Renzi infilza Conte per l’Emilia Romagna travolta dall’acqua e dal fango

Pur preso dalla guerra -si fa per dire- con Carlo Calenda all’interno di quello che doveva essere il “terzo polo” della politica italiana, e senza tornare a distrarsi come gli è capitato nei giorni scorsi non facendo mettere in prima pagina sul “suo” Riformista la clamorosa tirata d’orecchie del presidente della Repubblica ai magistrati che abusano dei processi, Matteo Renzi è stato assai tempestivo a cogliere l’occasione offertagli dalla tragedia dell’Emilia Romagna, travolta dalle acque e dal fango, per infilzare Giuseppe Conte. Che, fra tutti gli uomini politici sul mercato, è quello che forse gli è più antipatico, più ancora di Calenda, pur avendolo salvato nel 2019 dall’affondamento tentato da Matteo Salvini. Poi il toscano si è rifatto, com’è noto, affondandogli lui stesso il secondo governo e creando l’occasione buona perché Mattarella mandasse a Palazzo Chigi Mario Draghi.

E’ a Conte, pur non indicandolo con nome e cognome in un inconsapevole moto di signorilità, considerandone forse le difficoltà in cui già si dibatte sotto le 5 stelle per l’esito disastroso delle elezioni amministrative di domenica scorsa; è a Conte, dicevo, che Renzi si è riferito scrivendo oggi sul Riformista, a proposito della tragedia in Emilia Romagna: “Da anni il Parlamento chiede di riaprire l’unità di missione Italia sicura che con il mio Governo avevamo costituito con Renzo Piano e che lo sciagurato governo gialloverde ha chiuso nel 2018”. Quel governo -con la minuscola opposta alla maiuscola di quello da lui guidato fra il 2014 e il 2016- era presieduto appunto da Conte. Che dovrebbe ora battersi il petto con le mani, come a messa, e chiedere perdono a Dio e agli italiani.

“Come diceva il cardinale Martini commentando la parabola del Buon Samaritano -ha infierito Renzi in un editoriale scritto e titolato fra “lacrime e leggi”- non bastano i volontari che si prendono cura delle persone in difficoltà. Serve la politica, cioè la capacità di prevenire e ridurre i rischi per le comunità cittadine”. E’ ciò che fece lui, appunto, con l’Italia sicura soppressa da Conte , ripeto, considerandola meno utile delle pochette infilate nei taschini delle sue giacche. 

Se Renzi se l’è presa con Conte, il vignettista del Fatto Quotidiano Mario Natangelo se l’è presa con Giorgia Meloni, denudata – diversamente dalla sorella Arianna qualche tempo fa, disegnata sotto le lenzuola con un negro- e messa su un gommone per rappresentare un’Italia che un pò se la sarebbe cercata e meritata votando così tanto la destra da mandarne la leader a Palazzo Chigi. Dove, considerate le condizioni sempre più critiche delle opposizioni, doverosamente al plurale, e nonostante tutto il rovistamento di certi giornali fra le immondizie vere o presunte del padre defunto, sorellastre e madre viventi, la premier sembra proprio destinata a rimanere per tutta la durata ordinaria della legislatura. E magari essere confermata anche dopo, o trasferirsi chissà dove fra i piani alti della politica. 

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Diluvia sul bagnato della (in)giustizia: dopo il monito di Mattarella le motivazioni dell’assoluzione di Berlusconi

Se nella incolpevole Emilia Romagna “diluvia sul bagnato”, come ha titolato il manifesto e tante foto documentano sui giornali, per non parlare delle immagini televisive in diretta e in differita, diluvia anche sul bagnato della (in)giustizia. Il giorno dopo il monito del presidente della Repubblica contro l’abuso dei processi, peraltro a scapito della durata ragionevole che dovrebbero avere per dettato costituzionale, è uscita la motivazione dell’assoluzione di Silvio Berlusconi a Milano per il cosiddetto “Ruby ter”, dal nome dell’allora minorenne marocchina che frequentava le sue personalissime serate. 

Nella sentenza i giudici hanno avvertito e denunciato “l’inutile dispendio di attività processuale” contro l’ex presidente del Consiglio, già assolto -lo ricordo- dall’accusa addirittura di induzione alla prostituzione minorile e ora anche da quella di corruzione in atti giudiziari. L’accusa cioè di avere pagato il silenzio e simili di testimoni peraltro interrogati come tali pur essendo imputati anch’essi, quindi senza il rispetto delle garanzie processuali cui avevano diritto. 

Come sul monito di Mattarella applaudito a Napoli dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, è caduta sulla motivazione dell’assoluzione di Berlusconi -peraltro in uno dei tanti processi disseminati in Italia pur dopo che l’ex presidente del Consiglio era stato discolpato in via definitiva dall’accusa primigenia, chiamiamola così- la distrazione o la censura dei giornaloni. Che hanno preferito guardare dall’altra parte dopo avere contribuito alla reclamizzazione delle pratiche processuali denunciate finalmente da giudici onesti e dal capo dello Stato. Solo Il Giornale, in parte ancora della famiglia Berlusconi, e Il Dubbio hanno trovato per la notizia uno spazio adeguato, col primo prevalente sul secondo nella denuncia dell’”imboscata al Cav” e del processo che “non andava neppure fatto”. 

Si è vendicato della verità il solito Fatto Quotidiano dando la sua altrettanto solita lettura dell’assoluzione, distorcendone cioè significato e portata con questo titolo posizionato -spero per un soprassalto di pudicizia- in fondo alla sua prima pagina. Per il cosiddetto Ruby ter la corruzione sarebbe stata “provata” ma Berlusconi sarebbe “salvo” solo “per un errore”, com’è stato definito quello che invece per i giudici di primo grado -e prevedo anche per quelli successivi- è stato “un ordine di garanzie violato e ripristinato” appunto con l’assoluzione. Per fortuna Il Fatto Quotidiano è e continuerà naturalmente ad essere solo un giornale, con tutto il rispetto per questa parola, e non un tribunale di prima e ultima, cioè unica istanza. Sul cui sostegno potranno contare certi magistrati che tuttavia hanno finalmente trovato col ministro della Giustizia Carlo Nordio pane per i loro denti, per non parlare del presidente della Repubblica e insieme, per dettato costituzionale,  del Consiglio Superiore della Magistratura.

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Il Mattarella frainteso o censurato nei suoi richiami alla magistratura

Visto anche che si è concluso solo il primo turno di queste elezioni amministrative di maggio, caricate forse di eccessive attese per ricavarne chissà quali letture politiche a livello nazionale, non starò a perdermi appresso ai soliti giochi e giochetti di giornali apparentemente o dichiaratamente indipendenti ma in realtà sostituitisi in gran parte a quelli che erano una volta, e con una certa loro dignità, i giornali ufficiali di partito. 

In attesa dei non pochi ballottaggi comunali fra quindici giorni, dai quali forse si potrà capire meglio e di più, astensionismo permettendo naturalmente, non starò a perdermi in particolare fra “l’onda di destra fermata” secondo Repubblica, che spera in un secondo turno migliore per l’esordio elettorale della nuova segretaria dell’amato o preferito Pd, e la più realistica, distaccata, rassegnata ammissione della Stampa, peraltro dello stesso gruppo editoriale, che “la destra avanza”. 

Preferisco perdermi piuttosto, a modo mio, fra le distrazioni, omissioni, censure -chiamatele come volete dopo avere letto di che cosa si tratta- che hanno accompagnato sui giornali -i pochi peraltro che hanno portato l’argomento in prima pagina- il discorso fatto dal presidente della Repubblica e anche del Consiglio Superiore della Magistratura, Sergio Mattarella, alla scuola di formazione delle toghe, a Napoli.

“Prevenire il malcostume” è la frase o il concetto, l’indicazione, la raccomandazione e quant’altro con cui il Corriere della Sera da Milano e Il Messaggero da Roma hanno scelto per i loro titoli, entrambi sostanzialmente contenuti nella grafica. 

“Toghe, rispettate gli altri poteri”, ha preferito invece titolare su quasi tutta la prima pagina un giornale specialistico -potreste dire- come quello degli avvocati che ha nella testata Il Dubbio, al maiuscolo, questa volta rimosso con un convinto e gridato “altolà di Mattarella” ai magistrati troppi o troppo tentati dal fare dei processi anche ciò che non sono. Cioè contestazioni alla politica e alla presunzione pur sancita dalla Costituzione che la sovranità spetti al popolo, non alle toghe. Le quali non possono legiferare più o meno sotterraneamente con le loro sentenze, non sempre smentite dalla Corte di Cassazione. 

Ma anche il manifesto, che non è il giornale degli avvocati e non si può neppure definire prevenuto verso la magistratura, ha colto nel discorso di Mattarella un richiamo tradotto così: “Toghe, rispettate la vostra funzione”. Che non è quella, ripeto, di fare le leggi, spettanti al Parlamento eletto dai cittadini, o di impedire di farle minacciando scioperi e simili, ma solo di rispettarle e applicarle. 

Di tutto questo -ahimè- non si è minimamente accorto oggi in prima pagina un giornale come Il Riformista, con la R inclinata in omaggio all’iniziale del cognome del nuovo direttore, sia pure solo editoriale, Matteo Renzi. Un infortunio, direi, per l’ex presidente del Consiglio appena prestatosi anche al giornalismo. 

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La festa alla mamma della Meloni tentata dal nuovo e dal vecchio giornale di Carlo De Benedetti

Ho avuto a suo tempo l’esperienza, tutto sommato divertente, di lavorare in un Giornale, con la maiuscola, che creava più problemi che altro ad un suo acquisito e rampantissimo editore, a lungo incapace di lamentarsi pubblicamente, o comunque con l’interessato, delle licenze che si permetteva un direttore forte solo dei propri lettori e del suo nome. Che era Indro Montanelli. Forse avrò voglia un giorno di dare qualche testimonianza precisa di quegli anni, quando e se me ne verrà in tempo l’occasione, ormai avanti nell’età come sono.

Dubito tuttavia di poter paragonare quel Giornale, sempre con la maiuscola, ad un altro con la minuscola che ha avuto peraltro l’idea curiosa di assumere come nome della testata il giorno successivo a quello in cui esce: Domani. Il cui editore è notoriamente un signore molto avanti negli anni, ancora più di me, e assai pugnace, che si chiama Carlo De Benedetti, entrato in una fase dichiaratamente e orgogliosamente “radicale” del suo impegno pubblico: tanto pugnace da avere accusato pubblicamente i figli di non aver saputo gestire e mantenere la proprietà di Repubblica obbligandolo di fatto ad allestire un altro quotidiano che ne prendesse in qualche modo il posto nella sua mente, o nelle sue viscere, come preferite. 

Questo nuovo giornale -non so se più assecondando o oltrepassando idee e sentimenti  dello stesso editore come quello da me avuto a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso- ha partecipato domenica scorsa alla festa della mamma facendola a suo modo, su tutta la prima pagina, fra editoriale e articolo di cronaca e inchiesta, alla madre della premier Giorgia Meloni. Una premier, madre anch’essa già prima di diventare presidente del Consiglio, che col suo arrivo a Palazzo Chigi ha politicamente contrariato pure “l’ingegnere”, come Carlo De Benedetti viene comunemente chiamato alla maniera in cui del compianto Gianni Agnelli si scriveva “l’avvocato”. 

In particolare, Domani ha pizzicato in fallo, diciamo così, Giorgia Meloni in un passaggio della biografia che l’ha aiutata a crescere anche elettoralmente in cui ha scritto in passato della pur vivente mamma Anna Paratore che “lavorava sempre”, dopo essere stata abbandonata dal marito, “inventandosi mestieri ogni volta diversi” ma “sempre un pò sfortunata”, perché “di soldi non ce n’erano mai abbastanza”. Neppure quando la signora scriveva, anzi sfornava romanzi con lo pseudonimo Josie Bell. A me, purtroppo, non è mai capitato di leggerne neppure uno, per cui temo di avere contribuito all’insufficienza delle entrate lamentate dalla figlia. 

“Di sicuro” -ha scritto maliziosamente il giornale dell’ingegnere- la Meloni figlia “non si riferiva all’operazione Raffaello, l’ultimo fortunato colpo di Paratore”. Un’operazione costituita -per sintetizzare al massimo la lunga e un pò troppo complicata storia raccontata dal giornale di Carlo De Benedetti, in cui la mamma figura per un certo tempo socia in affari in Italia di un socio dell’ex marito perseguito in Spagna come narcotrafficante- dall’acquisto per 2000 euro di una quota azionaria di una società organizzatrice di eventi fruttati in quattro anni, fra il 2012 e il 2016, qualcosa come 48 mila euro, attribuibili però non tutti alla vendita della quota ma anche a un recupero di crediti. S’intrecciano in questa storia -dalle dimensioni economiche non credo comunque rilevanti, specie se confrontate alle cifre cui è abituato l’editore di Domani nella sua legittima e lunga esperienza di imprenditore e finanziere- personaggi alquanto minori del partito di Giorgia Meloni negli anni in cui la leader della destra italiana ebbe anche l’idea di candidarsi al Campidoglio. 

Ad occhio e croce -con la mia modesta esperienza giornalistica, anche di cosiddetto inchiestista, per esempio negli anni lontanissimi di cronista capitolino in un giornale romano della sera a proposito delle speculazioni immobiliari sulle due rive del Tevere negli anni Sessanta- mi sento di prevedere e di scrivere che non sarà questa storia a compromettere la sorte del governo in carica e ,più in particolare o in generale, come preferite, la carriera politica di Giorgia Meloni. Della quale pertanto, sempre ad occhio e croce, mi sento di condividere la conclusione di una lunga postilla da lei posta alle risposte che ha voluto concedere ad un questionario inviatole dagli inquirenti di scrivania di Domani: “Se gli illeciti non ci fossero, come io sono certa che sia, allora quale è l’obiettivo di questo presunto scoop? Ve lo dico io. Mettere un pò di fango nel ventilatore e accenderlo, sperando che, comunque vada, un pò di fango rimanga attaccato…….Farmi perdere la calma, la lucidità, nella speranza che faccia qualche passo falso. Ma non accadrà, perché io sono una persona onesta e libera, e mi sono convinta che sia proprio questo a farvi impazzire”. Cosa che il direttore di Domani ha contestato il giorno dopo in un editoriale, dopo averci riflettuto ben bene, assicurando praticamente di essere completamente lucido e di volerlo rimanere a guardia della solita, vecchia vocazione del giornalismo a “fare le pulci ai potenti” di turno. Si spera, naturalmente per il giornalismo tout court, senza rimanerne vittima. 

Gli è andato dietro il giorno dopo ancora, sempre in prima pagina e pur con minore evidenza, il giornale che fu di Carlo De Benedetti, cioè Repubblica. Anche ai fantasmi evidentemente accade di tornare sui luoghi dei delitti.

Pubblicato sul Dubbio

Dietro l’astensionismo in crescita solo la politica perduta, che non sa più parlare alla gente

Va bene, cioè male. Se vogliamo continuare a mettere la testa nella sabbia, come gli struzzi, o consolarci alla buona, seguiamo pure Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera per attribuire al maltempo, così diffuso fuori stagione in questa capricciosa primavera, i sette punti in meno registrati nell’affluenza al turno elettorale amministrativo ancora in corso mentre scrivo. 

Se invece vogliamo essere finalmente un pò più realistici, o meno superficiali, come solo un vignettista può permettessi di fare alternando acutezza a frivolezza secondo i giorni e gli umori, dobbiamo deciderci a riconoscere che la politica non sa più parlare alla gente. Forse non riesce a parlare neppure a se stessa, perdendosi in un’autoreferenzialità sconcertante, cibandosi dei propri rifiuti. E mettendo in fuga gli elettori dalle urne e i lettori dai giornali che se ne lasciano condizionare facendole da megafono. Giornali che una volta tanto Beppe Grillo fa bene sul suo blog personale, per quanto finanziato dal movimento di cui è fondatore, garante e non so cos’altro, a deridere con quella vignetta del signore sgomento al cesso per essere rimasto senza carta con cui pulirsi il sedere, avendo ormai la stampa, al minuscolo, scelto di andare “online”.

Non ha tutti i torti Alessandro De Angelis sulla Stampa, al maiuscolo, a scrivere delle urne disertate guadagnandosi questo titolo: “Voto, astensione e Giorgia ovunque”: da Palazzo Chigi alle piazze, dalle piazze all’ospedale dov’è ancora ricoverato il suo alleato Silvio Berlusconi per apprezzarne forza, coraggio e quant’altro. Compresa naturalmente  la svolta impressa al suo partito per infastidire di meno la premier nel lavoro che svolge alla guida di un governo che anche lui, in verità, non sembrava avere molo gradito all’inizio, non avendo avuto tutti i ministri, o ministre, e sottosegretari che reclamava.

Se questa è la musica che ha meritato sulla Stampa Giorgia Meloni anche nell’ultima versione di alpina, con tanto di berretto con piumai in testa accanto al gigantesco e amico ministro della Difesa Guido Crosetto, non parliamo di quella che merita l’opposizione, al singolare ma anche al plurale. 

Vi sembra, per esempio, che si possano davvero mobilitare gli elettori gridando contro la “vergogna”, denunciata anche dalla già citata Stampa, dei problemi che “la Rai di destra” avrebbe creato dopo 40 anni alla coppia Fabio Fazio e Luciana Littizzetto nel rinnovo del loro contratto non mandandola all’ospizio, ma facendole guadagnare altre carrettate di soldi in una rete televisiva privata? Libero ha calcolato in venti milioni di euro l’anno l’ultimo costo della coppia alla Rai. Cerchiamo di essere seri. E di avere un pò più di rispetto per gli indigenti rappresentando i due come vittime di un’odiosa censura, o riedizione del famoso “editto bulgaro” del Berlusconi degli anni d’oro. Che fruttò al compianto e compiaciutissimo -allora- Enzo Biagi una liquidazione da nababbo passata quasi intatta agli eredi.

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Un affarone politico per la Meloni la tappa romana del viaggio di Zelensky in Europa

La intensa e doppia tappa romana del viaggio del presidente ucraino Volodymir Zelensky- su entrambe le rive del Tevere- si è conclusa in un grande affare politico per Giorgia Meloni. Con la quale non a caso l’incontro dell’ospite è stato il più lungo: più di quello precedente col presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Quirinale e di quello successivo col Papa in Vaticano. Giorgia qua e Gorgia là, grazie a Giorgia a destra e grazie a Gorgia a sinistra, ha detto Zelensky nella partecipazione all’edizione davvero straordinaria di Porta a Porta, anche sul piano scenografico. 

I voti che potranno arrivare alla Meloni e ai suoi candidati fra oggi e domani dalle elezioni in 700 o 580 che potranno essere, secondo le versioni dei giornali, i Comuni interessati a questo turno locale, per il quale si è mobilitato con un altro videomessaggio registrato in giacca e camicia da Silvio Berlusconi nell’ospedale in cui continua ad essere ricoverato; i voti, dicevo, che potranno arrivarle da queste urne procureranno alla premier e leader della destra meno successo e vantaggi d’immagine politica, interna e internazionale, di quelli ottenuti con Zelensky a Palazzo Chigi, fra cortile con tanto di onori militari, colloquio nel salotto personale e pranzo. 

Quando qualcuno degli invitati di Bruno Vespa ha cercato di trascinare il presidente ucraino nelle beghe della politica interna italiana e, più in particolare, della sua maggioranza di governo, con lo stesso Vespa che ha chiamato in causa il vice presidente del Consiglio e leader leghista Matteo Salvini, l’ospite ha reagito ridendo o strabuzzando gli occhi. La parola di Giorgia -sempre Giorgia- gli  basta e avanza per fidarsi dell’Italia e dei suoi impegni a favore dell’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin. Da casa o dov’altro avrà seguito la puntata straordinaria, ripeto, di Porta a Porta trasmessa dalla terrazza del Vittoriano la presidente del Consiglio sarà rimasta compiaciuta, non so se quanto o più ancora dell’applauso e delle altre carinerie riservatele il giorno prima in un’ affollatissima manifestazione dal Papa, peraltro compiaciuto di vederla vestita “quasi” come lui, in bianco. Con Zelensky invece l’abito è tornato scuro.

Chissà cosa saranno ora capaci di pensare e scrivere i rosiconi dopo quello che ho già letto ieri sulla Meloni, proprio per quell’incontro così cordiale col Pontefice, sul quotidiano Domani di Carlo De Benedetti. Dove Marco Damilano, l’ex direttore dell’Espresso ha scritto nell’editoriale: “I capi democristiani, tutti rigorosamente in abito scuro, non avrebbero mai immaginato di condividere un palco con il pontefice come ha fatto Giorgia Meloni. Ma il suo Biancofiore non è questione di armocromia, è un progetto politico”. Che sarebbe la conquista del ruolo e dei numeri che furono della Dc. Panico, evidentemente, a casa dell’ingegnere, dove stanno peraltro rovistando a modo loro, come in una monnezza, nella storia familiare della Meloni facendo le pulci anche alla madre. 

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Nella Roma blindata, e fortunata, della visita di Zelensky al Quirinale, Palazzo Chigi e Vaticano

Reale o esagerata che sia la “Opzione vaticana” gridata da Repubblica, o quella preferita dalla Stampa dell’”asse Vaticano-Colle”, si può ben essere indulgenti, una volta tanto, verso i disagi di una Roma blindata per la visita del presidente ucraino Voldymir Zelensky, impegnato fra Quirinale, Palazzo Chigi e Santa Sede. Come si diceva una volta della pioggia, prima che non esagerasse anch’essa sia a cadere sia a non cadere, potremmo anche parlare di festa blindata festa fortunata, anziché di festa bagnata festa fortunata, con l’allegria o la fiducia delle rime. Figuriamoci poi se la festa è blindata e bagnata insieme, come oggi nella Capitale.

Caso o non caso, certo è che Zelensky – il “nazista” di cui Putin voleva liberarsi l’anno scorso in pochi giorni per sostituirlo con “persone perbene”, secondo l’infelice espressione di un Silvio Berlusconi che voleva sembra informato e insieme comprensivo verso l’amico di Mosca- scorazza a suo modo per Roma mentre i russi scappano in Ucraina da Bachmut, pur dopo averla messa a ferro e fuoco. 

Se gli ucraini non fossero stati tempestivamente e seriamente aiutati dagli occidentali, compresa l’Italia governata prima da Mario Draghi e poi da Giorgia Meloni, in una continuità tanto sorprendente per molti quanto felice, a quest’ora Zelensky non sarebbe forse neppure vivo e a Roma non si potrebbe parlare e persino lavorare per la pace, essendo già caduta tutta l’Ucraina sotto il dominio russo. 

Neppure i vignettisti dei giornali italiani avrebbero potuto e potrebbero divertirsi. Com’è accaduto ieri a Stefano Rolli, sul Secolo XIX, rappresentando Zelenscky smanioso di farsi prestare dal Papa le Guardie Svizzere, e oggi a Emilio Giannelli, sulla prima pagina del Corriere della Sera, immaginando l’ospite ucraino perquisito da due preti prima di incontrare “Sua Santità” che -dicono due monsignori- “si è raccomandato: niente armi!”. Una Santità, peraltro, reduce dall’esperienza dell’incontro, ieri, con la premier italiana vestita quasi alla stessa maniera e in straordinaria confidenza. 

Benvenuto quindi a Roma al presidente proveniente da Kiev. O “Welcome, mr Zelensky”, come lo hanno salutato in rosso quelli del Foglio “orgogliosi -nel titolo- del sostegno italiano all’Ucraina, nonostante Salvini”, per contenersi nella maggioranza e non occuparsi pure dell’opposizione divisa fra il si perdurante del Pd, anche della Schlein, e il no dei grillini e frattaglie di sinistra. 

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Incredibile attacco a Mattarella per il richiamo ai complici dei terroristi

Reduce da un convegno su Aldo Moro in cui era stato uno dei relatori e motivato dall’intervento di un “Tizio” -ha scritto lui stesso- intervenuto fra il pubblico per evocare i complici appena lamentati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlando al Quirinale ai familiari delle vittime del terrorismo, Domenico Cacopardo ha sferrato un duro attacco al capo dello Stato su ItaliaOggi.  Di cui è collaboratore da tempo, e dove ha condiviso la necessità sostenuta dal “Tizio” di fare finalmente i nomi di quanti tradirono lo Stato negli anni di piombo. 

“Mattarella -ha scritto Cacopardo, 87 anni compiuti in aprile, già magistrato e collaboratore, con incarichi anche di Gabinetto, di ministri e presidenti del Consiglio di quando lavorava, da Massimo D’Alema a Giovanni Spadolini in ordine alfabetico- ha ancora una volta sbagliato. Nell’interpretare le sue funzioni e nello svolgerle, Lui è stato eletto presidente della Repubblica, e quindi non può fare proprie le parole in libertà che sono circolate e circolano in giro pr il Paese, si tratti di Brigate rosse, si tratti di mafia. E la sua insinuazione è in sostanza manifestazione di un permanente sospetto, più volte dichiarato non rispondente alla realtà dei fatti dalla Cassazione. Vedi il caso di Mario Mori e collaboratori”. 

Ma si tratta appunto del generale Mori e dei collaboratori appena assolti in via definitiva dall’accusa di essere stati partecipi della mafia nelle fantomatiche trattative per strappare concessioni allo Stato con le stragi. Qui, a proposito del discorso di Mattarella al Quirinale, si tratta di Moro, al singolare, che nel 1978 i brigatisti rossi riuscirono a catturare fra il sangue della scorta, in una mattanza per strada, e ad uccidere poi anche lui, come un cane nel bagagliaio di un’auto, dopo 55 lunghissimi giorni di prigionia in un covo promosso dai carnefici a “carcere del popolo”.

“Mattarella -ha insistito Cacopardo- è il capo dello Stato e non un Travaglio qualsiasi. E ha quindi il dovere, nel pronunciare determinate frasi, di farle seguire da fatti concludenti, cioè da riferimenti precisi e circostanziati che confermino le sue generiche parole. Altrimenti, ricorda tanto il vizio parlamentare (e palermitano) di mascariare senza aggiungere un briciolo di prova. Ed è giunto il momento che lo faccia: parli chiaro e cessi con le allusioni”. Di cui quindi avrebbero  ragione a lamentarsi anche i terroristi ancora vivi, e fermi nel sostenere di avere voluto e saputo fare tutto da soli nei terribili anni di piombo.

Trovo alquanto stravaganti questi soccorsi, volenti o nolenti, a parole anch’essi, prestati a tanta e tale gentaglia, anche a costo di attaccare un presidente della Repubblica peraltro palermitano d’anagrafe, vista la citazione della città siciliana fatta tra parentesi da Cacopardo. Il quale non è il solo, fuori e dentro i giornali, a pensarla così di Mattarella, anche se è stato il solo a scriverlo così esplicitamente e duramente. Non ho parole per commentare. Le lascio all’immaginazione dei lettori, sulla cui sagacia scommetto, specie se anziani abbastanza per avere vissuto quegli anni terribili prodotti con le loro sole presunte forze dai terroristi. 

Pubblicato sul Dubbio

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In attesa di Zelensky a Roma, fra Vaticano, Quirinale e Palazzo Chigi

Chissà se i putiniani più o meno di complemento in servizio anche in Italia, o gli antiatlantisti che reclamano di non essere confusi con i putiniani perché dà fastidio anche a loro, grazie a Dio, il successore di Stalin più che di Pietro il Grande cui l’uomo del Cremlino vorrebbe somigliare, troveranno qualcosa da dire e scrivere anche contro l’imminente tappa romana del viaggio del presidente ucraino Zelensky in Europa. Che incrocia notizie e voci sulle iniziative di pace alle quali, per quanto smentite o ignorate a Mosca, sta lavorando il Papa in persona. Il quale non sta certo a Palazzo Chigi o al Quirinale, ma a poca distanza in fondo dall’uno e dall’altro, con cui comunque ha buone relazioni, a dir poco.

Il Pontefice avrà sicuramente riso di cuore alla vignetta in cui oggi Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX immagina il presidente ucraino deciso a chiedere aiuti militari anche alla Santa Sede, accontentandosi delle ben poco armate Guardie Svizzere. 

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Il paradossale lavoro…sporco della Meloni per l’aspirante alla sua successione

L’imbarazzo della scelta per la migliore rappresentazione delle polemiche -per ora nulla di più, in attesa di un progetto ben definito del governo- sul cantiere della riforma costituzionale aperto da Giorgia Meloni consultando le opposizioni è fra un commento di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera e una vignetta del Foglio, entrambi in prima pagina. 

L’incipit del commento di Cazzullo sembra un controcorrente dell’indimenticabile  Indro Montanelli , un pò più lungo del solito, ai tempi ormai lontani del Giornale da lui fondato nel 1974 lasciando proprio il Corriere spostatosi troppo a sinistra con la direzione di Piero Ottone. “Quando Charles de Gaulle -racconta Cazzullo- impose alla Francia la svolta presidenzialista uscì un pamphlet che monopolizzò la discussione pubblica. Si intitolava “Le coup d’Etat permanent”. L’autore considerava la riforma come un golpe ripetuto tutti i giorni, e giudicava i nuovi meccanismi costituzionali incompatibili con la democrazia. Il suo nome era Francois Mitterrand, e grazie a quella riforma e a quei meccanismi sarebbe stato presidente della Francia per quattordici anni”. 

La vignetta del Foglio è ispirata non dal commento di Cazzullo, ancora sconosciuto a  Makkox mentre la confezionava, ma dalla Meloni stessa, che il giorno prima aveva detto alla segretaria del Pd Elly Schlein di aspettarsi i ringraziamenti per la strada che le stava spianando con un lavoro paradossalmente sporco, utile più al futuro della sua concorrente che al proprio presente. Il vignettista ritrae la presidente del Consiglio, in abito una volta tanto tutto femminile, non certo in tenuta militare di degaulliana memoria, sfinita di questo e di altri lavori ancora e scettica dell’opportunità di spianare così tanto, garantendole “più poteri”, la strada al premerosà” inteso come premier rosa: la Schlein, appunto. Che in teoria dovrebbe aspirare a succederle nel 2027, essendo davvero improbabile un turno di elezioni anticipate, per quanti errori dovesse o addirittura volesse compiere l’attuale inquilina di Palazzo Chigi vanificando la maggioranza conquistata nelle urne il 25 settembre scorso.

Di fronte sia al commento di Cazzullo sia alla sua mezza traduzione o imitazione sul Foglio fa ridere davvero la vignetta del Fatto Quotidiano contro “la sora Costituente” Meloni, disegnata da Riccardo Mannelli alla presa sfottente con i suoi critici e avversari. E ancora più da ridere fa la serietà, gravità e quant’altro di Barbara Spinelli. Che sullo stesso  Fatto, sempre in prima pagina, ammonisce che “la democrazia decidente” invocata dalla Meloni con la sua riforma costituzionale è “una trappola”, non un trappolone forse solo per ragioni grafiche, o di spazio. 

Lo stesso si può dire e scrivere del “presidenzialismo tecno-populista” lamentato, denunciato e quant’altro sulla Stampa da Daniela Padoan, esperta dichiarata su Wikipedia di razzismo e totalitarismi del Novecento, e secolo evidentemente successivo. 

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