Ai funerali di Bobo Maroni mai così evidente la crisi di Matteo Salvini nella Lega

Non per volere strumentalizzare i funerali di  Roberto Maroni -Bobo per gli amici ma ormai anche per quanti neppure lo avevano mai conosciuto, il  leghista forse più noto e popolare dopo il fondatore del movimento Umberto Bossi- ma a vederne le immagini televisive e a leggerne le cronache degli inviati dei maggiori giornali viene spontaneo chiedersi se le esequie celebrate a Varese siano state solo dell’ex vice presidente del Consiglio, ex ministro dell’Interno e del Lavoro, ex presidente della regione Lombardia prematuramente scomparso per malattia. E non anche quelle politiche dell’uomo – Matteo Salvini- che ne raccolse a suo tempo la staffetta alla guida del partito irrimediabilmente orfano della leadership bossiana. Che era stata compromessa  non tanto dagli effetti di un ictus quanto dalla caduta di credito, ahimè e dolorosamente, personale nella gestione del Carroccio. 

“Che qui Salvini non giochi in casa -ha scritto da Varese l’inviato del Corriere della Sera Marco Cremonesi- si misura dal freddo applauso al suo arrivo”, ancora più freddo se paragonato a quelli rimediati da tanti altri convenuti ai funerali, a cominciare naturalmente dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: leader di un partito –Fratelli d’Italia- dove sono passati già molti leghisti e altri bussano da tempo alla porta, volendo seguire gli elettori che hanno già cambiato il loro voto. 

Pur intimamente e orgogliosamente compiaciuta di questa capacità di attrattiva politica, con una trasmigrazione diretta evidentissima ad una semplice lettura dei risultati elettorali e poi dei sondaggi, la Meloni probabilmente sarà anche tentata da qualche preoccupazione per la tenuta del suo governo e della maggioranza. Per quanto oggettivamente indebolito, come hanno appunto confermato anche i funerali di Maroni e la fredda accoglienza ricevuta dai leghisti del “territorio”, come lui preferisce dire, Salvini può compiere falli di difesa, chiamiamoli così, a discapito del governo. Di cui egli è vice presidente e ministro non certo secondario delle Infrastrutture, uso più a parlare che a tacere, più al controcanto che al canto. 

Oltre alla freddezza dell’accoglienza ricevuta da Salvini a Varese sotto quel “Grazie Bobo” steso al balcone della sede locale della Lega, è stata notata l’assenza non solo e non tanto di Umberto Bossi, alle prese con la sua non eccellente salute, e reduce dall’ennesimo allarme che ha fatto scattare ansie e controlli, quanto di qualcuno dei suoi familiari. Un’assenza e “un silenzio inspiegabile al punto -ha scritto Cremonesi- da far dubitare a molti che “l’Umberto” ne sia stato informato: ma il promotore del Comitato Nord Paolo Grimoldi garantisce”. 

L’inviato della Stampa Francesco Moscatelli ha inutilmente cercato almeno una corona o un cuscino di fiori di Bossi osservando: “Segno che la ferita di dieci anni fa, quando Maroni gli subentrò alla guida della Lega non si è mai rimarginata”. Come quella più recente avvertita da Salvini con la richiesta avanzata da Maroni di un cambiamento al vertice del movimento dopo i risultati elettorali del 25 settembre. Ma tra i due s’era già rotto da tempo il rapporto politico, nel contesto comunque di un logoramento più generale della vita interna di partito. 

Non a caso Filippo Maroni, il figlio maggiore di Bobo, nello struggente saluto rivolto al padre in Chiesa ha detto: “Nei momenti di difficoltà hai capito che la famiglia poteva essere un porto sicuro, hai capito che ci sono cose più importanti della politica con la p minuscola”. Di cui d’altronde il compianto Bobo non è stato la sola vittima nella storia, recente e non, del suo e nostro Paese. 

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Carlo Calenda e Matteo Renzi: Dio li ha fatti e poi li ha accoppiati

L’intervista a Repubblica in cui Carlo Calenda ha riconosciuto a Giorgia Meloni prima “il gesto importante” e  poi “l’atto di maturità politica” compiuti mostrando interesse al suo progetto di manovra economica, diverso naturalmente da quella varata dal Consiglio dei Ministri, e predisponendosi volentieri ad un incontro per confrontarsi, gli è già costata il sospetto, l’accusa e quant’altro di volere offrire “una stampella” al primo governo di destra-centro, anziché di centrodestra. Che è una distinzione politicamente maggiore di quella di genere che forse ha colpito di più la gente comune. 

Sospetto, accusa -ripeto- rafforzato dalla preoccupazione espressa dal leader o co-leader, come preferite, del cosiddetto terzo polo che il governo possa “sfaldarsi”, poco importa se per l’insofferenza di Silvio Berlusconi o per la instabilità ormai della leadership di Matteo Salvini nella Lega. “Sarebbero problemi per l’Italia e io non me lo auguro”, ha aggiunto Calenda spiegando che i partiti di centrodestra, o destra-centro, “hanno vinto le elezioni e devono governare”, forse anche grazie all’opposizione “mai pregiudiziale” del terzo polo, in modo da far vedere “cosa sanno fare”, lasciando il giudizio conclusivo agli “elettori”. Ormai “è finito -ha detto ancora l’alleato e ritrovato amico di Renzi- il tempo dei governi d’emergenza o d’opportunismo”, serviti in altre occasioni ad evitare, ritardandolo, il ricorso chiarificatore alle urne. 

L’alleato e ritrovato amico Renzi, appunto. I due si scambiano ogni volta che ne hanno l’occasione apprezzamenti e comprensioni, per carità, da quando hanno deciso di mettersi insieme, paghi del pur modesto elettorale del 25 settembre, conseguito in soli tre mesi rispetto ai dodici anni -ha ricordato Calenda- compiuti dalla Meloni per salire dall’1 all’8 per cento, ma poi al 25.

        Già alle elezioni europee del 2024 Renzi si è proposto, prima ancora che augurato, di sorprendere tutti facendo salire il suo terzo polo in testa alla graduatoria. Le europee a Renzi, si sa, hanno portato fortuna. Quelle del 2015, l’anno dopo il suo arrivo a Palazzo Chigi, lo innalzarono come segretario del Pd al 40 per cento dei voti, come solo i democristiani riuscivano a fare ai loro tempi migliori. Cinque anni dopo il Pd, nello stesso tipo di elezioni, precipitò al 22 per cento, ma Renzi non ne era più il segretario, praticamente costretto a lasciare per il ben più modesto e rovinoso 18 per cento conseguito l’anno prima nelle elezioni politiche impostegli, secondo lui, dal presidente della Repubblica alla scadenza ordinaria. Diverso, sempre secondo lui, sarebbe stato l’esito, con ripercussioni sul dopo, se Sergio Mattarella lo avesse accontentato facendolo andare alle urne l’anno prima, sull’onda del 40 per cento -sempre quel benedetto 40- conseguito con i sostenitori della riforma costituzionale da lui intestatasi ma dannatamente bocciata nel referendum del 4 dicembre 2016. 

Ah, che piaghe ancora queste date e questi numeri per Matteo Renzi. Che non per questo, tuttavia, si è mai rassegnato al ruolo di un attore minore, e tanto meno di una comparsa. Se prima poteva costruire governi e maggioranze, adesso si accontenta di poter far cadere i primi e le seconde. Ne sa qualcosa, per non andare troppo indietro negli anni, Giuseppe Conte.  Che, grazie proprio a Renzi ancora nel Pd, riuscì a restare nel 2019 a Palazzo Chigi cambiando alleato, dalla Lega allo stesso Pd, ma fu dallo stesso Renzi, ormai fuori dal partito del Nazareno, praticamente rovesciato dopo poco più di un anno a vantaggio di un Mario Draghi inutilmente rappresentato o immaginato  disinteressato e stanco dall’avvocato pugliese: stanco, in particolare, per le fatiche alla presidenza della Banca Centrale Europea, a Francoforte.

Ora, come rottamatore in servizio permanente ed effettivo, Renzi si è appena avventurato, in una intervista alla Stampa, a realizzare proprio lo scenario temuto da Calenda: quello di una crisi del governo Meloni. Che è stata annunciata nel titolo dell’intervista già per “l’anno prossimo”, ma in realtà prevista dalle parole testuali di Renzi all’indomani delle elezioni europee del 2024. Allora -ha detto il rottamatore- “questo governo rischierà di andare a casa” per le difficoltà, evidentemente, all’interno di una maggioranza provata dai risultati elettorali. “Lì saremo pronti”, ha aggiunto Renzi al plurale, parlando -immagino- anche a nome di un Calenda apparso invece nella sua intervista a Repubblica per nulla convinto o smanioso di una crisi. 

E’ davvero strana- non credo solo per temperamenti- la coppia Calenda-Renzi, o viceversa. Dio li fa e poi li accoppia, dice un vecchio proverbio popolare usato anche per qualche felice commedia d’arte.

Pubblicato sul Dubbio

Renzi, il rottamatore, già prenota la caduta del governo Meloni grazie anche a lui

Il cosiddetto terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi fa naturalmente parte delle opposizioni che la manovra del governo di Giorgia Meloni ha diviso fra di loro e al loro interno.

Calenda, si sa, pur nel contesto di un giudizio negativo sulla legge di bilancio, sta per incontrare la presidente del Consiglio. E si è già guadagnato da Piero Ignazi su Domani il sospetto o l’accusa, come preferite, di essere in “marcia” di avvicinamento all’esecutivo di centrodestra, anche nell’ultima edizione di destra-centro. Ma Renzi in una lunga intervista alla Stampa, pur condividendo il confronto che sta per avvenire a Palazzo Chigi, ha tenuto a precisare che l’iniziativa è stata di Calenda, non sua quindi. Lui, come vedremo, ha altri progetti o sogni sulla Meloni, alla quale riconosce o addirittura invidia, da ex presidente del Consiglio, solo il merito di avere portato alla guida del Ministero della Giustizia uno come Carlo Nordio. Al quale -chissà- avrebbe forse  dovuto pensare anche lui quando fece il suo governo, nel 2014, ma preferì puntare su Nicola Gratteri, bocciatogli perché magistrato ancora in servizio dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che per lo stesso motivo però avrebbe detto no anche a Nordio, andato in pensione solo tre anni dopo. 

Venuta meno l’ipotesi di Gratteri, non proprio un garantista come Nordio, a dire la verità, Renzi dovette ripiegare sul suo allora collega di partito Andrea Orlando. Sul quale sentite che cosa ha detto ora alla Stampa, sapendolo impegnatissimo nel Pd sul fronte di una nuova alleanza con i grillini: “Fa il ministro con tutti, ha sempre questa faccia contrita che dice “mi tocca fare il ministro”. Poi l’ha fatto con tutti: Renzi, Gentiloni, Letta, Draghi”. Ai suoi ex colleghi di partito Renzi non risparmia certamente giudizi urticanti quando ne ha l’occasione, ad eccezione di Stefano Bonaccini. Di cui, sempre parlando alla Stampa, ha tenuto a sottolineare la perdurante amicizia, non compromessa neppure dalla condizione attuale di candidato alla segreteria del Pd. 

Ma torniamo ai rapporti col governo in carica. Ciò che Renzi persegue non sembra proprio il supporto attribuitogli dagli avversari senza distinzione da Calenda, se non di qualche forma o battuta. No, anche nei riguardi della Meloni e del governo con poco più di un mese di anzianità Renzi ha rivendicato il suo ruolo di rottamatore. “Io -ha detto testualmente alla Stampa– sono quello che i governi li fa cadere. Come insegna Sorrentino nella Grande Bellezza, la cosa bella non è organizzare la festa, ma avere il potere di farla fallire”. Cioè di fare la festa all’incontrario, come si dice del resto in gergo popolare, nel quale fare la festa a uno, o a una, significa farlo o farla fuori: nel caso della povera Meloni, una specie anche di femminicidio politico sognato dal rottamatatore proprio nel giorno in cui Palazzo Chigi è stato illuminato di rosso, come il Senato e la Camera, nel segno della lotta alle violenze contro le donne. 

“Io -ha insistito e spiegato Renzi- non faccio inciuci. L’ultimo che l’ha detto è Conte e deve ancora riprendersi dalla botta che ha preso. Ma so che nel 2024 alle elezioni europee il governo rischierà di andare a casa. Lì saremo pronti”. Specie se da quelle urne, come lo stesso Renzi ha sognato in un altro passaggio dell’intervista, il cosiddetto terzo polo dovesse uscire meglio di tutti. 

Probabilmente Renzi pensa di poter incrociare i suoi sogni con l’insofferenza di Forza Italia nella maggioranza, amplificata oggi dal Riformista di Piero Sansonetti con questo titolo di prima pagina all’ennesima intervista del vice presidente berlusconiano della Camera Giorgio Mulè: “Forza Italia critica la manovra e avverte Giorgia: attenta, non ti libererai di noi”. C’è comunque un errore nel titolo della Stampa all’obbiettivo o sogno di Renzi. L’anno del melonicidio -come il draghicidio denunciato a suo tempo da Marco Travaglio- non sarebbe già il prossimo ma quello ancora successivo. 

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Le disumanità secondo le speciali categorie di giudizio di Giuseppe Conte

Tutto preso a contrastare “la manovra disumana” varata in Italia dal governo di Giorgia Meloni mettendo mano al cosiddetto reddito di cittadinanza, che ha consentito ai pentastellati di perdere nelle elezioni di settembre “solo” la metà dei voti del 2018, e di lanciare da questa posizione un’opa contro il Pd di Enrico Letta troppo tiepido e poco credibile all’opposizione, Giuseppe Conte si è avventurato a difendere Putin dalla ben più consistente e vera disumanità rimproveratagli dal Parlamento Europeo con la natura ormai terroristica della guerra all’Ucraina. Dove i missili cadono anche su ospedali, scuole, parchi giochi dei bambini, palazzi civili con l’obiettivo dichiarato di sprofondare la popolazione nel freddo e nel buio,   come ha titolato Avvenire, oltre che nel sangue già abbondantemente sparso in nove mesi di cosiddetta operazione speciale. Che si continua a non poter chiamare guerra in Russia senza finire in galera. “Lo strazio di Kiev”, ha misuratamente lamentato il manifesto.

Alla mozione del Parlamento Europeo contro i metodi terroristici di Putin, approvata con 494 voti, si sono opposti astenendosi anche i  cinque deputati pentastellati italiani presenti e guidati da Tiziana Beghin, coperti a Roma da Conte in persona con questa motivazione dettata in una intervista al Corriere della Sera nel contesto dell’opposizione grillina alla “disumana” -ripeto- manovra economica del governo Meloni: “La condotta di Putin e della Russia l’abbiamo condannata senza se e senza ma. Oggi i nostri sforzi sono protesi a costruire, a partire dal protagonismo dell’Unione Europea, un vero percorso diplomatico. Definire la Russia uno Stato terrorista allontana le parti in causa e non aiuta a ricomporre il dialogo”. 

Neppure aiutare militarmente gli ucraini a resistere sin dal primo momento dell’attacco e dell’invasione, come si era deciso in Italia col consenso anche di Conte, è alla fine apparso allo stesso Conte favorire il “percorso democratico”, come adesso dice il presidente pentastellato dopo avere ritirato la fiducia al governo di Mario Draghi,  essere passato all’opposizione, avere provocato le elezioni anticipate e averle perdute. Anche se l’avvocato pugliese  finge di essere uscito dalle urne quasi indenne, comunque meglio di un Pd più votato e più rappresentato in Parlamento.

Mentre Conte si è premurato di soccorrere i suoi a Strasburgo, superati nell’ostilità alla mozione antiputinana solo dai voti del tutto contrari di tre deputati dissidenti del Pd- Pietro Bartolo, Andrea Cozzolino, Massimiliano Smeriglio- e della ex legista Francesca Donato, Il Fatto Quotidiano si è premurato di soccorrere lo stesso Conte con questo titolo o ragionamento, in apertura per quanto modesta del giornale: “I terroristi che danno dei terroristi ai russi- Strasburgo vota una risoluzione contro il Cremlino. Una forma di doppia morale, poiché dimentica le atrocità commesse, tra gli altri, dall’”alleato” turco contro i curdi”. Di cui tuttavia il Parlamento Europeo non stava occupandosi dibattendo della guerra in Ucraina. Un titolo, insomma, quello del Fatto, di cui si potrebbe chiedere, alla dipietrese, che c’azzecca. 

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Una manovra divisiva più per le opposizioni che per la maggioranza di destra-centro

Il rischio della manovra adottata dal governo Meloni con la sua prima legge di bilancio – sia nella versione “tisana” commentata dal vice presidente forzista della Camera Giorgio Mulé, sia nella versione “disumana”, da “macelleria sociale”, denunciata dal presidente delle 5 Stelle Giuseppe Conte- era di compattare le opposizioni e, al tempo stesso, di dividere la maggioranza. 

Almeno il ricompattamento delle opposizioni è stato evitato dalla presidente del Consiglio e dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. In piazza, salvo sorprese, non scenderanno insieme il segretario del Pd Enrico Letta e Giuseppe Conte, come accadde invece nella manifestazione romana per la pace. Dal cui corteo il primo dovette sfilarsi per le crescenti contestazioni nei suoi riguardi. 

Letta si terrà stretta la sua manifestazione di protesta già annunciata, in un percorso ancora da definire, per il 17 dicembre: troppo sotto Natale, hanno borbottato quanti non intendono forse parteciparvi. Sarà una protesta contro una manovra “improvvisata e iniqua”, ha detto  il  segretario del Pd facendo storcere il muso all’amico o compagno di partito Andrea Orlando, smanioso di riallearsi con Conte e convinto che la legge di bilancio sia ancora peggiore: “lucidamente reazionaria”. 

Le opposizioni sono quindi divise fra di loro e al loro interno: un vantaggio in più per il governo, pur alle prese anch’esso -per carità- con problemi fra e nei partiti della maggioranza. Ma questi ultimi non sembrano proprio destinati ad esplodere in modo da compromettere la tenuta di una coalizione dove tutti sanno bene che ciò che ritengono sia mancato in questa manovra potrà essere perseguito e ottenuto nelle prossime solo a condizione che il governo sopravviva. E possibilmente per tutti i cinque anni della legislatura, non cadendo  prima per lasciare cantare vittoria alle opposizioni neppure unite fra di loro. 

Più che i forzisti di Silvio Berlusconi -quelli della “tisana” di Mulé- nella maggioranza di centrodestra, o di destra-centro, ad essere anche in visibile sofferenza, come nella conferenza stampa tenuta dalla Meloni sulla manovra, è il vice presidente del Consiglio e leader leghista Matteo Salvini. Che ha dovuto fingere di non sentire e non capire quando il collega di partito e ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha rivendicato il merito di avere contenuto le richieste di maggiori spese per non far saltare i conti, e con i conti anche i rapporti con l’Unione Europea. E ha dedicato questi sforzi con una certa commozione all’amico e collega di partito appena scomparso Roberto Maroni, finito negli ultimi anni anni isolato nella Lega dal combinato disposto, diciamo così, delle aggressioni giudiziarie per la passata esperienza alla presidenza della regione Lombardia e per una maggiore consapevolezza mostrata e reclamata nel governo della cosa pubblica, senza troppe fughe in avanti dagli effimeri successi elettorali. 

L’ultimo sondaggio disponibile è quello condotto da Swg per il Tg7 il 21 novembre scorso, dal quale la Lega risulta al 7,6 per cento contro l’8,1 di una settimana prima, l’8,9 delle elezioni politiche del 25 settembre di quest’anno e il quasi 35 per cento delle elezioni europee del 2019. Che fecero perdere la testa a Salvini, allora vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno del primo governo Conte: tanto ch’egli reclamò “pieni poteri” con le elezioni anticipate per finire all’opposizione, avendo ingenuamente scommesso sulla indisponibilità del Pd di Nicola Zingaretti a subentrargli nella maggioranza, con Conte sempre a Palazzo Chigi. 

Fu allora peraltro che la staffetta nel centrodestra, per assumerne la guida e portarlo alla vittoria elettorale dello scorso settembre, passò a Giorgia Meloni e ai suoi fratelli d’Italia. Che ad ogni sondaggio, dopo il rinnovo delle Camere, continuano a crescere a spese appunto della Lega, oltre che della Forza Italia di Berlusconi, stremata dal progetto neppure tanto nascosto di contenere la Meloni instaurando con Salvini un rapporto privilegiato gestito a lungo da Licia Ronzulli. Che se non è riuscita a diventare ministro nell’attuale governo, dove Berlusconi la voleva, ha conquistato quanto meno la postazione di capogruppo forzista al Senato. E da lì, francamente, anche se volesse, avrebbe ben poco da tessere di costruttivo o distruttivo con Salvini, secondo le preferenze.

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Una manovra dedicata dal ministro dell’Economia al compianto amico Roberto Maroni

Fra le particolarità della manovra adottata dal governo di Giorgia Meloni con la legge di bilancio, oltre ad essere la prima e molto probabilmente non ultima dell’esecutivo destra-centro, vi è anche quella di essere l’unica nella storia dedicata ad un morto. Lo ha fatto il ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti ricordando l’amico e collega di partito Roberto Maroni appena scomparso prematuramente, già ministro nei governi di Silvio Berlusconi e presidente della regione Lombardia: “il barbaro gentile” nel felice titolo della Nazione e degli altri  giornali del gruppo Riffeser Monti. 

Potrebbe sembrare lì per lì una intestazione irriguardosa per il defunto, considerando ciò che le opposizioni gridano contro la manovra organizzando ciascuna, almeno sino a questo momento, una manifestazione di piazza. Pertanto il segretario del Pd Enrico Letta potrà risparmiarsi il 17 dicembre di partecipare a quella non ancora indetta da Giuseppe Conte, evitando così di ripetere lo spettacolo quanto meno imbarazzante della recente manifestazione a Roma per la pace. Dal cui corteo, diversamente da un Conte festeggiato , il segretario piddino dovette sfilarsi, o fuggire, per le contestazioni subite. Della manovra Meloni -o Maroni, come Giorgetti vorrebbe chiamarla, ridotto ridicolmente  da Emilio Giannelli nella vignetta del Corriere della Sera nei panni ristretti della premier- il meno che si sia gridato è quelle “Botte ai poveri e niente più” del Riformista di Piero Sansonetti.

“Relitto di cittadinanza”, ha tradotto il manifesto da delitto di cittadinanza com’era prima dell’intervento del governo, Che ai non “occupabili” lo ridurrà a otto mensilità nel 2023 per abolirlo nel 2024. “Abbiamo ripristinato la povertà”, ha fatto sarcasticamente gridare il vignettista del Foglio alla Meloni dal balcone di Palazzo Chigi per capovolgere la “sconfitta della povertà” annunciata sullo stesso balcone quattro anni fa dall’allora vice presidente leghista del Consiglio Luigi Di Maio celebrando l’istituzione appunto di quel reddito. Non immaginava, l’incauto, che ne avrebbe pagato personalmente le spese nel 2022 ricandidandosi alla Camera praticamente col Pd su posizioni rovesciate, dopo l’uscita dal MoVimento 5 Stelle, e venendo bocciato. Ora lavorerà -per sua fortuna, grazie ad un ombrello apertogli sulla testa dall’ex presidente del Consiglio Mario Draghi- come “inviato”dell’Unione Europea nel Golfo Persico: a remunerazione -credo- competitiva con quella conseguita alla fine della scorsa legislatura da deputato e ministro degli Esteri. 

Per tornare alla dedica della manovra al compianto Maroni da parte del ministro dell’Economia, l’iniziativa di Giorgetti si presta anche ad una lettura retroscenista tutta interna alla Lega. Dove Maroni, nonostante i suoi brillanti trascorsi politici sul Carroccio, era ormai stato ridotto nelle retrovie politiche dal suo successore alla guida del movimento, cioè Matteo Salvini. Che dalla manovra Meloni o Maroni, come preferite, esce alquanto ridimensionato per avere certamente ottenuto qualcosa ma avere ancor più dovuto rinunciare, piegato dai rifiuti di maggiori spese oppostigli dal collega di partito responsabile dei conti del governo. 

Ai margini della manovra e della conferenza stampa illustrativa va infine registrato un certo nervosismo cui si è abbandonata la premier riducendo al minimo le domande e accusando i giornalisti -spalleggiata poi dalla Verità di Maurizio Belpietro- di essere “mastini” con lei dopo essere stati “a cuccia con Draghi”. No, cara la nostra signora presidente del Consiglio. Queste uscite -“A chi girano i Meloni”, ha titolato Libero– non sono utili a chi si ripromette di rimanere a Palazzo Chigi per cinque anni. Sono difetti di comunicazione, diciamo così, da evitare. 

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La Meloni nella tenaglia fra il ricordo di Draghi e il fantasma di Andreotti

Per quanto Giorgia Meloni l’abbia definita su Telegram “importante e coraggiosa, con particolare attenzione ai redditi bassi e alle categorie in difficoltà”, in attesa che l’Italia “torni a crescere” e a permettere di più e meglio, solo due giornali, fra i maggiori, hanno annunciato in modo neutrale la manovra di 35 miliardi di euro approvata questa notte dal Consiglio dei Ministri con la legge di bilancio. Che una volta si chiamava “legge finanziaria”. Sono stati il quotidiano della Confindustria 24 Ore, titolando “La manovra 2023”, e il Corriere della Sera annunciando nel sommario, cioè nel sottotitolo, “la manovra del governo”: non una parola di più. 

La Repubblica ha avvertito puzza dell’andreottiano “tirare a campare”, che “il divo” Giulio preferiva comunque alla prospettiva di “tirare le cuoia”, come rispose una volta da Palazzo Chigi a Ciriaco De Mita che lo incalzava; La Repubblica, dicevo, ha trovato la manovra “piccola piccola”. 

La Stampa, dello stesso gruppo editoriale ma fisicamente più vicina alla casa e forse anche al cuore della proprietà costituita dagli eredi di Gianni Agnelli, è stata ancora più riduttiva con quella “manovrina”, dettata dalla “solita logica del catenaccio”. Che è poi quella alla quale aveva dovuto attenersi a Palazzo Chigi anche Mario Draghi respingendo le sollecitazioni a fare più debito. Che lui distingueva, e distingue ancora, fra buono e cattivo preferendo naturalmente il primo, più contenuto, al secondo. più pesante e dispendioso. 

“La vera manovra di Meloni è nascondere le retromarce” -rispetto alle tante promesse elettorali del centrodestra, o destra-centro, e sue personali-  ha titolato con impietosa franchezza Il Foglio.  Che è stato un pò fiancheggiato sul Secolo XIX dalla vignetta nella quale Stefano Rolli fa dire alla presidente del Consiglio, seguita da un imbavagliato Matteo Salvini: “Abbiamo le mani legate”. Anzi, legatissime. 

Una “manovra in difesa” l’ha pertanto definita il Giornale della famiglia Berlusconi. “La strada giusta” ha titolato meno scomodamente Libero con l’editoriale del direttore Alessandro Sallusti. 

Concorrente con “la mannaia” del manifesto e col giudizio negativo del Fatto Quotidiano è stato il giornale dei vescovi italiani, Avvenire, con quei “660mila poveri” che il governo avrebbe “scaricati”, riducendo per esempio a otto nel 2023 le mensilità del reddito di cittadinanza per gli abilitati al lavoro e proponendosi di toglierlo del tutto nel 2024 con una “disumanità” che Giuseppe Conte si è naturalmente affrettato a denunciare. Seguiranno manifestazioni di protesta alle quali il Pd, in attesa del “nuovo gruppo dirigente” reclamato dall’ex presidente del Consiglio per tornare ad allearvisi, è stato sfidato ad unirsi. 

Naturalmente la storia o vicenda della manovra, o legge di bilancio, non è finita questa notte con l’approvazione in Consiglio dei Ministri, dove Giorgia Meloni è stata inutilmente esortata dalla sua ministra del Lavoro a valutare di più i rischi di “tensione sociale”. Ora la stessa Meloni, per non parlare del ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dovrà fare i conti col percorso parlamentare delle misure appena adottate. Un percorso che sarà tanto breve, dovendosi evitare entro la fine dell’anno il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio, quanto a rischio di incidenti o, quanto meno, di imprevisti perché la maggioranza è pur sempre composita. E a Palazzo Madama, con tutti i senatori imbarcati nel governo come ministri e sottosegretari, i margini sono, come al solito, dannatamente stretti. 

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Bonaccini è davvero partito. E Conte non ha gradito per niente

Dalle parti di Giuseppe Conte, la cui leadership viene oggi definita dal Foglio “pericolosa ma di successo”, non risulta gradita la candidatura alla segreteria del Pd appena annunciata, o confermata, dal presidente della regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini. Che l’ha lanciata nel circolo del partito al quale è iscritto, nel Modenese, e poi nella trasmissione televisiva di Lucia Annunziata, su Rai3. 

“Bonaccini è un altro Letta: non sceglie fra Conte e Calenda”, ha protestato, in apertura di prima pagina, Il Fatto Quotidiano notoriamente adorante dell’ex presidente del Consiglio. Che aspira a guidare lui la sinistra dall’alto delle  cinque stelle grilline, pur volando queste ormai molto al di sotto della quota delle elezioni politiche del 2018, avendo dimezzato i voti nelle urne del 25 settembre scorso e ancor più ridotto la rappresentanza parlamentare. Le Camere si sono  d’altronde ristrette di loro con la riforma costituzionale imposta nella scorsa legislatura proprio da Conte agli alleati di turno al governo: prima i leghisti di Matteo Salvini e poi il Pd dell’allora Nicola Zingaretti.  

All’interno, non bastando la mancata scelta fra Conte e Calenda rimproveratagli in prima pagina, il giornale parastellare ha praticamente liquidato Bonaccini come un “rottamatore” di scuola renziana, sostenuto non a caso nella sua corsa alla segreteria dai post-renziani rimasti nel Pd e guidati dall’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Dello stesso Renzi, d’altronde, Bonaccini fu il principale collaboratore e sostenitore, come coordinatore, nella scalata vincente del 2013 al Nazareno, la sede del partito, e al vicino Palazzo Chigi. 

Conte evidentemente non vuole rottamatori nel Pd che pensa di svuotare o di mettere poi al guinzaglio, come un cane neppure tanto di razza, visto l’incrocio “mal riuscito”, secondo Massimo D’Alema, fra i resti di quello che era stato il Pci e di quella che era stata la sinistra democristiana. Conte ha posto -coerentemente e prudentemente, dal suo punto di vista- come condizione per riprendere i rapporti interrottisi con la caduta del governo di Mario Draghi un “cambio di gruppo dirigente”.  E ciò all’interno -si deve presumere- della nomenklatura ormai consolidata al Nazareno alternando o sovrapponendo, secondo i casi, i  tradizionali accordi fra le correnti. Delle quali  invece Bonaccini, che non ha mai attivamente partecipato ad alcuna di esse, neppure a quella di Renzi che si guardò bene dal seguire nella scissione del 2019, ne ha piene, anzi pienissime le scatole. Egli ne ha appena bollato i capi -tutti, indistintamente- come pavidi, a dir poco, avendo preferito partecipare anche alle elezioni di settembre nei blindatissimi “listini” bloccati, non nei collegi uninominali dove si rischiava di più la bocciatura. 

A un Bonaccini così deciso a spazzare a casa sua e a non far liquidare il partito dai concorrenti esterni, peraltro offrendo onestamente ad amici e compagni la prospettiva di una “traversata nel deserto”, all’opposizione dopo tanta indigestione di governo all’interno o alla guida di varie maggioranze; a un Bonaccini, dicevo, così deciso sarebbe in fondo naturale da parte di Conte l’interlocuzione con un segretario del Pd scelto nel mazzo dei capicorrente come Dario Franceschini o Andrea Orlando. Dai quali il presidente della regione Emilia Romagna realisticamente non si aspetta un grande, o alcun aiuto, facendo più affidamento -ha detto- sui sindaci e sui segretari di circolo o, più generalmente, sui dirigenti periferici, a maggiore contatto dei vertici con la base e gli elettori. 

Una traversata nel deserto non è naturalmente una passeggiata, a meno che il deserto non sia finto. Però, senza volere enfatizzare niente, se ieri Bonaccini poteva contare su un sondaggio di Alessandra Ghisleri che gli attribuiva il 25 per cento delle intenzioni di voto, cioè una su quattro, oggi Ilvo Diamanti su Repubblica gliene attribuisce già una su tre.

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Abbreviata di un mese la imprevedibile corsa alla segreteria del Pd

La candidatura di Stefano Bonaccini a segretario del Pd in vista delle primarie, appena anticipate da marzo al 19 febbraio, è stata tante volte preannunciata ormai che la notizia sarebbe oggi solo quella della smentita dal luogo nativo in cui dovrebbe concretizzarsi: Campogalliano, vicino Modena. 

Se eletto davvero, l’attuale presidente della regione Emilia Romagna sarebbe il secondo strappo nella storia dei comunisti e post-comunisti italiani alla regola di non affidarsi a livello nazionale ad un emiliano fattosi le ossa come amministratore nella sua terra, perché sospettabile di imborghesimento. O comunque di indulgenza per una società opulenta e allegra: l’opposto di quella alla quale per generazioni erano stati abituati a pensare emuli e sognatori della rivoluzione bolscevica del 1917. 

Il primo strappo a quella specie di regola fu compiuto con Pier Luigi Bersani, ma a Pci ormai sciolto, travolto anch’esso dal crollo del muro di Berlino, messosi per un pò con i suoi simboli all’ombra di una quercia e alla fine accoppiatosi nel Pd con i resti della sinistra democristiana e cespugli vari.

Il buon Bersani è stato ed è, per carità, una persona simpaticissima. Mi sono sempre chiesto, da quando lo conobbi cenando una sera a Sain Vincent col comune amico Carlo Donat-Cattin, che cosa avesse del vero comunista col suo costante, indefettibile buon umore. Le sue metafore hanno fatto letteratura in politica: dal giaguaro di Arcore da smacchiare alle bambole da pettinare e, infine, alla destra travestita da mucca ormai accasatasi nella sede nazionale del Pd, al Nazareno, vagando fra corridoi e stanze, a cominciare da quella del segretario. 

Purtroppo toccò proprio a Bersani perdere nel 2013 -o non vincere, come lui preferì dire- il primo confronto elettorale col movimento grillino che ora, meno di dieci anni dopo, contende al Pd la guida della sinistra, sorpassandolo ogni tanto nei sondaggi. Nove anni fa, nella sua bonomìa e ostinazione, anche a costo di spazientire l’ex compagno di partito Giorgio Napolitano al Quirinale, Bersani volle tentare di allestire con l’appoggio o l’astensione dei grillini un governo che lui stesso definì “di minoranza e combattimento”. Fu solo deriso da quella specie di marziani appena sbarcati a Montecitorio, che volevano addirittura già condizionare la scelta del successore di Napolitano alla Presidenza della Repubblica. Non fu la fine della legislatura appena avviata, come si poteva persino auspicare dai virtuosi della democrazia, ma quella della segreteria Bersani al Nazareno sì. 

Molta acqua, certo, è passata da allora sotto i ponti. E’ caduto persino il soffitto di cristallo del monopolio maschile della guida del governo anche dalle nostre parti. Abbiamo una donna  a Palazzo Chigi, e per giunta di destra destra, protestano a sinistra, ma forse anche ad Arcore e dintorni. Eppure Bonaccini, se gli riuscisse la scalata alla segreteria, avrebbe più gatte da pelare in casa che fuori. 

L’ultimo sondaggio effettuato sulla corsa al Nazareno è quello di Alessandra Ghisleri pochi giorni fa, che attribuisce a Bonaccini un non proprio esaltante 25,9 per cento di preferenze fra i potenziali o volontari elettori. Lo segue, col 21,4 per cento, la sua giovane ex vice alla regione e deputata Elly Schlein. Che, a dire il vero, e senza volerla offendere, ma persino con una certa simpatia, sembra più adatta allo stato confusionale in cui si trova il Pd con i suoi tre passaporti -svizzero, americano e italiano- e l’allegramente ammessa bisessualità. Chi più di lei, peraltro neppure iscritta al partito, o non ancora, potrebbe davvero rivoltarlo come un calzino e riproporlo alle elezioni in chissà quale modo? 

Seguono, distanziati di moltissimo, e anche a dispetto di alcune indisponibilità dichiarate a correre, Vincenzo De Luca col 5,9 per cento, Francesco Boccia col 4,5, Paola De Micheli  col 3,3, Dario Nardella col 2,5, Peppe Provenzano coll’1,5 e Marco Ricci con lo 0,8 per cento. Auguri a tutti. 

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Perfino Goffredo Bettini comincia a sbottare contro Giuseppe Conte

Persino Goffredo Bettini, l’uomo che ha sussurrato un pò a tutti i cavalli della sinistra, persino al bizzarrissimo Matteo Renzi, adottando alla fine un esterno, davvero estraneo ad ogni tradizione di quel campo come Giuseppe Conte, sta riconoscendo che ora il presidente del MoVimento 5 Stelle esagera nell’avversione al Pd. “La mia autonomia politica nei confronti di Conte è forte. E’ totale”, ha appena detto al Foglio prima di partecipare all’odierna assemblea nazionale del suo partito, dove potrebbe essere ridotto di qualche settimana, almeno, il lungo percorso congressuale per sostituire Enrico Letta alla segreteria con qualcuno dei candidati già emersi o con altri a sorpresa. 

“La cordialità umana resta”, ha detto Bettini parlando sempre del rapporto con l’ex presidente grillino del Consiglio, ma…..”Politicamente, e penso alla decisione di correre in solitaria nel Lazio, Conte -ha spiegato Bettini- potrà dare qualche soddisfazione al suo partito ma finirà per rafforzare il governo di centrodestra”, facendo conquistare dalla coalizione guidata adesso a livello nazionale da Giorgia Meloni anche la regione Lazio del governatore uscente Nicola Zingaretti: quello che prendendo molto sul serio lo stesso Bettini aveva definito l’anno scorso Conte “il punto di riferimento più alto dei progressisti”. Ora invece la sua è “una strategia inutilizzabile” a giudizio anche dell’uomo del Pd orgoglioso -ha detto sempre al Foglio- della sua “durata”, per quanto alcuni vogliano che “taccia”. “Io sono ancora qui. Io resto”, ha aggiunto assicurando anche che il suo “desiderio di pensare la politica sarà insopprimibile”. Non credo, a questo punto, saltando nel partito di Conte per aiutarlo a sorpassare davvero il Pd, come ogni tanto avviene in qualche sondaggio fra gli applausi del Fatto Quotidiano. 

L’ultimo sondaggio, in ordine di tempo, è quello appena sfornato da Alessandra Ghisleri, che ne riferisce oggi personalmente sulla Stampa attribuendo al Pd il 17,4 per cento delle intenzioni di voto, con l’aumento di quasi un punto rispetto ad una quindicina di giorni fa, e al partito di Conte il 16,5: mezzo punto in meno dell’altra volta. Giorgia Meloni e i suoi fratelli d’Italia sono invece ancora sopra di circa due punti ai risultati elettorali del 25 settembre col 28,5, La Lega di Matteo Salvini al 10,2, con poco più di un punto sopra, e Forza Italia di Silvio Berlusconi distanziata ancora di più col 6,1: quasi due punti e mezzo dietro anche al cosiddetto terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi. 

Per tornare al Pd e alle sue pene si è fatto sentire anche il segretario uscente per rispondere alla scrittrice Michela Murgia, che ieri sulla Stampa aveva scritto della “scomparsa” ormai del patito del Nazareno e lo aveva sfidato a dire finalmente “qualcosa di sinistra”, senza farsi scavalcare dagli intellettuali come lei. Enrico Letta si è difeso, sullo stesso giornale, rivendicando il merito di avere avviato col congresso “la rigenerazione di un partito che accetta, unica forza politica tra quelle uscite sconfitte dal voto, di mettersi in discussione per capire che cos’è che non ha funzionato e cambiare”.

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