Il Foglio sputa il nocciolo della ciliegia del direttore contro il centrodestra

            Il direttore del Foglio Claudio Cerasa ha sputato ieri il nocciolo della sua ciliegia contro il centrodestra. Che pure era lo schieramento a sostegno del quale nacque orgogliosamente quel giornale, fondato da Giuliano Ferrara dopo la breve esperienza di ministro per i rapporti col Parlamento nel primo governo di Silvio Berlusconi, chiamato ancora amichevolmente “l’amor nostro” in redazione.

            Di acqua dalle origini n’è passata sotto i ponti del Foglio, per il quale Berlusconi ha continuato ad avere simpatia anche dopo avere smesso di esserne di fatto l’editore. D’altronde, già prima egli aveva saputo convivere con l’imprevedibilità  non sempre giocosa di Ferrara. Che è di quelli facili a dare consigli e non facili a rassegnarsi alla loro inutilità. E Berlusconi non è certo uno che quando chiede pareri o se li lascia dare si sente poi vincolato ad attenervisi. Non ne volle sapere, per esempio, quando Ferrara gli suggerì di appoggiare una candidatura al Quirinale di Massimo D’Alema. Al quale il Cavaliere in persona telefonò per spiegargli le ragioni di una incompatibilità solo e tutta politica, cui non avrebbe potuto derogare ulteriormente senza perdere il proprio elettorato, avendolo già aiutato ad assumere la presidenza di una commissione bicamerale per la riforma costituzionale. E D’Alema rispose spiritosamente pregando Berlusconi di gridare pubblicamente quella incompatibilità liberandolo dai sospetti procuratigli fra gli elettori di sinistra da quel “Dalemoni” affibbiatogli da Giampaolo Pansa sull’Espresso.

            Ferrara non riuscì a farsi sentire da Berlusconi neppure quando gli consigliò di non schierarsi nel referendum del 2016 contro la riforma costituzionale approvata dal governo di Matteo Renzi. Nel quale lo stesso Ferrara aveva visto e indicato il “royal baby” del Cavaliere di Arcore. Non ci fu verso. Berlusconi, anche a costo di ritrovarsi in campagna referendaria con D’Alema -sì, sempre lui- e addirittura con Beppe Grillo, rimase sul fronte del no per ripicca contro lo sgarbo politico e un po’ anche personale che riteneva di avere subìto con la decisione dell’allora presidente del Consiglio di candidare al Quirinale nel 2015 Sergio Mattarella. E per giunta ricordandone la “schiena dritta” dimostrata dimettendosi da ministro negli anni Novanta, con altri esponenti della sinistra democristiana, contro una legge che regolarizzava, con la Tv commerciale, le tre reti del Biscione.

Titolo del Foglio di ieri

            Acqua passata anche questa, naturalmente, essendosi poi Berlusconi speso moltissimo per apprezzare il Mattarella del Quirinale. L’acqua invece sulla quale Cerasa si è messo a navigare sputando la sua ciliegina contro il centrodestra -peraltro il giorno dopo la rianimazione dell’alleanza tentata dallo stesso Berlusconi ricevendo Giorgia Meloni nella sua villa sarda e facendola incantare davanti alla sua collezione di farfalle- è quella delle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre. Per le quali in città importanti come Milano, Roma e Napoli il centrodestra ha candidato degli impresentabili, secondo il direttore del Foglio-  per le loro ambiguità sui vaccini in tempi di pandemia e per una commistione di ruoli fra politici e magistrati. Fra i quali ultimi in effetti il centrodestra ha scelto la candidata  a vice sindaco a Roma e il candidato a sindaco a Napoli.  “Un centrodestra così forse è meglio perderlo che trovarlo”, ha scritto Cerasa.

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Il poco o niente che resta della Procura milanese di “Mani pulite”

Titolo del Dubbio

Più guardo quella foto storica, in bianco e nero, dell’allora capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli nella Galleria del Duomo, affiancato dai sostituti Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro, all’epoca delle indagini “Mani pulite”;  più rifletto sulle difficoltà fra le quali si sta concludendo la gestione di quella Procura da parte di Francesco Greco, anche lui tra i sostituiti -allora- di Borrelli, più mi chiedo cosa sia rimasto ormai, non solo per ragioni anagrafiche, di quella stagione. Che pure aveva scatenato reazioni tanto opposte quanto vigorose: dalla paura di un potere declinante, che ci aveva messo del suo, per carità, nella crisi che gli stringeva il collo, e i cortei inneggianti alle manette che scattavano di giorno e di notte ai polsi di indagati per finanziamento illegale dei partiti, corruzione, concussione e quant’altro, non tutti destinati  alle condanne, e neppure ai processi.

A segnare la fine della carriera politica del malcapitato di turno non bastavano  le manette, di giorno o di notte che scattassero ai polsi davanti a fotografi e simili sempre così stranamente puntuali sul posto, essendo sufficiente un avviso di garanzia. E neppure esso doverosamente notificato alla persona interessata, di qualsiasi colore e grado politico, da un semplice consigliere comunale al presidente del Consiglio, bastando e avanzando un’anticipazione giornalistica, sparata con l’evidenza e la forza mediatica di una condanna senza appello.

Francesco Saverio Borrelli

Di quella stagione, diciamoci la verità, è rimasto ben poco, se non niente. Borrelli, per cominciare dal vertice di quella mitica struttura giudiziaria, pur essendo riuscito a scalare la Procura della Corte d’Appello di Milano mancata per un pelo proprio alla vigilia di “Mani pulite”, per cui qualcuno scambiò, a torto a ragione, la sua dura gestione delle indagini per una ritorsione contro chi ne aveva ostacolato la candidatura, morì in tempo nel 2019 per fare una clamorosa ammissione. Disse, in particolare, che “non valeva la pena” abbattere una Repubblica per assistere alla corruzione, magari aumentata, nelle successive. E si guadagnò per questo in un libo il ringraziamento dell’ex ministro socialista della Giustizia Claudio Martelli. 

Gerardo D’Ambrosio

Gerardo D’Ambrosio, il vice di Borrelli succedutogli nel 1999 e andato in pensione nel 2002, fece da ex magistrato una scelta legittima, per carità, ma quanto meno scomoda per un ricordo epico della stagione di “Mani pulite”. In particolare, egli si candidò al Senato nelle liste del partito -l’ex Pci dei democratici di sinistra- fra i pochi, se non l’unico sopravvissuto a quelle indagini. Ed era toccato proprio a lui, D’Ambrosio, togliere praticamente alla sostituta Tiziana Parenti, uscita poi dalla magistratura per farsi eleggere alla Camera nelle liste berlusconiane di Forza Italia, una parte degli accertamenti sul conto svizzero “Gabbietta” di Primo Greganti, che si occupava dei conti del Pci.

Antonio Di Pietro

Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici, dipinto generalmente come l’ariete della Procura milanese per la smania anche dichiarata di “sfasciare” chi gli capitava a tiro, come rivelò lo stesso Borrelli, non aspettò neppure il pensionamento per passare alla politica. Lasciata la magistratura tra sorprese e polemiche, egli si fece eleggere senatore nel collegio rosso e blindato del Mugello, inutilmente contrastato da Giuliano Ferrara a destra e da Sandro Curzi a sinistra. Poi allestì un suo partito, Italia dei Valori, che fu l’unico col quale il Pd pur a vocazione maggioritaria di Walter Veltroni accettò nelle elezioni del 2008 di apparentarsi, concedendogli poi anche di fare gruppo autonomo in Parlamento.

Piercamillo Davigo

Già prima, tuttavia, di lasciare la magistratura Di Pietro era riuscito a guadagnarsi l’attenzione, l’interesse e quant’altro addirittura di Berlusconi, che gli offrì inutilmente nel suo primo governo, nel 1994, il Ministero non certo irrilevante dell’Interno, E a Piercamillo Davigo, un altro sostituto di Borrelli, il Ministero della Giustizia, per fortuna anch’esso rifiutato. Dico “per fortuna” avendo tutti rischiato in quel momento di avere in via Arenula un battutista, quanto meno, inchiodato a torto o a ragione a una battuta, appunto, in televisione sull’assolto equivalente a un colpevole che l’ha fatta franca: non proprio il massimo, diciamo, per un magistrato quale lui era ancora in quel momento. E non è più adesso, in pensione ed ex consigliere superiore della magistratura. Cui peraltro auguro sinceramente di uscire indenne dall’indagine in corso su una violazione di segreto di cui dubito, essendo stato destinatario legittimo, come consigliere superiore della magistratura, di un verbale trasmessogli da un sostituto procuratore di Milano -Paolo Storari- non a caso appena confermato al suo posto proprio dal Consiglio del Palazzo dei Marescialli.

Francesco Greco

Oltre al Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi, che aveva chiesto il trasferimento di Storari, la decisione del Consiglio Superiore ha spiazzato, a dir poco, il capo della Procura di Milano Francesco Greco, un altro della covata di Francesco Borrelli. Ora, in attesa di andare in pensione a novembre, egli dovrà ancora tenersi Storari come sostituto, pur avendone duramente contestato le proteste contro le ritardate indagini sulla presunta loggia massonica rivelata dall’avvocato Piero Amara. In più, Storari nel rapido procedimento avviato contro di lui da Salvi si è guadagnato la solidarietà pubblica di un bel po’ di magistrati ambrosiani.

Gabriele Cagliari
Gherardo Colombo

Della squadra di Borrelli consentitemi infine di ricordare Gherardo Colombo per apprezzarne il disagio, quanto meno, da lui avvertito nel ricorso un po’ troppo frequente alla carcerazione preventiva o cautelare durante le indagini “Mani pulite”. Non mancarono peraltro tragici incidenti, fra i quali il suicidio di Gabriele Cagliari nel 1993, dopo un interrogatorio su cui per fortuna non posso dilungarmi per mancanza di spazio.

Pubblicato sul Dubbio

Clamorose la bocciatura di Salvi e la conferma di Storari alla Procura di Milano

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo del Riformista

            Come in politica con la storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, secondo le interpretazioni di parte del compromesso di turno, così col verdetto del Consiglio Superiore della Magistratura sul sostituto procuratore di Milano Paolo Storari -confermato al suo posto dopo il trasferimento per incompatibilità ambientale chiesto dal Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi- si sono divisi fra lo Storari “assolto”, o comunque lasciato dov’è, del Fatto Quotidiano e del Corriere della Sera e il Salvi “battuto” del Riformista e, con minore evidenza, della Verità. C’è stato anche chi come la Repubblica per non sbagliare ha preferito togliere l’argomento dalla prima pagina, preferendone altri offerti dall’attualità.

Il Procuratore Generale della Cassazine Giovanni Salvi
Titolo del Fatto Quotidiano

            La propensione favorevole all’accusa, come d’abitudine da quelle parti, è stata tradita dal Fatto Quotidiano scrivendo sopra la testata che “ora si vedrà chi ha sbagliato davvero”. Eppure è evidente che a sbagliare è stato il Procuratore Generale della Cassazione, la cui richiesta di trasferire Storari è stata bocciata, o respinta, come si preferisce. Non parliamo poi della pronta solidarietà raccolta da Storari fra i colleghi ambrosiani.

            Si è scritto da qualche parte, forse neppure a torto, che Salvi si è meritata o procurata la sconfitta per errore di motivazione, avendo chiesto il trasferimento di Storari non tanto per quello che aveva fatto – reclamando indagini immediate sulle rivelazioni dell’avvocato Piero Alamara a proposito di una loggia massonica chiamata “Ungheria”, da un’omonima piazza romana, di grande influenza sulla magistratura e passandone i verbali all’allora consigliere superiore Piercamillo Davigo- quanto per “la risonanza mediatica” avuta dalla vicenda.

            In effetti la motivazione era troppo modesta rispetto al merito del conflitto obiettivamente esploso nella Procura di Milano, il cui capo Francesco Greco peraltro è finito sotto indagine a Brescia. Dove non so se gli basterà, per uscirne indenne a pochi mesi dal pensionamento, ridenunciare “la slealtà e le menzogne” contestate al sostituto, diciamo così, ribelle. Che reclamava l’apertura formale di indagini con la sola o prevalente colpa di mettere così a rischio la credibilità di fonti usate dalla Procura ambrosiana in un processo per corruzione internazionale poi perso contro l’Eni, Di cui Amara era stato un avvocato esterno.

Luca Palamara
Il capo della Procura di Milano Francesco Greco

            Peraltro la “risonanza mediatica”, per restare alle parole dell’accusa, non aveva impedito a Salvi nei mesi precedenti di sottrarvisi di fatto in un’altra clamorosa vicenda: quella di Luca Palamara e della sua partecipazione, prima come leader sindacale delle toghe e poi come consigliere superiore della magistratura, alla gestione correntizia e politicizzata delle carriere giudiziarie. A proposito delle quali Salvi aveva praticamente disposto, non so neppure se avendone davvero i titoli, che non potessero essere contestati giudiziariamente gli aiuti chiesti o ottenuti, o entrambi, dagli interessati all’assegnazione degli uffici via via assegnati dal Consiglio Superiore.

            Per quei traffici, chiamiamoli così, di influenze nelle carriere giudiziarie Palamara è stato radiato dalla magistratura, con decisione del Consiglio Superiore appena confermata dalla Cassazione, prima ancora di risponderne in un processo, per cui non ha forse tutti i torti l’interessato, pur partecipe di un sistema non certo inventato da lui ma di sicuro neppure esaltante, a ritenersi a questo punto un capro espiatorio.

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Un guaio ora avvertito anche sotto le 5 Stelle il Parlamento delegittimato

La festosa approvazione parlamentare del taglio dei seggi della Camera e del Senato

            Anche se la firma non è tra le più autorevoli, con tutto il rispetto per l’interessato, la competenza è più amministrativa che costituzionale e la collocazione del suo articolo -a pagina 13 del Fatto Quotidiano di ieri, senza uno straccio di richiamo in prima- non incoraggia di certo ad accreditarlo più di tanto sotto le cinque stelle, l’ex consigliere di Stato e professore Filoreto D’Agostino ha mostrato di non condividere almeno i tempi dei consistenti tagli orgogliosamente apportati dai grillini ai seggi parlamentari.

            D’Agostino ha riconosciuto che un Parlamento destinato a cambiare così tanto nella sua prossima edizione, peraltro – senza che il professore lo abbia fatto rilevare, credo per delicatezza- con i grillini per primi destinati a tornarvi non certo nella sorprendente percentuale del 2018,  quasi da vecchia e centralissima Dc, è ormai troppo delegittimato per poter eleggere a febbraio prossimo un presidente della Repubblica davvero nuovo, in grado di rappresentare per i sette anni successivi l’unità nazionale. Della della quale parla, a proposito della  figura del capo dello Stato, l’articolo 87 della Costituzione prima di elencarne i poteri, compreso quello dello scioglimento anticipato delle Camere che perde però nell’ultimo semestre del mandato, comunemente chiamato perciò bianco e appena cominciato.

            Non ci voleva molto, in verità, a prevedere questo inconveniente. Quando mi permisi di farlo notare già nel 2018 ad un esponente oggi graduato del Movimento 5 Stelle che non nomino perché potrebbe sdegnosamente smentirmi non disponendo io di testimoni, mi sentii liquidare l’osservazione come “una fesseria”. Erano d’altronde i giorni in cui i grillini ritenevano di avere allestito con Giuseppe Conte presidente del Consiglio, in realtà guidato dai due vice presidenti Luigi Di Maio e Matteo Salvini, un governo addirittura di legislatura. E di una legislatura a scadenza ordinaria, destinata cioè a durare cinque anni, magari propedeutica ad un’altra in cui il MoVimento potesse governare da solo.

Sul Fatto Quotidiano di oggi
Sul Fatto Quotidiano di ieri

            Cosa si dovrebbe fare allora alla scadenza del mandato di Mattarella, vista la delegittimazione delle Camere attuali sancita con tanto di referendum confermativo? Semplice, anzi semplicissimo: “riconfermare per un anno” il presidente uscente, pur fingendo di confermarlo per altri sette. Un anno basterebbe, e avanzerebbe, per consentire al Parlamento di eleggere nel 2023 un Capo dello Stato pienamente legittimato anche lui. E’ l’uovo di Colombo, prima ancora che di D’Agostino. Resta solo da convincere Mattarella, che mi risulta già impegnato a cercare una casa in affitto dove trasferirsi a febbraio dall’alloggio del Quirinale, possibilmente vicino a quella della figlia. Ma bisognerà forse convincere anche il presidente in pectore dei grillini Giuseppe Conte, mezzo tentato da una promozione/rimozione di Draghi. E forse più d’accordo col Fatto Quotidiano di oggi, che ha già preso le distanze da D’Agostino pubblicando, sempre defilato, un articolo di segno opposto della non pur titolata Silvia Truzzi. Nel cui titolo si legge addirittura in rosso: “Balle”. E si aggiunge: “Il bis di Mattarella sembra inevitabile, ma non è affatto così”.  Il Presidente uscente insomma può continuare a cercare casa per godersi il famoso riposo di cui lui parlò nei mesi scorsi ad una scolaresca, giustificato dalla fatica obiettivamente costatagli questa anomala legislatura in corso, comprensiva di follie politiche e pandemia.

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Il rapporto privilegiato col Pd dietro le mancate scuse grilline all’assolto Caridi

Titolo del Dubbio

Apparentemente marginale, se non addirittura estranea alla valutazione giuridica della sua assoluzione, dopo cinque anni di processo di primo grado e una ventina di mesi di carcere definito cautelare, c’è un passaggio dell’intervista dell’ex senatore forzista Antonio Stefano Caridi al Dubbio che meglio non potrebbe rappresentare l’attuale situazione politica. Che è anomala non solo o non tanto per il semestre bianco appena cominciato – in cui si può giocare alla crisi senza rischiare elezioni anticipate perché il presidente della Repubblica in scadenza di mandato non può sciogliere anticipatamente le Camere, a meno che non si dimetta perché le possa sciogliere il successore o lui stesso se improbabilmente rieletto- quanto per l’ambivalenza, l’equivocità e quant’altro dei rapporti creatisi fra alcuni partiti della maggioranza.

Antonio Caridi al centro della foto nell’aula del Senato il 4 agosto 2016, prima di consegnarsi al carcere

            Che cosa ha detto, in particolare, Caridi al Dubbio. Che non si aspetta, dopo la sua assoluzione dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa di genere calabrese, seguita all’accusa originaria di associazione piena, le scuse dei grillini: né di Luigi Di Maio -evocato dalla intervistatrice Simona Mosca per quelle formulate nei mesi scorsi all’ex sindaco di Lodi appena assolto dall’accusa di turbativa d’asta dopo che lo stesso Di Maio, allora capo del MoVimento 5 Stelle ne aveva sollecitato in piazza l’arresto- né di Giuseppe Conte. Il quale grazie alla spigola offerta a Beppe Grillo in un ristorante di Marina di Bibbona è tornato a poter aspirare alla presidenza del MoVimento, graziato dalla bocciatura gridata una ventina di giorni prima in diretta internettiana dal garante e comico genovese.

            “L’ex sindaco di Lodi è del Pd”, ha ricordato Caridi. In effetti è del Pd Simone Uggetti, come si chiama l’ex sindaco della città del ministro piddino della Difesa Lorenzo Guerini, che Matteo Renzi chiamava pur affettuosamente Arnaldo, paragonandone stile e altro a Forlani, nonostante il suo amico proveniente dalla Dc avesse militato in realtà nella corrente di Giulio Andreotti.

“La maggioranza oggi è quella e l’interesse di Di Maio sta tutto lì. Si difendono tra loro. Lo hanno fatto sempre e lo faranno sempre”, ha aggiunto e al tempo stesso spiegato Caridi sottolineando il carattere, chiamiamolo così, privilegiato del rapporto creatosi all’interno della maggioranza di governo fra il Pd, appunto, e il Movimento 5 Stelle: tanto privilegiato “da sempre”, nel senso già dai tempi del secondo governo di Giuseppe Conte, dopo la rottura fra leghisti e grillini, che persino Mario Draghi e Marta Cartabia hanno dovuto tenerne conto.

La guardasigilli Marta Cartabia ieri alla Camera

Se infatti i grillini all’esterno del governo non avessero trovato una sponda nel Pd quando hanno contestato le modifiche predisposte dal governo Draghi alla riforma del processo penale ancora ferma nella Commissione Giustizia della Camera, peraltro smentendo i ministri pentastellati che le avevano approvate, il presidente del Consiglio e la ministra della Giustizia Marta Cartabia non le avrebbero cambiate. E neppure accettato forse di trattare, essendo stati i primi emendamenti già un compromesso rispetto alle posizioni di partenza della guardasigilli, come da lei stessa precisato alle prime avvisaglie dell’offensiva aperta da un Conte ringalluzzito dalla spigola di Bibbona.

Il voto a Montecitorio sul processo penale

Grazie alle ulteriori modifiche eufemisticamente preannunciate come “aggiustamenti tecnici”, anzi “piccoli aggiustamenti tecnici” in una intervista al Corriere della Sera rilasciata dal capogruppo del Pd nella Commissione Giustizia di Montecitorio, Alfredo Bazoli, il reato contestato di risulta a Caridi- il concorso esterno in associazione mafiosa dopo l’associazione mafiosa di genere calabrese bocciata dal tribunale del riesame- è di quelli protetti rispetto alla “improcedibilità” liquidata come “schiforma” dal Fatto Quotidiano. Che giustamente, dal suo punto di vista, si è vantato di avere quanto meno ridotto i presunti danni sostenendo la lotta di Conte propedeutica al suo arrivo, finalmente, alla presidenza del MoVimento 5 Stelle. “Rimarranno improcedibili -ha scritto Marco Travaglio nel suo editoriale finalmente sazio dopo tanta dieta- solo i processi d’appello più lunghi rispettivamente di 6 e di 4 anni”, secondo la gravità dei reati, “cioè pochi”. Sono state insomma conquistate le libbre di carne sufficienti ad appagare l’appetito giustizialista.

Fra i reati, diciamo così, a regime protetto dai rischi di improcedibilità, grazie alla genericità di quelli di mafia tanto appagante per i professionisti dell’antimafia già lamentati da Leonardo Sciascia senza prevederne la proliferazione ulteriore, c’è anche quello assai controverso ed evanescente del concorso esterno.

Quanto il Pd abbia elettoralmente da guadagnare dal rapporto sostanzialmente privilegiato con i grillini coltivato dal segretario Nicola Zingaretti ed ereditato dal successore Enrico Letta con tranquillità olimpica -da medaglia d’oro, per attenerci alle immagini provenienti da Tokyo- è difficile valutare. E più facile prevederne piuttosto i danni. E non è affatto detto che l’elezione di Conte fra qualche giorno a presidente del MoVimento 5 Stelle metterà almeno ordine nella gestione del rapporto privilegiato col Pd perché dall’ex presidente del Consiglio continuerà a differenziarsi il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ora su un versante più governista, o moderato, come altri preferiscono definirlo, ma domani chissà, perché la situazione rimane sotto le cinque stelle fluida, o gassosa. E tale mi sembra destinata a restare almeno fino a quando nuove elezioni non avranno definito esattamente la consistenza dell’ormai ex movimento di maggioranza.

Pubblicato sul Dubbio

Troppi misfatti in nome della lotta alla mafia, anche nella riforma del processo

            Quei cartelli degli ex, post e non so cos’altro dei grillini sventolati nell’aula della Camera, dove per un po’ sono stati occupati per protesta anche i banchi del governo, la dicono lunga sulle menzogne di cui è farcita la campagna contro la riforma del processo penale. Che sarebbe stata concepita per la “impunità di Stato” e per meritarsi i “ringraziamenti” della mafia

L’ex senatore Caridi

Il caso ha voluto che questa riforma approdasse nell’aula di Montecitorio in coincidenza con la piena assoluzione in primo grado, dopo una ventina di mesi di carcere e cinque anni di processo, dell’ex senatore forzista Antonio Stefano Caridi, accusato di associazione alla mafia calabrese, poi del solito e solo concorso esterno. Il suo arresto fu naturalmente autorizzato dal Senato con una votazione che l’allora presidente Pietro Grasso, ex magistrato, volle così rapida da invertire l’ordine del giorno della seduta.

Caridi al Dubbio

            Il discorso  pronunciato in aula da Caridi in sua difesa, come lo stesso Caridi ha ricordato, non fu neppure ascoltato dai senatori grillini, che “giocavano al telefonino” sicuri del (mis)fatto perché il Pd aveva garantito -fatta eccezione per Luigi Manconi- il loro voto a favore dell’arresto: un sì tanto convinto e significativo da essere annunciato e motivato dall’allora capogruppo Luigi Zanda.

Ancora Caridi al Dubbio

            Non credo che abbia torto Caridi neppure nella seconda denuncia politica, chiamiamola così, fatta nella sua intervista al Dubbio quando gli sono state ricordate le scuse rivolte qualche tempo fa dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio all’ex sindaco di Lodi assolto dall’accusa di turbativa d’asta, dopo l’arresto sollecitato in piazza dai grillini guidati allora dallo stesso Di Maio. “L’ex sindaco di Lodi è del Pd. La maggioranza oggi è quella e l’interesse di Di Maio sta tutto lì. Si difendono tra loro. Lo hanno fatto sempre e lo faranno sempre”, ha osservato Caridi, che non sarà più senatore ma non ha certamente perduto la capacità di una pertinente lettura politica dei fatti.

Seconda votazione di fiducia alla Camera

            La vicenda Caridi dimostra da sola non solo la commistione di lotta politica e giudiziaria che ammorba ormai da troppi anni l’Italia, e di cui francamente è ormai impossibile stabilire a chi debba essere attribuita la maggiore responsabilità fra la politica e la magistratura, ma anche i limiti del compromesso che persino un uomo come Mario Draghi e una donna come Marta Cartabia hanno dovuto accettare per garantirsi, ricorrendo persino a due voti di fiducia alla Camera, l’approvazione della riforma del processo penale. Nel cui testo modificato dopo una trattativa giustamente vantata, dal suo punto di vista, il presidente in pectore dei grillini Giuseppe Conte, il reato da cui è stato appena assolto Caridi perché il fatto non sussiste è di quelli per i quali continua ad essere un sostanziale espediente verbale la “ragionevole durata del processo” garantita dall’articolo 111 della Costituzione.

            Con decisioni del giudice pur impugnabili in Cassazione i tempi di un processo per concorso esterno in associazione mafiosa potranno superare i tre anni o i diciotto mesi che dal 2025 comporteranno la cosiddetta “improcedibilità”, sostitutiva della prescrizione voluta nel 2019 dall’allora guardasigilli grillino Alfonso Bonafede all’esaurimento del primo grado di giudizio. Un ricorso contro l’assoluzione da concorso esterno in associazione mafiosa continuerà a tenere in ostaggio l’imputato.. Se non è un’oscenità, ditemi voi come chiamarla.

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L’Italia felix di questa estate sorprendente, e di questo governo fortunato

Naturalmente sul Fatto Quotidiano
Titolo sul Tempo

            Persino Francesco Storace, l’ex ministro della destra oggi all’opposizione e poi presidente della regione Lazio, che non è certo l’economista consulente di Palazzo Chigi Riccardo Puglisi, col quale se l’è presa Marco Travaglio deridendone “la lingua più veloce del mondo” per avere avvertito qualcosa più di una “coincidenza” fra gli ori di Tokio agli atleti italiani e il governo guidato da Mario Draghi, si è lasciato tentare dalla riconoscenza, chiamiamola così, con la promozione del presidente del Consiglio a “un portafortuna” del suo e nostro Paese. Speriamo che ora il direttore del Fatto Quotidiano, sempre nostalgico di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, convinto che ne sia stato allontanato con un delitto politico, non s’infili negli uffici dell’Anagrafe romana o comunque non provveda direttamente sul proprio giornale a storpiare il cognome di Storace per dargli dello Starace, il gerarca fascista che imbarazzò per il suo zelo persino Mussolini.

            D’altronde, le notizie da Tokio hanno strappato applausi unanimi anche in un’aula tesa politicamente come quella di ieri a Montecitorio. Dove si discute con le maglie della questione di fiducia la riforma del processo penale fra recriminazioni di ogni tipo su chi ha ceduto di più o di meno nel compromesso raggiunto nella maggioranza sulle modifiche finali del governo al testo originario per archiviare in qualche modo la prescrizione targata Bonafede, e assegnare tempi certi almeno ad una parte dei giudizi d’Appello e di Cassazione. Quella della Camera è stata un po’ una standing ovation liberatoria, giustamente apprezzata anche dall’oratore forzista inizialmente inconsapevole dei motivi per i quali nessuno stava praticamente a sentirlo, preferendogli le informazioni per telefonino dalle Olimpiadi.

Titolo del Corriere della Sera
Titolo della Repubblica

            Non avremo mai processi rapidi come la corsa di Marcel Jacobs, l’italiano più veloce del mondo nei cento metri, nè il pil nazionale, per quanto in ripresa, salterà mai come Gianmario Tamberi, l’italiano che schizza più in alto nel mondo, ma non è questo certamente che possiamo chiedere ed aspettarci dal governo in carica da febbraio. Può bastarci che continui a portarci fortuna anche e oltre il temuto semestre bianco che comincerà domani, durante il quale i giocolieri della crisi potrebbero essere tentati dalla impossibilità del presidente della Repubblica, in scadenza di mandato, di sciogliere anticipatamente le Camere. Salvo che, in caso di crisi appunto, Sergio Mattarella non li spiazzi anticipando con le dimissioni la fine dell’incarico. E restituendo al suo successore, o a se stesso in caso di rielezione, quel potere tanto angoscia un Parlamento in cui per forza di cose – tra seggi tagliati e voti perduti- sono più quelli in uscita sicura che quelli in grado di potere tornare davvero.

            Vale anche per i governi ciò che Napoleone, abituato alle guerre, diceva dei generali, preferendo i più fortunati ai più bravi. Meglio naturalmente se sono insieme bravi e fortunati.

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Il Fatto Quotidiano candida con una lettera Rosy Bindi al Quirinale

            Il cantiere quirinalizio del Fatto Quotidiano ha orario continuato. Si demoliscono e costruiscono statue di candidate femminili alla successione a Sergio Mattarella: le più temute di fronte alla persistente indisponibilità del presidente uscente della Repubblica ad essere rieletto – magari solo per passare la parola al prossimo e più legittimato Parlamento, fortemente ridotto di seggi- e alla consapevolezza che dopo tanti uomini al vertice dello Stato è forse giunta davvero l’ora di una donna.

Titolo di ieri

            Estromessa d’ufficio dalla gara, come vi era entrata, la ministra della Giustizia Marta Cartabia con un titolo sul “Colle più lontano” dopo lo scontro con Giuseppe Conte sulla riforma del processo penale, per quanto conclusosi con un compromesso che lo stesso Conte sta difendendo dalle critiche degli irriducibili del MoVimento 5 Stelle, ingegneri, operai e ispettori del Fatto Quotidiano hanno improvvisato la costruzione di un’altra statua, o candidatura femminile.

            Alla Santa Marta, o sorella Maria del Vangelo secondo Luca, buttata giù dal piedistallo hanno sostituito la pasionaria del Pd appartatasi da un po’ di tempo ma sempre presente nel ricordo e nella devozione di Marco Travaglio e amici. E’ naturalmente Rosy Bindi, ex ministra ed ex presidente della Commissione parlamentare antimafia. Il cui nome per l’elezione a prima presidente donna della Repubblica è stato proposto da un lettore del Fatto protetto con l’anonimato dal direttore. Che si spera non si sia scritta da solo la lettera. A pensare male, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, si fa peccato ma s’indovina. Almeno qualche volta, se non spesso o sempre, secondo il grado di pessimismo del lettore o osservatore di turno.

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Il futuro di Draghi è più europeo che italiano, dopo la missione a Palazzo Chigi

Titolo del Corriere della Sera

            Critici ed avversari di Mario Draghi -vedrete- faranno le pulci al Corriere della Sera per avere in qualche modo gonfiato sulla prima pagina un sondaggio col quale gli europei “votano” come loro leader “prima Merkel, poi Draghi”. Diranno -sempre critici ed avversari del presidente del Consiglio- che il quotidiano italiano più diffuso ha voluto compiacere il suo editore, Urbano Cairo. Il quale ha appena spiegato al Giornale della famiglia Berlusconi perché, pur essendo stato durante l’ultima crisi di governo favorevole ad una riconferma di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, è oggi soddisfattissimo di Draghi. E guai, praticamente, a chi lo tocca, probabilmente a cominciare dallo stesso Conte se dovesse tornare quello che è apparso nei giorni scorsi, anche all’interno del Movimento 5 Stelle di cui sta per diventare presidente, tentato cioè dall’idea di una crisi, o di uno sganciamento dalla maggioranza, per riaprire i giochi. Ora egli sembra sedato dal compromesso strappato sulla riforma del processo penale.

Urbano Cairo

            “Non sapevo che Draghi fosse disponibile” a fare il governo, ha detto Cairo per spiegare la sua sostanziale adesione, sino a gennaio, alla cosiddetta “linea Conte o morte”, cioè elezioni anticipate. Neppure sapeva, evidentemente, della contrarietà del presidente della Repubblica a mandare gli italiani alle urne durante la pandemia, fermo alle indiscrezioni giornalistiche d’autunno su Mattarella pronto invece a sciogliere anticipatamente le Camere. Una volta saputo, contemporaneamente, di Mattarella contrario al voto e di Draghi disposto a realizzare il governo di emergenza propostogli dal Quirinale, l’editore del Corriere della Sera è diventato così tanto convinto, così contento, così entusiasta del nuovo presidente del Consiglio che il suo giornale gli ha offerto quel bel titolo su “prima Merkel, poi Draghi”  in un “sondaggio in tutti i paesi” dell’Unione. Che non sono poi davvero tutti perché il sondaggio, condotto da vari istituti sotto l’egida di Euroskopia, in realtà si è limitato ai cinque paesi più popolosi -Germania, Italia, Francia, Spagna e Polonia- più l’Austria. E ha riguardato non il leader vero e proprio della comunità europea, ma chi, tra i vari leader, ha meglio fronteggiato l’emergenza della pandemia.

            A conferma della complessità e insieme specificità  del problema, i voti da 1 a 10 non sono risultati alti per nessuno. Sono anzi risultati un po’ bassini per tutti, per cui già una sufficienza è risultata un successo. La cancelliera tedesca è stata l’unica a raggiungerla in patria e fuori, col 6,15 comunitario e 6,41 tedesco. Draghi ha preso  6,45 in Italia e 5,73 fuori casa. Tutti gli altri, dal francese Emmanuel Macron allo spagnolo Pedro Sanchez, dal polacco Mateus Morawecki all’austriaco Sebastian Kruz sono rimasti dappertutto ben sotto la sufficienza, e quel 5,73 di Draghi, come anche la presidente della Commissione Europea.

            Eppure, nonostante questi limiti numerici dei risultati del sondaggio enfaticamente annunciato dal Corriere della Sera, proprio per la gravità del problema su cui i vari leader sono stati pesati, quello di Draghi mi sembra un ottimo piazzamento, nonostante a dargli quasi 7 siano stati solo gli italiani. Visto anche l’annunciato ritiro della Merkel, il livello europeo della leadership di Draghi è confermato, lo rafforza a Palazzo Chigi e lo lancia più verso traguardi comunitari che nazionali. Il suo futuro insomma mi sembra proiettato più sull’Europa del dopo-elezioni del 2024 che sul Quirinale o sull’Italia del dopo-elezioni del 2023, o prima ancora.

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La parabola trentennale della Procura della Repubblica di Milano

            A proposito delle indagini della Procura di Brescia annunciate a carico del capo della Procura ambrosiana Francesco Greco per omissione d’atti d’ufficio, almeno per ora, si può dire che tutto, o quasi tutto, cominciò a Milano nel 1992, con l’arresto di Mario Chiesa in flagranza di tangenti nel suo ufficio di presidente del Pio Albergo Trivulzio, e tutto, o quasi tutto, potrebbe concludersi a Milano.

Frank Cimini sul Riformista

            Nel 1992 Greco aveva 41 anni ed era uno dei sostituiti procuratori di Francesco Saverio Borrelli. Oggi egli regge quella Procura da cinque anni e dovrebbe andare in pensione a novembre, quando ne compirà 70. Ma il vecchio, direi storico cronista giudiziario Frank Cimini, napoletano come Greco insediato per lavoro in Lombardia, gli ha già suggerito dalle colonne del Riformista di rinunciare volontariamente e in anticipo all’incarico perché “non sembra in grado di riguadagnare l’antica credibilità”. Egli sarebbe indebolito non solo e non tanto dal procedimento avviato a Brescia, dove non è certamente la prima volta che si indaga su magistrati operanti a Milano, quanto dai contrasti esplosi su di lui all’interno della Procura, e più in generale del tribunale di Milano.

Greco è accusato, sospettato e quant’altro di non avere promosso l’azione penale sollecitata dal suo sostituto Paolo Storari per le rivelazioni di un avvocato, Piero Amara, troppo prezioso quale teste contro l’Eni in un processo di corruzione internazionale in corso per rischiare di comprometterne la credibilità. Questo processo tuttavia si è concluso con la sconfitta dell’accusa, per quanto questa avesse omesso di rendere pubblici elementi favorevoli agli imputati emersi dalle indagini.

Francesco Saverio Borrelli

            Tutto o quasi, dicevo, cominciò a Milano con Francesco Greco come uno dei sostituiti di Francesco Saverio Borrelli -famoso anche per quel “resistere, resistere, resistere” gridato in tribunale contro il governo di turno presieduto da Silvio Berlusconi, non sconosciuto di certo negli uffici ambrosiani d’accusa- e tutto o quasi potrebbe concludersi  a Milano. Cosa sia questo tutto o quasi prescinde dalle persone, a cominciare dal capo uscente della Procura ambrosiana per finire -a ritroso- con la buonanima di Francesco Saverio Borrelli, e riguarda il protagonismo assegnatosi da quella postazione e riconosciutagli da tutto il sistema giudiziario, con l’appoggio di quasi tutti i giornali. Dagli avvisi di garanzia in partenza da Milano, dalle sue richieste di arresti, quasi sempre concesse ed eseguite davanti a telecamere puntualmente presenti, cominciò a ruotare tutta la politica: sia quella della morente prima Repubblica sia quella delle successive edizioni .

            A toccare quel protagonismo, insidiato solo dalla Procura di Palermo col filone giudiziario non della corruzione ma della mafia, si rischiava grosso. Rischiavano i giornalisti con processi per diffamazione senza scampo, o quasi, e i politici. Ci rimise il posto anche un ministro della Giustizia, il compianto Filippo Mancuso, sfiduciato al Senato per avere osato ordinare un’ispezione sgradita a Milano. Sono fatti, non illazioni. E solo i fatti potranno ora dirci se e quanto le cose siano cambiate, o possano cambiare.

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