Le docce fredde della Commissione Europea sul governo italiano

         Nonostante o forse proprio a causa delle carinerie in programma oggi fra la presidente tedesca  della Commissione Europea Ursula von der Leyen e la presidente del Consiglio italiana Gorgia Meloni, datesi appuntamento nelle terre romagnole devastate dall’acqua  e dal fango non solo allo scopo -spero- di arricchire il già robusto archivio fotografico dei loro incontri, sono partite da Bruxelles le ennesime “raccomandazioni” a Roma tradottesi sui giornali più ostili al governo in bocciature e simili. C’è solo l’imbarazzo della scelta fra la bocciatura, appunto, “su tutti i fronti” gridata da Repubblica e l’elenco scelto dalla Stampa indicando, in particolare, i temi della flat tax, dell’autonomia, delle concessioni balneari e del catasto”.

         Fra tutti i giornali più o meno ostili al governo ce n’è uno però che non si schiaccia sulle raccomandazioni, critiche, censure e quant’altro giunto dalla Commissione di Bruxelles. E’ Il Fatto Quotidiano, che ha declassato a “pizzini”, quelli nei quali è specializzata la mafia, i messaggi dell’Unione.

         Ma la notizia, chiamiamola così, non è tanto la lettura del giornale diretto da Marco Travaglio quanto il sostanziale avallo datole dall’uomo  più esperto, più pratico, più affine agli umori di Bruxelles:  Mario Monti. Che proprio per questo si guadagnò in Italia due nomine, da parte dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, una propedeutica all’altra: senatore a vita e presidente del Consiglio.

Al nome di Monti si arrese  la stessa vittima dell’operazione: Silvio Berlusconi. Che si vantò di averlo mandato lui per la prima volta da Palazzo Chigi a Bruxelles, gli passò quasi allegramente la campanella d’argento del Consiglio dei Ministri e ordinò ai suoi parlamentari di appoggiarlo, salvo passare all’opposizione alla vigilia delle elezioni politiche del 2013, pensando di poterle vincere. Mancò pochissimo che il Cavaliere ci riuscisse. A impedirglielo fu proprio Monti allestendo all’ultimo momento liste di candidati destinati a togliere voti all’ex presidente del Consiglio.

In un lungo editoriale sul Corriere della Sera  Monti spiega oggi che i problemi della pur brava Giorgia Meloni a Bruxelles nascono dal permanente e “ambiguo” rifiuto della ratifica del Mes. Che non è una marca di sigarette ma quel trattato sulla riforma del fondo salva-Stati dell’Unione bloccato proprio dalle resistenze italiane. Monti pertanto consiglia alla premier, e alla sua maggioranza, di “fare anche 31 dopo avere fatto 30” per “non dilapidare la credibilità conquistata rapidamente, in Europa e nei mercati finanziari” aggiornando, diciamo così, le originarie ricette economiche, sovraniste eccetera della destra. Dai, Giorgia, fai anche questo passo, è il ragionamento di Monti. Se poi il governo di turno dell’Italia -di un turno questa volta destinato a durare molto più del solito- non ritiene conveniente, a torto o a ragione,  quel meccanismo speciale di ricorso a prestiti comunitari, può difendersene non ricorrendovi.

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Beppe Grillo fa la fine del marziano a Roma di Ennio Flaiano

Come al mitico marziano a Roma raccontato nel 1954 da Ennio Flaiano per la reciproca assuefazione fra l’alieno e la città, dove alla fine lui circolava nella indifferenza generale, senza stupire nessuno e stupirsi di niente, così è appena accaduto quasi 70 anni dopo a Beppe Grillo. Che è sceso nella Capitale dalla sua Genova -se non dalle cinque stelle con le quali ancora si chiama il movimento politico da lui fondato nel 2009- passando inosservato. Nessuno lo ha fermato per strada, nessun fotografo ha sprecato per lui uno scatto, neppure al ristorante dove Giuseppe Conte gli ha offerto -come al solito- il pranzo, o la cena, prima o dopo averlo fatto incontrare nella sede del movimento, a due passi da Montecitorio, coi “volenterosi” chiamati uno per uno all’appuntamento.

         La cronaca minuziosa di questa surreale giornata romana di un Grillo clandestino nella doppia veste di garante e di consulente retribuito della comunicazione del movimento è stata offerta ai lettori dell’Unità -appena rinata coll’editore Alfredo Romeo e il direttore Piero Sansonetti, e meritevole perciò di tutti gli auguri dovuti a chi nasce o rinasce nel mondo difficile dei giornali- da un informatissimo e impertinente Giulio Seminara. Che debbo naturalmente ringraziare di avermi così rivelato le condizioni, il clima e altro ancora in cui si trova quel quasi partito, ormai, con tanto di iscrizione all’omologa anagrafe necessaria per vivere anche di quel poco o tanto di finanziamento pubblico sopravvissuto alla sua formale abolizione.

Tutto notoriamente evolve e si trasforma, secondo gli antichi insegnamenti di Eraclito, e non necessariamente in peggio come ritengono i pessimisti. Fra i quali si distinse nel 1973 l’allora segretario uscente della Dc Arnaldo Forlani parlando al congresso del suo partito degli accordi appena presi fra tutte, o quasi, le correnti  negli uffici dell’allora presidente del Senato Amintore Fanfani per detronizzarlo, nonostante fosse arrivato al vertice dello scudo crociato  nel 1969 come suo delfino. “Il diavolo -disse allora Forlani, concludendo un raffinato ragionamento filosofico- è colui che si trasforma”. E girò la mano destra su se stessa.

         Ma torniamo alla cronaca di Seminara e ai giorni nostri. “Una fonte interna dice all’Unità- si legge ad un certo punto- che l’incontro di ieri serviva solo “per salutarci con Beppe, lasciarlo parlare un po’ di quello che gli pare per poi tornare a fare come sempre”, cioè senza di lui. Nessuna critica dell’Elevato per il deludente esito delle elezioni amministrative? “Ma cosa si deve dire? Le elezioni locali per il Movimento andavano spesso male anche quando c’era ancora lui”. Ma neanche un consiglio sulla comunicazione? “La nostra comunicazione funziona bene, con Conte siamo al 16%, la sua popolarità è in crescita e noi dobbiamo continuare così”.  Anche della consulenza di Grillo, quindi, potrebbe fare a meno in via Campo Marzio.

         Non so se continuando ad usare la stessa “fonte” o cambiandola, Seminara racconta poi di “un giovane parlamentare” che così “circoscrive con fare annoiato il ruolo di Beppe: “è il nostro garante e basta. Lo rivediamo con piacere ma la leadership politica è di Conte e tutti siamo con lui”. Forse soddisfatti anche che all’avvocato, professore, ex presidente del Consiglio e ora solo presidente del Movimento, con la maiuscola, manchino i problemi addirittura di Giorgia Meloni. Che “talvolta -riferisce il cronista dell’Unità, non so se in proprio o sempre riportando il pensiero e le parole di altri dell’uditorio di Grillo- si deve guardare dalle iniziative spontanee dei “vecchi” e fieri Fabio Rampelli e Ignazio La Russa”.

          Sono passati ormai i tempi in cui sotto le 5 stelle uno valeva uno. E poteva anche sostenere col rispetto obbligato di tutti gli altri, come al teatro in un qualsiasi spettacolo di Grillo, che la terra sia piatta e neppure giri attorno al sole, ma sia il sole a girare attorno ad essa. Questi sono tempi invece in cui anche ex generali, colonnelli, capitani, tenenti, brigadieri e marescialli impossibilitati a tornare in Parlamento per ricandidatura negata o impedita o mancanza di voti, debbono pazientemente attendere o sperare che Conte procuri loro qualche incarico salva-vita retribuibile da quel che resta dei gruppi parlamentari pentastellati. Dove peraltro, anche per fronteggiare questa specie di soccorso agli ex  però  meritevoli di attenzione, le trattenute ai deputati e ai senatori sono salite da 1000 a 2000 euro mensili.

         Del passaggio dei grillini nella stanza dei bottoni rimarranno ormai solo i sogni di sconfitta della povertà, i residui decrescenti del cosiddetto reddito di cittadinanza e la riduzione dei seggi parlamentari non tradottasi, curiosamente, in quella tanto promessa delle spese per il funzionamento delle Camere. Che sono soltanto meno rappresentative di prima, non meno care. Camere, infine, dove i ranghi ridotti sia della maggioranza sia delle opposizioni hanno aumentato, anziché ridurre, le difficoltà dei percorsi parlamentari delle leggi, sempre più prevalentemente costituite peraltro da conversioni dei decreti legge d’immediata applicazione adottati dal governo in un sistema infine diventato di fatto monocamerale. Generalmente ad una Camera è infatti impedito per ragioni sia di tempo sia di opportunità politica avvertita dalla maggioranza, e tollerata dalle opposizioni, di cambiare ciò che ha votato l’altra.

Questo è l’effetto o il bilancio, come preferite, dell’alluvione pentastellata della scorsa legislatura, per stare alle immagini dell’attualità romagnola, senza però la consolazione di ciò di cui si stanno dimostrando capaci la popolazione di quella terra generosa e ottimista e i volontari accorsi da vicino e da lontano.

Pubblicato sul Dubbio

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La benemerita coppia dell’emergenza costituita da Meloni e Bonaccini

            Quelle foto che ritraggono insieme la presidente del Consiglio e il “governatore” piddino dell’Emilia Romagna devastata dall’acqua e dal fango, prima all’arrivo della premier nella terra alluvionata e poi a Roma, dove il governo ha stanziato i primi due miliardi di euro governo per le più urgenti misure d’intervento, sono immagini consolanti, Quanto, se non ancor più di quei meravigliosi volontari accorsi sul posto per aiutare una popolazione che se lo merita davvero per la capacità di ricambiare e per la forza che ha nel cuore e nelle viscere.

            Siamo d’altronde nella terra del Polesine che ci inteneriva già da bambini, sempre per l’acqua che la devastava, e di quel geniaccio di Giovannino Guareschi. Il quale riuscì ad ambientarvi la simpatica umanizzazione, con Peppone e don Camillo, di uno scontro fra comunisti e anticomunisti che avrebbe potuto tramutarsi in una terribile coda della guerra civile, cui gli uni e gli altri si erano trovati insieme, per liberare l’Italia dal nazifascismo.

            Non voglio dire che Stefano Bonaccini con i suoi occhiali a goccia stia al pur tanto diverso, fisicamente, Peppone e Giorgia Meloni a don Camillo per quella fede religiosa così bene espressa in ogni occasione le capiti, tanto da meritarsi gli applausi, i sorrisi e altre carinerie meno visibili di Papa Francesco in persona. Si sono allarmati fior di analisti che vivono come un’ossessione la possibilità che tornino i tempi della Democrazia Cristiana, sostituita a sorpresa da quel “Partito della Nazione” che sarebbe coltivato dall’astutissima e dichiarata conservatrice leader della destra.

            Non voglio dire, ripeto, che Bonaccini stia a Peppone come la Meloni a don Camillo, ma consentitemi almeno di scrivere che mi è venuto il voltastomaco a leggere e sentire, fra giornali e salotti televisivi, delle resistenze opposte nella maggioranza di governo dai leghisti all’istinto appena avvertito dalla presidente del Consiglio di affidare al “governatore” della regione devastata dall’acqua e dal fango il ruolo di commissario straordinario anche per la ricostruzione.

            Lo stesso voltastomaco mi sarebbe venuto se, a parti politicamente rovesciate, in un governo di centrosinistra, o come diavolo vorreste chiamarlo nella confusione delle formule politiche cui ci hanno abituato gli ultimi trent’anni, avessi avuto sentore o notizia di resistenze nel Pd e dintorni, di fronte ad un Veneto alluvionato al posto dell’Emilia Romagna, contro la promozione a commissario straordinario di un “governatore” come Luca Zaia perché leghista.

            Politici tentati da simili reazioni meriterebbero secondo me solo il cosiddetto Tso, cioè il trattamento sanitario obbligatorio. Quasi come, a livello internazionale, Putin e quanti ne comprendono e giustificano senza vergogna la guerra all’Ucraina, addebitandone i morti agli aggrediti e non agli aggressori. 

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Ah, se ci fosse di nuovo Manzoni per raccontare i promessi sposi Berlusconi e Renzi

Ah, a riaverlo davvero Alessandro Manzoni, anziché limitarci a rileggerlo e celebrarlo con tutta la solennità e l’ammirazione del caso, come ha appena fatto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Milano a 150 anni dalla morte. Egli potrebbe riscrivere i suoi famosissimi Promessi Sposi non occupandosi più di Renzi e Lucia ai loro tempi ma scrutando i rapporti di questi anni fra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, o viceversa, come preferite. Che si cercano, si annusano, si inseguono non per sposarsi di certo, essendo entrambi orgogliosamente eterosessuali, ma per contendersi lo stesso elettorato. 

Diciamolo con tutta la schiettezza che meritano i due leader e lo stesso mestiere di chi racconta e commenta la complicatissima politica italiana. Questa è la verità sottesa a tutti i messaggi che l’uomo di Arcore e il senatore di Scandicci si scambiano direttamente o indirettamente. Una verità sottesa anche al turbolento matrimonio o fidanzamento politico fra lo stesso Renzi e Carlo Calenda: il primo sostanzialmente più attento agli elettori ancora berlusconiani e il secondo un pò per ripicca, un pò per esigenze di posizionamento, più attento al Pd pur essendovi passato per poco, diversamente da Renzi che ne fu a suo tempo anche il capo rottamatore. E vi ha lasciato dentro qualche amico anche dopo essersene andato per allestire un nuovo e tutto suo movimento chiamato Italia Viva, ironicamente scambiato una volta da Romano Prodi per il nome di uno yogurt a rischio di scadenza, come tutti i prodotti di quel genere. 

Renzi ha profittato anche dell’ultimo invito in un salotto televisivo per mandare a Berlusconi gli auguri di ben tornato a casa dall’ospedale, fra una frecciata e l’altra a un Calenda peraltro impietosamente colto in fallo ad attribuire al Riformista vignette ostili che il giornale di Renzi semplicemente non ha potuto riservargli perché non dispone di vignettisti, o ne ne dispone ancora. E, correndo appresso al suo direttore editoriale, quello responsabile del Riformista, l’ex parlamentare forzista Andrea Ruggieri, ancora dichiaratamente ammiratore del Cavaliere, ha così concluso oggi il suo editoriale: “Silvio Berlusconi torna a casa dopo 45 giorni di ricovero. Non posso non mandargli un caldo abbraccio. A nome mio, ovviamente, ma anche del Riformista”. 

Berlusconi invece che fa dalla sue ritrovate stanze di Arcore quando una giornalista del Corriere della Sera che lo segue abitualmente gli chiede dei rapporti con Renzi? Risponde che il suo ex “royal baby”, come lo ha chiamato a lungo il comune amico e ammiratore Giuliano Ferrara, “dice spesso cose giuste, ma fino a quando non ne trarrà le conseguenze politiche, scegliendo la nostra metà campo, non si potrà andare al di là di occasionali convergenze in Parlamento”. Occasionali come quelle praticate sulla riforma costituzionale fra il 2014 e il 2015 e naufragate col no decisivo di Berlusconi nel referendum conclusivo del 2016.  

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Casini inciampa sul fantasma di Scalfaro nel cantiere della riforma costituzionale

Anche a costo di esporsi al sospetto di aspirare a qualche ruolo nel cantiere delle riforme allestito da Giorgia Meloni e non alluvionato, o non ancora, l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, ospite ormai fisso del Pd per l’elezione al Senato dopo la sofferta partecipazione al centrodestra nel passaggio fra la prima e la seconda Repubblica, ha recentemente dato consigli alla prudenza per non mancare anche questa occasione di modificare finalmente la Costituzione. Ma di aggiornarla con giudizio, senza ricadere nella opinione giovanile di molti colleghi del suo passato politico che l’elezione diretta del presidente della Repubblica sia utile dopo tanti presidenti eletti dal Parlamento. Fra i quali peraltro mancò poco che ci fosse anche lui  quando Sergio Mattarella sembrò davvero irremovibile contro la propria conferma. 

      Peccato però che Casini si sia clamorosamente contraddetto in una versione sostanzialmente minimalista dei cambiamenti opportuni addossando proprio ad un predecessore di Mattarella, nell’esercizio delle sue funzioni presidenziali, la responsabilità della mancata approvazione della riforma costituzionale meglio preparata fra tutte. Essa fu, secondo lui, quella ponderatamente studiata dalla commissione bicamerale presieduta fra il 1992 e il 1993 prima dall’ex segretario della Dc Ciriaco De  Mita e poi dall’ex presidente comunista della Camera Nilde Jotti. Una commissione che, pur in una legislatura arroventata dalle esplosioni quotidiane di Tangentopoli e dal ruolo debordante del potere o ordine giudiziario, aveva saputo trovare o indicare un argine alla prospettiva della decapitazione della politica. 

Non a caso da quell’avamposto populista, quasi rivoluzionario, che era diventata la Procura della Repubblica di Milano si levarono messaggi e diffide contro quella commissione, sospettata addirittura di “ricatto” da uno di quei magistrati che sarebbe poi diventato tra i più moderati e un pò anche autocritici: Gherardo Colombo.

“Quel progetto -ha raccontato fedelmente Casini- conteneva un’ampia riforma del rapporto Stato-Regioni e la definizione di una forma di governo neoparlamentare, che contemplava l’investitura diretta, da parte del Parlamento, del primo ministro, attribuiva a quest’ultimo l’esclusiva responsabilità sulla nomina e la revoca dei ministri e introduceva l’istituto della cosiddetta sfiducia costruttiva”. Tutte cose di cui ancora si discute adesso in alternativa ad una riforma radicalmente presidenzialista caratterizzata dall’elezione diretta del capo dello Stato.

            Ebbene -ha ricordato Casini  praticamente inciampando il 13 maggio scorso in un lungo articolo sul Quotidiano Nazionale, dove confluiscono Il Giorno, La Nazione e il Resto del Carlino- quella riforma così potenzialmente risolutiva fu impedita dallo scioglimento anticipato delle Camere elette nel 1992. Cui si approdò quando il governo di Carlo Azeglio Ciampi, seguito nel 1993 a quello di Giuliano Amato, si dimise pur disponendo ancora di una maggioranza per continuare, anche dopo l’approvazione della nuova legge elettorale imposta dal referendum del 1993 antiproporzionalista. Una nuova legge elettorale grazie alla quale il Pds-ex Pci guidato da Achille Occhetto pensava di potere vincere a mani basse un immediato rinnovo delle Camere. Inutilmente l’allora capogruppo democristiano di Montecitorio, Gerardo Bianco, chiese udienza al Quirinale per scongiurare sia la rinuncia di Ciampi sia  lo scioglimento delle Camere.

Chi al Quirinale, eletto dal Parlamento,   si intromise nella lotta politica assecondan il disegno di Occhetto e della sua “giocosa macchina da guerra”, non trattenendo ma incoraggiando Ciampi sulla strada delle dimissioni, se non ordinandogliela, insofferente ormai delle Camere praticamente assediate dalle Procure? Fu il presidente democristiano Oscar Luigi Scalfaro, il primo poi sorpreso della vittoria elettorale di Silvio Berlusconi e del suo improvvisato centrodestra. E infine prodigo di apprezzamenti e incoraggiamenti rivelati da Umberto Bossi nell’operazione di sganciamento della Lega dal  primo governo del Cavaliere. Uno Scalfaro -debbo dire- di cui ricordo bene ciò che una volta dichiarò proprio Casini a proposito dei continui screzi fra  lo stesso Scalfaro e Berlusconi, o viceversa: “non riuscirete mai -avvertì- a farmi pronunciare un giudizio contro il capo dello Stato”. 

Scalfaro d’altronde era stato collega di partito di Casini. E ancora lo era nella forma non già di un partito ma di un più generale, ideologico e caratteriale democristianesimo, chiamiamolo così. Cui è ascrivibile -senza offesa, per carità- anche l’ottimo Sergio Mattarella. Ma mi chiedo se questo filone potrà ancora generare altri presidenti del livello attuale. E se è più opportuno scommettervi o predisporre qualcosa di nuovo davvero nell’organizzazione dello Stato: altro che “il ferro vecchio del presidenzialismo” di cui hanno discorso ieri sulla Stampa Gustavo Zagrebelsky e Luciano Canfora.

Pubblicato sul Dubbio

La lotta continua del giornale Domani a Giorgia Meloni: dall’alluvione ai bambini per commissione

Vi è qualcosa di peggio del peggio quando madre Natura, con o senza la complicità degli uomini che ne abusano, si scatena e fa dire anche a un non credente, ora persino messianico, Achille Occhetto che “Il Signore ha mandato il diluvio” per punizione. 

Peggiore di una sciagura, come sicuramente è quella in corso in Emilia-Romagna, è l’uso che riesce a farne certa politica o certo giornalismo che se ne alimenta o, peggio ancora, la nutre. Chiamiamolo pure giornalismo politico. 

Faccio l’esempio di Domani, il quotidiano radical-elitario fondato da Carlo De Benedetti dopo avere visto trasformare dai figli e poi vendere La Repubblica, quella di carta, che egli aveva acquistato dalla buonanima del fondatore Eugenio  Scalfari.

Venerdì 19 maggio il giornale dell’ingegnere interrompe del tutto casualmente, per carità, la campagna avviata contro la premier e la sua famiglia allargata per lamentare su tutta la prima pagina “vittime e fango in Emilia Romagna ma Meloni non riunisce il governo”, né lo convoca dal Giappone, dov’è in missione non di piacere ma di Stato per il G7. Potrebbe lasciarlo presiedere a Palazzo Chigi da uno dei suoi due vice, o da un altro ancora, in caso di impedimento di entrambi. Come se il governo per il fatto stesso di riunirsi avesse potuto fermare acqua e fango. 

Sabato 20 maggio, perdurando il G7 ma anche il maltempo un pò dappertutto in Italia,  sull’Emilia Romagna in modo straordinario, Domani oppone, sempre su tutta la prima pagina, alla “emergenza infinita” la Meloni che “non torna dal Giappone”. E addirittura continua a prevedere nel programma di rientro “una tappa in Kazakistan”. Davvero sfacciata, insolente, disumana questa premier pur così solerte in Giappone a mostrare sul suo telefonino le immagini della propria terra devastata raccogliendo la comprensione, la solidarietà e la disponibilità ad ogni possibile aiuto dagli altri “Grandi”, con la maiuscola.

Domenica 21 maggio il giornale dell’ingegnere registra e riferisce, sempre su tutta la prima pagina, e con la puntualità degli orologi che si fabbricano nel Paese dove risiede e paga le tasse il suo editore, la Svizzera, che “Meloni si è accorta dell’alluvione e torna (finalmente) in Italia”. Ma -si affretta a spiegare in quello che tecnicamente si chiama sommario del titolo- “in realtà ha anticipato il rientro di qualche ora”, non di più, saltando la tappa del Kazakistan, evitando di passare per Roma e atterrando direttamente a Forlì, anzi “atterrita”, come da vignetta della Gazzetta del Mezzogiorno.

Oggi, lunedì 22 maggio, Domani salva (finalmente) la faccia riferendo on line della Meloni fra gli alluvionati che “evita la passerella”, pur contestatale da alcuni dimostranti, “e promette risposte immediate”. Le viene perdonata persino la camicia di un verde leghista. Ma nella versione cartacea il giornale dell’ingegnere apre contro la Meloni un’altra offensiva, incolpandola di essere “contro i bambini” perché non ne vuole la gestazione per altri. 

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I 45 giorni che hanno cambiato il mondo di Silvio Berlusconi

Berlusconi commosso dai sostenitori”, titola Il Giornale riferendo del suo primo giorno di nuovo a casa, dopo i 45 trascorsi nell’ospedale San Raffaele, e della voglia comprensibile di tornare alla normalità. Comprensibile, ripeto, ma destinata  a fare i conti con ciò che è cambiato nel frattempo nella politica alla quale di recente un commosso -anche lui- Claudio Martelli, ospite di un salotto televisivo di Mediaset, ha scoperto quanto si sia appassionato: lui che  pure una trentina d’anni fa la considerava un fastidioso e sotto certi aspetti anche tragico “teatrino” da chiudere. E da sostituire con un teatro, anzi un teatrone, una specie di auditorium “del fare”, in cui sostituire alle parole i fatti, alle chiacchiere le realizzazioni, ai comunisti che avevano solo cambiato i simboli e i nomi del loro partito gli anticomunisti, ai falsi o elitari liberali i veri liberali, sorprendentemente “di massa”, come li definivano, immaginavano e quant’altro i professori Antonio Martino e Giuliano Urbani.

Tanto è cambiato non solo nella politica interna, con una premier alleata ma sempre più sicura di sé, tanto da avere già imposto un cambiamento di rotta a Forza Italia, non del tutto eseguito, per non disturbare la guida del governo, ma anche o soprattutto nella politica internazionale. Di cui Berlusconi ha continuato a sentirsi non dico protagonista ma quanto meno attore anche dopo che, dismessi i panni e il ruolo del presidente del Consiglio, non ha potuto più partecipare ai summit internazionali. Che spesso   egli agitava  più del dovuto o del desiderato da parte di altri. Persino la compianta Regina Elisabetta d’Inghilterra s’infastidì del suo entusiasmo mentre chiamava il presidente americano Obama in un salone di Backingham Palace. Non parliamo poi dell’allora cancelliera tedesca Angela Merkel stanca di aspettare su un prato ch’egli smettesse di parlare al telefono col lontano Erdogan, sia pure per convincerlo a dire o a fare una cosa che alla stessa Merkel in fondo premeva in quel momento. 

Prima di quei 45 giorni trascorsi in ospedale Berlusconi non si lasciava scappare occasione, pubblica o privata che fosse, per dolersi di “quel signore”, come lui chiamava il presidente ucraino Valdymir Zelensky, troppo ascoltato, protetto, inseguito e preferito al suo vecchio amico Putin. Che, per quanto avesse potuto esagerare  e farsi prendere la mano da qualche imprudente consigliere, in fondo voleva chiudere la partita ucraina in pochi  giorni e senza tante vittime, forse senza neppure uccidere Zelensky e qualcuno dei suoi ministri troppo “nazificati”, come si diceva a Mosca, bastandogli sostituirli con un pò di “persone perbene”. Ora Zelensky di qua e di là, vola dalla terrazza romana del Vittoriano al G7 in Giappone. Dove è stato “incoronato”, ha titolato il manifesto, ed è passato dalle braccia di Biden a quelle della Meloni. Che probabilmente lo ha già invitato al prossimo G7 che le toccherà organizzare in Italia l’anno prossimo, in Puglia.

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Silvio Berlusconi è tornato a casa, attrezzata come una mezza clinica

Silvio Berlusconi è dunque tornato a casa, nella sua villa di Arcore nel frattempo attrezzata come una mezza clinica per tenerlo in sicurezza, come nell’ospedale milanese dove è rimasto ricoverato per 45 giorni, alcuni dei quali in terapia intensiva. E, appena tornato, come nelle sue abitudini si è messo a diffondere compiacimento e ottimismo. “Dopo il buio ho vinto ancora”, ha annunciato. Al Tempo di Roma, quello degli Angelucci che hanno appena comperato anche Il Giornale acquistato in anni ormai lontani dal Cavaliere giusto per avere la soddisfazione, l’orgoglio e anche l’ansia di essere l’editore di un mostro sacro e imprevedibile come Indro Montanelli, gli hanno addirittura fatto promettere in una specie d vignetta fotografica in prima pagina di riportare “il sole” ovunque. Anche nell’Emilia-Romagna sommersa dall’acqua, che continua a cadere, e dal fango. Magari, gliene sarebbero grati davvero da quelle parti, non tanto da sommergerne poi il partito di voti alla prima occasione ma sicuramente per contribuire a quella mezza beatificazione in vita che l’ex presidente del Consiglio si è procurato nell’ultimo ricovero al San Raffaele, facendo dichiaratamente commuovere anche vecchi avversari e critici. 

Solo Il Fatto Quotidiano, il solito giornale di Marco Travaglio, ha cercato di guastare al Cavaliere la festa del ritorno a casa con quel titolo, nascosto però all’interno in un sussulto di generosità del direttore, in cui a “Silvio dimesso dall’ospedale”  si accompagnano i “forzisti in lotta tra correnti”. Le quali certamente esistono nel partito della monarchia pur assoluta e irripetibile del Cavaliere, ma francamente non ne sono l’esclusiva, visti la confusione, i litigi, le risse e simili che si vedono e si sentono nelle altre formazioni politiche. E ciò a cominciare naturalmente dall’aspirante terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi, che avrebbe dovuto essere la più lunga spina nel fianco sia del Partito Democratico sia e forse ancor di più di Forza Italia.

Il primo, anzi la prima, che ha voluto rallegrarsi pubblicamente del ritorno di Berlusconi a casa è stata dal lontanissimo Giappone Giorgia Meloni, partecipe del G7 fra uomini che la sovrastano fisicamente in quelle immagini impietose dei summit internazionali ma cominciano ad abituarsi a considerare una “grande” anche lei, Che è ben salda alla guida di un governo destinato a durare per tutta la lunghezza ordinaria della legislatura. In passato ciò è toccato a pochi presidenti del Consiglio, fra i quali Aldo Moro e proprio Berlusconi nella cosiddetta seconda Repubblica. 

All’inizio proprio di questa legislatura il Cavaliere apparve insofferente per lo spazio saputosi conquistare nel suo centrodestra dalla Meloni, sino a rovesciarne il nome in destra-centro. Ma poi, notoriamente concavo e convesso, si è abituato pure lui ai nuovi equilibri, pur vantandosi di rimanere “la spina dorsale” della coalizione, come dice ogni volta che registra un videomessaggio.

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La famiglia allargata di Giorgia Meloni tra il fango e l’ironia politica

Fra tutti i giornali italiani, quello più imbarazzato di fronte a Gorgia Meloni e al suo governo è Il Foglio fondato a suo tempo da Giuliano Ferrara e ancora da lui ispirato, pur diretto da Claudio Cerasa.

Parlo del giornale più imbarazzato, non imbarazzante perché questo titolo spetta, in ordine  non solo alfabetico, a Domani e a Repubblica, il nuovo e l’ex quotidiano di Carlo De Benedetti: il primo avendo cominciato, e il secondo inseguendolo, una minuziosa esplorazione della famiglia della premier, fra tutte le pieghe e le piaghe, vere o presunte, dei suoi vari rami originari o derivati. Non è ancora uscito nulla di tanto rilevante o sospetto da avere incuriosito qualche Procura, ma su questo terreno le speranze degli interessati alla rottamazione di turno -si sa- sono sempre le ultime a morire.

Dicevo del Foglio fondato e ancora ispirato da Giuliano Ferrara, dichiarato elettore -almeno l’anno scorso, in occasione del rinnovo delle Camere- del Pd di Enrico Letta successivamente passato di mano, e di genere, a Elly Schlein. 

Anche a costo di allarmare l’amico e in qualche modo anche collaboratore di gala Carlo Rossella, recentemente compiaciuto della “Ducia” data ogni tanto alla Meloni da un Ferrara  insoddisfatto delle versioni sempre più a destra dell’originario centrodestra improvvisato da Silvio Berlusconi nel 1994, Giuliano ha fatto il suo “strappo” lunedì scorso, 15 maggio. “Il miracolo di questa Roma gialloazzurra”, ha titolato in prima pagina un commento alla visita appena compiuta sulle due rive del Tevere dal presidente ucraino Vladymir Zelenscky. E subito sotto, spiegando bene la sua pur disincantata soddisfazione : “La capitale dell’ambiguità trasformata nella capitale della controffensiva politica, militare e diplomatica degli ucraini. Complimenti a Meloni, e al bisogno di legittimazione che ci ha dato una destra euroatlantica”. Aggettivo, quest’ultimo, molto caro al fondatore del Foglio, che imparò da bambino col fratello Giorgio, che purtroppo è appena scomparso, a diffidare di Mosca crescendovi con la famiglia mandata lì dal Pci con la nomina del papà Maurizio Ferrara a corrispondente dell’Unità, prima di farne il direttore e di promuoverlo ad una carriera più interamente politica di amministratore locale e poi di parlamentare. La gradualità in quel partito era una regola assai difficilmente aggirabile. Solo ad Enrico Berlinguer sarebbe stato consentito di nascere -diceva  scherzando Emanuele Macaluso- membro della direzione nazionale del Pci.

Il “miracolo” della Meloni contemplato e descritto il 15 maggio è stato compensato tre giorni dopo, sempre in prima pagina, da una partecipazione ironica alla campagna di Domani e Repubblica sulla famiglia dei “Meloni serpenti”, protagonista di “una straordinaria commedia all’italiana, anzi italo-spagnola”, fatta di “intrighi”, di un “moroso della mamma che diventa moroso della figlia”, e via sbertucciando nella prospettiva di un film alla Virzì del 1996 titolato “Ferie d’agosto”.

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Due sindaci sprecati: Sgarbi sogna il Quirinale e Mastella la foresta per fare il leone

E io, povero ingenuo, sprovveduto al pari di altri che mi sono venuti dietro di recente a sospettare, immaginare e quant’altro Vittorio Sgarbi tentato, quanto meno, dalla successione all’amico e mentore Silvio Berlusconi alla guida di Forza Italia, il più tardi possibile naturalmente. E ciò spiazzando tutti, fuori e dentro il partito fondato dal Cavaliere una trentina d’anni fa anche per consentire al già famoso critico d’arte di tornare in Parlamento pur senza la presenza del Partito Liberale che ve lo aveva portato per la prima volta. 

Ma che Forza Italia e Forza Italia, come per il Psi ad un certo punto aveva pensato Bettino Craxi immaginando di affidarne la sorte a Giuliano Ferrara, dissuaso da Berlusconi dall’accettare per potergli fare da ministro per i rapporti col Parlamento nel suo primo e davvero imprevisto governo, nel 1994. Vittorio Sgarbi -appena eletto sindaco di Arpino, nel Frusinate, in continuità ideale con la memoria di Cicerone, il figlio più illustre di quella terra- sogna a suo modo il Quirinale per elezione diretta dei cittadini: gli unici, in effetti, a poterlo mandare lì, potendosi o dovendosi escludere che nel Palazzo, con l’elezione indiretta, potranno mai fidarsi di lui tanto da mandarlo sul colle più alto di Roma.  Sì, d’accordo, con questo metodo di elezione voluto dai Costituenti i signori, padroni e quant’altro della Politica, al maiuscolo che meritava un tempo, riuscirono a mandarvi, uno dopo l’altro fra il 1978 e il 1985, due campioni della imprevedibilità e popolarità insieme come Sandro Pertini e Francesco Cossiga. Che stavano ai loro partiti -il Psi e la Dc- e alle rispettive correnti come due cerini a cinque centimetri da altrettante polveriere. Ma erano altri tempi. Di politici così coraggiosi, o pazzi, secondo le preferenze, si sono perdute le tracce.

“Mi sto allenando, il mio obiettivo è il Colle nel 2029”, alla scadenza -bontà sua- del secondo mandato in corso di Sergio Mattarella, ha detto lo stesso Sgarbi, scherzando ma chissà sino a quanto, o gli ha fatto dire Libero nel titolo, fra virgolette, intervistandolo dopo l’ennesimo Comune conquistato anch’esso per gioco, o quasi, dall’attuale sottosegretario alla Cultura. “Vorrei ricordare -ha aggiunto o precisato, spiegando la sua preferenza per l’elezione diretta del capo dello Stato- che “in tutti i Pesi civili c’è l’elezione diretta”, appunto. “O c’è il Re o l’elezione diretta”, come almeno negli Stati Uniti, in Francia, in Brasile. Dai, Giorgia, Meloni naturalmente, riprenditi la vecchia idea cara anche ai leghisti del presidente della Repubblica e non del presidente del Consiglio eletto direttamente. 

E l’eredità di Berlusconi a Forza Italia, sempre il più tardi possibile?, è tornato a chiedergli Libero? E lui, sempre mescolando ironia e serietà, gioco e lavoro: “Magari l’eredità materiale, i denari, quelli sì, ma l’eredità spirituale preferisco la mia alla sua”. Grandissimo Sgarbi, a parte gli altrettanto grandi insulti che dispensa al malcapitato di turno. “La mia condizione naturale – ha detto- è essere vittorioso. Il destino è segnato nei nomi”, come quello appunto di Vittorio assegnatogli dai genitori ma forse assegnatosi da sé, precoce com’è stato in tutto, anche nella parola e nella firma, per quanto in fasce. 

Sia pure di tutt’altra provenienza e cultura, senza volere offendere né l’una né l’altra, a Sgarbi fa concorrenza per fantasia, gusto della sfida, prontezza di riflessi, donchisciottismo e simili il leggermente più anziano o meno giovane -cinque anni solo di differenza- Clemente Mastella, forte anche per questo di un curriculum politico più nutrito, essendo stato non solo sottosegretario ma, diversamente da Sgarbi, pure ministro, e più volte: al Lavoro, con Berlusconi a Palazzo Chigi, e alla Giustizia con Romano Prodi.

Provocato dal Corriere della Sera perché sconfitto -sempre in questo turno di elezioni amministrative- nella sua mitica Ceppaloni avendo inutilmente sostenuto il sindaco uscente Ettore De Blasio, l’inclemente Clemente ha risposto dal suo ufficio peraltro di sindaco di Benevento: “Io una cosa non riuscirò mai a capirla: se Boschi perde nella sua città nessuno dice niente; se a Brescia perde Meloni nessuno dice niente; se invece perde Mastella a Ceppaloni”, peraltro non in prima persona, “tutti a chiedersi perché. Solo con me prevale l’elemento mediatico, eppure non risiedo manco più lì”, anche se continua a possedervi la famosa villa con l’altrettanto famosa piscina a forma di cozza, descritta con dovizia, ironica e non, di particolari dai tanti giornalisti che vi accorrevano da invitati nei tempi d’oro dall’uomo di Ciriaco De Mita emancipatosi poi da solo. 

Dopo aver tenuto a precisare che “in provincia di Benevento”, dove appunto si trova la sua Ceppaloni, “abbiamo vinto in otto Comuni su tredici”, Mastella se n’è uscito con questa davvero epica rappresentazione di se stesso e dei suoi avversari, vecchi e nuovi: “I cani giocavano sui corpi dei leoni immaginando di aver vinto. Ma i cani restano cani e i leoni sono sempre pronti a ruggire”.    Se non è Sgarbi pure lui, poco ci manca. E pensare che a me, con tutti gli scongiuri che immagino fra le mani di Mastella, l’ultima idea di leone in una foresta umana rimasta fino a ieri in testa era quella di Ahmad Massud, l’afgano famoso come “il leone del Panshir”, morto nel 2001 in un attentato propedeutico a quello di due giorni dopo alle lontanissime Torri Gemelle di New York.  

Pubblicato sul Dubbio

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