Conte non vuole confondersi con la Schlein alla manifestazione sindacale contro il decreto lavoro

Tornato ormai alla sua pochette, anche nei cinque minuti dedicatigli ieri sera da Bruno Vespa dopo il Tg1, Giuseppe Conte tiene a smarcarsi più che a confondersi con la nuova segretaria del Pd Elly Schlein. Che non lo troverà al suo fianco, ma neppure a distanza, nella manifestazione sindacale di dopodomani a Bologna contro il “decreto lavoro” approvato dal governo il 1° maggio. “Salta la foto con Schlein”, titola oggi all’interno la Repubblica dopo avere annunciato in prima pagina il rifiuto dell’ex presidente del Consiglio di partecipare personalmente al raduno.

Il MoVimento 5 Stelle dovrebbe essere rappresentato a livello minore. E neppure sul palco, avendo il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra tenuto a raccontare ieri, in una intervista alla stessa Repubblica, che “quando abbiamo programmato la mobilitazione, abbiamo concordato unitariamente che vi saliranno solo i sindacalisti”. Niente politici, quindi, perché il sindacato -ha dovuto precisare anche il segretario generale della Cgil Maurizio Landini- non fa parte dell’opposizione al governo, di cui pure contesta il decreto, secondo lo stesso Landini, non del lavoro ma della precarietà, dell’arroganza e altre nequizie. 

Conte, la cui civetteria o eleganza- come la chiamano gli estimatori- non è ancora arrivata al punto di fornirsi di un armonocromista, né uomo né donna, come la nuova segretaria del Pd, ha capito che -con questa storia appunto raccontata dall’interessata alla rivista di moda Vogue, pur nel contesto di una lunghissima intervista notata anche politicamente solo per questo passaggio glamour- a sinistra con la Schlein non andrebbe lontano. Egli alterna tentazioni di scavalcarla in quella direzione, come ha già fatto sul terreno della politica estera e, più in particolare, della guerra russa ad una Ucraina che non andrebbe più aiutata a resistere, o di riposizionare il MoVimento 5 Stelle persino verso il centro. Come qualche giorno fa lo ha considerato capace di fare uno storico e un politologo di una certa competenza come Paolo Mieli sul Corriere della Sera. 

D’altronde, da quelle parti convinzioni molto radicate o fideistiche non sono mai state nutrite, viste le opposte alleanze praticate nella scorsa legislatura. Basta affacciarsi oggi, come ho appena fatto, al blog personale di Beppe Grillo, garante e al tempo stesso consulente retribuito del MoVimento da lui stesso fondato nel 2009, per trovare una vignetta del solito Davide Charlie Ceccon in cui si consiglia, fra l‘altro, a chi ha fede “una tac al cranio per vedere se ha il cervello”. Ma in caso di referto positivo a considerare quella tac come “una colonscopia”. 

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Renzi piega il Riformista alla sua persona correggendone la testata

Sotto quel “viso aperto”con cui Matteo Renzi ha voluto titolare il suo primo editoriale del giornale affidatogli dall’editore Alfredo Romeo -napoletano come il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, poi vi dirò perché- c’è un decalogo del riformista, al minuscolo, che mi ha ricordato la celebre poesia di Rudyard Kipling tenuta sempre da  Indro Montanelli nei cassetti della sua scrivania, a volte anche sopra per ispirarvisi meglio. Si chiama If, il se inglese, ed elenca le condizioni alle quali uno che la legge può considerarsi un uomo, “figlio mio”, conclude l’autore. 

Anche il riformista di Renzi -parafrasando un pò Kipling- potrà sentirsi tale se saprà, fra l’altro, “sognare senza fare del sogno il suo padrone,  se saprà pensare senza fare del pensiero il suo scopo, se potrà confrontarsi con Trionfo e Rovina e trattare allo stesso modo questi due impostori, se riuscirà a sopportare di sentire le verità che ha detto distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi…

Sicuramente Renzi riuscirà a sorprendere anche nella sua avventura giornalistica, peraltro consequenziale all’avventura politica. Già egli deve avere sorpreso l’editore ritoccando la testata per adattarla meglio a se stesso con quella erre sbilenca e rossa al posto di quella nera e dritta delle origini: una erre più come Renzi, appunto, stampato sotto con tanto di nome e qualifica. Ma non vorrei che strada facendo Romeo facesse come il suo già ricordato conterraneo Napolitano. Che al Quirinale, pur apprezzando la riforma costituzionale varata da Renzi alla guida del governo, si mise le mani fra i capelli che non aveva assistendo alla gestione personalissima -o personalistica, come preferite- della campagna referendaria sfociata nella bocciatura. Alla quale contribuirono personalità che più diverse fra loro non potevano essere: da Silvio Berlusconi a destra, o al centro, come preferite, a Massimo D’Alema a sinistra. Che però -va riconosciuto anche questo- si erano già trovati a convergere ai tempi di una delle tante commissioni bicamerali sulle riforme costituzionali.

Renzi è uomo di grandi svolte e controsvolte rottamatrici. Ne sa qualcosa l’ancora stordito -penso- Giuseppe Conte, da lui aiutato nel 2019 a sottrarsi al bagno delle elezioni anticipate, perseguito dall’allora alleato leghista di governo Matteo -pure lui- Salvini, ma spinto già l’anno dopo verso la crisi che gli avrebbe fatto perdere Palazzo Chigi a vantaggio di Mario Draghi. Cerca di tenergli testa, sulla strada delle sorprese, e nella gestione del cosiddetto terzo polo, il suo ex ministro, ambasciatore e non so cos’altro Carlo Calenda. Ma temo, per quest’ultimo, con poche possibilità di uguagliarlo davvero, o addirittura superarlo, specie ora che Renzi col suo Riformista, e con quella erre piegata verso il suo nome, riuscirà a far parlare ancora più di sé. E a lasciare gli altri col fiato sospeso a seguirlo in una traiettoria di cui si conosce sempre l’inizio, mai la fine. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 6 maggio

L’esordio giornalistico di Matteo Renzi alla guida del Riformista

Benvenuto, naturalmente, a Matteo Renzi nel campo giornalistico col primo numero odierno del Riformista affidato dall’editore Alfredo Romeo alla direzione, per quanto editoriale e non responsabile, dell’ex presidente del Consiglio, leader di Italia viva e ancora socio con Carlo Calenda del sofferto ma sempre aspirante terzo polo della politica italiana. Che insegue lo scudetto di Montecitorio e dintorni come la squadra del Napoli quello del campionato calcistico di serie A in corso, cui peraltro il Riformista della nuova serie ha dedicato la sua prima pagina come copertina. 

Non manca certamente al senatore di Scandicci il coraggio, non so se più pari o inferiore alla vanità, letteralmente esplosa con quella modifica apportata alla testata che parla da sola. La vecchia erre nera e dritta ereditata da Sansonetti è diventata rossa, sbilenca e sottolineata, come scossa da una pedata del suo nuovo direttore, senza aggettivo. E’ diventata, a vederla, una erre come Renzi, stampato sotto sempre in rosso, più che come Riformista. Di cui egli nell’editoriale ha voluto indicare una specie di decalogo con spirito autobiografico.  Riformista -ha scritto sotto il titolo “A viso aperto”- è “uno che non va di moda”, oggi che “funzionano i sovranisti a destra, gli estremisti a sinistra e i populisti ovunque”. Riformista è uno che “studia, propone, lotta, poi sbaglia, cade, riparte….sempre animato dalla passione per la realtà, non per l’ideologia”. 

Sembra risentire o rileggere Indro Montanelli ai suoi tempi alle prese col democristiano Amintore Fanfani, da lui soprannominato felicemente “Rieccolo”. Una cosa che inorgoglì a tal punto l’interessato da indurlo, quasi per riconoscenza, a procurare a Montanelli, quando ruppe col Corriere della Sera, gli aiuti che gli servivano a fondare il suo nuovo Giornale, nell’ormai lontano 1974. Che, in verità, finì per non essere un anno felice per il leader democristiano, uscito sconfitto clamorosamente dal referendum sul divorzio con effetti destinati a portare lo scudo crociato alla dissoluzione nel giro di vent’anni. 

Immagino gli scongiuri di Renzi a leggermi, se mai gli dovesse capitare di farlo, magari su indicazione di qualche comune amico che ancora si aspetta da lui, al pari di me, il coraggio di una rivisitazione politica, finalmente, di Bettino Craxi per farglielo preferire al ricordo -disse una volta, quando era segretario del Pd e presidente del Consiglio- dello storico segretario del Pci Enrico Berlinguer. Il quale aveva scambiato il modernismo del leader socialista, con il riformismo costituzionale, i tagli antiflazionistici alla scala mobile dei salari, il socialismo tricolore e altro ancora, per uno stupro alla sinistra. 

Ciò nonostante, ripeto, benvenuto a Matteo Renzi nel campo giornalistico e alla sua scommessa sulla capacità di ripresa dell’intelligenza naturale -come ha scritto a conclusione del suo editoriale- di fronte alla paura forse eccessiva che sa provocando l’intelligenza artificiale.

Quante giustificazioni ancora per quell’ignobile linciaggio di Bettino Craxi

Per quanto fuori corso ormai dal 2002, quelle centinaia di monete da 50 e 100 lire, ben più pesanti delle monetine- esse sì- dei centesimi di euro che ne hanno preso il posto, sono tornate a rimbalzare se non a Largo Febo, davanti all’albergo romano dove abitava Bettino Craxi, nelle redazioni dei giornali che hanno voluto evocarle a 30 anni di distanza dal loro lancio contro il leader socialista. Ma ancor più, sia pure figurativamente, contro la Camera che il giorno prima, 29 aprile 1993, aveva osato negare a scrutinio segreto alcune delle “autorizzazioni a procedere” chieste nei suoi riguardi dalla magistratura per il finanziamento illegale dei partiti. E per i reati presuntivamente connessi, secondo gli inquirenti,  di corruzione, concussione e simili. 

Alcuni hanno evocato quella specie di riedizione dello spettacolo milanese di Piazzale Loreto del 1945 per dolersene e al tempo stesso storicizzarla come “l’antipolitica del Raphael che indebolì le istituzioni”, ha scritto Alessandro Campi, per esempio, sul Messaggero. Altri, senza neppure spendersi tanto nel rammarico, e di fatto replicando, hanno voluto ancora riconoscere a quegli squadristi rossi e neri -come li definì Craxi- l’attenuante di essere stati provocati. Da lui direttamente, come ha scritto Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano, con quel modo “arrogante” che aveva di rappresentare il potere e persino di muoversi fisicamente. Quel metro e novanta di altezza gli faceva vedere il prossimo dall’alto in basso. Enrico Berlinguer invece -suggerisco ai tifosi- aveva ispirato  ai suoi tempi tenerezza con quel fisico tanto striminzito da essere svolazzato affettuosamente in aria da un altro striminzito come Roberto Benigni. 

Ma oltre o ancor più che da Craxi, quegli squadristi furono provocati -secondo Gianni Barbacetto, sempre sul Fatto Quotidiano, e dove sennò? – dalla politica e dal Parlamento nel suo insieme, così guadagnandosi anche il trattamento nero di Giorgia Meloni ora a Palazzo Chigi, par di capire. 

“La Camera-ha raccontato al presente Barbacetto dopo avere ricordato il giuramento al Quirinale dei ministri anche del Pds-ex Pci del governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi- deve decidere se concedere alla Procura di Milano l’autorizzazione a indagare su Craxi per le tangenti scoperte dal pool di Mani pulite. Ha già detto si la Giunta per le autorizzazioni a procedere escludendo che le accuse di Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo siano viziate da fumus persecutionis. Tutti d’accordo, anche il democristiano Roberto Pinza, che invita maggioranza e opposizione a dire sì”.

Ma chi era Roberto Pinza? Un avvocato civilista approdato a Montecitorio l’anno prima, eletto in Emilia-Romagna: un quasi sconosciuto per i più fra gli stessi suoi colleghi, oltre che fra noi giornalisti. Ma la ricostruzione politica di Barbacetto è semplicemente falsa. La verità su quei giorni e quelle ore l’ha racconta più volte, senza essere mai smentito, quel galantuomo di Gerardo Bianco, allora capogruppo democristiano alla Camera. Al quale, adesso che è morto, sarebbe rivoltante se i superstiti dell’incontro da lui riferito opponessero una smentita. 

L’allora segretario della Dc Mino Martinazzoli scelse proprio l’ufficio di Bianco per ricevere, come gli avevano chiesto, il segretario del Pds-ex Pci Achille Occhetto e il capogruppo e compagno di partito Massimo D’Alema. I quali gli chiesero, come atto di buona volontà e di testimonianza della svolta costituita dal governo Ciampi appena nato, l’annuncio del voto della Dc nell’aula di Montecitorio contro Craxi per le autorizzazioni a procedere, messe curiosamente all’ordine del giorno della Camera nello stesso giorno della presentazione del nuovo esecutivo. Martinazzoli, peraltro  avvocato penalista, spiegò che i parlamentari democristiani avrebbero votato secondo coscienza, non su direttiva del partito. 

Infatti in aula -come lo stesso Barbacetto, del resto, racconta più avanti, sempre al presente- “intervengono in difesa di Craxi il capogruppo democristiano Gerardo Bianco e Vittorio Sgarbi allora eletto nelle liste liberali. Si schierano invece a favore dell’autorizzazione a procedere Rifondazione comunista, Pds, Rete, verdi, radicali, repubblicani, leghisti, missini. La Camera vota a scrutinio segreto: e per quattro volte su sei respinge le richieste dei magistrati.  L’aula di Montecitorio si trasforma in un’arena. Agli applausi di soddisfazione si sommano quelli beffardi. Poi urla, strepiti, ingiurie, lanci di volantini, scontri fisici, cori “Ladri! Ladri! “Elezioni Elezioni”.

Spettacolo e invettive vennero ripetute il giorno dopo alla folla in Piazza Navona da Occhetto, che ancora oggi nega di aver voluto con ciò spingere i suoi ascoltatori a spostarsi nell’attiguo Largo Febo. Dove il deputato missino Teodoro Buontempo, pace all’anima sua, distribuiva monete raccolte fra i tabaccai cambiando diecimila lire per lanciarle contro Craxi all’uscita dall’albergo, reclamandone peraltro l’arresto e il suicidio. Sì, anche il  suicidio. 

Largo Febo da elegante piazzetta divenne quella sera una fogna, della quale ancora oggi sento personalmente una puzza  che domenica mi ha tenuto lontano, anzi lontanissimo da chi vi si è raccolto con i garofani in mano per ricordare l’accaduto, sia pure in difesa della memoria del mio amico Bettino. 

Pubblicato sul Dubbio

La…meritata pioggia del 1° maggio sull’assalto della sinistra sindacale alle misure per il lavoro

Scriveva già ieri Luciano Capone nel suo “processo al sindacato” sul Foglio, non immaginando la pioggia che avrebbe fatto prevalere gli ombrelli sugli striscioni e quant’altro, che “una volta arrotolate le bandiera e tornati in sede dalla piazza”, anzi dalle piazze di Potenza e di Roma scelte per comizi e concerti, “sarebbe il caso di aprire una riflessione critica e magari adottare un approccio più pragmatico” ai problemi del lavoro. “Anche perché -osservava sempre Capone, che si definisce liberista per formazione e giornalista per deformazione- la politicizzazione non è qualcosa che faccia bene al sindacato, soprattutto in una fase storica ormai lunga e consolidata in cui gli operai votano in larga parte per la destra”, essendo diventato quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni “il primo partito tra gli operai”, seguito dalla Lega. E giù a ricordare impietosamente “un sondaggio Ipsos commissionato l’anno scorso dalla Cgil di Bergamo, proprio alla vigilia del Primo maggio” in cui emerse che “il 78 per cento degli intervistati era critico del legame storico tra sindacato e sinistra, il 79 tra i lavoratori, il 56 persino tra gli iscritti alla stessa Cgil”. 

Le misure adottate dal governo col decreto chiamato lavoro appositamente nel giorno della omonima festa, e illustrate sommariamente dalla premier davanti ad una telecamera camminando per i corridoi di Palazzo Chigi per non farsi forse accusare da Maurizio Landini di avere abusato anche dei giornalisti con una conferenza stampa, non sono certamente del tutto risolutive dei problemi sul tappeto. Non eliminano di certo la precarietà di tante occupazioni. Non sconfiggono la povertà, come si vantò comicamente di aver fatto nel 2018 dal balcone di Palazzo Chigi l’allora vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio per via di quel 2,4 per cento di sforamento del bilancio rispetto ai vincoli europei, sceso poi in pochi giorni al 2,04. Non faranno finalmente passare l’ex presidente, sempre grillino, del Consiglio Giuseppe Conte dalle proteste per le sorti del “suo” reddito di cittadinanza al sollievo o alla speranza suscitata invece in lui dalla lettera della Meloni al Corriere della Sera in occasione della festa della liberazione del 25 aprile, anch’essa minacciata secondo altri da una permanente e neppure tanto nascosta marcia della destra su Roma. Non sarà né farà tutto questo, per carità, ma il decreto legge appena varato dal governo violando, secondo Landini, la sacralità di una festa alla quale potrebbero derogare solo i sindacati con i loro raduni, costituisce di sicuro un passo avanti, non indietro. E’ il massimo consentito dalle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che grazie a Dio, tuttavia, sono un pò migliori di quanto non le descrivano, avvertano e quant’altro agenzie internazionali e, a casa nostra, sognatori di chissà quali disgrazie e speculazioni di mercato capaci di spazzare via un governo da essi indesiderato.  

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Oggi, 1° maggio, festa del o al lavoro? E’ scontro fra il governo e la Cgil di Landini

A proposito del “lavoro sporco dei media” lamentato dal Fatto Quotidiano per il discredito che i giornali avrebbero procurato al cosiddetto reddito di cittadinanza, voluto dagli amatissimi grillini e mazzolato anche con le misure oggi all’esame del Consiglio dei Ministri, vorrei offrirvi un campionario di questo lavoro appena offerto dagli stessi giornali su un piano più generale.

Meloni sfida il Primo Maggio, ha titolato  senza virgolette la Repubblica facendo quindi proprio il senso della protesta del pur sorridente Maurizio Landini, segretario generale della Cgil,  sulla soglia di Palazzo Chigi andando all’incontro col governo e strafregandosene dell’invito, con tanto di virgolette, attribuito dal Corriere della Sera al segretario generale della Cisl Luigi Sbarra:“Non buttiamola in rissa”. 

Landini ha finto, a dir poco, di non saper nulla delle misure predisposte dal governo per una  seduta del Consiglio dei Ministri “provocatoriamente” voluta il 1° maggio  non per onorarlo ma per fargli la festa. Come se, peraltro, il cammino parlamentare del decreto legge in arrivo fosse blindato, anzi blindatissimo, in un Parlamento dove la maggioranza è così bene organizzata da essere scivolata sul documento di economia e finanza.

In sintonia con la “sfida” gridata da Repubblica l’altro grande giornale – La Stampa- del gruppo guidato dal nipote del compianto Gianni Agnelli, che probabilmente non avrebbe per niente condiviso, l’ha buttata sull’amarcord titolando su una foto in bianco e nero: “Quando il lavoro era una festa”. E non invece, secondo Ezio Mauro su Repubblica, per tornare alla corazzata del gruppo, l’occasione di una “battaglia per l’egemonia sociale”. 

Questo titolo assegnato al commento dell’ex direttore di Repubblica avrebbero potuto  curiosamente usarlo pure al Corriere della Sera per l’editoriale di Dario Di Vico. Che ha scritto di misure del governo assai modeste nel loro contenuto, anche per la modestia dei fondi a disposizione, ma fortemente simboliche per una Meloni decisa a far capire che “in termini di consenso politico la grande platea dei lavoratori italiani avrà in tasca la tessera delle confederazioni del Novecento ma costituisce uno dei retroterra del suo partito e del progetto di costruire una destra conservatrice e tendenzialmente centrista”. 

Pure lo storico Ernesto Galli della Loggia,  intervistato da Libero, ha detto che ormai, e finalmente, “c’è spazio per il primo partito conservatore” in Italia. Chissà come si sarà sentito, a leggerlo, monsignor Giancarlo Maria Bregantini, “responsabile Welfare della Cei”, come l’ha presentato Il Fatto Quotidiano, dopo avere sposato in pieno la linea di sinistra di Landini. Il Consiglio dei Ministri oggi -ha detto l’arcivescovo al compiaciuto giornale di Travaglio- un errore: il governo delude, serve il lavoro degno”, non quello indegno evidentemente perseguito o proposto dalla premier pur elogiata, apprezzata e quant’altro dal Papa ogni volta che ne ha l’occasione. 

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Celebrare Craxi nella fogna romana di Largo Febo 30 anni dopo? Non ci penso proprio

Andare oggi in Largo Febo per protestare dopo 30 anni contro le monetine lanciate su Bettino Craxi da squadristi, come lui li definì, che ne reclamavano il suicidio, l’arresto e quant’altro dopo che la Camera a scrutinio segreto aveva negato alcune delle “autorizzazioni a procedere” chieste dalla magistratura per il finanziamento illegale della politica? Non ci penso proprio, per quanto apprezzi lo spirito dell’iniziativa assunta in difesa della memoria del leader socialista disconosciuto dalla sinistra, se mai essa lo avesse davvero considerato della sua parte. 

Largo Febo rimane per me la fogna del 30 aprile 1993. Mi sono sempre tenuto lontano dalla sua puzza, non avendola mai voluta bonificare soprattutto quelli che, standosene più o meno lontani, avevamo incitato le loro squadracce a farvi i loro bisogni. Ancora nei giorni scorsi ho letto o sentito, secondo i casi, Achille Occhetto ancora convinto di non avere aizzato quel giorno gli ascoltatori del suo comizio nell’attigua Piazza Navona e Francesco Storace, allora capo ufficio stampa di Gianfranco Fini e del suo Movimento Sociale, cadere dalle nuvole alla notizia arcinota del suo amico, deputato e collega di partito Teodoro Buontempo che aveva distribuito monete da 50 e 100 lire a chi le volesse lanciare contro Craxi. E, finite le monete raccolte fra i tabaccai della zona cambiando diecimila lire, cominciò a distribuire anche le mille lire di carta perché qualcuno potesse mostrarle al leader socialista e chiedergli se volesse “anche” quelle. 

Ma quando mai? ha detto in tv Italo Bocchino, già fintano, all’idea che ci fosse stato lo zampino del partito della fiamma nell’iniziativa di Buontempo. E lì a ricordare l’interesse, se non le simpatie guadagnatesi da Craxi a destra col “socialismo tricolore” e con la schiena dritta opposta al pur potente alleato americano nella famosa notte di Sigonella. 

Ora gli amici del compianto Buontempo, Storace, Bocchino e via elencando a destra, per niente imbarazzati di essersi mescolati ai comunisti 30 anni fa contro i socialisti, andandoli anche ad insultare da soli davanti alla sede nazionale del Psi, o davanti alla Camera, prima ancora di correre nella fogna di Largo Febo, sono al governo con una parte di ciò che è rimasto dei socialisti e si è accasato nel centrodestra. Ma la puzza di quella fogna non se la sentono un pò addosso? Non parlo poi dei post-comunisti, che da quegli atti osceni in luogo pubblico non hanno saputo ricavare neppure il vantaggio di stare oggi al governo perché, come dice un vecchio proverbio, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. “A 30 anni dalle monetine su papà la sinistra è ancora giustizialista”. ha detto oggi al Giornale Stefania Craxi. “Vorrei chiedere -ha scritto Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano, come per giustificare quelle monetine- se la fine politica di Craxi non sia avvenuta anche per un protagonismo esasperato…un decisionista percepito come insopportabile arroganza”.

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Miracoli fra Camera e Senato dopo il giovedì nero del Def a Montecitorio

Pur in forma ridotta, anzi ridottissima, e in un clima non di  festa ma di rissa, con i commessi impegnati a contenere gli smaniosi di darsele e non solo di dirsele di tutti i colori, si è assistito alla Camera al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci raccontato dai vangeli. I presenti alla votazione su una risoluzione riveduta e corretta della risoluzione sul documento di economia e finanza bocciata il giorno prima per le assenze  sono passati da 319 a 337, sempre una sessantina in meno del pieno, i sì da 195 a 221, venti in più del minimo necessario, i voti contrari da 19 a 116, essendo gli astenuti scesi da 105 a zero.

La maggioranza si è scusata in aula con vari interventi per la sciatteria, a dir poco, del giorno prima: scusata, in verità, più che con gli italiani, distratti dal ponte del primo maggio come tanti parlamentari, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Le cui urla di protesta levatesi dalla lontana Londra, ora per giunta fuori dall’Unione Europea, si sono sentite anche a Roma. Dove non è detto che, a incidente pur rientrato, non si abbiano nei prossimi giorni effetti di qualche significato, anticipati dal resto dalle polemiche esplose un pò in tutti i gruppi parlamentari della coalizione di governo per il modo in cui sono diretti e organizzati, si fa per dire.

Un altro miracolo verificatosi dopo la scivolata, la figuraccia, l’incidente del giovedì subito chiamato “nero”, come le giornate negative delle Borse, è stato quello dei tempi. Della capacità, cioè, di correre che si riesce a trovare, pur fra i lacci del cosiddetto bicameralismo, quando se ne hanno le occasioni e la voglia. In un solo giorno, restituendo peraltro agli interessati almeno un pò del ponte del primo maggio compromesso dagli imprevisti, la risoluzione aggiornata sul documento di economia e finanza è stata approvata tanto dalla Camera quanto dal Senato. Come accadde il lontano, lontanissimo 16 marzo del 1978 per la discussione e il voto di fiducia ad un rinnovato governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti negoziato con i comunisti per ottenerne il completo appoggio esterno, e non più la sola, striminzita astensione. La cui sofferenza era stata immortalata da Giorgio Forattini su Repubblica  in una vignetta su Enrico Berlinguer in vestaglia con i capelli borghesamente impomatati e infastidito dalle grida dei metalmeccanici che sfilavano sotto la finestra di casa per protestare contro il governo non osteggiato dal Pci.  

  A smuovere le Camere, e a fare rientrare gli ultimi mal di pancia nel partito comunista  per la conferma di qualche ministro sgradito, soprattutto Carlo Donat-Cattin, fu allora il tragico sequestro brigata di Aldo Moro. Adesso sono bastate per fortuna le proteste della Meloni contro i “tafazzi” che le avevano rovinato da Roma la festa inglese per una economia italiana che “va bene”, nonostante tutto, come da titolo odierno costruito con le  parole  della premier in prima pagina dal Corriere della Sera. 

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A ciascuno le sue figuracce: dal governo alle Procure di Palermo e di Milano

A ciascuno le sue figuracce. Se il governo e la relativa maggioranza hanno rimediato alla Camera per assenze da ponte festivo del 1° maggio la clamorosa bocciatura della risoluzione sul Def, il documento di economia e finanza peraltro propedeutico alle misure sul lavoro attese dal Consiglio dei Ministri, Le Procure della Repubblica, rispettivamente, di Palermo e di Milano hanno miseramente chiuso le loro partite sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi e sui  presunti -pure loro- finanziamenti russi alla Lega. 

Sulla “trattativa”, le cui indagini e processi sono costati un’enormità allo Stato e agli imputati assolti, la parola fine è stata pronunciata dalla Corte di Cassazione. Che, correggendo la formula dell’assoluzione già decisa in Corte d’Appello, ha stabilito che gli ufficiali dei Carabinieri del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe Di Donno, oltre all’ex senatore forzista Marcello Dell’Utri, “non hanno commesso il fatto” loro contestato. La partecipazione cioè alla “minaccia allo Stato” condotta dalla mafia stragista.  “La trattativa non c’è stata”, ha gridato in rosso su tutta la prima pagina Il Riformista aggiungendo che “gli imputati sono innocenti, i PM forse no”. Più misurato il Corriere della Sera col titolo, sempre di prima pagina,”Stato-mafia, assolti anche in Cassazione gli ex Ros e Dell’Utri”.

Più misurato ancora sulla prima pagina della Stampa l’annuncio dell’archiviazione della lunga indagine ambrosiana su “Lega e fondi russi” e del commento di Matteo Salvini. Che ha detto: “Adesso aspettiamo le scuse di tanti”. Ma ha anche aggiunto che i suoi legali preparano un pò di querele per ricavare da critici ed avversari i fondi che lui era stato sospettato di avere cercato o fatto cercare a Mosca per il suo partito. 

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La maggioranza cade dal ponte del 1° maggio. Meloni furiosa a Londra per il Def bocciato alla Camera

Mentre Giorgia Meloni lavorava a Londra per l’Italia, incontrando il premier inglese e definendo intese e iniziative congiunte su difesa, migranti, ambiente, energia ed economia,  almeno 25 deputati della sua maggioranza preferivano ai lavori della Camera il ponte vacanziero del primo maggio, non essendo bastato quello del 25 aprile. E provocavano la clamorosa bocciatura della risoluzione sul documento di economia e finanza. Le opposizioni non credevano ai loro occhi guardando il tabellone elettronico ed hanno esitato ad applaudire il loro involontario successo. Per un pò, sempre in ritardo, hanno anche accarezzato l’idea, reclamandola, della “salita al Colle” della presidente del Consiglio per dimettersi e provocare una crisi alla quale peraltro esse non sono in grado di proporre una soluzione alternativa alla conferma o alla prosecuzione del governo. Cosa di cui è perfettamente consapevole il presidente della Repubblica, che si è subito reso disponibile  in  frenetiche e riservatissime consultazioni telefoniche ad una rapida rimodulazione del documento bocciato, da fare approvare dal Parlamento a tamburo battente, in una corsa contro il tempo, consentendo al Consiglio dei Ministri  di riunirsi il   primo maggio per il varo di misure destinate a favorire il lavoro che viene festeggiato quel giorno. 

Da Londra la presidente del Consiglio, pur non nascondendo la sua irritazione ai collaboratori, che l’hanno sentita gridare “vergogna”, ha parlato di un “brutto scivolone” , “figuraccia” ed altro, ma non di “un segnale politico” di chissà quali divisioni o manovre nella coalizione di governo.“Una sciatteria”, diceva a Roma il ministro  leghista dell’Economia Gìancarlo Giorgetti imprecando pure lui contro gli assenti, specie i suoi colleghi di partito, che “non sanno o non si rendono conto” delle loro responsabilità. E ciò peraltro in un momento in cui l’Italia è tornata nel mirino di certe agenzie e di certi ambienti dove la speculazione finanziaria si pratica quasi per professione. 

Si potrebbe ripetere col compianto Ennio Flaiano che “la situazione politica è molto grave ma pur tuttavia non seria”. E persino chiedere che cosa avrà mai potuto capire la gente semplice vedendo in televisione il tabellone della Camera dove risulta respinto un documento contro il quale hanno votato soltanto in 19 e 195 invece a favore, mentre 105 si sono astenuti. Vai poi a spiegare agli ignari che per quel documento occorrevano almeno 201 voti, equivalenti alla maggioranza assoluta dell’assemblea composta di 400 deputati. Dei quali erano presenti solo in 319, essendo gli altri 81, fra maggioranza ed opposizioni, festosamente sul ponte del primo maggio, come dicevo. 

Visto che non siamo su “Scherzi a parte”, sarebbe forse il caso che la Meloni, oltre ad arrabbiarsi e cercare di correre subito ai ripari, chiedesse a qualcuno di mettersi da parte e passare la mano ad altri più attenti, quanto meno, ad organizzare le sue truppe parlamentari: per esempio, i capigruppo.

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