Giorgia ringrazia il Draghi di Rimini. Enrico Letta non sta sereno

Titolo di Avvenire del 25 agosto
Titolo del Dubbio

Per quanto meno gridato di altri fra tutti i giornali italiani, e non certo paragonabile a quello di Piero Sansonetti sul Riformista ad esplicito favore di “Giorgia”, temo che sia stato il titolo di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, a mettere maggiormente in imbarazzo il segretario del Pd Enrico Letta a proposito del discorso applauditissimo del presidente del Consiglio al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini. Si sarò fatto, da buon fedele, il segno della croce. 

Mario Draghi a Rimini

Quel “Draghi: l’Italia ce la farà con qualsiasi governo” non era certo l’altra mattina il controcanto -nè certamente e onestamente poteva esserlo- della campagna elettorale del segretario del Pd-ex Dc, e non solo ex Pci, basata per scelta dello stesso interessato sulla contrapposizione non solo e non tanto al centrodestra quanto proprio a Giorgia Meloni. Con la quale non a caso Enrico Letta ha tentato il confronto televisivo diretto più ambito a ridosso delle urne, dolendosi della “bizantina” bocciatura dell’autorità di controllo, sensibile alle proteste degli altri concorrenti. 

Giorgia Meloni

Il giornale dei vescovi italiani che, pur  non menzionandola, ripeto, estendeva di fatto anche alla Meloni la fiduciosa attesa del suo successore da parte del presidente del Consiglio ha contraddetto un Letta impegnato a fermare un’avversaria dalla quale teme scombussolamenti anche sul piano delicatissimo della politica estera per i suoi rapporti -per esempio- coll’ungherese Orban, che tanto piace o fa comodo a Putin. 

La politica estera ha assunto nella campagna elettorale una centralità, un’importanza, chiamatela come volte, via via crescente, al di là o a dispetto dei tanti fuochi sui temi economici, sociali, climatici, dalle “pillole” quotidiane di Silvio Berlusconi alle sparate e ai numeri di Matteo Salvini, dalle bertinottate di Giuseppe Conte ai coriandoli di Luigi De Magistris e alle fatwa di un Carlo Calenda alleato davvero con Matteo Renzi. I più giovani hanno la fortuna di non poterlo ricordare, ma a volte ai più anziani, ma proprio anziani, sembra rivivere o riascoltare parole e temi della campagna elettorale del 1948: quando qualcuno, nell’immaginazione della propaganda, poteva rischiare di essere visto nell’urna da Stalin come stavolta da Putin, anche lui alloggiato al Cremlino. Allora l’adolescente Silvio Berlusconi incollava sui muri di Milano i manifesti elettorali della Dc rischiando le botte degli attacchini comunisti, che devono essergli anche per questo rimasti sul gozzo, anche ora che non ci sono più, o non si chiamano più così. 

E’ proprio basandosi sul lascito draghiano di politica estera, di cui il presidente uscente del Consiglio parla sempre con una forza pari alla sobrietà, con una nettezza che non si presta mai agli equivoci o alle doppie letture tanto frequenti nella politica italiana, che Dario Di Vico sul Corriere della Sera  ha voluto in qualche modo dissipare  i dubbi, le paure e quant’altro espresse il giorno prima, sullo stesso giornale, dall’ex direttore Paolo Mieli allarmato, in particolare, dal “clima” romano avvertito a Mosca con compiacimento da Dmitrij Suslov. 

L’editoriale del Corriere della Sera del 25 agosto

Stante la “legacy pesante” di Draghi e nella convinzione, sospetto -come preferite- della vittoria elettorale della Meloni accreditata dai sondaggi, Di Vico si e ci ha chiesto: “E’ credibile che una maggioranza di centro-destra possa operare un’inversione a U e posizionare il nostro Paese, se non a fianco della Russia, quantomeno in una posizione di finta neutralità rompendo l’accordo tra i partner europei? E che la stessa maggioranza possa anche nel delicato campo della dipendenza energetica cancellare quanto deciso dal governo attuale in materia di diversificazione degli approvvigionamenti e di varo dei nuovi rigassificatori?”. Che pure sembrano non piacere anche ad alcuni fratelli d’Italia, e non solo ai grillini. 

Dario Di Vico sul Corriere della Sera del 25 agosto

“La risposta è no”, ha scritto Di Vico. Che così, senza aspettare “gli scienziati della politica” invocati in apertura del suo intervento per spiegargli “l’ossimoro” di Rimini- dove i ciellini avevano applaudito tanto Mario Draghi quanto il giorno prima Giorgia Meloni, reduce da un’opposizione a tutti i governi succedutisi nella legislatura finalmente interrotta- si è risposto da solo anche su quel versante. Il pubblico di Rimini ha chiaramente avvertito la continuità d’azione fra Draghi e “chiunque”, anche a destra, gli dovesse succedere per via delle “scelte obbligate” di politica estera, adottate dallo stesso Di Vico come titolo al suo editoriale.

Stefano Rolli sul Secolo XIX di ieri

Enrico Letta, pur consolato poi dall’abbraccio con Prodi in una manifestazione elettorale a Bologna, si è forse davvero girato nel letto da un’atra parte, come lo ha impietosamente immaginato il vignettista Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX di ieri. Ma gli basterà per uscire dalle difficoltà in cui obiettivamente si trova? O si è messo, come qualcuno già borbotta nel suo partito dietro una unità, al solito, di facciata in campagna elettorale. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it il 27 agosto

Quel femminicidio di troppo ordinaria amministrazione finito sulla scrivania di Cartabia

Titolo del manifesto
Titolo di Repubblica

Tra gli affari -pensate un pò- di “ordinaria amministrazione”, in realtà straordinarissima, con i quali le circostanze hanno messo alla prova il governo di Mario Draghi, praticamente dimissionato dai partiti insofferenti della sua autorevolezza non  negoziato con loro in ogni ora o minuto del giorno, non ci sono  solo quelli della guerra in Ucraina e dintorni, compreso lo spionaggio russo in Italia appena riproposto da Repubblica, e del “gasrotto”, come il manifesto ha riassunto con la solita brillantezza la questione degli approvvigionamenti energetici. Che  si  sono aggravati, direttamente o indirettamente anche per il conflitto voluto da Putin, e tradotti per tante imprese e famiglie in bollette che ne compromettono la sopravvivenza. 

L’assassino Giovanni Padovani
La vittima Alessandra Matteuzzi

Tra questi affari, ripeto, di solo apparente o scandalosamente ordinaria amministrazione, per la facilità con la quale alcuni di essi si ripetono, c’è l’ennesimo femminicidio che si poteva evitare ed è stato invece commesso davanti al portone di casa della vittima Alessandra Matteuzzi, da tempo minacciata dal suo ex compagno Giovanni Padovani e rimasta senza sorveglianza, a Bologna, dopo una documentata denuncia presentata ai Carabinieri il 29 luglio. L’assassino quindi ha avuto tranquillamente a disposizione più di una ventina di giorni per eseguire un delitto non certo improvvisato, o provocato da un diverbio, visto che l’uomo ha risposto alle suppliche della donna a “non farlo” prendendola a martellate e bastonate appena scesa dall’auto, nell’atrio del palazzo d’abitazione  dove lui era andato ad aspettarla. 

Il capo della Procura di Bologna -di cui non faccio il nome, peraltro con  una storia professionale  e familiare meritatamente importante e apprezzabile, perché a questo punto è più importante il fatto, o il fenomeno, come preferite- ha reagito come peggio francamente non ci si poteva aspettare  alle critiche di stampa e di strada levatesi subito dopo il delitto. E -presumo- alla richiesta di chiarimenti avanzata ufficialmente dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia in procinto di ordinare un’ispezione quanto meno opportuna.

Il magistrato ha detto, pur smentito clamorosamente dall’accaduto, che non era emersa dalle indagini “una situazione di rischio concreto di violenza”, non superiore alla solita “condotta di stalkeraggio molesto” da parte -aggiungo io- di un troppo giovane energumeno invaghito di una troppo avvenente, e meno giovane, donna che non voleva più saperne di lui, avendo imparato a conoscerlo. In più -ha spiegato il magistrato- le indagini, pur nei tempi ordinari di legge, erano state ritardate dal fatto che alcuni testimoni erano in ferie. 

Oddio -mi e vi chiedo- con tutti i femminicidi che avvengono quotidianamente in Italia, con tutta l’urgenza, la tempestività e quant’altro di misure protettive che ne emergono continuamente, non si potevano quanto meno interrompere le ferie di questi testimoni, magari facendoli raggiungere da qualche agente della polizia giudiziaria per raccoglierne le parole? Credo, o spero, che una domanda del genere -se non proprio questa- se la sia posta anche la ministra della Giustizia predisponendosi, come anticipato dalle cronache, all’iniziativa dell’ispezione. E a conclusioni -mi auguro- che accorcino le distanze tanto cresciute da molti, troppi anni fra ciò che fa la magistratura nei suoi uffici e ciò che si aspetta, fuori, il popolo in nome del quale è amministrata la Giustizia, possibilmente con la maiuscola. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Tutti i miracoli di Mario Draghi, prima e dopo il bagno di consenso a Rimini

La vignetta di Stefano Rolli

Il miracolo di Mario Draghi non è naturalmente quello attribuitogli dal simpatico Stefano Rolli sul Secolo XIX facendolo camminare con un accenno di aureola sulle acque di Rimini, prima o dopo avere parlato al raduno annuale dei ciellini mandandoli in visibilio. Come accadde del resto già due anni fa, quando l’ex capo della Banca Centrale Europea non era ancora presidente del Consiglio ma stava per diventarlo, a dispetto di Giuseppe Conte che lo immaginava sfinito a casa, dopo le fatiche a Francoforte, e per niente interessato a succedergli a Palazzo Chigi.

Il solito MarcoTravaglio
L’editoriale del Fatto Quotidiano

  E’ un entusiasmo, quello dei ciellini, che Marco Travaglio -pur provenendo da quelle parti, se non ricordo male la sua storia professionale cominciata a Torino guadagnandosi l’attenzione del Giornale ancora di Indro Montanelli- ha tradotto in vocazione all’”adulazione”, ma anche alla “fatturazione” per gli affari che la loro comunità farebbe col governo di turno.  Per fortuna -ha scritto il direttore del Fatto Quotidiano appendendosi alla stampella di un Flaiano cattivissimo con i giornalisti- i ciellini non hanno la lingua di carta vetrata perché ne rimarrebbero privi a furia di leccare “i culi dei potenti”. 

Titolo della Verità di Maurizio Belpietro
Titolo del Fatto Quotidiano

Il miracolo di Draghi, o fra i vari che gli possono essere attribuiti, è di essere riuscito a mettere d’accordo contro di lui -sin dal primo momento, in verità- due giornali che più diversi o opposti non dovrebbero essere all’anagrafe politica come Il Fatto Quotidiano, appunto, e La Verità di Maurizio Belpietro. I cui titoli oggi cantano la stessa musica: “Draghi si loda da solo, ma non la conta giusta”, il primo, e “Draghi si fa il monumento”, il secondo rimproverandogli di avere detto che va  “tutto benissimo” e chiedendosi con altrettanta ironia: “Come abbiamo potuto non accorgercene?”. 

Titolo del Fatto, rigorosamente in giallo
Titolo del Giornale

Una certa sintonia si trova anche tra il giornale di Travaglio e quello della famiglia Berlusconi diretto dal buon Augusto Minzolini, “sorpreso” di scoprire che “Draghi resta in campo” in questa campagna elettorale alla quale in effetti non partecipa, limitandosi a invitare tutti a votare, ma di cui è un pò il convitato o persino il protagonista di pietra. In campo per che cosa? Ma per il Quirinale naturalmente, spiega Il Fatto Quotidiano temendo forse che la prossima volta, chissà quando, visto che mancano più di sei anni alla scadenza del secondo mandato di Sergio Mattarella, possa farcela. E forse con l’appoggio  non del solo leghista Giancarlo Giorgetti, come a gennaio scorso, ma di tutto il centrodestra oggi grato dell’appoggio elettorale che ne avrebbe appena ricevuto. 

Alessandro Sallusti su Libero
Titolo del Riformista

Non è stato solo il Riformista di Piero Sansonetti a tradurre in “Italia ce la farai anche se vince Giorgia…” l’ottimismo della previsione di Draghi che ce la faremo, appunto, con “chiunque” vincerà le elezioni, quindi anche col centrodestra già favorito nei sondaggi. “Letta, Calenda e soci -ha commentato con sollievo Alessandro Sallusti su Libero- se ne facciano una ragione: Mario Draghi non è cosa loro, non scenderà in campo in questo finale di stagione, comunque non in una metà campo”. “Chi sta provando ad arruolarlo senza chiedergli il permesso rimarrà a bocca asciutta”, ha concluso il direttore di Libero senza paura di smentirsi, avendo appena cercato di arruolare appunto nel centrodestra il presidente del Consiglio forzandone l’ottimismo, diciamo così, patriottico espresso a Rimini, e tanto piaciuto al pubblico. 

Giorgia Meloni
Dario Di Vico sul Corriere della Sera

Dario Di Vico sul Corriere della Sera ha definito “un ossimoro” quello di Rimini, dove hanno raccolto applausi a scena aperta tanto Draghi quanto, prima di lui, l’oppositrice di sempre Giorgia Meloni. E ha chiesto agli “scienziati della politica” di spiegargli perché. Provo a spiegarglielo io, che non sono certamente uno scienziato: per la convergenza sulla politica estera, a tutela della serietà, attendibilità e sicurezza dell’Italia dopo la guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Quello che Putin si aspetta e non otterrà dalle elezioni in Italia

Titolo del Dubbio

Nella sua doppia e fortunata professione di giornalista e di storico – con la precedenza al giornalismo dovutagli per essere stato non una ma due volte direttore del Corriere della Sera- il mio amico Paolo Mieli mi è sembrato un pò in apprensione per la scommessa che ha praticamente fatto sulla campagna elettorale italiana, parlandone proprio col suo giornale, Dmitrij Suslov. Che dirà poco forse ai più giovani, anche nella veste ricordata da Mieli di direttore del Centro russo di studi europei e di uomo vicino al Cremlino. Ma che ai meno giovani fa forse più impressione per l’omonimia o la familiarità -non lo so neppure io- con Michail Andreevic  Suslov: il famoso e temutissimo custode dell’ideologia comunista ai tempi, in particolare, di Leonid Breznev. 

Egli morì in tempo, nel 1982, per risparmiarsi il trauma, vissuto invece da Putin,  della caduta per implosione dell’Unione Sovietica, ma anche per lasciare un ricordo temo poco felice in parecchi, importanti comunisti italiani che erano incorsi, o avevano solo corso il rischio di finire sotto la sua osservazione, a Mosca, subendo ritardi di carriera, quanto meno.

Paolo Mieli sul Corriere della Sera diieri

Del Suslov, fortunatamente, dei soli nostri giorni ha colpito Mieli la previsione che “il nuovo governo italiano aggiusterà l’approccio alla guerra e ai rapporti con Mosca”. Alla guerra, cioè, in Ucraina ancora lontana da ogni soluzione, militare o diplomatica che si voglia immaginare. 

Ancora Paolo Mieli sul Corriere della Sera di ieri

Pur rincuorato a suo modo dalla convergenza atlantista fra il segretario del Pd Enrico Letta e la leader della destra Giorgia Meloni, che tengono ad essere, e non solo ad apparire, i principali o veri antagonisti di questa campagna elettorale, al di là anche degli schieramenti che hanno alle spalle, Paolo teme che Suslov abbia colto “alcuni segnali che sono nell’aria” a favore degli interessi o delle attese del Cremlino. 

La vignetta del Secolo XIX su Salvini e Putin

D’altronde, proprio mentre Mieli scriveva il suo editoriale, al raduno ciellino di Rimini, caduto quest’anno nel mezzo della prima campagna elettorale d’estate in Italia,   Matteo Salvini raggiungeva il palco del dibattito di giornata, per parteciparvi con l’alleata Giorgia Meloni e gli avversari Enrico Letta e Luigi Di Maio, sbuffando a parole e a gesti contro le sanzioni alla Russia per l’aggressione all’Ucraina.

Il centrodestra, si sa, ha le sue “anime” come religiosamente si chiamavano le correnti nella Dc, altrettanto il cosiddetto centrosinistra, lo stesso polo centrista fresco d’anagrafe e persino quel monolite cui Giuseppe Conte vorrebbe ora fare assomigliare il suo MoVimento 5 Stelle bruciando ponti e ponticelli sopravvissuti alla prima onda d’urto contro il Pd. 

Eppure quel “clima che piace a Mosca”, tanto avvertito da Mieli da essere diventato il titolo del suo editoriale, penso che sia un pò esagerato, come affrettati mi sono sembrati tutti i brindisi, metaforici ed effettivi, levatisi al Cremlino all’annuncio delle dimissioni di Mario Draghi da presidente del Consiglio. E ripetuti anche dopo quello assai meno festoso dello stesso Draghi rimasto al suo posto, con tutti i ministri, per la gestione dei cosiddetti “affari correnti”. Fra i quali ci sono fatti e parole in un contesto di “emergenze” che il capo dello Stato ha voluto sottolineare sciogliendo le Camere ma confermando il governo. 

Berlusconi in Crimea con Putin nel 2015

Tra i fatti, per citarne solo uno, c’è il perdurante aiuto militare anche italiano all’Ucraina. Tra le parole ci metterei quelle appena pronunciate dal presidente del Consiglio Draghi nel collegamento con la Conferenza per la Crimea che si è svolta nel trentunesimo anniversario della proclamazione dell’indipendenza dell’Ucraina e nel sesto mese della guerra russa d’invasione: una Crimea, a proposito, che anche il presidente turco Erdogan ritiene spetti ancora all’Ucraina. E la cui annessione da parte russa fu invece festeggiata nel 2015 sul posto da Silvio Berlusconi, per fortuna non più presidente del Consiglio italiano. 

“L’Italia -ha rinfrescato la memoria Draghi- ha costantemente condannato l’annessione illegale della Crimea e la graduale militarizzazione della penisola da parte di Mosca. Siamo profondamente preoccupati per il peggioramento della situazione dei diritti umani nella penisola e siamo al fianco della comunità tatara di Crimea contro la violenza e l’ingiustizia di cui soffre. La lotta per la Crimea fa parte della lotta per la liberazione dell’Ucraina”, colpita “lo scorso febbraio -ha tenuto a ricordare  ancora Draghi- con attacchi lanciati” proprio dalla Crimea, che continua ad essere usata “per esercitare pressioni militari su altre aree, in particolare sulle città portuali di Mykolav e Odessa”. “La comunità internazionale -ha concluso Draghi- non può girarsi dall’altra parte”.

Mario Draghi a Rimini fra i ciellini

Contemporaneamente -e non credo proprio a caso- dopo avere definito “scellerata” la guerra perdurante in Ucraina il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha revocato altre dieci onorificenze italiane a russi. Parole e fatti insieme, questa volta. L’Italia insomma, pur tra difficoltà esterne e interne, anche questa volta “ce la farà”, come ha detto ieri Draghi a Rimini accolto con entusiasmo dai ciellini.

Pubblicato sul Dubbio 

Ripreso da http://www.startmag.it il 27 agosto

Benedetti affari “ordinari” tra i fumi e i veleni della campagna elettorale

Più guardo le immagini della campagna elettorale in corso in Italia -intere come quelle che  comprendono sul palco del meeting di Rimini anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e tagliate come quelle senza di lui- e più leggo cronache, dichiarazioni e quant’altro di protagonisti, attori e comparse di questa corsa estiva al voto, più mi consolo vedendo e ascoltando dell’altro. In particolare, gustandomi le immagini e le cronache della cosiddetta “amministrazione degli affari correnti” felicemente affidata dal presidente della Repubblica al governo di Mario Draghi. Che, grazie a Dio, continua a salvare la faccia del Paese compromessa -scusatemi la franchezza- dai partiti con le loro risse ad horas, spesso all’interno degli stessi schieramenti improvvisati o confermati per trarre il maggiore vantaggio possibile, nella spartizione del bottino parlamentare, dalla legge elettorale di turno.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano
Senza il ministro degli Esteri Di Maio

Proprio a Rimini, da dove sono partito riferendomi a quella che Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano ha definito “l’ammucchiata dei mercanti del tempio ciellino” per il mancato invito a quello statista d’eccezione che lui continua a considerare Giuseppe Conte; proprio a Rimini, dicevo, tra palco e sottopalco, dentro e fuori, a passo svelto o lento, Matteo Salvini ha riproposto i suoi dubbi, a dir poco, sull’utilità delle sanzioni alla Russia per la guerra di aggressione all’Ucraina. E pazienza, anzi fortuna che sul palco la sua vicina di posto e alleata, ora aspirante a Palazzo Chigi con qualche possibilità di riuscita, si sia invece ritrovata d’accordo col segretario del Pd Enrico Letta, sedutole accanto a sinistra, sulla linea fortemente atlantista, e sanzionatoria, praticata dall’Italia con una risoluzione parlamentare che i critici non hanno avuto i numeri e neppure il tempo di rovesciare, o solo ammaccare, prima della interruzione della legislatura. 

L’editoriale del Corriere della Sera

Forse ha ragione, per carità, il mio amico e due volte ex direttore del Corriere della Sera Paolo  Mieli a scrivere oggi nel suo editoriale che il clima della nostra campagna elettorale addirittura “piace a Mosca” per lo spazio che qualcuno, sempre a Mosca, ha visto aprirsi a favore di Putin e della sua guerra tra i fumi dei partiti e movimenti italiani. Ma Paolo mi perdonerà se, meno pessimisticamente di lui, io preferisco scommettere sulla felice coincidenza tra due notizie di quella ho definito amministrazione degli affari correnti. 

Titolo del Messaggero

Una, cui dò la precedenza perché proveniente dal Quirinale e attinente le competenze del Capo dello Stato, è la revoca di dieci onorificenze concesse dalla Repubblica d’Italia a russi che non le hanno più meritate quando hanno condiviso o persino partecipato a loro modo, non necessariamente armato, all’aggressione all’Ucraina. Mi direte che il gesto è più simbolico che altro, ma non sono d’accordo, anche perché non è il primo adottato dal Presidente della Repubblica. Che non a caso, del resto, proprio qualche giorno fa ha voluto ribadire il carattere “scellerato” dell’azione che la Russia sta continuando ad esercitare contro il libero paese confinante.

Mario Draghi alla Conferenza sulla Crimea

L’altra notizia è la partecipazione del presidente del Consiglio Mario Draghi, pur da remoto in questi tempi di perdurante pandemia, alla Conferenza per la Crimea nel 31.mo  anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, e sesto mese della guerra scatenata contro di essa dalla Russia. Questa ancora in corso e, prima ancora, l’annessione della Crimea, deplorata anche da Erdogan, sono cose inaccettabili, di fronte alle quali -ha detto Draghi- “il mondo non può voltare la testa”.

In Crimea nel 2015

E pensare che fra i primi a correre in Crimea per complimentarsi con Putin fu nel 2015 il fortunatamente già ex presidente del Consiglio  italiano Silvio Berlusconi, amico personale dello stesso Putin. Uno degli incontri avvenne su una nave  affondata in questa guerra dagli ucraini grazie anche agli aiuti occidentali.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La gara al machismo elettorale fra Giuseppe Conte ed Enrico Letta

Nel timore forse di non essere stato preso sul serio per la rapidità con la quale aveva aperto e chiuso al Pd entrando e uscendo dallo studio televisivo domenicale di Lucia Annunziata, di Rai3, Giuseppe Conte ha voluto mandare un segnale di conferma della chiusura. Egli ha staccato la spina anche all’alleanza elettorale per le regionali siciliane col Pd sancita pochi giorni fa col rito delle primarie comuni. 

Titolo del manifesto

Niente quindi da fare neppure nell’isola dove Enrico Letta, sentitosi ora “tradito”, sperava con la candidata alla presidenza Caterina Chinnici, figlia di un grande magistrato vittima della mafia e magistrata anch’essa, di poter giocare una partita non perduta in partenza contro un centrodestra malandato sì, affollato come di polli di manzoniana memoria, ma ancora in grado di correre unito, questa volta al seguito dell’ex presidente forzista del Senato Renato Schifani. Che avrà pure problemi inquirenti  prontamente cavalcati dagli avversari nel nome dell’antimafia ma non lo si può onestamente vestire col berretto nero e il fucile a tracolla, anche se siamo d’estate e il caldo sta resistendo pure ai temporali. 

Io sono macho, ha insomma gridato Conte ad Enrico Letta, che intanto stava cercando di fare il macho, a sua volta, con Giorgia Meloni per via di non ricordo più quale “indecenza” commessa in una campagna elettorale dove lo stesso segretario del Pd più o meno furbescamente ha voluto fare della giovane leader della destra la sua principale controparte. Accadde tanti anni fa da candidato sindaco di Napoli anche al comunistissimo e simpatico Antonio Bassolino con la destrissima, e anch’essa simpatica, Alessandra Mussolini: sì, proprio lei, la nipote del Duce buonanima, con la maiuscola. Poco mancò che i soliti, velenosi retroscenisti li rappresentassero come in una tresca truccata da scontro. 

Vedremo, ormai fra un mesetto soltanto, chi dei due macho -Conte e Letta, in ordine alfabetico- uscirà meglio, o peggio, dalle urne: il primo con quella mano sempre puntata contro l’altro mentre ne parla e il secondo con le dita sulle labbra, come per volersi trattenere chissà da quale sproloquio.

Titolo del Foglio

Potrebbe essere di qualche consolazione per il segretario del Pd la costanza, direi, progressiva con la quale è schierato con lui in questa difficile campagna elettorale quel monumento alla polemica e all’imprevedibilità che è meritatamente il fondatore del Foglio Giuliano Ferrara. Il quale anche oggi, come ieri difendendolo dall’avversario Marcello Pera, ha voluto proteggere il Pd dalle insidie di questa terribile estate eccezionalmente elettorale. In particolare, ne ha elogiato le liste appena presentate nelle Corti d’Appello d’Italia vedendovi altro che gli “impresentabili” lamentati da Conte per le liste regionali siciliane. 

Giuliano Ferrara sul Foglio

“Il Pd -ha scritto o testimoniato Ferrara- ha i suoi bravi costituzionalisti, i suoi professionisti del Parlamento, i suoi sindaci (manca all’appello un capo di gabinetto, ma pazienza), i suoi presidenti di regione e assessori, che nel Lazio mi hanno inoculato tre volte che manco a Zurigo (per la quarta aspetto e spero nuovi ritrovati d’autunno), le sue donne compresa la petulante ma non antipatica “Alice” Serracchiani, e spero i suoi boss e capicorrente. Che volete di più- ha continuato Giuliano scherzando ma non troppo- dalla vita di una piccola oligarchia che ha condiviso la responsabilità del Rosatellum con la Lega e i grillozzi e ora me paga tutto il pegno? Un giorno troveranno il modo di dirci chi sono. Intanto meritano il voto di alcuni, pochi, di noi, per ciò che non sono. E per le liste niente male, il Fratoianni inoffensivo compreso”.

Leggevo Giuliano e mi ricordavo la buonanima di Giulio Andreotti quando mi chiedeva, sornione, perché Indro Montanelli per aiutare la Dc ne scrivesse e parlasse così male, sino a turarsi il naso. E’ nella sua natura, cercavo di spiegargli.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Paghiamo da 30 anni i danni dell’infatuazione contro i voti di preferenza

Per fortuna quando leggerete questo articolo sarà scaduto il termine per la presentazione delle liste elettorali. Di cui nessuno ha chiesto una proroga – in questo Paese dove i rinvii sono facili come le onorificenze- perché a nessuno, proprio a nessuno dei protagonisti e degli attori conveniva allungare questa avventura, tanto è  costata di fatica, di imbarazzo e -penso- spesso anche di vergogna per le promesse non mantenute, le bugie dette e persino scritte agli esclusi o ai delusi, i torti inferti, le troppo vistose generosità cortigiane o familistiche e tante altre cose sulle quali il buon Sabino Cassese sul Corriere della Sera ha cercato di volare alto auspicando che la democrazia approdi, o torni, prima o dopo nei partiti. Ma perché, professore, se ciò dovesse e potesse davvero accadere, ci sarebbe un sistema davvero capace di fare rispettare le regole? Ci sarebbe una classe politica disponibile dopo trent’anni di sostanziale sospensione non dico della legge -perché tutto è stato fatto applicando quella via via di turno- ma, più semplicemente e scandalosamente, del buon senso. 

Pino Pisicchio sulla Gazzetta del Mezzogiorno di ieri

Trent’anni -quanti dalla dichiarazione congiunta di Eltsin e Bush sulla fine della minaccia nucleare russa agli Stati Uniti, pensate un pò- sono quelli trascorsi nei calcoli del mio amico Pino Pisicchio dall’ultima volta in cui gli italiani hanno potuto votare per il Parlamento col voto di preferenza: uno solo rispetto ai quattro e a volte anche cinque permessi alla Camera sino alle elezioni precedenti, del 1987. 

Sabino Cassese
Massimo Teodori oggi sul Riformista

Dopo le votazioni del 1992, le ultime col sistema proporzionale picconato con i referendum da una coppia politica inedita come fu quella di Marco Pannella e Mario Segni, ci sono state ben quattro leggi elettorali, tante da “far girare la testa”, senza mai riuscire -ha scritto Pisicchio sulla Gazzetta del Mezzogiorno- a “ridare al popolo la possibilità di scegliere”. Anzi, stando bene attenti a non ridargliela. “Eppure, vivaddio, al Comune -ha giustamente osservato Pisicchio, già parlamentare di lungo corso, di provenienza democristiana in un certo senso sopravvissuta a tutte le ospitalità successive, una addirittura di Antonio Di Pietro -si vota con la preferenza, alla Regione pure e persino al Parlamento Europeo. Al parlamento nazionale però no. Perché?”, si è chiesto Pino invocando la celebre canzone di Jannacci ma non accorgendosi di avere risposto lui stesso con quelle minuscole applicate al Parlamento una volta con la maiuscola. Esso ha progressivamente perduto la propria rappresentatività proprio per il voto di preferenza sepolto dai partiti decisi a nominarselo di fatto da sé il Parlamento, col meccanismo doppio delle liste bloccate e dei collegi uninominali. Sono gli stessi partiti dei quali Sabino Cassese alla sua venerabile età-  quasi 87anni- aspetta ancora la democratizzazione. 

Eccovi spiegate, amici miei, le ragioni del poco edificante spettacolo dato da un pò tutte le formazioni politiche nella formazione e persino nel deposito delle liste, trasferite  vignettisticamente da un ufficio all’altro di notte per evitare incidenti dolosi, diciamo così. E pensare che i dirigenti della tanto disprezzata prima Repubblica- dal disciplinatissimo Pci di Palmiro Togliatti alla meno disciplinata Democrazia Cristiana di Mariano Rumor- quando si trovavano in imbarazzo fra troppe ambizioni se la cavavano, o potevano cavarsela, mettendole alla prova con i voti di preferenza. Bei tempi davvero, purtroppo scambiati anche dal mio amico Mariotto (Segni) per anni di scontata corruzione.

L’ex presidente del Senato Marcello Pera

Adesso mi è capitato di vedere non l’ultimo arrivato ma persone degnissime, di provata sapienza e capacità, come l’ex presidente del Senato Marcello Pera,  tanto per fare un nome, attraversare le cronache politiche come birilli, pedine spostate sullo scacchiere, opportunisti dell’ultima ora fra e all’interno degli schieramenti contrapposti o concorrenti, non so se più costretti o usati per via della legge elettorale, l’ultima di turno. Mi è toccato vedere proprio Pera, accomunato peraltro a Giulio Tremonti, trattato con ruvidezza immeritata dal Foglio: un giornale -mi permetto di ricordare- che deve sostanzialmente all’ex presidente del Senato una buona fonte di sostentamento più ancora di quello originario e cessato di Berlusconi. 

Giuliano Ferrara ieri sul Foglio a proposito di Marcello Pera e Giulio Tremonti
Titolo del Foglio di ieri

Fu per Pera, e Marco Boato, promotori di un movimento ad hoc sulla giustizia, che Il Foglio fu ammesso ad un finanziamento pubblico che gli ha garantito nell’ultimo esercizio 933.228,29 euro. Grazie ai quali il pur prestigioso quotidiano con la sigla dell’elefantino rosso del suo fondatore Ferrara ha potuto attribuire all’ex presidente del Senato e a Tremonti, candidati ora dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni anziché dalla Forza Italia di una volta, una “funzione turiferaria”, e lamentare “la loro tempestività esornativa sospetta“. E il tutto sotto un titolo contro gli “insospettabili parvenu del fascismo liberale”. Dio mio, Giuliano, anche con quel finale da dichiarato “sconcerto”, che hai lasciato fuori dal titolo per ragioni di spazio, contro “la loro incapacità di essere felici restando solo nella propria stanza: scelta che ad una certa età dovrebbe essere predisposta ex lege”. 

Pubblicato sul Dubbio

E’ provato: le idee di Giuseppe Conte durano mezz’ora, all’incirca

Dal blog di Beppe Grillo
Titolo del blog di Beppe Grillo

Va bene che Beppe Grillo, come testimonia il suo blog, sta studiando con la solita allegria “una rivoluzione silenziosa” come quella che lui chiama del “Planet local”, basata sul fatto che finalmente “è stata messa in discussione la cruda narrativa del “più grande é meglio”. Ma ho paura -per lui- che Giuseppe Conte lo stia prendendo questa volta troppo sul serio. 

L’ex presidente del Consiglio, ora presidente solo del MoVimento 5 Stelle proiettato sul 2050, come precisa anche il simbolo depositato al Viminale per le elezioni del 25 settembre di questo 2022, non ha soltanto rinunciato all’obbiettivo d’altronde impossibile di ripetere nelle urne il successo ottenuto -pensate un pò- da Luigi Di Maio nel 2018 col quasi 33 per cento dei voti. Egli sembra essersi proposto, un pò con le liste e un pò, o ancor più, con i suoi ondivaghi orientamenti politici di portare i pentastellati anche sotto il poco più del 10 per cento accreditato dai sondaggi. Più piccolo è meglio ancora, si potrebbe dire parafrasando Grillo. 

E’ ormai accertato, con l’ultimo infortunio avuto facendosi intervistare da Lucia Annunziata, che le idee di Conte non durano più dello spazio di tempo in cui vengono espresse: diciamo pure mezz’ora, per stare al titolo della fortunata trasmissione televisiva che l’ha ospitato ieri pomeriggio su Rai3. 

Parola di Conte

Con una foto di Enrico Letta che incombeva su di lui sino a farne un tapino Conte ha risposto così ad una domanda sul futuro, solitario o non, del suo MoVimento dopo aver fatto maggioranza con tutti nella legislatura scorsa ed essersi ritirato, o essere stato escluso dal cosiddetto “campo largo” col Pd per avere negato la fiducia al governo di Mario Draghi: “In politica pensare di governare da soli, anche se io me lo auguro, è improbabile. Una prospettiva di lavorare domani con altre forze politiche come il Pd ci può stare”.

Parola di Conte mezz’ora dopo
Roberto Speranza e Giuseppe Conte nello studio televisivo di Lucia Annunziata

Tuttavia, uscito dallo studio televisivo dell’Annunziata, dove peraltro aveva ricevuto un incoraggiante, compiaciuto e quant’altro “in bocca al lupo” dal ministro Roberto Speranza, l’ex presidente del Consiglio ha così twittato il suo ripensamento: “Mi spiace deludere qualche titolista, qualche giornale, ma credo che il mio pensiero sia stato forzato e travisato. Nelle condizioni attuali con i vertici nazionali del Pd folgorati dall’agenda Draghi non potremmo nemmeno sederci al tavolo”. O solo al tavolino di un bar per prendere un caffè, come nel lontano 1995 l’allora segretario del Movimento Sociale- Alleanza Nazionale Gianfranco Fini disse parlando di Umberto Bossi dopo che questi aveva fatto cadere il primo governo di centrodestra di Silvio Berlusconi. Poi -giusto per rincuorare il ministro Speranza, tornato a candidarsi col Pd, se traumatizzato dalla seconda dichiarazione di Conte- Fini e Bossi presero insieme ben più di un caffè.

La parte, diciamo così, più esilarante e politicamente costosa della seconda dichiarazione di Conte è naturalmente quella della presunta forzatura, del presunto travisamento della dichiarazione precedente. L’uomo, anzi il professore, l’avvocato ha fatto tutto da sé, come al solito. Gli altri, compresi noi giornalisti, perfidi, distratti e quant’altro, non ci abbiamo messo di nostro proprio nulla. Il merito o demerito di questa gag elettorale, che dà la misura dell’attendibilità di Conte e della confusione esistente nell’ex movimento di maggioranza, attorno alla cui crisi si è sviluppata quasi per intero una legislatura, è tutto suo. E allevia un pò le altre forze politiche -tutte, chi più e chi meno- dallo spettacolo poco edificante dato nella preparazione delle liste, come in una giostra o in una porta girevole d’albergo, con le spalle sempre rivolte a un elettorato  a dir poco sgomento, e non a caso sempre più astensionista. 

Ripreso da http://www.startmag.it 

Basta con la Meloni puntata come Mussolini. E’ persino controproducente

Titolo del manifesto

Forte, vi confesso, è la tentazione di seguire il manifesto nella caccia ironica agli “spostati” che a loro insaputa, o quasi, stanno agitando le ultime ore di preparazione delle liste elettorali, sorpresi dalle destinazioni loro assegnate dall’alto, spesso in territori che non hanno mai visto ma che dovranno  rassegnarsi, nel migliore dei casi, a rappresentare fra le proteste di molti dei loro stessi elettori. Che ne subiscono l’arrivo come di intrusi, o intruse, per quanto di alta statura istituzionale. E’ il caso della presidente veneta del Senato Maria Elisabetta Casellati Alberti, che stavolta deve cercare di farsi eleggere in Basilicata. D’altronde, neppure fra i grillini, che fra le poche cose buone delle loro regole interne avevano l’obbligo di candidarsi nei luoghi di residenza, o al massimo di origine, sono stati capaci di resistere alla pratica disinvolta degli altri partiti. Che evidentemente li hanno contaminati anche in questo, come in molti lamentano prendendosela con Giuseppe Conte. 

L’ex ministra Marianna Madia

Persino Enrico Letta, da Pisa dove è nato, ha studiato, è cresciuto e si è fatto eleggere di recente alla Camera, e da Roma dove risiede e lavora ha preferito candidarsi a Vicenza e altrove. Forse di Roma non si fida, visto che più di un segretario nazionale o locale di partito qui contano personaggi da suburra come quelli immortalati da un video horror che ha appena provocato le dimissioni del potentissimo capo di gabinetto del Campidoglio e la rinuncia di un candidato che pretendeva a giugno di “comprarlo” in un ristorante della Ciociaria.  Aveva ragione pochi anni fa l’allora ministra Marianna Madia, per niente Alice nel paese delle meraviglie con la sua bellezza botticelliana, a dire: “A livello nazionale nel Pd ho visto piccole e mediocri filiere di potere. A livello locale, e parlo di Roma, facendo le primarie ho visto delle vere e proprie associazioni a delinquere”. 

La tentazione, dicevo, di seguire la caccia del manifesto agli “spostati” è forte. Ma ancor più forte, scusatemi, è diventato alla fine il fastidio procuratomi dalla prima pagina di Repubblica con quel richiamo dell’ennesima puntata di una “inchiesta su M.”. M.come Mussolini, naturalmente, pur trattandosi più modestamente, per fortuna, di Meloni. Giorgia Meloni, così preoccupante per “la rete nera in Europa” che la sosterrebbe da meritarsi il lavoro d’indagine e di scrittura di ben sei giornalisti: Berizzi, Bonini, Lopapa, Mastrogiacomo, Pertici e Tonacci, nello stesso ordine alfabetico proposto dal loro quotidiano. 

Titolo del Tempo

Premetto che non ho mai pensato di votare per Giorgia Meloni e i suoi “fratelli d’Italia”, neppure ora che godono dell’attenzione, della simpatia, dei consigli e quant’altro di un professore ed ex presidente del Senato che stimo moltissimo come Marcello Pera, giustamente stancatosi di attendere l’evoluzione promessagli da Matteo Salvini sgranando rosari e baciando medagliette e immagini di Madonne. Neppure ora che il vento sembra soffiare forte sulle vele dell’ex ministra di Silvio Berlusconi, arresosi pure lui col riconoscimento, appena ribadito al Tempo, di avere la necessaria “autorevolezza per fare il premier”. E -aggiungo- neppure dopo avere appreso dagli inquirenti di Repubblica sulla infanzia e sull’adolescenza della Meloni cose che mi hanno suscitato più tenerezza che scandalo o paura.

Gabriele Albertini al Quotidiano Nazonale

Io- ripeto- non voto la Meloni, per quanto   l’amico ma neppure lui votante Gabriele Albertini abbia appena detto di aspettarsi da lei la nomina dell’eccellente Carlo Nordio a Guardasigilli, ma trovo francamente inaccettabile il ruolo di strega  politica che, volente o nolente, le affibbia con tanto spreco di firme e di carta un giornale che, come Giuseppe Conte agli occhi di Goffredo Bettini sino a qualche mese fa, o tuttora, si ritiene il punto di riferimento più alto dei progressisti, intesi stavolta come lettori e non elettori. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Miserie e nobiltà del Pd romano fra le carezze e gli scoop velenosi del Foglio

Il sindaco di Roma Gualtieri con l’ormai ex capo di Gabinetto Ruberti

Si racconta con verosimile malizia nei corridoi della politica romana inusualmente frequentati in questo agosto di campagna elettorale  che il segretario del Pd Enrico Letta fosse tanto preso dall’inglese nel quale, intervistato da una tv americana, cercava di spiegare i pericoli di un’Italia governata da Giorgia Meloni, che avesse continuato a parlare in inglese al sindaco di Roma, l’amico e collega di partito Roberto Gualtieri, fatto chiamare per chiedergli la testa del capo di gabinetto Albino Ruberti. Immediatamente accordata, insieme al ritiro di un candidato alle elezioni politiche coinvolto in una storiaccia d’osteria e dintorni ripresa in video a giugno  nel Frusinate, o nella più nota Ciociaria. Dove il braccio destro di Gualtieri, fortunatamente disarmato ma ugualmente trattenuto da una commensale, voleva uccidere chi aveva alluso ad una sua pratica di affari o clientelismo elettorale. 

Titolo del Messaggero
Titolo del Corriere della Sera

Ridotta ad una colonna, come si dice in gergo tecnico, sulle prime pagine del milanese Corriere della Sera e del romanissimo Messaggero, la vicenda è approdata più vistosamente su altri giornali poco o meno inclini a sconti o piaceri al Pd e al suo segretario. 

Titolo di Libero

“Il caso Ruberti scuote il Pd”, ha titolato al centro pagina la Repubblica. In apertura invece Libero quasi con la pistola in mano che non aveva sul posto il povero Ruberti ha gridato: Ecco il metodo del Pd “In ginocchio o ti sparo”. Alla faccia  della “famosa superiorità morale” vantata dalla sinistra, e forse per questo stampata in rosso in mezzo a tanto nero.

Titolo del Giornale

Neppure il Giornale della famiglia Berlusconi ci è andato leggero. Oltre alla “superiorità (im)morale” stampata anch’essa in rosso per dileggio, esso ha fatto un pò di miscela con le cronache di giornata per annunciare che “a sinistra piacciono antisemiti e violenti”. 

Ma il bello, il curioso, il paradossale di questa storiaccia ve la devo ancora raccontare. Ed è semplicemente, banalmente questo: a diffondere per primo la notizia, a fare insomma lo scoop, possedendo e diffondendo il video della serata di osteria è stato Il Foglio. Sì, proprio il giornale diretto da Claudio Cerasa e fondato da Giuliano Ferrara, che personalmente non si fa scappare l’occasione di ripetere che questa volta voterà per il Pd di Enrico Letta.

Titolo del Foglio

Spiritosi come riescono spesso ad essere, pur non una certa tendenza alla spocchia, come dicono a Roma, al Foglio hanno rivendicato lo scoop con un titolo in blu che in qualche modo ha aggravato la vicenda dicendo: “In ginocchio o vi sparo” è la cosa meno grave. E sotto tre articoli, diciamo così, di approfondimento, spiegazione e quant’altro. 

Dalla prima pagina del Foglio
Dalla prima pagina del Foglio

Nel primo si racconta di “polizze, derby e preferenze” il cui conto non tornerebbe. Nel secondo si certifica in qualche modo “l’eternità di foresta del Pd romano”, dove parlano e ragionano come una ghenga irredimibile. Nel terzo, scritto personalmente da Giuliano Ferrara, c’è la solita, generosa, familiare assoluzione che rimette tutto a posto: il voto per il Pd di Enrico Letta e le vesti strappate. 

Giuliano Ferrara in persona
Dalla prima pagina del Foglio

Giuliano non me ne vorrà se riporto quasi integralmente le sue conclusioni, con un punto forse sottinteso di polemica col direttore sbarazzino dello scoop: “Sarei meno severo con tutte le trasgressioni che sono tanto più innocenti quanto più roboanti, inginocchiati, t’ammazzo, ma verrebbe preso come un comportamento cinico. Sotto elezioni, poi, l’impeccabilità è di rigore. Si sollecita grinta, ma in altro senso, per impiegarla in ben altre risse. Qualcuno dovrà pur domare l’Ama e i contatti contro l’inceneritore, e se vengono a mancare gli amministratori guappi, bè, saranno sostituiti da gente in polpe…….Per evitare di apparire corrivi, facciamo dunque i ginevrini, comportiamoci bene, anzi benissimo, e vedrete che i bus passeranno ogni tre minuti, sui marciapiedi si potrà fare il picnic, la corruttela sarà solo un ricordo, le nuove maniere l’eterno presente della città eterna”. Amen.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

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