Mario Draghi se la ride, giustamente, sotto i baffi che non ha….

Titolo del Dubbio

Di questo Dmitrij Medvedev ancora al servizio di Vladimir Putin, che non sa più quali altri incarichi fargli ricoprire in Russia dopo averlo portato in alto come lui, non mi ha colpito tanto l’invito scontato dal suo punto di vista agli elettori “europei”, per non dire direttamente italiani, già chiamati alle urne per il 25 settembre, a battere i loro governi stupidi, idioti e quant’altro. Mi ha colpito di più l’arretratezza della società alla quale egli è abituato, e dalla quale lui stesso e i suoi amici non hanno saputo farla uscire, quando ci ha minacciati di lasciarci in inverno con “le stufe spente e i frigoriferi vuoti” a furia di negarci  i rifornimenti  energetici. 

Dmitrij Medvedev

Da tempo in Italia, caro il signor Medvedev, non ci scaldiamo più davanti alle vecchie, antiquate stufe. E i frigoriferi abbiamo imparato a spegnerli, risparmiando, se vuoti. A meno che Medvedev non volesse riferirsi alla capacità che hanno i russi, come hanno dimostrato in Ucraina bloccandone a lungo le esportazioni di grano, di affamare il prossimo. Tanto, la fame in Russia è sopravvissuta a tutti i regimi che si sono alternati, con o senza la falce, con o senza il martello., al di là naturalmente delle mura del Cremlino e delle dacie della nomenclatura di turno.

Dio mio, quanta fatica è stata sprecata nelle ore successive alla sortita di Medvedev nei palazzi della politica italiana per indignarsi delle sue parole, o fingere l’indignazione e sollecitare quella degli avversari o concorrenti, come hanno fatto, per esempio, il segretario del Pd parlando del centrodestra e il centrodestra parlando della sinistra alla quale Enrico Letta non ha saputo rinunciare, o il ministro degli Esteri Luigi Di Maio del suo ex partito. Che da qualche settimana lui chiama “il partito di Conte”: l’ex presidente del Consiglio che alla fine ha capito di non potersi sottrarre concedendo due aggettivi alla “intromissione” russa nella campagna elettorale italiana: “inopportuna” e “pericolosa”. Mamma mia, che paura debbono aver fatto non dico a Medvedevd, se mai gliene arriverà un’eco, ma ai solerti funzionari dell’ambasciata russa in Italia: magari quegli stessi che, secondo rivelazioni fatte da Di Maio, erano stati consultati nei mesi scorsi su una risoluzione  parlamentare progettata dai senatori pentastellati per marcare le distanze dal governo, quindi dallo stesso Di Maio in quanto titolare della Farnesina, sulla guerra in Ucraina e sugli aiuti militari a Kiev. Una compromissione persino peggiore di quella giustamente contestata, per carità, a Matteo Salvini per quella smania di volare a Mosca con un biglietto aereo acquistato direttamente dall’ambasciata russa, per quanto rimborsato -di nuovo, per carità- dopo la rinuncia al progetto in cosiddetta zona Cesarini.

Dalla prima pagina di Repubblica

Vogliamo dire la verità davvero in questa storia delle intromissioni, interferenze e quant’altro della Russia nella campagna elettorale italiana senza partecipare alla fiera delle ovvietà e attendersi chissà che cosa dal Copasir, il comitato parlamentare della sicurezza della Repubblica automobilitatosi con una dichiarazione del presidente di destra Adolfo Urso? Io francamente tutto questo scandalo non lo vedo nelle imprecazioni di Medvedev. E’ il minimo che ci si possa aspettare da uno come lui in questo passaggio indubbiamente difficile per tutti noi europei, e più in generale occidentali, ma ancor più drammatico -credo- per i russi a causa della imprudenza con la quale  il loro governo, o regime, ha buttato giù la maschera di una politica internazionale aggressiva. Che nella migliore delle ipotesi, per loro, li porterà  a rimorchio dei cinesi. Nei cui riguardi i sovietici erano un pò più prudenti di Putin, e Medvedev. 

La vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

Ogni parola, ogni gesto russo contro Draghi non può che giovare al presidente ancora in carica del Consiglio dei Ministri, sia pure per i cosiddetti affari correnti di un tempo di emergenze. Un presidente del Consiglio che ha voluto tenersi estraneo alla campagna elettorale sino a diffidare, praticamente, il Ministero dell’Interno dall’ammettere un simbolo depositato a sua insaputa per rappresentare gli “Italiani con Draghi”. Ma egli continua ad essere il convitato o persino protagonista di pietra di questa eccezionale campagna elettorale anche per stagione e durata. Per la sua conferma, a dispetto di tutti i sondaggi favorevoli alla prima donna nella storia d’Italia che è arrivata realisticamente ad aspirare a Palazzo Chigi, cioè Giorgia Meloni, si batte ormai sempre più a visto aperto l’unica, vera novità di questa corsa, peraltro anticipata, alle urne: il cosiddetto terzo polo, che ha già compiuto il miracolo di mettere o rimettere insieme Carlo Calenda e Matteo Renzi. 

“Il nostro obiettivo -ha appena dichiarato Calenda- è chiaro e semplice. Uno: andare avanti con l’agenda Draghi. Due: andare avanti con il metodo Draghi, quello del buon senso e del buon governo. E la capacità di dire dei sì e dei no in modo netto. E possibilmente avere Draghi come presidente del Consiglio”. A dispetto anche di Medvedev, oltre che di quanti in Italia o non gli hanno mai dato la fiducia in Parlamento o gliel’hanno ritirata. 

Pubblicato sul Dubbio

Draghi si risparmia i ringraziamenti a Mevdev, Putin e compagni

Titolo della Stampa
Titolo di Repubblica

Scusatemi ma fra “l’ingerenza russa” e “il ricatto russo” gridati, rispettivamente, da Repubblica e dalla Stampa sulle loro prime pagine, in una unità editoriale ritrovata dopo le diverse valutazioni sul terzo polo elettorale di Carlo Calenda e Matteo Renzi, trovo un pò troppo ingenerosa la reazione dei principali giornali italiani al solito Dmitri Medvedev. Che da Mosca, fingendo di parlare a tutti gli europei ma in realtà pensando solo o soprattutto agli italiani, non foss’altro perché più vicini di tutti alle urne, li ha esortati a votare contro i loro governi “idioti” e simili. Tanto idioti, nel caso di quello ancora presieduto in Italia da Mario Draghi, da avere partecipato alle sanzioni contro la Russia per l’aggressione all’Ucraina e da fornire a quel mezzo nazista che sarebbe Zelensky aiuti militari non proprio sprecati, come tutti gli altri, visto che la guerra non si è per niente chiusa nei tempi e con gli effetti programmati a Mosca. 

Vignetta del Foglio

Tutti o quasi furenti quindi in Italia per la gamba tesa o la lingua rapace di questo Medvedev col quale ha voluto un pò scherzare solo il vignettista del Foglio, Makkox, attribuendogli l’inciso di “voi che potete” votare, diversamente dai russi  che solo a definire guerra quella in Ucraina finiscono in carcere. Noi non possiamo, è rimasto in gola allo sprovveduto. Che nel mio piccolo, anzi piccolissimo, come un granello di sabbia, vorrei ringraziare per l’inconsapevole aiuto che ogni sua sortita fornisce a Draghi. Il quale, per quanto non disponga di un partito suo e non si sia candidato alle elezioni del 25 settembre, è un protagonista, se non addirittura il protagonista della campagna elettorale.

Il Ministero dell’Interno, come largamente previsto, specie dopo la nota di Palazzo Chigi opposta alla sua presentazione per mancanza del consenso dell’interessato, e quindi della trasparenza  richiesta , ha inserito fra i 13 bocciati dei cento e più simboli depositati per le elezioni quello degli “Italiani con Draghi” per un “rinascimento” del Paese. 

Calenda in conferenza stampa
Carlo Calenda

Contemporaneamente, tuttavia, il leader del terzo polo Calenda, affiancato dalle ministre ex forziste Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, dichiarava in una conferenza stampa: “Il nostro obiettivo è chiaro e semplice: Uno. andare avanti con l’agenda Draghi. Due: andare avanti con il metodo Draghi: quello del buon senso e del buon governo. E la capacità di dire dei sì e dei no in modo netto. E possibilmente avere Draghi come presidente del Consiglio” anche nella nuova legislatura, per quanto scontata appaia al centrodestra la propria vittoria elettorale e il conseguente approdo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi come prima donna nella storia d’Italia. O per quanti sforzi faccia il segretario del Pd Enrico Letta di immaginarsi di nuovo presidente del Consiglio, con l’aiutino magari dello stesso Draghi, dopo la brutta esperienza del 2014, quando l’appena eletto segretario del suo partito Matteo Renzi gli disse di “stare sereno” mentre si preparava a scalzarlo alla guida del governo. 

La cosa migliore che potrebbe fare per Draghi un uomo come Medvedev, e alle spalle uno come Putin, è proprio quello che stanno facendo con la solita solerzia: sparargli contro, per fortuna solo parole e non anche missili. Di nuovo grazie, cari compagni di una quasi ritrovata Unione Sovietica, da voi già servita del resto in altre vesti, o uniformi. 

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Bibì e Bobò dividono molto allegramente i giornali degli Agnelli

La vignetta di Ferragosto su Repubblica

Non si è dovuto aspettare molto per valutare il mistero di quella vignetta demolitrice del terzo polo elettorale comparsa sull’edizione di Ferragosto della Repubblica di carta. In cui Altan,  ispirandosi al Bibì  e al Bobò di una famosa striscia comica americana di fine Ottocento, aveva praticamente deriso il proposito di Carlo Calenda e di Matteo Renzi di contestare “il bipopulismo” del centrodestra e del centrosinistra. O -se preferite metterla più sul personale- di Giorgia Meloni e Matteo Salvini nel centrodestra non più controllato ormai da Silvio Berlusconi, e di Enrico Letta in un centrosinistra che non ha potuto fare a meno dei rossoverdi orgogliosi di non avere mai votato la fiducia a Mario Draghi e, tanto meno alla sua “agenda”.

Giuseppe Conte

Vi sarebbe, in verità, anche un terzo populismo, rappresentato da Beppe Grillo col suo originario MoVimento 5 Stelle e aggiornato da Giuseppe Conte in questa campagna elettorale promettendo anche lui cose dell’altro mondo e praticando, nella preparazione delle liste, un familismo davvero sorprendente per chi era politicamente cresciuto disprezzando gli avversari anche per l’abitudine di portarsi appresso in politica fratelli, mogli, amanti, cognati, cugini e via domesticando. Ma ormai in discesa elettorale come sono, e dalla quale sarà ben difficile che Conte riuscirà a risollevarli con la “squadra” dei 15 apostoli imposti anche al garante silente del MoVimento, i pentastellati non fanno più tanta paura, forse. E Altan ha potuto anche sbattersene prendendo in giro i Bibì e Bobò in comica lotta contro il “bipopulismo”, appunto.

Mi chiedevo, davanti alla vignetta di Repubblica, se fosse un segnale ai naviganti del gruppo editoriale della famiglia Agnelli. Dove ormai il mio amico di una volta Luca di Montezemolo non conta più niente e non può pertanto spendersi, per esempio, per Carlo Calenda, suo collaboratore ai tempi della presidenza di Confindustria 

La reazione oggi di Goffredo Bettini
Il titolo dell’articolo di Massimo Recalcati ieri sulla Stampa

Ma alla Stampa, quella di Torino diretta da Massimo Giannini, del Bibì e Bobò dell’ammiraglia del gruppo se ne sono bellamente e per me lodevolmente sbattuti pubblicando ieri a favore delle vittime di Altan un lungo e argomentato articolo del professore, psicanalista, saggista e quant’altro Massimo Recalcati. Che guarda con fiducia al terzo polo per i voti che potrà sottrarre non tanto e non solo al centrodestra, quanto al polo di Enrico Letta. Dove Recalcati lamenta, fra l’altro, procurandosene una pronta reazione, la presenza e l’influenza di Goffredo Bettini, nostalgico dei tempi d’amore e d’accordo con Conte, scambiato per il punto di riferimento più alto dei progressisti. 

Recalcati sulla Stampa
Il titolo, sempre ieri sulla Stampa, dell’articolo di Gianni Oliva

Di rinforzo a Recalcati un altro collaboratore della Stampa, per giunta nello stesso numero, Gianni Oliva, ha scritto di votare per il Pd molto malvolentieri, tappandosi il naso “sempre più stretto”, come faceva e faceva fare Indro Montanelli ai suoi tempi per la Dc. E per le stesse ragioni, praticamente, di un Recalcati pur trattenutosi dall’annuncio del suo voto, ma lasciando capire che potrebbe alla fine preferire nelle urne proprio i presunti Bibì e Bobò di Altan. I quali avrebbero già avuto il merito di scoprire il gioco di un “centrosinistra” che anziché “recidere il suo populismo ideologico, nutre un’attitudine nostalgica per un passato glorioso e una identità politico-culturale solida”: glorioso e solida naturalmente nella convinzione di parte. 

Recalcati sulla Stampa

E’ una sinistra, questa presuntuosa lamentata da Recalcati, che “non riesce a pensare il nostro tempo senza ricorrere a paradigmi ideologici: gli stessi che, per fare un esempio, hanno impedito l’approvazione della riforma costituzionale del 2016”, ritrovandosi peraltro anche in quella occasione con l’estraneo Silvio Berlusconi, come nelle scorse settimane interrompendo, o lasciando interrompere il governo Draghi. 

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I 15 apostoli di Giuseppe Conte, più i familiari degli incandidabili

Roberto Scarpinato
Conte al direttore della Stampa

Fra i dodici apostoli di Gesù Cristo riuscì notoriamente a infilarsi, o infiltrarsi, Giuda Iscariota, che lo tradì per trenta denari. Giuseppe Conte -non chiamatemi blasfemo, per favore- è stato più coraggioso con la sua “piccola squadra di quindici persone”, come lui stesso l’ha chiamata parlandone col direttore della Stampa Massimo Giannini. Quindici persone blindate nelle liste bloccate “che potrebbero garantirci -ha detto- l’efficacia della nostra azione come Cafiero De Rhao, Roberto Scarpinato, Sergio Costa, Livio De Santoli”. Sono i quattro preferiti, par di capire, due dei quali  -i primi da lui citati, non credo a caso- assunti in politica, diciamo così, alla fine della loro carriera giudiziaria. Che essi potranno continuare -temo- in altro modo condizionando sui temi della giustizia le scelte di ciò che resterà dopo le elezioni del 25 settembre del MoVimento 5 Stelle, uscito dalle urne del 2018 addirittura come il più votato e rappresentato in Parlamento. 

Le prospettive, anche per la giustizia come piace ai grillini, sono per fortuna alquanto diverse questa volta: forse ancora a due cifre, come lo stesso Conte ha detto nella sua intervista a Giannini, ma ben lontane da quel 33 per cento irripetibilmente conquistato quasi cinque anni fa. E tradottosi, fra l’altro, nel passaggio di Alfonso Bonafede al Ministero della Giustizia. 

Non credo che gioveranno alle ambizioni di Conte le candidature dei parenti -fra mogli, mariti, fratelli- dei parlamentari non ricandidati per il famoso limite dei due mandati rispettato per il rifiuto del “garante” Grillo di concedere deroghe. Un movimento che doveva rivoluzionare il Paese e aprire il Parlamento come una “scatola di tonno”, o sardine, e si riduce ad un’associazione un pò familistica non è francamente il massimo. 

Conte ancora al direttore della Stampa
Titolo del Foglio

Può darsi, per carità, che sia esagerata la rappresentazione che ne fa oggi Il Foglio in prima pagina raccontando di un “Conte pigliatutto”, che “si blinda e medita la rottura con Grillo. Che tace e non farà campagna per il movimento”. Invece, interrogato proprio sui suoi rapporti con Grillo, l’ex presidente del Consiglio ha assicurato, sempre al direttore della Stampa, che sono “molto buoni”. “In passato -ha ammesso- c’è stato un momento di vero scontro e di visioni diverse. Poi c’è stata una composizione, si è trovato un equilibrio e ora riusciamo a collaborare”. “Ci sentiamo costantemente”, ha addirittura rivelato. 

Una quiete quasi leopardiana dopo la tempesta, insomma: una quiete però durante la quale Grillo ha impedito a Conte, fra l’altro, di intestarsi il movimento mettendo il proprio nome nel simbolo. 

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L’aiuto inconsapevole di Berlusconi alla ricandidatura di Casini col Pd

Titolo del Dubbio

Ecco un altro paradosso, scherzo e quant’altro di questa campagna elettorale un pò pazza, e non solo inedita nella sua versione estiva, come tutta la legislatura dalla cui interruzione è nata. Con la sua gaffe -a dir poco- sulle “doverose” dimissioni di Sergio Mattarella prima del compimento del mandato in corso se dovesse essere approvata la riforma presidenzialista della Costituzione proposta dal centrodestra Silvio Berlusconi ha aiutato Pier Ferdinando Casini a ottenere dal Pd la ricandidatura al Senato come una specie di guardiano della Costituzione minacciata, assaltata e via discorrendo dall’ex presidente del Consiglio. 

L’Ansa sulla lettera di Enrico Letta al Corriere della Sera per la candidatura di Casini

Sentite che cosa ha scritto Enrico Letta all’edizione bolognese del Corriere della Sera, rivolgendosi praticamente agli insofferenti organi locali del partito, prima di riunire la direzione nazionale per varare appunto le candidature nel giorno di un Ferragosto di fuoco, col sangue metaforicamente grondante sulle pareti come accadeva alla direzione della Dc in analoghe circostanze elettorali, o quando si dovevano varare le lunghe liste dei sottosegretari ad ogni cambio di governo. “E’ possibile, non probabile ma possibile, che nella prossima legislatura -ha scritto Enrico Letta rinverdendo le polemiche sulla sortita di Berlusconi- che nella prossima legislatura si tenti un assalto alla Costituzione da parte della destra”, in “un disegno nefasto, da sventare”, per quanto Berlusconi abbia cercato di precisare, ridimensionare e altro le sue parole, e persino i suoi alleati ne abbiano prese le distanze. “Credo in questo senso che la voce di Casini -ha scritto ancora il segretario del Pd , consapevole dei sacrifici già imposti a tante aspirazioni dalla riduzione dei seggi parlamentari- potrebbe dare un contributo importante e utile ad allargare il sostegno intorno a noi e a rendere più efficace il nostro compito a tutela della Costituzione….contro ogni torsione presidenzialista”. 

E così al buon Casini, un veterano ormai del Parlamento, pur a soli 66 anni compiuti e portati peraltro magnificamente, Berlusconi ha finito per dare una mano inconsapevolmente riparatrice alla non felice sorpresa fattagli nell’ultima corsa al Quirinale. Allora l’ex presidente del Consiglio prima si candidò personalmente, poi “rinunciò” rendendosi conto che i numeri erano diversi da quelli originariamente immaginati, poi  ancora scartò l’ipotesi di appoggiare Casini, avvertito da molti nel centrodestra come un “traditore”, infine si unì ai sostenitori della conferma di Mattarella.  

Ignazio La Russa al Corriere della Sera del 13 agosto su Berlusconi

Fra gli effetti dello scivolone -ripeto- di Berlusconi compiuto prospettando le dimissioni del presidente in carica nel caso di approvazione di una sua elezione diretta, da parte del popolo e non del Parlamento, quello della mano a Casini a sua insaputa per un ritorno al Senato sarà importante, per carità ,per lo stesso Casini sul piano personale ma meno rilevante, sul piano politico, di altri.  Fra i quali eccelle, a mio avviso, l’apertura difensiva fatta da Giorgia Meloni a percorsi alternativi a quello da lei proposto per approdare al presidenzialismo: in particolare, ricorrendo non alla revisione prevista dall’articolo 138 della Costituzione ma ad un’Assemblea Costituente. Che sarebbe più indicata, anche se non è imposta dalla carta costituzionale, per una revisione così incisiva e complessa come l’elezione diretta del presidente della Repubblica, produttrice in pratica di un altro sistema istituzionale e comportante la ridefinizione compensativa di tanti altri articoli diversi dall’ottantatreesimo: quello che affida appunto l’elezione del capo dello Stato al Parlamento “in seduta comune dei suoi membri e con la partecipazione di “tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze”, salvo per la Valle d’Aosta” avente “un solo delegato”. Una parte, questa dell’articolo 83 della Costituzione, che avrebbe dovuto essere modificata in contemporanea con la nuova composizione delle Camere imposta dai grillini ai loro alleati di turno, prima di destra e poi di sinistra. Con un terzo in meno dei seggi elettivi del Parlamento la rappresentanza delle regioni con tre delegati ciascuna, eccetto la Valle d’Aosta, è di uno sbilanciamento, direi, sfacciato.  

Ma questa è solo una delle eredità del MoVimento attorno al quale è ruotata la legislatura fortunatamente interrotta, almeno sotto questo profilo, al netto degli altri danni procurati dalla crisi del governo presieduto dall’italiano più autorevole nel mondo, senza offesa per Mattarella. Cui spetta d’altronde il merito di avere chiamato Mario Draghi in servizio come presidente del Consiglio quando il ricorso anticipato alle urne gli apparve impraticabile per la pandemia e le emergenze connesse. 

Pubblicato sul Dubbio

                 

La terra della Repubblica di carta sul terzo polo di Calenda (e Renzi)

Carlo Calenda e Matteo Renzi

Chissà perché in una edizione particolare come quella destinata a durare due giorni per via della pausa ferragostana la Repubblica di carta ha voluto schierarsi così nettamente contro il polo di Carlo Calenda (e Matteo Renzi). Tanto da farne liquidare i leader come Bibì e Bibò in una vignetta di Francesco Tullio Altan. Una vignetta che -dovendosi escludere i grillini per ciò che Repubblica scrive abitualmente di loro, specie dopo la guerra condotta da Giuseppe Conte contro Mario Draghi, e il centrodestra dei tre leader da quelle parti uno più indigesto dell’altro, come Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico- è di fatto una sponsorizzazione vera e propria del Pd di Enrico Letta e alleati, o soci. I quali sono a destra, diciamo così pur sapendo di non fare cosa gradita agli interessati, i radicali +europeisti di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova, a sinistra i rossoverdi di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli e al centro cespugli o singole personalità come gli ex pentastellati del ministro degli Esteri Luigi Di Maio e l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, nonché senatore uscente già ospite “indipendente” delle liste del Nazareno del 2018 nella sua Bologna. 

L’Ansa sul segretario del Pd per la canddatura di Pier Ferdinando Casini

Stavolta peraltro Enrico Letta ha personalmente riproposto Casini ai sofferenti organi locali del Pd, in una lettera al Corriere della Sera, come una specie di guardiano della Costituzione minacciata dall’”assalto” presidenzialista del centrodestra, almeno nella versione sfuggita in una gaffe a Silvio Berlusconi prefigurando le dimissioni di Sergio Mattarella prima della scadenza del suo secondo mandato. Sono seguite precisazioni persino indignate del Cavaliere, nonché prese di distanza della Meloni e dei leghisti, che non sono tuttavia bastate a cambiare la rappresentazione dello scenario berlusconiano fatta dagli avversari con prevedibile tempestività, o altrettanto prevedibile strumentalizzazione.

La bocciatura del polo di Calenda (e di Renzi ) da parte di Repubblica è solo questione di antipatia o critica personale di Maurizio Molinari, il direttore della corazzata del gruppo editoriale della famiglia Agnelli copertosi dietro la zona franca della satira, o è proprio una scelta alla quale prima o dopo, in questa pur breve campagna elettorale estiva, dovranno adeguarsi a Torino La Stampa e a Genova Il Secolo XIX? E che cosa ne avrebbe detto o, ancor più, pensato il recentemente scomparso Eugenio Scalfari? Il quale di Bibì o di Bibò- in chi dei due vogliate identificare Renzi- aveva apprezzato e difeso la riforma costituzionale del 2016, anche a costo di urtare il blasonato collaboratore di Repubblica Gustavo Zagrebelsky e di perdere l’agguerritissima Barbara Spinelli, convertitasi per reazione al Fatto Quotidiano. 

Mario Draghi accolto in Campidoglio dal sindaco Gualtieri per la camera ardente di Eugenio Scalfari

Ma prima ancora di difenderne la riforma costituzionale, e di lasciare poi l’interessato cadere nella zona d’ombra della sconfitta referendaria e di quella elettorale successiva riconoscendone i limiti temperamentali, Scalfari aveva cercato di essere addirittura il paterno e grande consigliere di Renzi. Del quale aveva accettato e ricambiato telefonate di auguri e complimenti. E a cui aveva indicato i libri da leggere sui quali poi poterlo interrogare per accertarsi che li avesse letti davvero, anzi studiati per bene. Di Renzi infine, pur dopo la disapprovata scissione del Pd, Scalfari aveva sicuramente apprezzato il contributo dato all’arrivo a Palazzo Chigi di un amico specialissimo come Mario Draghi, non a caso fra i primi ad accorrere ad omaggiare in Campidoglio la salma del fondatore di Repubblica

Bibì o Bobò che sia stato Renzi nella mente di Altan, non credo proprio che Scalfari avrebbe gradito o condiviso la bocciatura o l’ostracismo elettorale del “suo” giornale nel numero in qualche modo doppio di ieri.  Si sarebbe forse spinto sino ad uno dei “post scriptum” dei suoi lunghi commenti domenicali per alleggerirgli la pur metaforica terra.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il simbolo migliore dei 101 presentato solo per scherzo, o per sbaglio

Difficile, diceva col suo consueto garbo del suo e nostro Paese il compianto Piero Angela, come già notavo ieri. Curioso, paradossale e altro ancora, potremmo aggiungere davanti a quel campionario dell’Italia che potrebbe ben essere visto nei 101 simboli presentati al Viminale per le elezioni anticipate del 25 settembre, fra una quarantina di giorni soltanto. E per fortuna, ripeto ancora ringraziando Draghi e Mattarella, in ordine delle competenze rispettive in questo campo, di averci risparmiato una campagna elettorale più lunga, e quindi più esposta alle stranezze, vista l’abitudine che abbiamo di giocare con le istituzioni e di fare qualche volta la cosa giusta solo a nostra insaputa, o per scherzo.

Lo hanno fatto, per esempio, quei bontemponi che all’ultimo momento, giusto per scherzare appunto -visto che la loro iniziativa è destinata alla bocciatura tecnica del Ministero dell’Interno- ma esprimendo il sentimento forse più diffuso nel Paese hanno presentato il simbolo tricolore “Italiani con Draghi”, per un “rinascimento” nazionale, hanno aggiunto alla maniera di Vittorio Sgarbi. Che del rinascimento ha fatto uso e abuso in precedenti occasioni e potrà forse contribuire con qualche protesta a fare cestinare il simbolo praticamente impugnato anche  da Draghi in persona. Una nota di Palazzo Chigi  ne contesta la “trasparenza” per la inconsapevolezza del per niente interessato alla competizione elettorale.  

“Italiani con Draghi” sarebbe stato un simbolo efficacissimo se fosse stato concepito sul serio, concordato fra partiti una volta tanto uniti da un obiettivo serio, utile all’Italia. Che davvero non meritava quanto meno le modalità di uno scioglimento anticipato delle Camere che pure aveva una sua motivazione politica altissima nella lunga, evidente ed esplosa crisi della forza politica attorno alla quale era ruotata con le maggioranze più diverse la legislatura prodotta dalle elezioni del 2018: il MoVimento 5 Stelle. 

Le modalità del trauma politico, con una sorprendente convergenza -a dir poco- di Beppe Grillo e di Silvio Berlusconi, di Giuseppe Conte e di Matteo Salvini, peraltro già alleati come presidente e vice presidente del Consiglio fra il 2018 e il 2019, della destra di Giorgia Meloni e della sinistra di Nicola Fratoianni, sono state quelle della contestazione della guida del governo più autorevole che avessimo potuto e potremmo ancora avere sul piano internazionale: quella appunto di Draghi. Alle cui dimissioni hanno brindato al Cremlino, fra un ordine e l’altro nella guerra di feroce, persistente aggressione all’Ucraina. 

In festa davanti al Viminale

Bel capolavoro della politica nazionale. Un capolavoro di follia, del resto rivendicata come “creativa” anche in uno dei fantasmagorici simboli presentati al Viminale anche all’esterno come in una fiera dell’assurdo. Che anch’essa, tra foto e gesti festosi e compiaciuti dei concorrenti, francamente meritava di essere spazzata via da un provvidenziale temporale di stagione. Ma anche l’estate è impazzita scaricando l’acqua altrove, sui posti sbagliati.  

“Difficile” davvero questa nostra Italia, come ha scritto andandosene Piero Angela

La bella vignetta di Repubblica
Il messaggio di commiato del popolare giornalista e divulgatore scientifico

C’è proprio tutto, anche contro la  scomposta campagna elettorale avvertita negli ultimi giorni della sua lunghissima vita, in quella definizione dell’Italia “difficile Paese” nel messaggio di commiato tanto orgoglioso quanto toccante lasciato da Piero Angela prima del “buon viaggio” auguratogli con le lacrime negli occhi dal figlio Alberto.  Un viaggio che meglio non poteva essere rappresentato nella vignetta di Mauro Biani su Repubblica, in cui Piero con lo zaino sulle spalle percorre il ponte dell’infinito.

Mattarella e Draghi al Quirinale

Difficile Paese davvero quello in cui si interrompe il lavoro di un governo di emergenza come quello guidato dall’italiano più autorevole nel mondo – con tutto il rispetto meritato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che d’altronde lo nominò presidente del Consiglio sorprendendo il partito ancora più rappresentato nel Parlamento- per avventurarsi tutti, ma proprio tutti, in una campagna elettorale che più scombinata e deludente non avrebbe potuto rivelarsi. E che per fortuna -unica consolazione- è stata accorciata al massimo sia da Mattarella sia da Draghi per limitarne i prevedibili danni.  

E’ una campagna elettorale così piena di promesse sproporzionate -a destra ma anche a sinistra, e si spera non anche al centro, visto che l’omonimo polo è appena nato- che il pragmatico presidente del Consiglio le ha liquidato come “sogni” sarcasticamente augurando ai partiti dei ministri del suo governo di realizzarli. Nessuno di essi ha naturalmente avuto il coraggio o l’ironia- come preferite- di ringraziarlo. Già, perché i partiti mancano anche di ironia, per quanto i loro protagonisti e attori producano battute sprecandole persino nei loro simboli. 

Il simbolo delle 5 Stelle affisso personalmente da Conte al Viminale

E’ il caso di quel 2050 stampato in rosso -l’ultimo colore preferito dal suo presidente Giuseppe Conte, e probabilmente anche dal “garante” Beppe Grillo- nelle insegne del MoVimento 5 Stelle. O delle loro polveri, viste le condizioni anche di isolamento politico in cui esso si trova dopo una legislatura interamente vissuta al governo, con qualsiasi tipo di maggioranza, nella presunzione di una “centralità” non proprio apprezzata dagli elettori. I quali in tutte le occasioni che hanno avuto di votare dal 2018 in poi o hanno ingrossato e ingrassato l’astensionismo, facendolo diventare  il primo, vero partito d’Italia, o hanno contribuito alla crescita degli avversari o concorrenti dei grillini. E io, a 80 anni e più di età, e con me tanti altri anziani o vecchi, come preferite, dovrei  aspettare il 2050 sognato o promesso da Conte e amici, chissà quanto destinati poi ad arrivarvi essi stessi.  E ancor più pazienza e fiducia dovrebbero avere i giovani accontentandosi del cosiddetto reddito di cittadinanza – guai a chi lo tocca!- non più propedeutico ad un lavoro ma semplicemente e distruttivamente sostitutivo.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

Come se non bastassero quelli già prevedibili, direi scontati, si sono aggiunti in questa disgraziata campagna elettorale gli inconvenienti improvvisati, come la gaffe di Silvio Berlusconi – con quel presidenzialismo contrapposto, volente o volente, ad un presidente della Repubblica che il suo partito ha peraltro contribuito a rieleggere, pur tentando in un primo momento la scalata al Quirinale- e l’abuso che ne stanno facendo -va detto anche questo- gli avversari  demonizzando col Cavaliere anche la riforma presidenzialista. Di cui Marco Travaglio, per esempio, sul Fatto Quotidiano ha attribuito la paternità al “maestro Gelli”, prima ancora che al “compare Craxi” e alla sua “pochette Amato”, ora presidente della Corte Costituzionale, dimenticando il presidenzialismo sostenuto all’Assemblea Costituente dall’antifascista Piero Calamandrei.

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Come sarebbe bello se Berlusconi si scusasse con Mattarella….

Titolo del manifesto

Sarebbe bello se Silvio Berlusconi -anzichè “Re cidivo”, come lo ha raffigurato Stefano Rolli nella vignetta di prima pagina del Secolo XIX- chiudesse l’incidente, la gaffe, lo scivolone  e quant’altro scusandosi esplicitamente con Sergio Mattarella. E non solo precisando di non averlo voluto “attaccare” quando ne ha praticamente reclamato le dimissioni in caso di approvazione della riforma presidenzialista della Costituzione proposta dal centrodestra, senza aspettare la fine del suo secondo mandato, nel 2029.  “L’avvertimento”, ha titolato vistosamente il manifesto, come se stesse trattando una cronacaccia di mafia. 

Dalla prima pagina del Foglio
Titolo del Fatto Quotidiano

Più sobrio, graficamente e insolitamente, ma meno allusivo è il titolo dedicato alla vicenda dal Fatto Quotidiano in un richiamo di prima pagina: B. presidenzialista “licenzia” Mattarella. Il quale da Alghero, dove è in vacanza, è rimasto rigorosamente in silenzio, almeno sino al  momento in cui scrivo, probabilmente compiaciuto della difesa, stima e quant’altro confermatagli da gran parte dei giornali e delle forze politiche, in fondo persino nel centrodestra, dopo la sortita berlusconiana. “L’uscita inspiegabile di Berlusconi su Mattarella gela la leader di Fdi che ha un piano per contenere gli alleati”, ha spiegato in un titolo di prima pagina Il Foglio riferendosi a Giorgia Meloni, quasi come la prima danneggiata dall’ex presidente del Consiglio.

Carlo Galli su Repubblica
Titolo del Foglio

In un altro titolo, sempre in prima pagina, il giornale fondato da Giuliano Ferrara tenta tuttavia una spiegazione dell’intervento a gamba tesa di Berlusconi nella campagna elettorale, dandole un carattere di “emergenza democratica” denunciato su Repubblica da Carlo Galli. Dice questo titolo del Foglio: “Veto Mattarella- Dietro all’’uscita del Cav. la paura di negoziare con il Quirinale la lista dei ministri”. Cioè, Berlusconi avrebbe cercato di intimidire il presidente della Repubblica temendone le resistenze alla lista dei ministri del centrodestra in caso di vittoria elettorale. Per essere o essere stato nella redazione fogliante “l’amor nostro”, non è molto il riguardo ottenuto da Berlusconi con una simile lettura della sua sortita contro Mattarella. Siamo un pò all’”avvertimento” già ricordato del manifesto. 

Titolo della Stampa
Titolo del Corriere della Sera

Certo, questa storia non sembra proprio destinata -in mancanza di scuse esplicite, ripeto, di Berlusconi- a riassorbirsi nei circa 40 giorni che ci separano dalle elezioni per il rinnovo delle Camere. Non si spegnerà facilmente il fuoco acceso, volente o nolente, dal Cavaliere. O “la bufera”, secondo il titolo del Corriere della Sera. O l’allarme lanciato più o meno maliziosamente dal segretario del Pd Enrico Letta e tradotto dalla Stampa in questo titolo virgolettato: “Berlusconi vuole il Quirinale”. Da qui anche “l’assalto al Colle” nel titolo di Repubblica. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

L’incredibile sgarbo di Berlusconi a Mattarella prospettandone le dimissioni

Mattarella e Berlusconi in una foto d’archivio

Silvio Berlusconi non ha detto una bestialità politica nell’ipotizzare le dimissioni di Sergio Mattarella nella prossima legislatura, prima della scadenza del suo secondo mandato al Quirinale, nel caso in cui venisse approvata la riforma presidenzialista contenuta nel programma del centrodestra. Egli ha fatto di peggio. Ha compiuto un atto di gratuita, diciamo pure imprudente villanìa nei riguardi del capo dello Stato, al quale solo compete la valutazione di un simile passaggio, a meno di una esplicita e improbabile interruzione del mandato in corso sancita dalla stessa riforma. 

Al presidenzialismo proposto dal centrodestra Berlusconi ha compiuto l’errore, che penso gli sarà contestato almeno in privato da Giorgia Meloni, di avere assegnato un carattere punitivo, o di bocciatura, del presidente della Repubblica in carica: un carattere che renderebbe molto, ma molto più difficile il percorso della riforma entrata -ripeto- nel programma del centrodestra per volontà della stessa Meloni. 

Proprio oggi in un commento sul settimanale 7 del Corriere della Sera, scritto ben prima della sortita dell’ex presidente del Consiglio, il buon Antonio Polito ha lamentato gli inconvenienti della “senilità” di Berlusconi, pur cercando di indorargli la pillola con riconoscimenti della eccezionalità della sua esperienza politica. Che cominciò nel 1994 – mi sia permesso di precisarlo- improvvisando un centrodestra ancora più complicato di quello attuale e vincendo, ciò nonostante, la campagna elettorale contro l’ultimo segretario del Pci Achille Occhetto, avventuratosi nel tentativo di fare apparire “gioiosa” la “macchina da guerra” allestita contro gli avversari di ciò ch’era rimasto del comunismo italiano.  

Non credo, francamente, che Mattarella abbia bisogno di un ruvido richiamo di Berlusconi per porsi il problema -in caso di approvazione di una riforma presidenzialista- della sostenibilità, opportunità e quant’altro della prosecuzione del suo pur legittimo secondo mandato. 

Ricordo che Francesco Cossiga quand’era presidente della Repubblica, nel suo primo e unico  settennato anche di “picconatore”, si pose il problema ora sollevato senza garbo da Berlusconi nei riguardi di Mattarella. E disse a chiunque avesse avuto occasione di parlargli, compreso il sottoscritto, che se il Parlamento avesse deciso l’elezione diretta del capo dello Stato -cui lui non era peraltro contrario- non avrebbe atteso un istante per dimettersi e fare scegliere dal popolo il suo successore.  

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