Alla premier Giorgia Meloni mancavano solo i Fori Imperiali

Con quella bottiglietta d’acqua sulla bocca come una ragazza allo stadio o in discoteca, sia pure col capo dello Stato Sergio Mattarella che la guardava sorridente e comprensivo come fa con quasi tutti i provvedimenti che gli arrivano al Quirinale da Palazzo Chigi e lui sottoscrive, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non era proprio al massimo dello stile ieri nella cornice della sfilata militare della festa della Repubblica ai Fori Imperiali. Ma è stata ugualmente la sua felice prima volta in quel posto, e in quel ruolo, forse ancora più protagonista o comunque osservata dello stesso presidente della Repubblica, arrivato marzialmente davanti alla tribuna delle autorità nell’auto scoperta accanto al ministro della Difesa Guido Crosetto, peraltro amico e collega di partito della premier.

         “Chi l’avrebbe mai detto?”, si era chiesta la stessa Meloni arrivando invece a piedi sul posto rispondendo con gesti di saluto e di ringraziamento alla folla che la salutava, per niente convinta di assistere e partecipare a suo modo a quella che oggi il solito Fatto Quotidiano ha definito su tutta la sua prima pagina la Festa della Repubblica sì, ma di “quella ucraina” in un “2 giugno di guerra”.  Una Ucraina aiutata anche dall’Italia a resistere all’aggressione russa ma che sarebbe uno Stato “terrorista”, per niente meritevole quindi di sostegno politico e tanto meno militare.

         Ma è proprio questo modo di rappresentare i fatti che ha contribuito in modo, credo, decisivo a far vincere alla Meloni e alla sua coalizione le elezioni politiche dell’anno scorso, ad accreditarla sempre di più all’estero, nel fronte occidentale, e allunga la vita al suo governo, per quanti sforzi possano, vogliano e riescano a fare certi suoi alleati di centrodestra di complicarle la vita, persino sostituendosi alle opposizioni divise e sempre più deboli. O per quanti errori la stessa Meloni possa compiere, per carità.

         La Meloni sta ormai alla sua poltrona di Palazzo Chigi, o postazioni delle cerimonie alle quali partecipa, all’opposto della sua antagonista Elly Schlein alla segretaria del Pd, specie dopo avere rovinosamente perduto i suoi primi appuntamenti con le urne, nelle elezioni amministrative di maggio. Persino Vauro, il vignettista del Fatto Quotidiano, rappresenta oggi sulla poltrona la premier che chiede in romanesco “E chi se move?” alla Schlein che aveva sfdato i suoi critici e avversari dopo il fiasco nelle città a “mettersi comodi”, cioè a non darle fastidio standole troppo addosso.

         Sul Secolo XIX invece Stefano Rolli rappresenta la Schlein, sola al “tavolo delle opposizioni”, che dice al cameriere pronto a servirla: “Aspetto delle persone”. Magari il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte o Carlo Calenda e Matteo Renzi, come ha auspicato nel Pd l’ex capogruppo della Camera Graziano Delrio, in una opposta visione tattica e strategica, per quanto i due attori del cosiddetto terzo polo trascorrano i loro giorni e le loro notti a litigare fra loro.  

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L’Italia repubblicana ha 77 anni, ben portati come i quasi 82 di Mattarella

A 77 anni quanti ne compie oggi la Repubblica italiana -quella vera, non di carta fondata da Eugenio Scalfari 30 anni dopo- non è per fortuna nelle penose condizioni in cui la descrive l’omonimo quotidiano sostituendo nel  titolo strillato in prima pagina l’orbace con Orbàn. Che è il presidente ungherese filoputiniano associato a Giorgia Meloni anche dal Riformista di Matteo Renzi in un fotomontaggio definibile quanto meno, come vedremo, un incidente editoriale.

         La Repubblica, sempre quella vera e non di carta, non è neppure quella donna in sandali sconvolta, se non travolta, dal forte vento proveniente da destra come la propone Stefano Rolli con la sua vignetta sulla prima pagina del Secolo XIX, dello stesso gruppo editoriale del giornale scandalizzato dalla “Italia alla Orbàn”.

         No. L’Italia è ancora una Repubblica saldamente occidentale e antiputiniana, felicemente presieduta nel suo secondo mandato da un Sergio Mattarella, guarda caso, che ha colto l’occasione dell’incontro festoso con gli ambasciatori stranieri ricevuti al Quirinale per confermare il sostegno più pieno all’Ucraina aggredita dalla Russia, appunto, di Putin. I Corazzieri sono ancora al servizio di questo Presidente e di questa Repubblica, non di quella ungherese dove temo personalmente si sia dimenticato il 1956. Che fu l’anno della repressione sovietica di una rivoluzione che commosse il mondo, fatta eccezione per il Pci di Palmiro Togliatti. Dal quale per reazione uscirono in parecchi senza timore di essere considerati “pidocchi”, come lo stesso Togliatti aveva definito i primi dissidenti o transfughi del partito delle allora Botteghe Oscure.

         Se c’è qualcosa, a dispetto anche dell’”autoritarismo” avvertito dall’ex presidente del Consiglio Romano Prodi fra interviste e brevissimi messaggi di conferma alla Stampa; se c’è qualcosa, dicevo, che sta investendo e compromettendo l’immagine della Repubblica italiana è il vento di sinistra che cerca di soffiarle addosso la nuova segretaria del Pd Elly Schlein reduce dall’infausto esordio elettorale nelle amministrative di maggio. Una Schlein della quale, intervistato dal Giornale diretto da Augusto Minzolini, un Renzi evidentemente all’oscuro della prima pagina che stavano confezionando al Riformista, ha detto o previsto che è “un petardo”, destinato a perdere “pure alle condominiali”.

         In fondo questa sconfitta  “condominiale” è appena avvenuta a Strasburgo, dove gli euro deputati del Pd hanno rifiutato l’indicazione giunta dal Nazareno per un’ambigua astensione nella votazione sulla norma che autorizza l’impiego dei fondi del piano di ripresa e di resilienza anche per ricostituire le scorte compromesse dalle forniture militari mandate alla resistenza ucraina. Solo quattro degli eurodeputati del Pd si sono astenuti, uno ha votato contro e gli altri dieci a favore, finendo sulla prima pagina del Fatto Quotidiano nell’”ammucchiata bellicista”. Schlein naturalmente è rimasta al suo posto a Roma, la faccia un po’ meno.

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Gli squilli del governatore della Banca d’Italia scambiati per allarme contro il governo

         D’accordo, il bene non fa notizia, facendone invece il male, come scrisse una volta il compiamto Aldo Moro polemizzando sul Giorno, pur nel suo stile garbato, con Umberto Eco che si era appena aggrappato a una brutta notizia, appunto, per formulare giudizi e previsioni pessimistiche sull’Italia. Ma non bisogna esagerare, come si è invece fatto un po’ su tutti i giornali italiani riportando e commentando le “considerazioni” davvero finali di Ignazio Visco. Finali anche della sua lunga permanenza, di dodici anni, alla guida della Banca d’Italia.

         Va bene che il governatore in persona, pur con un passato giovanile di boy scout, non ci ha messo molto di suo, nella mimica, per compiacersi della sorprendente capacità di crescita dimostrata dall’Italia guidata da Giorgia Meloni in sostanziale continuità con Mario Draghi, già governatore della stessa Banca d’Italia, oltre che presidente dalla Banca Centrale Europea. Ma i numeri sono più forti delle parole e della faccia di chi le pronuncia. Siamo riusciti a crescere, peraltro in un contesto internazionale alquanto difficile, più del resto dell’Europa, e persino degli Stati Uniti oltre Oceano. Ai dati di Visco si sono peraltro aggiunti quelli dell’Istat.

         Eppure Repubblica ha preferito avvertire e lanciare “l’allarme” del governatore sui salari troppo bassi o sul rischio di rallentamento o di non completa realizzazione del piano di ripresa e resilienza e delle riforme.

         Persino Il Giornale della ormai ex famiglia Berlusconi, ora solo partecipe della proprietà, ha arruolato Visco, nel titolo su tutta la prima pagina, nell’”opposizione surrogata” attribuendogli, in particolare, la colpa di “rubare il lavoro” alla segretaria del Pd Elly Schlein per “criticare la Meloni su salari e riforme”, appunto,

         Bisogna tornare ad un altro vecchio amore giornalistico di Berlusconi, cioè al Foglio, di cui il Cavaliere favorì la nascita finanziando un Giuliano Ferrara stanco della sua prima e unica esperienza di governo come suo ministro dei rapporti col Parlamento; bisogna tornare al Foglio, dicevo, per trovare una interpretazione delle considerazioni di Visco in funzione filogovernativa. “Fermare l’Italia della lagna”, ha titolato in rosso il giornale di Ferrara spiegando, in nero, che “il manifesto sull’ottimismo di Visco è una lezione contro la politica fatta di fuffa, allarmismi e capri espiatori”. Non credo possa intendersi casuale, cioè non voluto, ogni riferimento o allusione polemica al Pd, preferito dal Foglio nelle ultime elezioni politiche, e alla sua nuova segretaria Elly Schlein, decisa a restare al suo posto anche dopo la batosta elettorale subita nelle amministrative di maggio. “Tranquilli, non me ne vado”, ha ammonito l’interessata dopo avere nervosamente chiesto a critici ed avversari di non starle “troppo addosso” per il suo esordio elettorale non proprio incoraggiante.  

Compromesso il guardaroba del Pd, più ancora della sua segretaria

Il problema della segretaria del Pd dopo la batosta elettorale delle elezioni amministrative di questa disordinata primavera non è di nervi, come ha titolato Il Giornale incoraggiato dalla richiesta di Elly Schlein ai colleghi critici o preoccupati di partito di non “starle addosso”, né di guardaroba personale, come ha ironicamente proposto ai lettori del Foglio il vignettista Makkox. Che, inchiodandola alla croce della sua famosa intervista a Vogue su come si veste e si lascia consigliare per abbinare colori o stoffe, o entrambi, le fa dire: “Magari ci voleva un fresco-lana. O un caldo-cotone. Vestirsi a cipolla”. E lo stesso Makkox conclude, di suo: “E’ che col vento delle destre non sai mai cosa mettere”.

         Se poi ci fosse davvero un problema di guardaroba, esso non riguarderebbe tanto la giovane segretaria ma il partito che le è stato affidato -tra interni e esterni, iscritti e non, addirittura elettori e non delle sue liste alle politiche e alle amministrative- da una maggioranza a dir poco spuria, unita più da risentimenti che sentimenti, più dalla tattica che dalla strategia. Ora la poveretta -sarebbe il caso di scrivere della Schlein sul piano politico-  si trova sostenuta soprattutto dall’ex ministro Dario Franceschini. Che ha affdato a Repubblica l’invito agli amici di provenienza sia democristiana sia comunista, in quell’”amalgama mal riuscito” bollato a suo tempo da Massimo D’Alema, a non commettere “l’errore di ingabbiare Elly” nel suo poco felice esordio elettorale. E a scommettere ancora su di lei nella prospettiva delle elezioni europee dell’anno prossimo. In cui sempre Franceschini è convinto che la somma dei voti raccolti dai partiti all’opposizione sarà superiore a quella dei partiti al governo. E con questo? Ci sarebbe da chiedere all’ex ministro, il cui bacio una volta era quello della vita nella scomposizione e ricomposizione degli equilibri interni al Pd ma potrebbe essere diventato oggi quello della morte; ci sarebbe da chiedere all’ex ministro, dicevo, che valore potrà mai avere una somma di voti non concretizzabile in una maggioranza o coalizione di governo alternativa a quella in carica.

         Nella sua ottimistica e perdurante scommessa sulla Schlein l’ex ministro democristiano, erede non tanto della sinistra dello scudo crociato quanto del corpaccione doroteo più forte nel trasformismo che nella chiarezza delle idee  e dei programmi, sottovaluta forse l’analogia creata dai  fatti -non dalla  fantasia- fra la Dc che si inabissò nel 1993  perdendo i Comuni e il Pd che ha smesso  o sta smettendo di essere il partito dei sindaci, d’altronde considerati da D’Alema -sempre lui- più “cacicchi” che altro. Alessandra Ghisleri sulla Stampa sostiene che il Pd continui ad essere “nei Comuni il primo partito”, ma senza candidati in grado di farsi eleggere sindaci, se non a condizione che sul posto in campagna elettorale, com’è appena accaduto a Vicenza, non si facciano vedere i dirigenti nazionali.

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Meloni scavalcata dagli avversari nel riconoscimento del successo nei ballottaggi

         Questa volta gli avversari di Gorgia Meloni non possono neppure accusarla di avere esagerato mettendosi in posa fra i divani, gli stucchi, gli specchi e quant’altro di Palazzo Chigi per commentare a caldo, anzi caldissimo, la vittoria del “centrodestra” nei ballottaggi comunali di ieri. Così lei stessa ha tenuto a definire la sua coalizione, che alcuni amici di partito  e analisti preferiscono chiamare “destra-centro”.

La premier è stata persino scavalcata nei giudizi sui risultati elettorali  da chi la combatte. Dal “vento della destra” di Repubblica, allusivo anche a quello venuto dalla Spagna con la disfatta amministrativa del premier socialista costretto lui stesso ad alzare la posta imboccando la strada delle elezioni politiche anticipate, si passa alla Meloni che “stravince” nel titolo di apertura della Stampa.

         Dalla “Caporetto della sinistra” su Domani, il giornale di Carlo De Benedetti in edizione “radicale” inteso come massimalista, si passa al “trionfo delle destre” nel titolo del Fatto Quotidiano.

         Impietosamente sul Corriere della Sera l’editoriale di Roberto Gressi comincia annunciando la “doccia gelata per Elly Schlein”, che viene tuttavia graziata nel titolo dove si lamenta “la sfida mai partita” dalla nuova segretaria del Pd a Giorgia Meloni. La quale dove si presenta, trovando il tempo anche per qualche comizio fra i tanti impegni internazionali e nazionali di governo, porta voti ai suoi candidati e agli alleati. La Schlein invece, su pressante invito del candidato del Pd a sindaco di Vicenza, ha dovuto tenersi lontana dalla città per consentirgli di vincere la partita, peraltro con soli 500 voti di scarto: l’unica chiusa a vantaggio del Nazareno, entrato secondo Stefano Folli, su Repubblica, nel “nuovo anno zero”.

         Il Foglio, passato notoriamente dall’originario centrodestra di “tendenza Veronica”, quando questa era ancora la moglie di Silvio Berlusconi, al centrosinistra vero o presunto del Pd di Enrico Letta e ora della Schlein, ha chiesto o raccomandato di “non esagerare” nella lettura dei risultati elettorali a favore di una destra che “un po’ più moderata piace”, mentre non piace “la fuga del Pd dai moderatismo”. Un’esagerazione deve essere probabilmente apparsa al quotidiano fondato e ancora animato da Giuliano Ferrara il rumoroso titolo del Giornale, do cui egli fu per un po’ anche editorialista, sulla “Schlein” che “rottama il Pd”. E che il vignettista Stefano Rolli sul Secolo XIX ha messo su strada a chiedere “la carità” nei panni che indossa con la consulenza di una cromatonista, o come diavolo si chiama chi l’aiuta a scegliere e abbinare stoffe e colori dei suoi abiti. Il viola quaresimale, del resto, sembra che sia fra i più preferiti da entrambe.

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Mezz’ora e più di Lucia Annunziata, e Pietro Grasso, di allusioni contro Berlusconi

Più che Lucia Annunziata, lasciatasi rappresentare nei giorni scorsi sulla Stampa. di cui è editorialista, e sulla consorella Repubblica come una “prigioniera politica” della Rai, dalla quale si sarebbe dimessa irrevocabilmente per liberarsi appunto delle catene, o evitare che le diventassero più strette ai polsi e ai piedi con “TeleMeloni”, nel ruolo di prigioniero politico ho avvertito il pur assente Silvio Berlusconi nella mezz’ora in più di domenica scorsa su Rai 3. Che la conduttrice televisiva, ex direttrice di telegiornale, ex presidente dell’azienda ci ha ugualmente offerto, bontà sua, e ripeterà a offrirci per impegni contrattuali sino a fine giugno, o stagione, come si dice dei programmi in palinsesto.

         Tra l’intervistato principale della puntata, l’ex presidente del Senato Pietro Grasso in veste però di ex magistrato protagonista di inchieste e processi contro la mafia, il giornalista di cronaca giudiziaria del Corriere della Sera Giovanni Bianconi e la stessa Annunziata ancora padrona di casa è stato tutto un rimbalzo di domande, dubbi, supposizioni, attese sul mistero dei misteri delle stragi di mafia del biennio fatale 1992-93. Che non è, signori miei illusi dalle cronache processuali e dai tanti libri che le hanno accompagnate facendo la fortuna dei loro autori, la famosa, fantomatica trattativa fra lo Stato e la mafia, o pezzi dell’uno e dell’altra, che l’ha “fatta franca” -direbbe Pier Camillo Davigo- passando per i tre gradi di giudizio toccati ai vari inputati politici e militari usciti assolti. No, il mistero resta quello della fine delle stragi coincisa con la vittoria elettorale nel 1994 di Berlusconi, della sua Forza Italia e naturalmente del centrodestra, come se le une fossero state propedeutiche all’altra, anche se non si è mai riusciti a trovare prove o indizi sufficienti a produrre un processo vero e proprio, oltre che indagini archiviate. Ma indagini riapribili in ogni momento, ad ogni stornire di cornacchie o simili, grazie alla imprescrittibilità di certi reati. Per cui tutti rimangono appesi, nei tribunali e fuori, all’ultima allusione, all’ultimo ricatto, all’ultima intercettazione o esibizione televisiva dei personaggi più disparati, qualunque mestiere avessero fatto e facciano, dal mafioso al gelataio.  

         Questa rincorsa sulla strada della volta buona in cui poter vedere realizzare il sogno di tradurre un sospetto, o una convinzione, una sensazione in un’accusa finalmente stringente ha come tappe le celebrazioni delle stragi. Non a caso è sfuggito all’Annunziata di parlare di una “festa”, pur tra tanto di virgolette segnalate anche con un gesto, parlando domenica del trentesimo anniversario dell’eccidio di Firenze cui era dedicata quella parte della sua mezz’ora in più, dopo essersi occupata dell’acqua e del fango in Emilia Romagna.Se, non avendo visto e ascoltato, foste indotti a non credere, potreste verificarlo facilmente usando Replay per vedere e ascoltare, appunto, di persona.

         Dove non sono arrivati vecchi e nuovi magistrati inquirenti, vecchie e nuove indagini ancora formalmente aperte potrà spingersi– ha detto o auspicato Pietro Grasso conciliando il suo vecchio mestiere e la sua nuova passione politica- l’ennesima Commissione parlamentare antimafia appena ricostituita e presieduta dalla giovane deputata di destra Chiara Colosimo, così fortemente voluta dalla leader della destra e premier in persona Giorgia Meloni. A questo proposito Grasso ha invitato insolitamente, dal punto di vista della sua parte politica, a non essere poi tanto prevenuti, potendo o dovendo essere la Colosimo giudicata sia per quello che farà sia o forse ancor più per quello che non farà. Ma farà o non farà, in particolare, che cosa o per che cosa? Evidentemente per tenere accese o spente, o spegnerle ogni volta che dovessero riaccendersi le speranze di attribuire le stragi di mafia a qualcosa di ancora più torbido e concreto del contesto, quanto meno, di cui Berlusconi avrebbe avuto bisogno per entrare in politica a vele gonfiate dalla paura e vincere la sua partita alla prima mano.

         Peccato, anche per lei dal suo punto di vista naturalmente, che Lucia Annunziata abbia voluto togliersi da questa partita in futuro rinunciando al mezzuccio che pure la Rai anche di TeleMeloni, o TeleColosimo le aveva lasciato a disposizione da prigioniera politica quanto meno di lusso. Ma altre volte -va detto- Lucia, come mi permetto di chiamarla da collega con un bel po’ di anni più di lei, ha rotto e ricucito con “mamma Rai”. Se poi dovesse davvero passare alla concorrenza come un Fazio o una Littizzetto qualsiasi, alle prese col problema della loro pensione ancora ben da maturare a 58 anni ciascuno di età, o accettare da Elly Schlein la candidatura a parlamentare europea del Pd negata a suo tempo a Nicola Zingaretti, vedremo. Di certo escludo che possa toccare a lei scoprire dove sia davvero l’Araba Fenice di una Rai insieme pubblica e immune da ogni influenza, ingerenza e simili di Parlamento, al singolare e con la maiuscola, e di governi, partiti, correnti e via elencando, al plurale e al minuscolo.

Pubblicato sul Dubbio

Politica, acqua, fango e giochi di un’Italia sempre più sorprendente e paradossale

Dei giornali, almeno di quelli che le hanno con lodevole abitudine in prima pagina, vedo le vignette prima ancora dei titoli, degli editoriali, degli articoli o dei richiami.  A torto o a ragione, considero quell’angolo di ironia, o sarcasmo, la più spontanea espressione dell’umore, delle attese e persino della linea di una testata.

Dubito tuttavia che il pur bravo Emilio Giannelli abbia espresso le attese dei lettori del Corriere della Sera esprimendo come sua principale curiosità, a dir poco, con una felice coincidenza col giro ciclistico d’Italia appena concluso festosamente a Roma alla presenza del Capo dello Stato, quella di vedere se questa sera, a conclusione dei ballottaggi comunali e di altre elezioni locali Gorgia Meloni risulterà distante di nove punti col suo partito dichiaratamente e orgogliosamente di destra da Elly Schlein col Pd che vorrebbe essere o almeno apparire più di sinistra di quello guidato sino a poco tempo fa da Enrico Letta. Ma sono risultati elettorali pur sempre locali, per quanto importanti o significativi possano sembrare agli interessati o addetti ai lavori. E lo sono nel contesto di un carattere paradossale della situazione politica, e, più in particolare, dei rapporti fra le due donne che il caso ha voluto guidassero in questo momento il principale partito di governo, e lo stesso governo nel suo insieme, e il principale partito di opposizione.

         Il direttore del Foglio Claudio Cerasa ha colto bene secondo me questo  carattere alquanto paradossale della congiuntura politica indicando il problema a suo avviso principale che ha il Pd  da lui tradotto negli “amici della sinistra non così ostili a Meloni”. “Gli abbracci con il Papa. La mano di Biden. L’apprezzamento di alcuni dirigenti del Pd. Le continue tresche del Movimento 5 Stelle. Più Schlein accusa il governo di essere irresponsabile -ha scritto Cerasa nel titolo- più le icone della sinistra dicono l’opposto. Indagine su un cortocircuito”.

         Prendete il caso del piano di ripresa, resilienza e quant’altro oggetto di esame e di contoversie a livello nazionale ed europeo per svariate ragioni. Proprio oggi il Corriere della Sera può titolare sulla “lite sul Pnrr” e Il Giornale più ottimisticamente, in base alle stesse notizie o agli stessi elementi di giudizio, sul “caso chiuso”, e con la evidenza del colore rosso.

         Se non vi convince o non vi basta, prendete il caso del commissario straordinario da nominare per la ricostruzione nelle zone alluvionate. I partiti della maggioranza sono riusciti a incartarsi così tanto da fare retrocedere la politica e inseguire ora il solito generale, magari il bravo Francesco Paolo Figliuolo sperimentato dal governo di Mario Draghi con il Covid.

                  Può infine accadere nel nostro Bel Paese in buona parte alluvionato che dei bontemponi decidano e possano divertirsi con l’acqua colorando di un verde fosforescente quella della laguna di Venezia, come di nero le acque delle fontane di Roma.

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Dietro i tempi scelti da Sergio Mattarella per andare nelle terre alluvionate

         Chi conosce bene Sergio Mattarella, e ha potuto continuare a frequentarlo anche dopo la sua elezione e conferma al Quirinale, mi assicura che l’istinto del presidente della Repubblica è stato quello di correre subito nell’Emilia Romagna devastata dall’acqua e dal fango, come ogni volta e in ogni parte d’Italia si vivano sciagure. Ma a trattenerlo, e fargli fissare per martedì prossimo il viaggio nelle terre alluvionate, fra le popolazioni così duramente colpite, è stata la delusione procuratagli dalla disinvoltura degli avversari politici del governo di usare la sua corsa a Cutro, nello scorso mese di febbraio, tra le vittime e gli scampati al naufragio di 180 migranti, di cui oltre 90 morti, per contrapporre la sua  tempestività alla presunta insensibilità, disumanità ed altro della presidente del Consiglio, trattenuta dalla partenza per impegni internazionali. Non per  una gita di piacere.

         Vista anche la coincidenza, pure questa volta, fra una sciagura interna e un impegno internazionale della premier, trattenuta dalla partecipazione al G7 prolungatasi oltre la pretesa di certi avversari di un rientro immediato, ancora più veloce di quello deciso e attuato dall’interessata, il Capo dello Stato ha evitato di prestarsi ad un’altra occasione di sciacallaggio politico. Ed ha voluto recarsi sul posto dopo non solo la presidente del Consiglio, ma anche la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen.

         Quando la lotta politica scende a livelli tali da porre al presidente della Repubblica, alla sua agenda, ai suoi stessi sentimenti di solidarietà e di protezione della comunità che rappresenta al più alto dei livelli e delle garanzie costituzionali, c’è davvero da preoccuparsi. Ben più di quanto quotidianamente non accada con processi alle intenzioni del governo, a dir poco, sulla strada dell’eterno e presunto pericolo di ritorno del fascismo in Italia.

         Nessun invito, avvertimento, monito e quant’altro del presidente della Repubblica in carica si è rivelato così sempre attuale come questo passaggio del primo dei due messaggi di insediamento da lui letti davanti al Parlamento, precisamente dopo il giuramento di martedì 3 febbraio 2015: “Nel linguaggio corrente si è soliti tradurre il compito del Capo dello Stato nel ruolo di un arbitro, di garante della Costituzione. E’ un’immagine efficace: all’arbitro compete la puntuale applicazione delle regole. L’arbitro deve essere e sarà imparziale”. E dopo che si erano levati “generali applausi” registrati nel resoconto della seduta e “i parlamentari levati in piedi”, sempre da resoconto, il presidente Mattarella aggiunse con preveggenza, procurandosi altri applausi non so francamente quanto sinceri, o quanto poi traditi o semplicemente disattesi: “I giocatori lo aiutino con la loro correttezza”. Sono trascorsi più di otto anni da quel giorno.

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Messaggi poco o per niente cifrati di Berlusconi ai naviganti della politica

         Parlare e scrivere di Silvio Berlusconi come di una Sibilla Cumana fuori sede sarebbe esagerato. Ma di certo il Cavaliere sta mandando messaggi ai naviganti della politica lasciandosi intervistare dopo l’ultima e lunga degenza in ospedale.

         Va bene, per esempio, tutto ciò che sul piano affettivo si è guadagnata appunto in ospedale la giovane “moglie” Marta Fascina, come l‘ha chiamata Antonella Coppari del Quotidiano Nazionale, ma non si insinui più ch’egli ne dipenda politicamente. E che nasca appunto da questo rapporto anche la svolta impressa a ForzaItalia a favore di una maggiore sintonia, o di una minore diffidenza, nei riguardi dell’ormai più forte alleata Giorgia Meloni.

         “Marta -ha confermato il quasi marito- è stata davvero il mio angelo custode. Del resto, con i suoi lunghi capelli biondi ha davvero le sembianze di un angelo. Se avessi avuto bisogno di una prova del suo amore incondizionato -ma non ne avevo alcun bisogno- l’avrei avuto in queste settimane. Ed è un amore totalmente ricambiato”. “Questo però -ha voluto precisare Berlusconi- non ha nulla a che fare con la sua passione politica”, che di solito porta chi la possiede a farne sentire peso, effetti e quant’altro su chi le sta accanto. “Marta e io -ha spiegato Berlusconi- parliamo ovviamente spesso di politica, ma sono due piani davvero distinti”. Berlusconi insomma è Berlusconi, il fondatore e leader indiscusso del suo partito, e Marta Fascina, per quanto “moglie” indicata –ripeto- dalla Coppari e deputata di seconda legislatura, eletta la prima volta in Campania e la seconda in Sicilia, è appunto Marta Fascina. La smettano dunque i malevoli a immaginarla e rappresentarla come la vera capa ormai di Forza Italia, capace di troncare o favorire ruoli e carriere altrui. Se qualcuno in Transatlantico, per esempio, la scorta per dimensione e devozione al pari di un  corazziere, come mi è capitato personalmente di vedere fare al mio amico Antonio Tajani all’inizio di questa legislatura, lo fa solo per galanteria.

         Anche nei rapporti con gli avversari Berlusconi ha lanciato qualche messaggio ai naviganti parlandone con la Coppari. Alla quale ha raccontato, per esempio, che fra i “tantissimi messaggi affettuosi” ricevuti fra ospedale e casa “il più inatteso”, e prevedibilmente apprezzato, è stato “quello di una figura storica molto nota della sinistra -di cui non faccio il nome per non metterlo in imbarazzo- che mi ha scritto queste parole”, nè poche né convenevoli. Eccole: “Io l’ho sempre combattuta e continuerò a combatterla. Ma la politica italiana non sarebbe la stessa se lei smettesse di occuparsene. Si aprirebbe un vuoto incolmabile per la democrazia. Per questo le auguro di tornare presto”. E lui infatti è tornato, “pronto a fare la mia parte”, ha detto. Provate ora a indovinare chi -penso fra D’Alema, Bersani, Veltroni, Prodi- sia quest’uomo di sinistra così interessato alla salute fisica e politica del Cavaliere all’interno del centrodestra, o destra-centro com’è diventato.

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Esaurite per l’alluvione, non ci sono lacrime da versare per la nuova lottizzazione della Rai

In un Paese sommerso in tanta parte dall’acqua e dal fango, con morti forse del tutto accertati ma con danni ancora parzialmente calcolabili, c’è abbastanza da piangere -e anche da indignarsi di tutto ciò che si poteva fare e non si è invece fatto sul piano della prevenzione- per risparmiarsi lacrime e parole di comprensione e solidarietà agli attori dell’ultima sceneggiata politica. Che Repubblica ha definito “TeleMeloni” e il manifesto “l’abbuffata”: quella che sarebbe stata appena compiuta dalla presidente del Consiglio, alleati e complici, chiamiamoli così riferendosi alle opposizioni riuscite ad occupare anch’esse poltrone, sedie e sgabelli, ma non per questo accontentatesi e perciò insorte anch’esse, ciascuna a suo modo, contro la rinnovata lottizzazione.  

         Nella corsa alla protesta o, peggio, al vittimismo chi si è distinto per astuzia, conquistando la maggior parte dei titoli sui giornali, è stata  la giornalista Lucia Annunziata. Della quale ho francamente perso il conto di quanta parte dei suoi quasi 73 anni abbia trascorso alla Rai con gli incarichi più diversi, compreso quello di presidente dell’azienda. Anni però che lei ora sostiene di avere vissuto da “prigioniera politica”, per quanto molto ben retribuita, suppongo. E di cui si sarebbe stancata solo adesso che il turno lottizzatorio è toccato alla destra meloniana, e non più al centrosinistra, e simili, o al centrodestra di epoca  berlusconiana.

                  Da tempo editorialista della Stampa, la collega ha avvertito la delicatezza -bisogna ammettere anche questo- di non mettersi a scrivere della propria vicenda televisiva sullo storico e autorevole giornale di Torino, che di suo le ha dedicato tuttavia un grosso titolo riconoscendole il merito di essersene andata dalla Rai “sbattendo la porta”. Ci ha pensato la consorella Repubblica, dello stesso gruppo editoriale, a rappresentare il dramma di Lucia facendo raccontare già in prima pagina da Giovanna Vitale, con tanto di virgolette nel titolo, che l’interessata “ci pensava da tempo” a smettere di “fare il prigioniero politico”, sia pure da alcuni anni  solo per “mezz’ora in più” ogni domenica su Rai 3. Che Libero perfidamente ha tradotto, ora che vi ha irrevocabilmente rinunciato,, in “mezz’ora in meno”

         L’Annunziata insomma non ha voluto neppure provare, per quanto appena assicurata dalla rinnovata dirigenza dell’azienda di potere disporre del suo spazio, a resistere alle pressioni e interferenze da lei previste ad opera del nuovo corso politico, e già subìte nei numerosi anni precedenti. Più che una tragedia mi sembra francamente, ripeto, una sceneggiata. Che auguro alla collega non si concluda alla maniera ipotizzata da un giornale come Il Foglio, che pure la stima tanto da essersi avvalso in passato -se non ricordo male- della sua collaborazione. “Un seggio col Pd?”, si è chiesto Il Foglio pensando al Parlamento europeo da eleggere fra un anno. D’altronde è una strada già percorsa da altre firme più o meno grandi della tv pubblica.  

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