Il sogno indiscreto di Brunetta di succedere a Draghi, anche per un istante

Titolo del Dubbio

              Si era pensato che la successione a Sergio Mattarella, anche a causa delle particolarissime condizioni politiche e istituzionali in cui sta maturando, in un Parlamento vicino alla scadenza ordinaria -e destinato entro un anno ad essere sostituito da Camere ridotte di un più di un terzo dei seggi, con equilibri politici sicuramente diversi- potesse fornire la buona occasione anche per un cambiamento di genere. Al Quirinale si sono avvicendati in tutta la storia della Repubblica solo uomini. Abbiamo insomma una Repubblica infelicemente maschilista, dalla quale sarebbe stato, e sarebbe ancora possibile, uscire una buona volta, coerentemente con quanto già accaduto ai vertici delle Camere.

              Sembra invece che non sarà di genere la novità del Quirinale. Dove potremmo invece assistere, con tutte le riserve imposte dalla nostra imprevedibile politica, ad una “prima volta” di altro tipo, tutto istituzionale, ma sempre al maschile. In particolare, potrebbe diventare presidente della Repubblica, primo in assoluto sotto i soffitti dorati della ex Reggia laica e religiosa, il presidente del Consiglio in carica. Che da uscente, magari obbligato solo dal galateo a rimettere il proprio mandato al nuovo presidente della Repubblica, si troverebbe nelle condizioni di uscito all’istante, per incompatibilità costituzionale.

                Poiché l’Italia è notoriamente il Paese della complicazione delle cose semplici, figuratevi che cosa è scoppiato fra gli esperti, cerimonialisti,  storici, dilettanti o alle prese con qualcosa stavolta di complicato davvero, oltre che inedito, senza un precedente cui appendersi.

                  Le dimissioni di un presidente del Consiglio vanno presentate a chi lo ha nominato, o comunque è titolare del potere di nomina, cioè il capo dello Stato. Ma come farebbe Draghi a dimettersi con Mattarella decaduto? O a dimettersi con se stesso, girandosi un biglietto dalla mano destra alla mano sinistra, o viceversa? Speriamo che non finisca questa per diventare comicamente la parete contro cui fare sbattere la corsa, virtuale o reale che sia, di Draghi al Quirinale, di fatto introducendo per il capo del governo la ineleggibilità alla Presidenza della Repubblica.

Su Repubblica del 1° novembre
Michele Ainis su Repubblica

                    In questo scenario che non si sa se definire più comico -ripeto- o drammatico, il buon Michele Ainis, da costituzionalista ferrato e anche spiritoso che è, ha comunque indicato  su Repubblica un passaggio, diciamo così obbligato: la promozione di fatto per anzianità, non si sa per quante ore o giorni, o settimane, o istanti,  del ministro forzista Renato Brunetta a presidente del Consiglio. Con quanta ansia per Matteo Salvini, viste le polemiche che spesso li investono sui futuri scenari politici, vi lascio immaginare. 

Pubblicato sul Dubbio

Salvini rompe le uova nel paniere di Berlusconi e apre a Draghi al Quirinale

Titolo del Fatto Quotidiano

Mentre Mario Draghi raggiungeva a Glasgow la conferenza delle Nazioni Unite sul clima per sottolinearne la continuità rispetto al G20 da lui appena presieduto a Roma, anche il leader leghista Matteo Salvini lo accreditava per l’elezione al Quirinale, come aveva fatto da poco Giuseppe Conte, dissipandone tuttavia i timori di un conseguente scioglimento anticipato delle Camere. Che pure per l’ex vice di Conte a Palazzo Chigi, ai tempi della maggioranza gialloverde, dovrebbero essere rinnovate alla scadenza ordinaria del 2023: non foss’altro per evitare, anche se Salvini ha voluto evitare di dirlo esplicitamente, di regalare al segretario del Pd Enrico Letta e ad altri timorosi delle reazioni dei magistrati di fare rinviare col ricorso anticipato alle urne i referendum di primavera sulla giustizia. Che, in verità, non piacciono neppure a Conte, sensibile agli umori della “casta” togata, com’è ormai avvertita anche da Sergio Mattarella nei richiami ad una salutare “rigenerazione”, ma costretto a scegliere i referendum come male minore rispetto ad un turno elettorale tanto ravvicinato quanto esiziale per il suo MoVimento 5 Stelle.

L’uscita di Salvini a favore di Draghi al Quirinale e contro le elezioni anticipate rompe l’unità del centrodestra recentemente annunciata dopo due vertici nella villa romana di Silvio Berlusconi. Che non si è mai formalmente candidato al Quirinale, come notava qualche giorno fa il suo vice Antonio Tajani alla presidenza di Forza Italia, ma si è lasciato implicitamente coinvolgere, diciamo così, nella corsa dicendo pubblicamente, non in qualche colloquio privato, di “non volersi tirare indietro” dalla possibilità di essere ancora “utile” -ha detto- al Paese. E l’utilità di una pur improbabile, difficile e quant’altro salita dell’ex presidente del Consiglio al Colle è stata spiegata sul Giornale di famiglia dal direttore Augusto Minzolini nella prospettiva anche di una “pacificazione” del Paese dopo tutti gli scontri politici di cui Berlusconi è stato partecipe, quanto meno.

L’editoriale odierno del Giornale
Minzolini sul Giornale

Che pacificazione ci sarebbe -ha chiesto proprio oggi Minzolini, tornando a scrivere della corsa al Quirinale ma evitando di polemizzare direttamente con Salvini, ignorato nel suo nuovo editoriale- se alla Presidenza della Repubblica dovesse arrivare uno come Draghi? Bravissimo, per carità, anche se reduce da un G20 un po’ troppo esaltato nelle sue conclusioni, ma rimasto rigorosamente estraneo alle lotte politiche della prima e della cosiddetta seconda Repubblica. Sarebbe l’ora di un politico, non di un tecnico, al Quirinale: E di un politico -ripeto- con le cicatrici della guerra politica addosso. “Avrebbe sicuramente più senso per l’uomo che ora ha i favori del mondo guidare il Paese da Palazzo Chigi per ammodernarlo”, ha concluso il direttore del Giornale. Che meglio non avrebbe forse potuto sostenere -gli va riconosciuto considerando i limiti formali dei poteri del capo dello Stato in una Repubblica ancora parlamentare- una corsa dalla quale Berlusconi non ha ancora ritenuto di “tirarsi indietro”, per restare al suo linguaggio usato non credo a caso, avendo egli maturato una certa esperienza anche in politica.

Titolo della Verità di Maurizio Belpietro
L’editoriale di Travaglio su Draghi e G20

Certo è che fa una certa impressione vedere allineati giornali così opposti politicamente come La Verità di Maurizio Belpietro a destra e del Fatto Quotidiano a sinistra convergere su un giudizio assai negativo sul G20 pur di ridimensionare l’ornai quirinabile Draghi. Che sarebbe “sommerso dalla melassa per un nulla di fatto”, ha titolato Belpietro. “Il flop trionfale”, ha titolato il suo editoriale Marco  Travaglio.

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Mario Draghi spinto verso il Quirinale a sua insaputa, o quasi

Titolo del Dubbio

Ora si vedranno le ricadute sul piano mondiale e su quello della politica interna del G20 di Roma ma, più in particolare, di Mario Draghi. Cui le fortunate coincidenze politiche certamente, ma anche la competenza e il personale prestigio internazionale hanno permesso di intestare un po’ l’evento, chiudendolo peraltro con una conferenza stampa che non ha lasciato alcuna domanda senza una documentata risposta, con padronanza assoluta degli argomenti trattatati nel summit.

Sul piano mondiale vedremo se e come gli accordi “non vincolanti” di Roma, come lo stesso Draghi ha tenuto a precisare, pur in una visione ottimistica maturata nel “multilateralismo” ereditato dalla cancelliera tedesca e leader europea uscente Angela Merkel, si innesteranno nella conferenza climatica delle Nazioni Unite a Glasgow. Si sono passati la staffett il presidente del Consiglio italiano e il premier inglese Boris Johnson.

Sul piano della politica interna vedremo se e come dall’evento appena concluso deriveranno effetti su Draghi nella doppia veste che ormai ha assunto, volente o nolente, di presidente del Consiglio e candidato al Quirinale per la successione a Sergio Mattarella.

E’ una successione della quale Draghi ha più volte detto che non è elegante, né opportuno, parlare sino alla conclusione materiale del mandato del capo dello Stato in carica, cui peraltro lui deve un riguardo particolare per essere stato davvero scelto da lui personalmente alla guida di un governo volutamente e dichiaratamente anomalo, fuori dagli schemi tradizionali e dopo la consumazione di due maggioranze di segno opposto realizzate dallo stesso uomo su designazione della stessa forza politica. Mi riferisco naturalmente a Giuseppe Conte, ripagato della fedeltà al MoVimento 5 Stelle diventandone presidente, una volta uscito da Palazzo Chigi, dopo una designazione, una clamorosa e furente bocciatura e un sorprendente recupero, in ordine rigorosamente cronologico, da parte del “garante” Beppe Grillo.

Berlusconi a Villa Grande dopo il vertice del centrodestra

Come non aveva fatto nulla per succedere a Conte, nonostante le manovre attribuitegli direttamente o indirettamente dai sostenitori e tuttora nostalgici dell’ex presidente del Consiglio, così Draghi non ha fatto nulla, nemmeno qualche smorfia in una delle conferenze stampa o incontri occasionali con i giornalisti in cui gli è capitato di essere interpellato sull’argomento, per accreditarsi in gara sulla strada del Quirinale. Ve lo hanno messo, o cercato di metterlo, giornali, partiti e singole personalità politiche: giornali come Il Foglio, di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa, dichiaratamente convinti che sette anni di Draghi al Quirinale siano migliori per l’Italia che un altro anno o poco più a Palazzo Chigi  “e poi chissà che cosa”; partiti come il MoVimento 5 Stelle appena espostosi con un’apertura a sorpresa di Conte, condizionata a garanzie contro lo scioglimento anticipato delle Camere,  la destra di Giorgia Meloni a condizione opposta;  personalità come il ministro forzista Renato Brunetta, almeno fino a quando nella “Villa Grande” dello stesso Berlusconi sull’Appia Antica la già ricordata Meloni, Matteo Salvini e il padrone di casa non si sono vincolati a muoversi unitariamente per la successione a Mattarella. Che non significa muoversi a favore di Draghi per due semplicissime ragioni, che stanno l’una dentro l’altra come in una matrioska.

La prima ragione, personalmente esposta da Berlusconi, è che Draghi -diversamente da quanto pensano Giuliano Ferrara ed altri amici dello stesso ex presidente del Consiglio, che lo chiamano ancora in redazione “l’amor nostro”- è “più utile al Paese che al Quirinale”, tanto più perché persino il segretario del Pd Enrico Letta si è spinto a immaginarlo a Palazzo Chigi “almeno fino al 2023”, non  escludendone quindi la conferma nella prossima legislatura. La seconda ragione, anch’essa esposta personalmente dall’interessato, sta nella frase di Berlusconi. in un collegamento telefonico con un convegno di ex democristiani a Saint Vincent, che “non si tirerà indietro” alludendo appunto alla corsa al Quirinale. Che anche per lui, per carità, come per Draghi e per Enrico Letta, almeno quello della “moratoria” proposta a questo scopo il mese scorso, non sarebbe educato aprire anzitempo, ma cui evidentemente non ci si potrebbe sottrarre, o tirarsi indietro, appunto, se aperta da altri.

Non c’è dubbio che nell’immaginario ormai collettivo, diciamo così, dopo il successo personale al G20 le quotazioni di Draghi per il Quirinale siano aumentate. Chissà quanti degli illustri ospiti del Quirinale– non i perditempo o i “banal grandi” liquidati nei titoli del suo giornale da Marco Travaglio-avranno pensato alla cena di sabato che i due capitavola, il presidente della Repubblica con Biden da una parte e il presidente del Consiglio Draghi con la Merkel dall’altra, fossero destinati a passarsi la mano.

Editoriale del Giornale di domenica

E’ proprio in vista di questa successione che il direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, Augusto Minzolini, ha scritto nell’editoriale di domenica che andrebbe detto senza ipocrisia, con la franchezza dovuta a una sana informazione e democrazia, che votando Draghi al Quirinale i parlamentari farebbero la fine dei tacchini a Natale, con tanto di elezioni anticipate. Meglio Berlusconi, quindi, sembrava sottinteso. Ma Conte si è mostrato più fiducioso, chiedendo praticamente a Draghi garanzie forse non impossibili per la prosecuzione della legislatura. La politica evolve a volte più di quanto non si creda, o non si tema, secondo i casi.  

Pubblicato sul Dubbio

Conte è il primo a trarre le conseguenze dal G20 candidando Draghi al Colle

Questa volta Giuseppe Conte non ha  voluto farsi cogliere di sorpresa, anche se non deve mettere in salvo niente, non dovendo difendere né la sua rimpianta postazione di Palazzo Chigi né una candidatura per quanto spericolata al Quirinale, svanita assieme alla guida del governo.

Lucia Annunziata a Rai 3

Prima ancora che Mario Draghi chiudesse formalmente il “suo” G20 con una conferenza stampa sulla “straordinarietà” -ha detto- dei risultati, per quanto siano mancati impegni precisi e vincolanti sulla vertenza delle vertenze che può definirsi la questione del clima,  Giuseppe Conte lo ha a suo modo candidato anche lui al Quirinale. Lo ha fatto anche a costo di lasciare a bocca aperta Lucia Annunziata, che lo intervistava a Rai 3 ed era rimasta ferma alla cautela con la quale il presidente del MoVimento 5 Stelle affrontava il tema della successione a Sergio Mattarella, definendo prematura ogni ipotesi su cui lavorare.

L’ex presidente del Consiglio ha capito che Draghi, rafforzato nel suoi prestigio internazionale riconosciuto da tutti, proprio tutti gli interlocutori del summit,  ha ormai buone carte e possibilità di continuare da un’altra postazione il lavoro di ripresa del Paese e di rigenerazione della politica affidatogli a febbraio. Potrà magari affidare Palazzo Chigi al suo attuale ministro dell’Economia Daniele Franco. “Daniele”, lo ha amichevolmente chiamato lo stesso Draghi nella conferenza stampa conclusiva del G20 invitandolo a correggerlo nella improbabile eventualità di errori nel quantificare le risorse che potranno essere liberate dopo il confronto costruttivo fra i grandi della terra: altro che i perditempo e i “badal grandi” derisi dal solito Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano ancora in lutto, diciamo così, per il “Conticidio” commesso al Quirinale e dintorni all’inizio di questo dannatissimo anno.

Ha capito, il Conte comunque sopravvissuto al delitto come capo del MoVimento che lo portò nel 2018 alla guida del governo, che Draghi ha tutta la competenza e il prestigio internazionale per salire al Quirinale. Non è l’uomo “stanco”, quasi rinunciatario ch’egli ebbe l’imprudenza di descrivere nei mesi scorsi, cercando di esorcizzare dal suo ufficio di presidente del Consiglio l’ipotesi ancora tutta o prevalentemente giornalistica dell’arrivo in quella stanza dell’ex presidente della Banca Centrale Europea: stanco sì, ma forse solo di aspettare, impegnato solo nell’Accademia Pontificia delle Scienze alla quale lo aveva nominato Papa Francesco.

Titolo di Libero
Titolo sempre di Libero

L’unica cosa che Conte ha praticamente chiesto a Draghi sulla strada del Quirinale, come condizione per concorrere alla scalata del Colle, come ha titolato Libero, è di non sciogliere le Camere ma di aspettarne pazientemente la scadenza ordinaria l’anno dopo. Non abbiamo alcuna fretta di andare a votare, ha detto l’ex presidente del Consiglio. E c’è da capirlo con tutti i guai che egli ha in casa, dove sa bene che Beppe Grillo è il suo “garante”, ma lo è anche, se non di più, di quelli che non sono molto soddisfatti, diciamo così, di come vadano le cose, nelle urne e nell’attuale Parlamento, col MoVimento affidato alle sue redini. E con un alleato più potenziale che effettivo com’è diventato il Pd di Enrico Letta dopo le prove elettorali di ottobre e, soprattutto i ballottaggi comunali. In cui il “trionfo” troppo baldanzosamente vantato al Nazareno si è praticamente sgonfiato nell’aula del Senato con l’incidente sulla legge contro l’omotransfobia, penosamente attribuito tutto e solo alla solita perfidia dell’altrettanto solito Matteo Renzi.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Le assonanze curiose, ma non troppo, contro Draghi e il “suo” G20

Draghi ed Erdogan

Sono curiose ma non troppo le assonanze di giornali così diversi, anzi politicamente opposti, come il Giornale della famiglia Berlusconi e Libero da una parte e Il Fatto Quotidiano più o meno pentastellare dall’altra, contro il G20 di Roma aperto ieri da Mario Draghi. Che ha fatto da par suo gli onori di casa ai “grandi della terra” interloquendo con ciascuno di essi col vantaggio, fra l’altro, di non avere bisogno di interpreti. Né di doversi scusare con qualcuno di loro -ad esempio, il turco Erdogan- per avergli dato francamente e pubblicamente del dittatore.

Titolo del Giornale
Titolo di Libero

Il Giornale, ripeto, della famiglia Berlusconi ha titolato in prima pagina sul “brutto clima al G20”, giocando anche un po’ sul doppio senso, essendo proprio la questione climatica il tasto dolente del vertice per le resistenze opposte da grandi paesi come l’India e la Cina a ridurre l’inquinamento dell’atmosfera provocato dai loro sistemi industriali. Senza bisogno di ricorrere a doppi sensi un altro giornale affine al centrodestra, Libero, ha titolato addirittura sull’”autogol” che il G20 sarebbe per l’Italia che pure lo ospita e presiede con abilità ed efficacia riconosciute da tutti i partecipanti. Ai quali Draghi ha felicemente affiancato, nella foto emblematica dell’evento, i medici, gli infermieri e i ricercatori dell’ospedale romano Spallanzani, distintisi nella lotta alla pandemia. Che ha impedito a lungo anche incontri diretti fra i governanti.

Titolo del Fatto Quotidiano
Vignetta del Fatto Quotidiano

Il Fatto Quotidiano ha liquidato come un raduno di “banal grandi” quello presieduto da Draghi, avvolto  dal vignettista Riccardo Mannelli in una nuvola -senza la maiuscola di Massimiliano Fuksas- premonitrice di “piogge e grandinate di fuffa”.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

Del resto, come il più sprovveduto o indifferente abitante della Capitale, ciò che ha colpito di più Travaglio  sono state “le 50 (cinquanta!) auto blindate sputazzanti del corteo di Biden che da giorni sfrecciano per Roma, senza calcolare quelle degli altri 19 presunti “grandi”, delle loro first lady, più tutte le vetture e gli elicotteri delle forze dell’ordine”: tutte cose che probabilmente il direttore del Fatto avrebbe sopportato meglio  con Conte ancora a Palazzo Chigi, anziché fatto fuori politicamente a febbraio da una mezza congiura.  “Conticidio”, ha chiamato quel cambio della guardia proprio Travaglio in un saggio, si fa per dire.

Contro Draghi, per quanto sostenuto al governo da Berlusconi e da più della metà del centrodestra, partecipe anzi della compagine ministeriale col Pd, i grillini e la sinistra dalemian-bersaniana, il Giornale e Libero si trovano oggi, minimizzando o criticando il G20 da lui presieduto, perché quanto meno infastiditi da una possibile ricaduta della sua performance internazionale sulla corsa al Quirinale, a danno di quella dalla quale Berlusconi ha detto di non volersi “tirare indietro”.

Augusto Minzolini sul Giornale

Improvvisamente sensibile alla salute, diciamo così, di questa legislatura indigesta per l’anomalia della maggioranza relativa conquistata dai grillini nelle elezioni del 2018, il direttore del giornale di Berlusconi ha oggi ricordato per franchezza, senza “ipocrisie”, ai parlamentari tentati da un’elezione di Draghi al Quirinale la sorte dei “tacchini a Natale”.  Con Draghi al Colle infatti -ha assicurato Augusto Minzolini- la sorte delle Camere sarebbe segnata, con un anno abbondante di anticipo sulla scadenza, e senza quota di pensione o vitalizio -poteva aggiungere- per i  parlamentari uscenti perché maturabile solo a settembre dell’anno prossimo.

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Draghi si gode il G20 liquidato dagli avversari come un raduno di perditempo

Marco Travaglio e Lilli Gruber
Titolo del manifesto

Con finta ingenuità, vista la sua esperienza professionale, Lilli Gruber ha chiesto ieri sera addirittura a Marco Travaglio, collegato allo studio di Otto e mezzo de La 7 dalla sua stanza di direttore del Fatto Quotidiano, se il G20 a Roma potesse trasformarsi in una  buona occasione per sollevare nella nuvola di Massimiliano Fuksas, all’Eur, il presidente del Consiglio Mario Draghi dalle beghe nazionali, che tormentano anche il suo governo, per quanto larga sia la sua maggioranza parlamentare, e farne apprezzare ulteriormente il prestigio personale di cui gode a livello internazionale.

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

Pronto come un gufo, il giornalista che può ben essere considerato il più prevenuto nei riguardi di un presidente del Consiglio liquidato dal primo momento come un banchiere un po’ troppo furbo, “figlio di papà”, anche se orfano dall’età di 14 anni, incompetente di tutto fuorchè, appunto, di banche e dintorni, Travaglio ha liquidato il G20 come una passerella di perditempo e di spreconi, protagonisti e attori delle “solite girandole di vertici” destinati a non produrre “nulla di concreto”: concetti che aveva appena ordinato ai colleghi di mettere in prima pagina, in un frettoloso titolo di richiamo, senza uno straccio di foto, o fotomontaggio.

Biden al Quirinale
Draghi col premier indiano

Se poi Draghi, con la fortuna sfacciata che ha, e che al Fatto Quotidiano non gli perdonano, dovesse riuscire -che so?- a scalare il Quirinale, a farsi sostituire a Palazzo Chigi dall’attuale ministro di fiducia dell’Economia  Daniele Franco e a cogliere al volo la prima occasione utile per scogliere le Camere, dove ancora il Movimento 5 Stelle vanta un primato numerico perduto ampiamente nelle elezioni di ogni tipo svoltesi dopo quelle del 2018 miracolose per i grillini, non voglio neppure pensare che cosa potrebbe accadere nel giornale di Travaglio. E che titoli o fotomontaggi si inventerebbero per gridare al Parlamenticidio e al colpo di Stato.

Vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

Ma calma, non accadrà forse nulla di tutto questo. E neppure l’altro evento da cui Travaglio è ossessionato, vedendolo preparare con diabolici  incroci di congiure e di compravendite di parlamentari: l’elezione del “pregiudicato” Silvio Berlusconi al Quirinale. Al quale il vignettista Stefano Rolli, sul Secolo XIX, ha recentemente  affiancato un Matteo Salvini aspirante vestirsi da corazziere.

Il massimo delle cattive sorprese che aspetta Travaglio è forse la rielezione di un Mattarella finalmente convinto a un supplemento di mandato, come capitò a Giorgio Napolitano nel 2013, e la prosecuzione del governo Draghi per tutto il resto della legislatura, col ritorno dei grillini in un Parlamento finalmente liberato della loro cosiddetta “centralità”. 

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Enrico Letta e Matteo Renzi prigionieri dei loro vecchi rancori

Titolo del Dubbio

Che Enrico Letta, tornato da Parigi dove si era ritirato a causa di Matteo Renzi, non avesse dimenticato per niente il torto subito sette anni prima col sostanziale licenziamento da presidente del Consiglio e avesse ben poca voglia di riannodare da segretario del Pd i rapporti con lui, si era capito subito. E se ne era avuta la prova dal calendario degli incontri obbligati del successore di Nicola Zingaretti al Nazareno con gli interlocutori della maggioranza di governo.

Renzi era finito all’ultimo posto: proprio l’ultimo, ben dopo Giuseppe Conte fresco di mezza designazione verbale, o intimistica, a presidente del MoVimento 5 Stelle, e ancora orgoglioso della qualifica di “punto di riferimento dei progressisti” conferitagli dal predecessore di Enrico Letta, cioè Nicola Zingaretti, quando il professore e avvocato pugliese sembrava ben saldo a Palazzo Chigi. Pareva addirittura in grado di sottrarsi alle minacce di crisi da parte di Renzi -sempre lui- tessendo la tela di un suo terzo governo in tre anni.

Per fortuna, d’altronde, lo stesso Renzi aveva dato ad Enrico Letta ragioni e occasioni di un rapporto a distanza lasciando il Pd, nella tarda estate del 2019, ben prima quindi che Nicola Zingaretti si stufasse della sua esperienza al Nazareno e addirittura ne fuggisse via denunciando il clima avvelenato che vi si respirava. Renzi si era messo in proprio con un partito piccolo ma numericamente decisivo in Senato per tenere in piedi, o appeso, il secondo governo Conte. Un partito piccolo, dicevo, ma quasi dichiaratamente corsaro, trattenuto a stento, o costretto a rallentare le sue incursioni, quando la sopraggiunta pandemia in qualche modo aveva avvolto l’allora presidente del Consiglio in un involucro di emergenza, straordinarietà e quant’altro. Ma figuriamoci se Renzi, con quel temperamento che ha, poteva trattenersi più di tanto. Proprio la pandemia, con l’obiettiva e crescente difficoltà di gestirla, gli avrebbe poi dato motivi e occasioni per disarcionare Conte e fare arrivare a Palazzo Chigi un fuoriclasse come Mario Draghi: tanto fuoriclasse che Enrico Letta lo vorrebbe a quel posto “almeno” fino alla conclusione ordinaria della legislatura, nel 2023. Ciò significa anche dopo, se le circostanze potranno permetterlo, visto che il piano della ripresa varato con i finanziamenti miliardari dell’Unione Europea, e condizionato ad un percorso di riforme, dovrà  arrivare alla scadenza del 2026.

Costretto dagli umori, a dir poco, dei gruppi parlamentari,  di cui è riuscito a cambiare i presidenti ma non certo la composizione, rimasta quella derivata dalle candidature volute nel 2018 dall’allora segretario del partito Renzi, sempre lui, Enrico Letta ha dichiaratamente lavorato sino all’altro ieri, diciamo così, per la costruzione di un centrosinistra “largo”, tradotto da qualcuno in una nuova edizione dell’Ulivo, esteso da Renzi a Bersani, un altro ex segretario del Pd andatosene dal Nazareno. E vi ha lavorato ignorando, o facendo finta di ignorare, la preclusione a Renzi, e anche a Carlo Calenda, dichiarata da Conte. Che non è più quello immaginato da Nicola Zingaretti alla testa di uno schieramento progressista, è formalmente alla guida di un movimento malmesso elettoralmente e in crisi ormai cronica di identità, ma rimane pur sempre la seconda forza della coalizione coltivata dal segretario del Pd.

Forse già rassegnato in cuor suo a sorbirsi Renzi, oltre a Calenda, perché consapevole di avere in fondo un potere contrattuale inferiore a quello sbandierato in pubblico, e cui in fondo  non credono molto neppure molti grillini, Conte si è visto quasi sorpassare nell’antirenzismo da Enrico Letta dopo l’infortunio del segretario del Pd al Senato nello scontro col centrodestra sul disegno di legge del piddino Alessandro Zan contro l’omotransfobia, già approvato dalla Camera. Con Renzi mai più, ha praticamente gridato e giurato Enrico Letta attribuendogli, dietro la cortina di una corsa in Arabia Saudita solitamente ben retribuita, la regia dello stop imposto al provvedimento a scrutinio segreto. E di chissà quali altri giochi, a cominciare dalla sempre più vicina e ingarbugliata partita del Quirinale.

Il generale Michele Adinolfi

Renzi, dal canto suo, non si è lasciato scappare l’occasione per fare a Letta, stavolta in pubblico, un mezzo processo politico come quello del 2013 parlando al telefono col generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi, che non sapeva di essere intercettato per un’indagine. In quell’occasione Renzi disse di Letta presidente del Consiglio che non era adatto a stare al suo posto, dove infatti lui lo avrebbe di lì a poco sostituito: magari, sarebbe stato più indicato per il Quirinale, aggiunse sapendo bene che vi sedeva allora del tutto tranquillo Giorgio Napolitano, confermato da alcuni mesi soltanto, e che Letta non aveva neppure l’età per aspirarvi a breve, avendo ancora 47 anni, contro i 50 richiesti dalla Costituzione.

Luigi Zanda
Zanda al Foglio di ieri

Alto e forte, tuttavia, si è levato dal Pd il monito di un uomo non sospettabile di collusione con Renzi: l’ex capogruppo al Senato  Luigi Zanda. Secondo il quale “non è dall’esito di uno scrutinio segreto certamente grave sul ddl Zan che il Pd deve elaborare la sua politica delle alleanze”. Non è così che deve essere definito “il perimetro del centrosinistra”, anche perché ci si “dovrebbe rassegnare a restare in minoranza nell’aula del Senato da qui fino alla fine della legislatura”. A meno che Enrico Letta non stia maturando sotto sotto un progetto di elezioni anticipate. Ma questo Zanda non lo ha sospettato, O, almeno, non lo ha detto.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it l’8 novembre 2021

Mario Draghi vola alto col “suo” G20 in una Roma blindata e ottobrina

In una Roma blindata per il G20, a protezione dell’evento e dei suoi protagonisti; reduce dall’approvazione del bilancio con cui ha chiuso anche un altro, forse il più difficile passaggio del suo governo in carica da febbraio; dubbioso che i sindacati davvero arrivino allo sciopero minacciato ma pronto a prenderne eventualmente atto perché convinto che essi non abbiano le sponde politiche alle quali erano una volta abituati, Mario Draghi può gestire con soddisfazione, e si spera anche con tranquillità, l’appuntamento internazionale attorno al quale ha intensamente lavorato. E che confermerà il prestigio personale di cui credo che nessun altro presidente del Consiglio italiano abbia goduto da alcuni decenni a questa parte.

Il presdente Biden in partenza ieri dagli Stati Uniti

E’ un prestigio, quello di Draghi, che probabilmente ne rafforzerà a conclusione del G20 e degli incontri bilaterali programmati, a cominciare da quello di oggi col presidente degli Stati Uniti Joe Biden atterrato di notte in Italia, la candidatura al Quirinale. E ciò nonostante il distacco, e a tratti anche il fastidio, con cui egli l’ha seguita attraverso i giornali, o i partiti, o singole personalità del governo e della maggioranza, ma anche dell’opposizione, che l’hanno lanciata e l’alimentano tuttora. Non credo, francamente, che lui ne abbia tanta voglia, a dispetto di molti che scalciano pubblicamente o tessono tele più o meno di nascosto per loro stessi o per altri che ritengono di potere controllare, o di cui ottenere poi contropartite politiche.

Proiettato ormai più in una dimensione internazionale, più in particolare europea, non si sbaglia forse ad immaginare il presidente del Consiglio interessato soprattutto portare avanti da Palazzo Chigi, nel tempo che gli consentiranno le circostanze politiche, il lavoro di governo impostato con paziente fermezza ed esplicita soddisfazione. “Tagliamo le tasse e stimoliamo gli investimenti”, ha detto Draghi  illustrando il bilancio appena approvato fra gli applausi dai ministri.

Titolo del Fatto Quotidiano
Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

Eppure di questo bilancio quello che ha colpito di più un giornale come Il Fatto Quotidiano, che cito così di frequente riferendo sulla politica italiana per la capacità che gli va riconosciuta di esprimere una parte importante degli umori, diciamo così, serpeggianti in un movimento non secondario della maggioranza com’è quello delle 5 Stelle ora presieduto da Giuseppe Conte; eppure, dicevo, di questo bilancio ciò che ha colpito di più, e negativamente, il giornale diretto da Marco Travaglio sono i presunti favori fatti alla Confindustria e “gli stipendi più alti, fino al 40%, per i sindaci e gli assessori”. Che sarebbero una specie di sotto-casta, peraltro ormai sempre meno a portata di mano dei grillini, più in uscita che in entrata nei Comuni da aprire come scatolette di tonno, alla maniera delle Camere, e scoprirne l’appetibilità.

I malumori pentastellati per un governo che avrebbe fra i vari torti soprattutto quello di avere sloggiato Conte da Palazzo Chigi sono emersi anche all’ultimo momento, quando Draghi ha resistito ai tentativi dei grillini di mettere il loro amato, adorato “reddito di cittadinanza” al riparo dalla stretta dei controlli, dopo tutti gli abusi compiuti e permessi, Che hanno indotto il presidente del Consiglio a dire che la misura sarà pur apprezzabile  ma “non ha funzionato”: né per “sconfiggere la povertà”, come annunciò trionfalisticamente Luigi Di Maio nel 2018 dal balcone di Palazzo Chigi per poi pentirsene, né per preparare i beneficiari a nuovi lavori, rifiutabili sino a tre volte, ora due.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Infortunio di Enrico Letta, e di Conte, al Senato sull’omotransfobia

Con l’enfasi cui spesso cede nonostante l’aspetto di uomo misurato e riflessivo -l’enfasi, per esempio, del “trionfo” annunciato dopo i ballottaggi comunali del 17 e 18 ottobre- il segretario del Pd Enrico Letta ha definito addirittura “uno stop al futuro” la battuta d’arresto subita al Senato, con una votazione a scrutinio segreto, dal disegno di legge contro l’omotransfobia  già approvato alla Camera, noto col nome del deputato piddino proponente Alessandro Zan.

 Analoga è stata la reazione di Giuseppe Conte, consolatosi con la convinzione che il Paese sia più avanti del Senato: cosa peraltro che contrasta con le resistenze tanto a lungo opposte dall’ex presidente del Consiglio ad uno scioglimento anticipato delle Camere evidentemente così indietro. Per evitare le urne egli rimase a Palazzo Chigi nel 2019 cambiando maggioranza, cioè sostituendo la Lega di Matteo Salvini col Pd di Nicola Zingaretti, e cercò di restarvi ancora a cavallo fra il 2020 e il 2021 arruolando “volontari”, “responsabili”, “costruttori” e quant’altri.

Più che il “futuro” retoricamente inteso come generale e assoluto, attribuendo all’antichità, che peraltro non è mai da buttare via così all’ingrosso, la visione della legge Zan da parte del centrodestra, che l’ha stoppata con l’aiuto sotterraneo di almeno 16 senatori dello schieramento opposto, ho la sensazione che il voto del Senato abbia compromesso solo il futuro della combinazione di maggioranza coltivata da Letta e Conte, basata su un asse privilegiato fra Pd e ciò che resta del Movimento 5 Stelle.

Titolo del Fatto Quotidiano
Vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

Di questa combinazione Conte pensava di poter essere addirittura il capo per il credito concessogli da Zingaretti di “punto di riferimento dei progressisti”. Ora il successore Enrico Letta, imbaldanzito non so se più per la salute del Pd da lui rinfocillato o per la febbre dei grillini misurata nelle elezioni amministrative di ottobre, pensa di poterne assumere direttamente e forse anche personalmente la guida. E forse per sperimentarne la praticabilità ha imprudentemente cercato, dopo qualche esitazione, prima aprendo e poi chiudendo il disegno di legge Zan a modifiche che potessero garantirgli maggiori consensi, o minori resistenze, lo scontro al Senato, Che si è chiuso a vantaggio invece del centrodestra, cui a conti fatti, tra osservatori e vignettisti, avrebbe fornito l’aiuto necessario un Renzi pur personalmente rimasto lontano dall’aula di Palazzo Madama, addirittura in terra araba, dove le sue consulenze sono molto apprezzate e ben retribuite. Di questo aiuto sono stati così sicuri al Fatto Quotidiano da averci titolato in prima pagina  annunciando “la fondazione” di questa nuova maggioranza dalle ambizioni ben più grandi del semplice blocco di un disegno di legge.

Titolo di Libero

Altri, da destra e da sinistra, esultando o strappandosi le vesti, hanno visto e indicato nella votazione al Senato ”le prove” della corsa al Quirinale o, più in particolare, della candidatura di Silvio Berlusconi. Che conta di poter centrare l’obiettivo del Colle dal quarto scrutinio in poi, quando occorrerà la maggioranza assoluta dei “grandi elettori”, non più quella dei due terzi. A dire la verità, tuttavia, pur superiori ai 131 voti dell’area giallorossa, chiamiamola così, i 154 voti segreti che hanno bloccato la legge Zan sono stati la maggioranza dei votanti, non del pieno dell’assemblea.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il rischio di sfidare con una crisi più Mattarella che Draghi

Titolo del Dubbio

Ogni tanto qualcuno teme o auspica, secondo le preferenze o gli interessi politici, che Mario Draghi perda la pazienza di fronte a partiti, sindacati e quant’altri e corra al Quirinale a dimettersi. Naturalmente non accadrà, specie in questi giorni, anzi ore di vigilia del G20 a Roma, da lui costì meticolosamente organizzato nel mezzo di un bel po’ di crisi sparse nel mondo. E’ già tanto che il presidente del Consiglio si sia allontanato dall’incontro con i sindacati prima che terminasse senza intesa sulle pensioni e sul resto, per nulla trattenuto dalla minaccia di sciopero.

Né si può pensare che egli possa o voglia replicare quell’allucinante spettacolo di un pur professionista della politica qual era Mariano Rumor. Che una cinquantina d’anni fa colse al volo l’occasione offertagli dall’annuncio di uno sciopero generale per aprire la crisi di governo e chiedere lo scioglimento anticipato delle Camere, rifiutatogli però dal capo dello Stato Giuseppe Saragat.

Draghi è di altra stoffa, e anche di tutt’altro prestigio personale, che non metterebbe certamente a rischio con un’alzata di testa. Al massimo, come gli rimprovera ogni giorno Il Fatto Quotidiano, egli tira dritto, fa approvare dal Consiglio dei Ministri le misure contestate fra partiti e sindacati, le manda alle Camere e le sfida praticamente a bocciargliele, a costo di una crisi.

Ma in questo caso più che sui nervi di Draghi bisognerebbe interrogarsi su quelli di Sergio Mattarella, di cui attori politici e ora anche sindacali mostrano francamente di non avere riguardo alcuno in questa congiuntura istituzionale, quando egli è, diciamo così, vulnerabile per le limitazioni costituzionali impostegli dal cosiddetto semestre bianco, quando il presidente della Repubblica chiamato a gestire una crisi di governo non può usare il diritto di sciogliere le Camere e passare la parola agli elettori. E’ una prerogativa che da sola durante tutto il resto del mandato gli conferisce più autorità nell’esercizio delle funzioni di garanzia, e di moderazione delle manovre politiche più spericolate. Come furono quelle tentate nell’ultima crisi da Conte barricato a Palazzo Chigi a cercare supporti improvvisati ad una maggioranza venuta meno col ritiro di Matteo Renzi.

Allora, come si ricorderà, Mattarella non volendo sciogliere le Camere per i rischi di contagio  con la pandemia non controllata come adesso si assunse responsabilmente l’onere di esporre pubblicamente le sue preoccupazioni e di mettere in pista Draghi col suo governo di emergenza, estraneo alle consuete formule politiche.

Adesso a crisi eventualmente aperta da o per colpa di qualche disperato, non potendo mandare alle urne per impedimento costituzionale i cittadini che vi sono appena tornati per elezioni amministrative e suppletive, siamo proprio sicuri che Mattarella faccia finta di niente? E pazientemente si metta a gestire la crisi come se fosse una delle tante, magari rinviando Draghi alle Camere o, per sottrarre il Paese alla eventualità pur prevista dalla Costituzione del cosiddetto esercizio provvisorio, improvvisi un governo tecnico per l’approvazione del bilancio, contando nel frattempo sull’esaurimento del suo mandato e sulla priorità dell’elezione del suo successore, in Parlamento, imposta dalla Costituzione? E facendo nel frattempo gli scongiuri col pensiero rivolto ai mercati finanziari e al piano della ripresa bloccato per la sospensione dei fondi disposti dall’Unione Europea?

Mattarella, come Draghi, ha mostrato di avere un sistema nervoso eccellente ma esagerarne oltre un certo limite potrebbe diventare un suicidio per chi vi dovesse tentare.

Proviamo ad immaginare, solo ad immaginare, uno scenario che pure mi è stato adombrato da un comune amico che ha una certa pratica politica e ricorda, peraltro, per averle vissute più che da testimone, le dimissioni di Francesco Cossiga nel 1992 al Quirinale o la vicenda che nel 2013 portò alla conferma di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica.

Cossiga, piuttosto che gestire una crisi senza avere più la possibilità di sciogliere le Camere peraltro appena elette, ma anche allo scopo di mettere il Quirinale nel paniere delle trattative fra i partiti per la formazione del nuovo governo, lasciò il suo posto con qualche settimana di anticipo. E capitò di tutto: la ricerca inutile del successore, la strage di Capaci, la forzata interruzione della ricerca di un’intesa generale sugli equilibri politici del Paese, l’elezione improvvisata del nuovo capo dello Stato scegliendolo fra presidenti delle due Camere. Mi vengono personalmente i brividi a ricordare quei giorni, e anche quelli che seguirono.

Pier Luigi Bersani

Nel 1993 Napolitano fu supplicato di lasciarsi confermare, praticamente a termine, nel mezzo di una crisi di governo bloccata dall’ostinazione con la quale Pier Luigi Bersani cercava di formare un governo “di minoranza e combattimento” appeso agli umori dei grillini. E confermato, con la possibilità riconquistata di sciogliere le Camere  pur appena elette, “Re Giorgio” impose il governo delle larghe intese di Enrico Letta.

Tornando a Mattarella, se dovesse reagire ad una crisi accelerando con le dimissioni la sua successione, i partiti semplicemente impreparati, nel marasma in cui si trovano sia quelli di maggioranza sia quelli di opposizione, dovrebbero solo supplicarlo di restare e consegnarsi al governo Draghi più ancora di quanto già non siano adesso. Bel suicidio, per loro. Ma forse non per il Paese.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 30 ottobre

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