Quelle “nuvole all’orizzonte” che potrebbero lasciare Draghi a Palazzo Chigi

Titolo di Repubblica

E’ inutile cercare chissà dove la provenienza delle “nuvole all’orizzonte” avvertite da Mario Draghi, pur nella orgogliosa rivendicazione dei meriti del suo governo per la crescita dell’Italia. E adottate da Repubblica nel titolo di apertura in una visione, questa volta, pessimistica o quanto meno preoccupata del futuro prossimo, dopo le elezioni del 25 settembre. Le nuvole vengono in gran parte dalla campagna elettorale fatta di troppi “sogni”, cui Draghi stesso ha fatto sarcastici auguri, e di una certa confusione alimentata anche dagli scampoli di trattative a sinistra e a destra, nelle due aree maggiori profilatesi sinora nel campo di battaglia politica. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Bonelli e Fratoianni

A sinistra il povero Enrico Letta è ancora alle prese con le resistenze del verde Bonelli e del rosso Fratoianni, “adescati con 4 seggi” secondo la rappresentazione denigratoria del Fatto Quotidiano, che avrebbe voluto i due renitenti alla leva del Pd a disposizione invece del troppo solitario e debole Giuseppe Conte di memoria stellare.

Matteo Salvini a Lampedusa

A destra c’è lo spettacolo, o spettacolino, di Matteo Salvini ormai rassegnato alla candidatura di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi ma smanioso di avere in cambio almeno il ritorno al Viminale per presidiare i soliti confini della Patria minacciati dai migranti. Che magari sono mandati apposta dalle brigate del suo amico Putin in Libia per dargli da fare come ministro dell’Interno. La Meloni giustamente ha avvertito puzza di bruciato ed esita ad accontentare il suo ex concorrente o rivale all’interno del centrodestra che Silvio Berlusconi, dal canto suo, presidia sfogliando la margherita della sua candidatura a semplice senatore o anche presidente del Senato. E ciò in una gioiosa voglia di rivalsa appena smentita ma attribuitagli dall’amico Giuliano Ferrara dopo il torto della espulsione, o decadenza, da Palazzo Madama subito obiettivamente nel 2013 a votazione sfacciatamente palese. Che fu decisa in un clima di intimidazione politica colpevolmente tollerata dall’allora presidente del Consiglio Enrico Letta attestatosi su una posizione ufficialmente neutrale, pur essendo allora Berlusconi uno dei leader della sua maggioranza di governo, sopravvissuta poche settimane a tanta insipienza.  Essa si dissolse a prescindere dalla smania pur dimostrata da Matteo Renzi di aggiungere la carica di presidente del Consiglio a quella appena conquistata di segretario del Pd, in un cumulo di potere che era stato già stato infausto nella cosiddetta prima Repubblica, in ordine cronologico, ad Amintore Fanfani e a Ciriaco De Mita. 

Matteo Renzi

Ora Renzi -sì, proprio lui, a dispetto anche delle felici intuizioni avute tentando di ammodernare la sinistra e la Costituzione- è ridotto a doversi difendere dalle umiliazioni, o quasi, offertegli con qualche seggio di cosiddetta “testimonianza” da Enrico Letta e -sul versante opposto- da Berlusconi. E a correre orgogliosamente da solo scommettendo di raggiungere e superare la soglia del 3 per cento dei voti, al di sotto della quale non tornerebbe al Senato né approderebbe alla Camera con la sua Italia Viva, o con la R rovesciata che ha appena assunto come simbolo in una sfida suppletiva. 

Titolo della Verità

E’ sotto un cielo così incerto e confuso che scorrono le nuvole avvertite, indicate, temute -come preferite- da un Draghi che continua intanto a fare il suo lavoro per niente di ordinaria amministrazione scambiandosi sorrisi col ministro dell’Economia Franco, di nome e di fatto, appena riuscito a trovargli fra le pieghe del bilancio, senza fare altri debiti, i 15 miliardi di euro di spese del nuovo decreto di sostegno alle famiglie e imprese  in difficoltà. E lasciando liberamente interpretare i suoi disegni per il futuro nello stesso Palazzo Chigi o altrove: magari in Unione Europea, come lo ha appena immaginato Berlusconi dopo avere sorprendentemente contribuito a farne cadere il governo, dove pure Forza Italia era rappresentata da tre bravi ministri: tutti usciti per protesta dal partito, non dai loro dicasteri. 

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Come al solito, il veleno nella coda anche dell’operazione di Enrico Letta e Carlo Calenda

In cauda venenum, dicevano con la solita lungimiranza i latini senza poter immaginare che dopo tanti secoli potessero fare politica a Roma Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, in ordine rigorosamente alfabetico. Che, verdi fuori e rossi dentro, hanno messo il veleno nella coda dell’operazione di Enrico Letta con Carlo Calenda, ed Emma Bonino: si vedrà se più per farla saltare, togliendo magari Giuseppe Conte dall’isolamento in cui si è cacciato, o per trarre all’ultimo momento  alPd qualche altro strapuntino in più nelle nuove Camere. Dove di seggi non c’è proprio abbondanza dopo i tagli imposti dai grillini e consentiti dagli alleati di turno, a destra e a sinistra, originariamente contrari. O disponibili a condizioni che non sono state soddisfatte, per cui dall’unica riforma istituzionale fatta in questa legislatura è rimasto il peggio – un Parlamento meno rappresentativo di prima- e non il bene che si sarebbe potuto ricavare aggiornando anche la legge elettorale, la stessa Costituzione in altre parti, come quella sui delegati regionali per l’elezione del presidente della Repubblica, ora sproporzionati rispetto ai deputati e ai senatori, e la disciplina davvero dei lavori a Montecitorio e a Palazzo Madama. 

Titolo del Dubbio

“Sua Pazienza” Enrico Letta, hanno titolato al Dubbio nel sito on line sperando nella volontà e possibilità del segretario del Pd di non perdere già un pezzo dello schieramento faticosamente allestito per cercare di togliere al centrodestra la vittoria che i suoi leader stanno già festeggiando reclamando fra di loro ministeri e quant’altro. “L’ammucchiata è già una rissa”, hanno titolato al Giornale della famiglia Berlusconi per depotenziare la carovana elettorale del Pd, già paragonata di recente alla “gioiosa macchina da guerra” allestita nel 1994 da Achille Occhetto contro Berlusconi e sfasciatasi nello scontro. 

La vignetta del Corriere della Sera
La vignetta del Secolo XIX

Anche le vignette risentono delle scommesse sull’operazione di Enrico Letta e Carlo Calenda e sul veleno sparso sulla coda dalla sinistra ambientalista. “Tecnicamente Meloni è premier”, ha previsto sul Secolo XIX Stefano Rolli. Invece Emilio Giannelli sul Corriere della Sera, pur scherzando nel titolo sul “campo stretto”, non ha  fatto ancora scendere del tutto dal braccio sinistro del segretario del Pd la coppia Bonelli-Fratoianni. 

I tempi comunque stringono, anche per il caldo che fa dopo i temporali al Nord. Persino i veleni hanno una scadenza a giorni, se non ad ore.

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Le ammucchiate, naturalmente, sono sempre quelle degli altri….

La rottura tra Conte e Letta in una recente rappresentazione del Fatto Quotidiano

L’accordo elettorale alla fine raggiunto fra Enrico Letta e Carlo Calenda grazie -dietro le quinte- alle sollecitazioni e diffide di Emma Bonino, sottovalutata all’inizio dall’uno e dall’altro, è stato subito bollato come “ammucchiata” da Giuseppe Conte. Che pure da presidente del Consiglio ha avuto la disinvoltura di governare per una buona metà della legislatura con due maggioranze opposte, senza e con il Pd. Ed era pronto, prima che si desse la zappa sui piedi sfiduciando di fatto Mario Draghi e provocando le elezioni anticipate, a fare lui l’accordo col o al Nazareno per quello che si chiamava “campo largo”. In cui addirittura il non ancora presidente del MoVimento 5 Stelle ma ancora presidente del Consiglio era stato incautamente promosso dal predecessore di Enrico Letta, cioè Nicola Zingaretti, a “punto di riferimento dei progressisti”. 

Le ammucchiate, si sa, sono sempre e solo quelle degli altri. Le proprie sono intuizioni, operazioni e quant’altro felici, anzi felicissime, se coronate da sorprendenti successi, come accadde nel 1994 a Silvio Berlusconi vincendo le prime elezioni della cosiddetta seconda Repubblica a capo di una coalizione di centrodestra comprensiva dei dichiaratamente incompatibili Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Gli altri incompatibili, arruolati da Achille Occhetto nella famosa e “giocosa macchina da guerra” non furono altrettanto fortunati, per cui il segretario dell’ex Pci perse le elezioni e la carica. 

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

Dipenderà quindi anche questa volta dai risultati elettorali il giudizio sull’operazione concordata fra Enrico Letta e Carlo Calenda. Il primo ad augurarle l’insuccesso è stato naturalmente l’autore del giallo “Conticidio”, Marco Travaglio, che sul Fatto Quotidiano ha incoraggiato Giorgia Meloni a prolungare le vacanze, nei suoi metaforici stivali, fino al 24 settembre, non avendo bisogno di fare neppure campagna elettorale per vincere nelle urne col centrodestra e arrivare a Palazzo Chigi come la prima donna in assoluto nella storia d’Italia alla guida di un governo. 

Giuliano Ferrara sul Foglio

Amante dichiarato dei paradossi, che preferisce allegramente alle fatiche della coerenza, si è praticamente trovato d’accordo con Travaglio il suo opposto in giornalismo: Giuliano Ferrara. Che sul Foglio pazientemente diretto da Claudio Cerasa da quando il fondatore decise di stancarsi di meno ha scritto che “il vero accordo che potrebbe favorire l’aspirazione a un governo Draghi o simile dopo le elezioni sarebbe” -cioè, sarebbe stato, a questo punto- “quello con l’avvocato Bisconte e i suoi grillozzi superstiti, che sono dalle parti del 10 per cento e sarebbero determinanti nel favorire le sorti elettorali di una coalizione competitiva” col centrodestra. E qui il buon Ferrara ha citato come testimone il vecchio e generoso “amor nostro” del Foglio che è Silvio Berlusconi. Il quale da “candido” e “paradosso vivente” che è, “ha  detto apertamente e letteralmente in pubblico: vinceremo perché la sinistra non si accorderà con i grillozzi”. “Voce veridica dal sen fuggita”, ha chiosato l’’ex ministro del Cavaliere, fermo comunque, pur nella consapevolezza di perdere, nella scelta elettorale già annunciata a favore del Pd. Tanto, in una visione ludica della politica com’è quella preferita da Ferrara, l’importante è partecipare, non vincere.

Titolo del Foglio

“Esistono prospettive più interessanti nella vita” rispetto alla vittoria, ha confermato filosoficamente il fondatore del Foglio gridando a suo modo “a la guerre come à la guerre”. Suo -immagino- è anche il titolo, rigorosamente in rosso, dell’articolo: “Per essere draghiani sul serio”. Suo anche il cosiddetto sommario, naturalmente, che si conclude così: “La politica non si fa con egomaniacalità e lamenti moralistici”. 

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La rivincita di SuperMario coi numeri dell’Istat e del Fondo Monetario Internazionale

Titolo del Dubbio

Naturalmente non vogliono sentirselo dire né Giuseppe Conte, al quale neppure o soprattutto Beppe Grillo in fondo sembra voler perdonare la crisi, né il centrodestra che alla fine ha contribuito alla caduta del governo pur di anticipare il ricorso alle urne reclamate sino al giorno prima solo da Giorgia Meloni. Ma Mario Draghi continua ad essere il convitato di pietra, quasi il fantasma di questa campagna elettorale eccezionalmente estiva e breve. I numeri, particolarmente quelli ultimi del Fondo Monetario Internazionale e dell’Istat, parlano da soli a favore del presidente del Consiglio per ciò che ha fatto e per quello -sottinteso, ma neppure troppo- che potrebbe fare se dalle urne dovesse uscire un quadro di permanente “incertezza politica”, come dicono o temono al Fondo Monetario Internazionale. 

Giuseppe Conte

Altro che “forte discontinuità”, cambio di passo ed altre amenità di quel documento in nove punti che Conte ancora si vanta di avere presentato animatamente a Draghi in persona  rimanendo senza risposte sia a Palazzo Chigi sia al Senato, nel dibattito di verifica della maggioranza imposto dal presidente della Repubblica. Il governo aveva solo bisogno di continuare la sua azione sino al termine ordinario della legislatura, di proseguire sulla strada che -abbiamo appena saputo- ha consentito nello scorso mese di giugno di raggiungere il massimo dell’occupazione dal 1977, cioè da quando la si monitora come adesso, pari al 60,1 per cento.  

La “impressionante ripresa” dell’economia italiana -parola sempre del Fondo Monetario Internazionale- è tanto il vanto di Draghi oggi quanto la smentita del processo politico fattogli ieri da chi ne ha voluto la caduta, fallendo solo nel tentativo, che pure è stato compiuto dietro le quinte ma respinto dal capo dello Stato, di non fargli gestire le elezioni anticipate. Già, perché anche questo volevano, in particolare, Conte e forse, sotto sotto, persino Berlusconi: togliere subito dal governo un presidente del Consiglio troppo ingombrante per il suo prestigio internazionale e, con lui, ministri non in linea con gli umori, i progetti, le tendenze dei propri partiti e dei cerchi più o meno magici che li guidano con senso più proprietario, o cortigiano, che politico. 

Non è certamente per caso che, uscitone con una sessantina di parlamentari, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio abbia preso l’abitudine di parlare del MoVimento 5 Stelle come del “partito di Conte”. Al quale Grillo ha appena negato prima le deroghe al divieto del doppio mandato, poi l’intestazione delle liste e infine il rispetto della svolta promessa nello statuto di non praticare la violenza verbale nel dibattito politico. Il comico, garante e quant’altro ha appena deciso di farsi la sua campagna elettorale con l’album delle figurine dei traditori, transfughi, zombie e malati del “morbo dei partiti”. Persino una dura come la vice presidente del Senato Paola Taverna, decisa a “sfonnare” tutti, se n’è in qualche modo dissociata dichiarando di avere “l’occhio rivolto solo a chi è rimasto nel movimento”.

In curiosa concorrenza con Grillo, anche da parte di Berlusconi o dei suoi  fedelissimi o intimi si è preferito insultare più che criticare quanti hanno lasciato Forza Italia, tacciandoli di “ingratitudine”, “tradimento” e persino di nanismo, nel caso del povero Renato Brunetta, coprendosi dietro una vecchia canzone in cui del nano si lamenta la vicinanza del cuore all’ano. Ah, che cosa il Cavaliere è riuscito a tollerare che si dicesse attorno a lui di persone che gli sono state accanto per una trentina d’anni e più, ricavando anche qualche incarico e mandato parlamentare, per carità, ma pure parecchi insulti e fastidi. Ce ne sono anche di coimputati nei suoi pur assurdi e allucinanti processi, possibili solo in un sistema giudiziario balordo come quello italiano. 

Ancora Bonino al Corriere
Emma Bonino al Corriere della Sera di ieri

Per tornare al presidente del Consiglio, a ciò che ha fatto e si è voluto interrompere o impedire di fare ancora, non è certo peregrina l’osservazione fatta al Corriere della Sera da Emma Bonino  sulla cosiddetta agenda Draghi commentando e sostenendo la chiarezza, o la minore confusione possibile, reclamata da Carlo Calenda nel negoziato elettorale col segretario del Pd Enrico Letta. Del quale la Bonino fu apprezzata ministra degli Esteri nel 2013 ma che “per più di tre anni non ci ha filato, preso da un’attrazione totalizzante per i Cinque stelle”, ha lamentato la politica italiana forse più conosciuta nel mondo.

“Per noi -ha detto la Bonino- l’agenda Draghi non era per i prossimi cinque mesi ma per i prossimi cinque anni. Se ci si richiama,  per dare esempi concreti, non si può osteggiare l’installazione di due rigassificatori galleggianti, perché è un tema di sicurezza energetica. Così sul termovalorizzatore a Roma, che è in condizioni inaccettabili per i rifiuti. Anche sul reddito di cittadinanza stiamo con Draghi: non cancellarlo ma riformarlo. Non un programma, ma poche cose chiare”. E candidature conseguenti almeno nei collegi uninominali di coalizione, come alla fine è stato concordato.

Pubblicato sul Dubbio

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Il passaggio disinvolto di Grillo dalle figuracce sue alle figurine degli altri

Il giochino di Grillo
Alessandro Trocino sul Corriere della Sera

Tutti subito a pensare alla solita “rabbia trasformata in divertissement” dal comico Beppe Grillo- come ha scritto Alessandro Trocino sul Corriere della Sera- quando il garante e quant’altro del Momento 5 Stelle ha annunciato il suo album delle figurine per mettere alla gogna i traditori, transfughi, zombie, contagiati dal “morbo dei partiti” e via continuando in un “linciaggio digitale”, sempre secondo il Corriere della Sera. 

I più indulgenti verso il comico, dimentichi delle sue figuracce nell’ultima missione politica a Roma, che doveva essere d’ordine ma si trasformò in disordine, sfociato rapidamente in una crisi di governo e nello scioglimento anticipato delle Camere, hanno visto nel ricorso alle figurine un tentativo di recuperare spazio e iniziativa politica in una campagna elettorale ormai dominata da altri e da altro. In cui i pentastellati, come ha osservato la “sfonnatrice” Paola Taverna in un’intervista al Fatto Quotidiano, non hanno ormai altra scelta che quella di “correre da soli”. 

Fratoianni al Fatto Quotidiano
Titolo di Repubblica

Con la storia delle figurine, in effetti, a voler essere indulgenti anche noi, Grillo è riuscito a rimanere nelle cronache politiche pur dominate dai “tempi supplementari” -come li ha chiamati Repubblica nel titolo di apertura- del negoziato fra Enrico Letta e Carlo Calenda per un’alleanza elettorale contro il centrodestra. Un Letta che Il Fatto Quotidiano ha accusato di lasciarsi “bullizzare da Mister 3,6%”, come dimostrerebbe l’annuncio evidentemente strappato a Nicola Fratoianni, della sinistra italiana, contestato da Calenda nei collegi uninominali per avere sempre negato la fiducia a Draghi. “Ma ti pare -ha detto lo stesso Fratoianni a Wanda Marra, proprio del Fatto Quotidiano- che io a 50 anni mi impunto per un posto? Non l’ho mai fatto”. Si accontenterà di candidarsi solo nei listini bloccati della quota proporzionale dei seggi parlamentari, dove sinistra e verdi contano di superare la soglia di sbarramento del 3 per cento. “Noi  prendiamo il 4, anzi il 5”, ha previsto l’antidraghiano doc. 

Trocino sul Corriere della Sera
Titolo del Corriere della Sera

Eppure c’è qualcosa delle figurine di Grillo, dopo le sue figuracce, che non consente di liquidarle come estemporanee. E’ qualcosa fatto osservare dallo stesso titolo del Corriere nella parte in cui rileva una violazione dello statuto del MoVimento di cui Grillo è disinvoltamente garante, al suo solito. “Quando l’identità si affievolisce, l’insulto ricompatta. Peccato per Giuseppe Conte, che nello statuto -ha ricordato Alessandro Trocino- aveva fatto un bel compitino”. Che suona così nel testo voluto dall’ex presidente del Consiglio e accettato a parole da Grillo: “Le espressioni verbali aggressive devono essere considerate al pari di comportamenti violenti”. 

Ecco il punto: disattendere i compiti e compitìni  di Conte, complicargli il più possibile la vita nel movimento, come lo stesso Grillo ha fatto anche opponendosi a qualsiasi deroga al limite del doppio mandato, per quanto o proprio perché informato delle promesse fatte dal professore e avvocato a destra e sinistra sotto le cinque stelle. 

Paola Taverna al Fatto Quotidiano

Una delle vittime del no alle deroghe imposte da Grillo a Conte è la vice presidente del Senato Paola Taverna. Che si è arresa al divieto annunciando al Fatto -e a chi sennò?- che dopo 10 anni da parlamentare è pronta a servire il movimento per altri dieci anni da ex senatrice. Ma è rimasta fedele al “compitino” di Conte sullo statuto dicendo, a proposito delle figurine di Grillo contro traditori, transfughi, zombie e simili: “Io ho negli occhi ho solo i volti di coloro che sono rimasti nel Movimento”. Temo che siano parole costate parecchio alla signora Taverna, giusto in omaggio alla “punta di diamante” che per lei rimane Conte, conoscendo la vivacità abituale e romanesca del suo linguaggio in quello che chiamiamo dibattito politico. 

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Il giorno più lungo di Enrico Letta, ma anche di Carlo Calenda

Se questo primo giorno di agosto si rivelerà davvero decisivo per la definizione dei cartelli, poli o come altro vogliamo chiamare quelli destinati a fronteggiarsi nelle urne del 25 settembre per il rinnovo, finalmente, delle Camere elette nel 2018, bisogna riconoscere che non è cominciato nel migliore dei modi per il segretario del Pd Enrico Letta. Al quale l’ex ministro Carlo Calenda ha lanciato un segnale più forte del solito contro il tentativo di inglobarlo con esponenti della sinistra radicale e transfughi del MoVimento 5 Stelle per fronteggiare il centrodestra dato generalmente vincente a guida meloniana, per quanti sforzi faccia Silvio Berlusconi di riproporre la sua funzione centrale e di garanzia col modesto 9 per cento che gli assegnano i sondaggi, contro poco più o poco meno del 13 per cento dei leghisti e il 23 per cento e forse anche più della destra post-missina dei fratelli d’Italia.  

Enrico Letta

Intervistato dal Corriere della Sera, Calenda ha parlato di Enrico Letta un pò come Giuseppe Conte parlava di Mario Draghi prima o apposta per ritirargli la fiducia, farlo dimettere e accelerare un pò masochisticamente le elezioni. E con le elezioni anche la fine del famoso “campo largo” coltivato col Pd per salvare i resti del  movimento grillino. “Abbiamo presentato  un documento preciso su come intendiamo governare il Paese. Non abbiamo avuto alcuna risposta”, ha detto Calenda quasi come Conte -ripeto- il mese scorso parlava dei fogli in nove punti consegnati personalmente a Draghi per reclamare “discontinuità” e “cambio di passo” nell’azione di governo.

Stefano Folli su Repubblica
Calenda tra le ministre ex forziste Gelmini e Carfagna

“E’ una settimana che gli chiedo di rispondermi ed è una settimana che entrano nella coalizione persone che rappresentano il contrario di quello che dovremmo fare”, ha insistito Calenda tradendo una certa insofferenza sulla strada di un polo alternativo, con Matteo Renzi ed Emma Bonino, sia al centrodestra di tendenza meloniana  sia al centrosinistra di memoria prodiana perseguito dal Pd. “Il cartello -ha osservato quasi solleticandolo Stefano Folli su Repubblica- non è destinato a sottrarre voti al Pd (Renzi, dice un sondaggio, è gradito solo all’1 per cento dell’elettorato dem), mentre è in grado di dare uno sbocco al malessere della destra moderata, specie quella che per anni si é riconosciuta in Forza Italia”. Da dove sono  uscite le ministre Mariastella Gelmini e Renato Brunetta per essere festosamente accolte da Calenda e portate per ora nella segreteria del suo movimento, in attesa di candidarle al Parlamento fra qualche giorno, si vedrà come e dove. 

Ernesto Galli della Loggia a Libero

Lo storico Ernesto Galli della Loggia, divisosi oggi fra un editoriale sul Corriere della Sera per niente o non del tutto prevenuto verso Giorgia Meloni e un’intervista a Libero, ha colto bene le difficoltà in cui Calenda ha messo Enrico Letta, o in cui questi già si trovava di suo affrontando le trattative per il suo campo largo verso il centro e non più verso Conte. “Deve rendere compatibili i suoi presunti alleati -ha detto Galli della Loggia di Enrico Letta a Libero– con tre-quattro correnti del Pd che hanno idee opposte in proposito. E quand’anche ci riuscisse, poi dovrebbe rendere compatibili tra loro tutti gli alleati. Una fatica da Sisifo”.

L’editoriale di Domani

Fra “le tre-quattro correnti del Pd” andrebbe collocata anche quella ideale dell’ex editore di Repubblica Carlo De Benedetti, propostosi una volta come “tessera numero uno” del Pd. Sentite come il suo nuovo giornale, Domani, fondato dall’ingegnere dopo avere rinfacciato ai figli di avere svenduto Repubblica alla famiglia Agnelli, ha proprio oggi rappresentato in un editoriale firmato da Curzio Maltese la situazione: “Il Pd di Letta non può fare a meno dei Cinque stelle”. “Lo capisce pure un bambino”, avverte il titolista, rigorosamente in rosso.   

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Grillo tra Mussolini e Berlinguer alla testa di ciò che resta delle 5 Stelle

Dal blog di Beppe Grillo
Beppe Grillo

Tutto sommato, da buon comico Beppe Grillo avrebbe potuto vantarsi di questa legislatura ruotata quasi per intero attorno alla “centralità” del suo MoVimento 5 Stelle, aggiudicandogli il merito di avere ridotto, e non di poco, i seggi del Parlamento, di avere imposto alla vecchia, avara, cinica Europa -così almeno sostiene Giuseppe Conte parlando della sua esperienza a Palazzo Chigi- la svolta solidaristica del finanziamento al piano italiano di ripresa e resilienza, di avere introdotto il cosiddetto reddito di cittadinanza, sia pure senza la sconfitta della povertà, e di avere contributo in modo decisivo a quel 6 per cento di aumento del pil, vantato da Mario Draghi, con la spinta all’edilizia grazie ai bonus delle facciate, e simili, pur disciplinati come peggio, francamente, non si poteva. 

Grillo sul suo blog
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

Invece Grillo -diavolo di un comico- ha deciso di uscire da questa legislatura sul suo blog come da un lager nazista, mescolandosi con i sopravvissuti. E dopo avere imposto a Conte -liberatoriamente definito “stronzo” sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio in persona, dopo tante lacrime per la estromissione omicida da Palazzo Chigi- il divieto di deroga al limite del doppio mandato. Con ciò egli ha ripreso di fatto la guida di ciò che resta del movimento ridotto ormai ad una scissione continua. Ed ha scopiazzato Benito Mussolini ed Enrico Berlinguer, che così diversi fra loro solo lui poteva mettere in qualche modo insieme.

Di Mussolini, già imitato qualche giorno fa per il motto di “molti nemici molto onore”, Grillo ha riproposto anche quel “Vincere” che da bambino, a guerra già finita e perduta, vedevo ancora scritto in nero a caratteri di scatola sulle case cantoniere ed altri edifici. Anche il MoVimento 5 Stelle può, deve ancora vincere la sua guerra, con Grillo sempre alla testa, garantito solo dalla capacità già dimostrata una volta al volante di un’auto di buttarsi fuori in tempo per salvarsi, lasciando morire nel precipizio gli ospiti. 

Berlinguer e Craxi
Berlinguer e Moro

Di Berlinguer il comico ha copiato a sua insaputa la “diversità” del Pci rivendicata rispetto a tutti gli altri partiti dal segretario reduce dal tentativo fallito di un “compromesso storico” con la Dc, anche nella versione assai ridotta della “tregua” parlamentare negoziata con Aldo Moro nelle due versioni dell’astensione e della fiducia ai governi monocolori di Giulio Andreotti. Ma Moro morì di quella tregua, sequestrato fra il sangue della scorta sterminata in via Fani il 16 marzo 1978, a poca distanza da casa, e ucciso pure lui il 9 maggio. Della “diversità” imboccata come una strada suicida secondo valutazioni pure di compagni che gli volevano bene, come Piero Fassino che ne avrebbe poi scritto in un onesto libro autobiografico, Berlinguer sarebbe morto nel 1984 in un comizio elettorale contro il governo presieduto dall’odiato Bettino Craxi. Che pochi mesi prima al congresso nazionale del Psi non si era unito ai fischi levatesi contro l’ospite comunista solo perché non sapeva fischiare, aveva detto con baldanza di cui si sarebbe pentito piangendo l’avversario caduto  sul campo. Sono vicende che a ricordarle viene ancora la pelle d’oca. 

AldoGrasso sul Corriere della Sera
Danilo Toninelli

A Grillo che vanta la diversità sua e del suo popolo, chiamiamolo così, ha in un verto senso risposto oggi Aldo Grasso sul Corriere della Sera occupandosi dell’ex ministro pentastellato e riccioluto Danilo Toninelli, orgoglioso di provare il divieto del terzo mandato e autore, l’anno scorso, di un libro agiografico dell’uomo qualsiasi, o qualunque, come si dichiarava la buonanima di Guglielmo Giannini. “La qualsiasità non ha nulla da perdere”, ha osservato Grasso spiegando la felicità di Toninelli. 

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Grillo denuda Conte negandogli le deroghe al limite del doppio mandato sotto le 5 stelle

Il dramma dei grillini -ma non di Beppe Grillo, che li ha fregati tutti producendo un altro spettacolo dei suoi senza dover neppure pagare l’affitto di un teatro- sta tutto in una foto e in un telefonino. 

La foto è quella scattata in un androne durante l’ultima e infausta missione di Grillo a Roma in veste di “garante” del MoVimento 5 Stelle: una missione che doveva essere d’ordine, ma si ridusse in disordine, per cercare inutilmente di mettere nella testa dei suoi che non si potesse provocare la crisi del governo Draghi per un inceneritore a Roma, sommersa dai rifiuti destinati ai cinghiali.

Titolo del Riformista

Conte e Grillo, nell’immagine, sorridono  ostentando amicizia, simpatia, allegria e quant’altro. Ma il sorriso di Grillo è rivolto ad altri fuori scena, cui sembra voler dire che l’altro non ha capito niente di quello che gli sta capitando. E gli è in effetti capitato: una mezza decapitazione, scusate il bisticcio di parole. Non è esagerato il titolo riservato oggi dal Riformista al divieto imposto dal comico alle deroghe già promesse da Conte come  presidente del MoVimento ai “grandi” -si fa per dire- arrivati al capolinea statutario del secondo mandato: “Grillo accantona Conte e riprende il comando”. Si vedrà poi per farne che cosa. 

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Il telefonino è quello dello stesso Conte, che -secondo cronache sinora non smentite- ha chiamato una per una le vittime di Grillo per consolarle, assicurare di “avercela messa tutta” per evitare l’accaduto e chiedere, testuale: “Ce l’hai una professione? In che modo posso aiutarti?”. Domande che dimostrano l’improvvisazione del movimento attorno alla cui “centralità” ha ruotato quasi per intero la legislatura uscita nel 2018 dalle urne. Domande alle quali una vignetta che ho visto non ricordo più dove ha attribuito a Luigi Di Maio il merito di essersi personalmente sottratto con qualche anticipo promuovendo la scissione – che è in fondo all’origine vera della crisi governativa e dello scioglimento anticipato delle Camere- e cercando di tornare in Parlamento grazie a qualche passaggio, in autostop. 

Paola Taverna, vice presidente del Senato

Immagino la faccia e le parole della vice presidente romana del Senato al telefono con Conte,  Paola Taverna, se davvero chiamata: lei, abituata a “sfonnare” l’indesiderato di turno. Che nel 2013 fu addirittura Silvio Berlusconi, praticamente espulso dal Senato, appunto, a scrutinio palese imposto dall’allora presidente dell’assemblea Pietro Grasso in applicazione retroattiva della cosiddetta legge Severino dopo una condanna definitiva per frode fiscale: lui, a sua volta, sempre il Cavaliere, tra i maggiori, se non il maggiore contribuente italiano. 

L’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede

Poiché c’è spesso qualche eroe, o almeno scampato, ad un dramma, non può stupire la notizia data dal Foglio a proposito dell’ex guardasigilli Alfonso Bonafede, con due mandati sulle spalle, e in più la responsabilità di avere portato Conte nel movimento e a Palazzo Chigi, sino al trauma della sostituzione con Mario Draghi. 

Dal Foglio

“Bonafede -ha raccontato Il Foglio– si è già rimesso a fare l’avvocato a Firenze. Solo che prima di essere stato Guardasigilli al massimo si opponeva alle multe dei vigili urbani. Ora invece ha uno studio megalattico con doppia sede, a Firenze e a Milano. Come diceva Longanesi: cercava la rivoluzione e trovò l’agiatezza”.

Marco Travaglio ieri sul Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

Tra gli sconfitti o vittime di Grillo c’è anche Marco Travaglio. Che, per carità, non ha perduto né Il Fatto Quotidiano né la direzione, tanto da aver fatto subito consolare Conte con la solita intervista in prima pagina a favore del suo terzo polo “giusto e aperto alla società civile”. Ma non più tardi di ieri lo stesso Travaglio concludeva il suo editoriale dedicato alle vicende pentastellate scrivendo: “Conte corre da solo con i 5Stelle. E Grillo, dopo 18 mesi di impegno indefesso per affossarli, pare minacci di fare finalmente qualcosa per loro: andarsene”. Dal sarcasmo al peccato di disinformazione, o di presunzione, come preferite.

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Putin spara razzi contro l’Ucraina e migranti contro l’Italia

Titolo della Stampa

Neppure una smentita del sottosegretario ai servizi segreti Franco Gabrielli, già capo della Polizia, ha fermato La Stampa nella campagna avviata contro Matteo Salvini. Che a fonti appunto dei servizi segreti sarebbe risultato in contatto con l’ambasciata russa a Roma non solo per organizzare il noto e saltato viaggio a Mosca, con tanto di biglietto già pagato dalla stessa ambasciata, e poi rimborsato dal leader leghista, ma anche per ricevere sollecitazioni a provocare la crisi del governo Draghi facendone uscire i ministri del Carroccio. La crisi poi è arrivata, ma senza l’uscita dei ministri leghisti, e in curioso concorso con i forzisti di Silvio Berlusconi e i grillini di Giuseppe Conte, sempre con i ministri rimasti al loro posto nel governo chiamato a questo punto a gestire le elezioni anticipate. Ma al Cremlino, si sa, hanno festeggiato lo stesso.

Titolo della Verità

La Stampa è sicura delle sue informazioni e ha continuato anche oggi a reclamare chiarimenti, accusata tuttavia dalla Verità di Maurizio Belpietro di averle rubato uno scoop di alcune settimane fa rivelatosi nel frattempo falso, visto che il giornale di destra difende Salvini. Beh, sono cose che accadono nei e fra i giornali. Sarà difficile liberarsi di questo pasticciato giallo in campagna elettorale sia nella versione di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani che ha titolato “La Russia nelle urne”, sia nella versione del manifesto, che ha servito ai lettori “insalata russa”.

Dalla prima pagina di Repubblica
Titolo di Repubblica

Presi tutti da questo giallo, rischia di sfuggire o di passare in second’ordine una notizia certa, di cronaca, amplificata col titolo “l’arma dei migranti” dalla Repubblica. Che in una brevissima sintesi ha raccontato in prima pagina: “Una mano ha aperto il rubinetto umano della Cirenaica. Dalle coste della Libia sotto il controllo delle milizie del generale Haftar, supportate dai mercenari russi del Gruppo Wagner, stanno partendo molti più migranti rispetto a quanto rilevato nello stesso periodo degli ultimi due anni”. 

“Una mano”, ripeto, dice Repubblica. Quella di Putin si può presumere col riferimento dei “mercenari russi” che sostengono il generale Haftar, ma forniscono il loro contributo anche alla guerra della Russia contro l’Ucraina. Possiamo quindi dire, senza volare tanto con la fantasia, che Putin cinicamente spara razzi contro l’Ucraina e migranti contro l’Italia di Draghi, che aiuta anche militarmente il paese aggredito e nel frattempo candidatosi all’ammissione all’Unione Europea. 

Matteo Salvini appena sbarbato

Questi migranti, che hanno fatto letteralmente scoppiare i centri italiani di accoglienza, sono provvidenziali per la campagna elettorale di Salvini. Il quale ne cavalca da sempre il disagio e la paura che portano con sé e diffondono fra gli italiani, ma questa volta ancora di più in funzione di contenimento dell’emorragia di voti procurata alla Lega da Giorgia Meloni. Che ormai da sola raccoglie più voti di forzisti e leghisti messi insieme ed ha prenotato in caso di vittoria del centrodestra Palazzo Chigi. Da dove magari rimanderà Salvini al Viminale, con tutte le sue tute  o giubbotti di Polizia, Vigili del Fuoco e quant’altro, ma continuerà a mandare armi all’Ucraina, come ha appena annunciato facendo andare di traverso a Putin anche i medicinali che trangugia per le sue misteriose malattie. 

Ammesso e non concesso che abbia fatto davvero ciò che La Stampa gli attribuisce, non si sa a questo punto fino a che punto sia convenuto a Putin spingere Salvini contro Draghi. Egli rischia di trovarsi fra poco più di due mesi a Palazzo Chigi una peggiore di Draghi, dal suo punto di vista. Una alla quale Salvini, nel frattempo sbarbatosi per avere perduto con Berlusconi una incauta scommessa contro le elezioni anticipate, potrà creare -presumo- meno problemi che al presidente del Consiglio ancora in carica per la cosiddetta ma per niente ordinaria amministrazione. Infatti stanno per partire dall’Italia altre forniture  militari per l’Ucraina. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it e http://www.startmag.it

L’amministrazione per niente ordinaria del governo Draghi nell’emergenza anche elettorale

Titolo del Dubbio

Non si è dovuto aspettare molto, neppure l’apertura formale della campagna elettorale con la presentazione delle liste e la definizione quindi concreta delle alleanze più o meno “tecniche”, come dice il segretario del Pd Enrico Letta parlando delle sue, per vedere gli effetti concreti, sociali e  anche politici, della decisione di Sergio Mattarella di lasciare il governo di Mario Draghi al suo posto sciogliendo anticipatamente le Camere. Al suo posto -precisò di fatto il capo dello Stato- per un’amministrazione “ordinaria” di nome ma per niente di fatto in tempi che ordinari non sono, con tutte le emergenze che ci assediano. 

Draghi, continuando a governare davvero, pur non candidato a niente nel nuovo Parlamento, dove altri se le stanno dando e dicendo di santa ragione dietro e davanti alle quinte per contendersi seggi ridotti e cariche, è rimasto il convitato, o addirittura il protagonista di pietra di questa stagione elettorale, per la prima volta d’estate nella storia della Repubblica. Egli continua ad essere una risorsa per i partiti, direi a loro dispetto, visto che molti di essi hanno cercato di liberarsene anzitempo con una crisi pazza quanto l’intera legislatura finita nei suoi marosi. 

La guerra in Ucraina

Sul piano internazionale, il più congeniale per il presidente del Consiglio a causa della sua notorietà e autorevolezza ben oltre i confini italiani, gli eventi stanno dando ragione alla linea da lui adottata all’apertura della feroce guerra d’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. La linea cioè del sostegno anche militare all’Ucraina per proteggerla, e proteggere con essa l’intera Europa, dal nuovo imperialismo di marca zarista dell’ex o post- sovietico Putin. Che forse ha festeggiato con troppo anticipo l’incidente politico, diciamo così, occorso a Draghi, senza rendersi conto che al novanta per cento delle probabilità la sua linea di contrasto alla Russia continuerà anche senza di lui, e per il rimante dieci per cento ancora con lui a Palazzo Chigi. 

I giochi di Putin col gas, il cui prezzo è salito alle stelle, hanno reso ancora più attuale e stringente il problema posto da Draghi in un’Europa per un bel pò parzialmente riluttante di prendere anche su questo aspetto il toro per le corna. 

Ma passiamo ai problemi interni occupandoci del nuovo decreto legge in arrivo  per gli aiuti su cui si è appena svolto con i sindacati un confronto a tutto vantaggio di quel Draghi scambiato da Giuseppe Conte per quello che sotto le cinque stelle avevano sempre ritenuto che fosse, una specie di Dracula, prima che Grillo in persona, incontrandolo e parlandogli, lo scoprisse per quello che è: un uomo di governo avveduto nel momento del pericolo.

Giuseppe Conte

Pur nell’avarizia del suo linguaggio da sindacalista quando deve riconoscere qualcosa alla controparte di turno, il “rosso” Maurizio Landini, il segretario generale della Cgil col quale Conte si era messo in concorrenza nelle scorse settimane reclamando “discontinuità” e “cambio di passo” in un documento sventolato  sul tavolo del presidente del Consiglio, ha detto dell’incontro avuto col governo a Palazzo Chigi che esso “ha prodotto alcune prime risposte nella direzione da noi richiesto. Credo che la strada sia giusta. Valuteremo l’entità”, ha aggiunto.

Maurizio Landini alla Stampa di ieri

Più generosi o espliciti sono stati i segretari generali della Cisl, Luigi Sbarra, e della Uil, Pierpaolo Bombardieri. “La valutazione -ha detto quest’ultimo- è positiva. Il governo si è impegnato con noi a fare interventi strutturali sulla decontribuzione per aumentare il netto in busta paga dei lavoratori dipendenti e ad anticipare la rivalutazione delle pensioni prevista per gennaio. Era quello che avevamo chiesto. Stop ai bonus, ma interventi strutturali”.

Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini

Landini, in verità, non ancora dimagrito  abbastanza, ha preferito continuare a tenersi in esercitazione con dimostrazioni di piazza annunciandone di nuove per l’8 e il 9 ottobre a prescindere, neppure lui sa esattamente contro chi perché in quei giorni il Parlamento eletto il 25 settembre non si sarà ancora insediato. Ma difficilmente Conte credo che gli potrà fare compagnia con quel che avrà raccolto nelle urne a capo del “terzo polo” -“giusto”, “incomodo” e quant’altro-  anticipato in questi giorni fra una telefonata e l’altra a Beppe Grillo. Che reclama altre vittime da sacrificare al suo passato di fondatore e al suo presente di garante del MoVimento 5 Stelle, dove uno deve continuare a valere uno e nessuno deve potere scommettere su deroghe al divieto di più di due mandati. Un divieto, anzi, che deve diventare legge dello Stato perché tutti i partiti diventino come il movimento grillino, cioè un mezzo manicomio. Dove il primo che si alza si mette in testa una padella e recita da re, anzi da imperatore. 

Pubblicato sul Dubbio

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