Dove si sta consumando una tragedia immane nella indifferenza – temo- di troppa gente oltre i confini di quel paese che abbiamo imparato a conoscere ed anche apprezzare in Italia per i tanti che vi erano arrivati già prima per accudire spesso ai nostri familiari anziani o ammalati. E ai cui cari rimasti in Patria abbiamo aperto le porte sapendoli ora in fuga e senza casa, ridotta spesso in macerie da una guerra insensata come tutte, ma questa forse più del solito.  

Mattarella nei giardini del Quirinale
Le frecce tricolori sull’altare della Patrua

A proposito dei giornali, se ne avessi avuto uno a disposizione, avrei scelto questa volta per la prima pagina non la solita foto delle frecce tricolori svettanti sui fori imperiali e sulle truppe che vi sfilano davanti al Presidente della Repubblica e altre autorità, né le immagini di queste ultime, anche per risparmiarvi la presidente del Senato, seconda carica dello Stato, che mastica la gomma americana. No, avrei scelto qualcuna di quelle foto  scattate nel pomeriggio di ieri nei giardini del Quirinale, dove il presidente Sergio Mattarella ha voluto incontrare tanti giovani e disabili, familiarizzando con loro in un misto commovente di umanità e senso dello Stato insieme: lo Stato di tutti, e non di chi sta meglio. 

E’ veramente eccezionale -lasciatemolo scrivere- questo presidente al secondo e tanto non voluto mandato. La cui ritrosia alla rielezione, pur sollecitata alla vigilia della scadenza del primo settennato nelle piazze, nei teatri, nelle scuole, ovunque lui si recasse proprio per accomiatarsi, ci è costato politicamente qualcosa. Cui per fortuna supplisce la conferma comunque accettata alla fine dell’ennesima corsa al Quirinale, spero in modo completo, perché temo che una parte del danno possa rimanere, e per giunta aggravarsi. 

Ancora Mattarella nei giardini del Quirinale

Questo danno -scusate la franchezza, magari non condivisa da qualcuno o da parecchi di voi- sta nella debolezza derivata ad un presidente del Consiglio del prestigio internazionale come Mario Draghi dal fatto di essersi mostrato disponibile a succedere a Mattarella quando il presidente uscente appariva davvero inamovibile nella sua decisione di diventare solo e sempre senatore: a vita, come prescrive la Costituzione per il Capo dello Stato che esaurisce il suo compito. Da allora, purtroppo, il lavoro di Draghi, in Parlamento e fuori, fra i partiti che compongono la sua volutamente anomala maggioranza, proposta al Parlamento proprio da Mattarella più di un anno fa nella impossibilità di sciogliere in quel momento i nodi della crisi del secondo governo di Giuseppe Conte col riscorso anticipato alle urne; da allora, dicevo, il lavoro di Draghi si è politicamente complicato. Nè poteva in fondo accadere diversamente pensando che a poco più di un anno dall’esaurimento ordinario e improcrastinabile della legislatura, a meno che Putin non decida di spingersi con le sue truppe fino in Italia, i partiti -proprio tutti, anche quelli che lo negano- si sentono e si movono in campagna elettorale, spinti più dalla propaganda che dalla responsabilità. Di cui si sente la mancanza quanto più alta è per le forze politiche in campo la posta in gioco, ciò che rischiano cioè di perdere o di non conquistare. 

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Musica dal Quirinale contro la feroce guerra di Putin all’Ucraina

Titolo di Repubblica

Probabilmente confortato dal ripensamento del presidente americano Joe Biden, che ha sbloccato una partita di missili di maggiore precisione da inviare a Zelensky, in cambio di quelli a lungo raggio negatigli il giorno prima per non farli lanciare troppo lontano contro la Russia, Sergio Mattarella ha colto al Quirinale l’occasione del concerto della festa della Repubblica perché la musica ostile arrivasse bene alle orecchie direttamente di Putin. Il cui ambasciatore non è stato neppure inviato al Quirinale, come il suo omologo e complice bielorusso.

Titolo del Fatto Quotidiano
Mario Draghi sul Colle

La guerra condotta dal Cremlino contro l’Ucraina  dovrà concludersi -ha detto Mattarella- col ritiro delle truppe russe dai territori occupati dopo essere stati praticamente distrutti dagli invasori. Musica gradita naturalmente alle orecchie di Mario Draghi, presente al concerto dopo il Consiglio Europeo straordinario di fine maggio, ma non a quelle del Fatto Quotidiano, che vi ha dedicato un titolo dal tono scandalizzato.

Titolo del Giornale
Travaglio sul Fatto Quotidiano

Marco Travaglio ha preferito consolarsi a suo modo, nell’editoriale di giornata, con il pur odiatissimo Matteo Salvini. Che rimane un “cazzaro verde”, con un insulto autorizzato in sede giudiziaria, ma “meno di chi finge di cadere dal pero” apprendendone i rapporti che da marzo il leader leghista si vanta di avere con l’ambasciatore di Putin a Roma, non sfociato per un pelo in una visita a Mosca per le reazioni negative anche all’interno del suo partito. Salvini a questo punto è diventato particolarmente ingombrante per Silvio Berlusconi, che intrattiene con lui rapporti privilegiati all’interno del centrodestra, contro l’atlantista tutta di un pezzo che si è rivelata Giorgia Meloni, ma deve pur mitigare la vecchia amicizia col capo del Cremlino. “La Russia ha già perso”, ha dovuto scrivere il Cavaliere in un messaggio inviato al vertice dei popolari europei a Rotterdam, dove all’ultimo momento egli ha evitato di recarsi, anche se “l’Occidente è isolato”, secondo la sintesi fatta in prima pagina, con tanto di virgolette, dal Giornale di famiglia. Isolato ma evidentemente vincente, questo misterioso Occidente, se Putin appunto “ha già perso”. Temo, per lui, che al Cavaliere siano riuscite meglio le feste sportive del calcio con lo scudetto del suo “emerito” Milan e l’arrivo in serie A del Monza  davvero suo. 

Roberto Calderoli
La vignetta del Secolo XIX

Fra gli inconvenienti politici del Salvini praticamente filoputinista, in sofferenza per la concorrenza che gli fa in Europa l’ungherese Orban secondo la felice vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX, c’è la sua sostanziale distrazione dai referendum sulla giustizia del 12 giugno promossi con i radicali, già boicottati dalla unica e festiva giornata messa a disposizione delle urne dal governo. Ha deciso di supplire al sostanziale disimpegno di Salvini il collega di partito e vice presidente del Senato Roberto Calderoli, ricorso in questa coda della campagna referendaria anche ad un generoso sciopero della fame per protesta evidentemente anche contro lo stesso Salvini. Mamma mia, che confusione sul Carroccio, come del resto anche nel Pd, dove la posizione ufficiale è contraria ai referendum, e quindi favorevole all’ostilità dei magistrati, ma non passa giorno senza che aumentino gli annunci favorevoli di singoli esponenti del partito di Enrico Letta, messosi dal canto suo al sicuro riconoscendo la inevitabile libertà di coscienza. La corsa referendaria rimane comunque tutta in salita

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Draghi soddisfatto del recupero nelle ultime battute del Consiglio Europeo

Se Silvio Berlusconi è arrivato felice a Rotterdam per il primo summit del Partito Popolare Europeo dopo l’epoca di Angela Merkel, in vista del congresso di novembre nella stessa città, Mario Draghi ha lasciato altrettanto felice Bruxelles dopo il Consiglio Straordinario Europeo che aveva faticato ad aprirsi con prospettive d’intesa nella difficile congiuntura della guerra in Ucraina.

Berlusconi già su di corda per i successi delle sue squadre di calcio -il Milan rimastogli nel cuore, per quanto non ne sia più proprietario, e il Monza promosso in serie A- è approdato nella famosa città olandese sollevato dai dubbi sparsisi in Italia, ma diffusisi rapidamente anche all’estero, di un suo riavvicinamento al vecchio amico Putin per avere formulato critiche ai troppi o troppo esibiti aiuti occidentali all’Ucraina aggredita dalla Russia.

      Il fatto che anche il presidente americano Joe Biden in persona abbia in qualche modo frenato su questi aiuti, negando a Kiev i razzi in grado di colpire il territorio russo, e necessari alla controffensiva desiderata dal presidente ucraino Zelensky, ha tolto Berlusconi dall’imbarazzo o dalla paura di sentirsi rimproverare anche a Rotterdam, come ha fatto in Italia la ministra forzista Mariastella Gelmini, di scostarsi dalla tradizionale linea atlantista dei popolari continentali. 

Draghi, dal canto suo, è riuscito al Consiglio Europeo a far varare, bene o male, un altro pacchetto di sanzioni contro la Russia e  a far mettere nel cantiere della Commissione di Bruxelles il limite al prezzo del gas da lui sollecitato da tempo. 

Sugli aiuti militari a Kiev il presidente del Consiglio italiano non ha mostrato di temere indebolimenti della posizione dell’Ucraina, da lui fortemente sostenuta, per effetto dei limiti posti all’improvviso da Biden. Egli, evidentemente al corrente di notizie più complete rispetto a quelle di chi lo ha immaginato in difficoltà, continua a ritenere che Putin non debba e non possa vincere – o non possa vincerla come sperava- la partita da  “macelleria” aperta contro il paese confinante: macelleria come l’ha vista e denunciata anche Biden. “La linea del G7 e dell’Unione Europea non cambia”, ha detto Draghi parlando proprio degli aiuti militari all’Ucraina e mandando così un messaggio in Italia anche al suo predecessore Giuseppe Conte. Che ritiene  invece di poterlo mettere in difficoltà proprio su questo in Parlamento nel voto che precederà la sessione del Consiglio Europeo del 23 giugno. 

Prima di quella data, peraltro, Conte potrà avere nuovi e ancora più scomodi problemi nel MoVimento 5 Stelle per i risultati, che non si prevedono esaltanti, del primo turno delle elezioni amministrative, il 12 giugno. 

Matteo Salvini

Non si trova in migliori condizioni l’altro partito maggiormente sofferente, o insofferente, come preferite, della maggioranza che è la Lega. Al cui leader Matteo Salvini – pronto qualche giorno fa a partire per un viaggio a Mosca preparato con un consigliere sul quale il Comitato parlamentare di sicurezza ha chiesto notizie e chiarimenti al capo dei servizi segreti- Draghi ha sollecitato “trasparenza” nelle sue iniziative internazionali. Che non possono evidentemente contrastare con quelle del governo, come del resto avevano ammonito esponenti della stessa Lega, a cominciare dal capo della delegazione ministeriale Giancarlo Giorgetti. 

Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco

Neppure sul fronte delicato dell’economia, cui egli tiene per la sue vecchie ed apprezzate competenze, il presidente del Consiglio si mostra  allarmato. Nonostante le preoccupazioni appena espresse dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco sul livello dell’inflazione, che potrebbe generare la solita rincorsa con i salari già sperimentata rovinosamente dall’Italia negli anni passati, Draghi ha potuto consolarsi col pur modesto aumento – lo 0,1 per cento- del prodotto interno lordo nel primo trimestre del 2022, che invece si prevedeva in flessione. 

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I soccorsi del pallone …e di Biden al sempre fortunato Silvio Berlusconi

Titolo del Foglio
Titolo del Dubbio

La resurrezione negli stadi e dintorni, dove Silvio Berlusconi ha appena festeggiato sia lo scudetto del Milan che ancora continua ad appartenergli sentimentalmente, un pò come proprietario emerito, sia la promozione in serie A del suo Monza, ha suggerito all’amico Giuliano Ferrara, già suo ministro nel 1994, uno degli articoli più divertenti e sornioni che mi sia capitato di leggere con la sua firma.

Giuliano Ferrara sul Foglio

“Il tracciato umano, privato e pubblico di Berlusconi -ha scritto Giuliano- non può prevedere altro che un lieto fine, un happy ending iperhollywoodiano”. E scherzando anche su quella stanchezza attribuita al Cavaliere mentre il Monza segnava a Pisa il fondatore del Foglio ha aggiunto: “Quell’appisolarsi durante il gol decisivo di un’altra storia mirabolante, calcistica, testimonia una padronanza del sé inaudita, la sovranità assoluta di un uomo sulle circostanze buone o cattive che lo attorniano”.

Giuliano Ferrara ancora sul Foglio
Berlusconi festeggia con Galliani il Monza in serie A

Eccitato a suo modo dalla possibilità che certamente non si può escludere, almeno fino a quando il pallone rimarrà tondo, di una competizione diretta nel prossimo campionato di serie A, o in uno di quelli successivi, fra il Milan e il Monza per lo scudetto, Ferrara ha così profetizzato un simile derby. “Se vince il Milan, il Cav. festeggia, se vince il Monza, il Cav. festeggia. Se lo mettano in testa i sordidi nemici giudiziari dell’uomo con il sole in tasca: non può perdere, festeggiare è la sua natura”. O addirittura la sua condanna, aggiungerei per la possibilità che ha questa predisposizione al successo di Berlusconi di  moltiplicare l’invidia, e di attirargli nuovi nemici.

Pur soltanto accennato dallo stesso Ferrara con quel “tracciato” anche “pubblico” della vita dell’amico e con quella “sordida” attenzione che gli riservano certi magistrati, desiderosi di mandarlo in galera anche alla venerabile età che ha raggiunto, provo ad applicare esplicitamente anche alla dimensione politica la lettura del Cavaliere fortunato per natura, a dispetto delle difficoltà della cronaca quotidiana o recente, come quella della corsa al Quirinale ostinatamente perseguita e infine abbandonata. Il cui unico risultato fu purtroppo, a mio modestissimo avviso, la moltiplicazione dei problemi di un altro concorrente alla Presidenza della Repubblica: Mario Draghi. E la conseguente rinuncia di Sergio Mattarella, spinto dallo stesso Draghi, a quell’insistito rifiuto di farsi rieleggere. 

Il centrodestra inventato da Berlusconi nel 1994 brilla nei sondaggi tanto quanto annaspa quotidianamente tra confusione e concorrenza interna. La stessa Forza Italia è apparsa una polveriera sul Corriere della Sera a Roberto Gressi, che ha rimediato per questo una quasi letteraccia di protesta di Berlusconi. Che lo  ha accusato di rovistare nei pettegolezzi o, più in generale, nelle immondizie che produce spesso ma non sempre quello che chiamiamo eufemisticamente confronto politico. 

L’ex presidente del Consiglio Conte in campagna elettorale

Non puzzava né di pettegolezzo né di immondizia, tuttavia, il dissenso non sussurrato ma gridato con dichiarazioni e interviste dalla ministra ed ex capogruppo forzista della Camera Mariastella Gelmini prima contro il sostanziale commissariamento del partito in Lombardia e poi contro il fastidio, a dir poco, manifestato da Berlusconi in persona per gli aiuti militari all’Ucraina aggredita dai russi. Il Cavaliere  deve essere apparso anche alla Gelmini  improvvisamente convertito alla posizione di Giuseppe Conte,  da tempo smanioso di far vedere i sorci verdi a Draghi in qualche votazione parlamentare proprio sulla politica estera e, più in particolare, sulla guerra in Ucraina. E lo stesso Berlusconi non deve aver trovato del tutto immotivate le proteste o richieste di chiarimento e di riallineamento atlantista giunte dalla sua ministra se ha poi rettificato, precisato e quant’altro, direttamente o meno, parole e pensieri sfuggitigli per strada.

Il presidente americano Joe Biden

Anche in questo, tuttavia, Berlusconi è stato fortunato, persino pentito forse di avere ceduto un pò alle proteste. Il presidente americano in persona Joe Biden ha appena rifiutato all’Ucraina i razzi a medio e lungo raggio reclamati da Zelensky per passare dalla difesa alla controffensiva, colpendo anche il territorio russo. Ah, diavolo di un Berlusconi: più atlantista dello stesso Biden, ha forse sussurrato Draghi, ancora convinto che Putin non debba vincere e dileggiato con quel graffito tanto piaciuto al tesoriere di Conte perché lo rappresentava come un cane al guinzaglio del presidente americano. 

Pubblicato sul Dubbio

Biden e Draghi a guinzaglio rovesciato sullo sfondo della guerra in Ucraina….

Le ultime dalla e sull’Ucrania, in un intreccio di notizie fra le due sponde dell’Atlantico, fra ciò che Joe Biden decide alla Casa Bianca e Mario Draghi dice al Consiglio Europeo al solito diviso sulle sanzioni a Putin ma anche su altro, sono a dir poco sconvolgenti per le idee coltivate dalle parti, per esempio, dei grillini di tendenza Conte. Ed espresse sul famoso graffito condiviso e rilanciato dal tesoriere delle 5 Stelle fra le proteste del ministro degli Esteri, pentastellato pure lui,  Luigi Di Maio. In esso Draghi è un cane atlantista al guinzaglio di Biden. 

Titolo di Avvenire

Il presidente americano invece ha appena deciso di negare all’Ucraina i razzi a media gittata reclamati per una controffensiva ai russi invasori – “Un taglio ai missili”, ha titolato trionfante il giornale dei vescovi italiani Avvenire– mentre Draghi al Consiglio Europeo ha ribadito che Putin “non deve vincere”. E quindi dovrebbe perdere, come il presidente ucraino Zelensky vorrebbe se aiutato adeguatamente dagli occidentali, nonostante qualcuno in Italia, per esempio Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, lo ritenga ormai “libero dal ricatto nazista del battaglione Azov”, arresosi ai russi, e pronto a ragionevoli compromessi. Il principale dei quali potrebbe essere un referendum nei territori occupati dalle truppe di Putin per lasciare decidere alle popolazioni, cioè a ciò che n’è rimasto dopo i massacri e le fughe, con chi stare. E’, guarda caso, un’idea circolante fra i grillini. 

Di sicuro in quel graffito di cui dicevo prima resta il guinzaglio, ma le parti sono rovesciate. Il cane è diventato Biden e il padrone è diventato Draghi: ben più del prossimo segretario generale della Nato che i suoi critici hanno immaginato nelle scorse settimane per spiegare la posizione assunta contro Putin. E appena ribadita dopo l’ultima telefonata nella quale il presidente del Consiglio italiano ha trovato il suo interlocutore per niente interessato alla pace, e forse neppure meritevole dopo tutto quello che ha combinato in Ucraina in quasi cento giorni di “operazione speciale”. 

Altro quindi che “Putin non deve vincere”, come Draghi ha appena detto al Consiglio Europeo. Putin non deve perdere. E per non fargli perdere la guerra non occorre più che vada a Mosca quel furbacchione di Matteo Salvini, affrettatosi infatti a rinunciare al viaggio preannunciato. Basta aspettare che Zelensky tragga da solo le conseguenze dal rifiuto di Biden di aiutarlo davvero. 

Giuliano Ferrara sul Foglio

Putin non può perdere come curiosamente Giuliano Ferrara ha scritto del loro comune amico Berlusconi in Italia. Al quale ha dedicato un divertente panegirico sul Foglio di natura sportiva,  avendo il Cavaliere festeggiato a Milano lo scudetto della sua ex squadra, che gli è rimasta nel cuore anche dopo averla venduta, e a Pisa la promozione del Monza alla serie A, da lui acquistato e rilanciato col fedelissimo Adriano Galliani. 

Già Ferrara ha sognato alla fine del prossimo campionato uno scudetto conteso dal Milan e dal Monza, con Berlusconi destinato ad uscirne comunque vincitore, peraltro all’incirca quando si potrà votare per il rinnovo delle Camere, se Conte non riuscirà a impiccarsi da solo al voto anticipato. 

Titolo del Quotidiano Nazionale

Forza Italia, la Lega e il centrodestra nel suo complesso non sono messi molto bene, a parte  i successi non a caso indigesti di Giorgia Meloni nei sondaggi. Ma Giuliano Ferrara, per quanto mosso anche lui ogni tanto dal dissenso verso l’ex presidente del Consiglio, di cui fu nel 1994 ministro per i rapporti col Parlamento, evidentemente lo considera ancora un uomo indissolubilmente legato alla Vittoria, con la maiuscola, alla faccia dei magistrati che lo vogliono in galera, alla sua età, e di quei due cani che sarebbero in fondo Biden e Draghi sulle due sponde dell’Atlantico. Non ditelo, per favore, a Travaglio perché qui si rischia davvero il suicidio, dopo il Conticidio dell’anno scorso.

Ripreso da http://www.startmag.it

L’eterno annuncio che nulla tornerà come prima, neppure dopo la guerra in Ucraina

Angelo Panebianco sul Corriere della Sera

Quando ho letto sul Corriere della Sera il solito e pregevole Angelo Panebianco ammonire i pacifisti che, comunque vada a finire, anche nel modo in cui loro sognano la pace alla quale Putin continua a preferire la guerra, nulla poi tornerà come prima né in Ucraina né altrove, gli occhi sono tornati sulle immagini dell’ultimo orrore scoperto nella Mariupol conquistata dai russi, con tutti quei cadaveri abbandonati come merce avariata in un supermercato. E mi sono chiesto quante volte la mia generazione -non vado oltre- si è sentita dire che nulla sarebbe tornato come prima. Troppe volte, temo, sia per tirare un sospiro di sollievo, pensando che ormai di peggio non avremmo più potuto vedere e vivere, sia e a maggior motivo, nella logica del pessimismo della ragione, per prepararsi alla immancabile, successiva tragedia. 

Anche sull’eventuale fine dell’esperienza di Putin al Cremlino auspicata dal presidente americano Joe Biden all’inizio della guerra in Ucraina, quando ne parlò in Polonia anche come di un “macellaio” sapendo ancora e solo -se non ricordo male- di Bucha, e non di Mariupol e di chissà quali altri obbrobri siamo condannati a scoprire, non mi sono mai fatto grandi illusioni. Chi  potrà scommettere su una buona successione a Mosca, come un pò tutti scommettemmo prima su Gorbaciov, poi su Eltsin e infine proprio su Putin ? Ricordo ancora lo stupore, anzi l’ira dell’allora presidente del Consiglio Ciriaco De Mita, di cui sono stati appena celebrati i funerali nella sua Nusco, quando l’ambasciatore italiano Sergio Romano cercò di spiegargli proprio a Mosca che riformare, modernizzare, lucidare il sovietismo per renderlo trasparente non sarebbe stato possibile. Tornato a Roma, Ciriaco non ebbe pace sino a quando non riuscì a rimuovere quell’ambasciatore, moltiplicandone le fortune economiche e pubblicistiche come pensionato, storico, editorialista e ad un certo punto, in una delle tante crisi di governo succedutesi nella seconda Repubblica, come possibile ministro degli Esteri. 

Sempre dalla prima pagina del Corriere della Sera

Uomini e regimi passano ma le pene restano. A volte occorrono centinaia d’anni per lo sviluppo e la conclusione di una crisi. Ce lo ha appena ricordato Silvio Berlusconi in una lettera al Corriere della Sera di indignata reazione ad un articolo di Roberto Gressi sul tramonto di una Forza Italia paragonabile, secondo lui, all’impero romano declinante sotto Domiziano. 

Berlusconi e Galliani

Per non farsi guastare la festa della promozione della squadra di calcio di Monza in serie A sotto la gestione sua e del senatore Adriano Galliani, Berlusconi ha preferito contare i 163 anni trascorsi fra la morte di Diocleziano e la deposizione di Romolo Augusto, cioè fra il 313 e il 476 dopo Cristo, mettendo così in cassaforte, diciamo così, il suo partito, destinato addirittura a sopravvivergli. 

Silvio Berlusconi in veste di storico
Titolo interno del Corriere della Sera alla lettera di Berlusconi

“In Forza Italia la linea è chiara, così come le mie indicazioni”, è il titolo apposto dal Corriere alla lettera di Berlusconi col dovuto richiamo in prima pagina; una lettera dalla quale Roberto Gressi si è difeso con poche righe molto cortesi per assicurare di avere scritto non raccogliendo pettegolezzi e altre immondizie ma semplicemente e doverosamente notizie. Fra le quali penso che possano ben essere annoverate, a meno di non declassare a pettegolezzi anche quelle, le prese di posizione pubbliche e preoccupate della ministra ed ex capogruppo di Forza Italia alla Camera Mariastella Gelmini. E ciò per non parlare dei sostanziali necrologi del partito di Berlusconi stesi ogni tanto con interviste dal già ministro e cofondatore Giuliano Urbani e dall’ex presidente del Senato Marcello Pera. 

Nè credo che abbia giovato molto a Berlusconi la difesa che ne ha fatto dalle critiche e preoccupazioni della ministra Gelmini il leader legista Matteo Salvini mentre preparava il suo viaggio di pace a Mosca, da Putin, prima di rinunciarvi o di rinviarlo ad altra occasione fra il sollievo di Mario Draghi.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Esploso nello spazio del ridicolo il missile del viaggio di Salvini a Mosca

Matteo Salvini

Il viaggio programmato da Matteo Salvini a Mosca passando prima per la Turchia e poi dal Cremlino partire magari per Kiev con chissà quale messaggio da recapitare personalmente al presidente ucraino Zelensky è stato un pò un missile lanciato nello spazio del ridicolo, diversamente da quelli supersonici che Putin sta sperimentando per rifarsi della figuraccia rimediata con l’”operazione speciale” in Ucraina. Che doveva esaurirsi in 48 ore, o in meno di una settimana, con l’assassinio o la fuga di quello che aveva scambiato per il Beppe Grillo dell’Ucraina e lo sta invece impegnando in una guerra che dura da più di tre mesi. per quanto lui si ostini a non chiamarla così.  

Superato da personalità come il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Sholz, che hanno strappato per telefono a Putin qualcosa che bene o male ha aperto uno spiraglio concreto nella partita ucraina, Salvini si è rapidamente ritrovato solo con le sue velleità. Che hanno messo in imbarazzo per primi i suoi amici di partito. 

Forse pensava sarcasticamente proprio a Salvini il direttore del Giornale della famiglia Berlusconi quando ha chiuso il suo editoriale di oggi scrivendo che “le leadership si sono sempre forgiate nelle crisi”. Per Salvini, pur promosso di recente dallo stesso Berlusconi a “vero e unico leader di cui disponga l’Italia”, il ragionamento del mio amico Augusto Minzolini vale evidentemente alla rovescia, nel senso che in questa maledetta crisi internazionale Salvini è riuscito a realizzare un fiasco rispetto al quale impallidisce quello tutto interno dell’estate del 2019. Allora da vice presidente del Consiglio egli investì come peggio non poteva l’insperato successo conseguito elle elezioni europee.

Diavolo di un uomo, il capo della Lega e -sulla carta- anche del centrodestra per il sorpasso effettuato nelle elezioni politiche del 2018 su Berlusconi, provocò la crisi del primo governo di Giuseppe Conte, a maggioranza gialloverde, fidandosi dell’allora segretario del Pd Nicola Zingaretti. Che si era impegnato a non rinunciare all’opposizione prima di altre elezioni, puntualmente mancate. 

La vignetta sulla prima pagina del Corriere della Sera

Fra tutte le critiche ricevute-  compresa la vignetta nella quale sulla prima pagina del Corriere della Sera Emilio Giannelli fa praticamente dare da Mario Draghi a Salvini il buon viaggio a Mosca nella speranza di non vederlo tornare con quel “dipende da quanto ci resti”- quella che deve essere costata di più all’intraprendente leader leghista  appartiene a Giorgia Meloni, la sua concorrente a Palazzo Chigi sul fronte pur malmesso del centrodestra. 

Per quanto formalmente all’opposizione, ma in realtà ormai nella maggioranza sul terreno della politica estera, la Meloni ha ricordato a Salvini che “non si fa propaganda con la guerra” e tanto meno  “si rompe il fronte occidentale” dopo avere accordato la fiducia e avere fatto entrare il suo partito in un governo “atlantista” come quello orgogliosamente dichiarato da Draghi nella presentazione alle Camere.

Forse non ha torto Ignazio La Russa, come ha praticamente detto in una intervista a Repubblica, che ormai Berlusconi e Salvini non riusciranno ad evitare il sorpasso elettorale della Meloni neppure se leghisti e forzisti si federassero in una lista unica, perdendo pezzi entrambi, specie i secondi.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Le guerre parallele, grazie a Matteo Salvini, in Ucraina e in Italia

Titolo del Corriere della Sera

“Gelo del governo”, ha titolato il Corriere della Sera riportando l’annuncio di Matteo Salvini di un viaggio a Mosca, passando forse per la Turchia, col proposito di incontrare Putin, ma col rischio di doversi accontentare del suo portavoce, A neo che il capo del Cremlino non decida di cogliere l’occasione per portare in Italia, sia pure al solo livello politico, la guerra che ha sinora condotto solo contro l’Ucraina. Ormai, con le divisioni sempre più evidenti nella maggioranza di governo, le due guerre parallele sono qualcosa di concreto, non tanto di immaginario o metaforico. 

Titolo di Repubblica

“Salvini sfida Draghi”, ha titolato non a torto Repubblica, perché l’iniziativa del leader leghista nasce evidentemente dal sospetto di quest’ultimo che il presidente del Consiglio non abbia fatto tutto quello che poteva o doveva per smuovere Putin dalla sue posizioni nella telefonata di qualche giorno fa, dallo stesso Salvini peraltro richiesta nella settimana scorsa nella discussione al Senato sull’informativa del governo.

Alla telefonata a Putin, preceduta con molta probabilità da consultazioni con gli alleati europei e d’oltre Atlantico, il presidente del Consiglio ne ha fatta seguire un’altra al presidente ucraino, sempre nel tentativo di avvicinare le parti e di ravvivare l’azione diplomatica italiana dopo il sostanziale flop del piano per la pace, embrionale o non che sia stato, che il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio ha consegnato anche al segretario generale delle Nazioni Unite. Ma che ha lasciato contrariati o indifferenti sia i russi che gli ucraini, per quanto i primi lo abbiano trovato troppo favorevole ai secondi. 

Matteo Salvini
Conte e Salvini

E’ proprio in considerazione del tentativo di Draghi di rilanciare l’azione diplomatica del governo italiano che il viaggio annunciato da Salvini costituisce un’anomalia, a dir poco, se non si vuole condividere la “sfida” vista da Repubblica. Che, se fosse tale peraltro, sarebbe doppia, perché Salvini si è praticamente messo in concorrenza anche con il suo ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, pure lui insoddisfatto dell’azione del governo e del “suo” collega di partito titolare della Farnesina. 

Mattarella ai funerali di De Mita

Siamo, come si vede, in un intreccio di relazioni e di manovre da procurare le vertigini politiche, e non solo. Immagino lo sgomento non solo del presidente del Consiglio ma anche o ancor più del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che avrà  forse colto l’occasione della partecipazione ai funerali del compianto amico Ciriaco De Mita a Nusco per pregare anche per il governo costretto a muoversi non fra soci di maggioranza, per quanto provvisoria, ma tra sostanziali sabotatori. 

Papa Francesco

Ha da temere dal viaggio di Putin a Mosca persino il Papa, visto il proposito attribuito a torto o a ragione al leder leghista, dopo un incontro non confermato col cardinale Parolin, di perorare in Russia anche un incontro di Putin col Pontefice, da tempo voglioso di recarvisi anche lui, ma scoraggiato, trattenuto e quant’altro dal disinteresse o indisponibilità del fedelissimo del Patriarca moscovita, che ha benedetto la sua guerra e lui personalmente dal primo momento dell’invasione della sfortunatamente confinante Ucraina. 

Il ministro Giancarlo Giorgetti

Certo, Salvini usa andare in giro, anche per i comizi, con rosari, medagliette della Madonna e altri oggetti religiosi in tasca, che non sono tuttavia sufficienti ad accreditarlo come un ambasciatore laico del Vaticano. Immagino pure lo sgomento del Papa, oltre a quello di Draghi e di Mattarella, ma forse anche, e più semplicemente, del ministro leghista Giancarlo Giorgetti, ancora capo della delegazione del Carroccio al governo.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it   

Enrico Berlinguer con Moro e Craxi nel trittico drammatico della Repubblica italiana

Titolo del Dubbio

Continuo a considerare Enrico Berlinguer -soprattutto per l’emozione con la quale se n’è tornato a scrivere e a parlare nel centenario della nascita, con tutte le luci accese  sulle sue qualità e spente sui suoi difetti o errori- un protagonista sfortunato e tragico, o tragicamente sfortunato, come preferite, della storia dell’Italia repubblicana. E lo è stato -lo preciso subito per chiarire quanto poco malanimo ci sia nella mia valutazione- in compagnia di altri due leader che ho personalmente conosciuto, frequentato e apprezzato di più, di cultura e orientamento politico opposti o diversi da lui: Aldo Moro e Bettino Craxi. Del quale ultimo divenni anche amico e qualche volta persino confidente. 

Enrico Berlinguer alla tribuna politica in cui parlò dell'”esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre” comunista

Con Berlinguer invece il massimo che ci siamo scambiati è stato un saluto in qualche tribuna politica televisiva, compresa quella nella quale mi diede il privilegio professionale di usare una mia domanda per uno dei suoi strappi politici: l’ultimo e davvero conclusivo, dopo quelli sulla Nato, da cui si sentiva protetto, e sulla libertà indivisibile. Mi riferisco alla volta in cui commentò il regime militare praticamente imposto dai sovietici alla Polonia parlando di “esaurimento ormai della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre” comunista.

Berlinguer, Moro e Craxi costituiscono il trittico drammatico della Repubblica italiana, ciascuno morto a suo modo della propria passione politica e della centralità assunta nel sistema del loro comune Paese. 

Berlinguer rimase vittima dell’esasperazione alla quale, volente o nolente, aveva portato la lotta fra le due componenti storiche della sinistra italiana: la socialista, più anziana, e la comunista, più organizzata e disciplinata. 

Il cadavere di Moro nel bagagliao dell’auto in cui i brigatisti rossi lo avevano ucciso

Moro rimase vittima di quel merletto unitario che  aveva saputo realizzare nel 1976  con la cosiddetta maggioranza di solidarietà nazionale, estesa dalla Dc al Pci, per il cui salvataggio, poi neppure riuscito, entrambi i partiti lo condannarono sostanzialmente a morte con la cosiddetta linea della fermezza, peraltro mal gestita, una volta che lui fu sequestrato dalle brigate rosse fra il sangue della scorta trucidata il 16 marzo 1978 a poca distanza da casa sua. 

I funerali di Craxi nella cattedrale di Tunisi

Craxi morì assassinato a suo modo, nel suo rifugio tunisino, da quel trattamento giudiziario e mediatico riservatogli in Italia con “una durezza senza uguali”, riconosciuta dopo dieci anni dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per l’errore sicuramente compiuto -per carità, ma non certo da solo- accettando di ereditare e praticare una pratica illegale di finanziamento dei partiti.  Che fu il frutto della ipocrisia con la quale la politica è purtroppo abituata ad affrontare e risolvere i problemi del suo sostentamento. 

La tomba di Craxi ad Hammamet

Craxi, di solito così diffidente, si fidò una volta tanto dei suoi avversari scommettendo praticamente sull’omertà che aveva unito i partiti in quella pratica: lui, solo o più di tutti, che alla guida del governo, dopo Alcide De Gasperi, senza essere stato peraltro mai ministro, aveva saputo starci meglio di ogni altro. Ah, che rabbia e ingiustizia al tempo stesso. 

Sulle circostanze drammatiche della fine di Berlinguer, dopo un comizio a Padova nel 1984 in cui si era riproposto il conflitto tra una sinistra modernizzatrice rappresentata da Craxi a Palazzo Chigi e una sinistra autoreferenziale sino al conservatorismo rappresentata dal Pci, schierato persino contro un modesto sacrificio antinflazionistico nella scala mobile dei salari, non voglio proporvi nulla del mio modestissimo pensiero. 

Voglio riproporvi solo ciò che scrisse nel 2003 l’insospettabile Piero Fassino, l’ultimo segretario dei democratici di sinistra post-comunisti, nella sua autobiografia  –Per passione, pure luipubblicata da Rizzoli: “Mi è capitato spesso di pensare a Berlinguer come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita. La partita dura ormai da molte ore. Sta giungendo alle battute finali e guardando la scacchiera il campione si accorge che con la prossima mossa l’avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l’altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l’impatto con la crisi della sua strategia politica”. Più onestamente e sofferentemente Fassino non poteva scrivere e riconoscere. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 5 giugno

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