Avviso di Nordio ai naviganti sulla rotta della riforma della giustizia

Intervistato da Libero, il guardasigilli Carlo Nordio ha voluto mandare un avviso ai naviganti, diciamo così. Specie a quelli che si aspettano dalla premier Giorgia Meloni al ritorno dalle sue missioni all’estero, di sua iniziativa o su richiesta o pressione del presidente della Repubblica, un gesto o parole distensive dopo lo scontro con la magistratura da lei stessa accusata, sia pure in alcune “frange”, di fare opposizione politica prendendo di mira esponenti di governo e del suo stesso partito. “L’assedio ora finisce al Quirinale” titola con qualche speranza in prima pagina il pur garantista Foglio giocando fra presunti “auspici” del capo dello Stato, e presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, e la giacenza ancora “sul tavolo di Mattarella” di quella prima parte della riforma Nordio varata recentemente dal Consiglio dei Ministri.  E “depotenziata dallo scontro con toghe e Anm”, acronimo dell’associazione nazionale dei magistrati.

         Nordio – che avrà pure i suoi rapporti col Quirinale, dove non si mosse obiezione alcuna quando, da presidente del Consiglio incaricata, Giorgia Meloni ne propose o ottenne la nomina a ministro per la realizzazione della riforma della giustizia contenuta nel programma elettorale del centrodestra uscito vincente dalle urne- ha profittato dell’intervista a Libero per avvertire -ripeto- che “bisogna smettere di chinarsi” alle toghe più urlanti e al loro sindacato “o la riforma non si farà mai”. Anche se essa mira soltanto a una giustizia “più equa e rapida”, non a minacciare o “punire” i magistrati, come teme il presidente della loro associazione Giuseppe Santalucia.

         D’altronde è da più di 30 anni  -torno a scriverlo- che si aspetta il riequilibrio dei rapporti “bruscamente” cambiati, secondo una celebre espressione usata al Quirinale da Giorgio Napolitano, con le indagini del 1992 sul finanziamento illegale dei partiti, se non si vuole andare ancora più indietro negli anni.  E arrivare, secondo l’analisi dell’ex presidente della Camera Luciano Violante, al tempo in cui la politica cominciò a rinunciare spontaneamente alla sua “sovranità” delegando alla magistratura, ben oltre i processi che le competevano, la lotta al terrorismo e alla mafia.

         Va bene che tutto ormai si svolge a ritmi e contenuti imprevedibili. Abbiamo appena appreso, per esempio, che si sono già incontrati, tornando forse persino a intendersi, Putin e Prigozhin, il capo dei miliziani più armati e pagati da lui denunciato di tradimento e minacciato delle più dure punizioni per la marcia tentata su Mosca. Il presidente turco Erdogan ha rimosso veti e resistenze contro l’adesione della Svezia alla Nato. E magari la segretaria del Pd Elly Schlein finirà davvero nella  “maggioranza ombra” con Giorgia Meloni immaginata da Giuliano Ferrara contro Putin per la guerra in Ucraina. Ma, ad occhio e croce, non credo che Nordio sia il tipo di uomo, e ora anche di politico, disposto a contraddirsi pur di restare al suo posto.

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Le traveggole foglianti su una “maggioranza ombra” di Meloni e Schlein anti-Putin

Presi tutti a “chiacchierare” -ha recentemente protestato sul suo Foglio Giuliano Ferrara- “del pacchiano caso Santanchè”, cui si è aggiunta l’incriminazione coatta del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro per rivelazione di segreto d’ufficio negata dal suo ministro Carlo Nodio, ci sarebbe sfuggita la maggiore e confortevole realtà della politica italiana.

         Ci sarà pure al governo -ci ha spiegato il fondatore del Foglio– una coalizione di destra-centro e non più di centrodestra, ci sarà pure un “bipolarismo imperfetto”, di cui il secondo polo, quello d’opposizione, vive in una confusione maggiore e peggiore dell’altro, ma grazie ai problemi internazionali che ci sovrastano  con la guerra in Ucraina avremmo il vantaggio -un enorme vantaggio- di vivere all’ombra di una  forte “maggioranza contro Putin”. Che comprende “Meloni e il Pd”, anche se l’una e l’altro “non osano dirselo”, con l’aggiunta di una Forza Italia presumibilmente più credibile o tranquilla, nonostante le apparenze, dopo la morte di Silvio Berlusconi. Il quale, pur ignorato stavolta da Ferrara, sulla guerra in Ucraina e sulle responsabilità di Putin non aveva proprio le stesse idee maturate dalla Meloni man mano che scalava Palazzo Chigi già dall’opposizione.

         Ma oltre a ignorare -questa volta, ripeto- il compianto ex presidente del Consiglio, del cui primo governo egli fu il ministro per i rapporti col Parlamento, Ferrara ha generosamente concesso al “Pd di Elly Schlein” -ha scritto- una continuità praticamente illimitata rispetto al Pd di Enrico Letta.  Per il quale alla vigilia delle scorse elezioni politiche Giulianone annunciò con franchezza e vanto di avere deciso di votare, consigliando praticamente ai suoi lettori di votarlo anche loro, reduce com’era quel Pd dalla partecipazione ad un governo presieduto da Maro Draghi. Di cui è rimasta memorabile la foto col presidente francese e il cancelliere tedesco in viaggio ferroviario e solidale verso l’Ucraina invasa dai russi.

         Si, so bene, che la Schlein, salvo qualche dissidenza esplosa nei suoi gruppi parlamentari a Roma e a Strasburgo, non si è o non si è ancora pronunciata contro la prosecuzione degli aiuti militari italiani all’Ucraina, anche a costo di deludere quel Giuseppe Conte che insegue un po’ dappertutto, fra piazze, bar e convegni, sperando di ripristinare prima o poi i rapporti di alleanza con i grillini interrotti dal suo predecessore al Nazareno dopo che lo stesso Conte in persona aveva deciso di staccare la spina a Draghi. Il quale reagì preferendo col presidente della Repubblica Sergio Mattarella le elezioni anticipate a qualsiasi tentativo di pur breve sopravvivenza almeno in apparenza reclamata dai forzisti che, per ritorsione contro la sua indisponibilità, smontarono anche la presa di corrente da cui Conte aveva staccato la spina.

         Sbaglierò nel mio pessimismo della ragione, o del sospetto, opposto all’ottimismo mai come questa volta gramsciano di Giuliano Ferrara, ma il rapporto della Schlein con la fermezza antiputiniana mi sembra sostanzialmente simile a quello assunto sempre da lei di fronte al ricorso al termovalorizzatore nella Roma sommersa dai rifiuti deciso dal sindaco piddino della Capitale Roberto Gualtieri quando al Nazareno c’era ancora Enrico Letta. E a Palazzo Chigi il già ricordato Draghi, che ne aveva posto le premesse in una norma voluta e passata nonostante le proteste e le minacce di Conte, che ne fece una ragione allora addirittura superiore a quella degli aiuti militari all’Ucraina per avviarsi o procedere più speditamente sulla strada della crisi.

         E’ una decisione “ereditata”, ha detto la Schlein del termovalorizzatore a Roma quasi scusandosene con Conte. Un po’ come -ripeto- la decisione di aiutare militarmente l’Ucraina, anche a costo di prolungare una guerra dolorosa come tutte le guerre che quel popolo indomito -altro che “nazificato”, come sostiene Putin- si vanta di affrontare rischiando solo la propria vita, senza compromettere quella dei popoli e dei governi che lo aiutano.

         Una “maggioranza ombra contro Putin” come quella vantata da Ferrara sul Foglio, e contrapposta al “bipolarismo imperfetto” da esportare in Europa attorno al quale perderebbe il suo tempo la cronaca politica, a me sembra piuttosto -a causa delle nebbie arrivate o aumentate nel Pd con l’elezione della Schlein a segretaria- un’ombra di maggioranza. E’ un po’ come il dilemma che pone ormai anche in Inghilterra, dove nacque la formula o l’istituto, l’annuncio della formazione di un governo ombra. Che si rivela nei fatti solo l’ombra di un governo. E con le ombre dal fascino perverso non si va mai molto lontano.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 15 luglio

Il soccorso di Violante alla politica nell’ennesimo scontro fra governo e magistrati

         Colpito dall’”alta tensione” tornata nei rapporti con la magistratura, Paolo Mieli bacchetta nell’editoriale sul Corriere della Sera il governo che, al pari di altri da una trentina d’anni a questa parte, “perde il lume della ragione e denuncia il complotto” per “due, tre (ma anche quattro, cinque, sei) iniziative giudiziarie ad ogni evidenza slegate una dall’altra contro un esponente della maggioranza”, ed anche di più. Questa volta, per esempio, sono due: la ministra Daniela Santanchè e il sottosegretario Andrea Delmastro, entrambi amici e colleghi di partito della premier.

         Anche il governo Meloni avrà perso il lume della ragione, ripeto, ma solo sei pagine dopo la prima dello stesso Corriere si trova, purtroppo senza uno straccio di richiamo accanto o sotto l’editoriale di Mieli, una illuminante intervista di Luciano Violante, già magistrato, già responsabile dei problemi della giustizia per il Pci, già presidente dell’Antimafia e della Camera, in cui a questo come ad altri governi che l’hanno preceduto nel sentirsi “accerchiati” riconosce quanto meno un’attenuante. E’ quella di dovere affrontare ogni anno, ogni giorno e ogni ora, fra elezioni di vario tipo, sondaggi e polemiche, magari attorno a cronache giudiziarie, il giudizio di chi vota.

Il problema, secondo Violante, va cercato “alla radice”. Che è il diritto della politica, anzi la necessità di riprendersi “la sovranità” via via ridottasi e infine perduta spontaneamente “dagli anni Ottanta”, ben prima quindi del terremoto giudiziario che travolse la cosiddetta Prima Repubblica. Tutto cominciò, in particolare, quando la politica delegò alla magistratura, già impegnata di suo con i processi, il compito di combattere in prima linea il terrorismo e la mafia.

         Adesso, sempre secondo Violante, è ora di restituire alla politica la sua sovranità, appunto, evidentemente con una seria riforma della giustizia, anche se lui dissente da alcune delle proposte o dei progetti del governo: per esempio, la separazione delle carriere fra giudici e  pubblici e ministeri, che sono già separate eccome. Lo dimostra l’imputazione coatta del sottosegretario alla Giustizia Delmastro, disposta da un giudice contro l’archiviazione delle indagini chiesta dalla pubblica accusa. Si sa che Violante si aspetta da tempo, piuttosto, una separazione delle carriere fra i magistrati che indagano e i giornalisti che ne riferiscono.

         Dal governo di turno e dai suoi progetti i magistrati e la loro associazione, se non la vogliamo chiamare sindacato, possono anche dissentire ma non atteggiandosi e muovendosi come una “controparte”. Che non sono, perché a fare le leggi è il Parlamento.

         Ora a questa ennesima lezione istituzionale, civile e politica di Violante spero che nessun cretino reagisca tornando a insinuare, a 81 anni belli che compiuti e a sei dalla scadenza del secondo mandato di Sergio Mattarella, ch’egli aspiri a guadagnarsi i consensi della destra per salire al Quirinale.

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Il governo e i magistrati al fronte come in una guerra civile

         “Cosa mi sto perdendo”, fa dire sarcasticamente il vignettista Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX a Silvio Berlusconi in cenere nell’urna custodita nel mausoleo della sua villa ad Arcore. Si sta perdendo, anzi ha perso lo spettacolo degli ultimi sviluppi della “guerra dei 30 anni” fra politica e magistratura, come la chiama Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera evocando quella omonima che sconvolse l’Europa fra il 1618 e il 1648, compresa l’Italia stralontana dalla sua unità.

E’ una guerra, quella fra politica e magistratura, cominciata all’epoca delle indagini “Mani pulite” sul finanziamento illegale di un po’ tutti i partiti. Fu allora che si verificò un “brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia”, lamentato onestamente al Quirinale da Giorgio Napolitano in una lettera diffusa per intero dalla stessa Presidenza della Repubblica ad Anna Craxi per il decimo anniversario della morte del marito Bettino. Al quale era stata riservata dalla magistratura “una durezza senza uguali” come imputato: parole sempre di Napolitano.

         La Meloni come Berlusconi, hanno denunciato ameno alcuni dei suoi avversari lamentando sui temi della giustizia una continuità pari a quella con Mario Draghi sui piani dell’economia e della politica estera, con particolare riferimento alla difesa dell’Ucraina dall’aggressione russa cominciata 500 giorni fa. Il solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio – che liquida come “schiforme” le modifiche all’ordinamento giudiziario propostesi dal governo, compresa la separazione costituzionale  delle carriere fra pubblici ministeri e giudici- è convinto che la Meloni sia anche peggiore del suo pur non immediato predecessore a Palazzo Chigi. Che  faceva leggi “ad personam”, cioè a favore di se stesso, del suo unico ”culo”.

Ora invece la premier del centrodestra, anzi della destra-centro, mediterebbe “leggi ad Melones”, a favore dei suoi amici e colleghi di partito incappati in guai  giudiziari come la ministra del Turismo Daniela Santanchè e il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Il quale è sulla strada del rinvio a giudizio per violazione del segreto d’ufficio –“irragionevole” secondo il guardasigilli Carlo Nordio- nonostante l’archiviazione delle indagini chiesta dalla pubblica accusa.

Di qualche intervento o salvataggio  avrebbe forse bisogno, secondo gli avversari della Meloni, anche l’amico presidente del Senato Ignazio La Russa per il figlio Leonardo Apache, da lui già assolto come padre dopo tanto di interrogatorio  dall’accusa di stupro compiuto a casa sua  una quarantina di giorni prima.

Se sono bellicosi i propositi del governo, la cui presidente è convinta che almeno alcune toghe abbiano deciso di fiancheggiare le opposizioni nella lunga campagna elettorale per il rinnovo -l’anno prossimo- del Parlamento europeo, non lo sono di meno quelli dell’associazione nazionale dei magistrati presieduta da Giuseppe Santalucia, mobilitatosi contro una presunta “delegittimazione”.

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Lo scontro della Meloni con le toghe complicato da un caso La Russa

Pur col governo “inguaiato” -come titola un quotidiano non certo ostile come Il Giornale”- dalla vicenda del presidente del Senato Ignazio La Russa sceso in campo per difendere il figlio accusato di uno stupro, peraltro avvenuto a casa sua, la premier Giorgia Meloni non demorde dall’offensiva contro le toghe da lei sospettate di fiancheggiare le opposizioni nella lunga campagna elettorale per il Parlamento europeo da rinnovare fra quasi un anno.

         In prima batttuta, di fronte alla imputazione “coatta” a Roma  del sottosegretario alla Giustizia e collega di partito Andrea Delmastro per abuso d’ufficio sovrappostasi alle indagini milanesi sulla ministra del Turismo Daniela Santanchè, anche lei amica e collega di partito, la presidente del Consiglio se l’è presa con “una frangia della magistratura” politicizzata. Ieri quella frangia è diventata “un potere costituito”.

         Dal Giappone, dov’è in missione internazionale, il guardasigilli Carlo Nordio ha spalleggiato la premier. Prima egli ha definito  “irragionevole” l’imputazione coatta del suo sottosegretario, avendo già sostenuto che non c’era segreto d’ufficio nella vicenda Cospito costata l’incriminazione a Delmastro. E poi ha annunciato il proposito di riformare sia l’istituto dell’imputazione coatta, disposta dal giudice per le indagini preliminari contro l’archiviazione proposta dalla pubblica accusa, sia l’avviso di garanzia praticamente notificato alla Santanchè a mezzo stampa, come quello al compianto Silvio Berlusconi nell’autunno del 1994. Che contribuì a indebolirlo mentre Umberto Bossi già preparava la crisi del suo primo governo sulle pensioni.

         Va detto tuttavia che anche un giornale garantista come Il Foglio ha avuto da ridire, o da riscrivere, sugli assist di Nordio alla premier con un titolo di prima pagina su “Via Arenula fuori controllo”. Non è certamente la vignetta di Altan su Repubblica contro la Meloni decisa a spedire “le toghe rosse nelle fosse”, ma il segnale è ugualmente negativo per la guerra all’arma bianca che va ormai profilandosi tra governo e magistratura.

         Sulla complicazione, sempre per il governo, costituita dal già accennato caso La Russa -sia figlio che padre- che ha inondato di titoli, foto e vignette le prime pagine di quasi tutti i giornali, lasciatemi esprimere quanto meno il disagio che mi procura vedere il presidente del Senato pizzicato dal giornale elettronico La Notizia con questo titolo: “Un caso Grillo in casa La Russa”. Un caso, quello del figlio di Grillo imputato con amici dopo una notte tempestosa di sesso in Sardegna nel 2019 e del padre insorto contro gli inquirenti, ancora aperto. Salvo prescrizione magari favorita, volente o nolente, dal rischio di un processo praticamente azzerato o azzerabile per la sostituzione di un giudice trasferito in altra sede.

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Vi racconto il Forlani tutto politico, senza i processi che non meritava

Ogni volta che ho provato, spontaneamente o su richiesta del direttore del giornale di turno al corrente dei nostri rapporti di stima e amicizia, a scrivere il cosiddetto “coccodrillo” su Arnaldo Forlani, prevedendone la morte, non sono riuscito a superare le prime righe per scaramanzia. Rifiutavo dentro di me l’idea della fine di uno dei leader politici con i quali mi sono trovato più in sintonia nella mia lunga attività professionale, forse più ancora di Bettino Craxi e di Aldo Moro.  Ora non posso davvero sottrarmi.

         La nostra amicizia nacque quando Forlani era ancora vice segretario della Dc, e delfino di Amintore Fanfani, nei primi anni Sessanta del secolo scorso. Avevo scritto di lui, sul Momento sera di Roma, un articolo come di un uomo che aveva il cuore con Fanfani e il cervello con Moro, l’altro cavallo di razza dello scudo crociato, come li definiva Carlo Donat-Cattin: cavalli generalmente in competizione fra loro.  

         Forlani, dandomi del tu, mi ringraziò dell’articolo, compiaciuto che io l’avessi “smembrato” col cuore da una parte e col cervello dall’altra. Fanfani mi invitò invece a colazione  di prima mattina per dirmi, o spingermi a dirgli, che se avesse voluto accordarsi con Moro avrebbe saputo e potuto farlo da solo, senza mediazioni. E infatti lo fece nel 1973 ponendo fine alla prima lunga segreteria di Forlani alla Dc, cominciata nel 1969, per succedergli e ripristinare il centrosinistra con i socialisti interrottosi per  l’elezione di Giovanni Leone al Quirinale, alla fine del 1971. Fu l’accordo rimasto famoso per il luogo – Palazzo Giustiniani, una delle sedi del Senato- in cui Fanfani promosse la riunione fra i capi delle correnti dello scudo crociato alla vigilia di un congresso nazionale del partito che sembrava destinato a confermare Forlani alla segreteria e Giulio Andreotti a Palazzo Chigi, alla guida di un governo “della centralità”, con i liberali al posto dei socialisti.

         Forlani disciplinatamente si mise o si lasciò mettere da parte, assistendo l’anno dopo dalla finestra, diciamo così, di casa alla sconfitta referendaria di Fanfani sul divorzio. Che segnò l’inizio di una lunga crisi di rappresentanza della Democrazia Cristiana destinata, tra alti e bassi, a sfociare nella sua scomparsa, nonostante Forlani fosse tornato alla sua guida nel 1989 per cercare di evitarla.

         Anche se consumatasi formalmente nel 1973, la rottura tra Fanfani e Forlani era di fatto avvenuta alla fine del 1971, in occasione delle elezioni presidenziali conclusesi con l’arrivo di Leone al Quirinale. In quella occasione Fanfani, il primo candidato ufficiale del partito, non ce l’aveva fatta per l’ostinata opposizione di un folto gruppo di “franchi tiratori” della Dc. Quando fu inevitabile cambiare cavallo nella corsa a colle più alto di Roma l’ancora segretario dello scudocrociato Forlani nella riunione congiunta dei gruppi parlamentari osò sostenere la praticabilità della candidatura di Moro, ricordandone le funzioni già svolte di segretario del partito e di presidente del Consiglio e quelle in corso di ministro degli Esteri. “Traditore”, gli disse al termine della riunione un deputato fanfaniano di Taranto appoggiandogli una mano sul volto, come in uno schiaffo trattenuto a stento all’ultimo momento. Poi prevalse, come soluzione di compromesso, la candidatura del già ricordato Leone, eletto al secondo scrutinio alla vigilia di Natale dopo l’intervento di Moro su tutti i suoi amici di corrente perché  votassero disciplinatamente il nuovo designato. Che comunque passò a stretta maggioranza di centrodestra, con tutte le sinistre contrarie.

         Oltre che leader- praticamente l’ultimo prima dello scioglimento del partito disposto da Mino Martinazzoli nel 1994 assegnandogli il nome pur non nuovo di “Partito Popolare”- il mio amico Forlani fu il geniere della Dc, chiamato alla sua guida nei momenti più delicati, per assumere decisioni non facili. Nel 1972, per esempio, gli toccò il compito di riportare al governo, con Andreotti, i liberali di Giovanni Malagodi al posto dei socialisti di Giacomo Mancini sganciatisi da soli. Nel 1989, quando tornò alla segreteria del partito, gli toccò chiudere la lunga stagione di sinistra del suo -peraltro- ex vice segretario dei tempi giovanili Ciriaco De Mita. Ma già prima del 1989 – esattamente nel 1979 non votando in una tesissima riunione della direzione del partito contro la bocciatura dell’incarico di presidente del Consiglio conferito a Craxi dal presidente socialista della Repubblica Sandro Pertini, e nel 1983 diventando vice presidente del Consiglio con lo stesso Craxi a Palazzo Chigi- egli si era prodigato  per la ripresa dell’alleanza con i socialisti affrancatisi dalla paura avuta dal precedente segretario Francesco De Martino di governare con la Dc senza i comunisti. I quali si erano guadagnati così l’occasione di appoggiare dall’esterno, paradossalmente, due monocolori democristiani presieduti da Andreotti all’insegna della “solidarietà nazionale”.

         Dal secondo turno di segretario democristiano Forlani avrebbe potuto passare al Quirinale nel 1992, candidato ufficialmente dal suo partito, se il clima politico non fosse stato intossicato dalla famosa inchiesta “Mani pulite” sul diffuso finanziamento illegale della politica con la pratica delle tangenti. E non fosse stato infine sconvolto dalla strage mafiosa di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e quasi tutti gli uomini della scorta, nel pieno delle elezioni presidenziali per la successione a Francesco Cossiga.

Con Arnaldo Forlani scompare l’ultimo vero capo della Democrazia Cristiana

Con Arnaldo Forlani, morto a 98 anni non compiuti, scompare l’ultimo capo dell’ormai scomparsa, anch’essa, Democrazia Cristiana. Fu un leader molto cortese nei modi e nel linguaggio, ma di estrema fermezza nella linea politica interpretata negli anni in cui fu segretario dell’allora partito di maggioranza: la prima volta fra il 1969 e il 1973 e la seconda fa il 1989 e il 1992. Non a caso la buonanima di Giampaolo Pansa, l’autore della immaginaria “balena bianca” democristiana, coniò per lui il soprannome di “Coniglio mannaro”.

         Nel primo passaggio alla guida della Dc toccò a Forlani il compito di interrompere l’alleanza con i socialisti, allora guidati da Giacomo Mancini, dopo la rottura consumatasi attorno all’elezione di Giovanni Leone alla Presidenza della Repubblica, alla fine del 1971. Al posto del Psi Forlani rimandò al governo, presieduto da Giulio Andreotti, i liberali di Giovanni Malagodi all’insegna della “centralità”. Che egli preferì alla vecchia formula del centrismo per sottolineare il ruolo del suo partito, cui peraltro cercò di risparmiare, provocandone il rinvio col ricorso alle elezioni anticipate nel 1972, il referendum sul divorzio affrontato e perduto due anni dopo da Amintore Fanfani: l’ormai ex capocorrente di Forlani tornato alla guida del partito nel 1973 rimuovendo il suo ex delfino, cresciuto abbastanza per muoversi da solo nell’arcipelago dello scudocrociato.

         Nel secondo passaggio alla segreteria della Dc, riconquistata nel 1989, toccò a Forlani il compito di interrompere la lunga stagione di sinistra di Ciriaco De Mita, il suo ex vice segretario degli anni giovanili poi diventato segretario e contemporaneamente presidente del Consiglio, in un cumulo di incarichi che già nel lontano 1959 aveva portato sfortuna ad Amintore Fanfani.

         Oltre a chiudere la stagione demitiana, Forlani riconsolidò la stagione del pentapartito, in cui socialisti e liberali si erano ritrovati insieme al governo con la Dc nel 1983 sotto la guida del leader socialista Bettino Craxi. Di cui Forlani era stato vice presidente dopo avere tentato, unico nella direzione democristiana, di non sbarrargli la strada di Palazzo Chigi giù nel 1979, quando il presidente socialista della Repubblica Sandro Pertini lo aveva incaricato a sorpresa di tentare la ricostituzione del centrosinistra dopo la stagione della “solidarietà nazionale” col Pci.

         Forlani mancò il Quirinale due volte. La prima nel 1985, per succedere a Pertini col sostegno dell’allora presidente del Consiglio Craxi, che aveva sondato la disponibilità dei missini di Giorgio Almirante di votarlo al posto dei comunisti contrarissimi. Ma De Mita alla guida della Dc preferì inseguire proprio i voti comunisti mandando al Quirinale Francesco Cossiga. La seconda volta Forlani, pur candidato ufficialmente dalla Dc, mancò il Quirinale dopo le elezioni politiche del 1992 svoltesi nel già torbido clima di Tangentopoli destinato a travolgere la cosiddetta prima Repubblica.  

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La Meloni scavalca Nordio nella denuncia del ruolo di opposizione dei magistrati

         Alla faccia di quanti, a dispetto anche delle foto che li smentivano, si sono prodigati nei mesi scorsi a immaginare e rappresentare in articoli e titoli sui giornali la presidente del Consiglio Giorgia Meloni infastidita, allarmata e quant’altro per il rapporto troppo duro del suo ministro della Giustizia Carlo Nordio, già da lei candidato nella scorsa legislatura al Quirinale, con gli ex colleghi magistrati e la loro rappresentanza. Che da sindacale quale dovrebbe essere per un’associazione tende da molto tempo ad essere anche istituzionale scavalcando il Consiglio Superiore della Magistratura.

         Prima la Procura di Milano -con la conferma delle indagini per falso in bilancio e bancarotta in corso da ottobre a carico della ministra del Turismo Daniela Santanchè, che pure continua a sostenere di non avere mai ricevuto un avviso di garanzia prima di riferire al Senato dei suoi problemi di imprenditrice in difficoltà-  e poi il tribunale di Roma -col rifiuto del giudice delle indagini preliminari di rifiutare l’archiviazione chiesta dalla pubblica accusa per le indagini su violazione del segreto di ufficio da parte del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro- hanno provocato una reazione di Meloni a Palazzo Chigi di una durezza senza uguali.

         In piena solidarietà politica e umana con entrambi gli amici, oltre che colleghi di partito e di governo, la premier ha fatto diffondere una nota che più esplicite nell’attacco non poteva essere. “E’ lecito domandarsi -dice- se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione e abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee”. Una campagna nella quale il governo in generale e la Meloni in particolare, col suo progetto di esportare in qualche modo il centrodestra a livello di Unione Europea, si giocano praticamente tutto.

         La severissima nota di Palazzo Chigi, nella quale sul Corriere della Sera Massimo Franco ha visto riduttivamente, ma anche polemicamente, “la tentazione (sbagliata) del muro contro muro”, ormai diventata più di una tentazione, è stata tradotta dalla vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX nella sottolineatura di un “ruolo di opposizione” assunto dalla magistratura perché “vacante” nella sostanza a causa delle divisioni fra i pur rumorosi e insofferenti gruppi e partiti del no alla fiducia parlamentare.

         Il sindacato delle toghe non ha naturalmente gradito, non potendo evidentemente più contare su una dialettica, chiamiamola così, all’interno del governo addirittura fra la presidente del Consiglio e il Guardasigilli sul vecchio problema che si trascina da una trentina d’anni di un riequilibrio del rapporto fra politica e giustizia. Che fu  “bruscamente cambiato” ai tempi delle indagini sul finanziamento illegale dei partiti, per ripetere una formula usata con ammirevole franchezza da Giorgio Napolitano quando era al Quirinale, e sperava che si potesse ristabilire la normalità costituzionale.

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La Santanchè nel fuoco estivo degli avversari nell’aula del Senato

         Appare, a dir poco, curiosa la “battaglia” sulla ministra Daniela Santanchè al Senato annunciata sulla prima pagina del Corriere della Sera e raccontata invece da Salvatore Merlo sul Foglio dentro “un’aula percorsa da una svogliatezza blasè, da un languore estivo quasi di lago o di lungomare”. Che poco sembrano conciliarsi anche con “l’odio” lamentato nei suoi riguardi dalla donna di governo contro la quale i grillini hanno annunciato una mozione di sfiducia destinata, a quanto pare, ad essere votata anche dal Pd. Il cui capogruppo Francesco Boccia, se mai fosse stato preso dalla tentazione di una distinzione garantista, in attesa degli sviluppi di un’indagine per bancarotta e falso di bilancio confermata dalla Procura di Milano ma non ancora risultante all’interessata, vi ha dovuto rinunciare quasi per fatto personale. Egli infatti si è trovato con gli occhi addosso degli amici di partito, o addirittura di “mezz’aula”, secondo alcuni cronisti, quando la ministra si è dichiarata sorpresa, anzi tradita da chi -nel campo degli avversari di oggi- chiedeva prenotazioni e ospitalità nei suoi locali di divertimento.

         Così almeno una parte dell’opposizione, quella giallorossa del secondo governo di Giuseppe Conte, come viene ancora chiamata senza rispetto per i tifosi della incolpevole Roma calcistica, potrebbe ritrovarsi unita. Ma sempre una parte di tutto lo schieramento estraneo al governo, perché anche in questo passaggio politico e parlamentare ha trovato modo di dividersi il cosiddetto terzo polo. Diviso, in particolare, fra un Carlo Calenda smanioso di unirsi al fronte contro la Santanchè, e fiducioso di vedere la ministra scaricata prima o dopo anche dalla Meloni premier, amica personale e capa del suo partito, e Matteo Renzi. Il quale ha scritto personalmente sul suo Riformista di “diverse sensibilità sul garantismo all’interno del terzo polo”. “I due in aula -ha raccontato Salvatore Merlo, sempre sul Foglio- nemmeno si guardavano in faccia. Sguardi di cemento. Ma, a pensarci bene nemmeno questa è una notizia”.

         Una notizia curiosa l’ho invece trovata e avvertita, nel mio piccolo, nella cosiddetta informativa nella quale la ministra, difendendosi dall’accusa di avere seminato di accertamenti e di multe non pagate la sua esperienza di utente della strada in una potente Maserati, ha riferito al Senato che a guidare l’auto erano i Carabinieri, evidentemente di turno della scorta assegnatale per proteggerla da chi la odia a tal punto da potere attentare alla sua vita, e farla diventare Santa e basta, senza la parte finale del cognome col quale la signora ha preferito diventare famosa assumendolo da uno dei mariti.

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Occhio ad Antonio Tajani e Matteo Salvini all’interno del centrodestra

         Chissà quanto tempo impiegheranno i giornaloni ad aggiornare agende o lenti dei loro occhiali per accorgersi che la dialettica, diciamo così, all’interno della maggioranza di centrodestra è cambiata ormai dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi. Loro -sempre i giornaloni-continuano a vedere e a raccontare ai ferri più o meno corti Giorgia Meloni e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico: l’una in continua evoluzione moderata e l’altro deciso a toglierle i voti che può perdere su questa strada, e quindi a ridurre lo svantaggio così rapidamente e clamorosamente accumulato nelle urne rispetto al partito della premier.

         Più o meno ai ferri corti sono invece arrivati, sempre in ordine alfabetico, Salvini e Antonio Tajani, il reggente di Forza Italia, nonché vice presidente del Consiglio, come l’altro, ma anche titolare del Ministero degli Esteri, più importante del dicastero delle Infrastrutture, o dei Trasporti,  dove opera il capo del Carroccio.

         Salvini sogna nel prossimo Parlamento una maggioranza di centrodestra comprensiva dei suoi amici francesi e tedeschi, colleghi di gruppo a Strasburgo. L’altro, pur negando di avere posto “veti”, come ha appena detto in una intervista al Corriere della Sera, invoca “il senso del realismo”, e la sua personale conoscenza degli umori a Strasburgo,, per escludere che la destra francese di Marine Le Pen e l’omologa della Germania possano essere accettate in una maggioranza analoga a quella che nel 2017 gli consentì di approdare al vertice dell’Europarlamento: maggioranza composta dai popolari di natura democristiana, liberali e conservatori.

         Al Corriere della Sera Tajani ha detto anche di più, senza riguardo neppure -credo-per i suoi rapporti personali con Salvini. Ha detto, in particolare, che i leghisti, se proprio ci tengono ad essere della partita, possono “aggiungersi”. Magari sperando in una buona parola dello stesso Tajani presso i popolari, che diffiderebbero di Salvini per quanto corteggiati, in particolare, dal ministro, anzi superministro leghista dell’Economia Giancarlo Gorgetti.

         E Salvini? Gli ha indirettamente risposto reclamando, o aspettandosi, dai forzisti nei riguardi di Marine Le Pen la stessa generosità o lungimiranza praticate da Silvio Berlusconi una trentina d’anni fa sdoganando la destra italiana che si chiamava Movimento Sociale. D’altronde, anche se Salvini non è arrivato a dirlo esplicitamente, la destra francese che piace a lui è così poco estremista da essere estranea al fuoco divampato in Francia.

         Bisogna ora vedere quanto terrà all’interno di Forza Italia, in mancanza di Berlusconi, la linea della durezza “realistica” di Tajani. O quanto sarà in grado di riprendere quota quella notoriamente molto filoleghista della capogruppo al Senato Licia Ronzulli ancora al suo posto.

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