Non abusate del Quirinale, per cortesia, contro la riforma costituzionale

  La popolarità che è riuscito a guadagnarsi Sergio Mattarella al Quirinale ha sicuramente contribuito all’affievolimento del favore che aveva sino a qualche anno fa il presidenzialismo inteso come elezione diretta del capo dello Stato. La sua “compostezza assorbente e collante”, come l’ha appena definita sul Foglio Giuliano Ferrara, ha spuntato le armi a Giorgia Meloni, dirottatasi da sola fra lo stupore e persino l’irritazione dell’alleato leghista Matteo Salvini verso il premierato, inteso come presidente del Consiglio eletto dai cittadini, lasciando al presidente della Repubblica l’elezione indiretta, da parte delle Camere e di una delegazione dei Consigli regionali. 

“Nell’esperienza del nostro paese il ruolo di arbitro del Presidente della Repubblica è stato spesso decisivo. Limitarlo sarebbe sbagliato”, ha detto ad Annalisa Chirico, sempre del Foglio, l’ex presidente della Camera Luciano Violante. Anche se, in verità, l’elezione diretta era voluta anche per potenziare quel ruolo, aumentare il numero e il tono dei fischi ai giocatori scorretti, sino a sciogliere più facilmente le squadre e a mandarle negli spogliatoi, cioè alle urne. 

Con un certo fastidio il vice presidente ora forzista del Senato Maurizio Gasparri ha detto alla Stampa che “la sinistra vuole far passare l’idea che chi è presidenzialista è contrario a Mattarella, ma non è così, nessuno è contro Mattarella”. A tutela del quale, in effetti, nelle originarie intenzioni della Meloni c’era la riserva di fare scegliere dai cittadini il successore dell’attuale presidente solo alla scadenza del suo mandato. Che è il secondo per un totale quindi di 14 anni: quanto forse neppure durerà il regno dell’appena incoronato Carlo III d’Inghilterra. 

Va detto anche in difesa dell’ottima reputazione guadagnatasi dall’attuale capo dello Stato – salvo critiche, attacchi e insolenze rivoltegli ogni tanto dal Fatto Quotidiano, che non gli perdona di avere a suo tempo voluto sostituire a Palazzo Chigi Giuseppe Conte con Mario Draghi- che il presidenzialismo crebbe di popolarità o fascino negli anni scorsi non per sfiducia nei presidenti di turno ma per dissenso dal metodo con cui le Camere, e i partiti alle loro spalle, lo sceglievano, e lo scelgono: senza una disciplina, per esempio, delle candidature, come se il presidente nascesse dal cavolo raccontato ai bambini o scelto dallo Spirito Santo come il Papa attraverso i Cardinali al Conclave. 

Scritto tutto questo, e preso atto che “il Colle non si tocca”, come ha annunciato la ministra  Casellati alla Stampa, consiglierei a chi ha usato e sta usando la popolarità meritatissima di Mattarella per liberarsi del fantasma del presidenzialismo di non esagerare attribuendo allo stesso Mattarella più o meno esplicitamente una certa ostilità alla riforma di una Costituzione che continuerebbe ad essere “la più bella del mondo”. Auspici di riforme costituzionali si trovano infatti in entrambi i messaggi di giuramento del Presidente in carica. 

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Mattarella ha riproposto il mistero di chi tradì Aldo Moro 45 anni fa

Con quella gigantografia di Aldo Moro che lo sovrastava mentre parlava ai familiari delle vittime del terrorismo, peraltro reduce dall’omaggio in via Caetani alla sua memoria nel 45.mo anniversario della morte e del ritrovamento del suo cadavere a metà strada fra le sedi nazionali della sua Dc e del Pci ch’egli aveva portato due mesi prima nella maggioranza di cosiddetta “solidarietà nazionale”; con quella gigantografia alle spalle, dicevo, era naturale pensare che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si riferisse anche o particolarmente alla tragica vicenda dello statista democristiano parlando dei “complici” impuniti del terrorismo. Che che tanto sangue riuscì a versare negli anni di piombo fra stragi, agguati personali e feroci esecuzioni. Tale fu quella appunto di Moro, ucciso 55 giorni dopo il sequestro, e lo sterminio della scorta, con raffiche attorno al cuore studiate, come ha potuto accertare l’ultima commissione parlamentare d’indagine presieduta da Giuseppe Fioroni, perché l’agonia fosse la più lunga e dolorosa possibile. 

“Frase choc a 45 anni dalla morte- Mattarella su Moro: “Complici nello Stato”, ha titolato Libero in prima pagina su un articolo in cui Filippo Facci, con l’aria di risparmiare al  presidente della Repubblica l’invito a riferire in Parlamento su ciò che sa e non ha voluto o potuto riferire dettagliatamente, ha scritto che ora si potrà affermare che gli uomini dello Stato hanno ammazzato i cittadini dello Stato perché “lo sanno tutti e l’ha detto pure Mattarella”. 

Si tratta naturalmente di un paradosso, come capita spesso a Facci di scriverne e dirne facendo storcere il naso anche al direttore di turno, che però glielo concede sapendo che il lettore può gradire. Eppure sotto sotto, lasciatomelo dire senza volere togliere nulla a nessuna di tutte le altre vittime del terrorismo e dei suoi complici occulti che Mattarella ha diligentemente citato nel suo intervento al Quirinale, anch’io ho avuto la sensazione che egli avesse pensato in particolare a Moro. Cui -è bene ricordare anche questo sul piano umano- la sua famiglia era particolarmente legata. Il padre, Bernardo, ne era stato un ministro molto apprezzato e devoto, a tal punto da accettare senza fiatare il sacrificio chiestogli di rinunciare alla conferma, fra un governo e l’altro dei suoi, quando per ragioni interne di partito Moro dovette accontentare gli appetiti correntizi aumentati, quasi per compensazione, con la crescita politica della sua leadership. Anche il fratello di Sergio Mattarella, Piersanti, fatto uccidere dalla mafia nel 1980 alla guida della regione siciliana, era stato convinto e apprezzato moroteo.

Già un altro presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, parlò una volta del tragico sequestro di Moro e del suo altrettanto tragico epilogo come di una vicenda tessuta da raffinatissime menti: espressone, questa, adoperata anche da Giovani Falcone nel 1989 commentando l’attentato sventato contro di lui, e i colleghi e ospiti svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehman, nella residenza estiva affittata all’Addatura.

Come si fa, Dio mio, a dubitare ancora, e tanto meno a lamentare la genericità dei richiami di Mattarella ai complici, che i terroristi avessero potuto disporre di aiuti esterni alla loro organizzazione sanguinaria -e che aiuti- nella preparazione del sequestro Moro e nella sua lunga gestione, protrattasi per quasi due mesi in una città come Roma? Una città grande di certo, ma non abbastanza, diciamo la verità, per spiegare la mancata scoperta del covo in cui era stato rinchiuso l’ex presidente del Consiglio, o della sua scoperta -peggio ancora- ma della mancata decisione di assaltarla, anche a costo della morte dell’ostaggio temuta umanamente dalla famiglia. Che aveva preteso dal primo momento una liberazione sicura e negoziata, rompendo praticamente col partito e col governo, al cui ministro dell’Interno Francesco Cossiga, salito a quel posto proprio per Moro, venne la  ciclotimia per i sospetti, le accuse e quant’altro di non avere fatto abbastanza sia per prevenire il sequestro con una più accurata protezione sia poi per salvare la vita all’ostaggio. 

Conosco e appezzo da tempo il magistrato Guido Salvini, espertissimo di terrorismo e consulente, non a caso, dell’ultima commissione parlamentare d’indagine già citata. Non più tardi dell’altro ieri, intervistato dal Quotidiano Nazionale che raggruppa Il Giorno, il Resto del Carlino e La Nazione, egli ha così  concluso le sue riflessioni sul sequestro Moro e sul suo epilogo. “Molto probabilmente le istituzioni, il Comitato di crisi e gli uomini del suo partito, dopo che le brigate rosse annunciarono la piena collaborazione di Moro al suo interrogatorio potevano temere che avesse raccontato e scritto, anche in modo forzato, molto più di quanto effettivamente avvenuto, con conseguenze disastrose, se fosse divenuto pubblico, per il quadro politico interno e le alleanze internazionali. A quel punto Moro era politicamente morto. Più ancora che morto, era divenuto ingombrante. Poteva essere lasciato morire”. 

Pubblicato sul Dubbio dell’11 maggio

Giorgia Meloni si è ripresa l’agenda aprendo il cantiere della riforma costituzionale

Sarà pure stata “in salita”, come l’ha definita il Corriere della Sera titolando l’editoriale di Massimo Franco, per “il muro di Schlein” su cui ha preferito gridare Repubblica sintetizzando forse un pò troppo la posizione assunta dalla segretaria del Pd nel suo primo incontro con la presidente del Consiglio, ma la partenza del governo verso la  promessa riforma costituzionale è avvenuta. 

“Ascolto, ma vado avanti”, ha detto la stessa Giorgia Meloni, a conclusione del primo giro di incontri con le opposizioni. Neppure Repubblica ha potuto ignorare queste parole sotto il titolo di apertura dedicato al muro, ripeto, della Schlein. La quale considera altre le priorità del Paese, includendo tuttavia fra queste una riforma della legge elettorale destinata a incrociare in qualche modo quella della Costituzione, pur potendole bastare una legge ordinaria e non costituzionale. Tuttavia la segretaria del Pd non potrà sottrarsi nelle aule parlamentari al confronto quando il governo maturerà e avanzerà le sue proposte. Su cui  una cosa si può già dire da ora: le opposizioni non saranno compatte. 

Dal cosiddetto terzo polo sono già arrivate aperture al governo, sino a procurarsi l’accusa di volergli fare da “spalla”. Premierato o presidenzialismo che sarà, Cancellierato alla tedesca o cos’altro ancora, una riforma arriverà prima o poi al pettine del Parlamento in una legislatura che ha bruciato, se proprio vogliamo usare questo termine negativo, solo otto dei 70 mesi a sua disposizione, equivalenti alla durata quinquennale del mandato conferito dagli elettori ai senatori e ai deputati il 25 settembre scorso. 

Un dato che nessun titolo polemico di giornale di oggi potrà cancellare, neppure la “falsa partenza” gridata dal Secolo XIX, dello stesso gruppo editoriale di Repubblica e della Stampa, dove peraltro l’ex direttore Marcello Sorgi ha scritto che “la premier adesso è più sola”; un dato, dicevo, che nessun titolo polemico o riduttivo potrà negare o cancellare è la decisione con la quale la Meloni ha voluto dettare davvero la sua agenda. E ciò anche a costo di ridimensionare per forza di cose la figura della ministra titolare, diciamo così, del tema delle riforme. Che è l’ex presidente del Senato e mancata presidente della Repubblica Maria Elisabetta Alberti Casellati, forzista di prima fila nella recentissima convention alla quale si è mostrato in camicia e giacca Silvio Berlusconi nei 21 minuti di messaggio televisivo registrato nella stanza dell’ospedale milanese dov’è ricoverato, per quanto in condizioni decisamente migliori dell’arrivo. 

Più volte, nonostante la rappresentazione fattane come di una “Ducia” da Giuliano Ferrara sul Foglio, la Meloni si era vista dettare prima di ieri l’agenda da imprevisti, come la tragedia di Cutro per citare il più clamoroso.

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Il povero Moro arruolato d’ufficio e da morto nelle truppe contro la riforma costituzionale

Al compianto Aldo Moro -di cui oggi ricorre il 45.mo anniversario di quella orribile morte comminatagli dalle brigate rosse dopo 55 giorni di penosa prigionia in un covo cinicamente promosso a “carcere del popolo” dagli assassini-  è capitato in questi giorni di essere indicato da qualche parte come una vittima postuma della riforma costituzionale avviata dal governo Meloni consultando proprio in questo 9 maggio 2023 le opposizioni. “Riforme al buio”, titola oggi Repubblica.

Della Costituzione in vigore dal 1948 il professore incaricato di diritto penale e filosofia del diritto Aldo Moro fu sicuramente tra gli artefici, eletto nel 1946 all’Assemblea Costituente nelle liste democristiane della sua Puglia. E, diventato segretario della Dc nel 1959 subentrando ad Amintore Fanfani, inorridì di sicuro alla sola idea prospettatagli dal collega universitario Gianfranco Miglio di modificarla, dopo appena undici anni di vita, in senso federalista e presidenziale.

Miglio era in un elenco di consulenti, amici e non so cos’altro che Fanfani usava sentire e Moro ebbe la curiosità e la cortesia di volere ascoltare prima di decidere se continuare ad avvalersi pure lui delle loro opinioni o no. Per Miglio decise negativamente dopo l’incontro incaricando Franco Salvi di depennarlo dalla lista. Ma era -ripeto- il 1959. Al governo il segretario democristiano aveva avuto la possibilità di fare solo il sottosegretario, poi il ministro della Pubblica Istruzione, poi ancora il ministro della Giustizia. Nel 1963 sarebbe passato da segretario della Dc a presidente del Consiglio per rimanere ininterrottamente a Palazzo Chigi sino al 1968 e tornarvi brevemente fra la fine del 1974 e il 1976, passando prima per il Ministero degli Esteri. Lo aspettava da presidente della Dc, ma soprattutto regolo dello scudo crociato ormai riconosciuto da tutti, il Quirinale alla fine del mandato presidenziale di Giovanni Leone, nel 1978, se i terroristi rossi non ne avessero tragicamente stroncato la carriera.

Sostenere, dopo una così lunga pratica di governo e di politica, che Moro fosse rimasto fermo a quell’incontro del 1959 con Miglio e arruolarlo ora, d’ufficio e da morto, nelle truppe contro la riforma in cantiere ha quanto meno dell’azzardo per me. Che -per ciò che conta, per carità, la mia modestissima frequentazione con lo statista che difesi da tutti gli sgambetti e agguati ricevuti nel partito- ritengo avesse avuto  l’occasione di toccare con mano certi limiti della Costituzione. Nel 1976, per esempio, egli indicò  i curiosi “due vincitori” usciti dalle urne, non alleati davanti al corpo elettorale ma contrapposti, come la sua Dc e il Pci di Enrico Berlinguer. E ne teorizzò  una “tregua” che gli costò la vita anche per la debolezza che una certa pratica costituzionale aveva procurato al sistema.  

Consiglierei sommessamente di risparmiare al povero Moro, messo a guardia dell’intoccabilità della Costituzione del 1948, quest’altro abuso della sua vita e della sua morte. 

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L’Epifania di Silvio Berlusconi festeggiata anche dagli avversari, quasi tutti….

Diavolo di un uomo, ancora una volta, Silvio Berlusconi è riuscito con i suoi 21 minuti di messaggio audiotelevisivo di sabato al “popolo azzurro”, radunato per lui dal reggente Antonio Tajani, a fare concorrenza mediatica persino alla contemporanea incoronazione di  Carlo III a Londra. Che è un sovrano arrivato al trono a più di 74 anni contro i 58 che Silvio Berlusconi aveva quando creò con Forza Italia la sua personale monarchia politica. Anzi, personalissima,  destinata ormai -per opinione praticamente unanime degli addetti ai lavori- a estinguersi con lui. E naturalmente il più tardi possibile, anche se il Cavaliere fatica ormai a parlare e può indossare camicia e giacca solo in una stanza d’ospedale  trasformabile all’occorrenza in un set televisivo. Quel più tardi possibile se lo augurano sorprendentemente anche molti dei suoi vecchi avversari, o concorrenti.

Messasi pure lei “sull’asse Londra-Roma”, scendendo da Milano al centro del potere politico italiano, Flavia Perina ha salutato sulla Stampa “il ritorno in scena di un re anziano, malato, da un mese in ospedale” ma “reincononatosi convinto di non poter essere sostituito, di avere ancora un pezzo di storia da scrivere e da interpretare”. E lo ha scritto senza l’acrimonia con la quale da direttrice del Secolo d’Italia di tradizioni missine lei forse condivideva l’insofferenza di Gianfranco Fini nella coalizione di centrodestra. Dove pure Berlusconi lo aveva sdoganato nel passaggio dalla cosiddetta prima alla seconda Repubblica. 

Sul Corriere della Sera Paola Di Caro ha trovato e definito “semi-divina”, letteralmente, “l’apparizione” dell’ex presidente del Consiglio ad una platea di “santi laici” da lui stessi canonizzati per diffondere la sua “religione”. Su Repubblica, quella di carta, Corrado Augias si è fatto prendere da una dichiarata “commozione”, pari solo a quella procuratagli dalla lunga, drammatica confessione di Michela Murgia al Corriere sui mesi di vita  che le ha lasciato un tumore   senza incattivirla. Salvo che per quell’”augurio” espresso di vedere prima di morire la caduta della fascistona o fascistissima Giorgia Meloni. La quale naturalmente non s’è lasciata scappare l’occasione, unendo l’utile al dilettevole di una reazione signorile, per augurare alla Murgia di sopravvivere davvero, e di molto, alla lunga vita del suo primo governo.

Se Augias è rimasto “commosso”, la cronista di Repubblica da Milano Brunetta Giovara ha registrato con scrupolo, se non condivisione, “le lacrime di gioia” provocate da Berlusconi ai suoi fedeli come “un vecchio parente che si temeva morituro e invece “eccomi qui”. Non “rieccomi”, come Montanelli faceva dire a Fanfani sollevatosi da una caduta. E non si tratta di lacrime da pietà, ma da “carisma”, perché “c’è chi ce l’ha e chi no”. Lui evidentemente sì. 

Se la cronaca su un giornale come Repubblica è stata questa, con tanto di nomi e cognomi e località d’origine degli azzurri estasiati o piangenti avvicinati per raccoglierne una dichiarazione, o solo un sospiro, l’analisi non è stata da meno. “Silvio Berlusconi -ha scritto Stefano Cappellini sotto la stessa testata- riappare ai suoi fedeli e l’evento si fa subito volutamente messianico. Forza Italia, “la nostra religione laica”, così dice il Cavaliere; gli azzurri, “i santi laici degli italiani”, il racconto della fondazione del partito offerto ai discepoli come una parabola: la cacciata dei comunisti dal tempio. Quasi un’autocanonizzazione, una Trevignano liberale dove si cita Benedetto Croce anzichè la Madonna”. “In compenso non si vedono grandi tracce né dell’uno né dell’altra”, ha aggiunto l’analista come per riscattarsi dopo tanto abbandono mistico. 

Berlusconi insomma ha saputo fare miracoli anche o soprattutto con quel fiato sospeso, con quella voce a tratti impercettibile, con quei sorrisi tirati dallo sforzo fisico. Per una volta i suoi abituali critici e avversari non lo hanno messo in croce con quei comunisti che ha continuato un pò a vedere dappertutto anche trent’anni dopo averli sconfitti e averne seguito il passaggio da un partito all’altro, da una sigla all’altra. Gli unici che ancora lo trattano come un demonio, uno stragista mafioso riuscito a farla franca, come diceva almeno una volta Pier Camillo Davigo degli imputati assolti o degli inquisiti archiviati, sono quelli naturalmente del Fatto Quotidiano. Dove temo che quando Berlusconi morirà davvero, come capita prima o dopo a chiunque sia nato, o quando Alessandro Sallusti avrà smesso di scrivere che “bene o male Forza Italia c’é”, come da un titolo un pò riduttivo di domenica su Libero, avranno solo da chiudere bottega. Senza neppure scherzare, come nella “cattiveria” di ieri in prima pagina, sui “santi della libertà sparsi tra San Vittore e San Raffaele”. E non avere il tempo di cercarsi un altro diavolo davvero da promuovere alla loro ossessione. Matteo Renzi e Giorgia Meloni non saranno sufficienti a motivarne la combattività esasperata.

Pubblicato sul Dubbio

Il previsto ma ugualmente clamoroso abbandono di Carlo Cottarelli

Ricordate il trolley col quale l’economista Carlo Cottarelli salì al Quirinale cinque anni fa per ricevere da Sergio Mattarella l’incarico di presidente del Consiglio dopo la rinuncia di Giuseppe Conte, e prima del suo ripensamento? Il professore lo ha metaforicamente ripreso, sempre col sorriso dell’eterno disincantato, per lasciare, nell’ordine, il Senato e il Pd nelle cui liste era stato eletto il 25 settembre scorso come indipendente su invito dell’allora segretario del partito Enrico Letta. Egli non ha retto, sempre nell’ordine indicato in una lettera a Repubblica, a due “disagi” che gli hanno fatto preferire un insegnamento, a titolo peraltro gratuito, agli studenti delle scuole superiori in un piano predisposto dall’Università Cattolica. Di continuare a insegnare invece ai senatori, e a pagamento, con i suoi interventi non ha voluto saperne. E probabilmente non ne vorrà neppure se il Senato, con apprezzabile umiltà, glielo dovesse chiedere respingendo le dimissioni. 

Al mancato presidente del Consiglio sono bastati i quasi otto mesi trascorsi a Palazzo Madama e dintorni per rendersi conto, sempre nell’ordine dei disagi da lui stesso elencati, che almeno “in questo momento” nella vita parlamentare c’è “molta, troppa animosità”. “Spesso -ha spiegato, forse pensando, e non a torto,  anche alle premesse del confronto che si avvierà domani fra il governo e le opposizioni sulle riforme istituzionali- le posizioni sono espresse per partito preso e i dibattiti sono solo un’occasione per attaccare l’avversario”, dicendogliene di tutti i colori, e qualche volta cercando anche di dargliene travolgendo le barriere dei commessi d’aula. “I dibattiti estremizzati non sono nelle mie corde”, ha scritto il troppo mite Cottarelli, capace di sorridere sia allo sgarbo fattogli cinque anni fa da Conte riprendendo a tessere una tela di governo che il capo dello Stato gli aveva tolto, sia all’ironia eccessiva di chi ancora parla di lui come del “Draghi dei poveri”. 

Chissà se avrà sorriso della rinuncia di Cottarelli anche all’ospitalità nel Pd la nuova segretaria Elly Schlein, coi suoi dentoni e nell’abito indossato con la solita consulente di cromatomia, o come diavolo di chiama, leggendo della convinzione fattagli maturare che il suo arrivo al Nazareno – stima personale a parte- abbia “spostato il partito più lontano delle idee liberal-democratiche in cui credo”. Qualcuno probabilmente da quelle parti avrà già tirato più o meno irresponsabilmente lo stesso sospiro di sollievo opposto ad altri, recentissimi abbandoni scommettendo su chissà quanti e quali nuovi arrivi potranno compensarli, fra sondaggi, urne e seggi parlamentari. “A quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima la ragione”, dicevano i latini e ripetiamo noi, loro successori, sostituendo Giove con Dio.  

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“Eccomi”, dice Berlusconi. Altro che il “Rieccolo” di Montanelli a Fanfani….

Cronache da un angolino del pianeta Terra che, nonostante tutto, continua a ruotare attorno a se stesso e, contemporaneamente, attorno al Sole che l’illumina e scalda a turno nelle varie parti. Mentre milioni di italiani sono incollati ai televisori di casa per assistere all’incoronazione del quarantesimo re britannico, Carlo III, e della moglie -ex amante Camilla, centinaia di migliaia sono  incollati invece ai tabelloni delle stazioni ferroviarie a verificare i ritardi dei treni a cosiddetta grande velocità da loro prenotati e alcune centinaia di anziani ma anche giovani aderenti al partito Forza Italia raccoltisi a Milano ne venerano per 21 minuti di video e audio il fondatore Berlusconi. Che è  naturalmente “Supersilvio” nella titolazione su tutta la prima pagina del Giornale ancora di famiglia, sia pure parziale da qualche giorno per intervenuta vendita all’editore di altri quotidiani dell’area di centrodestra. O di destra-centro, vista la prevalenza elettorale e parlamentare della destra, appunto, di Giorgia Meloni.

Diversamente da Carlo III, di soli tredici anni meno anziano di lui e deciso a stare al suo posto “per servire, non per essere servito”, come recita una vecchia formula di quella monarchia, Berlusconi nella sua nuova versione “messianica” o “liturgica”, come l’ha definita la Repubblica, è sembrato deciso, a torto o a ragione, a farsi servire.  A qualcosa tuttavia serve, anche secondo la poco o per niente riverente Repubblica, la permanenza di Berlusconi: a “coprire tutto” come una “manta” -ha scritto Emanuele Lauria- perché tra i forzisti, divisi fra l’obbedienza e la disobbedienza a Meloni premier, “la guerriglia continua e anzi si estende”. E di successione al vecchio monarca repubblicano neppure a parlarne, sempre secondo il cronista e analista di Repubblica– perché “la corsa è già finita, malgrado l’attivismo di Antonio Tajani, che pure -a sentire l’opposizione interna- aveva organizzato la convention milanese per farsi incoronare”, come Carlo a Londra. 

Anche l’ex direttrice del Secolo d’Italia Flavia Perina sulla Stampa ha ricavato l’impressione che “il sovrano di Arcore non abdicherà”. Lo stesso Berlusconi, d’altronde, si è proposto al suo pubblico in adorazione dicendo “Eccomi”, con tanto di camicia e giacca, sia pure ancora ospedalizzato. Altro che il famoso “Rieccolo” dato  da Indro Montanelli a suo tempo ad Amintore Fanfani per celebrarne la capacità di tornare sulla scena dopo esserne stato o essersene sdegnosamente allontanato. “Supersilvio” è lì, pur tra ospedale e casa, peraltro poco distanti, come un paracarro. Che aiuterà, fra l’altro, Meloni a sopravvivere alla scrittrice Michela Murgia, spintasi sul Corriere della Sera, alle prese con un tumore che l’ha ridotta agli ultimi “mesi”, a sperare solo di morire dopo la caduta della Meloni per potersela godere. La premier, di rimando, le ha augurato di vivere ancora abbastanza per vederla cadere, appunto. Altra stoffa e altro stile, direi. 

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Meloni convoca le opposizioni per la riforma costituzionale e la Repubblica di carta insorge

Non arrivo a ripetere ciò che una volta Indro Montanelli, in uno dei suoi fulminanti corsivi di prima pagina sul Giornale, scrisse dell’allora segretario della Dc Flaminio Piccoli -“diavolo di un uomo, riesce a perdere anche quello che non ha: la testa”- ma colpisce il modo in cui la Repubblica ha sparato su tutta la sua prima pagina di oggi contro una notizia data con una certa parsimonia dal Corriere della Sera, e declassata dall’insospettabile Fatto Quotidiano a tal punto da finire solo all’interno. E’ la convocazione delle opposizioni da parte della premier Meloni per martedì prossimo allo scopo di confrontarsi sulla riforma costituzionale contenuta nel programma di governo. “Sfida alla Costituzione”, ha gridato il giornale fondato dal compianto Eugenio Scalfari. Quella “sfida alla Costituzione”, corredata con una vignetta di Altan su una Meloni smaniosa di “spezzare le reni” a tutti, e non solo alla Francia nell’ennesimo caso scoppiato fra i due paesi vicini e alleati, è contraddetta persino dall’editorialista della stessa Repubblica Stefano Cappellini. Che, sia pure sotto un titolo sull’”azzardo presidenzialista”, definisce “lodevole” l’’iniziativa della premier di consultare le opposizioni perché -scrive- “troppo spesso negli ultimi anni i cambiamenti delle regole comuni sono partiti e arrivati con spudorati blitz di parte”.

Più di questa osservazione di Cappellini ha evidentemente influito sulla linea e sulla titolazione generale del giornale l’allarme dell’illustre collaboratore e presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky contro “il piano di Meloni”, che “esalta l’odio sociale” e “divide il Paese”. “A me pare – dice il professore a Repubblica– che i presidenzialismi stiano dando pessima prova anche in Francia e negli Stati Uniti. E non è certo una soluzione per il nostro paese. Ci lamentiamo dell’odio sociale che pervade la società italiana. Il presidenzialismo, fondato sulla spaccatura del corpo elettorale in due fronti avversi, sembra fatto apposta per esaltare l’aspetto distruttivo. Una riforma costituzionale in questa direzione potrebbe alimentare un humus pericoloso”, che si avverte anche nell’”enfasi” della premier di destra “sulla parola nazione, l’uso martellante del termine italiani al posto di cittadini”. Zero, insomma, all’esame sommario cui è stata sottoposta la premier sostenitrice dell’elezione diretta o del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio. 

Ma oltre che con la Meloni, i suoi ministri, i suoi alleati, e i suoi elettori, Zagrebelsky se la prende con i propri colleghi costituzionalisti, colpevoli già dai tempi di Bettino Craxi a Palazzo Chigi e di Francesco Cossiga al Quirinale di avere abbassato la guardia democratica e culturale e di essere diventati “costituzionisti”. Che sono quelli -bacchettati da Zagrebelsky anche in in libro- al sostanziale servizio dei politici ponti a sacrificare la democrazia sull’altare della “governabilità”. 

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Quel debole di Berlusconi, sotto sotto, tra simpatia e paura, per Vittorio Sgarbi….

Ospite a Stasera Italia, su Rete 4,  di una disincantata Barbara Palombelli -con un Alessandro Sallusti neppure lui sorpreso, ma curioso solo di sapere che cosa ne potesse pensare un ucraino sotto le bombe o in trincea- la bella Luisella Costamagna non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie vedendo e sentendo il sottosegretario Vittorio Sgarbi disinvoltamente d’accordo, da remoto, con l’assente e comune amico Michele Santoro contro la prosecuzione degli aiuti militari al Paese europeo aggredito dalla Russia di Putin. 

Non era la prima volta, l’altra sera, che Sgarbi prendeva quella posizione, anche a costo di rimediare qualche telefonata delle sue dalla premier Giorgia Meloni, che tanto lo volle in ottobre scorso nel proprio governo, pur conoscendone l’imprevedibilità sperimentata da chi lo aveva preceduto, con Silvio Berlusconi presidente del Consiglio, al Dicastero dei Beni Culturali: il povero Giuliano Urbani, rimastone letteralmente scioccato come ministro.  Mi dicono che ancora ora il professore ne parli, quando gli capita, mettendosi le mani nei pochissimi capelli rimastigli. 

L’altra sera però Sgarbi, più che mettersi sulle orme di Santoro contro la guerra in Ucraina che l’Italia e gli altri paesi occidentali, Stati Uniti in testa, starebbero prolungando troppo, con poche speranze peraltro di vincerla davvero, penso che avesse voluto mettersi in sintonia con Silvio Berlusconi. Del quale sono arcinote le sortite polemiche verso l’Ucraina e comprensive delle ragioni di Putin per essere qui inutilmente ripetute.  Una sintonia, questa con Berlusconi, pari alla concordanza di idee e di linguaggio appena verificata nei dovuti modi dal ministro degli Esteri Antonio Tajani prima di  protestare contro il ministro francese degli Interni, che aveva attaccato il governo italiano sul fronte dell’immigrazione. E di rinunciare clamorosamente per ritorsione ad un incontro di routine che avrebbe dovuto svolgersi dopo qualche ora a Parigi con l’omologa francese. Che, non potendosi scusare pubblicamente per l’imprudenza, a dir poco, del suo collega di governo, di cui riteneva che dovesse più opportunamente occuparsi il presidente Macron in persona, ha compreso la reazione di Tajani augurandosi di poterlo incontrare al più presto, ad incidente chiarito e composto. 

Andreottianamente convinto anche questa volta che a pensare male si fa peccato ma s’indovina spesso, se non sempre, ho avuto la sensazione -avvertita tuttavia da qualche tempo anche da buoni amici di Berlusconi di cui non faccio i nomi per non perderne la frequentazione- che Sgarbi sotto sotto sia un concorrente di Tajani nella successione al Cavaliere alla guida di Forza Italia. Naturalmente il più tardi possibile, come si dice in queste occasioni, sapendo che l’ex presidente del Consiglio sta sicuramente meglio, come dicono tutti, medici e visitatori, ma pur sempre ospedalizzato, almeno sino al momento in cui scrivo. Di suo è atteso, sempre mentre scrivo, non più di un messaggio da remoto alla fine della manifestazione elettorale di Forza Italia promossa dallo stesso Tajani in vista delle elezioni amministrative di questo mese. 

Ancora ieri sul giornale di Carlo De Benedetti  ottimisticamente chiamato Domani il politologo Piero Ignazi dedicava il suo editoriale al “declino di Berlusconi” e al suo “impatto sul governo” scrivendo, fra l’altro, con impietosa durezza che il suo partito “rischia una cannibalizzazione  interna a causa di uno scatenamento delle fiere della vanità”, non potendo “nessuno vantare un pedigree o un’autorevolezza tali da renderlo favorita/o”. Beh, Tajani con le cariche che ha, nel governo e nel partito, e con le ossa internazionali fattesi alla presidenza del Parlamento Europeo e nella Commissione di Bruxelles, non mi sembra francamente messo tanto male per una successione. Che avrebbe peraltro il vantaggio di essere tutta interna al partito fondato quasi 30 anni fa da Berlusconi per candidarsi alla guida di un governo dichiaratamente di centrodestra.  

Quella di Sgarbi, per tornare alla malizia o al retroscena di prima, sarebbe invece una successione da “Papa esterno”, essendo il percorso politico del celebre critico d’arte alquanto variopinto, pur nella indubitabile realtà di una lunga esperienza parlamentare cominciata con l’allora esistente Patito Liberale ma poi proseguita sempre con lo zampino, a dir poco, di Berlusconi. Che di Sgarbi personalmente non ho mai capito se lo ami di più per la simpatia che è riuscito a guadagnarsi o lo tema per le sorprese che sa riservare. 

Nella voce o capitolo “affiliazioni politiche” del mio amico Vittorio -a parte una lite che avemmo quando insultò in aula alla Camera la presidente di turno Mara Carfagna- ho trovato su Wikipedia 17 voci, compreso il “partito del Rinascimento” da lui creato nel 2007 con Mario Tremonti. Undici sono invece le condanne definitive da lui rimediate nell’esercizio della sua “irascibilità”, come la definisce sempre Wikipedia, due le assoluzioni e solo uno -incredibile- il procedimento giudiziario in corso. E tutto questo, senza contare tutti gli incarichi ricoperti come politico nazionale, amministratore locale e dipendente pubblici, all’età di soli 71 anni che compirà dopodomani, 8 maggio. Auguri, Vittorio. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 maggio

Da Parigi un aiuto a Tajani nella lenta successione a Berlusconi

Non so se nella “gran gelata sulle Alpi”, come l’ha definita Avvenire, o nel nuovo capitolo del lungo romanzo dei “cugini coltelli”, evocati dal manifesto, Macron vorrà, saprà, potrà cogliere l’occasione per liberarsi finalmente di un ministro degli Interni che gli ha già creato troppi problemi con l’incapacità dimostrata di gestire le piazze francesi. Dove sono dilagate, a dir poco, le dimostrazioni violente contro il pur modesto intervento del governo sull’età pensionabile. 

Stavolta Gerard Damanin -così si chiama questo ministro- ha cercato di riversare sul governo italiano di Giorgia Meloni la rabbia procuratagli in Francia dall’opposizione di destra di Marine Le Pen sul fronte, caldo anche lì, dell’immigrazione. E con un attacco definito da Repubblica “lo schiaffo di Parigi” si è procurato la clamorosa protesta del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Che ha disdetto all’ultimo momento un incontro di routine che avrebbe dovuto avere ieri sera a Parigi con l’omologa francese. 

Quest’ultima, rendendosi conto di quanto l’avesse fatta grossa il suo collega, non è arrivata a scusarsene in pubblico ma ha significativamente rinnovato l’invito a Tajani a volare al più presto a Parigi per ricucire lo strappo nei rapporti “essenziali” fra i due Paesi. A determinare la possibilità di questo nuovo incontro potrà essere solo il presidente francese nei tempi e nei modi che  riterrà opportuni, magari d’intesa col presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella. Del quale egli è notoriamente diventato amico nella sua ormai non breve esperienza all’Eliseo. 

Mi risulta che, oltre alla Meloni, finita simpaticamente in una vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX appesa a una parete del museo parigino del Louvre come “l’Iraconda”, al posto della “Gioconda” di Leonardo da Vinci, il ministro degli Esteri si sia consultato telefonicamente con Silvio Berlusconi ancora trattenuto in ospedale per le sue pur migliorate condizioni di salute. E ne abbia ricevuto il pieno consenso, anzi incoraggiamento. E così il mio caro amico Tajani, promotore della manifestazione elettorale di Forza Italia in programma oggi e domani a Milano, destinato a concludersi con un messaggio da remoto dello stesso Berlusconi, ha messo un altro mattone, diciamo così, nella paziente costruzione della successione al capo e fondatore del partito in marcia verso il trentesimo compleanno. 

Ormai il ministro degli Esteri, vice presidente del Consiglio, vice presidente del Partito Popolare Europeo, vice presidente della stessa Forza Italia e già presidente del Parlamento Europeo, non ha seri rivali o concorrenti sulla strada della successione a Berlusconi. Non potranno certo più creargli seri problemi la capogruppo forzista e declinante al Senato Licia Ronzulli e/o il vice presidente della Camera Giorgio Mulè. Che non gli hanno risparmiato nei mesi scorsi allusioni polemiche ai troppi incarichi che detiene per occuparsi ancora di più del partito. 

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