Un Mattarella a sorpresa dalla Polonia mette a rischio una guida italiana della Nato

Potrebbe compromettere, suo malgrado, l’arrivo di un italiano al vertice della Nato il Mattarella a sorpresa giunto dalla Polonia, per quanto sfuggito ai radar dei giornaloni italiani, intercettato solo dalla Verità di Maurizio Belpietro e dal Dubbio di Davide Varì. Che hanno titolato su una sua sortita alla Macron, contrario ad un’agenda europea “dettata da altri”, cioè dagli americani -si potrebbe presumere- di fronte alla guerra in Ucraina scatenata e condotta con ferocia crescente dalla Russia. Del discorso del presidente della Repubblica in territorio polacco, in una visita pur di sostegno dichiarato alla resistenza ad oltranza degli ucraini con l’aiuto degli occidentali, i giornaloni -ripeto- hanno preferito valorizzare di più, o soltanto, il monito a non considerare l’Unione Europea una semplice “somma di interessi nazionali mutevoli”. Come sono quelli, per esempio, sul fronte sempre più caldo dell’immigrazione clandestina, affidata a regole giustamente definite “preistoriche” dal capo dello Stato. 

Come è già accaduto per le parole di Macron, dopo una sua visita in Cina, contro un presunto “vassallaggio” americano dell’Europa, oltre Oceano potrebbero non gradire neppure quelle pur non così amplificate di Mattarella in Polonia. E ciò mentre- stando ai retroscena e quant’altro di Repubblica, come grida un titolo in prima pagina sulla Nato- un presunto “ no di Draghi apre la strada alla guida militare di Cavo Dragone”. E’ l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in particolare, 66 anni compiuti a febbraio, capo di Stato Maggiore della Difesa italiana dal 2021.

Quel Mattarella un pò macronizzato – fra i due presidenti, del resto, i rapporti sono notoriamente eccellenti, serviti più volte a comporre conflitti o superare equivoci fra i governi di Roma e Parigi- ha finito per trovarsi, con quell’agenda europea dettata da altri, come la nuova segretaria del Pd Elly Schlein nella sua prima conferenza stampa commentata sul Corriere della Sera, servendo il caffè quotidiano, da Massimo Gramellini sotto il titolo: “Elly parallele”. Che su Domani, il giornale della “radicalità” indossata da qualche tempo dall’editore Carlo De Benedetti, è diventato “Schlein, radicale ma prudente”.

Tanto prudente, la segretaria del Pd, sui temi -per esempio- della guerra in Ucraina e della monnezza a Roma, dove il sindaco è deciso a mandarla in un termovalorizzatore osteggiatissimo dai grillini, che Il Fatto Quotidiano le ha dedicato questo titolo di apertura in prima pagina: “Schlein, zero svolte. Conte per conto suo”. E ciò alla faccia della vittoria appena cantata dai due nelle elezioni comunali di Udine. 

“La verità è -ha notato Gramellini- che la politica non è mestiere per opinionisti ma per mediatori, perché il suo compito consiste nel decidere senza sfasciare…..Il colore della politica è il grigio, perciò non ci emoziona…Ogni nuovo leader ci illude e poi sempre ci delude”. 

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La rondine di Udine nella strana primavera fredda della sinistra italiana

Prima di partecipare anche lui alla campagna fresca di stampa contro il governo all’insegna del razzismo per il piano avvertito dal ministro Francesco Lollobrigida di una “sostituzione etnica” dietro l’aumento esponenziale dell’immigrazione dall’Africa, l’amico Piero Sansonetti ha voluto ieri cantare dalla direzione del suo Riformista, che sta per passare sotto quella di  Matteo Renzi e Andrea Ruggieri, il sollievo della sinistra, rigorosamente in rosso, per l’arrivo della rondine, in una primavera pur fredda, a Udine. Dove il centrodestra ha perso con uno scarto del 5 per cento le elezioni comunali 15 giorni dopo avere stravinto  quelle regionali. 

In questo risultato Piero ha trovato la conferma di una cosa per lui “già chiara ma ora cristallina”. “Il centrosinistra -ha scritto-  dispone della maggioranza degli elettori… Il problema è che non sa fare coalizione e quindi, con l’attuale legge elettorale, vince la destra. Che pure è minoranza. A Udine, per la prima volta, è riuscito a fare un’alleanza larga, dal Terzo polo al Pd, ai radicali, alla sinistra, ai 5 stelle. E’ un dato politico indiscusso e sul quale sarà bene riflettere”.

Questo ragionamento ha due inconvenienti. Il primo è di cronaca, o statistico. Esso ignora che fra il primo e il secondo turno delle elezioni comunali a Udine l’affluenza alle urne è scesa di ben dieci punti: dal 54 per cento, che già non era un granché, al 44. Ciò basterebbe e avanzerebbe a spiegare perché il candidato del centrodestra, il leghista Pietro Fontanini, prevalso di 7 punti nel primo turno sul concorrente candidato dal Pd, Alberto De Toni, ha potuto essere raggiunto e superato. E’ presumibile che fra gli infreddoliti elettori di centrodestra molti abbiano evitato di tornare alle urne dando per scontato il successo del sindaco uscente, e uscito.

L’altro inconveniente, almeno ai fini della soddisfazione espressa da Sansonetti e della “riflessione” proposta ai suoi lettori, che fra qualche giorno continueranno a seguirlo sull’ Unità risorta grazie allo stesso editore del Riformista, è tutto politico. Esso sta nella natura un pò troppo  carnevalesca -e fuori stagione– della coalizione improvvisata dal Pd fra il primo e il secondo turno delle elezioni udinesi. E’ una natura rispetto alla quale la coalizione di centrodestra, pur con tutti i suoi problemi interni di convivenza e concorrenza fra leghisti di varia tendenza, destra meloniana e berlusconiani, sembra un cristallo. Sansonetti plaude, fra gli altri, ai grillini dei quali ha scritto e detto per anni come dei marziani, a dir poco, anche o ancor più sotto la guida di Giuseppe Conte.

Un’ultima, per quanto velenosetta riflessione, per rimanere al linguaggio di Piero. Dubito che Il Riformista sarebbe uscito sulla rondine di Udine con lo stesso titolo di ieri sotto la direzione imminente della coppia Renzi-Ruggieri. Che si riconoscerebbe forse nel più prudente monito del manifesto: “Un errore illudersi”, anche se “è un segnale di vita”.

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Quel sogno craxiano della pacificazione nazionale dopo la lunga stagione dell’odio

Dell’intervista di Stefania Craxi pubblicata domenica, da me trattata in altra sede -sul Dubbio- per la parte riguardante la diaspora socialista, mi ha colpito che la titolazione del Corriere della Sera, in prima pagina e dentro, sia stata dedicata ai fiori che un giorno il leader del Psi volle porre sul posto in cui furono uccisi Benito Mussolini e l’incolpevole amante Claretta Petacci dai partigiani che con intendevano consegnare il  nemico agli americani. E mi sono chiesto con la solita malizia del giornalista- a costo di meritarmi anch’io  il durissimo attacco di Luca Ricolfi, in una bella intervista a Libero, contro il contributo dato quotidianamente dai giornali all’intossicazione del clima politico- se intervistatore e titolista avessero voluto solo attenersi all’ordine cronologico dei ricordi di Stefania o non appannare l’antifascismo  della buonanima di Bettino alla vigilia della festa del 25 aprile. Che anche quest’anno potrebbe replicare la vecchia gara a chi parla peggio degli eredi, presunti o reali, di quella destra.   “Per il 25 aprile -ha detto non a caso, e giustamente, Ricolfi nella già ricordata intervista- temo più gli antifascisti estremi”.

Curiosamente l’intervistatore di Stefania ha fatto seguire al racconto dei fiori sul posto dell’esecuzione di Mussolini questa osservazione sul padre: “Con Almirante aveva un buon rapporto”. Come se anche quei fiori appartenessero alla storia di quei rapporti col leader missino spintisi nel 1985 ad un incontro ufficiale, sia pure non menzionato, che Craxi, presidente del Consiglio, volle per verificare la disponibilità della destra a sostenere la candidatura dell’allora vice presidente democristiano del Consiglio Arnaldo Forlani  al Quirinale. Dove finì per andare invece Francesco Cossiga all’insegna del famoso “patto costituzionale” di conio demitiano. 

Stefania Craxi, che dal padre ha preso evidentemente anche la prontezza dei riflessi, non è caduta nella trappola parlando di quell’incontro. Che a suo tempo procurò al leader socialista l’accusa di volere isolare i comunisti, contrari a Forlani, mettendoli in minoranza con i voti “fascisti” garantiti dall’ex capo d gabinetto di non ricordo più quale ministro della Repubblica Sociale di Salò. Stefania ha semplicemente risposto e raccontato “il sogno” del padre “che un fascista e un socialista andassero insieme a Piazzale Loreto, dove si era consumata quella che riteneva un’infame barbarie”, con i cadaveri del Duce e della Petacci appesi con atri ai ganci di un distributore di benzina, “e rendessero omaggio sia alla memoria di Mussolini, sia a quella dei partigiani socialisti che lì erano stati fucilati”. E poi vendicati con quell’osceno spettacolo fatto cessare da Sandro Pertini con un ordine secco. 

L’antifascismo non impediva insomma a Craxi, come invece impedisce ancora a tanti  gestori titolati della festa del 25 aprile, di volere far seguire finalmente la stagione della pacificazione nazionale a quella dell’odio.

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Gli effetti della diaspora socialista sulla geografia politica dell’Italia

La diaspora socialista, rovinosamente politica per una sinistra che finge di non rendersene conto e non mostra alcuna voglia di superarla, e drammaticamente familiare, avendo investito gli stessi figli di Bettino Craxi, l’ultimo leader avuto dal socialismo italiano, è riemersa con una reazione stizzita del mo carissimo amico Bobo ad una intervista della sorella Stefania al Corriere della Sera. In cui la presidente della Commissione Esteri del Senato, da sempre eletta al Parlamento nelle liste della berlusconiana Forza Italia, ha detto che “sono tutti di destra” quei “ragazzi” che “ogni tanto” le scrivono “sono craxiano”. 

“Chi votava Psi vota centrodestra”, ha continuato Stefania che, avendo parlato in tutta l’intervista del padre chiamandolo non papà ma Craxi, ha spiegato all’intervistare curioso di saperne la ragione: “Per mantenere un distacco emotivo. E perché non voglio fare l’orfana. Ce ne sono un pò troppi in Italia. E di solito abbracciano quelli che gli hanno ammazzato il padre”. Un padre, nel suo caso, “disconosciuto dalla sinistra cui apparteneva”, ha ricordato e al tempo stesso denunciato la figlia non a torto. 

L’unico a sinistra, fra i dirigenti meritevoli di questo nome, a difendere Craxi dalla dannazione della memoria inflittagli da quelle parti fu nel 2010, nel decennale della sua morte ad Hammamet, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con una nobilissima e circostanziata lettera alla vedova. Alla quale riconobbe, lamentandolo, il trattamento di severità “senza pari” ricevuto dal marito per il fenomeno pur generalizzato del finanziamento illegale della politica. 

Nessuno nel Pd nato da pochi anni con la fusione fra i reduci del Pci, della sinistra democristiana e cespugli laici, ebbe il coraggio civile, politico e umano di seguire il Capo dello Stato. Figuriamoci se si può attendere qualche sorpresa adesso che il Pd è finito nelle mani, o fra le braccia, di una digiuna di storia politica come temo che sia Elly Schlein, sommersa nelle ombre, nelle vacuità e nei risentimenti di un’attualità che ossimoramente – da ossimoro-  vive solo alimentando il peggio del passato. E facendolo, per giunta, in ossequio formale, anzi in difesa di una Costituzione evidentemente sotto minaccia, la cui norma più cogente e attuale, appunto, sarebbe la dodicesima delle diciotto disposizioni transitorie. In essa è scritto che “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. 

Sotto quella  “qualsiasi forma” si riesce a vedere o intravvedere tutto: dal braccio alzato di qualche cretino in piazza alle sgrammaticature storiche del presidente del Senato Ignazio La Russa parlando dell’attentato partigiano di via Rasella e della odiosa strage ritorsiva delle Fosse Ardeatine. Si arriva persino alla giovane presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nata nel 1977 ma afflitta  -secondo il manifesto di qualche giorno fa- da  “mal d’Africa” per avere messo piede festosamente ad Addis Abeba. Dalla quale -ha ricordato il quotidiano ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista- il maresciallo Pietro Badoglio nel 1936 aveva annunciato telegraficamente a Benito Mussolini la conquista dopo 7 anni di guerra coloniale. 

Neppure nei momenti, volenti o nolenti, consapevoli o non, più imitativi dell’esperienza craxiana di modernizzazione della sinistra, che furono quelli di Matteo Renzi alla guida del Pd e del governo, la sinistra osò porsi il problema di una rivalutazione del leader socialista, o di un più sereno esame del suo lascito storico. Lo stesso Renzi tenne a dire, quasi per scusarsi di ripercorrerne un pò la strada riformatrice, di preferire alla memoria di Craxi quella opposta di Enrico Berlinguer. Che dell’astio per il leader socialista era per un ceto verso persino morto, secondo l’onesto ricordo dei fatti e degli uomini contenuto in un libro autobiografico dell’ex o post-comunista Piero Fassino, come preferite. 

Eppure Bobo Craxi -il mio caro amico Bobo, ripeto- non ha gradito, navigando in internet, che la sorella abbia ricordato il fenomeno dei voti dei socialisti al centrodestra e la sua personale, per  niente imbarazzata, anzi orgogliosa partecipazione a ciò che la sinistra ha prodotto di paradossale con i suoi errori nello scenario politico italiano. Egli, come tanti altri amici, del resto, per esempio Ugo Intini, ancora insegue la speranza, il sogno, l’illusione -chiamatela come volete- che nel socialismo autonomo e riformista di Bettino Craxi possa riconoscersi o ritrovarsi  prima o poi una certa sinistra pasticciona e astiosa che non a caso è finita all’opposizione. E riesce a contestare persino il carattere ormai emergenziale di un fenomeno come quello dell’immigrazione che non il governo di turno  a Roma, ma l’Italia è costretta a fronteggiare senza l’adeguata solidarietà dell’Unione Europea. Lo ha appena riconosciuto in una rammaricata intervista al Corriere della Sera il presidente del Partito Popolare Europeo, e capogruppo al Parlamento di Strasburgo, Manfred Weber. 

Che facciamo? Mettiamo adesso anche il Ppe nella consorteria internazionale, chiamiamola così, dei violatori reali o potenziali della già ricordata dodicesima disposizione transitoria della Costituzione italiana? Mettiamo il fez fascista e gli stivaloni agli eredi non di Hitler ma di Konrad Adenauer, di Helmut Kohl e dell’ancor viva Angela Merkel? Via, cerchiamo di essere seri. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 22 aprile

L’assist dei popolari europei alla Meloni sul fronte rovente dell’immigrazione

Le due notizie, quasi appaiate sulla prima pagina del Corriere della Sera, sono certamente diverse ma politicamente complementari. Una è il passaggio di Silvio Berlusconi dalla terapia intensiva a un reparto ordinario dell’ospedale milanese dove migliora e prepara il ritorno al comando, se mai lo ha davvero abbandonato o attenuato, del suo partito appena avviato verso rapporti più stretti e distensivi con l’alleata Giorgia Meloni. L’altra notizia è un’intervista del presidente del Partito Popolare Europeo Manfred Weber, e capogruppo al Parlamento di Strasburgo, di forte sostegno alla stessa Meloni e al suo governo sul terreno più contestato dalle opposizioni in Italia, ma anche da altri paesi nell’Unione. Che è naturalmente quello dell’immigrazione, specie dopo la proclamazione dello stato di emergenza, la nomina di un commissario -Valerio Valenti- e la rivolta, promossa neppure tanto dietro le quinte dal Pd di Elly Schlein, delle regioni e dei Comuni amministrati dalla sinistra. Da cui il governo è minacciato di boicottaggio nella politica restrittiva  dei permessi ed espansiva invece nella creazione di centri di raccolta per il rimpatrio dei clandestini non accoglibili. 

Di Weber, le cui foto assieme a Berlusconi sono ormai d’archivio più che altro, l’’intervistatrice Francesca Basso ha ricordato che “da mesi si sta spendendo in prima persona per l’alleanza guidata da Giorgia Meloni”. Di cui condivide notoriamente il progetto di rovesciare nell’Unione Europea i rapporti di forza e di collaborazione, sostituendo i conservatori ai socialdemocratici nelle scelte preferenziali del Partito Popolare. 

Espressione delle vecchie preferenze dei popolari per la sinistra è la Commissione Europea di Bruxelles presieduta dalla tedesca Ursula von der Leyen, collega di partito di Weber. Che non per questo si è risparmiato di criticarne la lentezza e le incertezze sulla strada di una piena assunzione delle responsabilità comunitarie per fronteggiare il fenomeno di una immigrazione troppo vasta per essere lasciata sulle sole o prevalenti spalle dell’Italia per via delle sue frontiere marittime, e perciò più esposte. Un fenomeno la cui emergenza è negata dalla sinistra italiana come la destra all’opposizione negava a suo tempo quella del Covid.

“A livello europeo -ha denunciato Weber- la solidarietà non funziona. Ringrazio il governo italiano per il modo in cui accoglie i migranti e cerca di salvarli e aiutarli”, altro che lasciarli morire in mare o boicottarne i soccorsi, come grida il Pd della Schlein e affini. “Il governo tedesco e francese, ma anche gli altri, non possono stare a guardare. Devono portare volontariamente i migranti con un diritto di asilo sul loro territorio”, ha detto Weber rinfacciando peraltro al suo stesso Paese i sei miliardi di euro spesi a favore della Turchia per farle contenere il traffico di migranti e i soldi che si stentano a trovare per aiutare, nella stessa direzione, la Tunisia. 

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La caccia alla foto che riscriverebbe la storia politica di Berlusconi

Di solito la caccia si fa a un latitante, umano o animale che sia, come l’orsa Jj4 che ha ucciso  di nuovo nel Trentino dopo essere scampata alla pena di morte ripristinata apposta per lei ma bocciata da un tribunale amministrativo in una storia che francamente poteva accadere solo nell’Italia dei paradossi. Dove viviamo in un intreccio continuo di opera e operetta, di reale e irreale, di lacrime e risate. 

Da qualche tempo, ma lo si è appreso solo da qualche giorno, non so quante decine o centinaia di uomini e donne dell’ordine e di inquirenti stanno  dando la caccia ad una foto segnalata alla magistratura da Massimo Giletti dopo averla vista nelle mani di un frequentatore quanto meno di mafiosi, Salvatore Baiardo. Che lo stesso Giletti  ha ritenuto di cercare a sua volta e di intervistare anche nello studio televisivo de la 7 che l’editore Urbano Cairo ha appena chiuso per prudenza.

La foto, che Giletti non ha potuto neppure toccare nei pochi minuti in cui gli è stata esposta, e forse anche promessa se avesse saputo o voluto guadagnarsela con tutti i mezzi consentiti e non,,  avrebbe ritratto nel lontano 1992, forse per motivi di estorsione, Silvio Berlusconi a un tavolino con un generale noto, forse anche troppo, alle cronache giudiziario, Francesco Delfino, e a un mafioso del calibro di Giuseppe Graviano, soprannominato  sicilianamnte “Martidduzzu”, da Madre Natura notoriamente dispensatrice insindacabile di vita e di morte. Che fu arrestato nel 1994 a Milano in tempo  per non organizzare o eseguire altre stragi dopo quelle già intestategli dalla magistratura condannandolo all’ergastolo. 

In mancanza ancora di questa foto se davvero esistente, visto che lo stesso Baiardo ha smentito Giletti parlandone con i magistrati, Marco Travaglio sulla prima pagina del Fatto Quotidiano di ieri ha messo insieme Berlusconi, Delfino e Graviano in un  fotomontaggio su sfondo azzurro. E sotto questo titolo da strillo: “Caccia alla foto di B. con Graviano e Delfino”. Cosi, tanto per fare sognare chi insegue fuori e dentro i tribunali la storia di un Berlusconi “fruitore finale” e politico  delle stragi di mafia come delle prostitute che gli offriva un amico, secondo una formula usata dal compianto avvocato Niccolò Ghedini. 

Ci ho pensato su 24 ore prima di segnalarvi questo modo di fare giornalismo, o scuppettare,  in quello che è il cosiddetto e vergognoso circuito mediatico-giudiziario giustamente lamentato dal Giornale dei Berlusconi. Sono stato trattenuto dal rispetto per una professione scelta a costo di litigare a suo tempo con mio padre, che si aspettava altro da me. E ho deciso che proprio questo rispetto impone di denunciare quello che considero un giornalismo solo presunto, peraltro dimostrato dal riduttivo ritorno oggi dello stesso Fatto sulla vicenda con questo titolino, non più titolone: “Baiardo, il boss e B.: gioco delle 3 carte da 28 anni”. Che non sono pochi. Sono anzi troppi per meritare tanta attenzione, sia pure a giorni alterni.

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La corsa al Centro, voluta o non, di Giorgia Meloni per la dissoluzione del terzo polo

Eh, quanta fretta hanno al Foglio di sposare i consigli, presunti o reali, di Romano Prodi al Pd di riempire, per quanto sotto la guida di Elly Schlein, il vuoto creatosi al centro con la crisi del cosiddetto terzo polo. Che sulla Stampa  è finito anche sotto esame dallo psicanalista Massimo Recalcati, reduce da un elogio di chi riesce a “fare l’amore in tutta la vita con la stessa persona”: cosa che politicamente non si può certo dire né di Carlo Calenda né di Matteo Renzi. Che se le stanno dando e dicendo di tutti i colori accusandosi a vicenda di avere disatteso gli impegni  sulla strada di un partito unico.  

Per non riparlare del sollievo attribuito ieri immaginariamente, in una vignetta, dallo stesso Foglio a Silvio Berlusconi, che si gode dal letto dell’ospedale in terapia intensiva lo spettacolo mediatico della dissoluzione della coppia aspirante alla sua successione, va sottolineata una intervista al Corriere della Sera nella quale il ministro della Difesa Guido Crosetto ha praticamente raccomandato a distanza a Giorgia Meloni di accelerare l’evoluzione al centro della sua destra conservatrice, non più missina, e tanto meno fascista come molti ancora si ostinano a considerarla, o temerla. Al manifesto, per esempio, proprio oggi in prima pagina per riferire della visita in corso della premier italiana in Africa hanno evocato addirittura il telegramma del maresciallo Pietro Badoglio del 5 maggio 1936 a  Benito Mussolini per annunciare, dopo 7 mesi di guerra, “l’ingresso delle truppe del regio esercito ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia”. Da qui deriverebbe il presunto e coloniale “mal d’Africa della Presidente del Consiglio”.

Eppure non c’è giorno che passi senza che qualcuno a sinistra, con l’intenzione di denigrarla , e di farle perdere voti, ma con l’effetto di accreditarla e fargliene guadagnare ancora altri, non accusi la presidente del Consiglio di tradire questa o quella origine, questa o quella promessa. Sono gli scherzi della propaganda quando supera certi limiti e diventa autolesionista. 

Crosetto, con quell’aria e con quelle dimensioni un pò da King Kong, il famoso mostro cinematografico, non ha mai smesso metaforicamente di sollevare da terra – come da una storica foto di tanti anni fa- fra le sue braccia e cullare la fisicamente minuscola sorella dei fratelli d’Italia, sino a depositarla nell’ottobre dell’anno scorso a Palazzo Chigi con l’aiuto dell’insospettabile presidente antifascista della Repubblica nata dalla Resistenza eccetera eccetera: il buon Sergio Mattarella. Che sempre più spesso- riferiscono le cronache e i retroscena- l’assiste con consigli anche conviviali e telefonate ad amici e omologhi all’estero, essendo evidentemente consapevole della solidità del successo elettorale conseguito dalla Meloni e della debolezza, ai fini della governabilità del Paese, delle opposizioni divise fra di loro e al loro interno. 

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Il trittico della Stampa contro Giorgia Meloni e il suo governo

Le difficoltà, chiamiamole così, di navigazione del cosiddetto terzo polo occupano più o meno le prime pagine di tutti i giornali, oltre a contribuire al miglioramento delle condizioni di salute di Silvio Berlusconi. Che il vignettista del Foglio si è divertito a descrivere sollevato dal trasferimento del pericolo di morte dal suo letto a varie centinaia di chilometri di distanza, lambendo quelli che dalla fine politica e fisica del Cavaliere pensano di potere trarre vantaggio. Tutti i giornali, dicevo, meno La Stampa, che merita per diffusione, tradizione eccetera anche il nome di giornalone, pur scadendo ogni tanto, come oggi appunto, in una informazione a dir poco partigiana, come si diceva una volta dei quotidiani di partito: anche di quelli fatti meglio e diventati, nel loro genere, scuole di formazione. Partigiana, in questo caso, contro il governo pur uscito indenne, se non rafforzato a giudizio di alcuni, dalla difficile partita delle nomine, raccontata per settimane a tinte fosche. 

Quello offerto oggi dal giornale diretto da Massimo Giannini è un trittico. La maggiore evidenza è stata accordata al sondaggio di Alessandra Ghisleri che prospetta la perdita di gradimento o fiducia  di Giorgia Meloni di un ridicolo 0,3% per cento in una sola settimana, scendendo “sotto il 40”. Non mi sembra, con la volatilità degli umori, e dei voti, cui dovremmo essere ormai abituati, un grandissimo risultato per le opposizioni. Il gradimento o la fiducia per la presidente del Consiglio continua ad essere molto più alto dei voti che si guadagna, nelle urne e nei sondaggi, il suo partito. Ma se alla Stampa hanno bisogno di tenersi su il morale, come si dice comunemente, tutto va bene: anche questo “sotto il 40 per cento” personale della presidente del Consiglio. 

Meno evidente, ma pur sempre con un richiamo collocato dove di solito si mette l’editoriale, è l’annuncio di una “scivolata dell’Enel in Borsa” dopo la nomina di Scaroni a presidente e di Cattaneo ad amministratore delegato. Il mercato insomma non avrebbe gradito le scelte del governo, ma all’interno del giornale, a pagina 7, il lettore può chiarirsi meglio le idee apprendendo, pur sotto un titolo che ripete la musica della prima pagina, che “il balzo dei tassi d’interesse minaccia il colosso con 60 miliardi di debiti per sostenere gli investimenti”. Con questo balzo dei tassi d’interesse il governo naturalmente non c’entra niente, e tanto meno il nuovo vertice dell’Enel, ma evidentemente non importa.

Chiude il trittico del giornalone di Torino l’annuncio di Lucia Annunziata -nomen omen-  che “adesso la premier si gioca la faccia”, come se non se la stesse giocando dall’arrivo a Palazzo Chigi. Tutti, o quasi, hanno convenuto nel rappresentare la premier sfuggita alla tentazione dell’”imperatrice pigliatutto”, ma l’Annunziata ha preferito l’ironia del “benvenuto al centrodestra nel mondo della realtà”. Dove -ha spiegato- “le coalizioni sono fatte per litigare”.

Affollato come quello di Diana e Carlo il matrimonio di Calenda e Renzi

Ho la sensazione -non molto di più per ora- che il matrimonio politico tra Carlo Calenda e Matteo Renzi. già messo duramente  alla prova delle elezioni politiche dell’anno scorso e poi, con minore fortuna ancora, di quelle successive a livello regionale, sia diventato troppo affollato. O lo fosse, come altri dicono parlandone già al passato. Come quello lamentato a suo tempo dalla povera Diana Spencer con Carlo d’Inghilterra ancora principe ereditario. 

Nei panni di Diana, augurandogli naturalmente di non fare la stessa fine, per quanto partecipata con tanto amore dal popolo di cui avrebbe potuto diventare regina se solo avesse accettato un certo menage, si trova l’ex ministro Calenda. Che mostra di sospettare della fedeltà e quant’altro di Renzi, troppo preso da interessi, se non amori, diversi rispetto a quelli del cosiddetto terzo polo immaginato o perseguito da chi sinora se lo è intestato col consenso dell’altro socio.  

Già allarmato dalla sorpresa riservatagli da Renzi con l’annuncio della direzione, sia pure solo editoriale e non anche responsabile, del Riformista che Piero Sansonetti sta lasciando per riportare nelle edicole la sua vecchia Unità entrata nel portafoglio dell’imprenditore campano Alfredo Romeo, l’ex ministro Calenda non deve avere preso bene neppure la notizia successiva dell’accoppiamento giornalistico di Renzi con l’ex deputato forzista Andrea Ruggieri. Il quale sarà il direttore responsabile del Riformista, non credo solo per prendersi le querele, come qualcuno ha subito sospettato: per esempio, volente o nolente, Giovanna Vitale in una intervista all’interessato raccolta per Repubblica.  

“Io -ha educatamente risposto a domanda Ruggieri, che peraltro è anche avvocato- sono a favore del diritto di querelare e contro il carcere per i giornalisti. Per me il diritto di informare è sacro, ma lo ius sputttanandi è sacrilego e va perseguito. Se sbagliamo siamo pronti ad affrontare le conseguenze”. Quella di prendersi le querele non sarà tuttavia la sola funzione di un direttore che è responsabile anche della linea politica del giornale, che Ruggeri ha detto di essere ben felice di concordare con Renzi. Del quale egli ha già condiviso spesso, se non sempre, le scelte pur compiute, secondo lui, stando dalla parte sbagliata, quando era segretario del Pd. E guadagnandosi anche un’offerta di candidatura nelle ultime elezioni politiche con l’Italia viva dell’ex presidente del Consiglio, quando egli si trovò boicottato in Forza Italia da dirigenti “mediocri e invidiosi”. I quali tuttavia -ha precisato Ruggieri- non sono riusciti a fargli perdere la simpatia per Berlusconi, delle cui reti televisive non a caso egli è frequentemente ospite, dopo avervi anche lavorato: per esempio, ai tempi della “Radio Londra” di Giuliano Ferrara.  

Un’altra domanda a dir poco maliziosa rivolta a Ruggieri dalla giornalista di Repubblica è stata questa: “Prima di lanciarsi” nell’avventura di direttore responsabile del Riformista “ha chiesto consiglio a suo zio Bruno Vespa?”. E lui, sempre con molta educazione, forse anche troppa, ha così risposto: “In vita mia non gli ho mai chiesto aiuto, né lui me lo avrebbe dato. Nessun dirigente Rai ha ricevuto da mio zio mezza telefonata per me, anche se la parentela mi è stata rinfacciata. E non per favorirmi”. 

Renzi e Ruggieri, per come parlano e si atteggiano, mi sembrano insomma fatti apposta per intendersi. L’accoppiata non è per niente acrobatica. E -temo nel pensiero di Calenda- adatta pure a riproporre di Renzi l’immagine, il desiderio, la profezia del “Royal baby” coltivata da Giuliano Ferrara ai tempi in cui Silvio Berlusconi era il monarca praticamente assoluto del centrodestra, e non solo di Forza Italia.

Questa operazione del Riformista, alla quale certo non può considerarsi estraneo il direttore uscente Sansonetti, ha risvolti, aspetti, sottintesi politici di sin troppa evidenza. Essa realizza peraltro il sogno dallo stesso Sansonetti, confessato in un articolo ancora fresco di stampa, di restituire all’editoria politica, grazie ad Alfredo Romeo, la dignità e vivacità perduta con la crisi o scomparsa delle testate dei vecchi partiti protagonisti della storia della cosiddetta prima Repubblica. 

“Probabilmente -ha scritto il mio amico Piero- il vecchio castello ormai un pò ammuffito dell’informazione italiana, specie sul versante che si autodefinisce di sinistra, non era pronto a questa frustata. Non l’ha gradita. Ha messo in campo tutte le energie  che le sono rimaste per reagire”. Naturalmente alla solita maniera: per esempio, allestendo o riproponendo nel salotto televisivo di turno o di comodo- che per carità di professione non sto qui a chiamare per nome, come ha ritenuto di fare invece Piero- processi di corruzione o simili a Romeo, da cui peraltro l’interessato è uscito assolto. Si sa come le assoluzioni sono viste e rappresentate da giustizialisti d’arte e di toga: il modo di farla franca. 

Pubblicato sul Dubbio

Si chiude a sorpresa la partita delle nomine, con la solita figuraccia dei giornaloni

La partita delle nomine ai vertici delle aziende a partecipazione statale si è chiusa leopardianamente nella quiete dopo la tempesta. O nelle “nomine dopo le tensioni”, come ha titolato il Corriere della Sera. Dove Antonio Polito, considerando anche quanto è accaduto su questo fronte, ha potuto commentare che “il governo non galoppa ma trotterella, e spesso nella direzione giusta”. 

Il Foglio è passato in 24 ore dall’”impero Meloni” sparato in prima pagina sulla o contro “la premier piglia tutto”, dall’Eni all’Enel, dalle Poste a Leonardo, con la formula “Ecco i nomi, grazie”, alla rappresentazione odierna della stessa Meloni che “salva il governo ma perde Enel” facendo “esultare” Salvini. Ma anche Silvio Berlusconi dal reparto di terapia intensiva dell’ospedale San Raffaele, a Milano, visto che Il Giornale ancora di famiglia ha titolato su tutta la prima pagina: “Meloni accontenta tutti”. 

Strano impero e strana imperatrice “piglia tutto”, che anche secondo l’astioso Fatto Quotidiano si lasciano “sfilare Enel” da “Salvini e B.”. “Compromesso sulle nomine. I vertici Enel scelti da Lega e FI”, ha titolato Repubblica, anch’essa abbandonatasi nei giorni precedenti nella rappresentazione di una Meloni assatanata e paragonabile al marchese del Grillo, che notoriamente liquidava il prossimo che “non contava un cazzo”. E scusate la parolaccia sua, non mia. 

Sulla Stampa l’ex direttore Marcello Sorgi ha certificato anche lui una premier che “cede alla spartizione”. Grazie alla quale, con l’Enel conquistata -ripeto- da Salvini e Berlusconi, il vignettista del Secolo XIX, Stefano Rolli, si è potuto divertire annunciando “Niente crisi al buio”. E tanto meno alla luce rimasta ben accesa a favore della premier e del suo “trotto”, per tornare all’immagine dell’editorialista del Corriere della Sera. Ma altro che trotto secondo l’ex presidente del Senato Marcello Pera.

Quest’ultimo, già forzista e appena tornato a Palazzo Madama candidandosi nelle liste del partito della premier, ha detto in una intervista a Repubblica che sarà proprio la Meloni a “finire il lavoro di Berlusconi” in politica cominciato nel 1994 sconfiggendo a sorpresa la famosa e “gioiosa macchina da guerra” allestita da Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Pci, e primo del Pds. Che  aveva deposto ai piedi di una quercia la falce e il martello della storia propria e dei suoi compagni. Incalzato da una domanda sulla troppa “nostalgia del fascismo” nutrita in una “forza liberal-conservatrice” quale egli considera il partito della presidente del Consiglio, Pera ha risposto: “Non sopravvaluterei alcune manifestazioni di pensiero folcloristiche. Meloni sta marciando spedita, anche a costo di scontare una diminuzione di consensi nell’immediato, perché ragiona da statista e sa che il consenso si misura sulla grande distanza”. 

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