Miracoli politici a Roma e a Palermo, fra pompe di benzina e tribunali

Miracoli politici a Roma, tra Palazzo Chigi  e dintorni, e a Palermo, nell’aula bunker dell’Ucciardone. Dove si si svolge il processo al ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini per sequestro di persona, contestatogli dalla magistratura, col beneplacito del Parlamento nella scorsa legislatura, per avere trattenuto nell’agosto del 2019 come ministro dell’Interno 147 migranti sulla nave spagnola Open Arms ostacolandone lo sbarco a Lampedusa.

A Roma Giorgia Meloni è riuscita a calmare i benzinai in rivolta contro “il fango” -hanno gridato annunciando uno sciopero di due giorni- che la presidente del Consiglio avrebbe rovesciato su di loro attribuendo a manovre speculative, e mobilitando la Guardia di Finanza, l’aumento dei prezzi dei carburanti provocato invece dal ripristino delle accise, cioè delle imposte, ridotte dal precedente governo. Lo sciopero dei benzinai del 25 e 26 gennaio  è stato congelato dopo un primo incontro fra le parti e sarà prevedibilmente annullato dopo il prossimo. 

A Palermo invece sono approdati per testimoniare contro Salvini, che rischia 15 anni di galera, gli ex alleati dell’era grigioverde Giuseppe Conte e Luigi Di Maio: il primo sospendendo per qualche ora le sue ostilità ormai abituali o prevalenti contro il Pd nella rincorsa a sinistra per concentrarle contro il leader leghista; il secondo interrompendo i preparativi per l’assunzione, da ex ministro, ex parlamentare, ex pentastellato, dell’incarico prospettatogli a Bruxelles di inviato europeo nel Golfo Persico. 

Entrambi i testimoni politici, pur ignorandosi a vicenda nelle nuove vesti di avversari  per la scissione consumatasi nell’estate scorsa, hanno praticamente portato fuoco o acqua -si vedrà nel prosieguo del processo- all’accusa sostenendo che  Salvini fece tutto da solo nell’estate del 2019, senza il consenso del governo. In particolare, egli ritardò lo sbarco dei migranti dalla nave spagnola di soccorso a scopo sostanzialmente elettorale, nell’ambito di una crisi  da lui stesso concepita e avviata con l’obiettivo di andare alle urne e fare il pieno di voti. Ma l’operazione, come si sa, fu sventata dal Pd di Nicola Zingaretti e ancora di Matteo Renzi sostituendo i leghisti nel secondo governo Conte. E poi votando contro Salvini per mandarlo a processo per sequestro di persona, ripeto, mentre alcuni magistrati peraltro si scambiavano messaggi per dubitare del reato contestato all’ormai ex ministro dell’Interno ma convenire al tempo stesso sulla opportunità giudiziaria, oltre che politica, di tenere  sotto tiro il leader leghista

Il Pd, una volta contribuito a mandare Salvini sotto processo, ma poi rotta l’alleanza politica con i grillini, pur lavorando molti al Nazareno per riprenderla al momento opportuno, se n’è uscito ieri in un salotto televisivo augurando al ministro di essere assolto, data la natura tutta politica della vicenda dei migranti,  ma sostenendo lo stesso l’opportunità del processo. Siamo forse al terzo miracolo politico.

A quasi 10 anni dalla morte Andreotti torna statista sul fronte giustizialista

Massimo Fini, un giornalista e scrittore   fra i più urticanti, della cui pur scomodissima collaborazione ho avuto il privilegio di godere negli ormai lontani anni della direzione del Giorno, è ciò che soleva dire il compianto Giovanni Malagodi, che ne produceva nei tempi liberi dalla politica: i buoni vini  migliorano invecchiando.

Sulla strada ormai degli 80 anni è capitato a Massimo di condividere una fila postale con Stefano Andreotti, il secondogenito del “divo Giulio” nato esattamente 104 anni fa e morto quasi da dieci, dopo essere stato sette volte presidente del Consiglio, non ricordo più quante volte ministro, una volta capogruppo della Dc alla Camera, e un’altra volta quasi candidato al Quirinale, nel 1992, mai segretario del suo partito, non si è mai capito bene se per scelta o per mancanza d’occasione. E infine imputato eccellente di associazione mafiosa e di omicidio, assolto per l’una e per l’altro. Pazienza se ancora oggi l’accusatore ormai pensionato Gian Carlo Caselli sostiene, ogni volta che qualcuno gliene dà il motivo scrivendo appunto delle assoluzioni, che quella per mafia vale poco o niente per via della prescrizione che avrebbe risparmiato al senatore a vita -altra carica collezionata da Andreotti-  la condanna per fatti, conoscenze e quant’altro risalenti a prima del 1981. 

La casuale condivisione di quella banale fila postale col figlio, che neppure conosceva ma di cui ha scoperto il nome  sentendolo pronunciare dall’impiegato allo sportello, ha felicemente rinverdito nella memoria di Massimo Fini il ricordo del padre.  Nel quale egli si era imbattuto giovanissimo in un ippodromo romano facendogli cadere gli occhiali e aveva poi avuto modo anche di intervistare da giornalista cominciando ad apprezzarne acume, gentilezza, puntualità,  cultura, ironia e altro ancora. Tanto da fargli scrivere, a conclusione di un articolo pubblicato il 12 gennaio sull’insospettabile o sorprendente, come preferite, Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio che Andreotti “in qualsiasi altro Paese d’Europa sarebbe stato un grande statista. Da noi è stato uno strano ircocervo: mezzo statista e, forse, mezzo delinquente”.Un enigma, avrebbe detto Winston Churchill. 

Non poteva scrivere meglio il buon Massimo, e fare uscire sul suo giornale il pur meno buono Marco per quella mania che ha, fra l’altro, di storpiare nomi e storie di persone non gradite pensando di fare solo dell’ironia.

C’è tuttavia qualcosa dell’articolo di Massimo Fini che al pur compiaciuto -per il resto- Mattia Feltri non è piaciuto scrivendone nella sua brillantissima rubrica quotidiana sulla prima pagina della Stampa. E’ il sollievo espresso da Massimo di non essergli mai capitato di seguire la politica frequentando le Camere nelle fila, diciamo così, della stampa parlamentare. Dove io e altri abbiamo evidentemente sprecato sessant’anni della nostra via professionale. 

Lo spazio percorso da noi poveri sfortunati, a dir poco, è stato definito da Mattia, che lo bazzica senza le lenti del qualunquismo, “il chilometro quadrato più onesto d’Italia”, essendo il Parlamento “popolato da gente con un senso dello Stato e delle istituzioni e con un rispetto delle leggi e del ruolo disastrosamente bassi, ma molto più alti che nel resto del Paese”. Egli ha citato a testimonianza delle sue convinzioni le consolanti sorprese confidategli da alcuni grillini arrivati a Montecitorio e a Palazzo Madama con la convinzione di dovere risanare chissà quali fogne, cominciando col ridurre i seggi parlamentari per velocizzare pulizie e quant’altro. 

Ah, il qualunquismo, malattia infantile o senile, come preferite, del moralismo sparso fra piazze, scuole, associazioni più o meno culturali, redazioni di giornali e tribunali, in un miscuglio di ipocrisia e infamia. E’ inutile poi stupirsi dell’assenteismo elettorale, dei giornali che vendono sempre meno copie, per quanto infarcìti di antipolitica, e di edicole che chiudono, tanto poco ormai si ha voglia in Italia di essere informati.  Gli stessi strumenti elettronici vengono compulsati spesso, o maniacalmente, da ragazzi, giovani e anziani più per giocare che per sapere o conoscere.

Pubblicato sul Dubbio  

Ripreso da http://www.startmag.it il 28 gennaio

Giorgia Meloni scivola impietosamente sulla benzina, ma….

Anche per quella curiosa decisione di difendersi nel cortile di Palazzo Chigi, asserragliata come in una fortezza, con un sostanziale monologo camuffato da intervista al Tg1, si può ben dire che Giorgia Meloni è scivolata sulla benzina, con o senza il fuoco immaginato nel titolo di copertina del manifesto.

Una volta tanto la presidente del Consiglio si è meritata anche la derisione del Fatto Quotidiano col fotomontaggio di lei e del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti “accisi da soli” con i pistoloni delle pompe di carburante.

Pure il Pd si è meritato lo sfottò del giornale di Marco Travaglio in quel passaggio dell’editoriale in cui gli si contesta la paralisi congressuale e il conseguente vantaggio da opposizione lasciato tutto e solo ai grillini, “malgrado l’oggettivo handicap -ha continuato a sfottere Travaglio- di avere un leader che passa ben due giorni a Cortina e indossa pure il maglione a collo alto”.

Meritati sono anche “il governo in panne” sparato dalla Stampa e la “retromarcia sulle accise” rinfacciata da Repubblica. Dove è francamente difficile non condividere anche il commento affidato ad una grande firma come Luca Ricolfi e intitolato “La prova del fuoco “ per l’esecutivo. 

“Non credo -ha scritto, fra l’altro, Ricolfi- che i primi passi falsi del governo Meloni, dalla marcia indietro sul Pos alla riscrittura delle norme sul rave party, abbiamo turbato troppo l’elettorato: sono cose abbastanza marginali, che toccano in modo diretto poche persone. Alquanto diverso è invece il caso delle accise sui carburanti”. Di cui non avranno ragione a lamentarsi i proprietari dei Suv, delle Ferrari, delle Maserati, Mercedes, Bmw e via paperonizzando, ma ragione al quadrato i ben più numerosi automobilisti piccoli e medi, i trasportatori e i consumatori che si vedranno scaricare addosso gli aumenti conseguenti dei costi e prezzi delle merci. 

Dio mio, presidente del Consiglio, ministri e relativi collaboratori e consiglieri, che cosa vi è saltato in mente di fare, aggravando tutto con la caccia ai presunti speculatori, pochi o molti che siano? Una caccia che ha sporcare di “fango”, come hanno protestato gli interessati, tutta la categoria dei benzinai scesi in sciopero per il 25 e il 26 gennaio, in due giorni centrali dell’ultima settimana del mese. 

Tuttavia, se fossi nei grillini tanto esaltati da Travaglio come protagonisti e vincitori di questa curiosa partita autolesionista del governo, non mi farei tante illusioni sul ricavato di questo brutto affare della Meloni. Alla quale Beppe Grillo in persona, non meno autolesionista della premier, continua sul suo blog a rimproverarle solo o soprattutto, in una vignetta in cui si fanno parlare due cinghiali ora cacciabili anche nelle città, di essere arrivata a Palazzo Chigi come i presunti progenitori di più di un secolo fa, promotori e autori della marcia su Roma.  Con questo tipo di opposizione la Meloni può anche scivolare sulla benzina e rialzarsi. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Meloni nei guai per la benzina, Letta ancora di più per il congresso del Pd

Per quanto fresca ancora di sorrisi incoraggianti e di benedizioni del Papa, Giorgia Meloni si è infilata nei guai coll’affare delle riduzioni fiscali sulla benzina prima ridotte e poi eliminate sottovalutando, quanto meno, gli effetti di un’operazione compiuta pur con le solite, migliori intenzioni del mondo. Per non sottrarre risorse -sostiene-  ad altri interventi sociali. 

Saranno pure esagerate quelle “bugie” elettorali rinfacciatele con un titolo contundente da Repubblica, ma non mi sembra francamente adeguata come risposta quell’agenda esposta dalla Meloni in persona con la promessa scritta di fare chiarezza, se non ho letto male. Lei è la presidente del Consiglio, o il presidente del Consiglio al maschile come preferisce sentirsi chiamare, e non più un’adolescente che apre il diario, o qualcosa di simile, davanti allo specchio per esprimere lodevoli propositi. Meglio avrebbe fatto, a mio modestissimo avviso, ad improvvisare una conferenza stampa, viste la serietà del problema e le sue ricadute sociali e politiche, ed esporre le proprie ragioni al livello istituzionale che ha così tenacemente perseguito e infine conquistato.

Scritto tutto questo sulla Meloni, permettetemi tuttavia di aggiungere una certa sorpresa nel vedere così ilarmente soddisfatto in certe foto sui giornali il segretario Enrico Letta per la prosecuzione del cosiddetto percorso congressuale  del suo partito: congressuale e “costituente”, ha aggiunto sfidando così tutti quelli -e non sono pochi, provenienti soprattutto dalla Dc, come lui-che contestano quell’aggettivo, a 15 anni dalla fondazione del Pd. 

Non saranno certamente i 7 giorni aggiunti al già lungo percorso congressuale, spostando dal 19 al 26 febbraio, le primarie per l’elezione del nuovo segretario, a produrre un maggiore chiarimento fra candidati, anime, correnti e quant’altro. O a proteggere meglio il congresso dalle ricadute delle elezioni regionali in Lombardia e Lazio che si svolgeranno fra un mese esatto. 

Non è neppure il caso di vantarsi più di tanto dell’astuzia con la quale si è riusciti a bocciare “senza spaccature” la proposta degli imitatori, inseguitori e quant’altro dei grillini di fare del Pd una specie di copia del MoVimento 5 Stelle digitalizzando le primarie, cioè il congresso.  Il voto on line sarà, grazie a Dio per un partito quale ancora Enrico Letta considera il suo, non la regola ma un’eccezione riservata, con tutte le modalità da fissare, agli invalidi, ammalati, anziani, studenti fuori sede, eccetera. Ma la sola idea delle primarie on line partorita all’interno del Pd dopo tutto quello che si è visto e si è detto nello stesso Pd della democrazia di stile e contenuto grillino, dà la misura della crisi in cui si trova il partito del Nazareno, già sorpassato d’altronde dal MoVimento 5 Stelle nei sondaggi, preferendosi di solito l’originale all’imitazione. Ha proprio ragione Stefano Folli a scrivere oggi su Repubblica, in prima pagina, della “sinistra che non c’è e il suo declino”. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Se anche un’udienza del Papa finisce nel mercato politico del governo Meloni

In ore o giorni in cui alla presidente del Consiglio capita di essere rappresentata da un vignettista -come Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno- minacciata d’un colpo alla testa dal pistolone del benzinaio, a rischio insomma di impopolarità per i prezzi alle stelle dei carburanti attribuiti dalle opposizioni alla mancata o scarsa avvedutezza del governo nella gestione del problema; in ore o giorni di questo tipo, dicevo, qualcuno si è posto il problema di quanto Giorgia Meloni abbia potuto guadagnare nel mercato del consenso dalle immagini e dalle cronache dell’udienza in Vaticano. Mica quella in  sostanziale clandestinità ottenuta da Padre Georg ossessionato dai diavoli dentro le sacre mura, ma un’udienza ben programmata e ben ripresa da fotografi e operatori televisivi. E raccontata anche nelle minuzie più formalistiche. 

Il Corriere della Sera, per esempio, ha tenuto ad avvertire del carattere “privato” dell’evento, secondo “la formula che Francesco preferisce usare quando incontra i presidenti del Consiglio”, ha spiegato Ester Palma in una cronaca finita nel reparto estero delle rassegne stampa parlamentari, essendo il Vaticano fuori dai confini italiani. 

Nel reparto della politica interna è finita invece la cronaca di Libero affidata a Renato Farina, che si è a lungo speso per sottolineare il carattere “ufficiale” della visita: sia di quella al cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, con tanto di delegazioni delle due parti, sia di quella immediatamente precedente al Papa svoltasi in una sala abbastanza vasta per contenere anch’essa un bel pò di persone, familiari e collaboratori, che la presidente del Consiglio ha tenuto a presentare uno per uno a Francesco prima di rimanere sola a parlare “cordialmente” con lui per 35 minuti. Ma “non di Ong”, ha tenuto a precisare in un richiamino in prima pagina La Stampa, anche se si stenta a crederlo avendo trattato, sempre cordialmente, per pubblica ammissione o annuncio il Papa e la premier italiana del problema dei migranti. Il cui arrivo in Italia non è certamente estraneo alle attività di soccorso delle navi del volontariato internazionale, furenti per le nuove modalità disposte dal governo per non restringere ai soli porti meridionali, e alle relative strutture sovraffollate di   accoglienza, le operazioni di sbarco “sicuro”. 

Poco credibile mi pare anche l’informazione del Fatto Quotidiano secondo cui il Papa avrebbe “regalato” alla premier italiana “lezioni di pace” in riferimento evidentemente al conflitto in Ucraina. Di cui Francesco parla ogni giorno pubblicamente attribuendone le responsabilità alla Russia non certo in difformità dalla posizione del governo italiano.

Trovo tuttavia odiosamente strumentale ai fini della solita bagarre politica questa storia di come e quanto possa essere ritenuto un affare vantaggioso o cattivo per la Meloni un’udienza del Papa: una questione non a caso sollevata nel salotto televisivo non proprio neutrale di Lilli Gruber, sulla 7.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Che traffico di diavoli dentro e fuori le mura del Vaticano….

Non farò qui nomi di testate e di giornalisti per non emulare le une e gli altri   nel loro modo, per me esagitato e discutibile, di trattare il caso del “Monsignore dimezzato”. Così è stato chiamato l’interessato, purtroppo col suo stesso contributo, per le polemiche provocate dalle proprie riflessioni, chiamiamole così, dopo la scomparsa del cardinale Joseph Ratzinger e poi Papa Benedetto XVI, effettivo e infine emerito. Di cui padre Georg Gaenswein ha avuto il grande privilegio di essere stato il segretario, cioè il più stretto collaboratore. 

Una notizia, si sa, è una notizia, per cui  bisogna rassegnarsi anche alla sua scomodità,  e persino agli effetti indesiderati, senza sottrarsi all’obbligo di raccoglierla e raccontarla. E di notizie di un certo clamore non si è certamente risparmiato, né ha risparmiato il pubblico inteso in senso lato, credente o non credente o diversamente credente, come preferite, Padre Georg appunto. 

Lo ha fatto, per esempio, lasciandosi intervistare, a salma ancora quasi calda del suo superiore spentosi dichiarando il suo amore per Cristo, per raccontare dei “diavoli” avvertiti in Vaticano da un bel pò di tempo. E per definirsi lui stesso dimezzato, come ho accennato all’inizio, per una decisione presa dal successore di Benedetto XVI proprio sul suo conto, invitandolo a restare prefetto della casa pontificia solo di nome, ma non a pretendere di farlo davvero in una casa nel frattempo allargatasi, diciamo così. Dove gli ordini spettavano non più all’emerito ma all’effettivo pontefice. 

Perché “dimezzato”?, mi verrebbe  proprio per questo da chiedere, considerando la situazione molto particolare creatasi con la rinuncia di Papa Ratzinger a portare a termine operativamente il proprio mandato sino alla morte. E che c’entrano i paramenti e le vesti di padre Georg con le bende, le ferite e tutte le altre fantasie del Visconte Medardo dimezzato di Italo Calvino, scomodato da qualche giornalista erudito per trasformare nel Vaticano di questo secolo la Boemia cinquecentesca della guerra contro i turchi immaginata dal celebre scrittore italiano? 

Libera fantasia in libero giornalismo, come libera Chiesa in libero Stato, per carità. Ma qui sulla voglia, e sul dovere, di informare mi sembra prevalsa la voglia, e nessunissimo dovere, di intorbidire le acque, anche quelle dell’aspersorio in Chiesa e dintorni. Una voglia diventata alla fine sfrenata quando, intingendo il biscotto o la metaforica penna nell’inchiostro di un libro autobiografico di Padre Georg dal titolo già così infelice come quello quasi giudiziario di “Nient’altro che la verità”, qualcuno ha sparato su tutta la prima pagina del proprio giornale “la guerra tra i Papi”. Dei quali lo sconfitto dalla dannata combinazione della rinuncia e della sopraggiunta morte fisica potrebbe contare dall’aldilà -se davvero lo volesse, come personalmente non credo per le mitiche mitezza e obbedienza mostrate in vita- sulla difesa del segretario rimasto a combattere sulla terra, compiaciuto tra i “falchi”. E deciso a “raccontare la verità” sino all’ultimo respiro: cose, anche queste, tratte o desunte e sparate in titoli da qualche giornale leggendo le prime copie, o le bozze ancora del libro del monsignore. Che, ricevuto o convocato dal Papa in una udienza laconicamente annunciata all’improvviso, avrebbe lamentato la non infrequente abitudine dei malintenzionati, magari convinti addirittura di essere d’aiuto, di leggere parole e avvertire sentimenti di uno scrittore o di un oratore “fuori dal contesto”. Dove notoriamente si può far dire all’interessato anche l’opposto della realtà o di quel che lui davvero voleva dire o scrivere.  E’ un pò ciò che ha tentato di fare in America in questi giorni il principe inglese Harry di fronte alle reazioni al suo libro sulla già abbastanza tormentata famiglia reale britannica. 

Il diavolo, per tornare a casa nostra, o quasi, sembra davvero penetrato materialmente nelle mura del Vaticano, secondo le prime impressioni avvertite da Padre Georg, o a lui attribuite. Figuriamoci fuori dalle sacre mure, giornali e tipografie comprese, dove le difese da Satana e sottoposti sono per natura più deboli. E le tentazioni conseguentemente più forti.

Pubblicato sul Dubbio 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Al pettine del Papa i nodi del segretario del suo predecessore emerito

Come anche quella di oggi, fra l’udienza del Papa a Giorgia Meloni, l’incontro della premier con l’ononimo nipponico, il Consiglio dei Ministri e altro, quella di ieri è stata una giornata infernale -anzi, ancora di più- per cronisti, fotografi e operatori televisivi costretti a rincorrere gli eventi: l’incontro a Palazzo Chigi fra la presidente del Consiglio e la presidente della Commissione europea, la commemorazione di Davide Sassoli a un anno della prematura scomparsa dell’allora presidente del Parlamento europeo, la partecipazione del presidente della Repubblica all’anteprima del film sul generale Carlo Alberto dalla Chiesa, vanto insieme dell’Italia e dell’Arma dei Carabinieri, l’udienza del Papa ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede. 

Senza voler togliere nulla a tutto questo, si offuscata per il suo carattere imprevisto l’udienza di Papa Francesco al segretario dello scomparso Papa emerito Benedetto XVI. Per corredare di qualche immagine la notizia improvvisa si è dovuto ricorrere a foto d’archivio e -temo- più a intuizioni che a informazioni concrete per riferire sul contenuto dell’udienza. Della quale non si è riusciti a sapere di certo, per esempio, chi l’abbia promossa: se padre Francesco o padre Georg, il primo convocando l’altro o l’altro chiedendo e ottenendo di essere ricevuto rapidamente. Preponderei per la seconda ipotesi, avendo saputo da buona fonte della brutta sorpresa avvertita dallo stesso segretario del defunto pontefice di fronte al titolo sparato ieri mattina su tutta la prima pagina da Libero per anticipare il contenuto del suo libro autobiografico clamoroso già nella titolazione da processo “Nient’altro che la verità”. “Lo scontro tra i Papi”, gridava il giornale diretto da Alessandro Sallusti attribuendo tra virgolette al monsignore queste parole, a dir poco, sismiche. “I seguaci di Bergoglio già nel 2005 volevano fermare l’elezione del Pontefice”, cioè di Joseph Ratzinger, chiamatosi poi Benedetto. “Si, io -proseguiva il virgolettato- sono un falco e vi racconto la mia verità”. 

Oggi Libero ha portato quasi in fondo alla prima pagina il seguito dell’affare per avvertire, neppure questa volta aiutando molto il segretario del defunto Papa emerito, che egli “rischia l’esilio”. 

Il vaticanista  del Corriere della Sera Gian Guido Vecchi riferisce, dal canto suo: “Resta la questione del futuro di Ganswein, ora prefetto della Casa pontificia. Se nella Chiesa tedesca non sembrano entusiasti all’idea di un ritorno in patria come vescovo o altro, si è ipotizzato un incarico diplomatico in una nunziatura all’estero o una sistemazione romana, possibilmente discreta”. 

Nel titolo, sempre del Corriere della Sera, apposto alla cronaca si fa dire da padre Georg al Papa in tono, direi, difensivo e pentito: “Voci malevole. Ora devo stare zitto”. Voci malevole alimentate dalle parole dello stesso “Monsignore dimezzato”, com’è stato definito il prelato, purtroppo pubblicate e interpretate “fuori dal contesto”: parola carissima alla buonanima di Leonardo Sciascia. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La virtù del silenzio che padre Georg farebbe forse bene a recuperare…

Per il segretario del defunto Papa emerito Benedetto XVI, piegatosi devotamente sulla bara del superiore ai suoi funerali sotto gli occhi di milioni di fedeli collegati televisamente da tutto il mondo, ci sarà pure una via di mezzo fra l’impietosa immagine di un “Monsignore dimezzato” -appiccicatagli addosso sul Corriere della Sera da Aldo Grasso ispirandosi al celebre Visconte Medardo di Italo Calvino- e la figura ieratica, e tutta intera, senza bende e altre diavolerie, rimasta impressa, magari immeritatamente secondo Grasso, negli occhi e nella mente degli spettatori del 5 gennaio. 

All’editorialista e critico televisivo del Corriere, ancora memore dei “giorni in cui padre Georg godeva della confidenza di principesse romane, giocava a tennis, era imitato da Fiorello, veniva elevato dai rotocalchi a “Geroge Clooney della Curia”, il simbolo della Grande Bellezza ratzingeriana”, non è piaciuta la “loquacità” improvvisa del prelato. Che, a spoglie di Ratzinger ancora quasi calde, e già impegnato in un’autobiografia dal titolo giudiziario, si è lasciato intervistare dall’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro sui diavoli avvertiti all’opera negli anni della convivenza in Vaticano fra i due Papi, l’effettivo e l’emerito. Diavoli all’opera anche contro lo stesso monsignore, dimezzato nel suo ruolo, nelle sue funzioni e in tutto il resto da Papa Francesco in persona con l’invito a rimanere “prefetto” della casa apostolica ma a togliersi dalla testa di farlo davvero. Il suo recinto doveva essere quello noto come Santa Marta.

Oltre alla sorpresa, sgomento e quant’altro lasciato trasparire giustamente da Grasso, e attribuita dal monsignor allo stesso Papa emerito quando venne da lui informato delle proprie condizioni ristrettesi, permettetemi di immaginare la sorpresa, lo sgomento e quant’altro -ripeto- dello stesso Francesco nel vedere racconti, sfoghi e simili del monsignore su un giornale: per giunta, quello alla cui lettura e al cui rispetto egli era stato abituato a suo tempo dal fondatore in persona, Eugenio Scalfari. Che sino alla morte, risalente a meno di un anno fa, aveva ricevuto dal Papa, in carne e ossa, un trattamento a dir poco straordinario. Mancava solo che venisse da lui nominato cardinale, mi verrebbe voglia di scrivere se non fossi trattenuto dalla paura della blasfemia conoscendo la condizione, diciamo così, di diversamente credente del compianto collega. 

Non credo di conoscere neppure la milionesima parte delle cose vaticane che sa il mio amico Massimo Franco, anche lui del Corriere della Sera come Aldo Grasso, ma sento o avverto  che il 66enne Georg Gaenswein non potrà avere molto di confortevole e gratificante da aspettarsi fra le sacre mura. Papa Bergoglio peraltro parla bene  di carità, perdono e altre virtù ma ho l’impressione che gli capiti di razzolare male quando s’imbatte in qualcosa che lo disturbi.. Mi sentirei pertanto di consigliare a chi davvero stima e vuole bene a padre Georg di non assecondarne la loquacità: esattamente l’opposto di come lo rappresenta oggi Libero anticipandone vistosamente il già ricordato libro autobiografico con un virgolettato che dice: “Si, io sono un falco e vi racconto la mia verità”.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La Lepanto immaginata dalla sinistra in navigazione contro il governo Meloni

Funestate peraltro da morti e funerali di persone mitiche per tanti di noi, secondo le proprie fedi, culture e passioni, le feste sono finite, grazie a Dio. Ma non è per niente finita la crociera della corazzata dell’ex sinistra, o della ex corazzata della sinistra, come ho già chiamato e torno a definire La Repubblica, quella di carta. Una crociera contro la disgrazia che l’Italia avrebbe ereditato dal vecchio anno. E’ naturalmente il governo di centrodestra, anzi di destra-centro, presieduto da Giorgia Meloni: la prima donna peraltro -disgrazia nella disgrazia-  salita così in alto nella storia d’Italia a dispetto del femminismo sostenuto, praticato, vantato e quant’altro da più generazioni sventolando bandiere rosse e simili.

“Migranti dirottati sul Pd” con spirito ovviamente malvagio ha gridato Repubblica su tutta la sua prima pagina riferendo poi i nomi, cioè le città dei porti “sicuri” cui la Meloni, e i non meno perfidi Matteo Piantedosi e Matteo Salvini, ministri dell’Interno e delle Infrastrutture, hanno destinato le navi del volontariato con i migranti soccorsi nelle acque del Mediterraneo dove gli scafisti li avevano mandati a naufragare dalle coste africane nella gestione del più indecente affare che si possa immaginare: quello della carne umana, di disperati in fuga da guerre e miseria. 

Segnatevi, per favore, o tenete bene in mente, queste località di approdo, diverse -una volta tanto- dalle solite Lampedusa, Pantelleria, Catania e dintorni, con annesse strutture sovraffollate di accoglienza. Sono, in ordine rigorosamente alfabetico, Ancona, Bari, Gioia Tauro, Livorno, Ravenna, Salerno e Taranto: tutte diabolicamente accomunate da amministrazioni guidate o comunque condizionate dal Pd. Che paga così anche la sua opposizione al governo, persino meritandoselo forse anche per certi settori politici o giornali di cosiddetta o nuova sinistra come, per esempio, il solito Fatto Quotidiano. Dove oggi si può leggere l’abituale e lungo editoriale del direttore Marco Travaglio anche contro amici e collaboratori “ingenui” come Tommaso Montanari e Domenico De De Masi, spintisi a criticare il rifiuto o le resistenze di Giuseppe Conte ad accordi elettorali nella regione Lazio con un Pd che ha preteso di scegliersi solo con Carlo Calenda il candidato alla presidenza. 

“Che razza di alleanza è -ha chiesto scandalizzato ai suoi amici Travaglio, forse già provvisto della maglietta con la scritta “Io sono il peggiore” propagandata da Beppe Grillo sul suo blog per la nuova stagione teatrale- quella in cui il terzo e il quinto partito portano il candidato e il programma, e il secondo partito porta i voti?”.  Il punto interrogativo, in verità, non c’è, ma l’ho messo io per comodità di lettura. 

Nella sua navigazione verso la Lepanto dei nostri giorni  la corazzata o ex dal nome altisonante di Repubblica è stata affiancata stamane da quella specie di veliero che è il manifesto, col titolo forse più rassegnato “Di mare in peggio”. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

A lezione da Lenin con Paolo Mieli per non fare riforme importanti

Ci sono voluti quattro giorni ma alla fine si è levata una voce diversa dall’editoriale di incoraggiamento a Giorgia Meloni comparso sul Corriere della Sera come una specie di messaggio di Capodanno a firma dello storico Ernesto Galli della Loggia. Si è levata dall’interno dello stesso Corriere con un editoriale a firma di un altro storico, e in più ex direttore dello stesso giornale, Paolo Mieli. Che ha suonato un’altra musica, ma alla sua maniera, cioè con misura, sino ad evitare una polemica diretta col suo collega e amico Ernesto, neppure citato come per dire di avere voluto prendere le distanze dalla Meloni a prescindere dall’editoriale del 3 gennaio, semplicemente affrontando l’argomento del governo da un’altra ottica. E partendo tanto da lontano da arrivare in Russia e al 4 marzo 1923, quando un Lenin ormai già colto da un ictus ma lucido abbastanza per rendersi conto di avere  forse un pò troppo esagerato con la sua rivoluzione, in una lettera alla Pravda esortò i compagni ad una certa cautela, addirittura da “autentica cultura borghese”: parole sue, di Lenin, non del mio amico Paolo. 

Alla Meloni l’ex direttore del Corriere della Sera ha consigliato di adottare alla guida del governo, a circa due mesi dal suo decollo, il “meglio meno, ma meglio” proposto da Lenin ai compagni, avendo “messo -le ha rimproverato Paolo- troppa carne sul braciere”: tanta da essere stata costretta a “retromarce con impressionante regolarità”. 

In particolare, la presidente del Consiglio ha messo insieme sul terreno poco saggiamente “tre riforme gigantesche” come quelle “dell’autonomia differenziata, della giustizia e costituzionale”, intesa quest’ultima a “irrobustire il corpo istituzionale del nostro Paese con una potente iniezione di presidenzialismo”. Proposito, quest’ultimo, “in sé non disdicevole”, ha ammesso Mieli, “purché sia sia in possesso di idee chiare, si possa contare su una maggioranza sufficientemente compatta e si disponga di una strategia per coinvolgere una parte consistente dell’opposizione”. Sono condizioni delle quali Mieli dubita, quanto meno, l’esistenza nonostante in tema di tenuta della sua maggioranza la Meloni mostri di considerarla “una falange oplitica”, cioè granitica. 

Più ancora della maggioranza per niente o meno “oplitica” -insisto- di quanto la Meloni ritenga, Mieli ha segnalato alla premier la debolezza dell’opposizione: in particolare del Pd, senza il cui concorso certe cose importanti come il presidenzialismo, in qualsiasi variante, o la riforma della giustizia da compiere mettendo mano anche per essa nella Costituzione, non si potrebbe realisticamente pensare di realizzarle. 

Ma mettiamoci, d’accordo, caro Paolo. Se l’opposizione è forte nel contrasto ad un vero progetto riformatore questo è precluso. Se l’opposizione è debole, proprio per questo, il progetto è precluso lo stesso. Diciamo allora chiaro e tondo, senza arrivare a Lenin e scomodarne la mummia, che le riforme vere in Italia non si possono fare.

Ripreso da http://www.policymakrmag.it e http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑