Elly Schlein va a cercare alleanze e simpatie al gay pride di Roma

         Fallito il tentativo di arruolare anche Giuliano Amato nella Resistenza, con la maiuscola, ad una Giorgia Meloni dall’incedere sempre più ”autoritario”, la Repubblica è tornata a scommettere su Romano Prodi nella sua festa annuale a Bologna, stavolta favorita dall’assenza dalle edicole del concorrente Corriere della Sera, appiedato da uno sciopero di due giorni di straordinario autolesionismo.

         Prodi ha soddisfatto -credo- le attese dell’operazione anche a costo di rovesciare la posizione  assunta nei rapporti con Elly Schlein qualche tempo fa,  quando la invitò -appena eletta alla segreteria del Pd- di occuparsi prima della identità del partito e poi delle sue conseguenti alleanze.  Ora invece l’ex presidente del Consiglio ha ammonito la sua fan- salita sul palcoscenico della politica nel 2013 protestando contro la mancata elezione dello stesso Prodi al Quirinale, tradito nelle urne di Montecitorio da ben più dei 105 formali franchi tiratori- che “se vogliamo perdere continuiamo ad andare avanti divisi. Per la vittoria -ha detto- serve un’ampia coalizione”. Possibilmente più coesa -mi permetterei di aggiungere- delle combinazioni di cosiddetto centrosinistra, o uliviste, da lui formate nel 1996 e nel 2006 per durare in entrambe le occasioni meno di due anni: la prima volta salvando la legislatura con i recuperi dei governi di Massimo D’Alema e di Giuliano Amato, la seconda portandosi appresso nella rovinosa caduta le Camere.  E restituendo direttamente Palazzo Chigi a Silvio Berlusconi. Questo per mettere le cose, diciamo così, al loro posto nella cronaca, se vi sembra troppo parlare di storia.

         La Schlein, non so francamente se più per rispondere alle attese di Prodi o per lasciare ostinatamente invariata la sua agenda, è corsa in piazza a Roma a cercare alleanze e compagnia al gay pride, reso ormai famoso dal patrocinio negatogli all’ultimo momento dell’amministrazione regionale di centrodestra per non finire patrocinatrice anche della cosiddetta maternità surrogata: il ricorso all’utero in affitto per fornire di figli anche le coppie che non possono produrne per omosessualtà o eterosessualità infeconda.

         Così la nuova e sfortunata segretaria del Pd, visto il suo poco felice esordio nelle elezioni amministrative del mese scorso, si è trovata in festosa compagnia col pubblico gay e arcobaleno provvisto, fra i tanti cartelli e magliette emblematiche della festa, di uno che reclamava con tanto di rima “-Meno Meloni+ricchioni e di una che opponeva “sorelle d’Italia” ai “fratelli d’Italia” dell’odiata premier italiana.

         Immagino le reazioni più o meno intime   dei tanti che nel Pd aspettano con crescente insofferenza un chiarimento politico e provengono sia dalla sinistra democristiana sia dal Pci: il partito , quest’ultimo, che fu della orgogliosa ex ministra delle pari opportunità Anna Finocchiaro, appena distintasi per  un appello a non lasciare alla destra la lotta alla maternità surrogata.

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Un altro passo avanti verso la successione a Silvio Berlusconi

         Per quanto generalmente contenuta nei richiami di prima pagina sui giornali -ma con l’eccezione non marginale del simpatizzante Libero, che ne ha fatto l’apertura gridando “Berlusconi ricoverato- Cribbio, ci risiamo”- la notizia del ritorno dell’ex presidente del Consiglio in ospedale, dal quale era appena uscito dopo 45 giorni di degenza in gran parte trascorsi in terapia intensiva, ha un innegabile rilievo politico. E non solo nell’area più ansiosa o diretta del centrodestra, ma anche in quella limitrofa almeno del cosiddetto terzo polo. Dove il più smanioso di raccogliere almeno una parte dell’elettorato di Berlusconi è notoriamente Matteo Renzi, il già “royal baby” berlusconiano confezionato editorialmente da Giuliano Ferrara,  per investirne il risultato nel tormentato rapporto non tanto con Carlo Calenda quanto col Pd. Che è sempre più scoperto sul versante riformista dopo l’arrivo e l’infelice esordio elettorale di Elly Schlein alla segreteria del Nazareno.

         Berlusconi è dovuto tornare in ospedale rinunciando all’incontro che aveva pur programmato con cura con i ministri della sua Forza Italia e a missione non ancora conclusa in Italia del presidente del Partito Popolare Europeo Manfred Weber.  Che Antonio Tajani era riuscito a recuperare, diciamo così, dopo la clamorosa rinuncia dell’ospite tedesco ad una analoga riunione nei mesi scorsi per l’ennesimo tentativo compiuto da Berlusconi di giustificare in qualche modo l’aggressione di Putin all’Ucraina.

         Anche i problemi che Berlusconi ha personalmente nel Partito Popolare Europeo, pur impegnato anche lui nella realizzazione di un centrodestra nell’Unione dopo le elezioni continentali dall’anno prossimo, hanno la loro rilevanza ai fini di una sua eventuale successione e di una diversa configurazione dell’area che lui riuscì a realizzare nel 1994 entrando, anzi scendendo in politica, come preferì dire e ancora ripete.

         In una intervista recentissima a Repubblica già da me segnalata per altri versi, in particolare per il rifiuto opposto al tentativo di arruolarlo nella guerra politica alle presunte tendenze autoritarie di Giorgia Meloni, il presidente emerito della Corte Costituzionale Giuliano Amato ha evocato senza remore, o scrupoli personali, essendo nota la stima reciproca fra i due, il problema della successione a Berlusconi tutto interno, secondo lui, al centro destra.

         “Con la scomparsa di Berlusconi dalla scena pubblica -aveva detto testualmente Amato, prima del ritorno a sorpresa dell’interessato in ospedale- s’apre, per chi ne ha il coraggio in questa destra, la porta per il centro politico. Potrebbe essere una considerevole tentazione andare a occuparlo” da parte della pur non menzionata Meloni.  Cui tuttavia sono chiari i riferimenti di Amato dopo avere contestato -ripeto- la rappresentazione autoritaria della premier italiana fatta di recente da Romano Prodi e dal premio Nobel Joseph Stiglitz.

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Giuliano Amato renitente alla leva contro l’autoritarismo della Meloni

Più Giorgia Meloni si nuove, più occupa la scena nazionale e quella internazionale, vola a Tunisi, rientra a Roma per incontrare il cancelliere tedesco e prepara un altro viaggio in Tunisia facendosi accompagnare stavolta della presidente della Commissione Europea, più i suoi avversari finiscono per ritrovarsi sotto l’arco di Tito a cacciare farfalle. Cioè a inseguire qualcuno che riesca ad assomigliare, quanto meno, ad un capo o a un punto di riferimento delle opposizioni divise e claudicanti. E’ uno spettacolo francamente surreale.

         Repubblica, per esempio, spara giovedì 8 giugno su tutta la sua prima pagina un’intervista al presidente emerito della Corte Costituzionale Giuliano Amato, due volte presidente del Consiglio, per fargli intimare: “Meloni rompa con Orbàn”. Ma il giorno dopo, venerdì 9 giugno, è già costretta a titolare che non per ordine di Amato ma per libera scelta della stessa Meloni “l’Italia non vota con Orbàn” a Lussemburgo nel Consiglio europeo dei ministri dell’Interno sul problema dei migranti.

         Ancora più chiaramente o decisamente la consorella Stampa, che da Torino affianca Repubblica, annuncia che “Meloni rompe con Orban”, che nell’occasione perde anche l’accento sulla seconda vocale del cognome. Le cose cambiano insomma senza che i giornali fiancheggiatori o sostituti delle opposizioni riescano a tenerne il passo.

         Nella stessa intervista dell’8 giugno a quella specie di “papa straniero” delle opposizioni Repubblica riceve da Amato più smentite o correzioni che conferme alle tante domande e osservazioni contro la premier: un Amato insomma più vicino che lontano da Sabino Cassese e Luciano Violante liquidati qualche giorno prima sprezzantemente sul Fatto Quotidiano come “i patrioti di Giorgia”.

         Invitato, per esempio, a riconoscersi in “due persone solitamente misurate come il premio Nobel Joseph Stiglitz e l’ex primo ministro Romano Podi che hanno lamentato una lenta erosione degli strumenti democratici in Italia, con il rischio di una involuzione autoritaria”, Amato si smarca rispondendo: “Ho qualche dubbio che questo sia vero. Vedo tracce di una fragilità crescente della democrazia nel nostro paese, ma le vedo ancora di più negli Stati Uniti. Ora il disfacimento di alcuni fili importanti della nervatura democratica può portare a un indebolimento delle istituzioni, ma non vedo quel rischio autoritario denunciato da Stiglitz e Prodi”.

Non è poi detto per niente -aggiungo io- che a quel “disfacimento di alcuni fili importanti della nervatura democratica” operi solo la Meloni e non anche la nuova segretaria del Pd Elly Schlein, per esempio, quando non soccorre una ministra alla quale viene pubblicamente impedito dai contestatori di parlare di un suo libro autobiografico e dei temi di sua competenza governativa.

         Invitato a pronunciarsi contro il “reato universale” della maternità surrogata perseguito dalla Meloni, l’ex presidente del Consiglio riconosce sì che è sostanzialmente una sciocchezza tecnico-giuridica ma avverte: “Fui io a scrivere parole di fuoco contro la maternità surrogata nella sentenza della Corte Costituzionale. Lo ricordo perché non vorrei che l’attuale crociata della destra spingesse il Pd ad una sua difesa ad oltranza. La maturità surrogata “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”, come sta scritto nella sentenza”.

         Spinto a difendere la Corte dei Conti “privata per decreto del potere di controllo sul piano nazionale di ripresa e resilienza”, Amato preferisce ricordare che “il controllo concomitante della Corte dei Conti era stato introdotto con saggezza da Renato Brunetta nella sua riforma della pubblica amministrazione del 2009. Era il classico “controllo collaborativo” che una norma a mio avviso sbagliata -introdotta dal governo Conte 2, quello con il Pd- ha trasformato in “controllo punitivo” con la segnalazione degli amministratori responsabili. Togliere completamente quel controllo -ha spiegato Amato- è un errore. Sarei stato più elegante: l’avrei ripristinato nel modo collaborativo in cui l’aveva pensato Brunetta, sopprimendo gli aspetti punitivi che spingono gli amministratori a non fare”. Elegante, dice  di sè l’ex presidente del Consiglio giustamente noto come “dottor Sottile”, non confondibile con difensori tout court di una Corte dei Conti violentata, stuprata e quant’altro dal governo.  Assediata come una fortezza da facinorosi abituati a delinquere.

         Infine, ma solo per ragioni di spazio, non per ricchezza di spunti e sorprese, Amato viene trascinato sulla strada delle polemiche contro il cosiddetto premierato che comprometterebbe la figura di garanzia del presidente della Repubblica, del quale peraltro anche lui aveva sostenuto molti anni fa l’elezione diretta. “Anche nel caso del premierato mi pare -dice l’ex presidente del Consiglio- stia prevalendo una linea più morbida. E’ stata scartata infatti l’elezione solitaria del premier. Davanti ad un primo ministro che ha la legittimazione popolare diretta la figura del capo dello Stato perderebbe la sua autorevolezza. Quindi si sta andando verso una strada già battuta in passato, ossia la possibilità per i cittadini di indicare nella scheda per il Parlamento il leader che si vuole come presidente del Consiglio, con in più la fiducia parlamentare solo a lui e non anche ai ministri”, che sarebbero così revocabili e sostituibili senza tante storie di partiti, correnti e sottocorrenti.

“Sarebbe- spiega Amato- una riforma costituzionale molto limitata, probabilmente condivisa da buona parte del centro-sinistra, e che non andrebbe così al referendum che-come sa bene la presidente Meloni- è sempre un rischio per il governo”. Se fossi la Meloni, terrei conto di queste parole. E ringrazierei.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it l’11 giugno

Il Parlamento non se la passa così male come lamentano le opposizioni

         Fra i tanti danni, veri o presunti, attribuiti alla prima donna, e di destra, alla guida del governo in Italia ci sono quelli che avrebbe inferto al Parlamento, già sacrificato peraltro da non pochi dei suoi predecessori, riducendolo ad un votificio, per giunta monocamerale.  Quel poco di discussione e capacità di modifiche rimasto vale   di fatto in una sola assemblea, essendo l’altra condannata, sempre di fatto, solo a ratificare ciò che le arriva per ragioni di tempo, poiché si tratta prevalentemente di decreti legge che vanno approvati entro sessanta giorni.

         Alle opposizioni, ma anche ai gruppi della maggioranza, dove ogni tanto qualcuno vorrebbe quanto meno distinguersi da altri esponenti o parti della coalizione di governo, rimarrebbero solo esercizi più o meno ludici di resistenza ostruzionistica buttando fra i piedi del governo centinaia di inutili ordini del giorno, da mettere in votazione prima di chiudere davvero la partita.

         Lo stato, diciamo così, depressivo del Parlamento imposto o aggravato dal governo in carica di centrodestra, o di destra-centro come rivendicano o lamentano vari politici e analisti, non impedisce tuttavia alle Camere di trovare e vivere momenti di una certa, e per fortuna allegra emozione. La giovane deputata grillina Gilda Sportiello, di 36 anni e già alla sua seconda legislatura, per quanto il suo movimento sia uscito praticamente dimezzato dalle elezioni dell’autunno scorso, ha appena potuto allattare il suo piccolissimo Federico nell’aula di Montecitorio fra gli applausi del marito o compagno, qualche fila più sotto, di altri partecipanti alla seduta e del presidente di turno, il forzista Giorgio Mulè. Del quale sono mancati solo gli auguri al bebè di arrivare prima o dopo anche lui in quell’aula non al capezzolo della madre ma salendo e scendendo le scale dell’emiciclo con le proprie gambe, da deputato eletto chissà con quale partito, non potendosi obiettivamente prevedere una vita così lunga per il movimento della mamma e del papà.

         Le senatrici di solito solo più anziane o meno giovani delle deputate. Non hanno figli da allattare, salvo sorprese naturalmente. Qualcuna però ha dei cani dai quali vorrebbe farsi accompagnare a Palazzo Madama, almeno negli uffici o nei corridoi, visto che una proposta animalista di modifica al regolamento, o qualcosa di simile, non si spinge sino a prevederne la presenza nell’aula dell’assemblea o in quelle delle commissioni. La proposta è di una ex forzista, e pasionaria di Silvio Berlusconi: la bolzanina Michaela Biancofiore, già alla sua quinta legislatura, fra l’uno e l’altro ramo del Parlamento, e passata anche per un governo come sottosegretaria alla pubblica amministrazione.

         Il solitamente truce presidente del Senato Ignazio La Russa, da proprietario anche lui di un cane, naturalmente un pastore tedesco, ha promesso alla Biancofiore di sostenerne la causa, pur precisando che il suo animale continuerà a lasciarlo a casa. Forse teme che al Senato glielo avvelenino.

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Le assoluzioni che possono dare speranze anche a Massimo D’Alema

Buone notizie per Massimo D’Alema nell’ultima versione di indagato, perquisito, intercettato – ora che non ha più uno straccio di protezione parlamentare- per corruzione internazionale e non so quant’altri reati potranno essergli contestati dai magistrati di Napoli che indagano sulle commesse militari alla Colombia che l’ex presidente del Consiglio avrebbe cercato, per quanto inutlmente, di favorire per trarne con altri qualche utile personale.

         Il povero Bruno Contrada, ridotto fisicamente alquanto male per il combinato disposto dei suoi 91 anni e delle condizioni nelle quali ha vissuto gli ultimi trenta, fra sbarre, tribunali e varie, ha finalmente ottenuto dalla Cassazione il diritto di ottenere dallo Stato più di 285 mila euro di risarcimento danni per ingiusta detenzione. Cui è stato sottoposto  per l’accusa di avere tradito lo Stato nelle sue funzioni di alto dirigente della Polizia e dei servizi segreti per favorire la mafia.

         Lo psicoterapeuta Claudio Foti è stato appena assolto in un processo, costato caro anche agli amministratori democristiani del Comune di Bibbiano, in cui era stato scambiato per un mezzo trafficante di bambini, sottratti a genitori problematici per essere affidati a coppie amiche.

         Il cosiddetto tribunale dei ministri di Brescia ha archiviato le accuse all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e all’ex ministro della Sanità Roberto Speranza di avere non contrastato ma favorito praticamente la diffusione del Covid aumentandone i morti. “Ipotesi neppure astrattamente configurabile”, hanno valutato i giudici “insegnando anche ai pubblici ministeri come si fanno le indagini”, ha commentato sul Fatto Quotidiano il direttore in persona Marco Travaglio derogando all’abitudine di sostenere gli inquirenti, difendendoli dai sospetti e dalle accuse dei garantisti. Matita rossa, questa volta, anche nel titolo, per i pubblici ministeri e non per gli avvocati e giornalisti dubbiosi. La politica sa fare anche il miracolo di far crescere un fiore nel deserto.

 Conte è così rimasto integro nell’immagine coltivata sotto le cinque stelle del migliore presidente del Consiglio che sia capitato all’Italia dopo Camillo Benso di Cavour in era monarchica e Alcide De Gasperi in era repubblicana, o a cavallo fra le due. Altro che Mario Draghi inopinatamente chiamato da Sergio Mattarella a prendere il posto dell’avvocato e professore. Non parliamo poi di Giorgia Meloni, che non sarà magari la fascistona immaginata da altri avversari con una esagerazione tale da favorirla, piuttosto che danneggiarla, ma non per questo potrebbe essere considerata, secondo Travaglio, all’altezza di Conte.

         Forza, quindi, caro il nostro D’Alema.  C’è speranza anche per lui, nonostante il processo con rito sommario che continua a fargli in prima pagina, fra gli altri, Il Giornale nella fase giustizialista in cui è entrato,  e dove non so francamente come possa trovarsi l’ora pur parzialmente editrice famiglia Berlusconi.  

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Il ritorno non esaltante di Massimo D’Alema sui giornali

         Graziato, cioè ignorato, sulla prima pagina del Riformista persino da Matteo Renzi, che pure ne volle nel Pd la rottamazione più clamorosa e in fondo riuscita, Massimo D’Alema è tornato sulle prime pagine dei giornali come indagato a Napoli, insieme con Alessandro Profumo ed altri, per presunta corruzione internazionale in un affare, peraltro mancato, di colossali forniture militari italiane alla Colombia.

         I quotidiani più acidi, prevenuti e quant’altro nei riguardi dell’ex presidente del Consiglio, l’unico esponente dell’ex Pci riuscito ad arrivare a Palazzo Chigi, sia pure per poco tempo, presiedendo due governi in meno di due anni, fra l’ottobre del 1998 e l’aprile del 2000, sono stati quelli d’area di un centrodestra che pure sventola di solito la bandiera del garantismo. “Indagato per corruzione- Il “cartello” di D’Alema”, ha sparato  in rosso e nero su tutta la prima pagina Il Giornale ancora in parte della famiglia Berlusconi. “I sacerdoti della tripla morale” è il titolo dell’editoriale di Augusto Minzolini.

         Eppure, almeno da quello che mi risulta privatamente, il messaggio più caloroso di auguri ricevuto da Berlusconi nelle scorse settimane tornando a casa dopo 45 giorni di ricovero in ospedale, in gran parte trascorsi in terapia intensiva, è stato quello di D’Alema. Che Berlusconi a suo tempo aveva preferito ad altri esponenti della sinistra alla presidenza di una delle varie commissioni bicamerali succedutesi per la riforma costituzionale, prima di bloccarne a sorpresa i lavori pur arrivati ad una bozza di progetto presidenzialista, proprio come voleva il Cavaliere.

         Dirò di più, e questa volta anche di pubblico, essendo stato raccontato una volta dallo stesso D’Alema. Che, in particolare, rivelò dopo una delle corse al Quirinale durante la cosiddetta seconda Repubblica di avere ricevuto una telefonata nella quale Berlusconi gli aveva confessato di stimarlo a tal punto da essere tentato di votarlo come capo dello Stato, ma di esservi trattenuto dalla paura di deludere troppo il proprio elettorato.

         Fra i consiglieri – allora ma forse anche oggi, pur da posizioni politiche diverse-  che spingevano di più su Berlusconi per quel voto c’era il suo ex ministro per i rapporti col Parlamento Giuliano Ferrara. Sul cui giornale però –Il Foglio– è ancora fresco di stampa il commento più abrasivo alle indagini in cui è incorso D’Alema, “scambiato per Machiavelli e invece era Totò”, come dice il titolo di apertura, in turchese, assegnato ad un lungo articolo di Salvatore Merlo. Che ha visto negli affari dell’ex leader comunista l’ombra del Totò di un vecchio film non sapendo tuttavia spiegare se D’Alema si fosse messo in testa più di vendere o di acquistare la Fontana di Trevi, a Roma.

         E’ davvero una brutta bestia la politica, e la stampa che se ne lascia condizionare o addirittura ambisce a indirizzarla. Non so se commiserare più D’Alema per il modo in cui è tornato sui giornali o i suoi ex estimatori ora impegnati a demolirne ciò che resta.

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Quel disastro politico per il Pd chiamato semplicemente Elly Schlein

         Fabrizio Roncone racconta sul Corriere della Sera, dopo aver fatto un giro al Nazareno e sentito altrove un po’ di esponenti del Pd sulle condizioni di salute politica, diciamo così, della nuova segretaria: “Elly sa tutto. Ha visto e letto tutto. Le hanno spiegato tutto. Perciò adesso la domanda che rimbonba nel partito -cento giorni dopo la vittoria alle primarie- è: Elly Schlein ha capito? O meglio: vuole capire che così, con questa agenda movimentista e ambigua, piena di slogan e sostanziale vaghezza, non andiamo da nessuna parte?”. Non a caso, del resto, il Pd ha appena perduto il corposo turno di elezioni amministrative di maggio.

         Roncone riferisce inoltre delle “tremende occhiate tra stupore e delusione, i sospiri rassegnati –“Vabbé, comunque è chiaro che ora dobbiamo tenercela fino alle elezioni europee”- di tanti che invece l’hanno accompagnata fin qui”.

         E ancora, sempre Roncone sul Corriere di oggi: “La scongiurano: ascoltaci. Il grande saggio del partito, Luigi Zanda: “Si lasci aiutare”. Il potente Goffredo Bettini (sì, tranquilli: vedrete che nel Pd resta potente) ….L’autorevole Andrea Orlando, definitivo: “C’è un partito da costruire”. Gianni Cuperlo: “La segreteria di Elly non è frutto di spirito unitario” (elegante eufemismo). Struggente lettera a Repubblica di Morani/Di Salvo/Fedeli/Rotta: “Il Pd non deve diventare massimalista”.

         Conclusione, per non riportare per intero il rapporto dell’inviato del Corriere: “Nella sede del Nazareno si vede poco (non ha ancora arredato il suo ufficio, al terzo piano). A Montecitorio si vede pure meno…..i militanti dem bolognesi sono furibondi: “E’ irreperibile”. Il timore di molti è che il suo programma sia proprio solo quel nome così esotico (nemmeno più il suo trench, perché andiamo verso l’estate)”.

          La musica su e di altri giornali, anche di segno opposto, non è diversa. Marco Travaglio scrive sul FattoQuotidiano, sempre oggi, che la Schlein e, più in generale,” le opposizioni e il poco che resta di stampa libera …dovrebbero selezionare i bersagli, evitando di gridare al fascismo o alla svolta autoritaria qualunque cosa faccia il governo per evitare l’effetto “al lupo al Lupo”, essendo evidente che “se tutto è fascismo nulla è fascismo”.

         Matteo Renzi sul suo Riformista scrive che “il miglior amico di Giorgia è chi dice”, come ha appena detto anche la Schlein, ”che se cambiano le regole di controllo sulla Corte dei Conti torniamo al Ventennio. Il migliore amico di Giorgia è chi definisce il governo “illiberale” solo perché non la pensa come Magistratura Democratica. Il migliore amico di Gorgia è chi vede i saluti romani anche alle sfilate del 2 giugno, Il miglior amico di Gorgia è chi attacca la frase sul “pizzo di Stato” e subito dopo chiede la patrimoniale. Il migliore amico di Giorgia è chi sogna una sinistra talmente di sinistra da stare all’opposizione per 30 anni”. Migliore amico, in fondo, dello stesso Renzi che così dettagliatamente la difende.

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Il traguardo europeo che gli avversari vogliono precludere a Giorgia Meloni

Protetto dal suo stesso cognome dal rischio di essere cassato, a 87 anni pur non ancora compiuti il povero Sabino Cassese non ha potuto evitare il sarcasmo per l’abitudine che ha preso di non partecipare alla demonizzazione di Giorgia Meloni. Che tutto ormai inseguirebbe e travolgerebbe, anche fuori dalla sua fortezza di Palazzo Chigi: persino nel Quirinale del sobrio e forse troppo paziente Sergio Mattarella, che l’ha aiutata a sentirsi a casa anche sul colle più alto nel settantasettesimo compleanno della Repubblica. All’ottantatreesimo, nel 2029, le potrebbe addirittura capitare di essere lei la presidente, avendo nel frattempo superato la soglia minima dei 50 anni prescritta dalla Costituzione.

         Alle imprudenze, chiamiamole così, già commesse non vedendo necessariamente del male in tutto ciò che fa, dice e spera la prima premier italiana, per giunta di destra, anzi considerando “benedette” tutte le sorprese che la Meloni sta riservando come atlantista ed europeista, Cassese ha voluto aggiungere anche quella di non correre alla Corte dei Conti per difenderne sede e inquilini da quella specie di assalto compiuto dal governo per ritorsione contro giudizi e previsioni  critiche sul  modo in cui esso sta gestendo il piano di ripresa e di resilienza.

         A quel punto il pur emerito professore, ministro, giudice costituzionale è diventato sul Fatto Quotidiano –e dove sennò?- il “badante giuridico adottato” dalla Meloni, una macchietta logorroica meritevole di “almeno tre” dei famosi aforismi di Leo Longanesi elencati in quest’ordine: “Non capisce nulla, ma con grande autorità e competenza. Non bisogna appoggiarsi troppo ai principi perché poi si piegano. La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: ho famiglia”.

A quest’ultimo proposito, non a caso la famiglia più o meno allargata della Meloni è già caduta sotto inchieste giornalistiche che qualcuno probabilmente spera si possano tradurre prima o poi anche in inchieste giudiziarie. Stupisce anzi, con tutto ciò che stiamo vivendo da più di trent’anni a cavallo tra cronaca politica e giudiziaria, appunto, che non vi siamo già arrivati nel caso della presidente del Consiglio, della madre, della sorella, delle sorellastre, del cognato, degli amici o soci di un padre poco o per niente raccomandabile, perduto già prima, molto prima della morte fisica.

                  Ciò che gli avversari della Meloni -senza il minimo rimorso di non averla sentita arrivare, come dice Elly Schlein di se stessa dopo avere conquistato il Pd e averlo portato ai primi bagni elettorali- avvertono ora con una ossessione anche maggiore di quella mostrata nello scorso autunno, per la coincidenza fra il suo arrivo a Palazzo Chigi e il primo centenario della marcia fascista su Roma, è la possibilità che la premier riesca a conquistare dall’interno persino l’Unione Europea. E farne, con una nuova maggioranza nel Parlamento di Strasburgo che sarà eletto l’anno prossimo, quello che l’ex direttore dell’Espresso Carlo Damilano ha definito “un saloon” su Domani, il giornale che Carlo De Benedetti si è regalato per consolarsi della Repubblica perduta dai figli prima ancora di venderla.

                  Un centrodestra anche in Europa appena auspicato pure da Silvio Berlusconi, con i conservatori orgogliosamente guidati a livello continentale proprio dalla Meloni al posto dei socialisti nell’alleanza coi popolari della ex cancelliera Angela Merkel e di alcuni dei suoi illustri predecessori, da Adenauer a Kool, sarebbe “dominato dai rapporti di forza”. Come se ciò non fosse già accaduto sino ad ora, con la forza appunto ottenuta dai vari partiti nelle competizioni elettorali nelle quasi si sono misurate. Uno strano saloon, a dir poco.

                  Ciò che sgomenta di questi e analoghi ragionamenti o rappresentazioni è pure la pretesa di addebitare la colpa, la responsabilità maggiore, chiamatela come volete, di un centrodestra anche in Europa alla destra -l’odiata destra- e non anche al centro benedetto e santificato se alleato con la sinistra. E’ come se in Italia all’epoca in cui maturarono le condizioni della nascita del centro-sinistra, prima col trattino e poi senza, i liberali di Giovanni Malagodi che ne fecero le spese se la fossero presa non con i democristiani, ai quali il Pli nel 1963 riuscì a sottrarre un bel po’ di voti proprio in vista di quella svolta, ma con i socialisti di Pietro Nenni. Che avevano fatto alla luce del sole il loro gioco politico liberandosi dell’asfissiante abbraccio con i comunisti tradottosi nel fronte popolare sconfitto nel 1948. E quel gioco il Psi riuscì poi a portarlo avanti con tale coerenza e coraggio di Bettino Craxi da allargare il centrosinistra agli stessi liberali nella formula del famoso pentapartito.

Quella si chiamava ed era democrazia, della quale evidentemente si sono perdute le tracce dopo la caduta della cosiddetta prima Repubblica per scomparsa non delle ideologie, come ci siamo abituati a ripetere da pappagalli, ma semplicemente, o banalmente del buon senso di manzoniana memoria, ricordato in questi giorni di celebrazione dei 150 anni dalla morte del più genuinamente italiano dei nostri scrittori.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 10 giugno

I due Visco che si guadagnano la riconoscenza di Giorgia Meloni

All’indomani delle “considerazioni finali” -ma finali davvero- del governatore uscente della Banca d’Italia Ignazio Visco, sostanzialmente ottimistiche sulla situazione economica e finanziaria  del Paese, riuscito a crescere più degli altri Stati dell’Unione Europea e persino degli Usa, quel diavolo di Antonello Caporale, del Fatto Quotidiano, è riuscito a rintracciare -credo per telefono- l’ormai disperso e quasi omonimo Vincenzo Visco, a lungo ministro economico fra il 1993 e il 2006, e parlamentare fino al 2008, strappandogli tutt’altre verità e previsioni.

         Anche con Silvio Berlusconi al governo -ha praticamente ricordato il Visco senior, diciamo così, per quanto di soli 8 anni più anziano dell’altro- le strade e piazze d’Italia erano affollate di turisti, i ristoranti pieni di clienti, le agenzie di viaggio sommerse da richieste di notizie e prenotazioni, ma l’allora presidente del Consiglio finì “cacciato” e sostituito da Giorgio Napolitano con una specie di commissario di Bruxelles,Mario Monti, nominato senatore a vita prima o apposta per insediarsi Palazzo Chigi.

         La stessa cosa -par di capire dal ragionamento dell’ex ministro- potrebbe capitare a Meloni, che invece scommette sullo scenario opposto. Che è quello di elezioni europee destinate l’anno prossimo a cacciare via da Bruxelles un bel po’ di politici e burocrati cresciuti in tutti i sensi all’ombra dell’alleanza fra popolari e socialisti. Cui potrebbe seguirne un’altra fra i popolari e i conservatori, in una edizione europea del centrodestra italiano. Dove, è vero, il leader leghista Matteo Salvini mostra qualche resistenza a confondersi con i popolari, e a distinguersi dall’estrema destra con la quale si è abituato a muoversi a Strasburgo. Ma in politica, si sa dai tempi in cui in Italia democristiani e comunisti si annusavano dopo essersi scontrati nelle elezioni, “mai dire mai”.

         Sarà pur vero, come ha detto l’ex ministro, che la Meloni strizza troppo l’occhio agli evasori e sono “pochissimi gli investimenti privati e pubblici”, che c’è una “fuga di massa verso l’estero”, “nessuna capacità di spesa del Pnrr” e “infrastrutture ai minimi termini”, per quanto Salvini -sempre lui- sia sicuro di costruire finalmente il Ponte sullo stretto di Messina. Sarà pur vero che “purtroppo la barca fa acqua ma la destra festeggia”, come ai tempi -ripeto- dell’ultimo governo Berlusconi. E’anche vero tuttavia che la sinistra è messa peggio della destra ed è perciò la prima garanzia di cui dispone la destra per continuare a governare.  

         “La sinistra? Dov’è la sinistra?”, ha chiesto chi pure l’ha a lungo rappresentata in Parlamento e nel governo. “Finora -si è risposto da solo Vincenzo Visco- la vedo rappresentata da notabili ex democristiani. E poi, diciamoci la verità, la sinistra ha perso colpi quando ha scelto di rifiutare la demagogia come elemento caratteristico del proprio discorso pubblico” e “ha affrontato la realtà senza disconoscerla o manipolarla”. Meloni comprensibilmente ringrazia.

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Passano le feste ma non l’ossessione del fascismo in agguato in Italia e ora anche in Europa

         Passano le feste religiose, civili, elettorali, almeno di chi esce vincente dalle urne di turno, gli archivi si arricchiscono di foto che rappresentano plasticamente i cambiamenti intervenuti negli equilibri politici, come quelle di Giorgia Meloni fra giardini e salotti del Quirinale o ai Fori imperiali, incoraggiata dal pubblico prima e dopo la sfilata militare del 2 giugno, ma non cambia la rappresentazione della politica da parte degli sconfitti nell’ultimo rinnovo delle Camere. L’Italia per costoro è sempre sull’orlo di un nuovo fascismo. Anzi, adesso lo è l’intera Europa, dove la Meloni, sempre lei, sostenuta e incoraggiata in Italia da Silvio Berlusconi, persegue un cambiamento delle tradizionali alleanze fra i partiti maggiori per realizzare un centrodestra anche a Bruxelles, attorno alla Commissione esecutiva dell’Ue che sarà formata l’anno prossimo, sostituendo i socialisti con i conservatori accanto ai popolari.

         “Sì, credo sia possibile. Una maggioranza di centrodestra -ha detto Berlusconi al direttore del suo ormai ex Giornale di famiglia parlando, immagino, accanto all’onorevole e convivente Marta Fascina, che lui considera e chiama “moglie”- sarebbe una svolta importante e darebbe nuovo impulso al funzionamento delle istituzioni europee, superando ogni residua forma di scetticismo verso la casa comunitaria. La maggioranza fra popolari, liberali e socialisti, che ha retto le istituzioni europee per molti anni, ha fatto il suo tempo”.

         Di tutt’altro avviso è naturalmente Domani, il giornale del vecchio antagonista di Berlusconi nel campo editoriale e non solo, cioè Carlo De Benedetti. Sul cui quotidiano l’ex direttore dell’Espresso Marco Damilano liquida un’Europa di centrodestra come “un saloon” di sovranisti, in cui varranno come “unica regola i rapporti di forza”, anche a causa del clima creato da Putin. Il quale “perderà militarmente” la sua guerra all’Ucraina ma “vincerà politicamente se il dopoguerra sarà caratterizzato da una distesa di Stati e di leader nazionalisti” nel vecchio continente.

         La paura di un centrodestra vincente anche in Europa nelle elezioni dell’anno prossimo per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo è avvertita naturalmente anche da chi si è abituato a governare a Bruxelles, a livello sia politico sia burocratico. Ciò spiega l’ultima intemerata di due portavoce della Commissione contro il governo italiano, che ha risposto per le rime con un lungo comunicato di Palazzo Chigi, per presunti ritardi o ridotti controlli nella realizzazione del piano di ripresa e risilienza. E’seguita quella che Repubblica ha definito vistosamente una “tregua armata”. E una protesta della consorella Stampa contro la durezza della reazione della Meloni: “un cannone che spara a un passerotto”, ha scritto il direttore Massimo Giannini lamentando anche “i manganelli della destra mediatica che colpiscono compatti, debitamente ispirati dai rispettivi danti causa di Palazzo”.

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