La sinistra glamour di Elly Schlein sbertucciata da Paolo Mieli

Sarà per l’età o per lo stordimento procuratomi dalla edizione numero 78 della festa della Liberazione, obbligatoriamente con la maiuscola e da non confondere con la Libertà preferita dal centrodestra, o dalla destra-centro, ho dovuto rileggere due volte l’editoriale odierno del mio caro amico Paolo Mieli sul Corriere della Sera. 

Due volte, ripeto: prima per capire  se, scrivendo di “dialogo e piroette a sinistra”, Paolo avesse voluto più ragionare che scherzare, con una ironia da storico disincantato, e poi per capire se, accertato l’aspetto più sarcastico che serio del suo lungo articolo, avesse voluto prendere per i fondelli, diciamo così, più il Pd che lui abitualmente vota o il MoVimento 5 Stelle del camaleontico Giuseppe Conte. Di cui anche Piero Sansonetti ha avvertito o denunciato oggi sul Riformista un nuovo approccio a Giorgia Meloni, pur nel dissenso sugli aiuti all’Ucraina aggredita dalla Russia. 

“A due mesi dalle primarie che elevarono Elly Schlein al vertice del Pd -è l’incipit dell’editoriale di  Mieli- si può tracciare un bilancio più che positivo….Nei sondaggi il partito è tornato a collocarsi stabilmente sopra il 20 per cento e ha lasciato il M5S dietro di cinque punti. La nuova segretaria si mostra assai abile nel rintuzzare la maggioranza, producendo ogni giorno polemiche nuove di zecca. Talvolta anche due o tre in un’unica soluzione”. Effetto finale: “L’attuale sinistra appare destrutturata come mai lo è stata nella sua lunga storia. Ed è probabilmente questa circostanza che -nelle rare occasioni in cui è costretta a rispondere alle domande in pubblico- fa scivolare Schlein nei gorghi di nebbiose fumisterie che le consentono di affrontare in qualche modo l’imbarazzante situazione in cui viene a trovarsi chi deve pronunciare dei chiari sì o dei netti no. Cosa per lei al momento impossibile”. 

Non a caso, del resto, la Schlein ha preferito  rilasciare una delle sue prime interviste, se non la prima in assoluto vantata da chi l’ha ospitata, alla rivista glamour “Vogue”, con tanto di servizio fotografico appropriato. Ma pur in quella posa glamour, ripeto, la Schlein non potrà fingere ancora a lungo di ignorare le partenze dal suo Pd: prima Giuseppe Fioroni, poi Andrea Marcucci, l’altro ieri il senatore Enrico Borghi. Che è passato, o è tornato, a Matteo Renzi lasciando il Pd senza rappresentanza nel Copasir, l’importante comitato parlamentare che vigila sui servizi segreti, e riducendo in braghe di tela in quel che resta del cosiddetto terzo polo Carlo Calenda. Il quale, se la rottura con Renzi dovesse consumarsi del tutto, con i suoi quattro senatori soltanto sarebbe costretto dal regolamento di Palazzo Madama a confluire nel gruppo misto a parole ma di fatto della sinistra verde e rossa da lui considerata come il diavolo nell’acqua santa.

Renzi invece con i suoi sei senatori, grazie appunto a Borghi, potrebbe disporre “sadicamente”di un suo gruppo parlamentare, come ha infierito sul Foglio Salvatore Merlo.  

L’avarizia politica di Fini con la Meloni: bene nella sostanza, male nel lessico

Incalzato da Roberto Gressi sul Corriere della Sera dopo le “riflessioni” affidate da Gorgia Meloni allo stesso giornale per spiegare la posizione sua personale e del proprio partito dopo le accuse di reticenza, quanto meno, rivoltele in vista della festa di Liberazione del 25 aprile, Gianfranco Fini non ha mai avvertito il bisogno di sbottare, come umanamente forse si aspettava la presidente del Consiglio, per il tentativo di contrapporlo  ancora alla sua ex enfant prodige. Ch’egli ai tempi d’oro volle vice presidente della Camera e poi ministra con Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. 

Non solo Fini non è sbottato ma, quasi stressato,  ha finito -nomen omen- per accogliere o soddisfare l’attesa, l’interesse, chiamatelo come volete, dell’intervistatore di marcare una differenza dalla premier sul terreno di un antifascismo da chiamare per nome, magari rafforzato da qualche aggettivo. “Di certo -ha detto riferendosi a ciò che aveva dichiarato a Lucia Anunziata in televisione, a Rai 3, procurandosi critiche e anche improperi da quelle che una volta erano le sue parti- il mio invito a Molti a definirsi antifascista non è stato accolto alla lettera: nel lessico non cita l’antifascismo”. 

Questa risposta- che Fini ha voluto dare pur conoscendone la possibile strumentalizzazione da politico e da giornalista per quanto ormai in pensione, dove peraltro l’uno e l’altro non finiscono mai davvero quando accettano di parlare e di scrivere dell’attualità- ha un pò ridotto, depotenziato tutto il resto dell’intervista. In cui l’ex leader della destra italiana ha detto che il suo invito alla Meloni “è stato accolto nella sostanza, nei valori richiamati e nei riferimenti alla destra del dopoguerra”. “Al riguardo non avevo, per la considerazione che ho del presidente del Consiglio, alcun dubbio”, ha aggiunto l’intervistato smentendosi -nella sostanza, direi per rimanere al suo fraseggio- rispetto alle parole usate con l’Annunziata. Alla quale aveva detto, in particolare, di “comprendere” ma non condividere la ritrosia della premier a dichiararsi antifascista. 

Il suo vecchio maestro Giorgio Almirante, che lo preferì nella successione nonostante il parere diverso poi rivelato da “donna Assunta”, come veniva chiamata la consorte del leader missino, avrebbe detto meglio e più di Fini con quell’astuzia e prontezza di riflessi che lo distinguevano. E che giornalisti anche famosi schierati politicamente su fronti opposti o comunque diversi dal suo temevano disertandone le tribune televisive -o mandandovi altri di grado minore a rappresentare le loro testate- col pretesto di non volere deflettere da un antifascismo intransigente, sino alla discriminazione. Che sulle piazze diventava anche licenza alle aggressioni e persino alla morte. E’ stato appena celebrato in Parlamento il famoso eccidio di Primavalle,  a Roma, dove due figli del segretario di quartiere del Movimento Sociale arsero vivi nella loro abitazione per un incendio appiccato da militanti di sinistra riusciti a farla franca, non certo da soli. 

Fra i meriti riconosciuti alla Meloni nelle riflessioni affidate al Corriere della Sera Fini ha ricordato come un inedito nella storia della destra anche il richiamo al leader storico del comunismo italiano, Palmiro Togliatti, per l’amnistia voluta come ministro della Giustizia a favore dei fascisti dopo la Liberazione. Che per lui doveva fare rima il più rapidamente possibile con pacificazione. 

Giuliano Ferrara, che Bettino Craxi amichevolmente mi diceva “cresciuto sulle ginocchia di Togliatti”, del quale la madre era stata segretaria, ha colto bene, e più esplicitamente di Fini, sul Foglio l’importanza del richiamo della Meloni. “E’ una notazione storica significativa e intelligente, in armonia con quanto ho appreso nella mia formazione in una famiglia di resistenti comunisti e togliattiani, in conflitto con la vulgata resistenziale degli epigoni dell’azionismo politico e culturale, una componente minoritaria ma nobile e tenace della Resistenza convinta che la guerra di Liberazione dovesse mettere capo a una svolta radicale e moralmente rigeneratrice, dalle fondamenta, della storia italiana”, ha scritto Giuliano. 

Politicamente ancora più incisiva, e soprattutto attuale, mi sembra la conclusione del ragionamento del fondatore del Foglio. “Con l’aiuto -egli ha scritto- di un testimone a sorpresa nella sua penna, Togliatti, e della sua posizione resistenziale sulla guerra oggi in Ucraina, il capo della prima maggioranza e del primo governo di destra democratica della Repubblica argomenta le sue tesi a favore della riconciliazione nel segno inclusivo per tutti della libertà. Non è poco come risultato ultimo e come vittoria nazionale di un 25 aprile privato della sua componente retorica, restituito al suo vero significato politico a quasi ottant’anni da quel giorno fatale”. 

Resta ora da vedere se a Fini, per tornare a lui, con quel pur riduttivamente  “sostanziale” riconoscimento fatto alla Meloni di avere risposto alle sue sollecitazioni antifasciste alla vigilia del 25 aprile, riuscirà di  sottrarsi alla nebbia politica in cui si infilò nel 2010 rompendo con Berlusconi pur col piombo nelle ali costituito dalla famosa vicenda, ora anche giudiziaria, di una casa del suo partito, a Montecarlo, lasciata inconsapevolmente nelle mani speculative della sua nuova famiglia. Lui ha assicurato nell’intervista al Corriere di non avere ambizioni o progetti politici, declassati a “sciocchezze” attribuitegli da altri. Ma la carne, si sa, è umanamente debole. 

Pubblicato sul Dubbio

Finalmente il 26 aprile, dicono….con liberazione a Palazzo Chigi e dintorni

Finalmente il 26 aprile, come dicono a Palazzo Chigi. Dove la festa della Liberazione sarebbe stata vissuta “con fastidio”, ha detto Massimo Cacciari alla Stampa. O addirittura “il fascismo è ancora vivo”, come ha titolato Piero Sansonetti su tutta la prima pagina del Riformista che dirigerà ancora per qualche giorno. Poi passerà   la mano a Matteo Renzi e Andrea Ruggieri per guidare il ritorno della storica Unità nelle edicole grazie allo stesso editore del giornale dove ha deciso, chissà perché, di finire per gareggiare col Fatto Quotidiano, da lui stesso definito “fascista” molto di recente. 

Anche il quotidiano di Marco Travaglio, a costo di non seguire una volta tanto l’ex presidente grillino del Consiglio Giuseppe Conte, soddisfatto della lettera di Giorgia Meloni al Corriere della Sera sul 25 aprile, fatta eccezione per il passaggio a sostegno degli aiuti all’Ucraina aggredita dalla Russia; anche il quotidiano di Marco Travaglio, dicevo, ha sentito e sente puzza di fascismo a Palazzo Chigi per “la reticenza” della premier, denunciata in una vignetta, sull’antifascismo. La “incompatibilità con la nostalgia” del Ventennio mussoliniano proclamata dalla Meloni nelle “riflessioni” affidate al Corriere e tradotta da Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, nel titolo di apertura “Libertà senza nostalgie”, non è stata sufficiente né a Travaglio, né a Sansonetti, né ad altri per sentisi e tanto meno dichiararsi  sollevati.

No. La Meloni è e deve restare da quelle parti una fascista praticamente truccata, descritta dal pur bravo Stefano Rolli, con la sua vignetta sul Secolo XIX, in un ’inseguimento” scomodo e affannoso del presidente della Repubblica festeggiando la Liberazione di 78 anni fa dall’occupazione tedesca e da quel che rimaneva del fascismo ormai non più alleato ma succube del nazismo. Una Meloni, quindi, meritevole con i suoi ministri selezionati da specialisti della materia di finire nei manifesti con la testa in giù a Napoli, come  accadde realmente a Mussolimi, all’amante e ad altri nel 1945 a Milano, in Piazzale Loreto. 

Il sollievo a Palazzo Chigi per la festa e il relativo ponte vacanziero alle spalle nasce, più che dal “fastidio” avvertito o denunciato da Cacciari, dal superamento di un’altra curva cosparsa d’olio dagli avversari della premier, e persino dal suo ex leader e amico Gianfranco Fini. Il governo   può ora procedere col programma che gli ha procurato la fiducia delle Camere. Esso riguarda prioritariamente i problemi del lavoro, riportati all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei Ministri del primo giorno di maggio, festa appunto del Lavoro. 

La Repubblica, come ha ricordato il quirinalista Marzio Breda sul Corriere ripetendo le parole del Capo dello Stato, sarà pure “fondata sulla Costituzione, figlia della lotta antifascista”, ma i Costituenti la vollero fondata “sul lavoro” indicato da solo nel primo dei 139 articoli della Carta e delle 18 disposizioni transitorie e finali. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Le “riflessioni” di Giorgia Meloni sul 25 aprile affidate al Corriere della Sera

Tutti lì ad aspettare Giorgia Meloni, la prima donna, e di destra, alla “prova più difficile” nell’”Italia divisa” dei titoli di prima pagina di Repubblica; tutti ponti a fare le pulci a qualche comunicato ufficiale in coincidenza con la sua partecipazione, accanto al capo dello Stato e ai presidenti delle Camere, alla cerimonia abituale del 25 aprile all’Altare della Patria; tutti smaniosi di rinfacciarle la “ritrosia” appena rimproveratale dall’ex amico e leader di partito Gianfranco Fini sulla strada da lui intrapresa tanti anni  fa  del riconoscimento del valore dell’antifascismo; e lei che cosa fa? Prende non più la carta e penna di una volta, che ha fatto in tempo ad usare da ragazza, ma il computer dei nostri giorni per affidare le sue “riflessioni” ad una lettera al Corriere della Sera, scelto per la sua primazia nelle edicole e dintorni ma anche per la moderazione con la quale di solito informa i lettori e partecipa al dibattito politico, cercando più di ragionare che di strillare. 

Il Corriere naturalmente ricambia offrendole l’apertura in questo giorno di festa nazionale, e di gigantesco ponte vacanziero. “Il frutto fondamentale del 25 aprile -ha scritto, fra l’altro, la premier-è stato, e rimane senza dubbio, l’affermazione dei valori democratici, che il fascismo aveva conculcato e che ritroviamo scolpiti nella Costituzione repubblicana”. Un fascismo la cui nostalgia -ha precisato la Meloni in un altro passaggio- è “incompatibile” con la destra democratica che lei è convinta di rappresentare alla guida del governo, come le ha appena riconosciuto la Cnn americana facendo un bilancio positivo dei suoi primi sei mesi di esperienza a Palazzo Chigi. 

“Il 25 aprile 1945- ha ancora riflettuto la premier- segna evidentemente uno spartiacque per l’Italia: la fine della seconda guerra mondiale, dell’occupazione nazista, del Ventennio fascista, delle persecuzioni antiebraiche, dei bombardamenti e di molti lutti e privazioni che hanno afflitto per lungo tempo la nostra comunità nazionale”, purtroppo proseguiti per un pò anche dopo quella data, ha ricordato la Meloni. Che deve avere letto anche lei i libri del compianto Giampaolo Pansa guadagnatosi per la sua onestà le contumelie e le minacce di quanti si aspettavano da lui, a sinistra, la loro reticenza o mancanza di memoria, o nessuna voglia di informarsi. 

A conclusione delle sue riflessioni la Meloni ha tenuto a ricordare che oggi la Libertà, cui sarebbe meglio titolare ormai la festa del 25 aprile per il tanto tempo passato dalla Liberazione, sempre con la maiuscola, è minacciata in Europa da Putin con l’aggressione all’Ucraina. E ha dedicato il suo “primo 25 aprile da presidente del Consiglio” alla quasi centenaria Paola Del Din, da Lei incontrata e ricordata domenica sera anche da Carlo Nordio a Rai 3: una partigiana decorata al valor militare – delle brigate Osoppo falcidiate dai comunisti filotitini- che preferisce chiamarsi ed essere chiamata “patriota”.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Carlo Nordio, l’uomo giusto al posto giusto anche per disintossicare il 25 aprile

Ospite televisivo, sia pure a distanza, di Fabio Fazio su Rai3, collegato dalla sua abitazione a Treviso fra libri che ritengo abbia tutti letto, e non esposti alle spalle per arredamento, Carlo Nordio si è rivelato “l’uomo giusto al posto giusto” -parole della premier Gorgia Meloni- non solo come ministro della Giustizia. Che è titolare per espressa norma costituzionale -l’articolo 107 dimenticato o ignorato da critici e avversari nei giorni scorsi-  della insindacabile “facoltà di promuovere l’azione disciplinare” verso le toghe. Sulle quali giudizio ed eventuali misure sono affidati, a tutela della loro indipendenza e autonomia, al Consiglio Superiore della Magistratura, non alla piazza come accade a tanti malcapitati dopo un avviso di garanzia. 

Nordio si è rivelato l’uomo giusto al posto giusto anche sul piano culturale e politico, ora che è un parlamentare eletto, prima ancora che Guardasigilli, parlando della festa della Liberazione in questi giorni e in queste ore intossicate dalle solite polemiche, questa volta più rumorose e astiose del solito. E ciò per qualche “sgrammaticatura istituzionale” di certo, come Giorgia Meloni ha definito alcune sortite del suo amico e collega di partito Ignazio La Russa, presidente del Senato e quindi seconda carica dello Stato, ma anche o soprattutto per la prima volta di una destra. e di una donna, alla guida del governo. Una destra che, per quanto svezzata a suo tempo da Gianfranco Fini riconoscendo non a parole ma per iscritto, su tanto di documenti di partito, il valore dell’antifascismo, si trova sottoposta ad esami che non finiscono mai, come da una vecchia e celeberrima commedia di Eduardo De Filippo. 

Persino Fini, uscendo dalla nebbia politica dove sembrava finito mancando il ritorno alla Camera anche come semplice deputato dopo averla presieduta, ha un pò bacchettato la Meloni, parlandone in televisione con Lucia Annunziata, per non averlo sinora seguito esplicitamente sulla strada dell’antifascismo da lui imboccata entrando nell’area di governo dove lo aveva portato, sdoganandolo, Silvio Berlusconi nel 1994. Più ancora di Fini si è mostrato fiducioso o ottimista su Meloni un altro ex presidente della Camera di segno opposto: Luciano Violante parlandone al Corriere della Sera.

Nordio -per tornare a lui- ha risposto ad una domanda di Fazio sulla festa appunto della Liberazione e sulle polemiche che l’hanno accompagnata proponendo sacrosantamente di fare del 25 aprile una ricorrenza non solo italiana ma europea. Fu tutta l’Europa infatti a suo tempo, anche quella destinata poi a cadere sotto la dittatura sovietica, ad essere liberata dal nazifascismo. Nessuno ora la sente decentemente minacciata, per quanto forte sia diventata la destra in Francia e nei paesi nordici nelle ultime elezioni, e non solo in Italia. Nessuno, ripeto, è decentemente allarmato, essendo con tutta evidenza indecente il tentativo di Putin di giustificare la sua sanguinosa aggressione all’Ucraina reclamandone e realizzandone nei territori occupati una presunta “denazificazione”. 

Non vi sono sgrammaticature istituzionali -ripeto- lamentate dalla premier in persona né errori di ignoranza, peraltro confessata, come quello del ministro cognato della stessa Meloni, Francesco Lollobrigida, sulla minaccia incombente di una “sostituzione etnica” cinicamente programmata o teorizzata da nuovi schiavisti, che possano giustificare i muretti, i muri e i fili spinati più o meno costruiti in questi giorni da una politica italiana litigiosa, pronta a strumentalizzare tutto e tutti per dare un contenuto a questo o a quel partito abituato a vivere di slogan e non di programmi, di populismo e non di popolo, di fake news e non di notizie vere. 

Su questa strada temo che la sinistra -secondo me suicida dai tempi che in cui “disconobbe”, come ha detto recentemente Stefania del padre, o espulse Bettino Craxi come un volgare delinquente per avere cercato di modernizzarla- si lascerà scappare anche l’occasione offertale dal ruolo di opposizione, peraltro assegnatosi volontariamente nelle ultime elezioni politiche, per rigenerarsi finalmente e offrire una credibile, realistica alternativa alla destra arrivata alla guida del governo senza alcuna marcia su Roma, semplicemente  per libera scelta dei cittadini non per questo nostalgici del fascismo, non foss’altro per ragioni semplicemente anagrafiche. 

Dico pertanto grazie  anche per questo  a Nordio, ripeto, non solo come ministro della Giustizia. La nostra salvezza è davvero solo o soprattutto in Europa, liberandone i paesi non solo e non tanto dai vecchi e nuovi nazionalismi, o sovranismi, ma da quelli che sono ormai provincialismi. E nulla di più. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Il 25 aprile di Gianfranco Fini, liberato dalla nebbia dagli avversari della Meloni

Di questa straordinaria edizione della festa del 25 aprile, la prima con un governo guidato da una donna, e di una destra non più semplicemente parte di una coalizione  presieduta e garantita, come nel 1994 e anni successivi, da un uomo di un’altra cultura e provenienza come Silvio Berlusconi, rischia di essere beneficiario soprattutto un ex leader scomparso da qualche tempo dai radar della politica. E’ Gianfranco Fini, che sembrava ormai pensionato per un infortunio, chiamiamolo così, familiare da lui stesso ammesso di recente in un’aula di tribunale. Dove si è sentito tradito da chi, appunto in famiglia, profittò della sua buona fede acquistando a buon mercato a scopo speculativo, praticamente nascosto dietro una società straniera, una casa a Montecarlo donata al suo partito da una generosa elettrice italiana.

Prima ancora di finire  in qualche modo in tribunale, quella vicenda costò moltissimo a Fini, che già aveva fatto una brillante e bruciante carriera politica sfiorando da solo il Campidoglio come candidato sindaco di Roma nel 1993 e poi, “sdoganato” da Berlusconi con la partecipazione al centrodestra uscito vincente dalle urne del 1994, salendo via via alla Farnesina, alla vice presidenza del Consiglio e alla presidenza della Camera, terza carica dello Stato. Dalla quale, con una intemperanza pari all’imprudenza, visti anche i risultati, sfidò Berlusconi per sfilargli in anticipo Palazzo Chigi. E ciò non per succedergli con qualche realistica speranza ma solo per continuare poi a combatterlo in una combinazione improvvisata dal senatore a vita Mario Monti a Palazzo Chigi. La personale perdita di credito politico gli impedì però di tornare a Montecitorio neppure da semplice deputato.

Morto e sepolto, si disse politicamente di lui, con gli amici rapidamente dispersi e neppure tutti tempestivi a rifugiarsi nella nuova casa di destra allestita da Giorgia Meloni. Lo stesso Fini l’aveva liquidata con poche parole. 

Di lui da qualche tempo, da quando la Meloni è a Palazzo Chigi, si parla -vedremo se a torto o a ragione- come di un candidato alle elezioni europee dell’anno prossimo nelle liste del partito della generosa premier, alla quale egli riserva attenzione ogni volta che gliene offre l’occasione qualche salotto politico, o simile, specie quello di Lucia Annunziata. Dove ieri,  amplificato oggi da Repubblica, forte di averla oggettivamente preceduta a suo tempo come leader di Alleanza Nazionale nella scoperta del fascismo come “male assoluto”, ha dichiarato persino con una certa severità di “capire ma non giustificare la ritrosia a pronunciare l’aggettivo” antifascista. Più fiducioso e generoso è stato Luciano Violante, ex presidente della Camera pure lui ma di segno opposto, dicendo al Corriere della Sera che la premier saprà “allontanare gli estremisti” dalla sua area politica e “costruire un futuro privo di nostalgie”. “Ne esistono -ha detto-  le condizioni soggettive e oggettive”. 

La terza carica dello Stato sostituisce la seconda nel rapporto di condivisione con Mattarella

In questi giorni di vigilia della festa di Liberazione del 25 aprile intossicati anche da una certa satira che reclama, come fa oggi Il Fatto Quotidiano, il dovere e il diritto di prendere per “il culo”, letterale, una destra non sufficientemente o per niente antifascista, ritenendosi autorizzato alla parolaccia dall’uso fattone a suo tempo del vecchio Cuore di sinistra, complimenti a Stefano Rolli. Che sulla prima pagina della Stampa ha voluto e saputo rappresentare nella sua vignetta la protesta della premier Giorgia Meloni, di fronte ad un calendario, per questa “maledetta primavera”. Maledetta per le polemiche alle quali non hanno saputo sottrarsi anche amici di partito al vertice delle istituzioni come il presidente del Senato Ignazio La Russa. Che ha addirittura attribuito alla Costituzione della Repubblica il merito, diciamo così, di non contenere l’antifascismo esplicitamente in alcun passaggio, confinando nelle disposizioni “transitorie” – ma anche “finali, gli ha fatto notare il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky- il  divieto di ricostituire “sotto qualsiasi forma il disciolto partito fascista”.  

Peccato che il direttore dello storico giornale torinese, Massimo Giannini, non abbia voluto tenere conto della vignetta di Rolli sfidando praticamente la Meloni, nel suo editoriale, a dire una buona volta che cosa pensi del fascismo e dell’antifascismo. “Giorgia Meloni -ha scritto il direttorenon parla del giorno della Liberazione dal fascismo. Non ne ha mai parlato fino ad oggi, da presidente del Consiglio. Dopodomani sarà all’Altare della Patria con Sergio Mattarella. Aspettiamo il suo comunicato ufficiale”. Al quale, in verità, non l’obbliga nessuno potendo bastare e avanzare la sua presenza, appunto, accanto a Mattarella.

Eppure, prima ancora di vedere e riflettere sulla vignetta di Rolli, il severo e sospettoso Giannini avrebbe potuto rileggersi la prima pagina di ieri del suo stesso giornale. Dove Flavia Perina, già direttrice del Secolo d’Italia, organo ufficiale prima del Movimento Sociale e poi di Alleanza Nazionale, ha riprodotto un passaggio di certo non secondario del documento di svolta della destra italiana approvato a Fiuggi tanti anni fa e che la Meloni non ha mai rinnegato. “E’ giusto chiedere alla destra italiana -diceva e dice quel passaggio- di affermare senza reticenza che l’antifascismo fu un momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato”. 

Credo che non fosse mancato in quella occasione neppure il voto di Ignazio La Russa, che ora invece a Palazzo Madama sembra averlo dimenticato con le sue sortite culturalmente ma anche politicamente provocatorie. Egli si è appena fatto scavalcare, nel corretto percorso istituzionale col presidente della Repubblica, dalla terza carica dello Stato: il presidente leghista della Camera Lorenzo Fontana, corso ai ripari con una intervista al Corriere della Sera orgogliosamente antifascista. 

Ripreso da http://www.policymakrmag.it

La sconfitta, una volta tanto, dei somari della Costituzione repubblicana

I fatti per fortuna, almeno stavolta, contano più delle parole. Di cui in questi giorni, anche in vista della festa di Liberazione del 25 aprile, si è fatto un certo abuso intossicando i rapporti persino istituzionali. E abbassando ulteriormente il livello culturale della politica, potrebbe dire il Capo dello Stato Sergio Mattarella dopo l’intervista di ieri al Corriere della Sera. Penso, per esempio, alle parole sfuggite al presidente del Senato Ignazio La Russa con quella sortita “cieca”, come l’ha definita  il manifesto, sulla Costituzione priva del termine “antifascista”. La Repubblica, che aveva maggiormente enfatizzato una chiacchierata di La Russa, gli ha generosamente fornito un salvagente, per quanto satirico, con la vignetta di Altan che gli fa dire: “Non si può dire una cazzata, che subito la strumentalizzano!”. 

Tra i fatti, ripeto, per fortuna prevalenti almeno stavolta sulle parole metterei tuttavia al primo posto il silenzio improvvisamente caduto oggi in quasi tutte le prime pagine dei giornali sul ministro della Giustizia crocifisso per più giorni a destra e a manca, da toghe ed avvocati insieme, per  i rilievi ai giudici della Corte d’Appello di Milano che, accordando gli arresti domiciliari, hanno di fatto consentito la fuga d’un faccendiere russo amico di Putin. A carico del quale pendeva un procedimento di estradizione negli Stati Uniti. 

Dell’azione disciplinare promossa dal Guardasigilli verso quei giudici si è detto e scritto che avrebbe violato le sacrali autonomia e indipendenza della magistratura, le cui decisioni potrebbero essere contestate solo ricorrendo al superiore grado di giudizio. Incultura anche questa, da bocciatura in un serio esame universitario, perché ignora l’articolo 107 della Costituzione, che conferisce appunto al ministro della Giustizia -l’unico peraltro ad essere menzionato nella stessa Costituzione fra tutti i colleghi di governo- la promozione dell’azione disciplinare, senza alcuna condizione. in modo secco, assoluto. “Il ministro della Giustizia -dice il secondo comma di quell’articolo- ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare”, appunto. 

Le sacrali- ripeto- autonomia e indipendenza della magistratura restano tutelate dalla sede in cui si svolge l’azione promossa dal Guardasigilli: il Consiglio Superiore, dove non a caso le assoluzioni sommergono le condanne. Di che cosa dunque hanno paura questi somari che, ripeto, non meriterebbero di superare un esame universitario se vi si lasciassero sottoporre di nuovo? 

Ha certamente contribuito a blindare il Guardasigilli, anche sulla strada della riforma della Giustizia contemplata dal programma di governo, quel “Nordio uomo giusto al posto giusto” appena confermato dalla premier Giorgia Meloni in una lunga intervista al Foglio. Ma anche quella “ragione” datagli dal presidente emerito della Corte Costituzionale Giuliano Amato, guarda caso, da New York: cioè dagli Stati Uniti sorpresi e danneggiati dai giudici della Corte milanese d’Appello. 

Ripreso da www,startmag.it e http://www.policymakermag.it

L’infelice incultura della politica sferzata dal presidente della Repubblica

Riprendo da una lunga, straordinariamente colta intervista appena rilasciata al quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda dal Presidente della Repubblica  Sergio Mattarella in occasione del festival del libro a Parigi, di cui l’Italia è ospite d’onore: “Il sapere si è affermato come un valore democratico, anzi come condizione della stessa vita democratica. Non a caso l’accesso all’istruzione è divenuto uno dei diritti contemporanei. Un bagaglio di studi limitato è una barriera che, oltre a creare divari, genera incomprensioni e, dunque, conflittualità e, soprattutto, ci impedisce di progettare il futuro con chiavi interpretative adeguate a comprendere la complessità del nostro vivere contemporaneo”. 

Immagino il ministro Francesco Lollobrigida a leggere queste parole e mi viene non so se più da ridere o da impallidire dopo la sua confessione di avere parlato di “sostituzione etnica” senza sapere di essere stato preceduto tanto tempo fa su questa strada dal filosofo austriaco Richard Nicolaus Kalergi. Del cui piano cospirativo si sono alimentate le culture, chiamiamole, così nazista e fascista. Uno, peraltro ministro, che si occupa o si mette a parlare di immigrazione e non conosce un simile precedente dovrebbe sentire quanto meno il dovere di scusarsi: cosa che l’interessato non ha voluto fare davanti a un microfono e una telecamera mentre gli veniva richiesto. 

Non so neppure questa volta se ridere o impallidire di più pensando al soccorso prestato al ministro Lollobrigda dal Fatto Quotidiano con quella vignetta sulla moglie, sorella della premier Giorgia Meloni, a letto con un africano da lei incoraggiato al sesso dall’assenza del marito troppo impegnato a contrastare la sostituzione etnica, appunto. Una vignetta che per la sua evidente volgarità, a dispetto della impunità reclamata dalla satira, ha naturalmente procurato alla famiglia Meloni-Lollobrigida solidarietà bipartisan, lasciando praticamente al ministro una via di fuga.

Mentre la cronaca politica veniva invasa dalle reazioni alla vignetta del Fatto, il presidente leghista della Camera Lorenzo Fontana davanti alla scolaresca di un istituto intestato al povero  Vittorio Bachelet, ucciso nel 1980 dai terroristi rossi nella doppia veste di professore e di vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, chiamava l’interessato Bakelet. E si  è meritato stamane sul Corriere questo epilogo del quotidiano appuntamento di Massimo Gramellini con i lettori: “Pazienza per Fontana, lui ormai i suoi studi li ha fatti (o non li ha fatti). Ma gli studenti del Bachelet, reduci dalla lezioncina di Montecitorio, si staranno domandando: se uno diventa presidente della Camera senza conoscere la storia d’Italia, perché mai dovremmo studiarla noi?”.

Lo stesso discorso merita il presidente del Senato Ignazio La Russa, che in un “colloquio” con Repubblica, derogando alla promessa del silenzio  dopo un’altra uscita infelice, ha detto che “nella Costituzione non c’è l’antifascismo”. 

Ripreso da http://www.polcymakermag.it

Armaroli fa le pulci a 15 senatori a vita nominati per la politica, non per altri meriti

Non lasciatevi scoraggiare, per favore, dalle 450 pagine dell’ultimo libro di  Paolo Armaroli -anzi penultimo, perché probabilmente l’autore ne starà già scrivendo un altro- pubblicato da La Vela e titolato andreottianamente “I senatori a vita visti da vicino”. Lo si legge se non tutto di un fiato, quasi, vista l’oggettiva abbondanza di carta.

Pur legati -lo confesso- da una ormai vecchia amicizia personale e colleganza d’arte, volendo nobilitare immeritatamente il giornalismo, professionale e non, ho preso subito di mira con spirito competitivo la parte del quarto capitolo del libro sui senatori a vita da lui definiti “abusivi”. E ciò perché nominati dai presidenti della Repubblica più per valutazioni politiche che per gli “altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario” prescritti dall’articolo 59 della Costituzione. 

Poiché si tratta di 15 dei complessivi 38 senatori nominati a questo titolo da quasi tutti i presidenti succedutisi al Quirinale, più o meno conosciuti o seguiti anche da me in una lunga attività fra giornali e televisioni, ho voluto verificare quanto di più Paolo abbia saputo vedere e trovare sul loro conto tra consultazioni di atti e confidenze raccolte come professore universitario e poi anche per un pò come parlamentare. Ahimè, tantissimo, a cominciare dal primo della lista stesa in ordine alfabetico, 

Di Giulio Andreotti, per esempio, non sapevo l’autenticità solo presunta di famose battute attribuitegli accreditandolo come il più brillante dei politici. Non sarebbe sua, per esempio, ma di Talleyrand la paternità del potere che “logora chi non ce l’ha”. Non sua, ma neppure di Sant’Agostino richiamato da altri, ma del cardinale Francesco Selvaggini Marchetti, morto nel 1951, è invece il riconoscimento che “a pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina”. Sicuramente suo, invece, sarebbe il “meglio tirare a campare che tirare le cuoia” opposto a Ciriaco De Mita che si era lamentato del modo di guidare almeno uno dei suoi sette governi. Abusivo, ma comunque “di lusso” il suo laticlavio, secondo Armaroli.  

Di Emilio Colombo è sottolineato nel libro più che il contributo dato in un decennio ai lavori del Senato con discorsi e altro, l’imbarazzo procurato a Carlo Azeglio Ciampi, che l’aveva appena nominato, per una penosa vicenda di droga che coinvolse la scorta e che spiegò ai magistrati raccontando di farne uso da un anno e mezzo “a fini terapeutici”. “Una pezza che a mala pena copre il buco”, scrive Armaroli. 

Di Francesco De Martino, già segretario del Psi, prima di Bettino Craxi, e vice presidente del Consiglio col democristiano Mariano Rumor a Palazzo Chigi, Armaroli scrive come di “un fantasma” passato “letteralmente inosservato” a Palazzo Madama. Dove tuttavia ebbe la ventura di presiedere per ragioni anagrafiche all’inizio della legislatura uscita delle urne del 1994 le prime due sedute che portarono sull’orlo dell’infarto il già fisicamente provato Giovanni Spadolini: pure lui senatore a vita ma soprattutto presidente uscente dell’assemblea e candidato dall’opposizione alla conferma. Al terzo scrutinio, in concorrenza col berlusconiano Carlo Scognamiglio, egli fu applaudito in aula come eletto ma per sbaglio. In realtà, rifatti i conti, la vittoria fu assegnata all’altro per un voto di scarto. Neppure quella volta De Martino si scompose nella sua figura sfinge.

Con Spadolini, nella parte dedicata al suo laticlavio, Armaroli è giustamente generoso sul piano culturale e umano riconoscendogli di avere meritato anche come senatore a vita quella sola, semplice e al tempo stesso austera qualifica da lui stesso voluta sulla sua tomba a Firenze: “un italiano”. 

Di Amintore Fanfani, tornando all’ordine alfabetico dell’elenco degli “abusivi”, solo Armaroli poteva fare concorrenza al famoso “Rieccolo” datogli da Montanelli, per la capacità di rialzarsi dopo ogni caduta, facendogli cambiare sesso e paragonandolo alla “Elena del Faust di Goethe  molto lodato e molto vituperato”. Pur provvisto di “un brutto carattere”, come chiunque ne abbia uno davvero, Paolo riconosce che “questo mezzo toscano aveva addolcito il suo” con gli anni diventando “disponibile al dialogo più di quanto lo fosse stato in passato”. Non a caso -mi permetto di ricordare- dopo il sequestro di Aldo Moro, di cui era stato l’antagonista come leader della Dc, Fanfani fu tra i pochi, comunque il più espostosi nel tentativo di salvargli la vita superando la immobilistica e mortale “linea della fermezza” opposta alle brigate rosse. Con le quali poco dopo la Dc avrebbe trattato per liberare l’assessore regionale campano Ciro Cirillo finito nelle loro mani insanguinate.

Di Giovanni Leone, “il tappabuchi balneare”, Armaroli ricorda, anche come capo dello Stato ingiustamente detronizzato “per un inesistente suo coinvolgimento nello scandalo Loockeed”, e pur in certi aspetti “un pò pittoreschi”, la figura di “un galantuomo cresciuto alla severa scuola di De Nicola”.

Cesare Merzagora passa indenne l’esame. Non così Mario Monti, nominato senatore a vita in funzione della quasi contemporanea destinazione a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio, pur essendo stato preceduto alla guida di un governo dall’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, senza che questi ottenesse prima lo scudo o il premio del laticlavio. Di Giorgio Napolitano si ricorda il troppo poco tempo vissuto come senatore a vita, dal settembre 2005 al maggio successivo, quando fu eletto presidente della Repubblica. 

APietro Nenni viene perdonato il “neutrale mai e poi mai” e assegnata la qualifica di “abusivo di classe”. Come di Giuseppe Paratore si ricorda la lodevole lettera  scritta prima di morire per chiedere con discrezione di non essere commemorato.

Dovrei continuare per arrivare alla lettera V con Leo Valiani preceduto da Ferruccio Parri, Camilla Ravera, Meuccio Ruini e Luigi Sturzo, ma ho esaurito lo spazio a disposizione. Il resto, se volete, potrete leggerlo direttamente godendovi anche voi il libro di Armaroli. 

Pubblicato sul Dubbio

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