Lunga vita a Mario Draghi, presidente emerito del Consiglio

Leggevo ieri con la dovuta e meritata attenzione sul nostro Dubbio l’interpretazione politica e un pò anche psicanalitica, da parte del buon Aldo Varano, delle recenti sortite critiche o solo preoccupate del ministro della Difesa Guido Crosetto sugli effetti della linea data alla Banca Centrale Europea dalla presidente francese Christine Lagarde, notoriamente succeduta all’italiano Mario Draghi. E pensavo sempre di più al colloquio svoltosi  il giorno prima fra lo stesso Draghi e il suo amico e attuale ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ai margini dei funerali di Papa Benedetto XVI. Un colloquio che aveva interrotto le preghiere del ministro, ritratto dai fotografi con un rosario in mano, in memoria dell’ex o emerito Pontefice Joseph Ratzinger, nella cui lingua viene chiamato nello stesso nome il debito e il peccato. E di peccati, intesi  anche come debiti, l’Italia è notoriamente stracolma, pur nella distinzione politica, economica e, direi, anche scientifica che Draghi fa, al singolare, fra debito buono e cattivo. 

Mi chiedevo, sempre dividendomi fra la lettura di Varano e l’immagine di quel colloquio fra l’ex presidente del Consiglio e il tuttora ministro, se i due avessero avuto la voglia e il tempo di una pur rapida riflessione sui timori diffusi ai quattro venti da Crosetto,  fra i quali Aldo ha intravisto -non so francamente se più a ragione o a torto- un certo rimpianto di Draghi a Palazzo Chigi. Dove pure è arrivata in ottobre, sull’onda di una netta vittoria elettorale, Gorgia Meloni: la prima donna salita così in alto nella storia d’Italia ma soprattutto, per le nostre riflessioni odierne, amica, estimatrice e capa del partito del ministro della Difesa dopo le sue esperienze di liberale, democristiano e forzista. Un ruolo -quello di ministro della Difesa “in guerra contro Francoforte”, lo ha ha un pò attaccato e sfottuto l’impertinente manifesto- che Crosetto ha accettato, pur rimettendoci un bel pò come imprenditore, solo per non sottrarsi alle insistite richieste e attese della premier condivise dal presidente della Repubblica, che l’ha nominato.

Su una cosa comunque sono tentato amichevolmente di dissentire da Varano: sul condizionale di quel Draghi che “servirebbe ancora” all’Italia e al suo governo “per contare in Europa”, com’è scritto anche nel titolo apposto al suo articolo. Dove, in verità, si va anche oltre perché si prospetta, si auspica, si ventila e quant’altro un altro governo Draghi, cioè un suo ritorno a Palazzo Chigi. Ma a mio modestissimo e discutibilissimo avviso, per carità, che Draghi per primo contesterebbe con segni anche di insofferenza se venisse interpellato, egli di fatto ancora si avverte nella sede della Presidenza del Consiglio, anche se non si vede e non si sente. 

La continuità fra il governo Draghi- al netto di ciò che gli impediva o pretendeva inutilmente Giuseppe Conte alle spalle e persino contro i ministri che pure rappresentavano il suo movimento- è ancora più reale e significativa di quanto non appaia allo stesso Conte, che lo ha gridato anche nell’aula di Montecitorio. E lo avrà ripetuto alla sua compagna nella costosa e legittima  vacanza -per carità-  che si è appena concessa a Cortina d’Ampezzo scandalizzando solo gli stupidi e gli ipocriti. Come sarebbero quelli che ancora oggi avrebbero da ridire sui dieci giorni trascorsi da Lenin a Capri nel 1910.   

Anche a costo di sembrarvi irriverente e persino blasfemo, e con tutti gli auguri di lunga vita che egli merita, avendo peraltro soltanto 75 anni rispetto ai 96 non compiuti da Ratzinger, Mario Draghi meriterebbe di essere considerato emerito com’è stato Papa Benedetto XVI dopo le sue volontarie e clamorose dimissioni propedeutiche al pontificato di Jorge Mario Bergoglio, Francesco per i fedeli. Il quale è stato fortunato nella successione a Benedetto XVI come Giorgia Meloni da presidente del Consiglio, e vincitrice delle elezioni anticipate dell’anno scorso, dopo l’iniezione di fiducia nell’Italia procurata all’estero dalla saggia decisione di Sergio Mattarella nel 2021 di precettare, praticamente, l’ex presidente della Banca Centrale Europea affidandogli la formazione di un governo particolarissimo, nella impossibilità di mandare alle urne in piena pandemia un Paese letteralmente sfuggito di mano a tutti, ma proprio tutti i partiti avvitatisi attorno o contro l’ex, poi ritrovatosi, avvocato del popolo. O “punto di riferimento” più o meno alto “dei progressisti” promosso in tandem dall’allora segretario del Pd Nicola Zingaretti e da quella specie di oracolo della sinistra che ancora si considera, forse, col suo ultimo libro il peso massimo Goffredo Bettini.

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Quanti occhi su Mario Draghi ai funerali di Papa Benedetto XVI

Da buon fedele, forse anche amico e apprezzato anche dall’estinto, oltre che da Papa Francesco, cui deve la nomina alla Pontificia Accademia delle scienze sociali, pure Mario Draghi ha voluto partecipare ai funerali del Papa emerito Benedetto XVI, per quanto l’Italia fosse rappresentata ai livelli più alti del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il cui predecessore, pur non avendo il diritto -per carità- di essere chiamato e neppure considerato emerito pure lui, non è certamente e giustamente passato inosservato. E ciò sia per il prestigio internazionale e la notorietà di cui egli gode sia per lo zampino, a dir poco, che a torto o a ragione gli viene attribuito ogni tanto anche nella gestione o ispirazione del nuovo governo, succedutogli del resto in un clima di continuità dichiarata e cordialità insoliti nella storia italiana, considerando anche il fatto che Giorgia Meloni gli aveva praticato l’opposizione dal primo momento. 

Solo dopo sarebbe arrivata la fiducia negata o praticamente sterilizzata al governo Draghi, in ordine rigorosamente cronologico, da Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi: tutti oggi accomunati da una pesante insinuazione espressa dal Riformista con questo titolo stampato un pò in  nero e un pò in rosso: “Settantrè CDA da nominare: 1000 posti al sole. Tutto in mano a Crosetto (perciò volevano cacciare Draghi)”. Riuscendovi, si è risparmiato di aggiungere il giornale di Piero Sansonetti solo per non rendere sproporzionatamente lungo il titolo, tanto nota essendo la realizzazione dell’obbiettivo attribuito ai promotori della crisi dell’ultimo governo della scorsa legislatura.

Paolo Conti ha riferito sul Corriere della Sera, nell’articolo sulla partecipazione degli ospiti illustri ai funerali di Benedetto XVI, dello “scambio di opinioni, prima della cerimonia, tra l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, già suo ministro dello Sviluppo economico: immagine -ha raccontato- subito rilanciata da Dagospia tra mille interrogativi”. “Il ministro -ha precisato ancora il cronista- ha seguito la cerimonia con un rosario tra le mani”. E Dio solo sa di quante preghiere abbiano bisogno i conti e debiti italiani, per quanto la nuova presidente del Consiglio e lo stesso Giorgetti si sforzino quotidianamente di operare “in continuità”, ripeto, rispetto a Draghi. 

Meno male che ai funerali di Papa Ratzinger, nella cui lingua il debito equivale al peccato, non ha avuto la possibilità di incrociare occhi, mani e voce con l’ex premier anche il ministro della Difesa Crosetto, indicato dal Riformista come il regista delle mille e più nomine del cosiddetto spoils syistem, e dal manifesto “alla guerra di Francoforte” contro la Banca Centrale Europea, ora guidata dalla francese Christine Lagarde discostandosi dal predecessore italiano, Draghi appunto.  

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L’assordante polemica sulle nomine del nuovo governo consentite da una legge del 2001

Quella che il Corriere della Sera ha chiamato con una certa sobrietà, tutto sommato,  “ondata di cambi ai vertici” di “Ministeri e agenzie statali” per il meccanismo noto un pò in tutto il mondo come “spoils system”, tradotto in italiano in una specie di bottino del vincitore di turno nell’eterna corsa al governo, è diventata sulla prima pagina di Repubblica “la lottizzazione dei Palazzi”. O, gridato ancora più forte e riferito direttamente alla presidente del Consiglio, “Meloni pigliatutto”. 

Il giornale già corazzata di una sinistra di lotta o di governo, secondo i casi non necessariamente distinti perché già ai tempi di Enrico Berlinguer il Pci si proponeva come un partito insieme di lotta e di governo, è stato inseguito persino dal Foglio. Che scendendo dall’Olimpo dove spesso si sente per saggezza e altro ha evocato un “terremoto” in corso e “la scopa di Meloni”. E’ vero che nel titolo c’è anche una domanda retorica contro la presunzione che il potere di fare e disfare nomine sia “solo” del Pd, o di ciò che ne sta rimanendo nel percorso congressuale, ma c’è con tanto di virgolette. Che in pratica attribuiscono la domanda ad altri, forse malintenzionati e per niente credibili, non al Foglio. Dove del resto da qualche giorno, se non da qualche tempo, non si fanno più certi sconti da cui sembrava tentato quanto meno il direttore Claudio Cerasa scommettendo sulla capacità e volontà della capa della destra italiana, oltre che del governo, di evolvere, maturare, rinsavire.

Nell’ultimo numero dell’anno ormai passato, per esempio, facendo un bilancio dei meno di due mesi trascorsi a Palazzo Chigi dalla prima inquilina riuscita ad arrivarvi, Il Foglio titolava in rosso su “i sette vizi di Meloni”. E li elencava così nel sommario, in nero: “Imbarazzo sui vaccini, europeismo claudicante, complottismo contro i francesi e sull’immigrazione, disprezzo per le banche e per l’innovazione, evasione dalla realtà sul fisco”. 

Non più tardi dell’altro ieri, 3 gennaio,  questa volta in turchese, Il Foglio se la prendeva con quello della Meloni come “un governo contro i giovani”, che sarebbe stato addirittura redarguito fra le righe del suo messaggio di Capodanno letto in piedi al Quirinale dal presidente della Repubblica. Che invece a me, ingenuo o probabilmente rincitrullito secondo i canoni foglianti, era sembrato un messaggio di sostegno e incoraggiamento alla Meloni, non a caso affrettatasi a telefonare a Mattarella ringraziandolo, per via della democrazia ormai “compiuta e matura” con la formazione del governo in carica. Il quale peraltro con le nomine in cantiere o già disposte non sa facendo altro che applicare – come ha spiegato sul Corriere della Sera Federico Fubini- “l’articolo 19, comma 8 della legge Bassanini sulla pubblica amministrazione del 2001”. In forza del quale “gli incarichi di funzione dirigenziale cessano decorsi 90 giorni dal voto di fiducia del governo”. Cioè, nel nostro caso, mentre scrivo, fra 19 giorni:  il 24 gennaio.

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La vernice rimossa dalla facciata del Senato e quella ch’è rimasta a imbrattare l’interno

Il Senato, quello non di chissà quale accademia ma della Repubblica, più contenuto della Camera ma presieduto dalla seconda carica dello Stato, e quindi un pò il ramo   nobile del Parlamento, è stato imbrattato più volte, almeno tre, in questi primi ma poco fausti giorni del nuovo anno. 

La prima volta dimostranti armati di vernici al servizio -dicono- della causa dell’ambiente e simili hanno imbrattato la facciata di Palazzo Madama approfittando “vigliaccamente” di una rete di sorveglianza e di sicurezza minore rispetto ad altre che proteggono Montecitorio, o Palazzo Chigi, o il Quirinale, come ha ricordato il presidente Ignazio La Russa. Che ha naturalmente deciso di muoversi per ridurre lo svantaggio improvvidamente accumulato dai suoi troppo ottimisti predecessori. Come dargli torto? Ma i soliti, chiamiamoli così, ci hanno già provato lo stesso.   

Uno dei giornali più orgogliosamente nuovi e proiettati sul futuro, tanto da essere stato chiamato Domani dal suo editore Carlo De Benedetti, stanco della improvvida rinuncia dei suoi eredi alla ben più solida e diffusa Repubblica, ha diviso la sua prima pagina dopo il fattaccio fra una cronaca lacrimevole e un commento di solidarietà agli autori della protesta, realizzando così un secondo, sostanziale imbrattamento.  

“I politici -raccontava il titolo di cronaca dell’”azione contro il Senato”- hanno più paura di un pò di vernice che della crisi climatica”- “Un gruppo di militanti di Ultima generazione -continuava il racconto sommario dell’accaduto, con tutte le maiuscole e le minuscole al loro posto- ha imbrattato la facciata di palazzo Madama. I ragazzi rischiano multe e carcere. Intanto il governo Meloni annuncia nuove misure di sicurezza”. E che altro doveva fare?, mi chiedo considerando che le indagini e tutto il resto è competenza della magistratura rigorosamente libera e autonoma. 

“Hanno ragione loro a sposare la superficie dell’indifferenza”, gridava il titolo di un editoriale-arringa “in difesa degli attivisti” firmato dal direttore in persona, probabilmente gonfiando di giovanilismo il petto dell’anziano editore. Che i suoi anni, del resto, se li porta meravigliosamente. 

Il terzo imbrattamento, volontario o casuale che sia, è quello consumatosi con la denuncia fotografica, da parte di due giornali stavolta di area di destra, Libero e Il Tempo, di un Senato disertato dalle opposizioni nella seduta convocata, pur ad alberi di Natale ancora esposti e illuminati nelle case private e pubbliche, per l’annuncio, arrivo, deposito e quant’altro del decreto legge ormai abituale dal titolo, o soprannome, che parla da solo:  mille proroghe, in due o anche in una sola parola. 

Un’aula parlamentare desolatamente vuota, in tutti o in una parte cospicua dei suoi settori, fa sempre una certa impressione e, se volete, anche tristezza naturalmente. Ma imbrattarla di una malizia- direi- di sapore qualunquistico, nel segno di un’antipolitica che possiamo considerare indifferentemente figlia o madre dell’antiparlamentarismo, non mi sembra cosa di cui potersi vantare. E tanto meno scambiare per uno scoop. 

Si dirà in difesa di questi altri “attivisti” -per rimanere nel solco del direttore di Domani a proposito dei primi imbrattatori- che la seduta di cosiddetto annuncio o arrivo di un decreto legge, da convocare entro cinque giorni, è imposta dall’articolo 77 della Costituzione in un testo concepito e scritto nella presunzione di una effettiva, reale straordinarietà e urgenza dello strumento “temporaneo” -dice anche questo la norma costituzionale- del decreto legge. Ma il deposito, annuncio e quant’altro di simile non significa discussione e votazione in aula, essendo di due mesi il tempo lasciato alle Camere dalla stessa Costituzione per l’approvazione, conversione o come altro volete chiamare il sì  del Parlamento. Questo lo capisce anche un alunno di prima elementare, senza bisogno di arrivare all’Università e alla laurea in legge, e tanto meno alla cattedra. 

Se il livello di alfabetizzazione giuridica è sceso così in basso nella politica sia di chi la fa sia di chi la racconta e la commenta, è forse il caso di modificare l’articolo 77 della Costituzione con precedenza assoluta, priva di arrivare alle vette del presidenzialismo, e sue varianti, riproposto dalla presidente del Consiglio. Che vi è arrivata peraltro non per prima -come da donna a Palazzo Chigi- ma per ultima in una lista di presidenzialisti aperta già nell’Assemblea Costituente dal giurista e azionista Piero Calamandrei. Questo lo ricordo anche a quelli che in questo 2023 appena cominciato hanno l’aria di salire in montagna, come i padri o nonni partigiani della Resistenza, se davvero si dovesse arrivare all’elezione diretta del Presidente della Repubblica, o del Consiglio. 

Pubblicato sul Dubbio

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Non usano solo la vernice gli imbrattatori delle istituzioni e della democrazia

Per favore -come dice spesso Papa Francesco  parlando di ciò che non vorrebbe sentire e vedere- finiamola di rincorrere con i giornali gli imbrattatori delle istituzioni, cioè della democrazia. Che non sono soltanto quelli -come Domani, il  nuovo quotidiano di Carlo De Benedetti-spesisi contro le reazioni di biasimo agli ambientalisti  accanitisi con le loro vernici sulla facciata del Senato, simbolo di una democrazia sporca, insensibile e quant’altro. In dichiarata “difesa degli attivisti” il direttore in persona di quel quotidiano, Stefano Feltri, ha scritto e titolato che “hanno ragione loro a sporcare la superficie dell’indifferenza”. Bisognerebbe anzi ringraziarli, si è anche detto altrove, per avere usato vernici lavabili facilitando gli interventi di pulizia, più apprezzabili di quelli della Polizia. 

Mi imbarazza, inquieta, sorprende, indigna pure quell’aula del Senato a suo modo imbrattata anch’essa -senza bisogno che nessun attivista riuscisse a raggiungerla a e a rovesciarvi secchiate di vernice- con una foto che su Libero e sul Tempo, in prima pagina, incita praticamente all’indignazione popolare. E ciò per la diserzione dell’opposizione dalla seduta svoltasi -ha spiegato pur correttamente Pietro Senaldi sul quotidiano diretto da Alessandro Sallusti- “per annunciare il decreto Milleproproghe, provvedimento piuttosto importante, nel quale si possono provare  a infilare norme rimaste fuori della Finanziaria”. E che -aggiungerei- è purtroppo diventato un provvedimento ormai abituale. “Destra al lavoro, sinistra in vacanza”, ha titolato Libero, anche se non è stata offerta l’immagine di uno, uno solo dei senatori della destra diligentemente presente al suo posto. 

Il Tempo è andato oltre attribuendo in un fotomontaggio al presidente del Senato Ignazio La Russa una battuta in siculo-romanesco che, una volta tanto, la seconda carica dello Stato si è  risparmiata per non mancare al rispetto promesso ai senatori d’opposizione in occasione dell’insediamento: “Questi se so prorogati pure la fine delle vacanze”. 

Stento davvero a riconoscermi in questo giornalismo presuntuosamente “guardiano” -dicono gli esegeti- della verità e affini. Una seduta di “annuncio”, come l’ha chiamata Senaldi, di un decreto legge è imposta dall’articolo 77 della Costituzione nella parte in cui dice, letteralmente, che “quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni”. Per prenderne evidentemente atto, non avviarne già la discussione direttamente in aula e votare. 

Ebbene, questo articolo della Costituzione, per l’uso che riescono con tanta evidenza a farne i detrattori della democrazia, andrebbe modificato, prima ancora di altri di cui si parla in questi giorni in tema, per esempio, di presidenzialismo e varianti.

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Ben arrivato anche al messaggio di Capodanno del Corriere della Sera

Un’altra scommessa che vorrei perdere nell’anno appena cominciato è quella sugli improperi, o simili, che potrebbe procurarsi lo storico Ernesto Galli della Loggia per quella specie di messaggio di Capodanno che il Corriere della Sera gli ha affidato con un editoriale che raccomanda già nel titolo di “non sprecare” la promettente “novità” costituita dal governo di Giorgia Meloni.  

Più che ascoltare e confortare gli sconfitti e i delusi dai risultati elettorali del 25 settembre scorso, Galli della Loggia ha voluto incoraggiare quella “stanca Italia sessista e popolata di vecchi, abituata da decenni ai soliti noti” che “a vedere seduta là, al centro del banco del governo, quella figura minuta dai capelli biondi, è stata percorsa da un brivido d’emozione nel vedersi governata da una giovane donna, per giunta madre di una bella bambina, moderna e spigliata quanto basta per avere un compagno anziché un marito, non troppo intimidita dall’inamidata supponenza di tutti i poteri antichi peraltro prontissimi a salire come al solito sul carro del vincitore”. 

Fatta con queste parole la sua sostanziale scommessa, che è un pò anche quella sottintesa alla rapidità con la quale il presidente della Repubblica decise in ottobre di risolvere il problema della formazione del primo governo della nuova legislatura, Galli della Loggia ha riconosciuto alla Meloni il merito di avere “già dimostrato di capire e saper fare” la prima cosa richiestale dalla realtà combinata della sua vittoria elettorale e delle condizioni dell’Italia : “sentirsi non più il capo di una parte ma di tutto un Paese”, ed assumere “un senso della realtà che in precedenza poteva pure non apparire così importante”.

“Sono convinto -ha continuato e al tempo stesso insistito l’editorialista del Corriere- che il presidio e la credibilità del presidente del Consiglio”, al maschile che la Meloni curiosamente preferisce, anche a costo di sminuire la svolta di genere che rappresenta il suo arrivo a Palazzo Chigi- “ne guadagnerebbero moltissimo, e la sua popolarità pure, se  anziché restare ostaggio del proprio passato ella avrà il coraggio di dirlo alto e forte, di rivendicare il diritto a cambiare e di spiegarlo al Paese. Sarebbe tra l’altro una sorprendente e utilissima lezione di politica impartita alla demagogia dell’antipolitica”.

Forza, dunque, alla Meloni perché continui sulla sua strada e “resista con tutte le sue forze” a chi la volesse “prendere in ostaggio” all’interno evidentemente della sua maggioranza, dove certamente non mancano tentazioni di questo genere. “Non sprechi l’occasione -ha concluso il professore come a parlarle direttamente- che i suoi meriti e la sua buona stella le hanno propiziato sacrificando quell’occasione sull’altare di diecimila “balneari”. Non rinunci a quanto il suo temperamento e il suo intuito le consigliano pur di guidare un governo” che cedendo “alla fine sarebbe uguale a quelli di sempre”.  D’accordissimo. Per gli insulti, come per la pioggia, c’è l’ombrello. 

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Il piccone di Mattarella sui fasci littori attribuiti alla destra al governo

I messaggi di Capodanno, in piedi o seduti che vengano pronunciati, tutti ripresi all’interno del Quirinale, o con qualche squarcio esterno usato l’anno scorso anche per far capire la voglia, se non la fretta, del temporaneo ed eccellente inquilino di uscirne per fine mandato, sono un pò per il presidente di turno della Repubblica l’occasione anche per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. E ciò sia pure col “garbo” di stile einaudiano che Marzio Breda è appena tornato sul Corriere della Sera a riconoscere, attribuire e quant’altro a Sergio Mattarella. Come anche, a suo tempo,  al predecessore Giorgio Napolitano, che a Luigi Einaudi tenne a paragonarsi personalmente quando spiegò la ragione per la quale si era appena difeso da una certa ingerenza della Procura della Repubblica di Palermo -la sua Palermo, per giunta- ricorrendo davanti alla Corte Costituzionale: la necessità -disse citando e condividendo appunto un pensiero espresso dal suo lontano predecessore- di non lasciare compromesse al successore le prerogative conferite al Capo dello Stato dalla Costituzione.  

Non piacerà forse a qualcuno sentirselo dire, dopo avere peraltro nascosto la propria delusione o preoccupazione con apprezzamenti e applausi conformistici e insinceri, ma quella democrazia italiana “matura e compiuta” che il presidente della Repubblica ha voluto certificare -ricordando come ormai al governo, e nelle relative maggioranze, si siano ormai alternate un pò tutte le forze politiche legittimamente rappresentate in Parlamento- è stata una smentita a tutti i tentativi che si compiono ogni giorno, e persino ogni ora, di delegittimare il governo di Giorgia Meloni evocandone o esasperandone una presunta radice “fascista”. 

Non parliamo poi della caccia a tutte le parole e persino smorfie del presidente del Senato Ignazio La Russa. Del quale sono state appena reclamate le dimissioni dal Pd, pur in camera di quasi rianimazione col suo congresso di rifondazione e simili, per avere ricordato con orgoglio, o comunque senza pentimento alcuno, la partecipazione al defunto Movimento Sociale. Che peraltro aveva preceduto Giorgia Meloni, pur su posizioni meno esposte, partecipando anch’esso a maggioranze di governo, nei mesi di Adone Zoli e Fernando Tambroni, e concorrendo all’elezione di alcuni presidenti della Repubblica con decisioni per niente improvvisate, del tutto spontanee, politicamente gratuite e via dissimulando. 

Cerchiamo di essere sinceri e onesti sino in fondo, e una volta tanto, nel settantancinquesimo compleanno della Costituzione, e a più di settantasei anni dalla nascita referendaria della Repubblica. Solo un Presidente, pur con la maiuscola, masochista e sprovveduto potrebbe sentirsi a suo agio, come a suo agio mi è francamente apparso Mattarella vedendolo e ascoltandolo da casa in televisione la sera di San Silvestro, se fosse convinto delle cose che si scrivono e si dicono della seconda carica dello Stato ad opera dei suoi avversari. E non a caso Ignazio La Russa è stato  il più sollecito e loquace nel compiacersi del messaggio del Presidente, che potrebbe capitargli di sostituire in caso di impedimento esplicitamente previsto dalla Costituzione. 

Bisognerebbe finirla con questa ossessione di vedere il fascismo in agguato dietro ogni cosa, persino dietro una foto  recentissima dell’aula della Camera pubblicata con una specie di orrore da un giornale di quelle pratiche appunto ossessive perché rappresenta con le mani levate fascisticamente  in alto i deputati impegnati nelle votazioni sulla conversione in legge del decreto contro certi raduni, o baccanali come qualcuno li ha definiti con fantasia e reminiscenze latine.

Non è un caso che quello stesso giornale, spiazzato evidentemente dalla già ricordata democrazia “matura e compiuta” rivendicata da Mattarella nel messaggio televisivo di fine anno, vi abbia scherzato sopra scrivendo che essa “può cadere da un momento all’altro”, come un frutto marcio. O come quelle foglie d’autunno sugli alberi evocate da Giuseppe Ungaretti paragonandole ai soldati che cadevano al fronte nella prima guerra mondiale. Un fronte su cui oggi per fortuna si possono festeggiare le vacanze di fine anno sciando e alloggiando in alberghi a 2500 euro a notte, senza sconti neppure per qualche celebre ex presidente del Consiglio sofferente per la guerra ai poveri dichiarata e praticata con rivoltante cinismo dal governo nel quale Mattarella ha visto invece anche i segni di  una matura e compiuta democrazia. 

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Gli auguri della Meloni agli italiani dopo quelli di Mattarella

Il mio nuovo anno è cominciato con una scommessa perduta. Ma felicemente perduta perché fatta con l’abitudine un pò andreottiana di ritenere che a pensare male si pecchi ma s’indovini. Avevo pensato, in particolare, sentendo i rapidissimi auguri fatti agli italiani da Giorgia Meloni, pur dopo essersi riconosciuta nel messaggio televisivo a reti unificate di Sergio Mattarella, con tanto di ringraziamenti pubblici; avevo pensato, dicevo, che qualcuno avrebbe avuto da ridire per una sovrapposizione a sorpresa. D’altronde, la presidente del Consiglio la sua occasione di fare gli auguri ai connazionali l’aveva avuta in tre ore abbondanti di conferenza stampa di fine anno   qualche  giorno prima. 

Nessuno invece ha avuto da ridire, almeno pubblicamente, sul piano politico. E, in fondo, neppure sul piano mediatico, se non si vuole essere così andreottianamente maliziosi -ripeto- da scorgere una sottintesa polemica con la Meloni nell’incipit del commento del quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda al messaggio di Mattarella. Che -egli ha scritto- non ha il rovello di costruirsi il consenso” perché “ce l’ha”, tanto da essere stato rieletto un anno fa per un secondo mandato. “Se un problema si pone quando si rivolge agli italiani – ha scritto ancora di Mattarella il quirinalista del maggiore giornale italiano- è di dire tutto ciò che va detto, ma -come si imponeva Einaudi- con garbo, senza generare ansia e tensioni”. 

Meloni invece- si potrebbe pensare leggendo Breda- un interesse potrebbe averlo a cercare altro consenso. La presidente del Consiglio potrebbe  cioè avere il suo tornaconto a chiedere agli italiani di credere con maggiore convinzione all’impegno che lei si è assunto di “risollevare questa Nazione, di rimetterla in piedi, di farla camminare velocemente, con entusiasmo, perché noi -ha detto- possiamo fare molto di più”. E “dobbiamo farlo insieme”, ha aggiunto la Meloni nel suo videomessaggio diffuso via social. 

Ancora più maliziosi che con Breda, ma sempre sul piano mediatico e non politico, si potrebbe essere leggendo sullo stesso Corriere della Sera la collega Monica Guerzoni -che ha masticato politica da bambina- contrapporre in qualche modo tendenze e progetti fiscali del governo in carica al monito di Mattarella che “la Repubblica è nel senso civico di chi paga le tasse”. Contrapposizione, questa, esplicitamente espressa così in un titolo dal Fatto Quotidiano: “Fino a qualche giorno fa se il capo dello Stato avesse avvisato che le tasse si pagano, nessuno ci avrebbe fatto caso. Oggi, per dire come siano messi, pare un miracolo”. Non soddisfatto, il giornale di Travaglio ha aggiunto “la cattiveria” di giornata vedendo la “maturità” apprezzata dal presidente della Repubblica in uno stadio tanto avanzato, o malmesso, da potere immaginare che la democrazia possa “cadere da un momento all’altro”, come un frutto marcio, o solo foglie d’autunno di ungarettiana e tragica memoria. 

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Sergio Mattarella fiducioso, Giorgia Meloni grata e Giuseppe Conte disinvolto

Il messaggio di fiducia nell’Italia di una democrazia ormai “compiuta e matura”, e di rimpianto del Papa benemerito Benedetto XVI morto proprio al tramonto del vecchio anno, è esattamente ciò che ci si aspettava da Sergio Mattarella. Che ha parlato in piedi al Quirinale senza alcuno scorcio dell’esterno del Palazzo, com’egli volle alla fine del 2011 come per sottolineare la voglia che aveva di uscirne con la fine allora imminente del suo settennato. 

Poi rieletto, a dispetto proprio di quella voglia, sulle ceneri di diverse candidature inutilmente coltivate da partiti e aspiranti a carattere più personale che altro, come l’allora presidente del Consiglio Mario Draghi offertosi   da “nonno a disposizione delle istituzioni”, Mattarella ha sottolineato proprio in apertura del suo ottavo messaggio, da quando è capo dello Stato, il proprio “impegno per un secondo mandato”. Che deve intendersi pertanto completo, nelle intenzioni e disponibilità del presidente, oltre che nel dettato costituzionale: non a termine pur indefinito, in attesa della maturazione delle condizioni di una successione anticipata, come avvenne ai tempi della rielezione di Giorgio Napolitano, dopo il naufragio di entrambi i candidati del Pd, Franco Marini e Romano Prodi, pugnalati alla schiena  nel 2013 dal loro stesso partito. Che già maturava nel suo grembo la crisi che rischia nell’anno appena cominciato di portarlo addirittura alla dissoluzione: altro che rifondazione, rigenerazione e altri altisonanti obiettivi. 

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al di là della “novità di grande significato sociale e culturale” riconosciuto da Mattarella all’arrivo della prima donna alla guida di un governo in Italia, “matura da tempo”- ha aggiunto il presidente della Repubblica- eppure giunta dopo 76 anni di Repubblica tutta al maschile, per non parlare della precedente Monarchia; la presidente del Consiglio, dicevo, ha tenuto a vedere nel messaggio del capo dello Stato nei riguardi suoi e del suo governo di centrodestra, anzi di destra-centro, “un incoraggiamento” di cui ha ringraziato quanto più pubblicamente non poteva. Ed ha fatto bene, dal suo punto di vista, dopo il carattere “compiuto e maturo”- ripeto- della democrazia italiana ravvisato da Mattarella nei risultati elettorali del 25 settembre scorso e nei loro “rapidi” effetti. 

Meno fondato e fortunato, a mio avviso, è stato il tentativo di riconoscersi nel messaggio di Mattarella da parte dell’ex presidente del Consiglio, e ora concorrente del tanto malmesso Pd alla guida dell’opposizione, Giuseppe Conte. Che, dopo essersi sentito vittima – di “conticidio”, appunto- per la decisione di Mattarella di sostituirlo a suo tempo a Palazzo Chigi con Mario Draghi, ne è distante mille miglia, per esempio, dalla visione degli interessi internazionali dell’Italia. Egli reclama la fine degli aiuti militari all’Ucraina invasa, saccheggiata e insanguinata dalla “federazione russa”- come la chiama meticolosamente Mattarella- guidata da Vladimir Putin. 

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Altro che l’anno di Berlusconi…..ma Mattarella che vi ha fatto?

Anche quest’anno, dunque, a leggere i quirinalisti che se ne sono occupati per fornire le solite anticipazioni, Sergio Mattarella avrebbe deciso di pronunciare in piedi il suo messaggio di Capodanno da trasmettere a reti unificate, pubbliche e private. Così fece l’anno scorso, ma in modo, non scontato stavolta, che le telecamere potessero riprendere anche esterni del Palazzo, come per lasciar capire di non vedere l’ora di completare il trasloco che aveva già avviato in vista della scadenza del mandato settennale. Che è già troppo lungo di suo per aspirare a cuor leggero a replicarlo, cioè a raddoppiarlo, come pure molti, anche per strada, lo sollecitavano ad accettare.

Nonostante i suoi ripetuti dinieghi, pubblici e privati, tutti ci mettemmo ad ascoltare quel discorso di un anno fa, volutamente anche di commiato, per cogliere un qualsiasi elemento che potesse fare sperare in un ripensamento del presidente. Che non arrivò anche perché nel frattempo, nella tradizionale conferenza stampa di fine anno,  il presidente del Consiglio Mario Draghi si era messo praticamente a disposizione per succedergli, da “nonno a disposizione delle istituzioni”. A quel punto un cambiamento di posizione del capo dello Stato uscente rischiava di apparire ostile all’uomo che pure lo stesso Mattarella aveva chiamato in servizio per guidare un governo dalle molteplici emergenze, anche a costo di prestarsi all’accusa, sospetto e quant’altro di “conticidio” da parte degli estimatori delll’inquilino di Palazzo Chigi imposto dai grillini e subìto prima dalla Lega di Matteo Salvini e poi dal Pd di Nicola Zingaretti. Il quale si era lasciato convincere addirittura da Matteo Renzi -pensate un pò- ancora iscritto a quel partito a disattendere l’impegno di passare per un turno di elezioni anticipate prima di allearsi col MoVimento 5 Stelle. 

Mattarella tuttavia alla fine accettò di essere rieletto, ma solo dopo che glielo aveva chiesto personalmente, direi anche disperatamente, Draghi in persona per il rischio di vedere arrivare al Quirinale chissà chi e chissà come, aggiungendo alle già troppe emergenze con le quali era alle prese il suo governo anche una di carattere istituzionale. 

Confermato al suo posto con le buone o le cattive, Mattarella non ha trascorso certamente un anno di riposo. Ed ha raddoppiato, oltre al mandato presidenziale, la sua credibilità all’’esterno e all’interno dell’Italia. Quegli interminabili applausi di ringraziamento levatisi verso di lui il 7 dicembre scorso al Teatro della Scala, più lunghi di quelli dell’anno precedente per chiedergli di lasciarsi confermare,  sono stati la manifestazione plastica -direi- della centralità che questo presidente della Repubblica ha saputo conquistarsi e meritarsi pur a Costituzione invariata, e con un governo tornato ad essere guidato da un leader, stavolta finalmente anche di genere femminile, votato dagli elettori, prima ancora che selezionato dal capo dello Stato. 

Non ha torto Stefano Folli a scrivere oggi su Repubblica di “un semipresidenzialismo di fatto”, pur negato dall’interessato per primo, che con Mattarella si sarebbe creato prima ancora che si riesca -se si riuscirà mai- a crearne uno di diritto. E ad aggiungere che “il 22 è anche l’anno di Mattarella”. Altro che l’anno di Berlusconi celebrato da Giuliano Ferrara sul Foglio con spirito di rivalsa su quanti considerano ormai consumato il quasi trentennio del Cavaliere. 

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