Draghi ha accontentato Salvini telefonando a Putin, ma a vuoto

Salvini al Senato

Non foss’altro per consolarsi di fronte ai sei punti che ormai lo separano nei sondaggi elettorali da Giorgia Meloni, la concorrente alla leadership del centrodestra e a un pur improbabile Palazzo Chigi al prossimo giro, a dispetto di tutte le difficoltà della coalizione improvvisata da Silvio Berlusconi nel lontano 1994, Matteo Salvini potrebbe a prima vista vantarsi della telefonata appena fatta da Mario Draghi a Putin per la guerra in Ucraina. Fu proprio il capo della Lega la settimana scorsa, nella discussione seguita all’”informativa” del presidente del Consiglio, a suggerire, chiedere, reclamare, come preferite, una chiamata al Cremlino. E a lasciar credere di avere buoni motivi per credere che Putin non aspettasse altro per aprire spiragli finalmente di pace.

Draghi ha impiegato un pò di giorni per chiamare Putin, essendosi prevedibilmente, anzi auspicabilmente consultato con alleati e amici, visto che l’Italia partecipa ancora alla Nato e all’Unione Europea. Qualcuna delle proposte di Salvini, per esempio quella dello sblocco delle esportazioni di grano ucraino, Draghi l’ha accolta. Della rinuncia di Mosca ad ospitare l’Expo del 2030 Draghi non ha fatto in tempo ad avvalersi perché Putin ci aveva rinunciato da solo, ma non certo -come suggerito appunto da Salvini- per sostenere la candidatura dell’ancora ucraina Odessa, peraltro concorrente anche di Roma. 

Il guaio però per Salvini è che le sue presunte o reali informazioni su umori e disponibilità del Cremlino si sono rivelate una sòla, come dicono a Roma, per cui vantarsi della telefonata di Draghi potrebbe diventare addirittura un’autorete nei rapporti per lui così importanti con la Meloni per i fatti di casa nostra. Putin è disposto a sbloccare il grano dell’Ucraina, che intanto sembra essere stato per un bel pò rubato dai russi, a condizione che cessino le sanzioni adottate contro Mosca non singolarmente dall’Italia ma dall’Unione Europea e da altri ancora. La conclusione tratta da Draghi è analoga a quella della precedente telefonata: il capo del Cremlino non ha ancora voglia di pace, se mai ne avrà. Continua ad avere voglia solo di guerra e di acquisizione di terre altrui. 

Non parliamo poi della fine fatta anche al Cremlino del famoso piano di pace predisposto dall’Italia, pur allo stato “embrionale”, come ha precisato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio dopo i primi segnali negativi giunti dalla Russia. L’omologo di Di Maio a Mosca è intervenuto, non certo a sorpresa di Putin, per liquidare il piano italiano come inconsistente: cosa che in Italia avrà forse fatto piacere anche a Giuseppe Conte, che per ragioni interne al MoVimento 5 Stelle di cui è presidente, tiene a Di Maio come Matteo Salvini alla Meloni, e viceversa, nel centrodestra. 

In questa situazione appare quanto meno avventurosa la costanza del segretario del Pd Enrico Letta nel perseguire l’alleanza con Conte, concordando con lui primarie in Sicilia per affrontare con candidati comuni le elezioni regionali dell’autunno prossimo: una specie di antipasto delle elezioni politiche dell’anno prossimo. Vedremo che, fra i due, ci rimetterà di più. 

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Con Ciriaco De Mita quanti ragionamenti, quanta confidenza e quante liti…..

Titolo del Dubbio

Ecco, questo in ricordo del mio amico Ciriaco De Mita, morto ieri mattina in una clinica di Avellino a 94 anni compiuti a febbraio, è un articolo che mi sarei volentieri risparmiato per la complessità dei rapporti che abbiamo avuto per una sessantina d’anni:  forti tanto di simpatia personale, nata sui divani e nei corridoi galeotti della Camera, quanto di ostilità politica. Ci siamo sempre trovati divisi nel giudizio sugli altri, a cominciare da quelli del suo partito, la Dc.  

De Mita con Moro
De Mita con Forlani e Andreotti

Mi piacque subito, da giovanissimo cronista parlamentare, quel suo modo molto arabesco di ragionare, sino a imporre qualche volta una certa fatica a seguirlo, e quel temperamento deciso, sino al gusto della sfida: un pò come Amintore Fanfani. Avrei per questo voluto dire e scrivere anche di lui, come feci sul Momento sera a proposito di Arnaldo Forlani, conquistandomene subito la curiosità diventata poi anch’essa amicizia, che De Mita poteva considerarsi moroteo col cervello e fanfaniano col cuore. Ma Ciriaco, diversamente da Forlani, di cui a quell’epoca era vice segretario, era molto severo parlando di Moro. Gli rimproverava di essere stato troppo debole con gli alleati socialisti alla guida dei primi governi “organici” di centrosinistra, per cui fu ben felice dopo le elezioni politiche del 1968 di contribuire  da sinistra, di cui era uno dei leader con la sua  corrente chiamata “Base”, ad allontanarlo da Palazzo Chigi. E tre anni dopo, alla fine del 1971, quando Moro ebbe l’occasione di poter essere candidato al Quirinale dopo il fallimento di una lunga corsa di Fanfani, pur partito dalla postazione privilegiata di presidente del Senato, egli partecipò alle operazioni dietro le quinte per l’elezione invece di Giovanni Leone.

De Mita con Reagan
De Mita con Gorbaciov

Il fatto è che Ciriaco, seduto su un divano di Montecitorio, già prima che si cominciasse a votare su Fanfani mi aveva preconizzato quasi provocatoriamente, conoscendo bene le simpatie che avevo per Moro, l’elezione appunto di Leone, allora fuori dalle previsioni, pur essendo stato candidato alla Presidenza della Repubblica già nel 1964. Allora Moro da Palazzo Chigi lo aveva convinto a rinunciare a vantaggio del socialdemocratico Giuseppe Saragat. Che agli occhi di Moro, allora presidente del Consiglio, aveva il vantaggio di stabilizzare l’alleanza di centrosinistra mentre cominciava a maturare l’unificazione socialista, temuta da molti democristiani perché avrebbe potuto aumentare il potere contrattuale dei socialisti. 

De Mita con la moglie

In cambio Moro aveva procurato a Leone la nomina a senatore a vita da parte del novo presidente della Repubblica, succeduto al’impedito Antonio Segni, colto da ictus nell’estate di quello stesso 1964: un’estate torrida anche sul piano politico, col rischio a torto o a ragione avvertito a sinistra di un colpo di Stato per troncare quasi nella culta l’esperimento del centrosinistra. 

De Mita con Mattarella
De Mita con Cossiga

Su Moro poi De Mita ci ripensò, non prima tuttavia di procurargli un altro dispiacere facendogli mancare al primo scrutinio i voti necessari all’elezione a presidente quanto meno della Dc, essendogli mancato il Quirinale. Dovetti faticare modestamente un pò anch’io nel rimuovere Moro dal rifiuto di sottoporsi ad un’altra votazione per assumere una carica -ahimè- che avrebbe poi contribuito alla sua morte. Nel 1978 egli era infatti presidente dello scudocrociato, più influente dell’amico segretario del partito Benigno Zaccagnini, quando le brigate rosse progettarono e realizzarono il suo spettacolare sequestro sterminandone la scorta e uccidendo anche lui dopo 55 giorni di penosa prigionia. Durante la quale Craxi, arrivato nel 1976 alla segreteria del Psi al posto di Francesco De Martino, cercò inutilmente, direi disperatamente di strappare la Dc alla cosiddetta linea della fermezza pretesa e ottenuta dal Pci di Enrico Berlinguer nella maggioranza di solidarietà nazionale gestita a Palazzo Chigi da Giulio Andreotti.

Anche in quel passaggio mi trovai in disaccordo con De Mita, che vedeva nell’agitazione “trattativista” di Craxi -per quanto limitata alla concessione della grazia presidenziale alla sola Paola Besuschio, compresa nell’elenco dei tredici detenuti con i quali i terroristi avevano preteso di scambiare Moro- un odioso, strumentale tentativo di spaccare la Dc e, più in generale, la maggioranza di governo per aprire poi una nuova edizione del centrosinistra a partecipazione socialista più decisiva. 

De Mita con Craxi

Fedele a questa visione delle cose, cioè “prevenuto” verso Craxi, come io gli dicevo procurandomi smorfie e gesti liquidatori, quando il segretario socialista davvero capovolse la linea demartiniana di appiattimento del Psi sulle posizioni del Pci, formulata in quel famoso impegno a “non tornare mai più con la Dc senza i comunisti”, De Mita si propose di sbarrargli la strada di Palazzo Chigi, Che pure era stata tracciata nell’estate del 1979 a Craxi dal presidente socialista della Repubblica Sandro Pertini con un incarico di presidente del Consiglio a sorpresa. A favore del quale nella direzione della Dc si schierò, astenendosi nella votazione di sostanziale bocciatura del tentativo di Craxi di formare il governo, solo Forlani. 

Proprio in funzione di antagonismo, contro la prospettiva di un governo di centrosinistra presieduto dal leader socialista, De Mita si propose e fu eletto alla segreteria della Dc nel 1982, un anno prima delle elezioni politiche tradottesi però in un arretramento dello scudocrociato. Così la presidenza socialista del Consiglio uscita dalla finestra con i governi prima di Francesco Cossiga, poi di Arnaldo Forlani poi ancora di Giovanni Spadolini e infine di Amintore Fanfani, entrò dalla porta nelle trattative per la formazione del primo governo della nona legislatura repubblicana. 

Fu un colpo duro per De Mita, e anche per il segretario del Pci Enrico Berlinguer, che si aspettava dal segretario della Dc una più forte resistenza alla promozione non del compagno socialista Craxi ma dell’avversario, deciso a ribaltare i rapporti di forza fra il Psi e il Pci.

De Mita con Berlinguer

Titolo del Dubbio

De Mita, che aveva praticamente scommesso tutte le sue carte personali e le prospettive generali del Paese più sull’evoluzione dei comunisti che sulla collaborazione con i socialisti, stette al gioco di Craxi a Palazzo Chigi con evidente sofferenza. Quando glielo rimproveravo dicendo che insieme sarebbero diventati “i padroni d’Italia” e divisi si sarebbero reciprocamente danneggiati, come poi si sarebbe verificato, lui mi dava dell’”ingenuo”. E come tale mi dovette liquidare esprimendo da ex presidente del Consiglio e presidente della Dc nel 1989 all’Eni, che lo aveva evidentemente consultato, parere contrario alla mia nomina a direttore del Giorno. Ma, franco com’era, me lo disse personalmente telefonandomi e augurandomi lo stesso buon lavoro, cioè comunicandomi lui per primo la notizia della nomina. Come non essere oggi provato e commosso nel ricordarlo? Ciao, Ciriaco. 

Pubblicato sul Dubbio

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Draghi in paziente attesa dei risultati delle amministrative di giugno

Con una quantità di pazienza, ma anche di una certa professionalità politica che sta sorprendendo -dicono a Palazzo Chigi e dintorni- anche familiari e amici di consolidata frequentazione, Mario Draghi ha deciso di attendere  quietamente il primo turno delle elezioni amministrative. Egli vuole consentire ai partiti per niente quieti della sua vasta maggioranza di misurarsi nelle urne, nella speranza che poi si diano quella che a Roma chiamano “una regolata”. 

Sottrattosi ad un voto parlamentare sulla guerra in Ucraina prima del Consiglio europeo di fine maggio, quando Giuseppe Conte già avrebbe voluto metterlo alla prova con uno no esplicito ad ulteriori aiuti militari a Kiev dopo l’aggressione russa, Draghi cercherà lui stesso un voto alle Camere prima del successivo Consiglio europeo, programmato per il 23 giugno, dopo l’esaurimento appunto del primo turno elettorale amministrativo del 12.  

Il tesoriere grillino e senatore Claudio Cominardi
Il graffito anti-Draghi sponsorizzato dal tesoriere 5 Stelle

Si vedrà allora se Salvini e un pò anche Berlusconi, appena tornato peraltro sulle prime pagine dei giornali per i suoi processi seriali titolati “Ruby”, avranno ancora tanta voglia di fare concorrenza al pacifismo praticato da Conte, e se ne avrà ancora tanta lo stesso Conte. Che sa di essere atteso alle prove delle urne non solo da Draghi ma anche nel suo movimento. Dove non a caso il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha immediatamente protestato contro il tesoriere delle 5 Stelle, il senatore Claudio Cominardi, vecchia conoscenza dei commessi per la vivacità dei suoi comportamenti in aula, avendo rilanciato per Instagram un graffito contro Draghi al guinzaglio del presidente americano Joe Biden. “Quell’immagine è inaccettabile”, ha detto il ministro sollecitando direttamente Conte a “prenderne le distanze”.

Dal blog d Beppe Grillo

Di fronte a questo scontro in casa il garante, elevato e altro ancora, Beppe Grillo, recentemente apparso anche lui stanco o pentito del sostegno a Draghi, è tornato a mettersi alla finestra rispolverando sul suo blog un vecchio articolo di febbraio scorso. In cui ammoniva che la natura rivoluzionaria dei pentastellati era “chiamata a passare dagli ardori giovanili alla maturità, senza rinnegare le radici ma individuando percorsi più strutturati per realizzarne il disegno”. Anche Grillo evidentemente vuole vedere se e quanto male uscirà dalle urne amministrative di giugno il movimento ora guidato dall’ex presidente del Consiglio.

Giuseppe Conte
Marco Travaglio sul Fato Quotidiano

Col cuore invece sempre lanciato oltre l’ostacolo il solito Travaglio sull’altrettanto solito Fatto Quotidiano ha già cominciato a festeggiare una crisi di Draghi e della sua pretesa -ha scritto- di dettare la linea ai partiti anziché subirla non essendosi mai messo alla prova del voto personalmente, promosso alla Presidenza del Consiglio da Mattarella avallando un mezzo complotto o persino un “Conticidio”, titolo di un libro dello stesso Travaglio. Che ha così concluso le sue riflessioni odierne sulla consistenza del successore di Conte: “Basterà consultare la cartina per scoprire che Draghi non fa neppure capoluogo”.  Eppure Conte non è riuscito a piazzare un suo candidato, d’intesa col Pd, in nessuno dei capoluoghi o comuni meno importanti dove si voterà il 12 giugno e prevedibilmente il 26 per i ballottaggi. 

Titolo del Giornale

In curiosa ma non inedita sintonia col Fatto Quotidiano anche il Giornale della famiglia Berlusconi scommette sulla debolezza più di Draghi che di Conte descrivendo il premier ad un drammatico “bivio” con questo titolo che parla da solo: “Salvate l’uomo che doveva salvare l’Italia”. Per una volta Travaglio vi si sarà riconosciuto sentendosi al Giornale, come ai tempi in cui vi lavorava con Montanelli in versione molto critica con l’editore, sino a intimargli -a cavallo fra il 1993 e il 1994- di non scendere in politica, pur su posizioni anticomuniste che erano state le sue. 

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Quel mezzo fantasma del piano di pace di Luigi Di Maio per l’Ucraina….

C’è un fantasma italiano che si aggira nelle cancellerie internazionali, persino nel palazzo di vetro delle Nazioni Unite, a New York. E’ un piano di pace: non quello tuttavia dei balneari, da cui pure è sembrato per un pò dipendere addirittura la sopravvivenza del governo di Mario Draghi, rifiutatosi di estrapolare dal disegno di legge sulla concorrenza le gare reclamate dall’Unione Europea per le concessioni delle spiagge, e osteggiate in particolare dal centrodestra. Dove sentono in pericolo addirittura settecentomila posti di lavoro, minacciati da multinazionali e simili che potrebbero subentrare ai concessionari attuali.

Medvedev su Di Maio secondo il Corriere della Sera

Molto meno modestamente si aggira per le cancellerie internazionali un piano italiano per la pace in Ucraina, che però prima ancora della stessa Italia porta il nome del ministro grillino degli Esteri Luigi Di Maio anche perché sino ad ora non ne ha mai parlato il presidente del Consiglio per condividerne la paternità, pur scrivendosene diffusamente un pò dappertutto. Ne ha appena parlato, per esempio, l’ex presidente russo, ora vice di qualcos’altro, Dmitry Medvedev, per liquidarlo come peggio non si poteva, trovandolo “preparato non da diplomatici, ma politologi locali che hanno letto giornali provinciali e che operano solo sulla base delle notizie false diffuse dagli ucraini”. 

Titolo di Repubblica

“Di Maio-Medvedev, scontro sul piano di pace italiano”, ha titolato in prima pagina Repubblica con una incompletezza che fa torto francamente alla scelta del ministro degli Esteri di affidarle la settimana scorsa l’esclusiva del documento, sia pure “allo stato embrionale” che l’autore ha voluto precisare di fronte alle critiche liquidatorie- ripeto- dell’ex presidente russo. 

Penso, a favore di Di Mao, che più importante della bocciatura dell’ex presidente sia la prudenza, quanto meno, del portavoce del presidente russo in carica -Dmitry, pure lui, Peskov- che ha tenuto per ora ora fuori dalla contesa Putin perché al Cremlino il documento italiano non sarebbe stato ancora letto. O non ancora dal presidente in persona. Che forse, chissà, qualcosa delle pur “embrionali” proposte di Di Maio potrebbe trovare di un certo interesse, come la neutralità da imporre all’Ucraina e una conferenza per la sicurezza e i confini europei analoga a quella svoltasi nel 1975 a Helsinky, ben prima della caduta del muro di Berlino e del comunismo, nell’autunno del 1989, e di tutto ciò che poi è seguito, compresa la guerra in corso. 

Il Fatto Quotidiano su Di Maio

Certo, il silenzio sinora di Draghi sul documento del suo ministro degli Esteri non è ordinario, diciamo così. E neppure meritato da Di Maio, che ha fiancheggiato il presidente del Consiglio nella linea fortemente atlantista e di aiuti anche militari all’Ucraina messa invece in discussione dal capo del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Ma ancor meno ordinario, o più sorprendente, come preferite, è l’indifferenza dello stesso Conte per il piano di Di Maio.  Di cui egli  avrebbe potuto o dovuto, sempre come preferite, quasi appropriarsi, non foss’altro per cercare di mettere in qualche imbarazzo il silente Draghi, succedutogli a Palazzo Chigi più di un anno fa. Invece, niente. Conte ha girato la testa dall’altra parte anche a Di Maio e al suo piano. Di cui anzi il giornale più nostalgico dello stesso Conte a Palazzo Chigi, Il Fatto Quotidiano, si è affrettato a rilevare, o rivelare, un sostanziale fallimento. Sentite cosa o come ne hanno scritto sul giornale di Travaglio: “Chissà come avrebbe reagito la stampa italiana quando, compatta, considerava il ministro degli Esteri un incompetente e un impostore, all’esito del suo piano di pace. Oggi che Luigi Di Maio è il volto desiderabile dei 5stelle, le critiche sono messe sotto il tappeto, anche se il piano, lanciato come la novità della settimana da Repubblica lo scorso 19 maggio, sembra archiviato”.  

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Ciò che rimane dei rapporti politici e umani dopo trent’anni di giustizialismo….

Titolo del Dubbio

 Per come si sono messe le cose con l’attualità sequestrata dalla guerra in Ucraina -anch’essa sfruttata dai partiti nel gioco dei quattro cantoni per smarcarsi l’uno dall’altro e tutti insieme dal governo cui pure accordano la fiducia- e col contenimento del tempo concesso alle votazioni, nella sola giornata ormai estiva del 12 giugno, temo che i risultati dei referendum sulla giustizia promossi da leghisti e radicali non risulteranno validi. Essi saranno probabilmente vanificati dal solito, crescente astensionismo. 

Silvio Berlusconi a Napoli

Nè credo, francamente, che sarà riuscito a scaldare il cuore degli elettori l’appello appena lanciato loro da Silvio Berlusconi nel discorso a Napoli sulla sua ridiscesa in campo, o sull’eterno ritorno, come altri lo hanno chiamato, perché l’uomo francamente non appare nelle migliori condizioni politiche. Il “suo” centrodestra -suo perché fu lui a fondarlo nel 1994, pur vestendolo un pò all’Arlecchino, con i leghisti promossi ad alleati al Nord e la destra di Gianfranco Fini promossa nel Centro e nel Sud, ben al riparo dagli sputi neppure tanto metaforici del padanissimo Umberto Bossi- è in uno stato a dir poco confusionale: diviso dalle opposte ambizioni leaderistiche di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni e segnato dalla ridotta “spinta propulsiva” di Forza Italia. Così la buonanima di Enrico Berlinguer disse ad un certo punto  del comunismo che pure il suo partito portava ancora nel nome, nelle insegne e nel colore. 

L’enigma Giuseppe Conte

Sì, so bene che i sondaggi sono ancora favorevoli al centrodestra e che il segretario del Pd Enrico Letta ammonisce i suoi del campo più o meno largo a non scommettere più di tanto sulla incapacità degli avversari di arrivare uniti lo stesso alle elezioni generali dell’anno prossimo, salvo anticipi per incidenti di percorso, quanto meno, se non per i calcoli sbagliati dell’insofferente presidente del movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Del quale si potrebbe ripetere ciò che la buonanima di Winston Churchill diceva della Russia sovietica pur dopo averla assunta nell’alleanza antinazista della seconda guerra mondiale: “un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma”. Non immaginava, poveretto, che cosa sarebbe riuscito a fare della Russia non più sovietica Putin molti, moltissimi anni dopo. 

Mario Draghi

Non mi strappo tuttavia le vesti pensando a ciò che potrà accadere dopo il prevedibile naufragio astensionistico dei referendum, in un Parlamento che in ogni caso  non più tardi dell’anno prossimo sarà liberato dalla “centralità” grillina di cui l’attuale è in qualche modo prigioniero dal 2018. Lo è anche in questo finale di legislatura gestito da un presidente del Consiglio come Mario Draghi, prudentemente protetto da Mattarella in una maggioranza molto larga. Dove i grillini per forza di cose contano meno di prima e debbono inghiottire ogni tanto bocconi amarissimi, come la permanenza dello stesso Draghi a Palazzo Chigi o l’ancor fresca elezione di Stefania Craxi alla presidenza della Commissione Esteri del Senato contro il candidato pentastellato ed ex capogruppo Ettore Licheri. 

Le vesti me le strappo piuttosto già adesso, senza aspettare il 12 giugno, vedendo il livello al quale sono ridotti il giornalismo e dintorni dopo una trentina d’anni di giustizialismo iniettato nella politica e nella opinione pubblica dalla magistratura per niente placata, anzi ancor più eccitata dalla decapitazione della cosiddetta Prima Repubblica. Cui sono seguite una seconda, una terza e persino una quarta, stando a certe trasmissioni televisive, più o meno incapaci di restituire alla politica il primato assegnatole dai costituenti. 

Giorgio Napolitano
Lia Quartapelle

Proprio l’appena ricordata elezione di Stefania Craxi alla presidenza della Commissione Esteri del Senato ha fornito l’occasione a Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano per stendere una specie di lista di proscrizione dei craxiani, familiari e non, sopravvissuti al leader socialista. Ha chiuso la lista una deputata esperta di politica estera, la “ragazza prodigio del Pd milanese” Lia Quartapelle, perché- sentite- “diventata moglie di Claudio Martelli”. Ne è rimasto escluso, forse considerandone il ricovero all’ospedale Spallanzani di Roma per un intervento alla bella ma pericolosa età di quasi 97 anni, Giorgio Napolitano. Che da presidente della Repubblica fece infuriare i nemici di Craxi riconoscendo alla vedova, in una lettera nel decimo anniversario della morte, che il marito aveva ricevuto dalla magistratura e appendici  un trattamento di una “durezza senza uguali”. A proposito, auguri centenari, caro presidente. 

Da una prima pagina del Fatto Quotidiano

La ciliegina sulla torta di Barbacetto è il titolo apposto al suo articolo nel richiamo di prima pagina del quotidiano di Marco Travaglio: “Di Craxi non si butta niente”, come si dice -guarda caso- del maiale. E questo sarebbe  giornalismo, o confronto politico. Un deserto culturale e umano, direi.  

Pubblicato sul Dubbio

Dalle omissioni generali su Falcone alle distrazioni di Enrico Letta sui rischi di Draghi

  La prima tentazione, volendo individuare il tema di maggiore attualità, è di lamentare la eccentricità delle celebrazioni di Giovanni Falcone anche nel trentesimo anniversario della strage di Capaci, dove la mafia lo uccise con la moglie e con quasi tutta la  scorta. 

Tutti -anche quelli che non ne avrebbero titolo per avere a suo tempo partecipato da magistrati, da politici e da opinionisti alla contestazione della sua figura, contrastandone la carriera- sono tornati ad elogiare Falcone per coraggio, serietà di indagini e correttezza di comportamenti. 

Mattarella commemora Falcone a Palermo

Nessuno, dico nessuno, si è ricordato nei discorsi commemorativi, neppure il presidente della Repubblica, di spendere una parola di ringraziamento, riconoscimento o quant’altro al governo che ne seppe valutare le qualità e, avvertendo lo stato di pericoloso isolamento in cui i colleghi lo avevano messo a Palermo, chiamò Falcone a Roma. Dove gli consentì  di continuare la sua lotta alla mafia dalla postazione di direttore generale degli affari penali del Ministero della Giustizia: purtroppo senza riuscire a salvargli la vita, perché la mafia lo eliminò ugualmente, e nel modo più spettacolare e sfrontato possibile. 

Quel governo era presieduto da Giulio Andreotti ed aveva come guardasigilli Claudio Martelli: entrambi oggi praticamente innominabili come, rispettivamente, un mafioso salvato in vita dalla prescrizione in tribunale e un avanzo del craxismo inteso come fenomeno delinquenziale, 

Titolo del Giornale

La prima tentazione, dicevo, è di parlare di questo, e non altro. Ma più attuale, ai fini della politica corrente, è invece l’abbaglio nel quale è incorso il segretario del Pd Enrico Letta tornando a indicare il maggiore pericolo per il governo Draghi nel pur criticabilissimo -per carità- Matteo Salvini, con le sue sparate putiniane e antieuropeiste ogni tanto spalleggiate nel centrodestra addirittura da Silvio Berlusconi. Il cui Giornale di famiglia oggi ha aperto gridando su tutta la prima pagina contro l’Unione Europea che “si butta a sinistra” solo perché continua a tenere d’occhio l’ingente debito pubblico italiano chiedendo il rispetto degli impegni assunti sulle riforme in cambio dei finanziamenti comunitari al piano di ripresa nazionale. 

Enrico Letta non vede, o finge di non vedere, che non meno di Salvini, e persino -ripeto- di Berlusconi, è un pericolo per il governo Draghi per putinismo in tempo di guerra all’Ucraina e diffidenza verso l’Europa il MoVimento 5 Stelle, o  quel che ne rimane. Con cui invece il segretario del Pd continua a inseguire il progetto di un campo più o meno largo. Non si accorge, poverino, o non vuole accorgersi, che ormai sta venendo meno a Draghi anche l’aiuto fornitogli da Beppe Grillo in persona nella formazione del suo governo. E se viene meno quello di Grillo, figuriamoci se Draghi potrà contare  sul sostegno vero di Conte nella crescente campagna elettorale, in vista delle amministrative del 12 giugno e delle politiche dell’anno prossimo: un Conte peraltro già incapace di controllare i gruppi parlamentari dei quali, del resto, non fa neppure parte né come deputato né come senatore. 

L’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano
Dal blog di Beppe Grillo

Nel blog di Grillo, ora non più tanto personale per gli accordi di natura anche economica stretti con Conte, è appena uscito un post che ha fatto di nuovo sognare il solito Marco Travaglio, portandolo nell’editoriale odierno del Fatto Quotidiano a sollecitare Conte a fare uscire i pentastellati dal governo e della maggioranza. La quale secondo Grillo, copertosi dietro Paul Rulkens e persino Einstein, “è sempre in errore”. Ha invece sempre ragione, nella massa grigia indistinta, quell’omino rosso che protesta, “rompe con gli standard” e “va da solo” perché così “è più probabile -parola di Einstein- che si trovi in luoghi dove nessuno è mai arrivato”: prima della morte, aggiungerei, perché lì davvero arrivano tutti, prima o dopo. 

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Passo falso e sfacciato di Salvini nei rapporti con Berlusconi e Forza Italia

Immagini dall’Ucraina a ferro e fuoco

Mentre la guerra in Ucraina non solo prosegue ma si complica, nonostante le voci ricorrenti su trattative più o meno segrete, e il presidente del Consiglio Mario Draghi fa una telefonata di solidarietà politica e umana al presidente ucraino Zelensky, per niente rassegnato a perdere le terre reclamate da Putin, il leder legista Matteo Salvini fa un altro dei suoi ormai abituali passi falsi nel già diviso e sofferente centrodestra. In particolare, ormai puntando sull’aiuto di Berlusconi nella difesa dalla concorrenza leaderistica di Giorgia Meloni, la cui destra ha sorpassato ormai ciascuno degli altri due partiti della coalizione e potrebbe essere contenuta solo da liste unitarie di forzisti e leghisti, Salvini ha voluto difendere l’ex presidente del Consiglio da dubbi, critiche e quant’altro della ministra Mariastella Gelmini. Che prima aveva contestato vigorosamente il siluramento del coordinatore regionale di Forza Italia in Lombardia, a vantaggio della fedelissima di Berlusconi Licia Ronzulli, e poi era insorta contro estemporanee dichiarazioni di Berlusconi contro gli aiuti militari all’Ucraina e a favore di almeno alcune delle “domande” di Putin, per quanto formulate lanciando missili e compiendo stragi.  

“Io -ha praticamente detto Salvini- conterei sino a cinque prima di attaccare  Silvio Berlusconi, con tutto quello che ha fatto nella vita. A uno può piacere o meno, ma lascia traccia nella storia del nostro Paese”. Come forse fece, a suo avviso, nel 2018 autorizzandolo a rimanere con un piede nel centrodestra e mettersi con l’altro, ben più visibile, in una improvvisata alleanza di governo con i grillini. Che erano stati liquidati dall’ex presidente del Consiglio nella campagna elettorale come concorrenti dei nazisti e tanto incompetenti da non poter aspirare neppure ad un posto di uomo o donna delle pulizie in una delle sue aziende. 

La ministra Gelmini -di cui posso testimoniare personalmente una vecchia diffidenza verso i leghisti a conduzione salviniana, nonostante certe foto cordiali d’archivio- – non si è fatta scappare l’occasione per reagire, e al tempo stesso confermare il suo dissenso da Berlusconi sul tema della guerra e della politica estera, anche dopo la frenata impostasi dal Cavaliere nel discorso conclusivo del raduno forzista a Napoli sabato scorso. “Invito il segretario della Lega Matteo Salvini -ha risposto la ministra in una dichiarazione diffusa dalle agenzie di stampa- a rispettare il dibattito interno ad un partito che per il momento non è il suo. Ho posto in Forza Italia -ha aggiunto e al tempo stesso insistito la Gelmini- un tema di linea politica su una posizione che comprendo bene non sia quella di Salvini, ma che riguarda la collocazione europeista ed atlantista di Forza Italia. Un problema che evidentemente esiste, visto che per due volte il partito è dovuto intervenire a chiarire, a prescindere da me”. 

Quel richiamo alla “collocazione europeista” vale doppio considerando che Salvini si era appena pronunciato anche contro la necessità  ribadita da Bruxelles di portare avanti nei tempi stabiliti le riforme contenute nel programma del governo Draghi per realizzare con i finanziamenti comunitari il piano della ripresa e non fare aumentare a vuoto il già ingente debito pubblico italiano.

Titolo del Foglio
Titolo del Giornale

“Azzurri uniti: da Gelmini rilievi ingiusti”, ha cercato di minimizzare salvinianamente in prima pagina il Giornale  della famiglia Berlusconi, ammettendo tuttavia che “le prese di posizione di Mariastella Gelmini sono diventate un caso in Forza Italia”. “Berlusconi vede Napoli e sulla guerra perde la testa”, ha titolato invece un suo commento sul Foglio Giuliano Ferrara, già ministro di Berlusconi. Che ne accetta solitamente le critiche -per stima, affetto e un pò anche soggezione- senza rinfacciargli la passata militanza comunista, non perdonata ad altri.  

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Più assordante la frenata che l’eterno ritorno di Berlusconi in campo

Stefania Craxi alla manifestazione di Forza Italia a Napoli

Preceduto sul palco del raduno di Forza Italia a Napoli per il suo “ritorno in campo” anche da Stefania Craxi, applauditissima nella sua fresca veste di presidente della Commissione Esteri del Senato, che poi ha ripreso posto in prima fila, Silvio Berlusconi nel discorso conclusivo ha ritenuto opportuna una frenata, quanto meno, sul tema delicatissimo della politica estera e della guerra in Ucraina. 

Titolo del Messaggero
Titolo della Stampa

A meno di un abbaglio collettivo dei giornali -i cui titoli sono stati concordi nell’avvertire un cambiamento rispetto ad alcune sortite recenti, nell’ultima delle quali Berlusconi aveva auspicato che l’Unione Europea convincesse il presidente ucraino Zelensky a “rispondere alle domande di Putin”, postegli addirittura con una guerra di aggressione-  l’ex presidente del Consiglio ha laconicamente e perentoriamente affermato che “Forza Italia è dalla parte dell’Unione Europea, della Nato e dell’Occidente”. E che “l’Ucraina è un paese aggredito”, appunto. Tanto aggredito -aggiungerei- che il presidente Zelensky si è dichiarato al momento indisponibile a sedere ad un tavolo di trattativa col capo del Cremlino, che da più di ottanta giorni ha messo a ferro e fuoco la sua terra conquistando una Mariupol, per esempio, completamente distrutta, rasa al suolo con le sue acciaierie e persino un teatro sotto le cui macerie non si sa ancora bene quanti morti siano stati trovati, e forse sepolti in tutta fretta in una fossa comune.

Titolo della Stampa
Titolo del manifesto

Naturalmente i putiniani d’Italia, chiamiamoli così, hanno già cominciato a dire che a spingere Zelensky a questa posizione, dopo averlo armato sino ai denti con altri paesi occidentali, fra i quali l’Italia di Mattarella, Draghi e Di Maio, ministro degli Esteri nonostante la posizione critica assunta dal suo partito guidato dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte; i putiniani d’Italia, dicevo, hanno già attribuito la posizione dura di Zelensky ai suggerimenti, consigli, ordini -secondo le varie sfumature di un antiamericanismo non certo nuovo- del presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Al quale è appena stato vietato, con un migliaio di altri americani, di mettere piede in Russia. 

Mariastella Gelmini

L’atlantismo ribadito da Berlusconi nel suo discorso di  ridiscesa in campo o di “eterno ritorno”, come ha scritto qualcuno, non ha convinto del tutto nemmeno Forza Italia, al di là delle bandiere e degli applausi, anzi delle ovazioni levatesi all’indirizzo dell’anziano leader. La ministra Mariastella Gelmini, per esempio, che aveva rilasciato un’intervista al Corriere della Sera per protestare praticamente contro le eccessive aperture di Berlusconi a Putin, ha forse voluto confermare il suo dissenso e i suoi dubbi con un’assenza notata da tutti, per quanto giustificata con un impegno altrove, ritenuto evidentemente meno importante della manifestazione organizzata  con tanto impegno alla Mostra d’Oltremare a Napoli. 

Aldo Grasso sulla prima pagina del Corriere della Sera

Proprio sul Corriere della Sera, il giornale affrettatosi a intervistare la ministra Gelmini, o da questa scelto per esprimere dissenso e preoccupazione per la cortina di ambiguità formatasi attorno a Forza Italia sulla politica estera, Aldo Grasso ha allungato oggi un pesante, pesantissimo sospetto sui reali rapporti fra Berlusconi e Putin. “Lasciamo perdere -ha scritto l’autore di Padiglione Italia, la rubrica domenicale di prima pagina del Corriere- la vecchia amicizia e i racconti stravaganti sul lettone regalato da Putin, ma l’impressione è che il nuovo zar sia in credito di qualcosa, altrimenti non si spiegherebbe tanto malcelato putinismo da parte di  alcuni leader italiani”. Al plurale, perché Grasso ha evidentemente pensato non solo a Berlusconi ma anche, per esempio, a Matteo Salvini nel centrodestra e a Giuseppe Conte nel “campo largo” dell’altra parte.  

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Mario Draghi si toglie un pò di sassolini dalle scarpe, per la guerra e altro ancora

Titolo del Fatto Quotidiano

Accusato dal giornale più ostile, che è naturalmente Il Fatto Quotidiano, di “scaricare sui partiti le colpe del suo governo”, Mario Draghi si sta forse togliendo più banalmente e umanamente qualcuno dei sassolini accumulatisi nelle scarpe in questi difficili mesi di campagna elettorale, di epilogo della legislatura e persino di una guerra -quella nell’Ucraina- sulla la quale forze e singoli esponenti della maggioranza si distinguono cercando più voti che pace. 

Titolo di Repubblica

Sembra un sassolino dalla scarpa, per esempio, la lettera  alla presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati che Draghi ha mandato prima di partire da Roma per la festosa visita, fra l’altro, ad una scuola di Sommacampagna, nel Veronese. Dove il presidente del Consiglio ha colto l’occasione per ribadire, a proposito della guerra in Ucraina, che Putin alla pace da tutti reclamata gli ha detto personalmente di non essere “al momento” interessato, avendola peraltro cominciata lui.

Poiché la presidente del Senato aveva a suo modo partecipato alle invocazioni dei partiti dissidenti  o insofferenti della maggioranza  perché il governo riferisse sulla guerra al Parlamento e si facesse magari dare un nuovo mandato a seguirla, dovendosi evidentemente ritenere  superato quello ottenuto a marzo quasi all’unanimità, col voto favorevole anche della opposizione di destra di Giorgia Meloni, non è stata forse casuale la implicita protesta del presidente del Consiglio per il ritardo accumulato al Senato dal disegno di legge sulla concorrenza. Che va approvato entro maggio se non si vogliono perdere i finanziamenti europei al piano della ripresa. I partiti, specie quelli di centrodestra, ci avranno messo di sicuro del loro nel ritardo dell’esame del provvedimento, pensando più ai gestori degli stabilimenti balneari preoccupati delle gare che potrebbero disturbarli nelle concessioni, che alla sorte del piano di ripresa nazionale. Ma neppure la presidente del Senato può ignorare la posta in gioco, e darsi conseguentemente da fare.

Luigi Di Maio alla Stampa

        Quando non se lo può togliere di persona, qualche sassolino dalla scarpa Draghi lo fa espellere dal suo fidato ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Che oggi in una intervista alla Stampa ha liquidato come “provocatore seriale” il leader leghista Matteo Salvini. Dal quale nella discussione sulla guerra appena svoltasi al Senato dopo l’“informativa” del governo, oltre ad una protesta per quell’animale” dato dallo stesso Di Maio a Putin all’inizio dell’invasione dell’Ucraina, erano arrivati solleciti a Draghi a chiamare personalmente Putin per verificarne la disponibilità  -come se lo stesso Salvini ne avesse già acquisito l’esistenza chissà con quali mezzi- ad un approccio, quanto meno, alle trattative. E ciò attraverso lo sblocco delle esportazioni di grano dell’Ucraina ferme nei porti minati, una tregua di 48 ore e una sponsorizzazione di Odessa come sede dell’Expo 2030, ritirando la candidatura di Mosca. 

Titolo del Giornale
Titolo di Domani

Ma ancor più che da Salvini, problemi a Draghi per la guerra in Ucraina stanno arrivando da Silvio Berlusconi, diventato secondo il  quotidiano Domani una “mina vagante” per il lamentato “coinvolgimento” dell’Italia con gli aiuti militari a Kiev e per l’auspicio, espresso ieri parlando a Napoli, che l’Unione Europea convinca Zelensky a “rispondere alle domande di Putin”. Il Giornale di famiglia ha cercato di diplomatizzare la sortita   facendo dire in un titolo all’ex presidente del Consiglio che “non c’è soluzione se non si coinvolge Putin”, ma le parole del Cavaliere sono apparse qualcosa in più ad altri quotidiani. 

Titolo della Stampa
Foto e titolo di Repubblica

La Repubblica di carta ha riproposto fotograficamente il vecchio sodalizio in pelliccia di Berlusconi e Putin, “l’amico russo”. E ha evocato “quegli scheletri nel lettone” regalato da Putin al Cavaliere. Che ora “riscopre la passione per lo Zar”, ha titolato La Stampa 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Se è proprio Berlusconi a mettere in imbarazzo Stefania Craxi

Titolo del Dubbio
Filippo Ceccarelli su Repubblica

“Quando si dice un caratterino. Stefania Craxi, eletta presidente della Commissione Esteri del Senato come esito dell’ultimo suicidio cinque stelle, è solo un pochino meno tosta di suo padre”, ha scritto su Repubblica Filippo Ceccarelli. Ed è proprio al padre, Bettino, che la figlia ha voluto richiamarsi sostenendo, appena eletta in questi tempi di guerra in Europa provocata dall’aggressione di Putin all’Ucraina, la necessità di “una durezza per condurre a un dialogo” e di “un atlantismo della ragione che non ammette deroghe ma non accetta subalternità”. 

Bettino Craxi

            L’atlantismo della ragione senza deroghe è quello praticato da Bettino Craxi negli anni della guerra fredda. Allora il leader socialista prima condivise il riarmo missilistico della Nato chiesto dagli Stati Uniti per recuperare lo svantaggio derivato dalla installazione dei missili SS20 nelle basi del Patto di Varsavia puntati contro l’Occidente, e poi da presidente del Consiglio fece installare a Comiso, come i tedeschi nella Germania di Bonn,  i più potenti missili Pershing e Crouise. Fu la sfida che schiantò letteralmente l’Unione Sovietica, senza bisogno di sparare un solo colpo. 

            L’atlantismo che non accetta subalternità è quello praticato nell’ottobre 1985 dallo stesso Craxi, sempre come presidente del Consiglio, in quella che è passata alla storia come “la notte di Sigonella”. Dove Craxi ordinò ai militari italiani nella omonima base americana di circondare e proteggere dall’assalto dei marines un aereo egiziano che era stato costretto ad atterrarvi trasportando verso l’Algeria il capo e alcuni autori dell’operazione terroristica palestinese di sequestro della nave Achille Lauro nel Mediterraneo. A giudicarli non poteva essere un tribunale americano ma la magistratura italiana, come la bandiera che batteva la nave espugnata e poi liberata con la mediazione del Cairo.

            Neppure al presidente americano in persona, Ronald Reagan, intervenuto con una telefonata dopo una inutile incursione dell’ambasciatore statunitense a Palazzo Chigi, Craxi permise di prevalere. E quando il ministro della Difesa Giovanni Spadolini si dimise per protesta contro la protezione diplomatica del capo dei terroristi garantita dagli egiziani, Craxi reagì prendendone semplicemente atto. Fu poi Spadolini a rinunciare alla protesta perché Reagan riconobbe la sovranità reclamata dal “dear Bettino”, come gli scrisse personalmente predisponendo un incontro chiarificatore alla Casa Bianca.

            Con simili precedenti, e in un momento come questo, nel quale si torna a discutere, per via della guerra in Ucraina, come si debba stare nella Nato per perseguire una comune linea di difesa e di sicurezza,  solo un politico un pò troppo improvvisato poteva pensare di fare battere Stefania Craxi nelle votazioni per la presidenza della Commissione Esteri del Senato da un grillino, per quanto diverso da quello precedente, espulso dallo stesso Movimento 5 Stelle perché sfacciatamente putiniano.

Mario Draghi
Giuseppe Conte

            Giuseppe Conte ha indirizzato le sue proteste al presidente del Consiglio, reclamando rispetto per gli undici milioni di voti grillini del 2018, più degli otto milioni di baionette della buonanima di Mussolini, senza la consapevolezza -temo- della posta in gioco. A Mario Draghi impegnato a condurre con Putin a distanza, insieme col presidente americano Biden e con i soci del’Unione Europea, un duro confronto per arrivare ad una trattativa di pace in una Ucraina sopravvissuta all’invasione grazie agli aiuti occidentali, la soluzione trovata al problema della presidenza della Commissione Esteri non poteva risultare più adatta. 

Giuliano Urbani al Corriere della Sera
Silvio Berlusconi ieri a Napoli

            Una presidente di centrodestra come Stefania Craxi, eletta al secondo scrutinio segreto -peraltro  col voto determinante non di un renziano, come sostenuto dai grillini, ma di Mario Monti- serve a Draghi anche per contenere paradossalmente Silvio Berlusconi. Che di recente ha ripetutamente concesso a Matteo Salvini- aumentando il clima di tensione esistente in Forza Italia e la voglia dichiarata al Corriere della Sera da Giuliano Urbani di stracciarne la vecchia tessera- la condivisione di un certo fastidio per il coinvolgimento di fatto dell’Italia nella guerra a causa degli aiuti militari agli ucraini. 

Anche Berlusconi a suo modo troverebbe pane per i suoi denti se fosse ancora tentato dal menù di Salvini. Che al Senato, nella discussione su una “informativa” di Draghi, è tornato a borbottare, diciamo così, contro l’invio di altre armi a Kiev assicurando che Putin non rimarrebbe insensibile se il presidente del Consiglio italiano gli proponesse personalmente lo sblocco delle esportazioni di grano ferme per la guerra, una tregua di 48 ore e una significativa rinuncia di Mosca a favore di Odessa ancora ucraina per ospitare l’Expo 2030. Il leader leghista o è troppo informato o troppo ottimista, persino più di Conte, l’altro dissidente “pacifista” della maggioranza.  

Pubblicato sul Dubbio

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