Il fuoco francese che Giuseppe Conte sogna anche in Italia

         Altro che le polemiche o le attese sul futuro del centrodestra in Europa, ma più in particolare di Matteo Salvini deciso a rimanere con i suoi amici di Francia e Germania contestati invece  dal reggente di Forza Italia Antonio Tajani. Polemiche o attese privilegiate nella cronaca politica da Repubblica col titolo sui “separati in casa” ma quanto meno premature mancando alle elezioni europee un anno lungo e difficile da trascorrere.  Altro che la Giorgia Meloni fatta giocosamente correre da Emilio Giannelli, nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, trascinandosi appresso l’aquilone della Confindustria dopo avere raccolto gli applausi e le speranze degli imprenditori. Che ne hanno apprezzato l’ottimismo e le visibilie, da no confondere naturalmente con quelle dell’amica ministra del Turismo Daniela Santanchè attesa  domani al Senato per le informazioni sui guai, e annessi, delle sue aziende.

         La notizia del giorno, diciamo così, è quella di Giuseppe Conte, affiancato dalla solita Elly Schlein in un incontro promosso dai sindacati, che torna a travestirsi da Jean-Luc Melenchon, l’uomo più a sinistra d’oltr’Alpe soddisfattissimo delle rivolte esplose dalle sue parti, e attende che il fuoco di Francia contagi l’Italia. Dove -ha detto il fortunatamente ex presidente del Consiglio ma tuttora presidente di quel che è rimasto in Parlamento del Movimento 5 Stelle- “abbiamo un governo reazionario e della restaurazione” che “getta acqua sul fuoco” e “in modo consapevole sta preparando un incendio sociale”. Ripeto: consapevole.

         Travolto dall’entusiasmo sino a inciamparvi, anche a costo di smentire il Conte rosso che almeno aveva cercato di attribuirne la responsabilità alla Meloni e compagnia, Il Fatto Quotidiano di un distratto Marco Travaglio si è fatto scappare questo titolo da giornali di destra: “Piazze e proteste. La sinistra vuole l’autunno rosso”. E naturalmente caldo, come si diceva una volta, ai tempi della cosiddetta Prima Repubblica, quando d’autunno si vedevano traballare e cadere governi e non solo foglie dagli alberi.

         L’autunno sognato dal Conte letto e interpretato dai suoi amici e ammiratori del Fatto Quotidiano potrebbe o dovrebbe essere lo sviluppo, l’epilogo e quant’altro dell’”estate militante” propostasi pubblicamente dalla segretaria del Pd, non a caso impegnata nell’incontro cui ha partecipato con l’ex presidente del Consiglio a prendere appunti, lanciare occhiate al vicino e sorridere poi ai fotografi. Una bella miscela, a dir poco, di speranze, propositi, disegni e….disordini.

         L’”incendio sociale” che “prevede Conte”, stando al richiamo in prima pagina di un articolo di Emanuele Buzzi sul Corriere, starebbe procurando “dubbi nel Pd”. Dove il movimentismo della Schlein aveva già provocato un certo allarme anche nella versione quasi clandestina dell’incontro con Conte e Fratoianni in un bar di Campobasso alla vigilia delle elezioni regionali in Molise conseguentemente stravinte dal centrodestra.

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L’amarezza del quasi centenario Presidente emerito per la crisi della sua sinistra

Giuliano Amato -che Silvio Berlusconi nel 2015 avrebbe preferito a Sergio Mattarella sul colle più alto di Roma per la successione a Giorgio Napolitano, che lo lasciava dopo nove anni interrompendo chissà se più per stanchezza o delusione il suo secondo mandato al vertice dello Stato- è caduto nel solito, e ingiusto, sarcasmo di critici e avversari per avere celebrato a suo modo il 29 giugno scorso i 98 anni compiuti dallo stesso Napolitano. Dei quali ben settanta trascorsi fra il Parlamento nazionale, quello europeo e il Quirinale: davvero il veterano delle istituzioni.

         Amico personale ed estimatore politico di Napolitano da sempre, anche quando il suo capo di allora, Bettino Craxi, se ne lamentava aspettandosi da lui alle Botteghe Oscure aperture ai socialisti ancora più evidenti e incalzanti sul gruppo dirigente del Pci, Amato ha ringraziato l’ex presidente anche per il silenzio che si è imposto in questi ultimi anni. Esso -ha scritto Amato su Repubblica- “è il massimo di benevolenza che la nostra indomita incultura può aspettarsi da lui”.

         L’ex presidente socialista del Consiglio e poi anche della Corte Costituzionale ha inteso per “incultura” quella dimostrata dalla sinistra lasciando cadere praticamente nel vuoto le sollecitazioni rivolte da Napolitano nel suo doppio mandato al Quirinale per  riformare le istituzioni, i rapporti fra la politica e la giustizia e sanare le ferite infertesi da sola nella demolizione della cosiddetta prima Repubblica con la falsa rivoluzione delle cosiddette “mani pulite” di una trentina d’anni fa.

           Ciò che si aspettava, anzi reclamava dalla “sua” sinistra riformista Napolitano lo disse esplicitamene -la seconda volta addirittura sferzando un Parlamento che pure lo applaudiva- nei due messaggi di giuramento, in occasione della prima elezione e della conferma. E nella lunga, dettagliata, accorata lettera non privata ma pubblica, scritta ad Anna Craxi e diffusa per intero dal Quirinale il 18 gennaio 2010, nel decimo anniversario della morte del marito “rifugiatosi”, non scappando e rimanendovi da latitante in Tunisia, come ancora scrivono e dicono i detrattori del leader socialista.

         Fu in quella lettera -secondo me fra gli atti più significativi di Napolitano al Quirinale, se non il più significativo solo dopo il ricorso alla Corte Costituzionale per essere finito intercettato dalla Procura di Palermo nell’ambito della vicenda processuale della “trattativa” fra pezzi dello Stato e la mafia stragista dei primi anni 90- il Presidente lamentò letteralmente “il brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia” avvenuto con la gestione giudiziaria, politica e mediatica delle inchieste sul finanziamento illegale dei partiti e delle loro correnti. Di cui l’allora capo dello Stato scrisse come “fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali”  alla Camera dallo stesso Craxi. Sul quale però “il peso della responsabilità era caduto con durezza senza uguali”: formula, questa, che fa venire ancora i brividi, a leggerla, contro la demonizzazione di un uomo protagonista di “almeno un quindicennio di vita pubblica italiana” e meritevole di “ricostruzioni non sommarie e unilaterali”.

         Napolitano si procurò per quella lettera, centrata più sulle “luci” che sulle “ombre” del craxismo e ricca di riconoscimenti per l’azione di partito e di governo dello scomparso leader socialista, il disprezzo dei manettari alla Travaglio e il silenzio imbarazzante e imbarazzato del Pd nato l’anno prima dalla fusione -o dall’”amalgama mal riuscito” di memoria dalemiana- fra i resti del Pci, della sinistra democristiana e cespugli persino liberali, almeno di nome.

Di quel silenzio -ripeto- imbarazzato e imbarazzante si alimentò anche l’antipolitica  cresciuta all’ombra dei processi di Tangentopoli, cavalcata infine nelle piazze e nelle urne dai grillini e sfociata, come un boomerang, nell’attuale crisi degli stessi grillini e di ciò che rimane della sinistra. La quale avrebbe avuto ben altra sorte se non avesse affidato il suo destino ai magistrati anziché alla correttezza di una pur aspra lotta politica e agli elettori, non a caso astenutisi via via sempre più numerosi ad ogni livello di ricorso al voto.

E’ un bel disastro, questo della sinistra ora contesa fra Elly Schlein e Giuseppe Conte, che fa comprendere meglio il lungo, perdurante silenzio di Napolitano, Di cui Amato ha compreso il valore e ringraziato il Presidente emerito.  Pazienza per il sarcasmo che egli si è procurato fra i praticanti di quella che lui stesso ha chiamato -ripeto- “indomita cultura”, sino a sentirsene in qualche modo persino partecipe.

Pubblicato sul Dubbio

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Tutte le vittime del penultimo Vittorio Sgarbi, compreso lui naturalmente

         E’ difficile dire chi possa o debba essere considerato più vittima dell’ultimo, anzi penultimo Vittorio Sgarbi  fra il pur simpatico, come lui, collega giornalista Alessandro Giuli, presidente del Maxxi avventuratosi a invitarlo praticamente a casa e poi costretto a  scusarsi col pubblico interno ed esterno, il cantautore, scrittore eccetera Marco Castoldi, noto come Morgan, chiamato a intervistarlo, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, pubblicamente dissociatosi dal suo sottosegretario abbandonatosi a “inammissibili sessismo e turpiloquio” e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Che, già alle prese con i problemi, diciamo così, della sua amica, collega di partito e ministra del Turismo Daniela Santanchè per sue visibilie aziendali, non si meritava francamente anche questa grana chiamata Sgarbi, appunto. Di cui molti all’opposizione -forse vittime anche loro dell’incontenibile critico d’arte, sindaco eccetera eccetera- reclamano le dimissioni dal governo, anzi la rimozione, magari avvolto come in un telo quale apparve agli occhi dei parlamentari e dei telespettatori quando i commessi della Camera lo portarono via dall’aula di Montecitorio dopo avere insultato la presidente di turno della seduta, Mara Carfagna, già sua collega di partito o d’area di centrodestra.

         Sgarbi è così. E’ un Mozart dei nostri tempi, come lui stesso ha preteso di essere considerato reagendo alle polemiche che lo hanno nuovamente sommerso. O un futurista fuori tempo, che sfida i suoi critici ad attaccarlo per meritarsi la qualifica di fascisti, senza avere neppure bisogno di scaldarsi o illuminarsi alla fiamma che la premier non intende togliere dal simbolo del partito dei suoi “fratelli d’Italia”. Pensare di cambiarlo con le buone o le cattive, lusingandolo o insolentendolo più ancora di quanto lui insolentisca il malcapitato di turno, è pura follia: una cosa alla quale persino la buonanima di Franco Basaglia si sarebbe arreso rinunciando alla causa della chiusura dei manicomi.

         Neppure il concavo e convesso Berlusconi -sì, proprio la buonanima di Silvio da poco scomparso- riuscì a cambiare Sgarbi nelle sue frequentazioni, affidandogli addirittura una parte -la più visibile e nota- della sua fallita corsa al Quirinale, prima della conferma di Sergio Mattarella.

         Vittorio -sì, il mio amico Vittorio, rimasto tale anche dopo gli insulti che mi rovesciò addosso privatamente con messaggi telefonici dopo la già ricordata “deposizione” alla Camera da me condivisa- è forse la prima vittima di se stesso, con le sue eterne esplosioni di fantasia, di rabbia, esibizionismo e quant’altro. Fargli la guerra è inutile perché l’uomo sopravviverebbe anche alla peggiore sconfitta. E’una specie di Don Chisciotte riuscito meglio dell’originale.   

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La Francia non brucia per lei, ma Marine Le Pen a Roma fa paura lo stesso

         Per quanto estranea, per fortuna sua ed europea, al ferro e al fuoco nella Francia dei minorenni che stanno facendo tremare il presidente Emmanuel Macron, la leader della destra d’oltr’Alpe Marine Le Pen arriverà domani a Roma tra sospetti e inquietudini per un incontro col vice presidente del Consiglio e leader leghista Matteo Salvini.

         All’evento il Corriere della Sera dedica oggi la cosiddetta spalla della prima pagina sottolineando il proposito espresso da Salvini di “non escludere nessuno”, quindi neppure Le Pen, nel centrodestra immaginato nel Parlamento europeo che sarà eletto l’anno prossimo.

         Sulla Stampa il direttore Massimo Giannini contrappone di fatto l’incontro di Salvini con la leader della destra francese alla missione di mercoledì prossimo di Giorgia Meloni in Polonia -in veste più di presidente dei conservatori europei che di presidente del Consiglio italiano- per costruire un’intesa col Partito Popolare del vecchio continente. E lo fa  con una certa preoccupazione, scrivendo che “la Meloni non può permettersi il lusso di lasciare che il cinico Salvini corra libero e irresponsabile per le autostrade dell’ideologismo più sfrenato che lei ha lasciato parzialmente sguarnite”, inseguendolo, affiancandolo e, se può, persino sorpassandolo. Sarebbe l’errore analogo a quello del fronte opposto con la formula del “nessun nemico a sinistra”.

         Giannini tuttavia si contraddice nel riconoscimento del pur “parziale” riconoscimento di una certa moderazione della Meloni cambiandole segno zodiacale in un altro passaggio dell’editoriale e scrivendo, a proposito del recente Consiglio Europeo a Bruxelles: “I sovranisti sono così. Come gli scorpioni della favola, che chiedono un passaggio alla rana per attraversare il fiume ma a metà del guado la pungono e mentre affogano con lei fanno giusto in tempo a dirle “mi dispiace, è la nostra natura”. “Stavolta, pur essendo scorpione come lei, Giorgia -ha semischerzato Giannini sul fallimento della mediazione della premier italiana con gli omologhi polacco e ungherese a Bruxelles sul tema degli immigrati- s’è improvvisata rana, ma i falsi amici Viktor e Mateus l’hanno punta. E così sono annegati tutti insieme, facendo naufragare il patto europeo sull’immigrazione. E’ la loro natura: se c’è da blindare una frontiera per i demiurghi e i demagoghi dello Stato-Nazione non c’è accordo che tenga, neanche tra di loro”.

         In questa ricostruzione del Consiglio europeo di fine giugno fatta dal direttore della Stampa c’è una colossale inesattezza, o bugia. Il patto europeo sull’immigrazione -consistente nel riconoscimento della “dimensione esterna” della crisi dei migranti, preoccupante quindi più per le partenze dalle coste africane o turche che per gli arrivi sulle coste italiane, cioè sui confini d’Europa- non è per niente naufragato. Esso è rimasto intatto nella “svolta” vantata dalla premier italiana, col solo effetto politico di avere diversificato nel voto la Meloni dagli omologhi polacco e ungherese.

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Lo strappo nel vecchio fronte sovranista consumatosi al Consiglio europeo

         Com’è facile sbagliare la lettura degli eventi internazionali fatta con le lenti necessariamente deformanti della politica interna, e delle sue logiche più tattiche che strategiche. Che rispondono alla necessità o opportunità di segnare una rete, o di vincere una tappa perdendo di vista il risultato finale della partita, o del giro.

         Tutti a sinistra, ma anche a destra o al centro fra i concorrenti della premier, hanno puntato l’indice contro Giorgia Meloni per “il flop” -come l’ha definito il solito Fatto Quotidiano– della mediazione con i sovranisti polacchi e ungheresi da lei compiuta su incarico del presidente belga del Consiglio Europeo, Charles Michel, sul tema dei migranti. Ma è un flop dal punto di vista sovranista, appunto, dove non dovrebbero sentirsi di casa gli avversari interni della Meloni.

Sul piano più generale dell’Unione Europea e delle sue prospettive, in attesa delle elezioni dell’anno prossimo per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, Meloni ha finito per distanziarsi di più dai sovranisti polacchi e ungheresi comprendendone il dissenso ma votando diversamente da loro. E quindi allontanandosi ulteriormente dal fronte sovranista nel quale si è certamente mossa in passato ma che in sostanza non è più il suo.

         Più che “il flop”- ripeto- della Meloni è contato a Bruxelles “lo strappo” -com’e stato definito, per esempio, dal Secolo XIX- avvenuto in quello che era lo schieramento appunto sovranista. L’italiana Meloni e il belga Michel, i cui incontri nei mesi scorsi, a Bruxelles e a Roma, ma anche altrove, sono passati quasi inosservati, hanno tessuto la loro tela e portato a casa qualcosa che è destinato a cambiare l’Unione come in tanti si erano abituati a vederla, e non vorrebbero modificare per perpetuare i vecchi equilibri politici.

Non è un caso che proprio Michel abbia commentato la mediazione fallita della Meloni dicendo che non è con essa fallita ma permane la svolta avvenuta considerando il carattere europeo della crisi dei migranti e destinandovi un investimento di 12 miliardi e mezzo di euro. Una nuova Europa insomma va avanti, anche se molti non se ne accorgono, o non vogliono accorgersene. Un’Europa nella quale la destra italiana non è più quella di una volta, anche se la sinistra o il centro, o centrino concorrente di Matteo Renzi, che sul suo Riformista deride il “pacchetto sovranista” delle aspirazioni della premier italiana, vorrebbero che continuasse ad essere la stessa per poterle sparare addosso e ritagliarsi rendite di posizione.

         La partita da qui alle elezioni europee dell’anno prossimo sarà lunga, e forse destinata a riservare grandi sorprese, anche se qualcuno si attarda nei vecchi giochi. Come fa oggi anche Il Giornale togliendosi la soddisfazione di godere, diciamo così, dei guai di Emmanuel Macron nella sua Francia messa a ferro e a fuoco sostenendo che gli sta bene, dopo tutto quello che lui personalmente o altri del governo a Parigi hanno detto e fatto contro l’Italia alle prese con i migranti.

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Le due Meloni raccontate dagli avversari mediatici e politici e dai fatti

         Tornano sempre meno i conti nel confronto fra ciò che scrivono e dicono di Giorgia Meloni, rispettivamente, i giornali e i partiti di opposizione e ciò che in realtà avviene attorno a lei.

Prendiamo, per esempio, il Consiglio Europeo dove la premier, in completo rosa pallido dopo il turchese romano del giorno prima, è corsa ieri “isolata”, come ha scritto nel titolo di apertura La Stampa e avevano gridato in aula alla Camera e al Senato gli avversari piddini e grillini nella discussione propedeutica alla sua missione a Bruxelles. E ciò per via degli attacchi alla Banca Centrale Europea, che continua ad alzare i tassi d’interesse, e del tempo che il governo si è voluto prendere per la ratifica del trattato, sempre europeo, sul fondo salva-Stati: il famoso Mes. In cambio Meloni vorrebbe notoriamente negoziare un “pacchetto” di concessioni sulla cosiddetta governance dell’Unione.

Già poche ore dopo l’apertura del Consiglio europeo la premier ha annunciato quasi trionfalmente i 12 miliardi e mezzo di euro  stanziati finalmente dall’Unione per fronteggiare la crisi dei migranti, come se li avesse chiesti lei e le fossero stati dati per venirle incontro, pur fra le proteste o le resistenze  di paesi come la Polonia e l’Ungheria, contrari alla cosiddetta distribuzione delle accoglienze e governati da partiti affini a quello della presidente del Consiglio italiana.  Per una arrivata “isolata” all’appuntamento con  gli omologhi comunitari non mi sembra male, ad occhio e croce.

Prendiamo, sempre per esempio, la rappresentazione appena riproposta dal Fatto Quotidiano di una Meloni “sull’orlo della crisi di nervi” per i problemi di convivenza che avrebbe con i partner di governo di centrodestra e con la stessa collega di partito e ministra del Turismo Daniela Santanchè, finita sotto indagine giudiziaria e attacco politico per come gestisce le proprie aziende e i contributi ottenuti per la lotta al Covid. “Truce, torva, astiosa, biliosa, minacciosa”, ha scritto Marco Travaglio della Meloni non riconoscendola più dopo la capacità dimostrata nei primi mesi di governo di apparire addirittura “simpatica”. Poi uno vede la già citata Stampa di Torino e viene a sapere dalla sondaggista Alessandra Ghisleri che la fiducia degli italiani nel governo in carica “resta alta”.

Non parliamo poi del Foglio, dove pure hanno votato e consigliato di votare  per il Pd nelle ultime elezioni politiche, nello scorso autunno, e oggi si legge in prima pagina dell’”altro miracolo italiano”, dopo quello storico della ricostruzione post-bellica ai tempi di Alcide De Gasperi e dei suoi successori. Scrive il direttore in persona del quotidiano fondato da Giuliano Ferrara: “La crescita va. Gli occupati pure. L’export anche. E sui titoli di Stato c’è più ottimismo che in Francia, Germania, Uk e America. Qual è il segreto? La flessibilità. Delle imprese e della politica”. E, per chiudere, la raccomandazione di “non perdere un treno” come questo.

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Le guerre false in Europa e quella unica, vera in corso in Ucraina

         Avrà pure avuto le sue ragioni il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, europeista convinto, a manifestare la sua cordialità con Giorgia Meloni nell’incontro abituale avuto con lei e altri esponenti del governo in vista del Consiglio Europeo di turno. Al quale la premier ha deciso di andare, secondo alcune rappresentazioni mediatiche e politiche, in tenuta di guerra più che nel completo turchese del Quirinale e delle Camere, dove ha chiesto e ottenuto il mandato che voleva.

         Repubblica, quella di carta, ha attribuito alla premier, praticamente in sintonia con la posizione polemica del Pd, un “processo” all’Unione Europea, altri giornali  -da Avvenire ai quotidiani del gruppo Monti Riffeser- una “sfida” soprattutto per il diritto di critica rivendicato nei riguardi della Banca Centrale di fronte al progressivo aumento dei tassi d’interesse adottato dalla presidente Christine Lagarde. Che fronteggia così l’inflazione, rendendo più caro il ricorso al denaro, anche a costo di mandare l’area dell’euro in una recessione cosiddetta tecnica  temuta a Roma dal governatore uscente della Banca d’Italia Ignazio Visco e a Francoforte dal rappresentante italiano nell’esecutivo della banca centrale europea, Fabio Panetta. Che a novembre subentrerà a Visco in Banca d’Italia. Due uomini- Visco e Panetta- non certo distanti sia dal capo dello Stato sia dal predecessore della Lagarde e della Meloni, cioè Mario Draghi. Dal quale è difficile attendersi francamente tentazioni e comportamenti antieuropeisti.

         Anche sul versante dei tempi della ratifica del trattato sul Mes, il meccanismo di stabilità europea e del fondo salva-Stati, cui la Meloni vuole arrivare solo dopo avere negoziato con Bruxelles su altri temi, non si può certo parlare di discontinuità dell’attuale governo rispetto a quello precedente di Draghi. Il quale  a Palazzo Chigi, senza mettere a disagio la componente piddina della sua squadra ministeriale, non si spese poi tanto per accelerare la ratifica, conoscendo bene le varie sfaccettature del problema.

Nonostante l’elmetto metaforicamente apposto sulla testa della Meloni in partenza per il Consiglio europeo di fine giugno  non ha tutti i torti Il Foglio a chiedersi -anche dopo le polemiche accesesi per il modo in cui la premier si è preparata alla missione, e le verdure tutte italiane arrivate in faccia alla Lagarde nella vignetta di Emilio Giannelli oggi sul Corriere della Sera- se quelli capeggiati dalla stessa Meloni  siano più “fratelli di Draghi o d’Italia”.

         L’unica guerra davvero in corso in Europa rimane quella dell’Ucraina per l’invasione russa voluta da un Putin che, dopo essere scampato ad un colpo di Stato, ha quanto meno socchiuso le porte del Cremlino al cardinale Matteo Zuppi. Che, già recatosi a Kiev, è stato mandato a Mosca dal Papa che non ha mai smesso di scommettere su una soluzione pacifica del conflitto.

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Eccovi Melodraghi, come il Dalemoni dei tempi di Giampaolo Pansa

         Se non fosse purtroppo morto più di tre anni fa, Giampaolo Pansa avrebbe probabilmente figliato -diciamo così, in tutti i sensi- il suo secondo personaggio di doppia personalità dopo il famoso Dalemoni, per metà Massimo D’Alema e per l’altra metà un Silvio Berlusconi ancora fresco di esordio nella sua seconda vita di politico, seguita a quella di imprenditore o “impresario”, come preferiva chiamarlo per dileggio Eugenio Scalfari. In particolare, Pansa non si sarebbe risparmiata l’occasione per proporvi Melodraghi, o MeloDraghi, con la doppia maiuscola, di fronte alle tante, continue decisioni che la premier di centrodestra, o di destra-centro, prende in sintonia con le idee, lo stile e persino le modalità del predecessore. Che d’altronde ne favorì la successione parlandone bene come presidente del Consiglio negli ambienti internazionali per lui di casa, dove qualcuno era più preoccupato che incuriosito dalla scalata elettorale della leader della destra italiana a Palazzo Chigi ormai avviata al successo.

         Sono riferibili al  predecessore della Meloni entrambe le personalità scelte ieri dal Consiglio dei Ministri, con le dovute procedure, per il vertice della Banca d’Italia e della struttura commissariale per la ricostruzione dell’Emilia Romagna e delle regioni limitrofe alluvionate nei mesi scorsi: rispettivamente, Fabio Panetta- per qualche tempo corteggiato politicamente da Meloni come ministro dell’Economia del suo governo avendolo personalmente conosciuto e apprezzato- e il generale Paolo Francesco Figliuolo. Che Draghi a Palazzo Chigi chiamò per fronteggiare l’emergenza Covid. E al quale ora Meloni ha predisposto un mandato di cinque anni nelle zone alluvionate, coadiuvato dai presidenti regionali interessati.

         Su Panetta ha cercato di mettere una manina anche il solito Matteo Renzi assegnandogli, in un editoriale del suo Riformista, il compito neppure pensato dalla Meloni- credo- e tanto meno da Draghi di restituire alla Banca d’Italia “l’autorevolezza” che le avrebbe fatto perdere il governatore uscente Ignazio Visco, a suo tempo confermato in quel posto contro il parere di un Renzi allora addirittura potentissimo.

         Sul generale Figliuolo ha messo un titolo il quotidiano Libero attribuendogli il “commissariamento” del Pd, che avrebbe preferito  per la ricostruzione il presidente del suo partito e della regione maggiormente colpita, Stefano Bonaccini. Il quale ha invece reagito, non solo nella vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, adottando il generale grazie anche a quel nome che porta. Sulla cui uniforme lo spiritoso, e polemico, Marco Travaglio, dandogli peraltro del “generalissimo” come il defunto Franco spagnolo, è riuscito a contare “ventisette nastrini” che rischiano di “zavorrarlo a terra contro le folate di vento”: anche quello che non gli mancherà di soffiare addosso naturalmente, come ai tempi del Covid, Il Fatto Quotidiano di simpatie pentastellari.

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Alla faccia di Matteo Renzi “terza gamba” del governo Meloni

Sorrideteci o rideteci sopra, ma nel loro piccolo i molisani, pur disaffezionati alle urne, con più della metà degli oltre trecentomila mila elettori rimasti a casa, indifferenti al rinnovo del Consiglio regionale, hanno partecipato al vento conservatore che soffia su tutta l’Europa, dal Nord al Sud, dalla Finlandia alla Grecia. Non hanno tradito il centrodestra. Non si sono messi controvento. E hanno fatto fare la stessa misera fine della foto abruzzese di Vasto tanti anni fa, con Niki Vendola, Pier Luigi Bersani e Antonio Di Pietro in allegra posa, a quella in un bar di Campobasso scattata pochi giorni prima del voto a Nicola Fratoianni al posto di Vendola, a Elly Schlein al posto di Bersani e a Giuseppe Conte al posto di Di Pietro attorno al candidato di un presunto centrosinistra aggiornato ai nostri tempi.

         Non so francamente se la conferma del centrodestra, con oltre il 60 per cento dei voti, sia ascrivibile più al rimpianto di Silvio Berlusconi, alla cui memoria Antonio Tajani ha dedicato il successo di Forza Italia e della coalizione, o alla diffidenza verso la compagine opposta, ancora più eterogenea. Tanto eterogenea e improvvisata da non potersi ritrovare fisicamente unita -e non del tutto, come vedremo- oltre un bar, in una qualsiasi piazza o piazzetta molisana.

         Altro che “largo”, come lo aveva deriso dall’interno del Pd il minoritario ex ministro della Difesa e orgogliosamente riformista Lorenzo Guerini, sospettoso della estrema mobilità, o movimentismo, della nuova segretaria del Nazareno. Il campo in Molise è rimasto basso come il nome del suo capoluogo di regione evocato da Guerini. Anzi, è diventato un “camposanto” secondo il fotomontaggio del Riformista che vi ha messo Conte come custode.

         Va detto tuttavia con la dovuta onestà o franchezza che la peggiore figura in quella foto di Campobasso l’ha fatta paradossalmente l’unico assente: l’ormai ex terzopolista Carlo Calenda, schieratosi diversamente dal gemello o fratello-coltello Matteo Renzi col candidato grillino adottato dal Pd della Schlein, il sindaco del capoluogo di regione Roberto Gravina, ma non così convintamente da prendere un cappuccino con gli alleati.

         Ma neppure Renzi, debbo dire, può tanto pavoneggiarsi dell’errore e della sconfitta di Calenda, vista l’incapacità, l’indisponibilità e quant’altro da lui dimostrata anche in questa occasione di essere lo statista cui pure aspira ad assomigliare  per il suo passaggio a Palazzo Chigi, fra il 2014 e il 2016, e per le relazioni internazionali che avrebbe saputo mantenere, anzi sviluppare come conferenziere, quasi un  Tony Blair italiano, se non addirittura un Barak Obama meno abbronzato, direbbe la buonanima di Berlusconi.

         Quando ancora si votava in Molise, dove i suoi uomini avevano strizzato l’occhio al candidato del centrodestra Francesco Roberti destinato a vincere, l’ex presidente del Consiglio ha maramaldeggiato -diciamo così- in una intervista a Repubblica contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Della quale egli ha più volte condiviso l’azione in politica estera, schieratissima com’è a favore dell’Ucraina e contro l’invasore russo, ma alla quale non perdona di non essere stata consultata telefonicamente dal presidente americano Joe Biden nelle ore in cui Putin ha rischiato il colpo di Stato del capo dei miliziani della Wagner. Gli è un po’ andato appresso, ahimè, pur perseguendo tutt’altra politica, quella pacifista, il mio amico Piero Sansonetti sulla sua Unità da poco riportata in edicola titolando il giorno dopo in un misto milanista di rosso e nero: “Meloni stravince a Campobasso ma perde a Washington”.  “Meloni isolata”, ha rilanciato dal canto suo Renzi in un editoriale del “suo” Riformista aggiungendo “pessima notizia”, superata però da una telefonata di Biden nel frattempo arrivata anche a Palazzo Chigi con tanto di invito alla premier italiana negli Stati Uniti.

Uno statista -ripeto- quale si considera il senatore toscano, pur al netto delle tante volte in cui preferisce la tattica alla strategia, lo sgambetto alla corsa lineare, non deride ma solidarizza col capo del governo del suo Paese che ha appena subito un torto, quale dovrebbe essere considerato quello infertole dalla Casa Banca escludendola in prima battuta dalle consultazioni con gli europei in un passaggio delicatissimo com’è stato quello della mancata marcia del “macellaio” Evgenij Prigozin su Mosca. Un passaggio, peraltro, durante il quale il caso ha voluto che si trovasse negli Stati Uniti, ospite del Pentagono, il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, mica un sottosegretario o un usciere del dicastero quasi attiguo al Quirinale.

         Non so francamente se si possa considerare più “provinciale” la Meloni, come le ha praticamente dato Renzi, nonostante Domani lo abbia definito “la terza gamba” della premier, o lo stesso Renzi nel dileggiarla per mere ragioni di politica e concorrenza interna, o domestica.  Bisogna stare attenti a giocare con la politica estera, come anche con i referendum. Sono terreni scivolosi entrambi, sui quali è facile rompersi il femore, se non l’osso del collo.

Peggiore ancora del previsto il fiasco di Schlein e Conte in Molise

         Già modesto di suo, trattandosi della regione penultima nella classifica nazionale per popolazione, il test elettorale molisano si è ulteriormente ridotto per una partecipazione alle urne ben al di sotto del 50 per cento, esattamente al 47,9: cinque punti in meno della già bassa affluenza alle analoghe elezioni  di cinque anni fa. In cifra assoluta, sono andati a votare in 157 mila, degli oltre 300 mila chiamati a rinnovare il Consiglio regionale.

         Eppure, nonostante questo primato di disaffezione, il sollievo del centrodestra per la vittoria che gli consente di rimanere alla guida del Molise, sia pure con un governatore- l’ingegnere Francesco Roberti, sindaco di Termoli e presidente della provincia di Campobasso- diverso dall’uscente, Donato Toma, è stato ben superiore alla delusione del candidato sconfitto alla Presidenza. Che è il sindaco grillino di Campobasso Roberto Gravina. “Parte male l’intesa Pd-M5S”, ha dovuto ammettere Repubblica.

         Il più ottimista nel centrodestra, l’eurodeputato forzista Aldo Patriciello, incalzato alla vigilia del voto in una canzonatoria intervista di Antonello Caporale del Fatto Quotidiano, si era spinto a prevedere una vittoria col 55 per cento raccolti dai vari candidati come tante “formichine operose”. Roberti ha superato il 60 per cento. Le formichine evidentemente hanno lavorato molto bene, un po’ aiutate dall’emozione, e conseguente spirito solidale, provocata fra i votanti  dalla morte recente di Silvio Berlusconi. Su cui Antonio Tajani, il vice presidente di Forza Italia, oltre che del Consiglio dei Ministri e ministro degli Esteri, aveva fatto molto affidamento nelle sue presenze sul posto a conclusione della campagna elettorale dedicando in partenza il risultato allo scomparso.

         Ma forse, più ancora del rimpianto di Berlusconi ha giocato a favore del nuovo governatore quella incapacità clamorosamente dimostrata dai leader nazionali del cosiddetto centrosinistra, raccoltosi attorno alla candidatura di Gravina, di ritrovarsi insieme in qualche piazza della regione. Il massimo di unità fisica che hanno potuto raggiungere e mostrare è stato pochi giorni prima del voto in un bar di Campobasso. Dove la segretaria del Pd Elly Schlein, il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni, della sinistra al quadrato, si sono incontrati per bere insieme una limonata, un aperitivo  e un bicchiere d’acqua minerale offerti da Gravina. Non ha avuto il coraggio neppure di affacciarsi l’ex ministro terzopolista Carlo Calenda, impegnato dalla lontana Roma a sostenere pure lui la corsa del sindaco di Campobasso, ma a titolo personale, o di mezzo terzo polo, perché Matteo Renzi non ha voluto essere della partita neppure da lontano.

         “La sinistra è morta” almeno dal 2008, se non già dal 1998, come ha appena detto a Libero uno come Fausto Bertinotti, che l’ha conosciuta e la rimpiange. Ma neppure il cosiddetto centrosinistra se la passa bene, e non solo nel Molise.

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