Berlusconi adotta il repertorio di Moro per aprirsi ai grillini

Titolo del Fatto Quotidiano
Aldo Moro

Si è persino imbarazzati a scomodare la buonanima di Aldo Moro per trovare e indicare qualcuno a cui paragonare Silvio Berlusconi negli esercizi di alta acrobazia politica che contraddistinguono la  sua anomala scalata al Quirinale. Che c’è, perché lui è il primo a permettere agli amici e persino al Giornale di famiglia di parlarne e scriverne, e non c’è perché lui è anche il primo a consentire persino alla figlia Marina di reagire con stizza in una intervista, com’è accaduto di recente col Corriere della Sera, quando viene interrogata sulla corsa appunto del padre al Colle, come se questa fosse l’invenzione di chi gli vuole male. E magari lo espone alle campagne d’odio tipo quella riproposta in questi giorni dal solito Fatto Quotidiano con la ricostruzione della sua vita come di un’avventura criminale. Della quale è stato accusato di non rendersi abbastanza conto anche un beniamino di quel giornale come Giuseppe Conte, cui pertanto Marco Travaglio ha chiesto di decidersi a dire a chiare lettere quello che l’uomo di Arcore meriterebbe, anziché cercare di fare la persona educata limitandosi a precisare al povero Alessandro Sallusti, lasciandolo tuttavia lo stesso senza parole, che Berlusconi non può essere il candidato del MoVimento 5 Stelle al Quirinale.

Berlusconi a Milano Finanza

Eppure a questo partito -che adesso si può anche definire tale per avere chiesto di iscriversi al relativo registro nazionale per poter accedere al meccanismo del finanziamento pubblico del 2 per mille- Berlusconi ha teso ormai tutte e due le braccia. Dopo averne apprezzato il cosiddetto reddito di cittadinanza, introdotto dai grillini appena arrivati al governo nella presunzione addirittura di eliminare la povertà, con una intervista a Milano Finanza Berlusconi si è riconosciuto,  pur essendone “lontanissimo”, nelle “motivazioni tutt’altro che ignobili o irragionevoli” del movimento fondato dal comico genovese gridando insulti nelle piazze e dando al Cavaliere, non dimentichiamolo, dello “psiconano”.  “Nasceva -racconta adesso Berlusconi parlando appunto del partito grillino- dallo stesso disagio e dallo stesso fastidio per un certo tipo di politica per la quale è nata Forza Italia”. Avrebbe dovuto dire, in verità, “per i quali” – intesi come disagio e fastidio- ma pazienza per l’italiano zoppicante.

Purtroppo -ha insistito generosamente Berlusconi- “i Cinque Stelle non sono riusciti a dare una rappresentanza a questa Italia”, pur avendo raccolto nelle elezioni del 2018 il maggior numero di voti fra tutti i partiti- “ma hanno dato voce a un disagio reale, che merita rispetto, attenzione e anche delle risposte”.

“Attenzione”, ecco la parola magica, diciamo così, che accosta Berlusconi al povero Moro. Che nel 1968 adottò verso il Pci, scavalcando i “dorotei” di Mariano Rumor e Flaminio Piccoli che lo avevano appena detronizzato da Palazzo Chigi, la famosa e cosiddetta “strategia dell’attenzione”.  Fu proprio Rumor tre anni dopo a rinfacciargliela, in occasione delle elezioni presidenziali destinate a concludersi con l’elezione di Giovanni Leone, spiegandogli in un incontro a casa che non poteva essere il candidato della Dc al Quirinale senza essere scambiato per il candidato, nei fatti, del Pci. “Mi avete confezionato addosso un abito che non è il mio”, rispose Moro. Non vorrei che dovesse capitare anche a Berlusconi, a questo punto, di sentirsi trattare così dai “franchi tiratori” del centrodestra quando si voterà per il Quirinale nell’aula di Montecitorio.

Ripreso da http://www.startmag.it

Quel Mattarella a sorpresa, insofferente verso la libera stampa

Titolo del Dubbio

La stampa o l’informazione, come preferite, con la quale se la sono presa al Quirinale nei giorni scorsi, fra stupore e irritazione, per avere premuto troppo su Sergio Mattarella perché si rendesse disponibile ad una rielezione, ha fatto la parte della nuora. Alla quale, secondo un vecchio proverbio, si dice perché suocera intenda. Ma la suocera in questo caso sarebbe un suocero, anzi l’insieme di tre suoceri, quanti sono i firmatari di un disegno di legge presentato al Senato per modificare due articoli della Costituzione. Cioè per abolire il cosiddetto semestre bianco, l’ultimo del mandato in cui il capo dello Stato perde la prerogativa dello scioglimento anticipato delle Camere, e rendere ineleggibile il presidente uscente della Repubblica.

I tre senatori, tutti del Pd, sono in ordine rigorosamente alfabetico, e inversamente proporzionale alla loro notorietà o autorevolezza, Gianclaudio Bressa, Dario Parrini, e Luigi Zanda, già capogruppo al Senato, tesoriere del partito e tante altre cose che contribuiscono a farne una personalità di maggiore spicco, dicevo, rispetto agli altri due.

I tre senatori del Pd meritano una certa comprensione per avere incassato con molto garbo istituzionale il messaggio obliquo del Quirinale, facendo finta di cadere anche loro dalle nuvole, cioè precisando di non avere mai voluto fare pressione su Mattarella per accettare di farsi rieleggere, e quindi scaricando anch’essi la responsabilità del fraintendimento, diciamo così, su noi giornalisti.  Ma pure la comprensione ha i suoi limiti.

Non per scortesia, o per tigna, o per “logica corporativa”, che Sergio Mattarella da qualche tempo non si stanca giustamente di criticare quando parla dei o ai magistrati auspicandone addirittura una “rigenerazione”, ma per scrupolo professionale che mi sarà perdonato all’età che ho, dopo una vita trascorsa nelle redazioni, debbo dire ai tre senatori del Pd sentitisi fraintesi dai giornali che il rispetto dovuto, per carità, al presidente della Repubblica non poteva né può autorizzare a non averne per la stampa.

Un disegno di legge come quello da loro preannunciato e infine presentato, in tempo per  poter cominciare il percorso prima dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, si prestava legittimamente all’interpretazione che pure ha stupito e persino irritato il pur solitamente calmo, anzi calmissimo Sergio Mattarella. Che ha un po’ smentito o sminuito anche quella capacità di “autoironia” vantata di recente e lodevolmente raccomandata a tutti gli attori della politica, specie a quelli -penso- dei cosiddetti piani alti.

Di fronte alla prospettiva di una modifica costituzionale già proposta da due predecessori e colleghi di partito dello stesso Mattarella, da lui personalmente citati in due circostanze commemorative, era logico, oltre che legittimo, pensare che al presidente della Repubblica potesse essere implicitamente chiesto di garantire il percorso del cambiamento rimanendo per un po’ al suo posto,  sulle orme di  Giorgio Napolitano nel 2013. Non era certamente uno scandalo -come non lo era stato quello appunto di Napolitano nove anni fa- che si ipotizzava o proponeva a Mattarella.

Non ci sarebbero stati certamente fraintendimenti di sorta se i tre senatori del Pd avessero presentato il loro disegno di legge dopo le elezioni presidenziali del mese prossimo, a successione cioè già avvenuta al Quirinale. O no? I tempi di una iniziativa legislativa, e di quella natura, hanno pur la loro importanza. O, come preferite, offrono pure un angolo particolare dal quale vederla, analizzarla e giudicarla, o raccoglierne l’eco sotto i soffitti decorati del Quirinale.

La frittata comunque è ormai fatta. E conviene a questo punto prenderne solo atto, pur col rammarico che almeno personalmente mi sarà permesso di fronte allo spettacolo non comune offerto dai grillini con una riforma costituzionale -la loro, quella del taglio dei seggi parlamentari- che sta  per produrre, fra i vari effetti, l’elezione del presidente della Repubblica da parte di un Parlamento doppiamente delegittimato sul piano politico e del buon senso. Lo è, in particolare, per le nuove Camere ridotte di un terzo dei seggi , dove di sicuro, al massimo dopo poco più di un anno, i grillini non disporranno della maggioranza come nel 2018. E saranno probabilmente in coda ad altri tre partiti che si contenderanno il primato attorno al 20 per cento dei voti ciascuno, non si sa peraltro ancora con quale legge elettorale.

Mi sia consentita un’ultima osservazione. Sinora dal Quirinale hanno lasciato passare senza reazioni la libera interpretazione data da qualche giornale alla smentita opposta alle lamentate finalità tattiche delle modifiche costituzionali proposte dai tre senatori del Pd. Essa consisterebbe nella recondita volontà di Mattarella di non osteggiare la candidatura, da altri invece contestata, di Mario Draghi al Quirinale. Mi chiedo se dobbiamo aspettarci qualche precisazione anche su questo punto, vista l’insistenza con la quale da parte berlusconiana, per esempio, si continua a legare l’ipotesi di Draghi a quella minacciosa di elezioni anticipate. O, come sarebbe forse meglio dire, di una campagna elettorale di soli settanta giorni, o poco più, anziché di un anno e mezzo, quanto durerebbe di fatto con la conclusione ordinaria della legislatura.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it l’8 dicembre 2o21

Alla ricerca di un vaccino anche per gli aspiranti al Quirinale

Nel giorno peraltro dell’entrata in vigore del green pass in versione super ci sarebbe da chiedersi -scherzando ma non troppo- se in questa stagione politica non occorra anche un altro vaccino, che immunizzi dalle ambizioni eccessive i tanti aspiranti al Quirinale, palesi o sommersi che ancora siano.  

Titolo del Giornale
Titolo sempre del Giornale

Il Giornale, sempre quello della famiglia Berlusconi, titola in prima pagina sull’incoraggiamento di Maurizio Costanzo all’amico quasi coetaneo Silvio a correre davvero per il Colle, con la maiuscola che ormai gli spetta, smettendola quindi di entrare e uscire dalla competizione secondo i giorni e le ore. Già, perché la corsa del Cavaliere ha anche questa intermittenza curiosa, che ne fa spesso più una minaccia che un assaggio. Ma ciò è già bastato -bisogna ammetterlo, come lo stesso Giornale ha annunciato con un altro titolo- perché nei sondaggi sul successore di Sergio Mattarella “svettano Draghi e Berlusconi”, appunto.

Titolo di Domani

Sarà quanto meno difficile che riesca ad inserirsi nella gara, come ha invece immaginato Domani, il giornale di Carlo De Benedetti, anche il ministro della Cultura Dario Franceschini, del Pd. Le cui credenziali sono state così elencate, in una didascalia un po’ acida, dal quotidiano che si è mostrato più attento di altri, diciamo così, alla sua aspirazione presidenziale: “Il grande navigatore del potere è stato demitiano, prodiano, veltroniano, bersaniano, renziano, zingarettiano e molto altro. In vista della corsa al Colle è per la prima volta franceschiniano”, e basta: tanto avventato, forse, da immaginare che nessuno dei leader da lui prima adottati e poi abbandonati sia in grado o abbia la voglia di organizzargli la fronda in un Parlamento affollato più di umori, anzi malumori, che altro.

Prodi a Rai 3

Il vaccino su cui scherzavo contro le ambizioni eccessive, solitamente foriere più di infortuni che di successi, deve averlo preso nella sua Bologna l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Che vedendosi serenamente nello specchio -una volta tanto, perché l’uomo dietro una certa bonomìa nasconde un carattere spigoloso e una memoria di ferro- ha appena confermato in una intervista televisiva alla Rai di non essere interessato al Quirinale. O di non esserlo più, dopo lo sgambetto riservatogli dai colleghi di partito nel 2013 per pareggiare quello che aveva portato alla bocciatura anche di Franco Marini, presidente peraltro del partito e forte dell’appoggio annunciato anche dal centrodestra.

A 82 anni compiuti nella scorsa estate, per quanto ne avesse altrettanti Sandro Pertini nell’elezione del 1978, Prodi ha detto di avere imparato a contare dalla “maestra elementare”. E spiegato: “Non è cosa, si dice. C’è l’età,  c’è che sto benissimo così, ci sono tantissime ragioni. E poi c’è il realismo politico: se un uomo politico ha un minimo di saggezza deve rendersi conto delle situazioni”.

Il senatore del Pd Andrea Marcucci

In particolare, Prodi è stato nella cosiddetta seconda Repubblica- dopo l’esordio nella prima con una celebre seduta spiritica durante il sequestro di Aldo Moro per cercare di individuare la prigione in cui l’avevano chiuso le brigate rosse-  l’antagonista di Silvio Berlusconi. Lo sconfisse due volte nelle urne, nel 1996 e dieci anni dopo, perdendo però rapidamente entrambe le partite nelle aule parlamentari. E’ stato pertanto “un filino di parte”, come ha detto anche di Berlusconi l’ex capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci riconoscendogli, per carità, il diritto di aspirare al Quirinale ma avvertendo l’improbabilità del successo.    

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

In attesa dell’oracolo del Quirinale anche sulla candidatura di Draghi

Soddisfatti -presumo- del colpo assestato all’ipotesi di una rielezione di Sergio Mattarella smentendo l’interpretazione data dalla generalità dei giornali ad una iniziativa di riforma costituzionale al Senato che avrebbe potuto farle da supporto, si aspetta ora di capire o sapere se al Quirinale non hanno gradito neppure la lettura che di quella smentita hanno dato in alcune redazioni dove si scrive e si parla di politica più frequentemente che di previsioni meteorologiche e simili.

Sul Foglio di ieri

“Si capiva- hanno scritto, per esempio, ieri sul Foglio registrando la reazione stizzita dei paracorazzieri all’ipotesi ancora diffusa di una rielezione di Mattarella- che lo stupore del presidente della Repubblica avesse come fine quello di pulire l’aria, di non utilizzare la sua storia per ostacolare quella di Draghi, per fermare la sua corsa”, evidentemente gradita sul Colle. Dove non a caso nella crisi di gennaio scorso, sfiniti dai tentativi di Giuseppe Conte di succedere ancora una volta a se stesso, chiamarono sulla scena più clamorosamente che si potesse proprio Mario Draghi. E ciò forse anche per tirargli la volata della successione a un Mattarella prossimo alla mutilazione politica del cosiddetto semestre bianco, preclusivo di uno scioglimento anticipato delle Camere.

“La verità è che i partiti -diceva sempre Il Foglio di ieri riferendosi sempre all’ipotesi di una candidatura di Draghi al Quirinale- stanno provando ad agitare qualsiasi alibi pur di non prendere una decisione, Servirsi di Mattarella è stato però troppo”. Per cui il capo dello Stato si sarebbe sottratto, giustamente irritato, oltre che sorpreso, alla manipolazione dei suoi pensieri, umori e quant’altro affrettando la confezione dei pacchi del suo trasloco nell’appartamento già scelto dalle parti dei Parioli.

Titolo di Libero

Così la candidatura di Draghi al Quirinale, per quanto rimasta sotto il fuoco soprattutto di Silvio Berlusconi, il cui vice Antonio Tajani l’ha equiparata alle elezioni anticipate aumentando il panico nella tonnara che è diventata il Parlamento anch’esso in scadenza, ha ripreso talmente quota da spingere un giornale come La Repubblica a immaginare, proporre, patrocinare -come preferite- scenari per un dopo Draghi a Palazzo Chigi a Camere, diciamo così, invariate, alla faccia del titolo di Libero con le virgolette di Tajani.

Titolo di Repubblica
Titolo ancora di Repubblica

“Idea Cartabia per mandare Draghi al Colle”, hanno titolato, in particolare, nella redazione di Repubblica: un’altra dove si parla e si scrive di politica più che previsioni meteorologiche. E ancora, per rafforzare lo scenario, il giornale fondato da Eugenio Scalfari e ormai saldamente diretto da Maurizio Molinari si è proposto di “rompere il tabù di una donna a Palazzo Chigi” almeno, visto che non sembra ancora maturata l’occasione di farlo al Quirinale.

Mastella al Brancaccio

Ripeto: che ne penseranno al Quirinale, appunto? Saranno sorpresi anche di questo? Magari, anche irritati? Riterranno opportuno un altro intervento tipo fatwa? O si consulteranno dietro le quinte con un altro aspirante al gioco, quanto meno, del Quirinale con l’aria di poterlo condizionarlo dall’esterno, come l’intramontabile Clemente Mastella? Che ha appena presentato “Noi di Centro” nel teatro Brancaccio di Roma, prima che scattasse il regime, diciamo così, del super green pass in vigore da domani, col rischio di vedersi decimare il pubblico accorso come ai bei tempi dei congressi democristiani.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it  

Mattarella chiude davvero -ahimè- la porta alla rielezione

Titolo di Libero
Titolo della Stampa

Va bene. Anzi, va male ma accontentiamoci almeno del fatto che il rifiuto -stavolta si può ben considerare definitivo- di Sergio Mattarella di prestarsi ad una conferma ,come nel 2013 fece Giorgio Napolitano, per deviare, diciamo così, il percorso della successione da ostacoli di eccezionale portata allungandolo brevemente, sia stato espresso in modo civile. E ciò anche se il giornale Libero ha ritenuto di tradurre il no del presidente uscente della Repubblica a un “Vaffa al Pd”: di quelli che persino Beppe Grillo ha accantonato nel suo repertorio rinunciando anche alla licenza accordatagli a lungo dai volenterosi per la doppia veste di comico professionale e politico -ahimè- dilettante.

Il “Vaffa al Pd”, ripeto, nascerebbe dall’appartenenza al partito del Nazareno, appunto, dei tre senatori che hanno appena presentato un disegno di legge che, modificando due articoli della Costituzione per potenziare da parte la figura del presidente della Repubblica, restituendogli il potere di sciogliere le Camere negli ultimi sei mesi del proprio mandato, e sancendo dall’altra, la sua ineleggibilità, avrebbe ben potuto consentire a Mattarella di rimanere ancora per un po’ al suo posto, oltre la scadenza del prossimo febbraio. E ciò almeno per consentire, garantire e quant’altro il percorso della riforma nel tempo residuo di questa legislatura.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 27 novembre

Quello di Mattarella da ostinato ma educato rifiuto sarebbe stato davvero un “vaffa”, e forse non solo al Pd, se il capo dello Stato avesse aderito anche nella forma, cioè nel linguaggio, all’esortazione rivoltagli non più tardi del 27 novembre scorso sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio. Che, immaginandolo fra i banchi del pesce al mercato della Vacciria, nella sua Palermo, sperò di sentirlo gridare in siciliano stretto: “Chi camurria, m’avete scassatu a minchia”. Almeno “la minchia” del presidente della Repubblica non è stata scomodata nella protesta.

Così, a causa o col pretesto, come preferite, di un’ostinata questione di principio pur accantonata ne 2013, ripeto, dal suo predecessore Napolitano di fronte ai partiti sfilati fisicamente davanti a lui per chiedergli di restare ancora un po’, Mastella ha deciso che a provvedere alla sua successione dovrà essere un Parlamento che solo con molta buona volontà, ingenuità e quant’altro può essere considerato ancora pienamente e politicamente legittimato. Siamo ormai a poco più di un anno da una scadenza diversa da tutte le precedenti perché mai si erano avute Camere destinate ad essere sostituite da altre così diverse: ridotte di un terzo dei seggi e col partito “centrale” -il MoVimento 5 Stelle votato nel 2018 più di tutti gli altri- ormai stabilmente indietro ad almeno tre forze che si contendono il primato attorno al 20 per cento dei voti ciascuno.

Il nuovo, dunque, sarà inevitabilmente un presidente della Repubblica sostanzialmente delegittimato pure lui, anche se l’Italia dovesse avere la fortuna di vedere arrivare al Quirinale un uomo del prestigio internazionale di Mario Draghi:  tutt’altro che scontato però a causa della ingovernabilità, come si dice comunemente, di tutti i gruppi parlamentari e partiti di riferimento formale.

Nonostante tutto questo, pare che Mattarella dorma sonni tranquilli, disturbato al risveglio dal chiacchiericcio politico e mediatico riepilogato dai collaboratori nella rassegna quotidiana della stampa depositata già sul comodino. Buona lettura, presidente, anche per la raccolta ormai di domani.      

Ripreso da http://www.startmag.it

L’aula del Senato come una fossa di serpenti per un seggio controverso

La cronaca del Foglio

L’ormai ex bomboniera di Palazzo Madama, come veniva chiamata per dimensioni ed eleganza l’aula del Senato, alle prese con la pur modesta questione -rispetto alle tante altre sul tappeto- del seggio contestato dal forzista Claudio Lotito al renziano Vincenzo Carbone, è sembrata ieri una fossa di serpenti. Lo scrivo con tutto il rispetto dovuto, per carità, alle istituzioni e a quel ramo del Parlamento -non del lago di Como di manzoniana memoria- che sembrava il più nobile, selezionato, austero e quant’altro, sopravvissuto anche alla sfida fattagli con le mani in tasca da Matteo Renzi, dai banchi del governo come presidente del Consiglio, preannunciandone nel 2014 il declassamento. Che fu poi tradotto in una riforma costituzionale bocciata però in via referendaria nel 2016.

Il senatore eletto Carbone
Il senatore mancato Lotito

I senatori austeri di un tempo, salvo qualche scivolata con la mortadella mangiata sui banchi dell’opposizione alla caduta prematura,, al solito, di un governo di Romano Prodi, prima hanno praticamente accettato a voto palese, respingendo una richiesta “sospensiva” illustrata dall’ex presidente dell’assemblea Pietro Grasso, e poi altrettanto praticamente respinto, a scrutinio segreto,  con un’altra richiesta sospensiva peraltro della stessa parte politica, la decadenza di Carbone a vantaggio di Lotito. Che era stata proposta dalla giunta competente dopo quasi tre anni di accertamenti sui conteggi elettorali del 2018 in Campania. Che è la regione dove Carbone e Lotito si proposero agli elettori.

La questione, ripeto, può ben essere considerata minore rispetto alle tante altre che contrassegnano questa stagione politica, fra le quali una legge di bilancio-tanto per dire- in ritardo anche con un governo presieduto da un uomo di competenza, autorevolezza ed energia come Mario Draghi. E per di più minacciato da oltre seimila emendamenti proposti anche da gruppi ed esponenti della maggioranza. E siamo “solo” a un anno e mezzo, più o meno, dalle elezioni ordinarie del 2023. Figuriamoci quanti potranno, o potrebbero essere gli emendamenti l’anno prossimo, alla vigilia di quelle elezioni. Più che discutere, e scontrarsi, sul tema del voto anticipato, si dovrebbe discutere, e scontrarsi, sulla durata della campagna elettorale: se la si preferisce di un anno e mezzo o di alcuni mesi. Ma, anche se minore, ripeto ancora, la questione che ha trasformato l’aula del Senato in una fossa di serpenti si proietta sinistramente su ciò che potrà accadere a gennaio nell’altra aula del Parlamento, quella di Montecitorio. Dove gli stessi senatori, i ben più numerosi ma non meno sparpagliati deputati e i delegati regionali dovranno votare e basta, a scrutinio rigorosamente segreto, magari protetto dai soliti catafalchi, per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.    

Angela Merkel

Solo a pensarci, diciamo la verità, vengono i brividi. Beati quelli che non li avvertono, e magari non vedono l’ora di dare o assistere allo spettacolo di una fossa ancora più grande e affollata di serpenti, pur in un Paese che la cancelliera uscente, anzi uscita, della Germania Angela Merkel ha avuto la cortesia di invidiare almeno per come ha saputo fronteggiare, magari a sua insaputa, la tragica emergenza della pandemia virale. Grazie, signora, ma non si spenda troppo in questa invidia perché temo che i serpenti di casa nostra possano approfittarne montandosi la testa, e facendosi più velenosi.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Il camaleontismo suicida, altro che ammirevole, dei grillini

Titolo del Dubbio
Giuliano Ferrara sul Foglio del 1° dicembre

Come ha fatto Giuliano Ferrara con “Giggino” Di Maio, avvolgendolo nel suo Foglio con un abbraccio ironico ma non troppo per la capacità, o disinvoltura, con la quale ha saputo cambiare posizioni politiche, in linea col passaggio da “bibitaro” a ministro degli Esteri della Repubblica, così qualcuno potrebbe unirsi a Goffredo Bettini e difendere da certa morale “spicciola” -parola sempre di Ferrara- il professore,  avvocato, ex presidente del Consiglio e ora presidente del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Che non è stato neppure lui, con le professioni e la cultura che si ritrova, un inflessibile difensore del modello grillino premiato così generosamente dagli elettori nel 2018 da fargli conquistare in Parlamento  quella “centralità” che fu una volta della Democrazia Cristiana.

Anche Conte ne ha fatta di strada. E ne ha avuta di pazienza per resistere al “vaffanculo”, direbbe sempre Ferrara, gridato anche contro di lui da Beppe Grillo prima di rimangiarselo con un pesce offertogli non so se più generosamente o opportunisticamente dal professore in un ristorante sulla spiaggia di Marina di Bibbona.

Onore insomma al camaleontismo e sberleffi ai “piccoli borghesi di tutto il mondo” invitati dal fondatore del Foglio a “disunirsi” per accettare che “Giggino li abbia fregati partendo da un gradino sotto la classe media”. Figurarsi Conte, partito da un gradino sopra, senza aver dovuto vendere bibite né nella sua Volturara Appula, né a Firenze, né a Roma, o ovunque gli sia capitato di vivere, studiare, insegnare e guadagnare.

C’è tuttavia qualcosa di questi camaleonti eccezionali che a me, anche a costo di finire nella bolgia infernale dei “piccolo-borghesi” sbertucciati dall’amico Giuliano, continua a non tornare anche dopo aver cercato di fare un bagno, sia pure fuori stagione, nelle acque dell’umiltà, o persino della mediocrità. “Aurea mediocritas”, scherzava persino Giulio Andreotti vantandosene.

“Giuseppi”, per dirla con Trump, “Giggino”, per ripeterla con Ferrara, e i loro simili, concorrenti o “amici” come si chiamavano fra di loro anche i democristiani che si facevano le guerre più feroci, personali e di corrente, potranno pur vantarsi di tutte le capacità di adattamento che hanno saputo dimostrare, ma debbono una buona volta cercare di spiegare l’omicidio che hanno fatto di questa legislatura in corso. Che avrebbero dovuto invece blindare dopo la miracolosa conquista della maggioranza relativa meno di quattro anni fa.

Non vi è Parlamento della storia della Repubblica italiana- paradossalmente neppure quello eletto nel 1992 nel clima avvelenato di Tangentopoli e sciolto meno di due anni dopo dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro- così rovinosamente e rapidamente delegittimato come quello conquistato dai grillini nel 2018.

A delegittimare le Camere attuali -prima che a ingessarle provvedesse l’emergenza della pandemia opposta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’inizio di quest’anno alla necessità delle elezioni anticipate emersa dalla lunga e tortuosa crisi del secondo governo Conte- provvidero proprio i grillini imponendo già nelle prime battute della legislatura la riforma costituzionale per tagliarne i seggi. E soddisfare la voglia di forbici e di ghigliottine del loro elettorato.

Eppure bastava non dico molta ma un pochino di professionalità politica per capire che una simile riforma, una volta approvata e confermata dal referendum, avrebbe reso le Camere in carica una mezza caricatura: un rottame, direbbe quel professionista del ramo che è stato per qualche tempo Matteo Renzi, prima di candidarsi anche lui da solo alla demolizione  con l’avventura del 2 per cento della sua Italia Viva. Che è sempre meglio, per carità, del 2 per mille cui Renzi spera che finisca per condannarsi il MoVimento 5 Stelle. Dove il 2 per mille hanno intanto cominciato ad adottarlo come meccanismo, chiamiamolo così, di finanziamento pubblico iscrivendosi all’ odiato, vituperato registro nazionale dei partiti. 

A causa del pasticcio combinato con i tempi della “loro” riforma costituzionale, forse non a caso lasciata in fondo passare dagli avversari, che vi hanno anzi contribuito capovolgendo la linea iniziale di contrasto, i grillini hanno trasformato il Parlamento anch’esso ormai in scadenza, a poco più di un anno dalla data ordinaria del rinnovo, in una tonnara. Dove i più agitati e metaforicamente sanguinanti sono proprio loro, i pentastellati, destinati ad una doppia decimazione: quella dei seggi, ridotti di un terzo, e quella dei voti, ridotti ancora di più. Dal 33 per cento del 2018 sono scesi all’11 dell’ultimo sondaggio del Sole-24 Ore, poco sopra il 10,8 ottimisticamente attribuito a Forza Italia.

Pazienza, tuttavia, per le sorti del partito -ora si può dire- delle 5 Stelle e di ciò che resta dei suoi gruppi parlamentari dopo tutti gli abbandoni di questi anni. Il guaio maggiore è costituito dal fatto che è inevitabilmente a questo Parlamento, pur così tanto delegittimato e comunque politicamente indebolito, che spetta il compito di eleggere fra poche settimane il successore di Mattarella. Che dovrà portarsi addosso l’handicap di un’elezione da parte di Camere nel migliore dei casi ingessate, come si diceva. A meno che Mattarella non faccia al sistema politico la grazia della disponibilità ad una conferma per il tempo necessario a fare scegliere il successore dalle nuove Camere.

Pubblicato sil Dubbio

Per il Quirinale siamo già arrivati al borsino sul Corriere della Sera

Per il Quirinale siamo ormai arrivati al “borsino”, come quello di Antonio Polito pubblicato oggi sul Corriere della Sera.  Nei piani alti della politica, diciamo così, si continua invece a recitare la vecchia commedia della educata o reticente attesa della formale convocazione delle Camere in seduta congiunta per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, se davvero sarà nuovo.

Titolo del Corriere della Sera

Polito si è attenuto ad una regola prudenziale, volendo rimanere nella logica di una corsa tranquilla al Quirinale, per l’elezione di un candidato a larga maggioranza, e non di una “corrida” per fare prevalere dal quarto scrutinio in poi l’aspirante capace di raccogliere “solo” la maggioranza assoluta, e quindi ancora qualificata,  dell’assemblea composta -ricordiamolo- anche di una cinquantina di delegati regionali.

Ebbene, chi ha le maggiori possibilità- valutate attorno all’80 per cento- di raccogliere una maggioranza più larga, evitando la crisi di governo appena prospettata o minacciata dal segretario del Pd Enrico Letta- è Mario Draghi per l’analista del Corriere. Che ha abbastanza esperienza professionale per non essere scambiato per un visionario.

Seguono, sempre nel borsino, il senatore ed ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini col 65 per cento, l’ex presidente del Consiglio e attuale vice presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato col 55 per cento, l’ex presidente della Corte Costituzionale e attuale ministra della Giustizia Marta Cartabia col 50 per cento, Silvio Berlusconi e l’ex guardasigilli Paola Severino col 35 per cento.

Una rielezione implicitamente a termine di Mattarella non è stata presa neppure in considerazione da Polito per la perdurante indisponibilità dell’interessato, almeno a parole, o per messaggi più o meno cifrati, a questa ipotesi che continua invece ad essere coltivata nei palazzi della politica, come già accadde con successo nel 2013 per Giorgio Napolitano. Una mezza ipotesi di elezione a termine è stata invece prospettata da Polito per Giuliano Amato a causa dei suoi 83 anni, che lo renderebbero evidentemente vulnerabile, diciamo così. Pensò così nel 1978 la buonanima del democristiano Flaminio Piccoli anche del socialista Sandro Pertini, eletto a 82 anni ma felicemente rimasto in carica per i sette anni del mandato, aspirando addirittura alla rielezione alla veneranda età di quasi 90 anni.

Titolo del Fatto Quotidiano
Marco Travaglio sul Fatto

Quel 35 per cento forse già troppo ottimisticamente attribuito a Berlusconi non è bastato a rasserenare gli avversari più irriducibili dell’ex presidente del Consiglio. Contro la cui elezione a maggioranza “soltanto” assoluta, con una convergenza fra centrodestra, renziani e misti, si è mobilitato con una petizione già firmata da quarantamila persone il sempre più terrorizzato Marco Travaglio. Che oggi sul Fatto Quotidiano se l’è presa anche con l’”amor suo”- direbbero al Foglio- Giuseppe Conte per non avere ancora detto chiaramente no a Berlusconi in quanto “vecchio puttaniere pregiudicato e finanziatore della mafia”.

Violante al Giornale

Per par condicio, diciamo così, confortato anche dal “volgare e offensivo” dato a Travaglio dall’ex presidente della Camera Luciano Violante, di un cui voto a Berlusconi dubiterei anche se lo vedessi, il quotidiano Libero diretto da Alessandro Sallusti ha promosso un’altra petizione per dire “NO a chi vuole rubarci il Quirinale”. Berlusconi ha probabilmente gradito.  

Ripreso da http://www.startmag.it

La guerra delle ossessioni sulla strada in salita del Quirinale

La vignetta del Secolo XIX su Conte
Titolo del Foglio su Luigi Di Maio

Già soddisfatto di suo per avere vinto il referendum digitale che gli consente di iscrivere il MoVimento 5 Stelle nel registro nazionale dei partiti e di partecipare al finanziamento pubblico col famoso 2 per mille nelle denunce dei redditi, Giuseppe Conte si è vantato nel salotto televisivo di turno -comunque “non della Rai”- di avere lasciato “senza parola” il povero Alessandro Sallusti. Che, collegato da Libero, gli aveva praticamente chiesto di fare un altro passo sulla strada dell’evoluzione grillina aprendo alla candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale. Neanche a parlarne, gli ha praticamente risposto il professore, sicuro forse -una volta tanto- di non essere poi spiazzato anche su questo da qualche dichiarazione del suo amico-concorrente-rivale Luigi Di Maio. Della cui capacità di trasformarsi proprio oggi Giuliano Ferrara si è compiaciuto sul Foglio in un abbraccio della morte a “Giggino”.

Foto e didascalia del Fatto Quotidiano su Berlusconi

Il no di Conte non è tuttavia bastato a rasserenare i suoi amici del Fatto Quotidiano. Che, ossessionati dalla prospettiva di un pur improbabile blitz parlamentare a favore del “Caimano ridens”, come ora Marco Travaglio e collaboratori hanno cominciato a chiamare l’ex presidente del Consiglio, hanno proseguito la loro offensiva lanciando anche esche, come dicevo ieri, alle Procure della Repubblica per riceverne qualche aiuto. E così Berlusconi è stato presentato vignettisticamente come una specie di Duce invecchiato al Quirinale e indicato come “il garante della prostituzione”, non della Costituzione, per quanto le due parole facciano rima.

Il logo della campagna del Fatto Quotidiano

Figuriamoci se questo trattamento può indurre uno come Berlusconi a tirarsi indietro, pur da una gara alla quale si diverte a precisare, quando gli capita, di non essersi iscritto, o non ancora, non foss’altro per il rispetto dovuto al presidente uscente della Repubblica Sergio Mattarella. Che -detto tra parentesi- potrebbe riservare sorprese anche a lui a proposito della indisponibilità attribuitagli a farsi rieleggere a tempo, come Giorgio Napolitano nel 2013.  

Claudio Cerasa sul Foglio

Il Cavaliere risulta al Corriere della Sera addirittura prenotato o già arrivato a Merano, nella solita beauty farm, per rimettersi in forze dopo tutti i guai procuratigli anche dal Covid. Il candidato-non candidato o il corridore-non corridore, come preferite, si è insomma messo metaforicamente agli allenamenti per la gara al Quirinale. Che peraltro ha provocato anche a lui qualche ossessione, vista l’insistenza con la quale da qualche tempo sostiene personalmente la necessità di lasciare a Palazzo Chigi almeno sino al 2023, cioè sino alla conclusione ordinaria della legislatura, Mario Draghi. La cui candidatura al Quirinale continua invece ad essere considerata dai comuni amici del Foglio “l’unica, vera, che esiste oggi in campo”, come ha appena scritto il direttore Claudio Cerasa.

Titolo del Giornale di ieri

Sul Giornale della famiglia Berlusconi si annunciava invece ieri, in apertura, un “addio Colle” di Draghi “stanato” un po’ da tutti i partiti: “da Salvini a Letta”, inteso naturalmente come Enrico, il segretario del Pd. Un Draghi peraltro, nonostante l’ottimismo quirinalizio già citato del direttore Cerasa, che Il Foglio in altra parte della prima pagina di oggi dà o riconosce “inceppato”, o “imbrigliato” dai partiti almeno come presidente del Consiglio. Che gli avversari, o falsi amici, vorrebbero inchiodare a Palazzo Chigi come Gesù alla croce. Che tuttavia -sanno i fedeli- risorse dopo la morte.   

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Le esche di Travaglio alle Procure contro Berlusconi al Colle

Su Libero di ieri

Caspita, che preveggenza ha saputo dimostrare Carlo Nordio, conoscendo evidentemente i suoi polli ancora al lavoro nelle Procure, scommettendo non più tardi di ieri su Libero “che i pm interverranno anche nella partita per il Quirinale”.

“Occhiello” del titolo dell’articolo del Fatto Quotidiano

Oggi sul solito Fatto Quotidiano -e dove sennò?- oltre all’annuncio di una “petizione” e di una campagna di carta contro la candidatura pur di incerta formulazione, diciamo così, di Silvio Berlusconi a presidente della Repubblica, si spara in un titolone di prima pagina  una specie di notizia di reato che potrebbe ben essere interpretata come un’esca per le Procure della Repubblica. Dove la cosiddetta obbligatorietà dell’azione penale potrebbe indurre i più volenterosi ad aprire il solito fascicolo, cioè la solita inchiesta: giudiziaria, mica solo giornalistica come con inchiostro rosso il giornale diretto da Marco Travaglio ha definito quella condotta da Ilaria Proietti, e tradottasi in un lungo articolo fatto prevalentemente di insinuazioni o rivelazioni anonime.

Un misterioso parlamentare già del MoVimento 5 Stelle ha raccontato alla stessa Proietti, o ad un suo informatore, di avere ricevuto da emissari di Berlusconi, veri o presunti che fossero, offerte delle più diverse per votare l’ex presidente del Consiglio al Quirinale quando finalmente sarà il momento nell’aula di Montecitorio, a Camere riunite in seduta congiunta con la partecipazione anche dei delegati dei Consigli Regionali. Offerte, ripeto, di tutte le qualità e quantità: “poltrone in consigli di amministrazione di società all’estero e 100 mila euro”, sintetizza il sommario del titolo di prima pagina. Che sono “meno di quel che dava alle sue olgettine” il non più tanto generoso Berlusconi, commenta un “deputato campano”, non meglio specificato, coinvolto nell’”inchiesta” della giornalista. Che naturalmente potrebbe invocare il segreto professionale se qualche magistrato volesse strapparle nomi e particolari senza fare molta fatica a scoprirli da solo.  

Un nome tuttavia si fa nell’articolo a proposito dei 100 mila euro. Sarebbe quello del forzista nuovo di zecca Gianluca Rospi, ex grillino approdato alla luce del sole nel partito di Berlusconi attraverso il movimento dell’ex forzista Giovanni Toti. Centomila euro sarebbe costato appunto “il taxi” -come lo definisce la giornalista di Travaglio- che ha portato Rospi da Berlusconi, ma non certo per ammissione o racconto dell’interessato. La fonte è rimasta rigorosamente anonima.

Intervista di Antonio Martino a Repubblica
Altro titolo del Fatto Quotidiano

In questo contesto alquanto velenoso di rivelazioni, che ripropone lo spettacolo del “suq” già vissuto ai tempi politici e giudiziari del senatore Sergio De Gregorio sottratto a suo tempo da Berlusconi a Romano Prodi, ci sarà da aspettarsi di tutto e di più, a meno che lo stesso Berlusconi, anzichè continuare a divertirsi -come lo descrivono sempre al Fatto Quotidiano– a immaginare le facce dei magistrati con la sua foto da presidente della Repubblica alle loro spalle negli uffici dove amministrano la giustizia, non accetti i consigli alla rinuncia appena datigli dall’insospettabile amico  ed ex ministro Antonio Martino. Che, parlando pure lui in forma anonima di “un amico” convinto della irriducibilità del sogno quirinalizio del Cavaliere, si è chiesto in una intervista a Repubblica, “con la vita che ha fatto Berlusconi, e che ancora può fare, perché dovrebbe appassionarsi per un mestiere che consiste in baciare bambini, tagliare nastri e andare ai funerali”. Per giunta possedendo “tante belle abitazioni che non riesce neppure a viverle tutte”.

Blog su WordPress.com.

Su ↑