La guerra dei caratteri, in ogni senso, sulla strada delle elezioni

Il simbolo del Pd di Enrico Letta

Sembra che sia stato Matteo Renzi in persona, per mettersi alla prova della “generosità” vantata durante la trattativa, a scegliere le dimensioni del nome di Calenda nel simbolo elettorale del terzo polo, come ormai si chiama generalmente quello composto da Azione e Italia Viva, nonostante proteste, lacrime e quant’altro del Fatto Quotidiano per una specie di furto subito da Giuseppe Conte. Che nei sondaggi precede Calenda  sotto il centrodestra ormai condotto da Giorgia Meloni e il Pd di Enrico Letta, o Italia democratica e progressista, come preferite. 

Il simbolo di Forza Italia

Per via delle lettere, del corsivo e della grafica il nome di Calenda, fra i vari simboli in corsa per il voto del 25 settembre, è anche più chiaro, vistoso, leggibile di quel Berlusconi  stampato sotto Forza Italia. Di cui l’anziano Cavaliere è presidente, come ricorda il sottotitolo, senza allusioni ormai ad una candidatura a Palazzo Chigi. Di presidenze politiche, oltre al suo partito, potrebbe esserci a breve nel futuro di Berlusconi solo quella  del Senato, dove  però egli stesso si è candidato  per ora solo ad un seggio uguale a tutti gli altri, e a quello da lui perduto per frode fiscale il 27 novembre 2013. 

Mario Draghi

Oltre che per i caratteri voluti per i loro nomi nei simboli elettorali, Calenda e Berlusconi, o viceversa, si battono per la paternità del prossimo governo, il primo della nuova legislatura. L’ex presidente del Consiglio ormai, volente o nolente, salvo sorprese  clamorose dalle urne, deve spingere per l’arrivo della prima donna al vertice dell’esecutivo nella storia d’Italia: Giorgia Meloni, della quale egli ha appena riconosciuto, indicato, apprezzato “il coraggio” paragonandolo al suo. Calenda invece è dichiaratamente e orgogliosamente impegnato per la conferma di Mario Draghi a Palazzo Chigi, a capo questa volta di un governo non sottoposto alla rovinosa “centralità” del Movimento 5 Stelle, finalmente sciolta con le Camere dal presidente della Repubblica. E improbabile, a dir poco, nelle nuove. 

Giuseppe Conte

A favore di Draghi, nonostante l’assunzione politica appena annunciata di Carlo Cottarelli, detto anche “il Draghi dei poveri”, dovrebbe e potrebbe essere pure il Pd per averne sostenuto il primo governo più a lungo e forse anche più convintamente di tutti gli altri nella maggioranza specialissima, di quasi unità nazionale, voluta da Mattarella nel 2021 per l’impossibilità, allora, di mandare gli italiani a votare in piena pandemia: il famoso “Conticidio” denunciato dagli amici ed estimatori del professore e avvocato adesso alla guida di ciò che è rimasto del movimento fondato e tuttora “garantito” da Beppe Grillo. 

Titolo di Repubblica
Dalla prima pagina di Repubblica

Ma per tornare o rimanere con Draghi a Palazzo Chigi occorre che fallisca la corsa della Meloni: obbiettivo al quale sul piano mediatico dà oggi il proprio contributo la Repubblica sparando, diciamo così, in prima pagina una foto della leader della destra italiana in mascherina antivirale con tanto di fiamma stampata del defunto Movimento Sociale, a sua volta evocativa della tomba di Mussolini. “La vecchia fiamma”, titola il quotidiano, con tanto di editoriale dell’ex direttore Ezio Mauro sulle “ombre del ventennio” fascista che sopravviverebbero all’archiviazione annunciata in più lingue dalla sorella dei fratelli d’Italia. 

L’editoriale di Repubblica
La vignetta del Foglio

Su questa archiviazione -“abbiamo consegnato alla storia” quell’esperienza , ha detto testualmente Giorgia Meloni- scherza oggi con una vignetta in prima pagina anche Il Foglio completando così l’allineamento al Pd anticipato con l’annuncio personale di Giuliano Ferrara di votarlo il 25 settembre. E pazienza per l’ormai ex “amor nostro” dei foglianti, cioè Silvio Berlusconi. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Ma quanti Rieccoli in questa caldissima stagione elettorale…

Titolo del Foglio

Per carità, mettiamoci anche noi in fila nell’attesa dell’annuncio, salvo sorprese, dell’accordo per il terzo polo elettorale fra Carlo Calenda e Matteo Renzi, impegnati in un “negoziato poco politico e molto personale”, come ha titolato polemicamente Il Foglio. Dove sono evidentemente preoccupati dei danni che potrebbero derivarne anche al polo di Enrico Letta, preferito da Giuliano Ferrara. Il cui atteggiamento critico verso Calenda e l’ex “royal baby” del Cavaliere, battezzato laicamente dallo stesso Ferrara ai tempi del suo pur licenzioso berlusconismo, è british rispetto a quello di Marco Travaglio. Che sul Fatto Quotidiano è ricorso al solito fotomontaggio per proporre Calenda e Renzi in una riedizione della celebre coppia comica americana Stanlio e Ollio. Essa divertì in bianco e nero milioni di spettatori nel secolo scorso, sicuramente meno di quanti possano far ridere adesso i  promotori di un polo falso anche nella numerazione secondo Travaglio, essendo quarto dopo il terzo spettante per i sondaggi al pur solitario Giuseppe Conte. 

Dalla prima pagina del Fatto Quotidiano

“Finora -ha raccontato il Fatto dei promotori delll’”ultima farsa” centrista- “si insultavano, ora si alleano perché Carlo non ha le firme e Matteo non ha i voti”. Il che, a dire la verità, un pò è anche vero, nonostante Calenda creda o mostri di credere di poter fare a meno delle firme bastando e avanzando il tratto personale col quale riuscì a farsi eleggere nel 2019 al Parlamento nelle liste del Pd.

Titolo del Riformista

Tuttavia, neppure nella variante un pò sfottente anch’essa del Riformista di Piero Sansonetti, che ha unito Calenda e Renzi nel none Renzenda, come la buonanima di Giampaolo Pansa a suo tempo fece con Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi chiamandoli Dalemoni; tuttavia, dicevo, mi colpisce di più nello scenario politico di queste ore la folla dei Rieccoci, chiamiamoli così. Uso il plurale dello storico Rieccolo dato da Indro Montanelli ad Amintore Fanfani per la capacità che aveva di risorgere, o rialzarsi, o tornare dopo ogni caduta o assenza, forzata o volontaria che fosse stata, nella sua Democrazia Cristiana. 

Rieccoli, in fondo, sono gli stessi Calenda e Renzi per la loro capacità di ricomparire politicamente, separati o uniti secondo le circostanze.  

Titolo di Libero
Silvio Berlusconi

Rieccolo è naturalmente, con la precedenza che gli spetta per l’anagrafe, Silvio Berlusconi. Che ha sempre qualche riserva da sciogliere e qualche altra da mantenere. Dopo averla smentita al telefono non ricordo neppure con chi, l’ex presidente del Consiglio ha appena annunciato  la sua candidatura al Senato. Ma non -o non ancora- alla sua presidenza per una più completa rivincita rispetto al voto di espulsione del 2013. Rieccolo sono riusciti a far diventare Carlo Cottarelli il segretario del Pd Enrico Letta e la +europea Emma Bonino candidandolo in diretta  al Parlamento. Dove l’economista nel 2018 avrebbe potuto affacciarsi addirittura da presidente del Consiglio se l’incarico ricevuto da Sergio Mattarella non gli fosse stato soffiato da Giuseppe Conte assistito da Luigi Di Maio e Matteo Salvini. “Il perdente di successo”, lo ha definito Libero facendogli la cortesia di omettere anche l’altro soprannome che circola in giro: “Il Draghi dei poveri”. 

Intervista di Goffredo Bettini al Corriere della Sera

Rieccolo, infine, è in qualche modo anche Goffredo Bettini, l’uomo del Pd che sussurra ai cavalli anche di altre scuderie, tirato giù da qualche pisolino sul Corriere della Sera da Maria Teresa Meli. Che gli ha strappato una speranza, notoriamente l’ultima a morire. E’ quella di vedere l’”amico” Conte sopravvivere più o meno alla grande alle elezioni del 25 settembre, per quanto rifiutatosi di seguire i suoi ripetuti consigli di non fare la guerra a Draghi, sia pure non come Putin all’Ucraina. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

C’è un giudice a Verona, senza doversi spingere a Berlino….

Titolo del Dubbio
Il giudice d sorveglianza Vincenzo Semeraro

Grazie a Vincenzo Semeraro, il magistrato di 63 anni che ha commosso tutta Italia per quella lettera di confessato fallimento di fronte al suicidio della giovane detenuta Donatella Hodo affidata alla sua “sorveglianza”, possiamo risparmiarci una volta tanto il richiamo storico e letterario al giudice di Berlino su cui aveva scommesso il mugnaio prussiano del 1700 per sottrarsi alle angherie dell’imperatore. Non abbiamo dovuto andare a Berlino, ma a Verona per trovare il nostro onestissimo giudice Semeraro. Che impastando codici e sentimenti ha restituito dignità e sacralità, direi, ad una funzione da troppo tempo esposta, per colpa di una minoranza non necessariamente ma spesso politicizzata, più alla diffidenza che alla fiducia, più alla paura che al rispetto.

Il giudice Semeraro al Corriere della Sera

Il giudice Vincenzo Semeraro ha avuto il coraggio e l’umiltà al tempo stesso quasi di incolparsi, dopo il suicidio di una detenuta di  ventisette anni di cui sei trascorsi in carcere sotto la sua vigilanza per garantire, fra l’altro, il rispetto dell’articolo 27 della Costituzione. Che dice: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Un articolo impossibile da rispettare o applicare, per quanta fatica e umanità possa metterci un giudice di sorveglianza come Semeraro, in un sistema in cui “le strutture detentive -egli ha detto in una intervista al Corriere della Sera successiva alla missiva letta ai funerali di Donatella- non sono a misura di donna”. “Le detenute -ha spiegato- vanno approcciate in modo totalmente diverso,  hanno un’emotività che non ha nulla a che fare con quella maschile. Vanno seguite -ha spiegato- in modo specifico e del tutto peculiare. Per Donatella ciò non è avvenuto”, semplicemente e dannatamente, pur essendo il giudice riuscito a tentarne il recupero in una comunità dalla quale la giovane era scappata, e lui fosse in procinto di affidarla ai servizi pubblici per le tossicodipendenze, con tutte le loro procedure e i loro tempi.

Il giudice Semeraro su Donatella Hodo, uccisasi in carcere

Donatella -ha raccontato il giudice come se ne avesse di fronte la fotografia- aveva vicissitudini pesanti, come macigni. Per andare avanti si era costruita una corazza. Voleva sembrare forte, in realtà svelava una sensibilità estrema. Era fragile come un cristallo”. A proteggere il quale non sono riusciti né la famiglia né lo Stato, né il padre né il giudice, incontratisi in privato dopo i funerali.

“Ci siamo abbracciati, piangevamo entrambi. Tutti e due -ha raccontato il magistrato- ci sentiamo in colpa, io come giudice, lui come genitore. Ciascuno ha detto all’altro di farsi forza. E’ stato toccante. Ma il momento più lacerante è stato quando il papà di Donatella mi ha ringraziato, perché sua figlia gli parlava di me come di un secondo padre. Da brividi”.

Dal Corriere della Sera di ieri

Sì, da brividi. Che vorrei attraversassero anche la schiena di tanti politici pensando, ciascuno per sé o per il proprio partito in questa campagna elettorale piena, come al solito, di troppe promesse, di troppe dimenticanze e di troppe astuzie, a tutto quello che non si è fatto neppure nella legislatura appena sciolta per rendere davvero e finalmente umana la Giustizia, con la maiuscola. E per fare corrispondere i fatti alle parole della Costituzione, sia nelle carceri sia nei tribunali, dove il garantismo -vorrei ricordare andando anche oltre il dramma di Donatella- suona spesso come una parolaccia, o quasi. 

Pubblicato sul Dubbio

Le mezze ore di Carlo Calenda e i quarti d’ora di Beppe Grillo

Dalla prima pagina della Stampa

Dalla “mezz’ora in più” di Lucia Annunziata ai “30 minuti al Massimo” dell’omonimo direttore della Stampa Giannini. Evidentemente Carlo Calenda preferisce le trasmissioni a  tempo, diciamo così, per le sue epifanie. La prima volta, domenica scorsa, volendo chiudere la partita del centrosinistra con Enrico Letta. La seconda volta, ieri, per tornare sulla “cavolata” del segretario del Pd troppo aperto ai rossoverdi e definire “il terzo polo” in arrivo, che egli sta trattando con Matteo Renzi, “un argine anti-destra” più adeguato alle circostanze di questa campagna elettorale per il rinnovo anticipato delle Camere. 

Titolo di Libero
Titolo del Giornale

“Commedianti”, ha gridato dal Giornale di famiglia Silvio Berlusconi in persona, che pure aveva fatto offrire nei giorni scorsi ad uno dei due, Renzi, l’ex “royal baby” inventatosi a suo tempo da Giuliano Ferrara, un bel pò di candidature nel centrodestra per risparmiargli una corsa elettorale da solo, a rischio di naufragio sotto la soglia del 3 per cento dei voti. “Non fatevi fregare, questi sono del Pd”, ha gridato Libero a causa della comune provenienza di Calenda e Renzi. 

L’editoriale del Fatto Quotidiano
Titolo della Verità

“Calenda gonfiato”, ha titolato la Verità di Maurizio Belpietro in sintonia non nuova col Fatto Quotidiano, che l’ha messa al plurale per accomunare Renzi. “Palloni gonfiati”, ha scritto Marco Travaglio nell’editoriale di giornata. Gonfiati dal solito sistema mediatico interessato a falsare persino l’aritmetica. 

Marco Travaglio

In particolare, Travaglio se l’è presa con Sky, che diffondendo un sondaggio da cui risultano “destre al 49,1 per cento, centrosinistra al 27,4, Movimento 5 Stelle all’11 e, fanalino di coda, Azione-Iv al 4,8”, ha indicato come “terzo polo” quello di Calenda e Renzi, in realtà quarti ed ultimi. 

L’ormai passato di Grillo e Di Battista

I numeri sembrano in effetti dare ragione a Travaglio. Ma proprio sotto le cinque stelle Beppe Grillo dal suo blog in un quarto d’ora di sarcasmo, ripescando un proprio intervento del 2018 al raduno nazionale del Circo Massimo di Roma, ha raccomandato di “non prendersi sul serio”. Come ha forse fatto anche Travaglio con l’11 per cento attribuito a Conte e a ciò che gli è rimasto in mano, o fra i piedi, del 33 per cento delle elezioni di quattro anni e mezzo fa. Un 11 per cento, peraltro, che non può più contare sulla risorsa inseguita per un pò dallo stesso Conte strizzando l’occhio ad Alessandro Di Battista. Che ha appena mandato a quel posto il  “padre padrone” Grillo per gli ostacoli opposti  ad un suo rientro nel movimento con tanto di candidatura al Parlamento. Nell’occasione gli ha anche rinfacciato la partecipazione alla vicenda non cristallina della elezione, a suo tempo, di Luigi Di Maio a capo del movimento, quando le preferenze della base sembravano favorevoli a lui, Di Battista, Dibba per gli amici, presosi evidentemente troppo sul serio. 

Temo che il giovanotto appena rientrato da  un reportage in Russia, più che candidarsi al Parlamento potesse solo aspirare ad entrare nell’album delle figurine degli zombie, traditori ed altri inventatosi da Grillo. Se già non vi si trovava,  visto che di quell’album il comico genovese ha diffuso solo la copertina e la prima pagina, o poco più, delle immagini da coprire con le apposite figurine. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it  

Sogni di mezza estate a destra, a sinistra, al centro e sotto le cinque stelle

Titolo di Repubblica su Calenda e Renzi
Foto di qualche giorno fa

  Nel casino -scusate la parolaccia- creatosi o accentuatosi col ritiro del bacio di Carlo Calenda ad Enrico Letta, e in attesa di sapere se lo stesso Calenda e Matteo Renzi -“gli sfascisti” secondo il manifesto- riusciranno a trovare un’intesa per il famoso “terzo polo” centrista, capace di durare almeno sino al giorno delle elezioni, i più appassionati o disincantati, secondo le preferenze, si sono abbandonati ai sogni. 

Sonetto di Dante
Giuliano Ferrara sul Foglio

Giuliano Ferrara sul Foglio, per esempio,  come in una vista al cimitero anziché ai giardinetti, già deluso, preoccupato e quant’altro perché l’adesso preferito Pd di Enrico Letta non avesse compreso l’utilità di un’alleanza anche con i “grillozzi”, come li chiama lui affettuosamente, si è messo a rimpiangere quei “tre liberali realisti, influenti” rispondenti ai nomi “del democristiano Alcide De Gasperi, del comunista Giorgio Amendola e del socialista Bettino Craxi”. Sembrava di leggere il più divino Dante in quel sonetto famosissimo che dice: “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento e messi in un vasel, ch’ad ogni vento per mare andasse al voler nostro e mio”. 

Alessandro Sallusti su Libero

Alessandro Sallusti su Libero ha sognato il suo centrodestra in “silenzio stampa, modello Bearzot ai mondiali di Spagna 1982, che tanto portò bene”. Egli teme che a furia di sparare numeri come stanno facendo Silvio Berlusconi e Matteo Salvini con la flat tax al 23 o al 15 per cento, da venditori di pentole al mercato, sfuggirà  alla sua parte politica il successo dato per scontato persino dagli avversari. “Ma perdindina -ha scritto il direttore di Libero, sempre a proposito di Berlusconi e Salvini- non potrebbero telefonarsi e stabilire una cifra comune, visto che da fuori non è bello sentire dare i numeri?”. “Va bè, sono dettagli ma occhio a non esagerare ché poi magari qualcuno se ne accorge e iniziano i guai”, ha ammonito l’amico, estimatore e quant’altro del Cavaliere e del Capitano.

In una conclusione dichiaratamente “fantapolitica” del suo solito, abbondante editoriale di giornata Marco Travaglio ha immaginato dimissionari, “come Diaz dopo Caporetto”, il segretario del Pd Enrico Letta e “i vicedisastri Franceschini, Guerini&C”, sostituiti come “reggente” da Pier Luigi Bersani, “l’unico leader che ancora scaldi il cuore del fu elettorato di sinistra”. 

La vignetta del Fatto Quotidiano del 7 agosto
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

Che ti fa il buon Bersani nella testa di Travaglio? “Consegna l’Agenda Draghi al cartolaio sotto casa” -che è già preferibile al cesso dove l’altro ieri il vignettista Riccardo Mannelli l’aveva collocata, sempre sul Fatto Quotidiano, con alcune pagine già strappate e usate da qualcuno per pulirsi il sedere- “si scusa per le calunnie del Pd al M5S, chiama Conte, scrive con lui 10 punti di programma sociale in politica interna e multilaterale in politica estera, e costruisce un’alleanza progressista che riprenda il discorso interrotto col governo Conte 2, per provare a vincere le elezioni, o almeno a perderle con onore”. Ma neppure Conte mostra di condividere questo sogno dall’aldilà dove lo stesso Travaglio lo aveva mandato l’anno scorso col giallo scritto dopo la perdita di Palazzo Chigi e titolato “Conticidio”. 

Un bel casino, ripeto rinnovando la richiesta di scuse.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it 

Il solito catenaccio alla ingiallita Costituzione “più bella del mondo”

Carlo Calenda
Titolo del Dubbio

Anche se non lo ha detto, o non ancora in modo esplicito, limitandosi a lamentare “la scelta riformista” abbandonata o tradita da Enrico Letta per accordarsi anche con i rossoverdi nella partita elettorale contro il centrodestra, deve avere contribuito alla rottura, “strappo” e quant’altro di Carlo Calenda la blindatura della Costituzione uscita proprio dall’intesa fra il segretario del Pd, i rossi di Nicola Fratoianni e i verdi di Angelo Bonelli. Una Costituzione -hanno avvertito costoro- minacciata dal progetto del presidenzialismo riproposto da Giorgia Meloni ormai lanciata verso Palazzo Chigi.  Alla quale Silvio Berlusconi, una volta tanto deludendo forse quel Matteo Salvini cui aveva concesso troppo secondo i “traditori” appena usciti da Forza Italia, ha riconosciuto -in una intervista alla Verità- di avere un “coraggio” pari al suo. 

Il presidenzialismo, del resto, è sempre stato nelle corde di Berlusconi, come lo fu in quelle dell’amico Bettino Craxi. Che si procurò per questo negli anni Settanta su Repubblica le vignette in posa mussoliniana di un Giorgio Forattini pur non generoso con i comunisti. Ai quali il leader socialista era tanto indigesto da meritarsi nei menù alle feste dell’Unità l’intestazione della trippa. 

All’improvviso, con questa storia del presidenzialismo in salsa meloniana, che un centrodestra vittorioso nelle urne del 25 settembre potrebbe introdurre con una maggioranza tanto larga da non correre neppure il rischio di un referendum confermativo, la Costituzione è tornata ad essere a sinistra la più bella del mondo, come ai tempi di Pier Luigi Bersani e della scuola del Pd affidata all’alta autorità, diciamo così, del presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Che era tornato alla politica militante, dopo i sette anni trascorsi al Quirinale, per condurre e vincere il referendum costituzionale targato Berlusconi e Bossi. 

La Costituzione, dicevo, è tornata ad essere la più bella del mondo, quindi intoccabile, anche nel titolo quinto -sui rapporti fra Stato e regioni- modificato a stretta maggioranza in tempi d’Ulivo per inseguire inutilmente i leghisti e alla fine riconosciuto dalla stessa sinistra come un maledetto incidente. Al quale non fu possibile rimediare neppure con la riforma costituzionale voluta dall’allora segretario del Pd e insieme presidente del Consiglio Matteo Renzi nel 2016: bocciata, come si ricorderà, a prescindere dal suo contenuto, giusto per colpire e poi affondare la nave renziana. Dalla quale era sceso anche Silvio Berlusconi per la corsa al Quirinale del 2015, fatta vincere a Sergio Mattarella da Renzi, sempre nella doppia veste di capo del suo partito e del governo. 

Proprio a proposito di quell’infortunio del titolo quinto, riconosciuto ben prima che l’emergenza pandemica ne rendesse ancora più evidenti i danni, Massimo D’Alema si distinse nell’opposizione alla riforma costituzionale di Renzi dicendo che “in pochi mesi” se ne sarebbe potuta approvare un’altra. Sono passati sei anni e siamo ad un’altra campagna di intangibilità costituzionale per nuovi, sopraggiunti pericoli di una destra ritenuta sostanzialmente eversiva. Che vorrebbe introdurre sistemi istituzionali ai quali l’Italia non sarebbe adatta, matura e quant’altro. 

Gustavo Zagrebelsky a Reoubblica
Il titolo dell’intervista di Gustavo Zagrebelsky a Repubblica

E’ appena intervenuto l’emerito professore e presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky per spiegarci in una intervista alla Repubblica di carta come e perché non ci meritiamo un presidente della Repubblica vera eletto direttamente dagli “italiani”, peraltro indicati nella riforma Meloni come sostantivo e non aggettivo, senza la qualifica di “cittadini, come sta scritto nella Costituzione del 1948”. “E’ una sfumatura, ma significativa”, ha avvertito il professore aggiungendo misteriosamente che “anche la scelta delle parole restituisce una diversa idea della democrazia e dell’inclusione”. Già, perché fra gli inconvenienti dell’elezione diretta del presidente della Repubblica ci sarebbe quello di avere ogni volta un vincitore e uno o più sconfitti, ossia esclusi, come i “sudditi” – anziché “cittadini”- negli “altri regimi”. 

Ancora Gustavo Zagrebelsky a Repubblica

Noi italiani, anche quelli nati e cresciuti dopo il fascismo, abbiamo secondo Zagrebelsky una specie di gobba, ancora più accentuata del compianto Giulio Andreotti, che non ci permette di indossare l’abito del presidenzialismo. Scomodando addirittura il Tacito degli Annali Zagrebelsky ci ha accusati di “rudere in servitium”, cioè di “propensione di accorrere al servizio” dell’imperatore di turno. “Esiste -ha insistito il professore- una nostra attitudine a servire il potente che è ampiamente dimostrata dal consenso plebiscitario a Mussolini sotto il fascismo. Un affrettarsi sul carro del vincitore che può rovesciarsi anche nel suo contrario, ossia nell’abbandonarlo precipitosamente ai primi segni di debolezza”. 

Con questi argomenti non politici, non filosofici ma addirittura antropologici, e un  pò anche razzisti, diciamo la verità, dovremmo quindi difendere tutti l’intangibilità della Costituzione, a dispetto dell’articolo 138 che ne disciplina la “revisione”, testuale, fatta eccezione per la “forma repubblicana”, precisa l’articolo successivo. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 15 agosto

Non solo “scherzi a parte” nella rottura di Carlo Calenda con Enrico Letta

Il titolo esorcistico di Libero

In una edizione speciale degli “scherzi a parte” televisivi evocati dal berlusconissimo Antonio Taiani, e ospitata ieri su Rai 3 da Lucia Annunziata all’ora di pranzo, o poco più, Carlo Calenda ha dunque abbandonato Enrico Letta scoprendolo, o riscoprendolo, troppo a sinistra. E lasciandolo praticamente senza portiere o primo attaccante, come preferite, nella partita elettorale contro il centrodestra. Dove in effetti hanno esultato, ma forse con troppa fretta perché fra le macerie, rovine e quant’altro del campo allestito dal segretario del Pd potrebbe formarsi, nei pochi giorni che separano i partiti dalla presentazione dei simboli e poi delle liste, quel “terzo polo” di centro che Alessandro Sallusti su Libero ha cercato di esorcizzare scrivendo che “non esiste”. 

Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni

Esso potrebbe invece concretizzarsi con una convergenza in extremis fra lo stesso Carlo Calenda, Matteo Renzi, l’ex sindaco di Parma Federico Pizzarotti, altre vittime più o meno “civiche” del grillismo e cespugli vari. Che non sono certamente favoriti dalla legge elettorale in vigore, specie nella parte predominante dei collegi uninominali, in cui i partiti maggiori sono avvantaggiati, ma possono ugualmente creare problemi al centrodestra. Dove ormai troneggia una Giorgia Meloni appena elogiata da Silvio Berlusconi in persona per un “coraggio” pari al suo, ha detto l’ex presidente del Consiglio  procurando forse il primo dispiacere da un bel pò di tempo a questa parte a Matteo  Salvini. Di cui sono calati i voti ma non le ambizioni, favorite così tanto e così a lungo dallo stesso Berlusconi da provocare le recentissime uscite da Forza Italia, fra gli altri, dei tre ministri che l’hanno rappresentata nel governo di Mario Draghi. Sono, in ordine rigorosamente alfabetico, Renato Brunetta, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini. 

Titolo di Repubblica
Titolo della Verità

Per definire o solo rappresentare l’iniziativa a sorpresa di Calenda contro il “povero scendiletta” deriso sulla Verità da Maurizio Belpietro, che ha contestato al segretario del Pd troppe concessioni allo stesso Calenda, e non solo ai rossoverdi, è stato evocato da Repubblica e da altri giornali “lo strappo” di ben altra memoria e sostanza. Che negli anni Settanta del secolo scorso non fu neppure unico, ma una serie di strappi consumati dal Pci di Enrico Berlinguer nei rapporti tradizionalmente subalterni con la Mosca sovietica: prima l’apprezzamento della libertà “indivisibile”, poi il riconoscimento della natura protettiva della Nato anche per l’”eurocomunismo”, infine il famoso “esaurimento della capacità propulsiva” della rivoluzione comunista annunciato in televisione a commento del regime militare imposto da Mosca ad una Polonia ribelle, incoraggiata nemmeno dietro le quinte da Papa Wojtyla, Giovanni Paolo II all’anagrafe pontificia. 

Titolo di Libero

Mi sembra francamente un pò eccessivo il paragone fra strappi così diversi, ma l’enfasi è facile nel giornalismo politico, come dimostra anche quel “Calenda pagliaccio”, in rosso, stampato da Libero solo per mettere nella peggiore luce possibile un attore politico inviso al centrodestra in questa breve e torrida campagna elettorale. Che è stata imposta per la prima volta in estate dall’ormai irreparabile dissolvimento di una legislatura ruotata attorno al primato perduto da quella bolla che si è rivelata il MoVimento 5 Stelle. Esso potrebbe rischiare di tornare nelle nuove e ridotte Camere con meno parlamentari ancora di Calenda e dintorni.      

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it 

Quelle due dita di Enrico Letta spinte più del solito sulle labbra….

Letta passa a Renzi nel 2014 la campanella del Consiglio dei Ministri
Enrico Letta e Matteo Renzi a Palazzo Chigi nel 2014

Non so a voi, ma a me la mimica di Enrico Letta piace perché gli impedisce di mentire, di nascondere la soddisfazione quando c’è, o il malumore, che forse è più frequente, o si nota di più. E’ storica, ormai, la serie di foto dello scambio   di consegne a Palazzo Chigi. nel 2014, fra lui che se ne andava e Matteo Renzi subentratogli dopo averlo esortato a stare “sereno” di fronte all’iniziativa assunta come nuovo segretario del Pd di chiarire la situazione politica. Una ricaduta di quelle foto, e di quegli umori, si è appena vista, a otto anni di distanza, con la sostanziale estromissione di Renzi dal “perimetro” del campo del Pd e alleati  allestito per cercare di strappare la vittoria elettorale del 25 settembre al centrodestra che già la festeggia, pur tra le solite scaramucce fra le sue componenti. 

Non meno storici penso siano destinati a diventare gli umori di Enrico Letta fotografati all’annuncio degli accordi definiti con i rossoverdi  di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli e con i centristi nuovi e vecchi di Luigi Di Maio e Bruno Tabacci, anche a costo di dovere riaprire forse la partita con Carlo Calenda. 

Quelle due dita spinte dal segretario del Pd più del solito sulle labbra segnano il sacrificio che gli costa il silenzio sul prezzo abbastanza alto pagato ai rossoverdi e ai centristi in termini di candidature ad un Parlamento già troppo stretto di suo per i sostanziosi tagli ai seggi apportati dalla riforma imposta dai grillini nella legislatura ruotata attorno alla loro “centralità”. Dal 70 per cento di candidature più o meno sicure acquisite nelle trattative con Calenda, soddisfatto del rimanente 30 per cento destinato alla sua “Azione” e a “+Europa” di Emma Bonino, il Pd ha dovuto scendere al 59 per cento per lasciare spazio ai rossoverdi e centristi, appunto. Che però hanno tolto candidature anche a Calenda e Bonino, scesi dal 30 al 24 per cento. 

Dietro o sotto ogni punto percentuale di questa riduzione c’è una quantità inimmaginabile di problemi politici e personali per Letta, ed anche per Calenda naturalmente, che chissà quanti impegni avevano già preso con aspiranti delle loro parti politiche a un seggio parlamentare nelle nuove e ridotte dimensioni delle Camere.

Titolo del manifesto
Enrico Letta ieri con Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni

Ma ancor più di quelle due dita spinte più del solito sulle sue labbra, come per imporsi il silenzio, vale forse quel senso di stupore, scetticismo e simili che si coglie sul volto di Letta affiancato a Bonelli e Fratoianni impegnati a spiegare la loro acrobatica adesione al “campo minato” del Pd, come lo hanno chiamato i soliti, irriverenti compagni del manifesto. Ai quali, per mandare giù la indigesta partecipazione dei rossi e dei verdi allo schieramento di cosiddetto centrosinistra, non è bastata la nuova emergenza scoperta e gridata ai quattro venti dagli interessati: la necessità di non lasciare ad un centrodestra troppo pingue la possibilità di cambiare la Costituzione, senza neppure passare per un referendum cosiddetto confermativo, tanto larga potrebbe essere nelle nuove Camere la maggioranza a trazione ormai meloniana. Cioè di Giorgia Meloni, che ha già riproposto il presidenzialismo mai piaciuto in Italia a sinistra. 

Enrico Berlinguer in una vignetta di Giorgio Forattini
Craxi in una vignetta di Giorgio Forattini

Eppure del presidenzialismo la sinistra ha beneficiato in altri paesi: per esempio, in Francia. Il cui esempio incoraggiò a suo tempo Bettino Craxi a immaginarlo utile anche da noi, finendo però per  un emulo di Mussolini nelle vignette di Repubblica pur firmate da Giorgio Forattini. Il quale non era certamente di casa alle Botteghe Oscure, dove operava la centrale politica dell’anticraxismo costituita dal Pci di Enrico Berlinguer: un leader, quest’ultimo, che Forattini nel 1977 aveva messo in ridicolo, in vestaglia e capelli lisci e lucidi di brillantina, mentre sotto le sue finestre sfilavano i metalmeccanici in sciopero contro il governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti, sostenuto dai comunisti con l’astensione.   

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Com’è facile perdere la testa d’estate anche in politica….

Titolo del Foglio
Titolo del manifesto

    La situazione in cui si trova Enrico Letta per quel “rompicampo” di Carlo Calenda, come lo chiama il manifesto, è ben rappresentata sul Corriere della Sera dalla vignetta di Emilio Giannelli. Che non ha immaginato il segretario del Pd nella clinica neurologica o nel pantano proposti tra titoli e titoletti dal Foglio, ma in uno studio di oculista. Dove le lettere della sinistra, per quanto ridotte rispetto a quelle del centro un pò per esigenze dello stesso segretario tigrato del Pd e un pò per le esigenze di Calenda, appunto, sono rimaste ancora ben leggibili. Troppo per quel “rompicampo”, ripeto, dell’ex ministro  allarmato, indispettito e quant’altro dall’attenzione che Enrico Letta continua a riservare non solo e non tanto al verde Angelo Bonelli, che ha almeno espresso una preferenza per il Pd rispetto alle 5 stelle di Giuseppe Conte, quanto per il rosso Nicola Fratoianni. 

Sempre dalla prima pagina di Repubblica
Titolo di Repubblica

Non so se, al punto in cui sono arrivate le cose, e con quel richiamo alle “previsioni negative” dell’agenzia internazionale Moody’s  per “l’incertezza” politica dell’Italia chiamata alle urne, sia più un auspicio o una notizia quel vistoso titolo di Repubblica che attribuisce al segretario del Pd la tentazione di sbottare in questa minaccia a chi gli sta creando troppi problemi: “accordo o andiamo da soli”. Ma per  fare che cosa se non perdere di sicuro a vantaggio del centrodestra, come lo stesso Letta aveva ammesso prima di avviare le trattative e di annunciare l’accordo stipulato con Calenda? Vai a saperlo. 

Giorgia Meloni alla tv americana

Certo, ciò che accade a sinistra o nel centrosinistra della tabella o dello schermo dell’ottico che visita il segretario tigrato del Pd è manna per il centrodestra. Dove la sensazione o speranza di vincere è tale da far compiere imprudenze ad una Giorgia Meloni che annuncia ad una tv americana di essere quasi ad un palmo da Palazzo Chigi e ad un Matteo Salvini che l’incalza anche in quella direzione, non accontentandosi più di un ritorno al Viminale.

Più ancora del termometro delle ambizioni resta tuttavia alto quello più concreto della calura stagionale, con i conseguenti rischi fisici. Stiamo del resto provando per la prima volta una campagna elettorale d’estate. E di quale estate, senza uno straccio di generale Agosto su cui potere scommettere, come si faceva quando  in questa stagione interveniva al massino una crisi di governo sullo sfondo di qualche soluzione “balneare”.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

L’involontaria e tuttavia assordante campagna elettorale di Mario Draghi

Titolo del manifesto di ieri
Titolo del Dubbio

Non per fare le pulci ai colleghi del manifesto, che peraltro ammiro per l’arguzia con la quale sanno abitualmente rappresentare in due parole sparate in prima pagina situazioni davvero ingarbugliate, ma mi chiedo perché abbiano voluto indicare  come “indisponibile per il dopo” un Mario Draghi che non mi è apparso francamente tale nella conferenza stampa sul nuovo decreto legge di aiuti per 17 miliardi di euro, senza un centesimo in più di debito pubblico, a famiglie e imprese in difficoltà. 

Le parole di Draghi

Lo stesso manifesto ha citato a supporto della pretesa indisponibilità ciò che il presidente del Consiglio ha opposto ad un giornalista sospettoso di una sua volontaria  “ipoteca sulla guida del prossimo esecutivo” con l’azione di amministrazione per niente ordinaria che sta svolgendo in questa estate eccezionalmente elettorale e calda: “Sulla mia disponibilità a rifare il premier non rispondo. Quello che penso l’ho già detto altre volte”. 

Giuseppe Conte a piedi

Draghi quando Giuseppe Conte aprì la vertenza della “forte discontinuità” e del “cambio di passo”, dopo averlo peraltro sospettato di avere tramato contro di lui alla guida delle 5 Stelle con telefonate a Beppe Grillo e con l’assecondamento della scissione del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, disse di non essere disponibile a fare un altro governo in questa legislatura. Che in effetti è finita in anticipo, sia pure breve, come effetto di questa sola indisponibilità, non altro, confermata col no opposto alla richiesta formalizzata al Senato dalle componenti forzista e leghista della maggioranza di scaricare i grillini. O i “grillozzi”, come li chiama con allegria e indulgenza Giuliano Ferrara sul Foglio. 

Titolo del Giornale di ieri, opposto al manifesto

Sì, è vero. Draghi ha anche detto, in un altro passaggio preparatorio della crisi, di augurare alla democrazia nella prossima legislatura la formazione di un governo non anomalo come quello capitatogli di formare nel 2021 su incarico del presidente della Repubblica per l’accavallarsi di emergenze di vario tipo: un governo magari presieduto da un eletto dai cittadini al Parlamento, diversamente da lui che non è né deputato, né senatore. Nè egli è stato tentato dall’idea di lasciarsi candidare al Senato o alla Camera da qualche partito in corsa, neppure fra quelli che più apprezzano e scommettono sulla sua cosiddetta “agenda”. Che, a scanso di equivoci, lo stesso Draghi ha tenuto a negare che esista, al di là di quella nella quale la segretaria, o il segretario, scrive i suoi appuntamenti quotidiani. Lui bada solo a fare ciò che si è impegnato a realizzare nella convinzione di non compromettere la  propria “credibilità”. Che fino a quando è presidente del Consiglio -direi, per nostra fortuna- è anche la credibilità internazionale dell’Italia su ogni piano, compreso quello della nuova emergenza costituita dalla guerra in Ucraina. 

Titolo di Libero di ieri, più simile al manifesto

Ma se neppure dopo le elezioni del 25 settembre; se neppure nelle nuove Camere di 400 deputati e 200 senatori eletti, contro i 620 e i 315 uscenti, i partiti e relativi gruppi parlamentari, non per questo ridottisi anch’essi di numero, anzi aumentati ulteriormente, riuscissero a indicare al capo dello Stato e a realizzare nelle aule e commissioni di Palazzo Madama e Montecitorio una maggioranza, o solo uno straccio di essa per provare ad usarlo, chi può seriamente garantire la indisponibilità di Draghi ad una nuova esperienza a Palazzo Chigi? Magari scommettendo, come fece a suo tempo Giuseppe Conte, sulla sua stanchezza fisica. Che non aveva peraltro impedito allo stesso Conte -altra gaffe, data la evidente impraticabilità dell’ipotesi di lavoro- di tentare il trasferimento di Draghi da Francoforte a Bruxelles, dalla presidenza della Banca Centrale Europea a quella della commissione  esecutiva dell’Unione. 

I progetti di Berlusconi per Draghi dalla Verità di ieri

Stanco o non stanco che sia realmente, e non venga solo immaginato alla fine di una giornata o di un incarico, e anche a costo di incorrere nel sarcasmo del Travaglio di turno, con annessi e connessi assalti umani e politici, Draghi rimane il “nonno a disposizione” delle istituzioni per le sue competenze e la sua credibilità internazionale, e non solo dei suoi nipoti, descrittosi nella prima conferenza stampa di fine anno tenuta come presidente del Consiglio, nel 2021. Essa probabilmente gli costò davvero dopo qualche settimana il Quirinale, sbarratogli dal solito Conte anche quella volta col concorso di  un Berlusconi messosi ostinatamente e inutilmente in corsa col sostegno formale del centrodestra. Ma non è per niente detto che la storia si ripeta, sia pure sotto la storica forma di farsa, anche perché diversi sono i palazzi, diverse le circostanze, diverso il peso di Conte. Che il 25 settembre rischierà di perdere anche la presidenza di quel che sarà rimasto del movimento  lasciatogli a briglia così stretta dal solito, imprevedibile Beppe Grillo. Nel cui album delle figurine il conte rosso potrebbe finire come uno zombie di supplemento. 

Pubblicato sul Dubbio

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