Di Pietro non si lascia distrarre dall’euroscandalo. Pensa ancora alla sua mancata Mafiagate

Mentre tutti, più meno. ne evocano la figura per il paragone cui, a torto o a ragione, si presta la sua figura di quando era magistrato con quella del belga Michel Claise, che sta facendo letteralmente tremare  l’Europarlamento col cosiddetto “Qatargate”, Antonio Di Pietro dalla sua masseria molisana nella quale ha voluto confinarsi da solo, se il suo si può davvero definire un confino, come io non ritengo, è tornato a lanciare le sue esche nelle acque degli storici, ma anche dei politici, rimasti sinora insensibili, o quasi, alle sue proteste per il lavoro incompiuto di inquirente una trentina d’anni fa. Allora anche lui faceva tremare un Parlamento, quello italiano, per le indagini su Tangentopoli, o “Mani pulite”, come le chiamarono più enfaticamente nella Procura di Milano dove egli lavorava. E al tempo stesso faceva sognare il pubblico giustizialista che reclamava sempre più arresti, sempre più avvisi di garanzia, che bastavano da soli a sputtanare chi li riceveva, e sempre più rinunce volontarie dei parlamentari alle norme di garanzia per le loro funzioni introdotte nella Costituzione dai cosiddetti padri della Repubblica. 

A dispetto di questa realtà percepita allora nel Paese, provocando peraltro un bel pò di suicidi e alla fine la tante volte celebrata caduta della cosiddetta prima Repubblica, Di Pietro si è riproposto in una intervista a Panorama più come “una lepre” che come “una volpe”, più come l’inseguito che l’inseguitore, più come la vittima che il giustiziere. Per quanto sorretto dal suo capo Francesco Saverio Borrelli, alla cui morte lui, non più magistrato, sarebbe andato ad onorarlo in lacrime, magari scusandosi in cuor suo per talune incomprensioni poi esplose anche in pubblico fra di loro, Di Pietro si sentiva ostacolato dai “servizi segreti deviati”, come li chiama con tutta la competenza a lungo attribuitagli in materia di servizi segreti regolari. A capo dei quali ci fu più di un politico della cosiddetta seconda Repubblica tentato di farlo approdare, fallito il tentativo di arruolarlo nel primo governo di Silvio Berlusconi come ministro dell’Interno, magari in tandem con l’amico e collega Pier Camillo Davigo alla Giustizia. Poi  “Tonino” sarebbe diventato, ma con Romano Prodi, soltanto ministro dei Lavori Pubblici, spedito però in quella specie di tana del lupo che il dicastero di Porta Pia era diventato come svincolo delle tangenti della prima Repubblica.

Ma perché i servizi segreti “deviati” ce l’avevano tanto con lui, lasciando anche qualche traccia raccolta, secondo Di Pietro, fra il 1995 e il 1996 nelle carte del Copasir, il comitato interparlamentare che praticamente vigila almeno sui servizi segreti regolari? E’ lo stesso Di Pietro a rispondere dicendo a Panorama che l’obiettivo di chi gli metteva “i bastoni fra le ruote” era di non fargli “rivelare le connessioni tra appalti e mafia”, ben più gravi dei finanziamenti illegali della politica scoperti dall’inchiesta di “Mani pulite”. Connessioni -ha spiegato sempre Di Pietro- raccontate in “un rapporto dei Ros”, cioè dei Carabinieri, consegnato nel 1992 a Paolo Borsellino e costatogli praticamente e veramente la vita nell’attentato di via D’Amelio, a Palermo, successivo a quello di Capaci a Giovanni Falcone. 

Morto Borsellino, col quale Di Pietro ha raccontato di avere “parlato” in tempo solo per convenire sulla necessità di “fare presto” il loro lavoro, sarebbe svanito quel prezioso e clamoroso filone che avrebbe potuto far passare le cronache giudiziarie da “Mani pulite” a “Mafia pulita”, come lo stesso ex magistrato ed ex politico ha proposto di chiamarla. Qualcosa -sembra di capire- che avrebbe fatto impallidire la Tangentopoli politica scoperta dalla Procura di Milano, declassandola ad una vicenda minore, una specie di Tangentopoli dei poveri.

E noi, poveri Pirla, stiamo ancora a pensare e a scrivere di questo magistrato belga in qualche modo emulo – con il milione e mezzo di euro sequestrato ai frequentatori maggiori e minori del Parlamento di Strasburgo- del Di Pietro di quei miserabilissimi sette milioni di lire, se non ricordo male, sequestrati il 17 febbraio 1992 a Mario Chiesa nell’ufficio di presidente del Pio Albergo Trivulzio. Quando impareremo, finalmente, a distinguere cose e uomini, o donne? Quando finiremo di scambiare lucciole per lanterne? Lucciole, ripeto, senza allusione alle “troie” appena rovesciate sulle cronache politiche dal solito Berlusconi parlandone, per scherzo, con i calciatori del Monza e provocando la solita bagarre. 

Visto che Di Pietro non ha parlato per la prima volta, e penso neppure per l’ultima, del colpaccio mancatogli a suo tempo da magistrato, cinicamente inchiodato all’aspetto in fondo minore del torbido di trent’anni fa, mi chiedo perché non si proponga un’inchiesta parlamentare su questa vicenda. Sembra che  quella solo su Tangentopoli, o “Mani pulite”, venga considerata troppo modestamente, e immoralmente, condizionata da presunti o reali propositi revanscisti di corruttori e corrotti segnati dal tempo. Fatevi sotto, coraggio, onorevoli deputati e senatori del Parlamento da poco rinnovato e ristretto. 

Pubblicato sul Dubbio

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