Continua a soffiare forte in Europa il vento dei conservatori

Più s’impiccolisce la testa di Putin, non solo nella vignetta di Emilio Giannelli sul Corriere della Sera, ispirata al mancato colpo di Stato a Mosca, non si capisce ancora bene a quale prezzo preciso, più soffia forte il vento conservatore in Europa, dal Nord al Sud. E’ L’Europa il sui sostegno politico e militare all’Ucraina aggredita dai russi, o post-sovietici, ha contribuito quanto meno a indebolire il capo del Cremlino che si proponeva come l’erede addirittura di Pietro il Grande.

         Dalle elezioni greche ripetute in un mese per sua scelta, e sfida alla sinistra di Alexis Tsipras scesa a un miserevole 17 per cento, il premier conservatore Kiriakos Mitsokatis è uscito con oltre il 40 per cento dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Che gli consente di formare un governo monocolore della sua Nuova Democrazia.

         Curiosamente in Italia la notizia non è stata ignorata soltanto dalla prima pagina del Fatto Quotidiano, dove gli eventi sgraditi o non utili al mondo politico delle 5 Stelle vengono nascosti, ma anche da fior di testate cui un successo dei conservatori dovrebbe invece provocare qualche soddisfazione. Mi riferisco, in particolare, al Giornale ora solo in parte della famiglia Berlusconi, a Libero, alla Verità e al Quotidiano Nazionale del gruppo Monti Riffeser, dove confluiscono in ordine rigorosamente alfabetico Il Giorno, la Nazione e Il Resto del Carlino.

         La Stampa di Torino, che nel gruppo editoriale del nipote del compianto Gianni Agnelli cerca di essere la più sofisticata rispetto a Repubblica e al Secolo XIX, oltre a ignorare la notizia, data invece dalle consorelle o confratelli, ha fatto qualcosa in più: ha voluto guastare, diciamo così, la soddisfazione della premier italiana Giorgia Meloni per la vittoria del suo omologo greco Mitsokatis contestandole il presunto declassamento subito negli Stati Uniti di Joe Biden. Che le avrà pure fatto la cortesia di destinare a Roma un nuovo ambasciatore  entusiasta di lei nel racconto dell’Italia fatto alla competente commissione del Congresso, ma l’ha saltata o dimenticata nelle consultazioni telefoniche di questi giorni sulla situazione della Russia. “Non è una novità: l’Italia -ha scritto con supponenza Alessandro De Angelis nel suo commento richiamato in prima pagina- non ha un gran peso specifico a livello internazionale. E non da oggi. Anche il quarto d’ora di celebrità vissuto con Mario Draghi, era dovuto più dal suo standing personale che a un ritrovato protagonismo. C’è poco da fare: in un mondo a-polare conti se rappresenti qualcosa in termini di problemi da risolvere”.

         L’Italia della Meloni invece “tentenna” e “non si vede”, anche se la premier è convinta del contrario. Anzi, ritiene di dare il meglio di sé proprio a livello internazionale, essendo costretta a livello interno a ingoiare qualche rospo, o a gestire qualche fastidiosa vicenda come quella mediatica e giudiziaria della sua amica, collega di partito e ministra del Turismo Daniela Santanchè.

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Da Mosca a Campobasso, a ciascuno le proprie ansie…

Mentre i russi, ma non solo loro, sono ancora col fiato sospeso per il tentato assalto a Mosca dei miliziani di Prizoghin, in Italia dobbiamo accontentarci, diciamo così, delle attese attorno al primo test elettorale dopo la morte di Silvio Berlusconi, per quanto assai modesto sul piano quantitativo, votandosi oggi e domani in una regione come il Molise. Che è penultima per numero di chiamati alle urne: trecentomila e rotti, di cui 80 mila residenti all’estero. Nell’elenco la segue solo la Valle d’Aosta, peraltro a statuto speciale, con poco più di centoventimila potenziali elettori, non tutti naturalmente accorsi alle urne nelle politiche dell’autunno scorso perché anche lì l’affluenza non è più quella di una volta.

         Il campione molisano agita sia il centrodestra raccoltosi attorno al candidato Francesco Roberti sia il centrosinistra assai potenziale, come al solito, raccoltosi con l’appendice di Carlo Calenda attorno al sindaco grillino di Campobasso Roberto Gravina. Sul quale ha scommesso il Pd di Elly Schlein ma così poco convintamente, o con una tale apprensione da avere sconsigliato sia alla Schlein sia a Giuseppe Conte, presidente delle 5 Stelle, una manifestazione comune, neppure in un remoto villaggio della regione. I due hanno potuto darsi  appuntamento solo in un bar di Campobasso, presente anche Nicola Fratoianni, con tanto di foto che si è prestata immediatamente, nel Pd, all’ironia dell’ex ministro della Difesa, il riformista Lorenzo Guerini. Il quale, precedendo una volta tanto i vignettisti, ha scherzato ma non troppo da Roma con questa battuta: “Non vorrei che dal campo largo si finisse a Campobasso”, appunto. E vi si rimanesse a consumare limonate e simili.  

Questo è in fondo l’epilogo intimamente desiderato da Guerini, già renziano ma rimasto nel Pd anche a costo di trovarsi in minoranza con tutti gli altri superati dalla Schlein nelle primarie finali del congresso aperte e vinte dai non iscritti, e magari votanti di altri partiti nelle politiche e nelle amministrative. Sono le regole del Pd che avevano tenuto lontano dal Nazareno sino alla morte il povero, incredulo Emanuele Macaluso, inutilmente consolato anche al Quirinale dall’amico Giorgio Napolitano che vi lavorava da presidente della Repubblica. E al quale, a proposito, vanno gli auguri per i 98 anni che compirà fra 4 giorni.

Il centrodestra molisano spera di conservare la regione grazie al voto “emotivo”, com’è stato chiamato quello in memoria ormai più di Berlusconi che dell’amministrazione uscente, guidata da un governatore che non è stato nemmeno riproposto. Il centrosinistra stampellato -ripeto- da Calenda, ma non da Renzi, spera semplicemente nel miracolo, visto il carattere della coalizione molto più eterogeneo, o dir poco,, dello schieramento opposto, incapace di andare oltre il bar deriso da Guerini. Ne sapremo di più già domani pomeriggio, quando a Mosca e dintorni probabilmente non saranno ancora chiare le condizioni reali di Putin tradito dai suoi mercenari.

Un temporale estivo sulla Meloni di nome Daniela Santanchè

         Beato il Papa di turno. Che quando può e vuole può consolarsi, e consolare i suoi ospiti, godendosi gli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina, come ha fatto ieri ricevendovi duecento artisti. Noi dobbiamo accontentarci oggi di goderci, si fa per dire, foto e titoli di molte prime pagine sull’’ultimo temporale rovesciatosi, a quanto pare, su Giorgia Meloni e il suo governo. Esso porta il nome della ministra del Turismo, amica e collega di partito della premier, Daniela Santanchè: “la fiamma del peccato”, secondo la fantasia non so se più erotica o politica del manifesto, con i suoi 62 anni non so dirvi francamente come portati per via dei suoi trucchi mobili o fissati chirurgicamente sul volto.

         La ministra, forse un po’ troppo spavalda anche nei nomi che sceglie per le sue società di affari, come “Visibilia”, è entrata nel mirino di quasi tutte le opposizioni e -quel che è peggio- di una parte della stessa maggioranza di centrodestra, per l’intreccio di due inchieste condotte su di lei: una giudiziaria e una giornalistica, della testata televisiva Report. Della prima, a Milano, si sa tanto poco, e tanto male, che la ministra ne nega l’esistenza minacciando di querelare chiunque ne parli o ne scriva. Della seconda si sa anche troppo. Ma ancor più ne vorrebbero sapere opposizioni e leghisti, forse anche qualcuno di Forza Italia, o reclamandone le dimissioni o chiedendole di riferire lei stessa al Parlamento sull’uso, per esempio, che avrebbe fatto in una sua azienda dei fondi ottenuti per fronteggiare l’emergenza del Covid.

         Per prudenza, quanto meno, non vi dico se e quale idea mi sia fatta della vicenda, fatta eccezione per una suggeritami dai titoli e dai fotomontaggi del solito Fatto Quotidiano. Che fra tutti i giornali è quello che sta cavalcando di più la faccenda, con grande vanto del direttore Marco Travaglio. Il quale ieri sera, collegato col salotto televisivo di Lilly Gruber, su la 7,  per lui ormai di casa, si è vantato della sua scelta irridendo a una collega di Libero che gli aveva appena contestato di occuparsi solo dell’ormai defunto Silvio Berlusconi. No, io ora mi occupo della Santanchè, ha praticamente risposto Travaglio ostentando la prima pagina del Fatto di ieri stesso. Alla quale ne è eseguita oggi una che mi ha indotto a chiedermi -ecco l’idea alla quale accennavo- se la colpa maggiore della Santanchè sia quella di avere abusato della sua Visibilia e simili o di godere dell’amicizia personale e forse anche dei consigli legali del presidente del Senato Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato eccetera eccetera.

         Persino l’Unità di Piero Sansonetti, che non si lascia scappare occasione di pizzicare in fallo La Russa,  ha  titolato in sostanziale soccorso suo e della Santanchè: “Leva gli scandali ai giornalisti e che resta? Fango in mano”. Parole, in particolare, di Tiziana Maiolo.

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Il pasticciaccio del Mes riabilita a sorpresa il laticlavio di Mario Monti

Anche se non va più di moda come quando cronisti e fotografi lo inseguivano per le strade di Roma come presidente del Consiglio, si può ben dare ragione all’indignazione espressa oggi sul Corriere della Sera dal senatore a vita Mario Monti per il modo in cui si sta giocando in Parlamento, in particolare alla Camera, la partita del Mes. Che non è una marca di sigarette ma l’acronimo di un trattato europeo per il salvataggio dei Paesi dell’Unione in difficoltà, bloccato dalla mancata ratifica da parte dell’Italia. Dove il governo di centrodestra, o di destra-centro, secondo le preferenze, è diviso tra chi lo valuta positivamente, come il ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti, e chi, come il capo del suo partito Matteo Salvini, lo considera un pessimo affare. In mezzo sta la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, efficacemente rappresentata nella vignetta odierna di Emilio Giannelli sullo stesso Corriere come tentata dalle ragioni del suo ministro ma trattenuta dalla paura di precipitare nel vuoto con un paracadute fasullo, che non s’apre al momento giusto.

         In attesa della Meloni -decisionista in tante cose ma attendista in questa, furbescamente tentata di fare della ratifica una materia di scambio nell’Unione Europea per ottenere qualche concessione in un cambiamento delle regole interne per la cosiddetta stabilità- un parere favorevole è stato votato in commissione dalle opposizioni, con l’astensione dei grillini e in assenza della maggioranza, cioè con la sua “diserzione”, come ha titolato correttamente Il Giornale.

         Mario Monti, per tornare a lui, il cui laticlavio forse si è finalmente meritato l’apprezzamento anche del costituzionalista ed ex parlamentare Paolo Armaroli che ne ha scritto di recente in un libro come di un “abuso”; Mario Monti, dicevo, ha denunciato come “indecente” lo spettacolo politico in corso sul Mes ed ha riproposto una sua “via d’uscita”. Che è un po’ come l’uovo di Colombo. Eccola: “Si adotti una linea pragmatica. Si lasci a ciascuno la possibilità di tenersi le proprie convinzioni, siano esse millenaristiche, apocalittiche o agnostiche. In ogni caso la salvezza o la dannazione, per chi ci crede, potrà dipendere dall’uso che eventualmente il governo italiano potrebbe fare, in futuro, degli strumenti previsti dal Mes, non dalla ratifica in sé”. Che infatti non comporta l’obbligo di usare il cosiddetto fondo salva Stati se si continuerà a considerarlo non utile, o addirittura dannoso, e se non interverrà un’apposita autorizzazione parlamentare.

         Una soluzione del genere eviterebbe, fra l’altro, il rischio denunciato -francamente non so con quanta convinzione- dal Foglio di un “tragico Giorgetti ossessionato dal debito, delegittimato da Meloni “e pronto a dimettersi facendo cadere il governo. Ma, a quel punto, non solo il governo perché i sì e le astensioni sul Mes espressi in commissione alla Camera non potrebbero produrre un nuovo governo, neppure se ripresieduto da Monti stavolta in costume da bagno, essendo i suoi storici loden decisamente fuori stagione.

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La poltrona rovente di Licia Ronzulli in Forza Italia dopo la morte di Berlusconi

Per fortuna la politica, almeno quella buona, degna davvero di questo nome, non è o non dovrebbe essere un processo indiziario, riservato ai tribunali con tutti gli inconvenienti ch’esso ha a scapito della certezza dei fatti e delle relative sentenze, non a caso suscettibili di clamorosi rovesciamenti nei vari gradi di giudizio.

         Se fossimo in un processo indiziario, la presidente del gruppo forzista del Senato Licia Ronzulli potrebbe avere commesso un errore di eccesso di difesa, opposto ma simile negli effetti al famoso proverbio latino sulla scusa non richiesta equivalente ad un’accusa manifesta, con una dichiarazione attribuitale dal Corriere della Sera dopo l’incidente occorso al governo nella commissione Bilancio di Palazzo Madama. Dove le assenze dei senatori, appunto, di Forza Italia trattenutisi in una festicciola di compleanno rivelata con un certo imbarazzo dal presidente dello stesso Senato, Ignazio La Russa, ha fatto pareggiare i conti fra maggioranza e opposizione sul parere richiesto per alcuni emendamenti al decreto legge sul governo provocandone la formale bocciatura. Cui si è poi rimediato, ma dopo un incendio acceso dalle prevedibili reazioni di esasperata convenienza delle opposizioni piddina e grillina.

         “Comprendiamo il dramma delle opposizioni a corto di argomenti, ma qui non si azzardino a fare dietrologie”, ha detto in particolare la Ronzulli. Che così pronunciandosi, salvo errori del Corriere -ripeto- che ne ha riportato le parole, ha però finito per sottolineare il sospetto girato per tutto il giorno fra i corridoi, quanto meno, del Senato a proposito di tensioni all’interno del partito del defunto Silvio Berlusconi sulla sua successione, di fatto già caduta sulle spalle del vice dello stesso Berlusconi, oltre che vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Una somma di incarichi, questa, che già quando viveva Berlusconi era stata lamentata tra i forzisti, il più esplicito dei quali era stato il vice presidente della Camera Giorgio Mulè. Ma si era detto e scritto, a torto o a ragione, che dello stesso malumore fosse pure la capogruppo al Senato Ronzulli, appunto, allora in piena sintonia con Berlusconi, prima che questi disponesse o preparasse cambiamenti nel partito per rendere più esplicita e forte la convergenza politica con la presidente del Consiglio, turbata nella fase di avvio della sua esperienza a Palazzo Chigi. Allora vi era stato il rifiuto della Meloni di nominare ministra anche o soprattutto la Ronzulli.

         Antonio Tajani, che è un po’ piacione anche per indole personale, simile pure in questo al Berlusconi dichiaratamente pronto a farsi concavo e convesso -ricordate ?-secondo le opportunità o necessità del momento, è stato il primo a buttare acqua sul fuoco acceso dalle assenze festaiole dei senatori del suo partito al momento del voto in commissione per il parere sugli emendamenti del relatore di maggioranza al decreto legge sul lavoro. Un incidente irrilevante, ha commentato il vice presidente del Consiglio dando per interamente casuale il ritardo dei colleghi di partito in commissione, per quanto al Senato la vigilanza della maggioranza dovrebbe essere doppia per i margini ridotti rispetto al complesso delle opposizioni e per la imprudente decisione presa, a suo tempo, di affollare di senatori e relativi impegni -fra ministri, vice ministri e sottosegretari- la componente parlamentare della compagine di governo.

Ma anche il piacione, piacionissimo Tajani, peraltro scontratosi a distanza con uno sfidante senatore Claudio Lotito, uno degli assenti in commissione, sarebbe costretto a qualche diffidenza, e a una conseguente difesa, se dovesse tornare ad avere problemi come quelli dell’altro ieri nella prosecuzione del suo lavoro di partito e di governo. E aumenterebbero di conseguenza anche i problemi della Ronzulli alla testa di un gruppo dov’è rimasta nonostante i cambiamenti voluti da Berlusconi negli ultimi mesi e persino giorni di vita per una Forza Italia solidissima “spina dorsale” del governo Meloni.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 25 giugno

Un quasi giallo al Senato provocato dal gruppo forzista guidato da Licia Ronzulli

         Che al Senato, andando sotto in commissione Bilancio in una votazione chiusasi a parità di voti su alcuni emendamenti del relatore di maggioranza al decreto legge sul lavoro, il governo sia incorso in un “incidente”, come ha detto il nuovo capo di Forza Italia Antonio Tajani, quasi scusandosene per le assenze decisive dei suoi amici di partito, non c’è dubbio. Un incidente che, senza arrivare alla catastrofe denunciata dalla segretaria del Pd Schlein e dai grillini, è qualcosa in più, obiettivamente, dello “scivolone” su cui ha preferito titolare il Corriere della Sera, o dello “sbandamento” preferito da Repubblica. O degli “intoppi”, al plurale, o “pasticci”, sempre al plurale, indicati dal Giornale e dalla Verità includendo anche i pareri diversi emersi alla Camera fra il ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sulla ratifica del trattato che ha riformato il meccanismo europeo di sviluppo, o fondo salva-Stati. il famoso Mes.

         Su questa storia del Mes ha forse ragione Il Foglio a scherzarci sopra con una vignetta che attribuisce alla Meloni la proposta a Giorgetti di chiamarlo in un altro modo per renderle più facile, sul piano personale oltre che politico, una conversione al sì anche su questo problema, dopo altri ripensamenti avuti rispetto agli anni in cui lei e i suoi fratelli d’Italia erano all’opposizione.

         Ma torniamo all’incidente -ripeto- verificatosi in commissione al Senato, e peraltro rapidamente rimediato con un’altra votazione, per ammettere, rilevare, persino denunciare, come preferite, una curiosa coincidenza che ha tinto un po’ troppo di giallo la vicenda. E che la rende un pò più grave, o inquietante, della bocciatura rimediata qualche tempo fa dal governo nell’aula di Montecitorio, sempre per assenze nella maggioranza, addirittura sul documento di economia e finanza. Essa rovinò una festa politica che si stava rivelando una visita della Meloni a Londra con tanto di incontro e accordi bilaterali col primo ministro inglese.

         Questa volta le assenze in commissione sono state, come accennato, tutte di una sola parte: quella di Foza Italia. I cui senatori si sono attardati, secondo quanto ha comunicato e lamentato lo stesso presidente del Senato Ignazio La Russa, in una festicciola di compleanno. Si dà il caso, direi diabolico, che il gruppo forzista del Senato sia ancora presieduto da Licia Ronzulli, scampata negli ultimi mesi di vita di Silvio Berlusconi a rimaneggiamenti nel partito per rafforzare i rapporti con Meloni, che non l’aveva voluta ministra alla formazione del governo. La Ronzulli in dichiarazioni riprese dal Corriere della Sera ha diffidato dal ricamare “dietrologie” contro di lei, cioè su presunti dissensi da Tajani. Ma la politica, si sa, volente o nolente, è anche un processo continuo alle intenzioni, ogni volta che questo esercizio fa dannatamente comodo a qualcuno, all’interno anche di uno stesso schieramento o partito.

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La Repubblica giudiziaria costretta finalmente a vivere una giornata storta

         Vi chiedo un attimo di umana comprensione, per quanto immeritata, per la giornata o “l’Italia alla rovescia” che ha dovuto vivere Marco Travaglio, dal suo punto di vista naturalmente, in quel laboratorio fumettistico che è diventato Il Fatto Quotidiano tra fotomontaggi, vignette e “cattiverie” dichiaratamente offerte ai lettori in pima pagina.

         Nel giro di poche ore sono cadute come un’alluvione sul povero Travaglio la commemorazione –“l’autopompa funebre”, l’ha chiamata- dell’odiatissimo Silvio Berlusconi nell’aula del Senato, nel solitario e polemico dissenso delle 5 Stelle; la condanna, sia pure di primo grado, e quindi a innocenza costituzionalmente ancora presunta, del mitico magistrato in pensione Pier Camillo Davigo per divulgazione di segreto; l’assoluzione definitiva, dopo 7 anni e 4 processi, dell’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, da una “tenue” turbativa d’asta per la manutenzione di due piscine comunali. Che furono scambiate dai grillini per due fabbriche d’armi, a dir poco.

         A queste notizie giudiziarie di carattere interno vanno aggiunti, sempre per comprendere il forte stato di turbamento procurato al principe del giornalismo d’opposizione, il crollo a Bruxelles del dimissionario inquirente del Quatargate, una specie di Davigo o di Antonio Di Pietro d’esportazione, e l’abbraccio, a Parigi, di Emmanuel Macron e Giorgia Meloni, che nella logica grillina dovrebbero essere il diavolo e l’acqua santa.

         E’ mancata, a rovinare la giornata di Travaglio e di quanti si riconoscono nella sua mobilitazione quotidiana contro l’Italia della “illegalità”, la notizia delle scuse dell’associazione nazionale dei magistrati al ministro della Giustizia Carlo Nordio per avere criticato il suo primo “pacchetto” di riforma della Giustizia prima ancora di averne letto e soprattutto compreso i pur soli otto articoli di cui è composto. Se fosse arrivato anche questo colpo -scongiurato da un lungo editoriale del Corriere della Sera firmato da Giovanni Bianconi sul “piede sbagliato” col quale il pacchetto sarebbe partito- forse Travaglio non sarebbe fisicamente sopravvissuto all’alluvione. O sarebbe stato dato quanto meno per disperso.

         Ciò che è apparso nefasto al Fatto Quotidiano e ai suoi lettori indottrinati in una visione della politica e del Paese a dir poco disfattista, costituisce invece per altri di segno, cultura, animo, cervello e viscere opposte motivo di consolazione e di speranza che si apra finalmente per l’Italia un’altra pagina, e un’altra prospettiva. Non tutto ancora è fortunatamente perduto da noi e dintorni. Forse ce la potremo davvero fare ad uscire da quell’Italia alla rovescia, sì, in cui siamo entrati una trentina d’anni fa, quando la magistratura -ha sostanzialmente e finalmente riconosciuto di recente l’insospettabile Massimo D’Alema- volle ricavare una Repubblica giudiziaria da quella parlamentare nata con la Costituzione, in particolare “vigilando sull’etica pubblica e promuovendo il ricambio della classe dirigente”.

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Le fatue rappresentazioni guerresche di Elly Schlein alla direzione del Pd

         Incuriosito dalla rappresentazione quasi guerresca fatta un po’ da tutti i giornali di Elly Schlein alla direzione del Pd dopo la contestata partecipazione alla piazza grillina di sabato scorso a Roma -dalla segretaria che “dà battaglia” sul Corriere della Sera alla direttrice d’orchestra che su Repubblica chiede alla banda di “suonare lo stesso spartito”- mi sono dovuto fermare alle stesse prime pagine, senza avventurarmi più di tanto all’interno, per capire che lo spettacolo al Nazareno è stato tutt’altro.

         Roberto Gressi, per esempio, ha scritto sul Corriere che “la svolta radicale, seguita alle primarie, quando sembrava che bastasse buttare alle ortiche un partito ingessato e dominato dalle correnti per riconquistare un’Italia che non aspettavo altro, si è dimostrata un’illusione, almeno a guardare alle prime prove”. E ciò “anche perché -ha avvertito Gressi- non aiuta un linguaggio involuto, che si rivolge alle masse ma fatica a non apparire elitario”. Che è appunto il linguaggio della Schlen, per giunta vestita come si veste, come in certi laboratori di sartoria dove le masse non hanno il tempo, la voglia e soprattutto i soldi neppure per affacciarsi.

         Non meno severo o deluso è stato il direttore del Foglio, dove hanno voluto scommettere nelle ultime elezioni politiche sul Pd pur sicuramente perdente di Enrico Letta ed hanno poi coltivato per un po’ la speranza che la sorpresa della vittoria congressuale della Schlein potesse non rivelarsi così rovinosa. Ora Claudio Cerasa è costretto a scrivere in rosso, nel titolo, di “un vuoto chiamato Schlein”. E ad aggiungere, in nero: “Ambiguità. Confusione. Agenda da non senso. La relazione della leader Pd è un perfetto manifesto di impotenza politica e illumina una leadership che in attesa di avere un futuro sembra essere diventato il passato”. Siamo insomma allo “PsicoDramma” stampato dal Riformista come una nuova targa al Nazareno da un Matteo Renzi per niente sorpreso e ancor meno dispiaiciuto, fiducioso anzi di poter ricavare prima o dopo qualche serio utile elettorale dal combinato disposto della Schlein impegnata in una “estate militante”, come ha detto, e del “presidente Berlusconi”, come lui lo chiama ancora rispettosamente, morto e sepolto, anzi incenerito.

         Per non stare a ripetere gli argomenti espliciti e impliciti di Renzi, la cui sola evocazione serve abitualmente alla Schlein per darsi coraggio e proporsi come la vendicatrice del passaggio del toscano al Nazareno, mi permetterei di segnalare alla segretaria del Pd l’esortazione rivoltale da un gran signore della sinistra com’è stato sempre Gianni Cuperlo. Che, immaginandola da appassionato della montagna alla guida di una cordata, le ha ricordato il doveroso rifiuto di “pensare che quello dietro sia una zavorra inutile”. “Quelli dietro -ha detto Cuperlo- devono fidarsi”.  O. meglio, devono potersi fidare.

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Le operose ceneri di Berlusconi in aiuto del centrodestra, e in concorrenza con gli avversari

Trattenuto solo dalla paura della blasfemia, sarei tentato di scrivere che ormai dovrebbe essere chiaro anche a chi non crede all’aldilà che Silvio Berlusconi -per quanto morto e sepolto, anzi incenerito- continua a lavorare per la parte politica che fondò nel 1994: il centrodestra E non contro ma in paradossale concorrenza con gli avversari non fermatesi neppure dopo la sua morte per un momento di riflessione, e magari anche di autocritica, visto che hanno dovuto assistere da sconfitti all’esaurimento della sua avventura terrena.

         Alessandra Ghisleri, una sondaggista riuscitasi a guadagnare, dopo quelle dello stesso Berlusconi, anche la stima e la fiducia dei suoi nemici, ha scritto sulla Stampa dei 2,4 punti guadagnati da Forza Italia rispetto a 20 giorni fa e dei 3 rispetto ad una settimana fa.  Domenica e lunedì prossimo avremo il primo test elettorale post-berlusconiano nella regione molisana.

         L’aggravamento della crisi del partito fondato da Berlusconi, di cui si erano subito dichiarati convinti certi analisti, fra i quali il professore Giuliano Urbani, che a quella fondazione aveva partecipato, rimane per ora solo negli auspici o nelle previsioni di costoro. E non risultano neppure gli sbandamenti preannunciati e quant’altro del governo presieduto dalla leader della destra, Giorgia Meloni, peraltro propostasi orgogliosamente e immediatamente di continuare e completare l’opera di Berlusconi. Non a caso, anticipando i tempi programmati prima della morte dell’ex presidente del Consiglio, il governo ha approvato già all’indomani dei suoi funerali il primo pacchetto predisposto dal Guardasigilli Carlo Nordio per la riforma della giustizia.

Di fronte a questo pacchetto si è divisa non la maggioranza ma la forza politica, diciamo così, più corposa del variegato fronte delle opposizioni, cioè il Pd. La cui segretaria Elly Schlein, prima ancora di riparare alla partecipazione ai funerali di Stato di Berlusconi correndo da Giuseppe Conte e Beppe Grillo in piazza, ha detto no, per esempio, all’abolizione del reato di abuso d’ufficio condivisa invece, anzi reclamata da buona parte degli amministratori locali dello stesso Pd.

         Se ne vedranno delle belle -penso- nel percorso parlamentare del disegno di legge di Nordio anche per le altre sue parti -dalla limitata inappellabilità delle assoluzioni al meno facile ricorso alle manette preventive e alla divulgazione delle intercettazioni dei terzi nei processi- lungo il fronte delle opposizioni, da cui peraltro si è giù sfilato il cosiddetto terzo polo. Qualcuno sta facendo affidamento, politico e mediatico, su un presunto disagio della presidente del Consiglio rispetto a come il Guardasigilli ha deciso di gestire la partita, prendendo ci contropiede il sindacato contrario delle toghe sino a delegittimarlo col proposito di interloquire solo col Consiglio Superiore della Magistratura. Ma si sa come sono finite altre speranze coltivate in passato su contrasti, crepe e simili fra la premier e Nordio: nella confermata solidarietà della prima al secondo, con tanto anche di incontri a Palazzo Chigi e di attestati parlamentari.

 Non credo proprio che questa volta andrà diversamente, per quanto vorranno o potranno soffiare sul fuoco i soliti o altri sopraggiunti piromani, a volte persino professionisti della materia, alcuni provvisti di tute metaforiche con tutti i gradi guadagnatisi nelle loro passate carriere di magistrati o docenti di diritto. E per quanto si cercherà -temo anche questo- di coinvolgere o persino trascinare nei retroscena, e simili, persino il presidente della Repubblica, che pure ha appena rinnovato ai giovani magistrati i suoi appelli al severo e responsabile esercizio delle loro funzioni, presente un compiaciutissimo ministro della Giustizia. Intanto non il “solito” Sabino Cassese sbertucciato dai critici ma anche Giovanni Maria Flick ha concordato con Nordio. E sul piano politico persino Fausto Bertinotti parlandone al Foglio.

         Tutto finisce per avere il suo tempo: anche il manettismo, chiamiamolo così, cresciuto negli anni di “Mani pulite”, a lungo contrastato inutilmente da Berlusconi e poi addirittura rinvigorito dall’irruzione del movimento di Beppe Grillo nella politica e nel governo: un Grillo ora ridottosi a saltare come una specie di imbucato, a sorpresa, sul palco di turno, in piazza, per auspicare la formazione di “brigate” più o meno notturne o clandestine destinate non a contrastare quei “buffoni della Nato” attaccati da Moni Ovadia, ma semplicemente a rimettere a posto marciapiedi e altro delle città in cui vivono i residui militanti ed elettori pentastellati.  Sempre che questi brigatisti rossogialli riescano ad arrivare ai marciapiedi e altri obiettivi, specie nelle città precedentemente amministrate dai loro leader, superando e sopravvivendo alla monnezza presidiata da voraci cinghiali e uccellacci. Il passamontagna, anch’esso consigliato dal garante di Conte, potrebbe essere utile proprio a proteggersi dal lezzo. Buon lavoro, comunque, specie in un’estate augurabilmente calda e asciutta dopo una primavera così pazza e piovosa, anzi alluvionale.

Pubblicato sul Dubbio

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Allarme e sconcerto nel Pd per la fuga della Schlein nella piazza grillina

         La targa del Pd davanti alla sede del Nazareno, a Roma, è ancora al suo posto ma francamente non si sa più per quanto potrà rimanervi la segretaria Elly Schlein dopo lo sconcerto – “la tensione”, ha titolato il Corriere della Sera- provocato dalla solitaria decisione di correre da Giuseppe Conte per unirsi sabato alla manifestazione pentastellata contro il governo, debordata in un ritorno di Beppe Grillo a dir poco disastroso per lo stesso Conte. Che ha dovuto fingere di non avere sentito e capito le pesanti allusioni del garante alla sua difficoltà di comprendonio. “Mandategli pure le vostre proposte perché prima o poi le capirà”, ha gridato il comico mai a riposo alla folla che applaudiva i suoi richiami alla mobilitazione anche adesso che non c’è più, o magari proprio perché non c’è più quello che lui per tanto tempo si è divertito a dileggiare come “lo psiconano”, cioè Silvio Berlusconi.

         “Grillo è stato strumentalizzato”, ha cercato di difenderlo e di difendersi il presidente del movimento e per fortuna solo ex presidente del Consiglio. Strumentalizzato, naturalmente, anche per il sogno delle “brigate di cittadinanza” mobilitate immaginariamente di notte, con tanto di modello diffuso in rete, per sistemare marciapiedi, panchine e altro di dissestato nelle città italiane, comprese o a cominciare da quelle cui è capitato di essere amministrate dai grillini, come Roma. Di cui d’altronde Grillo ha sempre preferito ammirare soprattutto i ruderi promuovendo a propria residenza abituale, nelle incursioni capitoline, un costoso albergo che vi si affaccia.  

         Pur al netto dello sfortunato imprevisto del ritorno politico di Grillo, la decisione presa dalla segretaria del Pd di correre in piazza da Conte, di cui avrebbe voluto condividere qualche giorno prima l’assenza dai funerali di Stato di Berlusconi, si è rivelata rovinosa. Quello che sembrava scontato attorno alla Schlein, cioè la rassegnazione o, peggio ancora, il lucido disegno di lasciarla logorare da sola fino alle elezioni europee dell’anno prossimo, si va facendo sempre più incerto. Di fronte alla crescente aggressività oppositoria del movimento col quale la Schlein vorrebbe riprendere l’alleanza o collaborazione interrotta dal suo predecessore Enrico Letta aumentano le paure e gli abbandoni -ultimo quello del consigliere regionale del Lazio ed ex candidato alla presidenza Alessio D’Amato, dimessosi dall’Assemblea Nazionale – nell’area del partito che si autodefinisce riformista in politica interna e atlantista in politica estera. Di un atlantismo evidentemente incompatibile con la contestazione ora totale, e persino a parolacce, degli aiuti militari all’Ucraina aggredita da Putin: aiuti che pure erano cominciati con i grillini ancora nel governo di Mario Draghi. Da allora Putin non è certo diventato più disponibile a ridurre la carneficina quotidiana nel paese secondo lui “nazificato” da uno Zelensky sprovvedutamente scambiato evidentemente  da più di mezzo mondo per un  patriota.

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