Povera Elly Schlein, già a questo punto così critico della sua carriera di segretaria del Pd, pur cominciata meno di quattro mesi fa con l’elezione del 26 febbraio nelle primarie conclusive di un congresso durato non si sa più neppure quanto, tanta è stata la confusione nella quale fu promosso e condotto.
Pentita di aver dovuto partecipare, per ragioni quanto meno di galateo politico impostele dai maggiorenti del partito, ai funerali di Stato di Silvio Berlusconi certificati dalla presenza per niente formale o controvoglia del presidente della Repubblica, la segretaria del Pd è tornata sulla decisione già annunciata, o comunque nota agli addetti ai lavori, di non partecipare alla cosiddetta “piazza d’opposizione” delle 5 Stelle. Opposizione al governo per i tagli al reddito di cittadinanza, le cosiddette precarietà e gli aiuti militari all’Ucraina aggredita da Putin. Elly vi è andata nella sua combinazione di colori abbracciando “Giuseppe”, cioè Conte, che l’aspettava per esserne stato informato durante la notte. Ma la scena le è stata rapidamente rubata da un esperto di teatro come Beppe Grillo, che da “garante” del movimento, che ne paga più o meno profumatamente la consulenza “comunicativa”, è saltato sul palco e ha imposto il suo “caos”, come ha efficacemente titolato La Stampa. Egli ha, fra l’alro, incitato il pubblico a organizzarsi in “brigate” e a calarsi il passamontagna per fare lavori notturni di manutenzione dei “marciapiedi” nelle città -si presume- dove questi, grazie a mancate amministrazioni grilline, sono ancora accessibili o praticabili, non ostruiti da monnezza, cinghiali e contorni.
Alcuni quotidiani di area di centrodestra sono stati meno ragionevoli o realisti della Stampa ed hanno preferito prendere sul serio il comico ormai in declino elettorale. Il Giornale ancora ma solo parzialmente della famiglia Berlusconi ha accusato “il cattivo maestro” di “scherzare col fuoco”, volente o nolente. Libero ha titolato sulle “brigate giallorosse” che “cercano il morto”. Esagerazioni, per fortuna. Propendo piuttosto per le “brigate comiche”, come le ha chiamate Il Tempo, dello stesso editore degli altri due quotidiani.
Ma anche considerate allo stesso livello comico del suo promotore, colto dal vignettista Stefano Rolli sul Secolo XIX nella posa dell’attore che rivendica il suo primato sulla comparsa Giuseppe Conte travestito da presidente del Movimento, le “brigate” partorite dalla “piazza d’opposizione” esaltata dal Fatto Quotidiano stendono sulla presenza e partecipazione della segreteria del Pd un velo che è un po’ anche un veleno per i problemi che Elly Schlein ha al Nazareno. Dove ho l’impressione che crescano di numero e di irrequietezza quanti, già contrari all’origine o poi pentitisi di averla aiutata nella scalata al Pd, pensano che siano troppi e troppo pericolosi i 12 mesi che li separano dalle elezioni europee alle quali si sono condannati a farsi rappresentare da lei nell’immaginario collettivo, chiamiamolo così.
Avevo già scritto, modestamente, che i veri vedovi di Silvio Berlusconi si sarebbero rivelati i suoi avversari, più dei suoi familiari, a cominciare naturalmente dall’onorevole Marta Fascina, che il suo uomo chiamava moglie ostentando ultimamente anche una fede al dito. E che ha giustamente colpito e commosso milioni di persone che da casa l’hanno vista impietrita nel Duomo di Milano accanto alla bara, con gli occhi bagnati e fissi sul feretro.
Avevo modestamente già scritto, ripeto, dei vedovi di Berlusconi da cercare fuori dalla sua famiglia e dalla cerchia più stretta degli amici, ma francamente non immaginavo che lo spettacolo, chiamiamolo così, si sviluppasse così rapidamente e clamorosamente.
La demonizzazione di Berlusconi, fra realtà e sarcasmo, si è subito trasferita sulla leader che ne ha coraggiosamente rivendicato l’eredità politica e promesso la continuità: la premier Gorgia Meloni. Che sul giornale orgogliosamente, quasi maniacalmente più antiberlusconiano sul mercato, naturalmente Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, ieri si era già guadagnato il soprannome di “Melusconi”, come la buonanima di Giampaolo Pansa aveva trasformato Massimo D’Alema in “Dalemoni” quando si convinse, a torto o a ragione, che l’uno avesse deciso di governare praticamente per conto dell’altro dopo avere fatto fuori il primo Romano Prodi a Palazzo Chigi. Oggi, non bastandogli il “Melusconi” di ieri, Travaglio ha nominato e rappresentato la premier in carica “La Marchesa del Grillo”, mettendole in bocca le parole attribuite in un film dall’indimenticabile Alberto Sordi: “Io so io e voi..” non siete un cazzo, censurato in un sussulto di buona e ipocrita educazione.
Non è che l’apparentemente austera Repubblica sia andata più leggera chiamando “legge salvacorrotti”, su tutta la sua prima pagina di oggi, quella appena proposta dal governo al Parlamento per abolire l’abuso d’ufficio, che produce da tempo più paralisi amministrative che condanne, pochissime. E cui la nova segretaria del Pd Elly Schlein ha subito dichiarato guerra per quanto informata che i sindaci del suo partito da tempo non aspettavano altro intervento per potere finalmente svolgere davvero il proprio mandato.
La nuova legge è disinvoltamente “salvacorrotti” come era “spazzacorotti” quella varata nel 2019 dal primo governo di Giuseppe Conte e ancor prima quella della ministra della Giustizia Paola Severino, del governo di Mario Monti, usata anche per far decadere Berlusconi da senatore dopo la curiosa condanna per evasione fiscale del contribuente italiano che aveva pagato e pagava più tasse di tutti nel suo Paese.
Ma oltre che “salvacorrotti”, la legge appena proposta dal governo si è guadagnata il soprannome di “bavaglio” per i problemi che pone a quelli che Mattia Fetri ha giustamente chiamato sulla Stampa non giornalisti ma “copiatori”, lesti nel riprodurre carte, e simili, di sputtanamento del prossimo, neppure sotto processo, appena ricevute da fonti giudiziarie.
Niente da fare. Il povero Silvio Berlusconi si è fatto cremare come in una estrema, generosa pacificazione con gli avversari, pur avendo a suo tempo scherzato su quanto gli sarebbe potuta costare una tomba dove depositare il suo corpo per soli tre giorni, trascorsi i quali sarebbe risorto come Gesù, restituendo al Padre l’incubo di finire per diventargli il vice, e già i nemici sono tornati ad avvertirne la presenza. Una presenza naturalmente minacciosa come sempre, non inoffensiva secondo la rappresentazione dell’arcivescovo di Milano.
Berlusconi “è già risorto”, come ha immaginato e titolato il solito, ossessionato Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, per fare la festa questa volta non allo Stato, i cui funerali sarebbero coincisi mercoledì pomeriggio col suo, ma più in particolare all’odiata Giustizia, con la maiuscola. Una festa che non sarà breve perché il governo di Giorgia Meloni e il Guardasigilli Carlo Nordio, lasciati in eredità dal Cavaliere all’Italia, procederanno per tappe. Ieri ne hanno affrontato solo la prima col disegno di legge finalizzato all’abolizione dell’abuso di fiducia, ad una limitata inappellaiblità delle assoluzioni e ad un uso, o abuso, meno facile del carcere preventivo e dello sputtamamento anche di persone estranee, o terze, ad un processo rivelandone intercettazioni privatissime e prive di ogni valore penale. “Giustizia è rifatta”, ha un po’ esagerato con soddisfazione Libero. “Segnali timidi ma importanti”, ha con più prudenza commentato l’avvocato Gian Domenico Caiazza sul Riformista.
“La giustizia”, al minucolo, “di Silvio”, ha strillato Repubblica rincarando un po’ la dose col commento di Carlo Bonini titolato “una vendetta chiamata riforma”.
Naturalmente la partenza è bastata e avanzata per provocare quella che il Corriere della Sera ha definito “alta tensione” fra Nordio e magistrati. Ai quali il ministro ha ricordato che il loro compito è di applicare le leggi approvate liberamente dal Parlamento, senza giudicarle e tanto meno interferire in vario modo per scriverle al suo posto, come è stato tanto a lungo permesso.
Anche il Presidente della Repubblica, e del Consiglio Superiore della Magistratura, Sergio Mattarella, presente lo stesso Nordio, ha voluto cogliere l’occasione offertagli al Quirinale dall’incontro con le toghe di turno reduci dal tirocinio per esortarle, fra l’altro, alla “irreprensibilità e riservatezza dei comportanti individuali, così da evitare i rischi di apparire condizionalbili o di parte” e sottrarsi alla tentazione di “personalismi, arroccamenti su posizioni precostituite, e soprattutto di “pericolosa percezione di voi stessi quali autorità morali”.
Sono per fortuna lontani i tempi in cui dal Quirinale il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro correva alle assemblee sindacali delle toghe per assicurarle che mai e poi mai, per esempio, avrebbe firmato una legge per la separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici, di cui già allora si parlava.
Al professore Giovanni Orsina è capitato di anticipare di alcune ore, e forse persino di ispirare, l’omelìa dell’arcivescovo metropolita Mario Enrico Delpini ai funerali di Stato di Silvio Berlusconi nel Duomo di Milano, alla presenza del Capo dello Stato. Intervistato dal Quotidiano Nazionale, che raggruppa Il Giorno di Milano, Il Resto del Carlino di Bologna e La Nazione di Firenze, il professore editorialista della Stampa aveva così risposto alla domanda su cosa fosse il berlusconismo: “E’ una grande celebrazione della vitalità italiana”.
“Vivere. Vivere- ha scandito l’arcivescovo Delpini dopo il Vangelo- e amare la vita. Vivere e desiderare una vita piena. Vivere e desiderare che la vita sia buona, bella per sé e per le persone care. Vivere e intendere la vita come una occasione per mettere a frutto i talenti ricevuti. Vivere e accettare le sfide della vita. Vivere e attraversare i momenti difficili della vita. Vivere e resistere e non lasciarsi abbattere dalle sconfitte e credere che c’è sempre una speranza di vittoria, di riscatto, di vita. Vivere e desiderare una vita che non finisce e avere coraggio e avere fiducia e credere che ci sia sempre una via d’uscita anche dalla valle più oscura. Vivere e non sottrarsi alle sfide, ai contrasti, agli insulti, alle critiche, e continuare a sorridere, a sfidare, a contrastare, a ridere degli insulti. Vivere e sentire le forze esaurirsi, vivere e soffrire il declino e continuare a sorridere, a provare, a tentare una via per vivere ancora”.
Impeccabile rappresentazione, direi, di Berlusconi e, appunto, del berlusconismo. Di Berlusconi e della sua lunga avventura di uomo, di imprenditore, di politico. “La lezione di Delpini alla piccineria del moralismo meschino”, ha felicemente titolato in rosso il suo commento Giuliano Ferrara sul Foglio, aggiungendo in nero: “Nella sua omelia un perfetto ritratto del Cav. Non resta che sorridere delle cattiverie senza grazia”. “Tutto è perdonato”, ha preferito invece commentare nel suo titolo di apertura Domani, il giornale di Carlo De Benedetti che sorprendendo -spero- il suo stesso editore, rapido in un necrologio di rispetto sul Corriere della Sera, non aveva ritenuto degna della sua prima pagina, martedì scorso, addirittura la notizia della morte di Berlusconi, quasi tradendo la rabbia di avere perduto un usuale e persino comodo obbiettivo polemico.
Neppure Travaglio sul suo Fatto Quotidiano era arrivato a tanto. Né vi arriverà, visto l’impegno appena assunto con i suoi lettori di praticare un vigile e permanente “antberlusconismo”. Che -ha spiegato- “non è un “male” da archiviare ma un altissimo valore etico-politico da mantenere ben saldo”, peraltro attribuito erroneamente alla sinistra perché essa “non è mai stata antiberlusconiana neppure per un giorno, anzi”. E giù di seguito un lungo elenco di piaceri, omissioni e altro che sarebbero state riservate dai vari D’Alema e Prodi prima che sulla scena politica irrompessero evidentemente Beppe Grillo e Giuseppe Conte, non a caso tenutisi entrambi ben lontani dai funerali di “beatificazione” civile e religiosa di Berlusconi. La nuova segretaria del Pd Elly Schlein vi è accorsa pure lei. Nulla di imprevisto e neppure più clamoroso, per carità. Ciascuno alla fine sceglie l’ossessione alla quale impiccarsi o ,più semplicemente, impiccare il suo umore.
Si è detto e scritto che l’omelia dell’arcivescovo Delpini sia stata la vera sorpresa, di carattere persino “sacrale”, del funerale di Silvio Berlusconi. Che spero gli procuri quella berretta cardinalizia che ancora gli manca a circa sei anni dalla successione al cardinale Angelo Scola decisa da Papa Francesco alla guida della Diocesi più grande d’Europa, con le sue 1.107 parrocchie distribuite in 4.234 chilometri quadrati in cui sono comprese le province di Milano, Varese, Lecco, Monza Brianza, parte di Como e pezzi anche delle province di Bergamo e Pavia. Mario Enrico Delpini, di Gallarate, 72 anni da compiere il 29 luglio, sarebbe un cardinale coi fiocchi davvero, come tanti suoi illustri predecessori a Milano.
A funerali di Stato -non dello Stato, secondo la formula denigratoria del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio- conclusi come meglio non si poteva prevedere per il bagno di folla dell’estinto, si può dire con tutta tranquillità che i veri vedovi di Silvio Berlusconi, pur comprendendo e condividendo il dolore di familiari e amici, sono i suoi avversari. Ai quali è venuto a mancare il pretesto per sostituire i loro vuoti di idee e programmi col fango da rovesciare in quantità industriale contro l’ex presidente del Consiglio. Cui non è mai stato perdonato di avere sconfitto quella famosa e “giocosa macchina da guerra” allestita da Achille Occhetto nel 1994 per consegnare il Paese ad una sinistra che di comunista aveva perso solo il nome,non la nomenclatura e la militanza.
Fu una macchina portata in pista a meno di due anni dalle precedenti elezioni, del 5 e 6 aprile 1992, grazie alla disponibilità di un presidente del Consiglio -Carlo Azeglio Ciampi- dipendente dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e dello stesso Scalfaro. Che negò clamorosamente udienza al capogruppo democristiano della Camera, il compianto Gerardo Bianco, che voleva solo dimostrargli, con i numeri ben scritti su un foglietto di carta, che il governo avrebbe potuto continuare a disporre di una maggioranza anche senza i comunisti, o ex o post. Che d’altronde se ne erano già andati dall’esecutivo Ciampi quasi nello stesso giorno del giuramento per la mancata concessione a scrutinio segreto, a Montecitorio, di tutte le autorizzazioni chieste dalla magistratura per processare a tamburo battente Bettino Craxi: il capro espiatorio della diffusissima e notissima pratica del finanziamento irregolare -pardon, illegale- dei partiti e, più in generale, della politica.
Massimo D’Alema ha ieri riconosciuto in una intervista al Corriere della Sera che in quegli anni “si era determinato nel nostro Paese”, e sviluppato in quelli successivi alla sorprendente vittoria di Berlusconi, “uno squilibrio nei rapporti tra poteri dello Stato, L’indebolimento del sistema dei partiti lasciò campo a una crescita del potere “politico” della magistratura, che si arrogò il compiuto di fare qualcosa di più che perseguire i reati, come per esempio vigilare sull’etica pubblica e promuovere il ricambio della classe dirigente. Il tema era il riequilibrio”, impedito secondo D’Alema proprio dal sopraggiunto Berlusconi e dai suoi “scontri” con i giudici.
Ora che Berlusconi non c’è più, come potranno i suoi avversari continuare ad usarlo contro il progetto di riforma della giustizia in senso garantista la cui prima parte predisposta dal Guardasigilli Carlo Nordio approda proprio oggi nel Consiglio dei Ministri? “Avanti, Nordio”, ha titolato Il Riformista di Matteo Renzi. Come contrastarlo? Ecco una domanda che deve essersi posta la segretaria del Pd Elly Schlein partecipando, bontà sua, ai funerali di Berlusconi, e non disertandoli come Giuseppe Conte per meritarsi la stima di Marco Travaglio.
A pochi giorni, o ore, di distanza sono tornati a incrociarsi drammaticamente i due protagonisti, o esponenti emblematici, della stagione bipolare della politica italiana cominciata nel 1994. Muore Silvio Berlusconi, il vincitore delle elezioni anticipate d quell’anno volute da un Achille Occhetto convinto di stravincerle e concesse al Quirinale da un Oscar Luigi Scalfaro insofferente ad ogni resistenza, e Romano Prodi, il primo antagonista riuscito poi a sconfiggere il Cavaliere, perde la moglie Flavia, mortagli fra le braccia vicino ad Assisi.
Ci sarebbe da rimanere impietriti davanti a tanta tragica coincidenza, che dà la misura dell’imponderabile che sovrasta tutto e tutti. E da mettersi le mani fra i capelli di fronte agli ultimi sprechi d’odio di cui si sono rivelati capaci i nemici di Berlusconi contestandone gli odierni funerali di Stato -diventati “funerali dello Stato” nel titolo di copertina del Fatto Quotidiano– e il lutto nazionale proclamato dal governo. “Un lutto per dividere”, ha voluto titolare anche Repubblica con una decisione che forse non avrebbe preso il fondatore Eugenio Scalfari, tentato negli ultimi anni addirittura dall’idea di votare il pur odiato Berlusconi contro l’ancor più odiato e, secondo lui, pericoloso Beppe Grillo.
Non contento dei suoi titoli -dopo il “banana” dato ieri all’appena defunto ex presidente del Consiglio, il direttore del giornale ormai più spietato d’Italia ha voluto insultare nel suo editoriale contro “la leggenda del santo corruttore” praticamente tutta la stampa e la televisione, anche quella che ne ospita quasi quotidianamente le opinioni e i lazzi, cioè la 7 di Urbano Cairo, per la presunta accondiscendenza verso un morto immeritevole di rispetto e umana pietà. “Agli innumerevoli delitti commessi da vivo. B. ne ha aggiunto un ultimo da morto”, appunto. “Il più imperdonabile”, ha aggiunto Travaglio spiegando: “averci lasciato questa corte di vedove (non le due vere e quella finta: tutte le altre), prefiche, leccaculi, paraculi, piduisti, terzisti, parassiti, prosseneti, camerieri, servi sciocchi e soprattutto furbi che da due giorni lacrimano per finta (solo lui riusciva a piangere davvero a comando) a reti unificate, devastando quel po’ di informazione e di dignità nazionale che gli erano sopravvissute”.
Continua tuttavia ad esserci non dico un giornale diverso dal suo, né un partito o movimento ma almeno un uomo che consente a Travaglio di consolarsi. Si tratta naturalmente di Giuseppe Conte, l’ex presidente del Consiglio ingiustamente allontanato da Palazzo Chigi da Sergio Mattarella per sostituirlo prima con Mario Draghi e poi con Giorgia Meloni. A costui sono bastate le proteste di Travaglio per rimangiarsi alcune parole di rispetto sfuggitegli per il morto Berlusconi e annunciare il rifiuto di partecipare ai funerali unendosi -parole sempre del titolo del Fatto Quotidiano- a “Mattarella, Meloni, Schlein & C in Duomo”, a Milano.
E’ inutile che ve lo nasconda. Il primo giornale che ho avuto la curiosità di vedere oggi, con la notizia delle morte di Silvio Berlusconi su tutte le prime pagine, fatta eccezione per quella volutamente distratta del Domani di Carlo De Benedetti, è stato Il Fatto Quotidiano. Che non ha disatteso le peggiori previsioni con quella specie di manifesto sulla “Repubblica del Banana” che Marco Travaglio spera forse sia morte col suo fondatore, protagonista e quant’altro.
In un attacco di bile, quasi prevedendo il titolo “Ha vinto lui” che stava confezionando Maurizio Belpietro sulla sua Verità, Travaglio ha così descritto lo scenario a suo avviso orrendo allestito per l’estremo saluto all’estinto: “E’ morto a 86 anni il fondatore di Fininvest e Forza Italia, capo di 4 governi, pregiudicato per frode fiscale, finanziatore della mafia e 9 volte prescritto. Le Tv lo beatificano a reti unificate. Domani i funerali di Stato con Mattarella e pure lutto nazionale”.
Spero umanamente e cristianamente che qualche amico volenteroso non perda d’occhio il direttore del Fatto fra oggi e domani, specialmente domani, dopo che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sarà entrato nel Duomo di Milano per omaggiare l’estinto e pregare per lui. Non vorrei che, desolato da tanto spettacolo. Il nostro facesse qualche pazzia, magari autolesionistica. O solo perdesse la fede rimuginando sul troppo sobrio titolo, forse, dedicato a Banana, come lui lo chiama, da Avvenire, il giornale dei vescovi italiani: “Addio a Berlusconi, leader che ha innovato. E diviso”.
Se l‘oscar funerario, chiamiamolo così, del cattivo gusto o della ferocia politica se l’è guadagnato Travaglio, quello della furbizia spetta forse a Matteo Renzi. Che sul Riformista ha celebrato canoramente Berlusconi titolando “Come te non c’è nessuno”. E in concorrenza col Giornale ancora parzialmente di faniglia, che lo ha salutato come “l’ultimo Cavaliere”, ne ha scritto come solo potrebbe un ammiratore, un figlio adottato, un aspirante erede, un royal baby di ferraresca memoria -da Giuliano Ferrara- avrebbe potuto onestamente fare.
“Berlusconi -ha raccontato quasi autobiograficamente Renzi- sorrideva perché amava la vita, perché l’ha gustata fino alla fine, perché era capace di ironia e autoironia. Ed è con quel sorriso, caro Presidente, che oggi ti salutiamo. Sei stato incontenibile e imprevedibile. Hai fatto saltare ogni schema, ogni protocollo. Ti ricorderemo come un uomo affamato di vita. Che la terra ti sia lieve”. Il controcanto è quello del già ricordato Ferrara sul Foglio, che si è firmato con nome e cognome in prima pagina, come Renzi sul Riformista, scrivendo così del loro comune amico: “ Inutile ripercorrere il labirinto delle sue grandezze, dei suoi errori, delle sue sconcezze culturali, delle sue invenzioni clamorose, delle sue raffinatezze, del suo linguaggio benigno e oltraggioso, dei suoi incantamenti”.
Vi racconto non Silvio Berlusconi – sarei presuntuoso- ma quello che ho conosciuto – presentatomi a metà degli anni Settanta dal comune amico Roberto Gervaso, quando ero capo della redazione romana del Giornale fondato e diretto da Indro Montanelli- poi frequentato, poi ancora avuto come editore più volte, inutilmente consigliato su richiesta non so fino a che punto convinta e infine perso di vista, diciamo così. Ma anche di voce, non essendoci più nemmeno sentiti. Alla sua morte la vita mi consente di fornire una testimonianza utile forse a comprenderne la complessa personalità che altri -beati loro- ritengono di avere capito del tutto per condividerla o contrastarla.
Quando da semplice lettore e ammiratore del Giornale di Montanelli egli divenne editore, peraltro acquistando anche la mia modestissima azione conferitami con l’assunzione, e non ero più da qualche anno capo della redazione romana ma editorialista politico, fui raggiunto dalla prima telefonata di Berlusconi. Che si lamentava di un controcorrente di Montanelli ancora fresco di stampa in cui l’allora segretario della Dc Flaminio Piccoli veniva preso in giro per avere “perduto anche quello che non ha, la testa” in una riunione di corrente, inveendo contro chi lo aveva criticato o solo chiesto chiarimenti sulla linea politica del partito. “Io -mi disse Berlusconi- sono orgoglioso di avere acquistato il Giornale ma non posso per questo finire di fare l’imprenditore. Non sarebbe utile neppure a voi”. Mi trovai in un imbarazzo fottuto, essendo stato io a fornire a Montanelli gli elementi di quel corsivo confidatimi da un giovanissimo Pier Ferdinando Casini neppure ancora parlamentare, ma straordinario nell’imitare Piccoli anche nella voce e nella mimica facciale.
Certo, non potevo vantarmene e tanto meno scusarmene con Berlusconi. Al quale mi permisi di chiedere solo se si fosse già doluto direttamente col direttore. Alla risposta fortunatamente negativa mi permisi di consigliargli di non farlo e di lasciarmi il tentativo di fargli quanto meno ridurre l’ansia che avevo colto nel suo sfogo. E così mi inventai, sempre al telefono, con Montanelli di avare appena raccolto da amici stretti e collaboratori di Piccoli il racconto di sue reazioni quasi isteriche e minacciose a quel controcorrente. Ne raccolsi l’effetto desiderato: un misto di compiacimento e di rimorso con la finale raccomandazione di dare alle nostre cronache e valutazioni “un pò di tregua” al segretario di un partito fra i cui elettori c’erano anche molti lettori del nostro Giornale: la stessa cosa- devo dirvi- che egli dopo qualche anno mi sottolineò quando a Piccoli subentrò alla guida della Dc Ciriaco De Mita. Col quale però le cose sarebbero finite peggio, con uno scontro a sbocco giudiziario, avendogli Montanelli dato ad un ceto punto del mezzo mafioso o camorrista. Ma in quel momento io per fortuna non ero più al Giornale, essendosi le nostre strade separate per una diversa valutazione del craxismo. Che certa Dc cominciava a soffrire avvenendo il rischio di perdere Palazzo Chigi, oltre ai voti.
Vi lascio immaginare il sollievo e il ringraziamento ricevuti da Berlusconi per avere indotto Montanelli ad una tregua nei rapporti col segretario trentino della Dc.
Vi risparmio altri passaggi per saltare alla mattina in cui, da direttore del Giorno, dove peraltro ero arrivato verso la fine degli anni Ottanta dalla postazione di direttore del primo telegiornale della Fininvest berlusconiana chiamato americanamente “Dentro la notizia”, raccolsi per telefono un altro sfogo del Cavaliere. Era contro il nostro comune amico Bettino Craxi, che prima lo aveva incoraggiato a scalare la Mondadori, anche a costo di indebitarsi moltissimo, e poi aveva permesso al presidente del Consiglio Giulio Andreotti di puntargli “quasi la pistola alla testa” per chiudere con un compromesso la vertenza apertasi con Carlo De Benedetti ed Eugenio Scalfari, decisi a non lasciargli il controllo anche di Repubblica e giornali locali.
Interpretai, a torto o a ragione, quello sfogo come una richiesta di intervento su Craxi, come quella volta su Montanelli per Piccoli. Il risultato fu un altro sfogo, opposto, di Bettino sorpreso dalle complicazioni giudiziarie della scalata alla Mondadori esclusegli da Berlusconi quando gliene aveva parlato. Lo sfogo si concluse comunque con la promessa di spiegare personalmente all’interessato come e perché non fosse il caso di scartare la ricerca del compromesso affidata da Andreotti all’amico Giuseppe Ciarrapico. Che era destinato peraltro a diventare curiosamente senatore nelle liste del Pdl creato da Berlusconi nella sua esperienza politica, dopo la fondazione di Forza Italia.
Facciamo un altro salto per arrivare ad una domenica dei primi anni Novanta nella tribuna d’onore dello stadio milanese di San Siro, dove ero spesso ospite sicuramente di Adriano Galliani ma non ho mai ben capito se anche di Berlusconi, col quale tuttavia parlavo di frequente. Ebbene, mentre tirava una brutta aria per il sindaco milanese Paolo Pillitteri, comune amico e cognato di Bettino, commentai la fila che facevano gli spettatori per scavalcare le separazioni delle tribune e ottenere da Berlusconi un autografo. Mi venne l’idea, forse infelice, di chiedergli se non gli potesse venire davvero la voglia, attribuitagli da qualche parte, di candidarsi a Palazzo Marino. Ne ottenni non una risposta ma una smorfia indecifrabile, che capii meglio qualche giorno dopo, quando venne fuori sui giornali una frase in dialetto milanese della sorella di Bettino, e moglie del mio amico Paolo, sulla necessità che ognuno facesse il proprio mestiere. Altro che sindaco di Milano, il Cavaliere era però destinato a “scendere” -avrebbe detto lui stesso- in politica puntando direttamente a Palazzo Chigi.
A proposito di quella discesa, maturata ed avvenuta quando io avevo lasciato la direzione del Giorno e rientrato in Fininvest per i commenti a Parlamento in, pur non essendo mai stato invitato ad alcuna riunione preparatoria, ma solo investito dell’incarico di qualche incontro con i dipendenti di Pubblitalia per aiutarli alla lettura e interpretazione dei giornali, mi sentii chiedere dal comune amico Fedele Confalonieri di consigliare “a Silvio” di non mettersi in politica. Rifiutai ritenendo di non averne il diritto perché mai invitato dall’interessato in prima persona ad esprimere un parere, Seguì una proposta di fargli da portavoce, una “specie di Intini per Silvio”. Io risposi che bisognava sapere bene che cosa Berlusconi avesse in testa di fare. E lui, Fedele, pronto a cercare Berlusconi al telefono per farmelo spiegare. E lui, Berlusconi, a sua volta, parlandomi da un’auto, di cui avvertivo il rumore del motore, fece finta di non avere deciso ancora di preciso che cosa fare. Pertanto mi chiese finalmente con chi gli consigliassi di allearsi nel caso in cui avesse voluto compiere il grande passo,
Informato da qualche settimana per altre vie della proposta fattagli o ventilatagli dall’allora segretario della Dc Mino Martinazzoli di lasciarsi candidare da indipendente nelle liste scudocrociate al Senato, come era avvento nel dopoguerra con Cesare Merzagora, che ne sarebbe poi diventato il presidente, mi permisi di consigliare a Berlusconi l’accordo, appunto, con i democristiani. Ma quelli -mi rispose- hanno già Mario Segni candidato a Palazzo Chigi. E io gli chiesi quanto tempo pensasse che avrebbe potuto durare lì il pur comune amico Mariotto. Dopo il quale egli avrebbe ben potuto giocare qualche carta per succedergli. “Ma -mi rispose il Cavaliere- quelli della Lega mi hanno già proposto la presidenza del Consiglio”. Nacque così la Casa della Libertà e tutto il resto.
Mi rimase solo la soddisfazione, ad elezioni concluse nel marzo del 1994, di fagli notare, in un occasionale incontro nei corridoi di Montecitorio, mentre io avevo già cominciato la pratica del pensionamento anticipato all’istituto previdenziale dei giornalisti, di fargli notare che l’allegra macchina da guerra di Achille Occhetto sarebbe stata ugualmente sconfitta, ma da una coalizione di centro, se lui non avesse incoraggiato la diaspora democristiana scommettendo su leghisti e missini peraltro incapaci di stare insieme nelle stesse liste di coalizione al Nord e al Sud. Non a caso, del resto, il suo primo governo sarebbe stato rapidamente rovesciato da Bossi.
Ci ritrovammo qualche altra volta, per esempio attorno alla bara di Craxi appena interrata ad Hammamet, ma sempre di meno, fino a niente. La terra le sia lieve, presidente, visto che in una vita non certo breve non siamo mai riusciti a darci neppure del tu, come in tanti invece si sono presi il permesso, o ai quali è stato concesso di fare per poi litigare fra le proteste e gli insulti di cortigiani, più che di amici.
Alessandro Sallusti, il giornalista che in fondo gli è stato il più fedele fra quanti ne hanno accompagnato l’avventura politica, col fiuto del vecchio cronista e dell’amico sinceramente allarmato si era lasciato scappare l’altro ieri su tutta la prima pagina di Libero un “cribbio” disperato apprendendo dell’improvviso, nuovo ricovero di Silvio Berlusconi in ospedale a Milano. Da dove era appena uscito dopo 45 giorni di ricovero in gran parte in terapia intensiva. “Ci risiamo”, aveva aggiunto il direttore del quotidiano peraltro sulla strada del ritorno alla guida del Giornale appena entrato nel portafogli della famiglia Angelucci.
Proprio la cessione del Giornale fondato nel 1974 da Indro Montanelli è stata l’ultima e forse più dolorosa operazione dell’ormai compianto Cavaliere. Che aveva soccorso Montanelli come editore in un momento di grandissima difficoltà, quando il Giornale nato da una clamorosa scissione del Corriere della Sera rischiava di chiudere e Berlusconi si disse orgoglioso e onorato di dargli una mano. Gli scrisse anche una lettera -poi venuta fuori al momento della rottura, nel 1994- per assicurargli che il “padrone” del quotidiano sarebbe rimasto quello che lo aveva fondato. Lui, l’editore, avrebbe solo rimesso i soldi, e quanti.
A dividere la coppia fu la politica, Quella passionaccia dalla quale Berlusconi si sarebbe lasciato conquistare un po’ per interesse, volendo mettere le sue aziende al riparo dalle rappresaglie di chi le riteneva procurate al Cavaliere dal Caf inteso come acronimo di Craxi, Andreotti e Forlani, ma un po’ davvero per amore verso l’Italia. Che non fu solo una trovata propagandistica nel messaggio letto nella sua villa di Arcore davanti ad una telecamera che solo lui aveva potuto foderare di una calza per migliorarne il rendimento cromatico.
La sua discesa in politica, a dire il vero, non fu tra le più lineari, circondato del resto da amici e familiari che gli sconsigliavano la politica conoscendone la imprevedibilità e spietatezza. All’inizio sembrò interessato più a favovire altri nell’azione di contrasto ai comunisti sopravvissuti alla caduta del muro di Berlino che ad esporsi in prima persona. Fu davvero a un passo dall’intesa con Mariotto Segni, che Umberto Bossi invece mandò a quel paese come un antesignano di Beppe Grillo ordinando a Bobo Maroni di togliersi dalla traiettoria della sua pur metaforica pistola. Fu proprio Bossi a convincere Berlusconi di candidarsi lui direttamente a Palazzo Chigi, salvo metterlo in croce in campagna elettorale e a rovesciarlo in pochi mesi, dopo averlo subito alla presidenza del Consiglio. Uno scenario, francamente, più da far west che da politica sofisticata. Eppure Berlusconi non si sarebbe lasciato vincere dallo sconforto. Ricominciò a tessere la tela strappata dal capo leghista, a ricostituire il centrodestra e a riportarlo al governo facendo letteralmente impazzire una sinistra che riteneva di avere preparato ben bene la conquista non del governo soltanto ma dello Stato dopo avere decapitato la cosiddetta e odiata prima Repubblica. Achille Occhetto, Massimo D’Alema e compagni non avevano previsto di dover fare i conti con lui, che un giorno sì e l’altro pure li faceva tremare col fantasma di Craxi, anche dopo la sua morte.
Il centrodestra sottovalutato e deriso dagli avversari, con Berlusconi trascinato in tribunale addirittura per prostituzione minorile, da cui sarebbe stato assolto senza per questo chiudere i processi a grappolo partoriti dalla fertile immaginazione delle Procure, si è sviluppato, ha avuto una sua evoluzione radicale su cui prima o dopo professori e simili dovranno pure riflettere. Berlusconi ha perduto progressivamente centralità, pur sbandierata in pubblico a dispetto di risultati elettorali sempre più modesti, ma è riuscito a lasciare al Paese una destra di cui la sinistra non riuscirà facilmente a liberarsi. Una destra che forse riuscirà a cambiare l’anno prossimo gli abituali equilibri politici anche dell’Unione Europea.
Ora si aprirà davvero il problema della successione a Berlusconi, non credo proprio destinata a seguire criteri familistici perché senza di lui tutto è destinato a cambiare da quelle parti. La sua è stata davvero un’avventura personale, personalissima, direi inimitabile.
Con quella “Scipiona l’africana sparata su tutta la prima pagina di Libero riferendo del “patto di Cartagine” che Giorgia Meloni è andata a stringere col presidente tunisino Kais Saied, portandosi appresso la presidente tedesca della Commissione europea di Bruxelles e l’olandese Mark Ruttle , il buon Alessandro Sallusti è riuscito dove neppure a Giulio Andreotti fu possibile. Farsi coinvolgere -disse una volta l’allora presidente del Consiglio a Indro Montanelli che avevo accompagnato da lui per una visita di cortesia nei primi anni del Giornale- “anche in qualcuna delle guerre puniche”. Montanelli che già aveva per conto suo un debole per Andreotti, ammirandone l’arguzia e la conoscenza come nessun’altro della macchina dello Stato, uscì dall’incontro dicendomi che contro quel “mostro” non c’era partita per nessuno. E rise di cuore quando gli inquirenti di Palermo lo immaginarono baciato da Totò Riina.
La Meloni è andata a Tunisi per due volte in pochi giorni piena di soldi e di buone intenzioni per evitare che dalle coste di quel Paese l’Italia finisca travolta da un’ondata di immigrazione per il fallimento di uno Stato che molti negli anni scorsi si erano abituati a considerare solo un conveniente luogo di vacanza, il rifugio di Bettino Craxi. Pare che la premier italiana non si capaciti dei dubbi nutriti contro Kais Saied dal presidente americano Joe Biden, di cui pure la prima donna a Palazzo Chigi è riuscita a conquistarsi la fiducia e la simpatia sul fronte non certamente secondario della guerra di Putin all’Ucraina.
I gufi in Italia stanno già scommettendo sulla guerra punica che la Meloni potrebbe perdere in Italia. Dove il più interessato ad un suo fiasco , pur non immaginando di potervi costruire sopra chissà che cosa, è Giuseppe Conte ringalluzzito come un pavone per essere stato l’unico oppositore ammesso da Bruno Vespa nella masseria pugliese che sostituisce d’estate la sua terza Camera, come Andreotti -sempre lui – definì la trasmissione Porta a Porta.
Con gli immigrati Conte ha già pasticciato abbastanza nei due passaggi a Palazzo Chigi, prima assecondando e poi sgambettando il suo ministro dell’Interno Matteo Salvini, ancora alle prese con un processo per sequestro di persone e altre nefandezze risparmiategli quando i due andavano d’accordo e poi rifilatogli a rapporti interrotti. Ma è assai improbabile, per quanto astuto cerchi di mostrarsi, che l’ex presidente del Consiglio possa tornare a Palazzo Chigi portato dagli inmigrati della Tunisia e degli altri paesi interni dell’Africa .