Giorgia Meloni in Consiglio dei Ministri come su un’astronave atterrata

Il Def approvato dal Consiglio dei Ministri non è naturalmente l’incipit in vernice rigorosamente rossa della deficiente che il vignettista Nico Pillinini attribuisce sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno alla protestataria segretaria del Pd Elly Schlein, emula dell’ammiratore Carlo De Benedetti. Che nella sua nuova “radicalità” ha recentemente dato della “demente” a Giorgia Meloni incorrendo nella censura di Domani, il quotidiano da lui fondato e posseduto forse rimesso in riga proprio per questo con la destituzione del direttore Stefano Feltri.

Il Def è solo l’acronimo del Documento di Economia e Finanza liquidato forse un pò troppo frettolosamente da Repubblica come un prodotto “da tre soldi”, pur se con la copertura di un commento di Carlo Cottarelli, un esperto sicuramente di economia eletto senatore nelle liste del Pd come indipendente ma chiamato ironicamente da qualche cronista politico anche “il Draghi dei poveri”. “Un’operazione di cassa priva di futuro”, l’ha definita appunto il mancato presidente del Consiglio di cinque anni fa, incaricato dopo la rinuncia di Giuseppe Conte e ritiratosi per il ripensamento dell’avvocato e professore designato dai grillini. 

Troppo pochi quei tre miliardi di euro destinati al cosiddetto cuneo fiscale per i redditi bassi, riducendone gli oneri contributivi, ha detto in un salotto televisivo Per Luigi Bersani scontrandosi con un inaspettato Giorgio Mulè: il vice presidente forzista della Canera ancora fresco di un’intervista contro il nuovo corso del suo partito più favorevole a Giorgia Meloni. 

Oltre al Def e a un provvedimento a maggiore tutela dei beni artistici imbrattati da ambientalisti quanto meno un pò fuori di testa, il Consiglio dei Ministri ha proclamato lo stato di emergenza, per ora di soli sei mesi, di fronte all’aumento degli sbarchi di immigrati clandestini. Una “scelta autoritaria”, ha gridato con le opposizioni Il Riformista che Piero Sansonetti, impegnato a riportare l’Unità nelle edicole, sta per consegnare a Matteo Renzi complicandogli peraltro la già pericolante gestione del cosiddetto terzo polo formalmente guidato da Carlo Calenda. Fra i due infatti è aria ora più di divorzio che altro. 

Certo, lo stato di emergenza firmato dalla Meloni fa una certa impressione se paragonato -come è accaduto nel salotto televisivo citato per lo scontro fra Bersani e Mulè- ai discorsi che la stessa Meloni, dai banchi parlamentari dell’opposizione, pronunciava animatamente contro  l’emergenza per il Covid disposta dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, accusato di volerne profittare per rafforzarsi politicamente. In questa obbiettiva contraddizione, senza volersi chiedere con Avvenire se quella per i migranti è “vera emergenza”, data ormai la cronicità del fenomeno degli sbarchi, e dei naufragi, ha avuto facile gioco Pier Ferdinando Casini a descrivere, pur scherzando e un pò compiaciuto, la Meloni alla guida di un’astronave giunta sul pianeta Terra. 

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Anche Forza Italia ha il suo Macron, contrario al vassallaggio: Giorgio Mulé

Nei lunghi e impietosi corridoi della Camera, dove il battutismo si mescola all’analisi politica e  il retroscenismo alla cronaca, gli amici del vice presidente forzista Giorgio Mulè -amici naturalmente in senso lato, comprensivi quindi anche dei colleghi di partito che non la pensano esattamente come lui- lo hanno promosso al “nostro Macron”. 

Quello vero, Emmanuel, il presidente della Repubblica francese, è su tutti i giornaliper il rifiuto opposto durante e dopo la sua recente visita a Pechino, costellata di buoni affari per il suo Paese, alla realtà o prospettiva di un’Europa “vassallo” -o vassalla, se si potesse dire- di qualcuno, a cominciare dagli Stati Uniti. I cui interessi sempre meno di frequente coinciderebbero con quelli del vecchio continente meritevole di diventare un terzo polo, auguralmente più fortunato di quello in via di costruzione in Italia, a fini soli di politica interna, da parte di Carlo Calenda e di Matteo Renzi. Il quale ultimo peraltro si compiace ogni qualvolta viene da qualche ammiratore, o da qualche avversario in senso sarcastico, indicato proprio come il Macron italiano capace di marginalizzare insieme la sinistra e la destra. 

Ma con Mulè siamo in un campo ancora più ristretto: quello del centrodestra nostrano finito per consistenza elettorale e di governo sotto la guida di Giorgia Meloni. Dove il vice presidente della Camera, come ha appena detto in una intervista alla Stampa e al confratello Secolo XIX, non ha nessuna intenzione di partecipare alla temuta trasformazione dei forzisti in “replicanti di Fratelli d’Italia”. E se questa prospettiva dovesse davvero piacere, dopo il mezzo terremoto avvenuto nel partito appena prima del ricovero di Silvio Berlusconi in terapia intensiva all’ospedale San Raffaele di Milano, allo stesso Berlusconi, alla figlia Marina, alla quasi  moglie Marta Fascina e ad altri del cosiddetto cerchio magico appena aggiornato, Mulè non mostra di essere timoroso, frenato, imbarazzato e via discorrendo. A lui basta e avanza, col conforto della festa di Pasqua appena  celebrata, la fede in Berlusconi e nel suo ritorno in pieno alla politica e alla guida del partito, se mai avesse dovuto un pò disinteressarsene nel nuovo ricovero ospedaliero. Che non a caso non gli ha impedito -per quanto, ripeto, in terapia intensiva- di fare e ricevere telefonate e di incontrare quotidianamente familiari ed amici. “Tutte le altre professioni di fede, come ad esempio la fedeltà al governo Meloni sono dissonanti”, ha detto il Macronino di Montecitorio. 

Ma “se Berlusconi dovesse essere sempre meno presente nella vita del partito, come si dovrebbe comportare Forza Italia?”, ha insistito l’intervistatore Francesco Olivo, forse condizionato dal medico curante dell’illustre infermo appena espostosi in una polemica con chi è convinto che l’ex premier sia ormai già in forma. Ebbene, “servirebbe -ha risposto Mulè parlando ad Olivo ma forse pensando anche alla Fascina, a Marina, a Fedele Confalonieri, a Gianni Letta, ad Adriano Galliani eccetera- un supplemento di maturità, ovvero quello che Berlusconi ha sempre fatto: trovare nella coalizione (di governo) dei compromessi nonostante i rapporti di forza che ci darebbero perdenti”.

Se qualcuno ha scambiato il ridimensionamento della capogruppo al Senato Licia Ronzulli, privata del coordinamento del partito in Lombardia, e la sostituzione di Alessandro Cattaneo alla guida del gruppo della Camera con Paolo Barelli, che ha definito “originali” le posizioni del vice presidente di Montecitorio, in un cambiamento o correzione di linea politica, si è sbagliato di  grosso. Quella degli avvicendamenti, ridimensionamenti e simili “è una vicenda -ha sostenuto Mulè- d cui ancora bisogna scrivere la storia. Alessandro e Licia altro non hanno fatto che essere la voce parlante di Berlusconi. Non sarà il cambio di un assetto a determinare la mutazione del nostro codice genetico”. Come Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani dicevano di quello del Pd cambiato a suo tempo da Matteo Renzi.

Sempre all’intervistatore che aveva ostinatamente ripreso a parlare di successione  al Cavaliere chiedendogli se “toccherà ad Antonio Tajani”, che già lo rappresenta al governo come vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, e continua ad essere considerato titolare dell’incarico pur inesistente formalmente di coordinatore nazionale del partito, Mulè ha opposto questa interruzione: “La fermo subito. Io non penso alla successione di Berlusconi. Fino a quando c’è lui io non dedico nemmeno un minuto a pensare a cosa ci sarà dopo”. O a pensare -altro tema postogli dal giornalista della Stampa- all”antipatia personale” manifestatagli dal presidente del Senato Ignazio La Russa. “Se lui avesse l’idea -ha detto Mulè- di quanto importa a me di stargli antipatico, avrebbe l’idea dell’immensità”. O dell’Infinito leopardiano, come non gli è scappato di aggiungere. 

Con queste premesse, chiamiamole così, ancora freschissime di stampa immagino la fine riservata da Giorgio Mulè ieri mattina alla pagina della rassegna stampa della Camera riportante un articolo del Foglio costruito attorno ad alcune dichiarazioni di Pier Ferdinando Casini, già socio del centrodestra ma da qualche tempo ospite a tutti gli effetti del Pd, titolato “Forza Italia è Giorgia”, al femminile. Che secondo “l’ultimo democristiano”, come Casini si autodefinisce orgogliosamente, la successione di Berlusconi se la sarebbe già “presa” stando a Palazzo Chigi da quasi sei mesi. 

Pubblicato sul Dubbio

La rivolta di Giorgio Mulé in Forza Italia contro la svolta favorevole alla Meloni

Cinquantacinque anni da compiere il 25 aprile, festa della Liberazione, vice presidente forzista della Camera, già sottosegretario alla Difesa nel governo di Mario Draghi, ancora più indietro negli anni direttore di Panorama, orgogliosamente siciliano di origini, Giorgio Mulè ha voluto liberarsi di ogni scrupolo parlando alla Stampa e al Secolo XIX dell’assai presunta, secondo lui, svolta “governista” a favore  di Giorgia Meloni, impressa al suo partito da Silvio Berlusconi prima del ricovero tuttora in corso in terapia intensiva all’ospedale San Raffaele di Milano.

“Le professioni di fede in questo momento -ha detto Mulè parlando della Pasqua appena festeggiata- devono essere concentrate solo in una direzione: Berlusconi si ristabilisce e tornerà a essere il leone che abbiamo sempre conosciuto. Tutte le altre professioni di fede, come ad esempio la fedeltà al governo Meloni, sono dissonanti”. “Il nostro appoggio -ha precisato il vice presidente della Camera- esiste già, è inutile ripeterlo in continuazione. Non è mai venuto meno”, neppure quando lui stesso ha creato qualche problema nella maggioranza con polemiche rintuzzate con un certo fastidio dalla presidente del Consiglio, ma ancor più dal presidente del Senato Ignazio La Russa. La cui “antipatia” sottolineata dall’intervistatore Francesco Olivo è ampiamente ricambiata. “Se lui avesse idea di quanto importa a me di stargli antipatico, avrebbe idea dell’immensità”, ha detto Mulè giudicando poi così il modo in cui la seconda carica dello Stato sta esercitando il proprio ruolo: “I silenzi e gli imbarazzi dei suoi colleghi di partito riguardo alle sue posizioni la dicono lunga. Le istituzioni sono sacre”. E La Russa evidentemente non le sta trattando come meritano e “come io nel mio piccolo provo a fare tutti i giorni”, ha rivendicato il vice presidente di Montecitorio non rendendosi forse conto di contribuire anche lui con questa polemica personale a trattarle male.

Per quanto gestita con una certa prudenza, pubblicata a pagina 8 da entrambi i giornali senza un richiamo in prima pagina che forse avrebbe meritato per l’attenzione quasi spasmodica che l’informazione riserva alla salute di Berlusconi ma anche a quella della sua creatura politica, l’intervista di Mulè è liquidatoria anche rispetto ai cambiamenti intervenuti nel partito per decisione personale del fondatore, fra i quali la sostituzione del capogruppo della Camera Alessandro Cattaneo e  una certa provvisorietà della capogruppo al Senato Licia Ronzulli. “Questa -ha detto Mulè- è una vicenda di cui ancora bisogna scrivere la storia. Alessandro e Licia altro non hanno fatto che essere la voce parlante di Berlusconi. Non sarà il cambio di un assetto a determinare la mutazione del nostro codice genetico”. Che -ha detto Mulé in un altro passaggio- va difeso “nella coalizione” di governo, “nonostante i rapporti di forza che ci darebbero perdenti”, e i tentativi di considerare i forzisti dei “replicanti” del partito della Meloni. 

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Quella voglia oscena, per niente pasquale, di funerale e di sarcasmo al fulmicotone

Silvio Berlusconi sta meglio in un ospedale presidiato da sostenitori e cartelli come se fosse la sede della sua Forza Italia. E se non è arrivato a mettere in croce le infermiere, come anche giornali amici tipo Il Foglio lo hanno descritto nelle vignette, di sicuro ha cominciato a mettere in croce gli amici medici perché ne anticipino il ritorno a casa, anche a costo di renderlo pericolosamente prematuro. Eppure c’è chi, sempre con le vignette, essendo troppo sfacciato farlo al riparo della satira, non rinuncia al sogno di occuparsene fra un pò da morto. Particolarmente sinistro è stato Riccardo Mannelli sulla prima pagina di Pasqua del Fatto Quotidiano- e dove sennò?- con quella maschera dell’infermo frammista all’ode manzoniana in morte di Napoleone manipolata fra verbo e tempo: Ei fa, anziché fu, siccome immobile. 

Già una volta, d’altronde, con Berlusconi -se non ricordo bene- ancora in attività a Palazzo Chigi dei buontemponi travestiti da artisti allestirono una mostra nel Palazzo dirimpettaio in cui lui era rappresentato come una salma, pur festosa. 

Anche nelle caricature bisognerebbe avere un limite, diceva la buonanima di Giovanni Spadolini commentando le vignette di Giorgio Forattini che gli attribuivano un pisellino imbarazzante, ma che lui chiedeva lo stesso  in originale all’autore ostentando un’ironia superiore alla sua.

Otre che aggiornarsi nella vignettistica, i cultori dell’opposizione, chiamiamola così, spietata all’indesiderato di turno. stanno in questi giorni aggiornando l’anagrafe dei destinatari. E così, sempre sul Fatto Quotidiano di Pasqua -e dove sennò?, ripeto-  non bastando più Giorgia Meloni da sola con i suoi occhi che non passano certamente inosservati, o con quel passo forse per lei troppo lungo sfilando davanti ai picchetti militari, è stata offerta in  foto al pubblico col suo compagno e padre della figlia Gineva, sovrastata da un titolo che parla da sé nei suoi obiettivi: ”Conflitto d’interessi (in rosso)- Mr. Meloni: già 10 convegni coi lobbisti”. E dentro, a pagina 4, un lungo articolo di Giacomo Salvini -niente a che fare com Matteo, il leader leghista- elencava convegni e dibattiti moderati dal compagno della premier sulla cui agenda promotori e attori di quegli appuntamenti potevano già essere finiti o potevano finire nella grande partita delle nomine in corso. 

Sì, d’accordo -ha ammesso e informato il Salvini non Matteo- il giornalista ha tolto tempo alla figlia, alla compagna e a Mediaset, da cui dipende, senza guadagnare un centesimo, lasciandosi solo pagare le spese di viaggio e di alloggio, ma vi pare corretto, fine, elegante, opportuno -era la domanda sottintesa all’articolo e alla sua titolazione- un’azione così sfacciatamente “lobbistica” con la partecipazione di un congiunto -avrebbe scritto Giuseppe Conte in tempi di Covid in uno dei suoi decreti presidenziali sui movimenti personali- della pur prima donna -o proprio perché prima donna- alla guida di un governo? E’ solo l’antipasto.

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Un regalone nell’uovo di Pasqua di Elly Schlein a Giuseppe Conte

Dal sacro al profano. Se nelle Chiese, e nelle case dei fedeli, si celebra il ricordo della resurrezione di Gesù Cristo, sotto le più modeste stelle della sinistra italiana si festeggia -nella presunzione che sia appunto una festa- il seme lanciato sul terreno dalla nuova segretaria del Pd Elly Schlein per la rinascita dell’alleanza con i grillini. Che fu troncata, interrotta, sospesa e quant’altro l’anno scorso al Nazareno da Enrico Letta per la rottura consumata da Giuseppe Conte col governo di Mario Draghi. 

Il diavolo si nasconde nei dettagli, secondo un vecchio proverbio. Il dettaglio, per ora al singolare, è quello della nomina di Annalisa Corrado a responsabile dell’Ambiente, con la maiuscola, nel nuovo ufficio di segreteria del Nazareno: responsabile e per ciò stesso ministro ombra destinato, nella logica della presidente anch’essa ombra del Consiglio, a creare problemi al ministro del governo vero Gilberto Pichetto Frattin, forzista. 

Ma oltre, o ancor più dell’autentico ministro dell’Ambiente, Annalisa Corrado si trova ad essere ombra del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, già ministro dell’Economia del secondo governo Conte, proposto al Campidoglio dal Pd,  regolarmente eletto e contestato sino a ieri dai soli grillini e affini per la decisione di realizzare un termovalorizzatore. Che potrebbe liberare finalmente i romani, e i loro ospiti, dalla monnezza straripante di quella che proprio oggi, anche per altri versi, La Stampa definisce “la Suburra Eterna”. Una decisione, quella del sindaco capitolino, che già prima dei ripetuti aiuti militari agli ucraini aggrediti dalla Russia di Putin aveva fatto saltare la mosca al naso di Conte innescando praticamente la crisi di governo destinata ad esplodere nell’estate scorsa. 

Ebbene ciò che ha fatto di Annalisa Corrado negli ultimi tempi un personaggio politico, sino a strappare, per quanto ripresa solo di spalle, un abbraccio al povero presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una circostanza del tutto fortuita, è la guerra dichiarata proprio al termovalorizatore di Roma. Che il sindaco Gualtieri avrebbe deciso non per valutazioni ragionate e fondate ma sposando “fake news” denunciate  dalla stessa Corrado in una lettera scritta con Rossella Muroni, Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, e pubblicata da Domani, il quotidiano della “radicalità” intestatasi dall’editore Carlo De Benedetti. 

“Ecco, questa sarebbe stata una delle tante domande da porre a Schlein: con chi sarà, con la sua delegata o con il suo sindaco?”, si è chiesto non a torto sul Foglio Simone Canettieri. Che però non ha potuto porre nessuna domanda alla presidente ombra del Consiglio per il semplice fatto che costei, stanca del suo lungo parto, se l’è cavata con un monologo elettronico ed è andata a riposarsi, lasciando solo anche Conte a scoprire il regalo da lei infilatogli nell’uovo di Pasqua.

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Da Mister Wolf a Miss Schlein: da chi risolve problemi a chi si propone di crearne

Il mitico mister Wolf, che nel 1994 si propose al mondo in un film come l’uomo che risolveva problemi, un pò come nello stesso anno fece Silvio Berlusconi fece in Italia scendendo in campo politico, ha ormai fatto il suo tempo. Lo ha fatto prima e più ancora del Cavaliere che, indomito, è riuscito anche a trasformare  in questi giorni il reparto di terapia intensiva di un ospedale in un salotto che a nessun altro paziente nelle sue condizioni sarebbe forse permesso. 

Dall’uomo che risolve problemi siamo passati alla donna -un altro soffitto di cristallo caduto- che si offre, si propone e quant’altro di crearne. E’ la nuova segretaria del Pd Elly Schlein, ora anche capa di un governo ombra di 21 persone contrapposte ai ministri di Giorgia Meloni. E’ stata “lunga”, come da poliglotta o multinazionale l’interessata preferisce dire anziché lenta, ma alla fine ce l’ha fatta, peraltro stancandosi lo stesso a tal punto da doversi prendere un periodo di riposo  in cui hanno intinto i biscotti dell’ironia, o del sarcasmo, alcuni giornali. Un riposo che la Meloni non potrà prendersi per i problemi con i quali era alle prese già prima che si profilassero quelli minacciati dalla sua principale oppositrice. 

Diversamente da quelli di tradizione inglese, i governi ombra tentati in Italia da qualche predecessore della Schlein a sinistra si sono sempre dissolti nel nulla. Sono stati più ombre che governi. Vedremo se con l’opposizione “dura” annunciata, pur senza tanta evidenza, dal manifesto la segretaria del Pd al termine del suo riposo riuscirà nei suoi propositi bellicosi. Sono in molti ad aspettarla alla prova, in verità anche o soprattutto nel suo partito. Dove le correnti francamente non mi sembrano tanto disarmate, e neppure ridotte. Chi vivrà vedrà, come si dice nelle circostanze dubbie. 

Per quanto legittimo, tuttavia, e di lignaggio addirittura britannico, ripeto, in un Paese come l’Italia e in un momento come questo, con una guerra in corso in Europa, alla quale Putin vorrebbe che noi ci abituassimo come i russi, o gli stessi ucraini aggrediti e invasi, il proposito di “creare problemi”, come ha detto la Schlein, potrebbe rivelarsi un problema ancora maggiore. L’opposizione notoriamente non è per niente esonerata dal senso o dal dovere della responsabilità, anche se il populismo è dilagato tanto in Italia negli ultimi tempi da essere diventata una malattia cronica, come quelle da cui si sta difendendo Berlusconi in questi giorni in ospedale. Speriamo di uscirne tutti vivi, noi e lui. 

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Berlusconi racconta in versione Tacito dall’ospedale la sua discesa in campo

“Chiesi ai mei sondaggisti se si poteva evitare la vittoria dei comunisti. Mi dissero di sì. “Ma solo se scende in campo lei”. Lo feci”. Così Silvio Berlusconi, un pò tacitaniamente,  ha voluto ricordare dal letto dell’ospedale le origini della sua avventura politica in una  telefonata ricevuta e raccontata da Augusto Minzolini. Che è il direttore, anzi “direttorissimo”, come lo chiama con  meritata simpatia l’ex presidente del Consiglio, del Giornale ancora di famiglia ma in via di acquisto da parte degli Angelucci, editori già di Libero e del Tempo. 

Anche io penso, come lo stesso Berlusconi ha detto sempre a Minzolini, e i suoi familiari e amici ai giornalisti dopo essere andati a trovarlo, che anche questa volta “il leone” o “la roccia”, secondo le definizioni, rispettivamente, di un figlio e del fratello, ce la farà alla faccia di chi lo sta celebrando come se fosse già morto. Ma mi ha colpito lo scrupolo autobiografico col quale egli ha voluto precisare come e perché una trentina d’anni fa smise ad un certo punto di sollecitare gli altri a organizzarsi meglio per affrontare le elezioni che sI avvicinavano, e la famosa e “gioiosa macchina da guerra” allestita dall’ultimo segretario del Pci e primo del Pds Achille Occhetto. E ne allestì una sua, di macchina, destinata a sorprendere tutti e a vincere, sino a portarlo direttamente a Palazzo Chigi, senza le tappe intermedie e tradizionali dei leader succedutisi nella cosiddetta prima Repubblica: deputato, o senatore, relatore di qualche legge importante, sottosegretario, ministro, magari capogruppo, segretario del partito e infine capo del governo sullo sfondo di un Quirinale da scalare a tempo debito, e col permesso più della fortuna che della bravura, astuzia e quant’altro. 

A convincerlo furono quindi i sondaggisti, più che la sua ambizione, o la paura attribuitagli dalla buonanima di Enzo Biagi, ma anche da altri ancora in vita, di affrontare da semplice imprenditore gli scenari politici destinati a sostituire quelli dominati  ultimamente dal cosiddetto Caf: l’acronimo dell’alleanza o combinazione fra Craxi, Andreotti e Forlani. Che certamente non gli erano stati ostili sulla strada degli affari edili e editoriali. 

Di quei sondaggisti ricordo ciò che una volta mi volle raccontare tra battute ironiche, delle quali era uno specialista raffinato, e forti preoccupazioni l’allora e ultimo segretario della Dc Mino Martinazzoli, reduce da un incontro avuto con lui, credo, nella sua Brescia, facilmente raggiungibile da Arcore. “Quelli -mi disse parlando appunto dei sondaggisti- gli hanno fatto perdere la testa. Lo fanno andare in giro con una montagna di grafici e prospetti secondo i quali senza di lui saremmo tutti finiti, e magari verrebbe ripristinato anche il comunismo finito tra le macerie del muro di Berlino”. E mi pregò, -sapendo dei nostri rapporti di amicizia e di lavoro, ma sopravvalutandoli un pò troppo- di persuaderlo ad una visione “più realistica”- disse- della situazione politica, certamente non semplice, e delle prospettive da costruire “non giocando al pallottoliere”. Non ne ebbi l’occasione. O la ebbi troppo tardi, quando già il Cavaliere -o “il dottore” come ancora lo chiamavamo un pò tutti nel gruppo del Biscione- aveva già intessuto i suoi rapporti e preso le sue decisioni, confortato -avrebbe poi raccontato- anche dalla mamma originariamente perplessa, a dir poco, pure lei.

Poi ebbi l’impressione, a torto o a ragione, che i rapporti di Berlusconi con i sondaggisti avessero finito per rovesciarsi, nel senso che non fosse stato più lui a farsene condizionare ma loro ad assecondarlo. Alcuni  di essi infatti scomparvero letteralmente dalla scena e ne subentrarono altri, fra i quali eccelle per notorietà e una certa avvenenza da qualche tempo Alessandra Ghisleri. Che tuttavia è apprezzata anche da giornali non proprio teneri con Berlusconi, pure in questi giorni di ricovero in “terapia intensiva”, sottolineata immediatamente dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. Che tuttavia sa bene, come Repubblica con quella rumorosa titolazione sul traffico “al capezzale” dell’ex presidente del Consiglio, come dagli ospedali si possa uscire ancora vivi, e non per forza morti o impediti.

Pubblicato sul Dubbio

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Un pò troppa la fretta, francamente, di vedere la fine di Silvio Berlusconi

Pur preceduta ieri da Avvenire con quel “Berlusconi finito in terapia intensiva”, Repubblica si è sinistramente imbizzarrita oggi a riferire o immaginare il traffico “attorno al capezzale” di un uomo, come Berlusconi appunto, della cui morte i più preoccupati, forse persino più dei “famigliari e famigli”, come li chiama Il Fatto Quotidiano, sono però i vignettisti. La cui disperazione all’idea di perdere una fonte così preziosa del loro lavoro è stata ben rappresentata da Nico Pillinini sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno.

Dalle vignette su di lui, d’altronde, Berlusconi non ha per niente la voglia di privarsi, essendo state in fondo una parte della sua fortuna nei quasi trent’anni di attività politica: specie quelle che scherzano sui suoi incontinenti e largamente condivisi desideri sessuali, come proprio oggi sul Foglio. La cui classe, chiamiamola così, derivata del resto dalla simpatia che in quel giornale nato a suo tempo grazie proprio ai suoi soldi continuano a nutrire per lui anche non condividendone più tutte le scelte politiche; la cui classe, dicevo, riscatta anche la becera “cattiveria” quotidiana di Marco Travaglio. Che esprime la stessa idea attribuendo direttamente e sguaiatamente all’illustre e abituale paziente dell’ospedale milanese San Raffaele una incursione quanto meno manesca sul “culo di un’infermiera”. 

Il fatto -non di Travaglio ma più in generale- è che l’uomo si è rivelato sinora attrezzatissimo a fronteggiare difficoltà, crisi e quant’altro quando smettono di essere acute e  diventano croniche: prima i processi e annessi nei tribunali e ora la leucemia diagnosticata, anzi resa pubblica dai medici curanti. 

Tra le fantasie prodottesi attorno al traffico “al capezzale” di Berlusconi, per tornare al titolo del giornale che ha ereditato dal fondatore Eugenio Scalfari un antiberlusconismo ostinato, c’è quella della impossibilità che Forza Italia sopravviva a chi l’ha inventata. A meno che, se proprio Berlusconi non dovesse farcela a vincere anche questa “ultima battaglia”, come l’hanno sciacallescamente chiamata i suoi avversari, la figlia  maggiore non dovesse decidere di prenderne anche il posto politico. “FI senza eredi, tranne Marina”, ha titolato Il Fatto Quotidiano, dove i vignettisti staranno già allenandosi al compito di caricaturarla a dovere. I suoi lineamenti e trucchi un pò si prestano alle forzature. Solo qualche giorno fa, d’altronde, quando Berlusconi era stato appena dimesso dai controlli di routine e non si era scatenata la nuova paura per la sua salute, l’ex leghista e ora forzista Flavio Tosi diceva che proprio Marina sarebbe “il massimo” per un partito appena raddrizzato dal padre sulla strada del governismo. Smettendola cioè di creare problemi a Giorgia Meloni in concorrenza con Matteo Salvini. Il massimo forse anche dopo la femminilizzazione, chiamiamola così, di Palazzo Chigi e del Nazareno.   

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Berlusconi in terapia intensiva e Renzi superattivo sul fronte riformatore e garantista

Silvio Berlusconi, con i suoi 86 anni belli che compiuti, e con un bel pò di governi e processi dietro o ancora sulle spalle, sarà pure “finito in terapia intensiva”, come ha poco felicemente titolato Avvenire, il giornale -ahimè- dei vescovi italiani. Ma il suo ex “royal baby” Matteo Renzi, come lo definì compiaciuto per un pò Giuliano Ferrara, con i suoi 48 anni festeggiati in gennaio e meno governi e processi dietro o ancora sulle spalle,  ne ha già raccolto l’eredità dell’azione di contrasto ad una magistratura un pò troppo politicizzata, francamente, prenotando e annunciando la direzione sia pure soltanto editoriale, non responsabile, e quindi “irresponsabile”, secondo il nuovo quotidiano di Carlo De Benedetti, Domani, di un giornale bandiera del garantismo come Il Riformista. 

“Tutti i lavori tranne il senatore”, ha titolato criticamente il Corriere della Sera. “Le  mille vite di Renzi, il re degli alibi in fuga dalle responsabilità”, ha praticamente protestato anche La Stampa.

Se questa è stata la reazione dei giornaloni, figuratevi quella del militante Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che ha sparato contro la dipendenza, adesso, del senatore di Scandicci dal “coimputato del padre” nel processo Consip, il ricco Alfredo Romeo, ed ha storpiato, al solito, il nome del Riformista chiamandolo “Riformatorio” in un editoriale del quale desidero riportare interamente la conclusione. Essa è indicativa di un ceto modo di ragionare e di rapportarsi con gli altri.

“Si potrebbe pensare -ha scritto Travaglio di Renzi e della sua nuova funzione- che lo faccia per sputtanare la politica e il giornalismo italiani, se non fossero entrambi già sputtanati per conto loro, almeno quanto lui. Più probabile che voglia stupire con effetti speciali: tipo spostare la redazione all’autogrill di Fiano con Mancini caporedattore, o affidare la rubrica “Libera stampa e motoseghe” a Bin Salman”. A parte le allusioni per iniziati o addetti ai lavori, chiamiamoli così, penso che sarà una bella gara, fra Travaglio e Renzi, a chi riuscirà a stupirci di più sulla strada del temuto -ripeto- “sputtanamento” della politica e del giornalismo insieme già in crisi di credibilità.

Riconosco molto volentieri all’amico Piero Sansonetti, che sta per riportare nelle edicole con lo stesso editore Romeo la “sua” Unità uscitane -guarda caso- ai tempi di Renzi alla segreteria del Pd, la furbizia o perfidia, chiamatela come volete, di avere anticipato davanti ai fotografi e alle telecamere la staffetta fra lui e l’ex presidente del Consiglio mettendogli fra le mani il numero del Riformista col titolone di giornata sul “colpo di Stato nel !992” compiuto con l’uso spregiudicato, davanti e dietro le quinte, delle indagini note come “mani pulite”. Su cui Renzi non ha ancora scoperto o capito tutto ciò che si doveva o poteva sapere o capire, sino a preferire -come disse una volta- la memoria di Enrico Berlinguer a quella di Bettino Craxi: memoria e tutto il resto, naturalmente.  

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Quelle “mani pulite” ma non troppo che aprirono e poi chiusero a un’uscita politica da Tangentopoli

Per il clamore anche grafico dell’annuncio, su tutta la prima pagina di ieri del Riformista, con quella foto di Francesco Saverio Borrelli, Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro nella Galleria di Milano, il titolo sul “colpo di Stato” nel 1992 e “la trattativa illegale” raccontata fra i magistrati e la classe politica investita dalle loro indagini sul finanziamento illegale della politica, qualcuno sarà stato portato a pensare ad una sortita paradossale e un pò troppo arbitraria dell’amico direttore Piero Sansonetti, che ci ha messo tanto di firma e di faccia. O ad una sua lettura forzata dell’introduzione scritta da Gherardo Colombo al libro postumo di Enzo Carra, il portavoce di Arnaldo Forlani e della Dc esibito nei corridoi del tribunale di Milano con gli schiavettoni ai polsi nel 1993. 

Non c’è invece nulla di paradossale, di arbitrario, esagerato e quant’altro. Se proprio un rilievo può essere mosso a Piero è di avere rappresentato quello di Gherardo Colombo -uno dei magistrati di punta del pool milanese di “Mani pulite”- come “un aspetto finora sconosciuto e sconvolgente di quella stagione” sfociata nella decapitazione, fine e quant’altro della cosiddetta prima Repubblica. Molti erano, anzi eravamo consapevoli che dietro le quinte degli arresti clamorosi, delle file dei pentiti o simili davanti alla Procura di Milano per scoperchiare Tangentopoli, dei cortei inneggianti alle manette si svolgessero non le vere e proprie trattative gridate da Piero evocando la minaccia a corpo politico, come quella poi contestata per i rapporti fra mafia e politica nella stagione stagista, ma qualcosa che molto assomigliava. Si svolgevano addirittura incontri di studio per la cosiddetta uscita politica da Tangentopoli, consistente in una sostanziale confessione degli imputati o imputabili e in un loro impegno al ritiro della politica in cambio della salvezza giudiziaria, o penale, se preferite. 

D’altronde, fu proprio da quel traffico di incontri, consultazioni, progettazioni che nel marzo del 1993 uscì, in un “pacchetto” di misure del governo allora presieduto da Giuliano Amato, il famoso decreto legge che fu intestato al guardasigilli Giovanni Conso. Il quale peraltro ebbe la cortesia di telefonarmi  per chiedermi di non continuare anch’io ad attribuirgli in modo così diretto ed esclusivo quel provvedimento, che depenalizzava il reato di finanziamento illegale dei partiti e, più in generale, della politica. 

Rileggete qui con me, per favore la sintesi apposta sull’Unità di sabato 6 marzo 1993 ad un articolo di Fabrizio Rondolino sul parto del governo: “La “risposta politica” a Tangentopoli si chiama depenalizzazione (retroattiva) del reato di violazione del finanziamento pubblico. Superando le incertezze dc e le perplessità di Conso, Amato impone la riforma per decreto. Ora tocca al Parlamento convertirlo in legge. E i tempi coincidono con la campagna referendaria. Il futuro del governo è insomma pieno di insidie”. 

La campagna referendaria era quella per l’abolizione della legge sul finanziamento pubblico, appunto, dei partiti. E quella coincidenza fu tra le cause, se non l’unica invocata più esplicitamente dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per rifiutare la firma al decreto per la depenalizzazione del reato di violazione di quella legge: una firma che invece molti, a cominciare da Giuliano Amato, che poi se ne sarebbe pure lamentato pubblicamente in una intervista al Corriere della Sera, davano per scontata. Scontata perché la riunione del Consiglio dei Ministri dedicata al provvedimento era stata ripetutamente interrotta per consultazioni col Quirinale. 

I primi commenti a caldo al decreto legge, a cominciare da quello del fondatore e ancora direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, furono comprensivi, nella convinzione che il provvedimento rispondesse anche ai pareri espressi, raccolti e quant’altro nell’ambiente giudiziario più direttamente interessato alle indagini con quel nome altisonante, ripeto, di “Mani pulite”, ma forse non troppo, se non addirittura accompagnate, come qualcuno titolò, alle “coscienze sporche”. Fu proprio per contestare l’impressione di un accordo stipulato dietro le quinte con gli inquirenti, insomma della “trattativa” evocata da Sansonetti usando la prefazione di Gherardo Colombo al libro di Carra, che Borrelli in persona si pronunciò pubblicamente contro il decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri, facendo cambiare idea a quelli che ne avevano dato una lettura sostanzialmente favorevole o accettabile, a cominciare dal capo dello Stato. Che, guarda caso, dopo e non prima della sortita clamorosa del capo della Procura di Milano annunciò il rifiuto di firmarlo cambiando per la seconda volta le abitudini del Quirinale, o la prassi come preferiscono dire gli esperti. 

La volta precedente era stata quella del 1992, quando le consultazioni del capo dello Stato per la formazione del primo governo della legislatura uscita dalle urne delle elezioni ordinarie erano state allargate, a dir poco, dai gruppi parlamentari e rispettivi partiti proprio a Borrelli. Che dovette riferire sulle indagini in corso -sempre quelle di “Mani pulite”- in modo tale che poi Scalfaro non ritenne di poter conferire l’incarico di presidente del Consiglio a Bettino Craxi, che la Dc guidata da Arnaldo Forlani si accingeva a proporgli formalmente. Il capo dello Stato riuscì a convincere il leader socialista, del quale era stato ministro dell’Interno nella prima esperienza di presidente del Consiglio, a rinunciare spontaneamente e a proporre lui stesso il compagno di partito da preferire. Giuliano Amato, Gianni De Michelis e Claudio Martelli, rispose Craxi aggiungendo: “in ordine non solo alfabetico”. Non è più cronaca, ma storia.

Pubblicato sul Dubbio del 6 aprile

Ripreso da http://www.startmag.it l’8 aprile

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